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#RINVIA [[Ed ogni giovedí torneamento]]
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<noinclude><pagequality level="4" user="Alebot" />{{RigaIntestazione||PRIMO|9}}</noinclude><noinclude>''cia,'' </noinclude><section begin="s1" />''la spoletta, l’agruppido, fiasco, olivete, & simili; & siano quanto più divinte si puote, perche tormentano manco la gengiva. Si potrà ancho mettere nell’imboccatura un poco di montada, che farà più fortezza ne offenderà la gengiva. A questo è buono ancho una meza fregna, overo intiera; perciò che non tocca niente la predetta gengva, anchor che non sia tirato troppo la briglia, perche quanto più si raccoglie, tanto più si allontana da quella. Una cordella, che circondi le gengive (quelle però, che si muovono) è etiandio buona; non havendo risguardo ad altro, che ad essa gengiva mal trattata, sopra la quale cordella, & effetto, ch’ella opera nel capitolo trentadua diffusamente stenderò il mio parere. Alcuni la convertono in catenella non volendo essi adoperare barbocciale; ma io dico, che l’huomo all’hora si potrà poi risolvere del suo volere. Non voglio già ancho lasciar di dire, che cavalcandosi il cavallo prima, che sia guarito, con briglia, che li nocesse facilmente s’inalborarebbe usando altri assai mancamenti quali sariano difficili à levar via. Ma in caso, che la gengiva si fusse sanata senza rimedi, & havess’ella fatto callo, volendosi si può rompere, facendosi poi guarire con melle rosato, con brenello di legno coperto con feltro, ò pezza di lino bene immellata, voltandolo con l’anche per la maggior parte del giorno alla mangiatora, non lo cavalcando ancho infin’a tanto, che non serà ben guarito; sanato poi ch’ei sia si potrà assicurarlo à poco, à poco con briglia piacevole come di sopra ho detto: non lo maneggiando etiam per alcun giorno; ben si può egli galoppare in volta largo, ma con destrezza, lasciandogli la briglia in libertà. Et volendosi galoppare pe’l dritto, ritenerlo à oncia, à oncia, si che quasi da se medesimo si fermi, facendo, che habbia esso (come ho detto) la briglia in libertà, acciò che niente se v’apoggi sopra; non lo serrando con essa nella volta; perche così procedendo si assicurerà. Et non li volendo ancho romper’il callo si può fare, ponendoli briglia, che non tocchi la callosità, come sarebbe la falsa stroppa, perche le rotelle non battono sopra la gengiva, ma solo da i lati nella parte non tormentata, le quali habbiano ad essere altarelle. Et quando si fusse sforzato usare la briglia aperta, in quel caso si toglie il chiappone à garbino, perche le rotelle sue battono da i lati della gengiva.''<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|Come debbono essere i labri del cavallo per star bene.}}{{Centrato|Cap. XIV.}}
I''L labro del cavallo vuole essere sottile à volere, che non dia disturbo nell’imbrigliarlo, perche con ogni poco d’aiuto si ribatte in fuori, che non si puote armare con esso, & farà in questo caso l’agruppido overo il peretto l’effetto.''<section end="s2" /><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Lagrande" />{{RigaIntestazione||PRIMO|15}}</noinclude><section begin="s1" />{{Centrato|Quando'l cavallo ha le ganasse picciole, & strette insieme. Cap. XXV.}}
I''L cavallo quando ha le ganasse picciole, & strette insieme non è buona parte, & lo è più, & meno cattiva secondo la fattezza del collo, il quale havendo buona volta è assai men male. Non si potrà dunque errare in porli briglia, che non lo sforzi molto à star sotto, & massimamente quando havesse il collo grosso, & se corto tanto più, perche non verria la colpa del cavallo quando non si lassasse ridurre con la testa al segno, ma dalle sue fattezze non buone; la onde bisogna, che l’huomo ciò vedendo, & conoscendo li proveggia con tirarlo con piacevolezza, & non per forza al suo segno, facendo, che la guardia non sia molto lunga, et che sia fiacca, di modo però, che non trabbochi la briglia, & l’imboccatura sia più, che si puote piacevole, ne si li stringa troppo la musarolla, perche non lo lega, non però si comporti, che apra la bocca, ma solamente habbia un poco di libertà.’<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|Quando'l cavallo ha le ganasse grandi, & strette insieme. Cap. XXVI.}}
E''Ssendo le ganasse del cavallo grandi, è cosa pessima, tanto più quando sono strette insieme. Se sono dunque così fatte devesi fuggire la guarda ardita, perche lo sforza troppo à star sotto, facendoli molto spiacere; dove usa egli poi molte cose sotto l’huomo in contrario del suo volere, o maneggiandolo, o ritenendolo nella carriera, & finalmente in ogni attione nel raccogliere a se la briglia, o che getta via la testa, ò che si slanza innanzi, overamente apre la bocca, la quale non potendo aprire sguerzegna, cioè la torce, cercando di volere qualche volta pigliare co’ denti la guardia; alla quale cosa si provede quando non si vuole che la pigli con certe catenelle, che si attaccano al barbocciale, & alli bolcioni della stanghetta. Et di più sentendosi così astretto dalla predetta guardia alle volte s’inalbora, o che leva di mano la forza della briglia, in tanto, che tire si pur quanto si puote, alcuna volta vuol avanzar l’huomo, usando etiamdio altre cose, astretto ch’esso si vede dalla gran passione: & quanto è più lunga la guardia tanto più nuoce l’arditezza, perche lo forza più; per tanto bisogna adoperare la guardia fiacca co’l suo dover dell’occhio, acciò non trabocchi. Et se le ganasse sono strette insieme si faccia fiacchissima, tenendo le guardie più corte, che si puote, & l’imboccatura piacevole; & queste cose siano accompagnate con il buon temperamento, & destrezza della mano. Trovansi in questo caso molti, che piu presto vogliono adoperare la guardia ardita, & bassa d’occhio, perche trabocchi, che fare altramente, giudicando essi, che di così fatta il cavallo non riceva dispiacere,'' <section end="s2" /><noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Lagrande" />{{RigaIntestazione||TERZO|135}}</noinclude><section begin=1 />''de i villani, a molti de quali, non si può tanto mostrare l’huomo crudo, & scortese, che basti; perche in effetto sono sconoscenti d’ogni beneficio, cortesia, & amorevolezza, che se li usi. Universalmente poi a tutti i cavalli giovani, voglio avanti, che se li ponga il ferro siano avezzi, & costumati di lasciarsi toccare, maneggiare, si le braccia, & gambe, come le giunte, & piedi, & ancho d’alzare quelli da terra, si come si vuole ferrare, & parimente non li paia strano quando se li adopera l’incastro, & martello.''<section end=1 />
<section begin=2 />{{Centrato|Della cagione, perche creppa il quarto, & il modo, che si dee osservare con esse. Cap. XXX.}}
A''Viene in alcune unghie de cavalli quando hanno il tenerume d’ossa, & calcagna non buone (si come suole essere in molti piedi ghiacciuoli, & vitrioli) non essendo ferrate come deono; ma che il ferro, che tengono gli prema sopra le calcagna, & le stringa, che dette unghie creppano; la quale creppatura viene dal mezo adietro, incominciando sopra la corona, tirando al basso, & questa cosi fatta è chiamata volgarmente quarto. Saper si dee ancho, che non li giova al cavallo, c’ha tal pie, ogni volta, che non ha il ferro, che li richiede, esserli dato superflua fatica, & similmente cavalcato per sassosi luoghi. Ma qualunque volta, che l’unghia è crepata di tal modo, nasca poi da qual si voglia cagione, dico, che bisogna per ogni modo porgere aiuto al piede, non però del medemo modo che usano alcuni, che gli adoperano quello istesso ferro à lunetta, che io ho detto essere buono per cavalli giovani, nel capitolo vigesimo secondo; perche si causarebbe, che essendo il cavallo cavalcato per luoghi sassosi, ò lastrosi, si verria à mangiare quella parte d’unghia, che è senza ferro. La onde poi il cavallo non si potria reggere in piede. Io non nego però, che cosi ferrato non giovi alla crepatura, anzi dico, che è segno manifesto per esso, che non essendovi quella parte che si leva di ferro, & che sia alla crepatura ristoro, che si viene à conoscere chiaramente che la causa di tal disordine nasce per le cause sopradette, & non per altro. Ma io voglio, che si giovi à tal crepatura senza danno dell’altre parti, facendo fare, che da quel lato dove è crepata l’unghia non vi sia ferro, acciò non venghi sopra la crepatura cosa, che li molesti; si ben voglio finisca ivi vicino, mantenendolo in quella confine un pocchetto più grossetto dell’ordinario. Si dee ancho separatamente aiutare quella crepatura à congiungere insieme con alcuna uncione. Et unita poi, che sarà, ò da sè, ò aiutata, ò vero, che fusse callata à basso, dico all’hora, che bisogna porgli ferro, che vi sia tutto, fatto poi di maniera tale quale ricerca la natura sua. Et per l’ordinario si dee avertir, sopra ogn’altra cosa, di far che non patiscano quelle parti dal mezo adietro, & maggiormente quando sono cosi deboli, come habbiam detto di sopra; perche essendo elle cosi sensitive come sono, vengono ad esser menate di niuna altra parte à patire incommodo. Quanto siano poi d’importantia ad essere ben trattate, dico, che governano tutto il corpo di maniera tale, che quando elle sono offese il cavallo val poco; perche vengono'' <section end=2 /><noinclude>
<references/></noinclude>
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Autore:Edgar Allan Poe
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Candalua
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/* Elenco delle poesie */
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<!-- Area dati: non modificare da qui: --><onlyinclude><div style="display:none"><section begin="Nome"/>Edgar Allan<section end="Nome"/>
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</div></onlyinclude><!-- a qui -->{{Autore
| Nome = Edgar Allan
| Cognome = Poe
| Attività = scrittore/poeta
| Nazionalità = statunitense
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
{{Vedi anche|Progetto:Edgar Allan Poe}}
=== Racconti ===
====Antologie====
* {{Testo|Storie incredibili}}
* {{Testo|Storie meravigliose}}
* {{Testo|Perdita di fiato (Raccolta)}}
* {{Testo|Racconti Straordinari}}
* {{Testo|Racconti grotteschi}}
====Elenco dei racconti====
* {{testo|Avventura senza uguali di un certo Hans Pfaall}} (''The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall'')
* {{Opera|Berenice}}
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* {{Opera|Il gatto nero}} (''The Black Cat'')
* {{testo|Il mistero di Maria Roget}} (''The Mystery of Marie Rogêt'')
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* {{testo|Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma}} (''The System of Doctor Tarr and Professor Fether'', 1845)
* {{testo|L'Angelo del Bizzarro}} (''The Angel of the Odd'')
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* {{Testo|La botticella d'Amontillado}} (''The Cask of Amontillado'')
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* {{Testo|Lo scarabeo d'oro}} (''The Gold-Bug'')
* {{Opera|Manoscritto trovato in una bottiglia}} (''MS. Found in a Bottle'')
* {{testo|Miss Psiche Zenobia}} (''The Psyche Zenobia'', poi ripubblicato come ''How to Write a Blackwood Article'')
* {{Opera|Morella}}
* {{Opera|Ombra}} (''Shadow: A Parable'')
* {{Testo|Perdita di fiato}} (''Loss of breath'')
* {{testo|Potenza della parola}} (''The Power of Words'')
* {{Opera|Quattro bestie in una}} (''Four Beasts in One— The Homo-Cameleopard'')
* {{Opera|Re Peste}} (''King Pest'')
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* {{Opera|Silenzio}} (''Silence: A Fable'')
* {{Opera|Una discesa nel Maelström}} (''A Descent Into the Maelström'')
* {{Testo|Una mistificazione}} (''Mystification'')
* {{Opera|Una storia delle Ragged Mountains}} (''A Tale of the Ragged Mountains'')
* {{Opera|Una storia di Gerusalemme}} (''A Tale of Jerusalem'')
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=== Poesie ===
* {{Testo|Poemetti e liriche}}
==== Elenco delle poesie ====
* {{Testo|A Elena (Poe-Ortensi I)}} (''To Helen'', 1831)
* {{Opera|Ad Elena (1848)}} (''To Helen'', 1848)
* {{Opera|A una in Paradiso}} (''To One in Paradise'', 1833)
* {{Testo|A Frances Sargent Osgood}} (''To F— —s S. O——d'', 1833)
* {{Testo|A F...}} (''To F——'', 1835)
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* {{Opera|Annabel Lee}}
* {{Testo|A Zante (Poe-Ortensi)}} (''To Zante'')
* {{Testo|Ballata nuziale}} (''Bridal Ballad'')
* {{Testo|Canzone (Poe-Ortensi)}} (''Song'')
* {{Opera|Eldorado}}
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* {{Testo|Il colosseo}} (''The Coliseum'')
* {{Opera|Il corvo (Poe)}} (''The Raven'')
* {{Testo|Il fiume}} (''To the River'')
* {{Testo|Il lago}} (''The Lake'')
* {{Opera|Il palazzo incantato}} (''The Haunted Palace'')
* {{Opera|Il verme conquistatore}} (''The Conqueror Worm'')
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* {{Opera|La città nel mare}} (''The City in the Sea'')
* {{Testo|La dormiente}} (''The Sleeper'')
* {{Testo|La romanza}} (''Romance'')
* {{Testo|La valle dell'inquietudine}} (''The Valley of Unrest'')
* {{Opera|Le campane (Poe)}} (''The Bells'')
* {{Testo|Lenora}} (''Lenore'')
* {{Testo|Silenzio (Poe-Ortensi)}} (''Sonnet - Silence'')
* {{Testo|Sogno (Poe-Ortensi)}} (''A Dream'')
* {{Testo|Tamerlano}}
* {{Testo|Terra di fate}} (''Fairy-Land'')
* {{Opera|Terra di sogno}} (''Dream-Land'')
* {{Opera|Ulalume}}
* {{Testo|Un sogno nel sogno}} (''A Dream Within a Dream'')
===Saggi, pensieri e scritti vari ===
* {{Testo|Eureka}}
* {{Testo|La genesi d'un poema}} (''The Philosophy of Composition'')
* {{Testo|La filosofia dell'arredamento}} (''The Philosophy of Furniture'')
* {{Testo|Marginalia}}
===Edizioni disponibili su siti esterni ===
* ''Il Corvo'', poemetto tradotto nel metro dell'originale in italiano e in greco-salentino da Vito D. Palumbo col testo a piè di pagina. Calimera, V. Taube Editore, 1903 {{IA|PoeIlCorvo}}
* ''Poesie di Edgard Poe'', prima versione italiana in prosa di Ulisse Ortensi. Lanciano, Rocco Carabba, 1892 {{IA|PoePoesie}}
* ''Le poesie'' tradotte da Federico Olivero, Bari, Laterza, 1912 {{IA|poe_lepoesie_1912}}
* ''Avventure Straordinarie'', traduzione di C. Villaroel {{IA |poe-avventure-straordinarie}} (contiene: ''Il gatto nero, Il cuore rivelatore, Il manoscritto trovato in una bottiglia, Ligeia, Silenzio, Il crollo della casa Usher, Il re peste, Lo scarabeo d'oro, Morella'')
* ''Duplice assassinio di via Morgue'' e altri racconti (''La lettera rubata, Il sistema del Dott. Catrame e del Prof. Piuma''), trad. di Decio Cinti {{IA|poe-duplice-assassinio-di-via-morgue}}
== Opere su {{PAGENAME}}==
* {{Testo|Storie incredibili/Edgardo Poe|Edgardo Poe - Cenni biografici|tipo=tradizionale}} di [[Autore:Baccio Emanuele Maineri|Baccio Emanuele Maineri]], in ''[[Storie incredibili]]''
* {{Testo|Edgar Allan Pöe}}
* {{Testo|Edgar Poe}}
{{Sezione note}}
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/* Elenco delle poesie */
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<!-- Area dati: non modificare da qui: --><onlyinclude><div style="display:none"><section begin="Nome"/>Edgar Allan<section end="Nome"/>
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| Nome = Edgar Allan
| Cognome = Poe
| Attività = scrittore/poeta
| Nazionalità = statunitense
| Professione e nazionalità =
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== Opere ==
{{Vedi anche|Progetto:Edgar Allan Poe}}
=== Racconti ===
====Antologie====
* {{Testo|Storie incredibili}}
* {{Testo|Storie meravigliose}}
* {{Testo|Perdita di fiato (Raccolta)}}
* {{Testo|Racconti Straordinari}}
* {{Testo|Racconti grotteschi}}
====Elenco dei racconti====
* {{testo|Avventura senza uguali di un certo Hans Pfaall}} (''The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall'')
* {{Opera|Berenice}}
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=== Poesie ===
* {{Testo|Poemetti e liriche}}
==== Elenco delle poesie ====
* {{Testo|A Elena (Poe-Ortensi I)}} (''To Helen'')
* {{Opera|Ad Elena (1848)}} (''To Helen'', 1848)
* {{Opera|A Frances Sargent Osgood}} (''To F— —s S. O——d'', 1833)
* {{Opera|A F...}} (''To F——'', 1835)
* {{Testo|Alla scienza}} (''Sonnet — To Science'')
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===Edizioni disponibili su siti esterni ===
* ''Il Corvo'', poemetto tradotto nel metro dell'originale in italiano e in greco-salentino da Vito D. Palumbo col testo a piè di pagina. Calimera, V. Taube Editore, 1903 {{IA|PoeIlCorvo}}
* ''Poesie di Edgard Poe'', prima versione italiana in prosa di Ulisse Ortensi. Lanciano, Rocco Carabba, 1892 {{IA|PoePoesie}}
* ''Le poesie'' tradotte da Federico Olivero, Bari, Laterza, 1912 {{IA|poe_lepoesie_1912}}
* ''Avventure Straordinarie'', traduzione di C. Villaroel {{IA |poe-avventure-straordinarie}} (contiene: ''Il gatto nero, Il cuore rivelatore, Il manoscritto trovato in una bottiglia, Ligeia, Silenzio, Il crollo della casa Usher, Il re peste, Lo scarabeo d'oro, Morella'')
* ''Duplice assassinio di via Morgue'' e altri racconti (''La lettera rubata, Il sistema del Dott. Catrame e del Prof. Piuma''), trad. di Decio Cinti {{IA|poe-duplice-assassinio-di-via-morgue}}
== Opere su {{PAGENAME}}==
* {{Testo|Storie incredibili/Edgardo Poe|Edgardo Poe - Cenni biografici|tipo=tradizionale}} di [[Autore:Baccio Emanuele Maineri|Baccio Emanuele Maineri]], in ''[[Storie incredibili]]''
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===Edizioni disponibili su siti esterni ===
* ''Il Corvo'', poemetto tradotto nel metro dell'originale in italiano e in greco-salentino da Vito D. Palumbo col testo a piè di pagina. Calimera, V. Taube Editore, 1903 {{IA|PoeIlCorvo}}
* ''Poesie di Edgard Poe'', prima versione italiana in prosa di Ulisse Ortensi. Lanciano, Rocco Carabba, 1892 {{IA|PoePoesie}}
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* ''Il Corvo'', poemetto tradotto nel metro dell'originale in italiano e in greco-salentino da Vito D. Palumbo col testo a piè di pagina. Calimera, V. Taube Editore, 1903 {{IA|PoeIlCorvo}}
* ''Poesie di Edgard Poe'', prima versione italiana in prosa di Ulisse Ortensi. Lanciano, Rocco Carabba, 1892 {{IA|PoePoesie}}
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* ''Il Corvo'', poemetto tradotto nel metro dell'originale in italiano e in greco-salentino da Vito D. Palumbo col testo a piè di pagina. Calimera, V. Taube Editore, 1903 {{IA|PoeIlCorvo}}
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* {{testo|Guglielmo Wilson}} (''William Wilson'')
* {{testo|Hop-Frog}}
* {{testo|Il 1002° racconto di Sherazade}} (''The Thousand-and-Second Tale of Scheherazade'')
* {{Opera|Il cuore rivelatore}} (''The Tell-Tale Heart'')
* {{Opera|Il demone della perversità}} (''The Imp of the Perverse'')
* {{testo|Il Diavolo nella torre}} (''The Devil in the Belfry'')
* {{testo|Il doppio assassinio di via della Morgue}} (''The Murders in the Rue Morgue'')
* {{Opera|Il gatto nero}} (''The Black Cat'')
* {{testo|Il mistero di Maria Roget}} (''The Mystery of Marie Rogêt'')
* {{Opera|Il ritratto ovale}} (''The Oval Portrait'')
* {{testo|Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma}} (''The System of Doctor Tarr and Professor Fether'', 1845)
* {{testo|L'Angelo del Bizzarro}} (''The Angel of the Odd'')
* {{Opera|L'isola della fata}} (''The Island of the Fay'')
* {{Opera|L'uomo della folla}} (''The Man of the Crowd'')
* {{Testo|La botticella d'Amontillado}} (''The Cask of Amontillado'')
* {{Opera|La caduta della casa degli Usher}} (''The Fall of the House of Usher'')
* {{testo|La lettera rubata}} (''The Purloined Letter'')
* {{Opera|La maschera della morte rossa}} (''The Masque of the Red Death'')
* {{testo|La sfinge}} (''The Sphinx'')
* {{testo|La verità sul caso del Signor Valdemar}} (''The Facts in the Case of M. Valdemar'')
* {{Opera|Ligeia}}
* {{testo|«Lionnerie»}} (''Lionizing'')
* {{Testo|L'o e l'x}} (''X-ing a Paragrab'')
* {{Testo|Lo scarabeo d'oro}} (''The Gold-Bug'')
* {{Opera|Manoscritto trovato in una bottiglia}} (''MS. Found in a Bottle'')
* {{testo|Miss Psiche Zenobia}} (''The Psyche Zenobia'', poi ripubblicato come ''How to Write a Blackwood Article'')
* {{Opera|Morella}}
* {{Opera|Ombra}} (''Shadow: A Parable'')
* {{Testo|Perdita di fiato}} (''Loss of breath'')
* {{testo|Potenza della parola}} (''The Power of Words'')
* {{Opera|Quattro bestie in una}} (''Four Beasts in One— The Homo-Cameleopard'')
* {{Opera|Re Peste}} (''King Pest'')
* {{testo|Sei stato tu}} (''Thou art the man'')
* {{Opera|Silenzio}} (''Silence: A Fable'')
* {{Opera|Una discesa nel Maelström}} (''A Descent Into the Maelström'')
* {{Testo|Una mistificazione}} (''Mystification'')
* {{Opera|Una storia delle Ragged Mountains}} (''A Tale of the Ragged Mountains'')
* {{Opera|Una storia di Gerusalemme}} (''A Tale of Jerusalem'')
* {{testo|Un viaggio in pallone}} (''The Balloon-Hoax'')
=== Poesie ===
* {{Testo|Poemetti e liriche}}
==== Elenco delle poesie ====
* {{Testo|A ... (Poe-Ortensi)}} (''To M— —'')
* {{Testo|A Elena (Poe-Ortensi I)}} (''To Helen'')
* {{Opera|Ad Elena (1848)}} (''To Helen'', 1848)
* {{Opera|A Frances Sargent Osgood}} (''To F— —s S. O——d'', 1833)
* {{Opera|A F...}} (''To F——'', 1835)
* {{Testo|Al Aaraaf}}
* {{Testo|Alla scienza}} (''Sonnet — To Science'')
* {{Testo|A Maria Luisa Shew (I)}} (''To Marie Louise'')
* {{Testo|A Maria Luisa Shew (II)}} (''To M. L. S——'')
* {{Testo|A mia madre (Poe-Ortensi)}} (''To My Mother'')
* {{Opera|Annabel Lee}}
* {{Opera|A una in Paradiso}} (''To One in Paradise'', 1833)
* {{Testo|A Zante (Poe-Ortensi)}} (''To Zante'')
* {{Testo|Ballata nuziale}} (''Bridal Ballad'')
* {{Testo|Canzone (Poe-Ortensi)}} (''Song'')
* {{Opera|Eldorado}}
* {{Testo|Eulalia}}
* {{Testo|Il colosseo}} (''The Coliseum'')
* {{Opera|Il corvo (Poe)}} (''The Raven'')
* {{Testo|Il fiume}} (''To the River'')
* {{Testo|Il lago}} (''The Lake'')
* {{Opera|Il palazzo incantato}} (''The Haunted Palace'')
* {{Opera|Il verme conquistatore}} (''The Conqueror Worm'')
* {{Testo|Inno ad Aristogitone e Armodio}}
* {{Testo|Israfel}}
* {{Opera|La città nel mare}} (''The City in the Sea'')
* {{Testo|La dormiente}} (''The Sleeper'')
* {{Testo|La romanza}} (''Romance'')
* {{Testo|La valle dell'inquietudine}} (''The Valley of Unrest'')
* {{Opera|Le campane (Poe)}} (''The Bells'')
* {{Testo|Lenora}} (''Lenore'')
* {{Testo|Silenzio (Poe-Ortensi)}} (''Sonnet - Silence'')
* {{Testo|Sogno (Poe-Ortensi)}} (''A Dream'')
* {{Testo|Tamerlano}}
* {{Testo|Terra di fate}} (''Fairy-Land'')
* {{Opera|Terra di sogno}} (''Dream-Land'')
* {{Opera|Ulalume}}
* {{Testo|Un sogno nel sogno}} (''A Dream Within a Dream'')
===Saggi, pensieri e scritti vari ===
* {{Testo|Eureka}}
* {{Testo|La genesi d'un poema}} (''The Philosophy of Composition'')
* {{Testo|La filosofia dell'arredamento}} (''The Philosophy of Furniture'')
* {{Testo|Marginalia}}
* {{Testo|Scene del Poliziano}}, tragedia incompiuta
===Edizioni disponibili su siti esterni ===
* ''Il Corvo'', poemetto tradotto nel metro dell'originale in italiano e in greco-salentino da Vito D. Palumbo col testo a piè di pagina. Calimera, V. Taube Editore, 1903 {{IA|PoeIlCorvo}}
* ''Poesie di Edgard Poe'', prima versione italiana in prosa di Ulisse Ortensi. Lanciano, Rocco Carabba, 1892 {{IA|PoePoesie}}
* ''Le poesie'' tradotte da Federico Olivero, Bari, Laterza, 1912 {{IA|poe_lepoesie_1912}}
* ''Avventure Straordinarie'', traduzione di C. Villaroel {{IA |poe-avventure-straordinarie}} (contiene: ''Il gatto nero, Il cuore rivelatore, Il manoscritto trovato in una bottiglia, Ligeia, Silenzio, Il crollo della casa Usher, Il re peste, Lo scarabeo d'oro, Morella'')
* ''Duplice assassinio di via Morgue'' e altri racconti (''La lettera rubata, Il sistema del Dott. Catrame e del Prof. Piuma''), trad. di Decio Cinti {{IA|poe-duplice-assassinio-di-via-morgue}}
== Opere su {{PAGENAME}}==
* {{Testo|Storie incredibili/Edgardo Poe|Edgardo Poe - Cenni biografici|tipo=tradizionale}} di [[Autore:Baccio Emanuele Maineri|Baccio Emanuele Maineri]], in ''[[Storie incredibili]]''
* {{Testo|Edgar Allan Pöe}}
* {{Testo|Edgar Poe}}
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Alex brollo
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** Agricoltura<includeonly><section begin="agricoltura" />[[Categoria:Tecnologia e scienze applicate|{{PAGENAME}}]][[Categoria:Agricoltura|{{PAGENAME}}]]<section end="agricoltura" /></includeonly>
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<!--[[File:Wikimediaitaliatessera2017.jpg|thumb|Tessera socio wikimedia Italia 2017|right]]--><small><small>Registrato da {{Utente:IPork/da|year=2012|month=6|day=2}} (2 giugno 2012)<!--Che ore sono? Sono le {{LOCALTIME}} di {{LOCALDAYNAME}} {{LOCALDAY}} {{LOCALMONTHNAME}} {{LOCALYEAR}}--> Oggi {{LOCALDAYNAME}} {{LOCALDAY}} {{LOCALMONTHNAME}} {{LOCALYEAR}}, alle ore {{LOCALTIME}} wikisource italia ha '''{{NUMBEROFARTICLES}}''' pagine di contenuti...</small></small>
<!--== Wikimedia italia ==
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== Contributi ==
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=== Partiture trascritte ===
==== Arie da Opere ====
{{smaller|· {{Testo|Al mio pregar t'arrendi}} · {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Amore_o_grillo|Amore o grillo}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 9/Aria|Aria}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/Aria di Colette|Aria di Colette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/La figlia di Iorio. Atto I. Solo di Candia: Carne mia viva, ti tocco la fronte.|Carne mia viva, ti tocco la fronte.}} · {{Testo|E l'uccellino...}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/La nuit tombait. 4. Crépuscule|La nuit tombait. 4. Crépuscule}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/La nuit tombait. 6. Il pleut|La nuit tombait. 6. Il pleut}} · {{Testo|L'Opera_in_film/La_serva_padrona_di_G._B._Pergolesi._Intermezzo_primo._Partitura_con_note_per_sequenza_cinematografica|La serva padrona di G. B. Pergolesi. Intermezzo primo}} · {{Testo|Nel cor più non mi sento}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/La figlia di Iorio. Atto III. Solo di Aligi: Rinverdisca per noi|Rinverdisca per noi}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per piano}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per violino}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/Risurrezione}}
}}
==== Barcarole ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 4/Barcarola|Barcarola}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/Barcarolle|Barcarolle}}
}}
==== Canti patriottici ====
{{smaller|· {{Testo|Canzone del Grappa (Spartito)}} · {{Testo|Daghela avanti un passo}} · {{Testo|La campana di San Giusto (brano musicale)|La campana di San Giusto}}
}}
==== Canti popolari ====
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· {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/A Roma le campane sona}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/A tavola rotonda}} {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Bel'ucelin del bò}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Cossa me importa a mi che non son bela}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Dona lombarda}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Fior di tomba}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Gigia gentil}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Guarda che bel seren...}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Guarda la luna...}}· {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/I Scartozzi}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/In gondola te voi' menar}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/L'omo xe un angelo}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La Ciosota}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La mia bella se ciama Sofia...}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La pesca dell'anello}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La prova}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/No, l'amore peccato non è}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Per far i gnochi}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Scartozzi chi vol comprar?}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Se m'â tocà soldato...}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Serenada}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Son bambinela}}
}}
==== Canzoni ====
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· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 4/In sogno!|In sogno}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 3/Io la baciavo...|Io la baciavo...}} ·{{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/Perché dolce, caro bene}} · {{Testo|'Till The End O' The World With You}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 4/Torna Amore}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 2/Tra il sì e il no}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/La ritrosa|La ritrosa}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Notti di maggio!}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/On dit!|On dit!}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 1/Prima Neve}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 10/Rayon de Lune!..}} · {{Testo|Il poveretto}} · {Testo|Lontana}}
}}
==== Gavotte ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 2/Charmante coquette|Charmante coquette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 3/Dansez marquise|Dansez marquise}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Talon Rouge}}
}}
==== Marce ====
{{smaller|· {{Testo|La marcia dei soldatini di piombo}} · {{Testo| Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia}}
}}
==== Mazurche ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/Bambini in festa|Bambini in festa}} · {{Testo|Mazurka in do maggiore. Opera postuma|Mazurka in do maggiore. Opera postuma}}
}}
==== Minuetti ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 4/Minuetto lento|Minuetto lento}}
}}
==== Musica sacra ====
{{smaller| · {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N. 9/Ave Maria|Ave Maria}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 12/Al Presepio|Al presepio}}
}}
==== Ninna nanne ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 9/Ninna-nanna|Ninna-nanna}}
}}
==== Polke ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/A bocca dolce|A bocca dolce}}
}}
==== Romanze ====
{{smaller|
· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/Momento primaverile|Momento primaverile}}
}}
==== Valzer ====
{{smaller|· {{Testo|Musica e Musicisti, 1904 vol.II/N. 9/Intermezzo-Valse}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 1/Valse Enlaçante}}
}}
=== Articoli e saggi brevi ===
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{{Testo|Alcune note sul cinema nord americano 1939-46}} · {{Testo|Armi e scene della guerra dell'avvenire}} · {{Testo|Cani attori}} · {{Testo|Charlot (Curio Mortari)}} · {{Testo|Cinecittà}} · {{Testo|Cinema sperimentale}} · {{Testo|Come riorganizzo la cinematografia tedesca}} · {{Testo|Dalla sceneggiatura alla produzione}} · {{Testo|Date della cinematografia italiana delle origini (1895-1935)}} · {{Testo|Dramma e sonoro}} · {{Testo|Due manifesti sul sonoro 1928-1934}} · {{Testo|Eisenstein o della coerenza stilistica}} · {{Testo|Eisenstein o della coerenza stilistica}} · {{Testo|Evoluzione del truccaggio}} · {{Testo|Fabbrica del volto|La fabbrica del volto}} · {{Testo|Film storici}} · {{Testo|Film storici}} ·
{{Testo|Fregoli pioniere del muto e precursore del sonoro}} · {{Testo|Gli attori che ho diretto in America}} · {{Testo|I popoli africani dinanzi allo schermo}} · {{Testo|I ragazzi eroi del film}} · {{Testo|Il cinema arte }} · {{Testo|Il cinema quando non esisteva}} · {{Testo|Il cinematografo non esiste}} · {{Testo|Il film sonoro }} · {{Testo|Il ritorno di Francesca Bertini}} · {{Testo|Il teatro è un'altra cosa}} · {{Testo|In fondo, un affare}} · {{Testo|Inferiorità del cinema}} · {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 2/“La Nave„ di Gabriele D'Annunzio}} · {{Testo|L'Opera in film}} · {{Testo|La cinematografia futurista}} · {{Testo|La fucina della cinematografia italiana}} · {{Testo|La musica e il film}} · {{Testo|La segretaria invisibile}} · {{Testo|Manualetto del cinedilettante}} '''[**]''' · {{Testo|Melchiorre Dèlfico}} '''[**]''' ·{{Testo|Nella storia del cinema un rigo per Gertrude Stein}} · {{Testo|Nita Naldi}} · {{Testo|Note sul neo-realismo}} · {{Testo|Organizzazione della produzione}} · {{Testo|Per la storia...}} · {{Testo|Prassi del dialogo cinematografico}} · {{Testo|Realtà o verità?}} · {{Testo|Ricetta per scrivere commedie}} · {{Testo|Rod La Rocque}} · {{Testo|Un grande film del 1918}} · {{Testo|Un superfilm del 1902 }} · {{Testo|Un veliero bianco}}
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=== Libri ===
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{{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)}} '''[*]''' · {{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)/I Carabinieri genovesi a Calatafimi}} '''[*]''' · {{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)/Le guide dei Mille}} '''[*]''' · {{Testo|Francesco d'Assisi e il suo secolo}} · {{Testo|L'Antiteatro}} · {{Testo|Le novelle del Cinematografo}} · {{Testo|Pescatori d'Islanda}} · {{Testo|La scienza nuova - Volume I}} '''[*]''' · {{Testo|Cena de le ceneri}} '''[*]''' · {{Testo|Lo cunto de li cunti}} '''[*]''' · {{Testo|Il Canzoniere (Bandello)}} '''[*]''' · {{Testo|Sopra le vie del nuovo impero}} · {{Testo|Malombra}} · {{Testo|Idillii spezzati}} · {{Testo|La Cicceide legittima}} '''[*]''' · {{Testo|Come si possa diventare artisti cinematografici}} · {{Testo|La figlia di Lady Rose}} '''[*]''' · {{Testo|Guida allo studio della Lingua Italiana}} · {{Testo|Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire}}'''[***]'''
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=== Riviste ===
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{{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._1|Ars et Labor, 1906 n. 1}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._2|Ars et Labor, 1906 n. 2}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._3|Ars et Labor, 1906 n. 3}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._4|Ars et Labor, 1906 n. 4}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._5|Ars et Labor, 1906 n. 5}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._6|Ars et Labor, 1906 n. 6}}
}}
{{Rule|10em|}}
<poem>{{x-smaller|'''[*]''' Contribuito significativamente}}
{{x-smaller|'''[**]''' Pubblicazione a puntate}}
{{x-smaller|'''[***]''' Rilettura}}</poem>
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== Laboratori ==
* [[Utente:Pic57/Laboratorio cinema|Cinema]]
* [[Utente:Pic57/Laboratorio musica|Musica]]
* [[Speciale:PagineIndice|Un po' di tutto]]
== Education ==
* [[Utente:Pic57/wikimediaeducation|Ho cominciato così]]
* [[Utente:Pic57/studenti|Pagina degli Studenti]]<br/>
* [[Utente:Pic57/studenti/biblioteca|Biblioteca Scolastica]]
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== Statistiche di Pic57==
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* [https://dewkin.toolforge.org/Pic57@itwikisource Deep Wiki Inspector su it.wikisource]
== Statistiche Wikisource ==
* [[Speciale:Statistiche| it.wikisource]]
** [[:na:Special:Statistics| na.wikisource]]
* [[:la:Special:Statistics| la.wikisource]]
* [[:fr:Special:Statistics| fr.wikisource]]
* [[:en:Special:Statistics| en.wikisource]]
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== [[Utente:Pic57/wikidiario|Wikidiario]] ==
== Vecchissima, ma pur sempre... Tesi ==
* [[Trasformazioni_industriali_e_trasformazioni_linguistiche_nel_cinema_americano_del_dopoguerra|Trasformazioni industriali e trasformazioni linguistiche nel cinema americano del dopoguerra, 1981.]]
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Pic57
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/* Canti popolari */
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<!--== Wikimedia italia ==
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== Contributi ==
{{#Babel:it|en-2|la-3|grc-3|}}
{{Qualità|avz=25%|data=9 giugno 2012|arg=Da definire}}
=== Partiture trascritte ===
==== Arie da Opere ====
{{smaller|· {{Testo|Al mio pregar t'arrendi}} · {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Amore_o_grillo|Amore o grillo}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 9/Aria|Aria}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/Aria di Colette|Aria di Colette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/La figlia di Iorio. Atto I. Solo di Candia: Carne mia viva, ti tocco la fronte.|Carne mia viva, ti tocco la fronte.}} · {{Testo|E l'uccellino...}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/La nuit tombait. 4. Crépuscule|La nuit tombait. 4. Crépuscule}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/La nuit tombait. 6. Il pleut|La nuit tombait. 6. Il pleut}} · {{Testo|L'Opera_in_film/La_serva_padrona_di_G._B._Pergolesi._Intermezzo_primo._Partitura_con_note_per_sequenza_cinematografica|La serva padrona di G. B. Pergolesi. Intermezzo primo}} · {{Testo|Nel cor più non mi sento}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/La figlia di Iorio. Atto III. Solo di Aligi: Rinverdisca per noi|Rinverdisca per noi}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per piano}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per violino}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/Risurrezione}}
}}
==== Barcarole ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 4/Barcarola|Barcarola}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/Barcarolle|Barcarolle}}
}}
==== Canti patriottici ====
{{smaller|· {{Testo|Canzone del Grappa (Spartito)}} · {{Testo|Daghela avanti un passo}} · {{Testo|La campana di San Giusto (brano musicale)|La campana di San Giusto}}
}}
==== Canti popolari ====
{{smaller|
· {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/A Roma le campane sona}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/A tavola rotonda}} {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Bel'ucelin del bò}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Cossa me importa a mi che non son bela}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Dona lombarda}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Fior di tomba}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Gigia gentil}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Guarda che bel seren...}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Guarda la luna...}}· {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/I Scartozzi}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/In gondola te voi' menar}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/L'omo xe un angelo}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La bella che dorme}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La Ciosota}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La mia bella se ciama Sofia...}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La pesca dell'anello}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/La prova}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/No, l'amore peccato non è}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Per far i gnochi}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Scartozzi chi vol comprar?}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Se m'â tocà soldato...}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Serenada}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Son bambinela}}
}}
==== Canzoni ====
{{smaller|
· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 4/In sogno!|In sogno}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 3/Io la baciavo...|Io la baciavo...}} ·{{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/Perché dolce, caro bene}} · {{Testo|'Till The End O' The World With You}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 4/Torna Amore}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 2/Tra il sì e il no}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/La ritrosa|La ritrosa}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Notti di maggio!}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/On dit!|On dit!}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 1/Prima Neve}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 10/Rayon de Lune!..}} · {{Testo|Il poveretto}} · {Testo|Lontana}}
}}
==== Gavotte ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 2/Charmante coquette|Charmante coquette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 3/Dansez marquise|Dansez marquise}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Talon Rouge}}
}}
==== Marce ====
{{smaller|· {{Testo|La marcia dei soldatini di piombo}} · {{Testo| Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia}}
}}
==== Mazurche ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/Bambini in festa|Bambini in festa}} · {{Testo|Mazurka in do maggiore. Opera postuma|Mazurka in do maggiore. Opera postuma}}
}}
==== Minuetti ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 4/Minuetto lento|Minuetto lento}}
}}
==== Musica sacra ====
{{smaller| · {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N. 9/Ave Maria|Ave Maria}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 12/Al Presepio|Al presepio}}
}}
==== Ninna nanne ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 9/Ninna-nanna|Ninna-nanna}}
}}
==== Polke ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/A bocca dolce|A bocca dolce}}
}}
==== Romanze ====
{{smaller|
· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/Momento primaverile|Momento primaverile}}
}}
==== Valzer ====
{{smaller|· {{Testo|Musica e Musicisti, 1904 vol.II/N. 9/Intermezzo-Valse}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 1/Valse Enlaçante}}
}}
=== Articoli e saggi brevi ===
{{smaller|
{{Testo|Alcune note sul cinema nord americano 1939-46}} · {{Testo|Armi e scene della guerra dell'avvenire}} · {{Testo|Cani attori}} · {{Testo|Charlot (Curio Mortari)}} · {{Testo|Cinecittà}} · {{Testo|Cinema sperimentale}} · {{Testo|Come riorganizzo la cinematografia tedesca}} · {{Testo|Dalla sceneggiatura alla produzione}} · {{Testo|Date della cinematografia italiana delle origini (1895-1935)}} · {{Testo|Dramma e sonoro}} · {{Testo|Due manifesti sul sonoro 1928-1934}} · {{Testo|Eisenstein o della coerenza stilistica}} · {{Testo|Eisenstein o della coerenza stilistica}} · {{Testo|Evoluzione del truccaggio}} · {{Testo|Fabbrica del volto|La fabbrica del volto}} · {{Testo|Film storici}} · {{Testo|Film storici}} ·
{{Testo|Fregoli pioniere del muto e precursore del sonoro}} · {{Testo|Gli attori che ho diretto in America}} · {{Testo|I popoli africani dinanzi allo schermo}} · {{Testo|I ragazzi eroi del film}} · {{Testo|Il cinema arte }} · {{Testo|Il cinema quando non esisteva}} · {{Testo|Il cinematografo non esiste}} · {{Testo|Il film sonoro }} · {{Testo|Il ritorno di Francesca Bertini}} · {{Testo|Il teatro è un'altra cosa}} · {{Testo|In fondo, un affare}} · {{Testo|Inferiorità del cinema}} · {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 2/“La Nave„ di Gabriele D'Annunzio}} · {{Testo|L'Opera in film}} · {{Testo|La cinematografia futurista}} · {{Testo|La fucina della cinematografia italiana}} · {{Testo|La musica e il film}} · {{Testo|La segretaria invisibile}} · {{Testo|Manualetto del cinedilettante}} '''[**]''' · {{Testo|Melchiorre Dèlfico}} '''[**]''' ·{{Testo|Nella storia del cinema un rigo per Gertrude Stein}} · {{Testo|Nita Naldi}} · {{Testo|Note sul neo-realismo}} · {{Testo|Organizzazione della produzione}} · {{Testo|Per la storia...}} · {{Testo|Prassi del dialogo cinematografico}} · {{Testo|Realtà o verità?}} · {{Testo|Ricetta per scrivere commedie}} · {{Testo|Rod La Rocque}} · {{Testo|Un grande film del 1918}} · {{Testo|Un superfilm del 1902 }} · {{Testo|Un veliero bianco}}
}}
=== Libri ===
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{{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)}} '''[*]''' · {{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)/I Carabinieri genovesi a Calatafimi}} '''[*]''' · {{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)/Le guide dei Mille}} '''[*]''' · {{Testo|Francesco d'Assisi e il suo secolo}} · {{Testo|L'Antiteatro}} · {{Testo|Le novelle del Cinematografo}} · {{Testo|Pescatori d'Islanda}} · {{Testo|La scienza nuova - Volume I}} '''[*]''' · {{Testo|Cena de le ceneri}} '''[*]''' · {{Testo|Lo cunto de li cunti}} '''[*]''' · {{Testo|Il Canzoniere (Bandello)}} '''[*]''' · {{Testo|Sopra le vie del nuovo impero}} · {{Testo|Malombra}} · {{Testo|Idillii spezzati}} · {{Testo|La Cicceide legittima}} '''[*]''' · {{Testo|Come si possa diventare artisti cinematografici}} · {{Testo|La figlia di Lady Rose}} '''[*]''' · {{Testo|Guida allo studio della Lingua Italiana}} · {{Testo|Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire}}'''[***]'''
}}
=== Riviste ===
{{smaller|
{{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._1|Ars et Labor, 1906 n. 1}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._2|Ars et Labor, 1906 n. 2}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._3|Ars et Labor, 1906 n. 3}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._4|Ars et Labor, 1906 n. 4}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._5|Ars et Labor, 1906 n. 5}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._6|Ars et Labor, 1906 n. 6}}
}}
{{Rule|10em|}}
<poem>{{x-smaller|'''[*]''' Contribuito significativamente}}
{{x-smaller|'''[**]''' Pubblicazione a puntate}}
{{x-smaller|'''[***]''' Rilettura}}</poem>
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== Laboratori ==
* [[Utente:Pic57/Laboratorio cinema|Cinema]]
* [[Utente:Pic57/Laboratorio musica|Musica]]
* [[Speciale:PagineIndice|Un po' di tutto]]
== Education ==
* [[Utente:Pic57/wikimediaeducation|Ho cominciato così]]
* [[Utente:Pic57/studenti|Pagina degli Studenti]]<br/>
* [[Utente:Pic57/studenti/biblioteca|Biblioteca Scolastica]]
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== Statistiche di Pic57==
* [https://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Special%3ACentralAuth&target=Pic57 Global account information]
* [https://dewkin.toolforge.org/Pic57@itwikisource Deep Wiki Inspector su it.wikisource]
== Statistiche Wikisource ==
* [[Speciale:Statistiche| it.wikisource]]
** [[:na:Special:Statistics| na.wikisource]]
* [[:la:Special:Statistics| la.wikisource]]
* [[:fr:Special:Statistics| fr.wikisource]]
* [[:en:Special:Statistics| en.wikisource]]
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== [[Utente:Pic57/wikidiario|Wikidiario]] ==
== Vecchissima, ma pur sempre... Tesi ==
* [[Trasformazioni_industriali_e_trasformazioni_linguistiche_nel_cinema_americano_del_dopoguerra|Trasformazioni industriali e trasformazioni linguistiche nel cinema americano del dopoguerra, 1981.]]
**[[Progetto: Tesi|Progetto Tesi]]
''Pagine linkabili e riferimenti''
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|{{rl|68}}|''Glossario-indice''|}}</noinclude>
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Accidente, II, {{Pg|254|254|bII}}. {{spazi|5}}Accidente (Aria d’), I, {{Pg|142|142|bI}}. {{spazi|5}}Accidente (Un), I, {{pg|5|5|bI}}.
Accidenti, I, {{pg|185|185|bI}}; II, {{pg|115|115|bII}}; VI, {{pg|181|181|bVI}}.
Accidentini, II, {{pg|2|2|bII}}, n. 5.
Accimata, II, {{pg|223|223|bII}}.
Accimatore, VI, {{pg|265|265|bVI}}.
Accimature, IV, {{pg|264|264|bIV}}; VI, {{pg|157|157|bVI}}.
Accimetti, II, {{pg|182|182|bII}}.
Acciputa, VI, {{pg|272|272|bVI}}.
Acciso, I, {{pg|69|69|bI}}; V, {{pg|339|339|bV}}.
Acciuffato -a, II, {{pg|305|305|bII}}; III, {{pg|19|19|bIII}}.
Accojje, III, {{pg|83|83|bIII}}.
Accommidà, IV, {{pg|253|253|bIV}}.
Acconcedo, IV, {{pg|2|2|bIV}}.
Acconcijjà, V, {{pg|39|39|bV}}.
Acconcio, III, {{pg|294|294|bIII}}.
Acconto, IV, {{pg|141|141|bIV}}.
Accoppatura, V, {{pg|230|230|bV}}.
Accorasse, VI, {{pg|305|305|bVI}}.
Accordassi, IV, {{pg|100|100|bIV}}.
Accorgio, II, {{pg|330|330|bII}}.
Accucciato, V, {{pg|335|335|bV}}.
Accusì, I, {{Pg|117|117|bI}}. {{spazi|5}}Accusì mme l’aritrovo, I, {{pg|49|49|bI}}; II, {{pg|140|140|bII}}.
Acquasantiera, IV, {{pg|187|187|bIV}}.
Acquasi, I, {{pg|105|105|bI}}.
Acquavita, V, {{pg|312|312|bV}}.
Adasciadascio, I, {{pg|159|159|bI}}.
Adascio, III, {{pg|73|73|bIII}}.
Addanna, V, {{pg|314|314|bV}}.
Addannà, I, {{pg|164|164|bI}}.
Addanno, IV, {{pg|54|54|bIV}}.
Addiliggeri, I, {{Pg|95|95|bI}}.
Addimanni, VI, {{pg|70|70|bVI}}.
Addistruzzione, IV, {{pg|257|257|bIV}}.
Addiventà, I, {{pg|32|32|bI}}.
Addominà, III, {{pg|157|157|bIII}}.
Adducumenti, IV, {{pg|258|258|bIV}}.
Aéo, I, {{pg|42|42|bI}}; II, {{pg|242|242|bII}}.
Affermà, IV, {{pg|12|12|bIV}}.
Affermato -a, VI, {{pg|88|88|bVI}}.
Affermaveno, IV, {{pg|158|158|bIV}}.
Afférmete, I, {{pg|44|44|bI}}.
Affermo, III, {{pg|385|385|bIII}}.
Affermònno, IV, {{pg|61|61|bIV}}.
Affettatte, IV, {{pg|127|127|bIV}}.
Affetto -i, IV, {{pg|116|116|bIV}}.
Affiara (S’), I, {{pg|3|3|bI}}.
Affiarato, I, {{pg|68|68|bI}}.
Affiarò, V, {{pg|14|14|bV}}.
Affibbieno, V, {{pg|196|196|bV}}.
Affilato, III, {{pg|433|433|bIII}}.
Affonna, I, {{pg|104|104|bI}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Affonnato, III, {{pg|318|318|bIII}}.
Affrigge, III, {{pg|53|53|bIII}}.
Affritta, II, {{pg|413|413|bII}}.
Affritti, III, {{pg|387|387|bIII}}.
Affronta (Ss’), IV, {{pg|136|136|bIV}}.
Affrontiera, VI, {{pg|333|333|bVI}}.
Agaggo, V, {{pg|23|23|bV}}.
Aggara (A l’), I, {{pg|153|153|bI}}.
Aggiónti, III, {{pg|300|300|bIII}}.
Aggiudicà, VI, {{pg|265|265|bVI}}.
Aggnéde, I, {{pg|111|111|bI}}.
Aggnédeno, IV, {{pg|401|401|bIV}}; VI, {{pg|154|154|bVI}}.
Aggnédero, II, {{pg|319|319|bII}}.
Aggnédi, II, {{pg|203|203|bII}}.
Aggnédono, IV, {{pg|24|24|bIV}}.
Aggrappo, II, {{pg|308|308|bII}}.
Aggratis, V, {{pg|332|332|bV}}.
Aggriccia, IV, {{pg|437|437|bIV}}.
Aggriccio, VI, {{pg|172|172|bVI}}.
Aggriffa, IV, {{pg|270|270|bIV}}.
Aggrufa, VI, {{pg|179|179|bVI}}.
Agguantà, I, {{pg|91|91|bI}}.
Agguantajje, VI, {{pg|36|36|bVI}}.
Agguattà, IV, {{pg|12|12|bIV}}.
Agguattànnose, II, {{pg|319|319|bII}}.
Agguattato -a, I, {{pg|107|107|bI}}; III, {{pg|205|205|bIII}}.
Aghita, III, {{pg|403|403|bIII}}.
Agliorca, IV, {{pg|409|409|bIV}}.
Agliuto, III, {{pg|86|86|bIII}}.
Agliuto de costa (-e), III, {{pg|86|86|bIII}}; {{pg|194|194|bIII}}.
Agnédeno — V. ''Aggnédeno''.
Agnédi, II, {{pg|203|203|bII}}.
Agnusdèo, II, {{pg|220|220|bII}}.
Agostiggnano, IV, {{pg|104|104|bIV}}.
Agreddorce, I, {{pg|151|151|bI}}.
Agresta, I, {{pg|111|111|bI}}; IV, {{pg|39|39|bIV}}.
Agro (Me sa un pò d’), II, {{Pg|348|348|bII}}.
Ah, II, {{pg|272|272|bII}}; {{pg|406|406|bII}}; V, {{Pg|319|319|bV}}. {{spazi|5}}Ah, ah, I, {{Pg|186|186|bI}}. {{spazi|5}}Ah, de carta, I, {{Pg|123|123|bI}}. {{spazi|5}}Ah nno, III, {{pg|5|5|bIII}}.
Ahàggnola, I, {{pg|197|197|bI}}.
Aibbò, III, {{pg|193|193|bIII}}.
Aibbòo, V, {{pg|49|49|bV}}.
Aimme, IV, {{pg|303|303|bIV}}.
Ainàveno, II, {{pg|326|326|bII}}.
Ajjesse, II, {{pg|343|343|bII}}.
Ajjetto, III, {{pg|164|164|bIII}}; V, {{pg|157|157|bV}}.
Ajjo ''e'' Ajo, IV, {{pg|92|92|bIV}}; {{pg|311|311|bIV}}.
A l’ammente, II, {{pg|249|249|bII}}.
A le du’ a le tre, I, {{pg|34|34|bI}}.
Alegria, IV, {{pg|76|76|bIV}}.
Alesio, III, {{Pg|328|328|bIII}}.
Alisce, I, {{Pg|99|99|bI}}.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||''Glossario-indice''|{{rl|69}}}}</noinclude>
{{Colonna|em=-1}}
Aliscette, I, {{pg|191|191|bI}}.
''All’acqua de Venanzio'', III, {{pg|398|398|bIII}}.
Allancata, VI, {{pg|14|14|bVI}}.
Allapposo, V, {{pg|324|324|bV}}.
Allegrotto, VI, {{Pg|206|206|bVI}}.
Allevata, V, {{pg|10|10|bV}}.
Allevimo, III, {{pg|159|159|bIII}}.
Alloggi, II, {{pg|263|263|bII}}.
Allonguzzione, V, {{pg|131|131|bV}}.
All’otto, IV, {{pg|122|122|bIV}}.
Aló, I, {{pg|40|40|bI}}.
Alò (S.), IV, {{pg|244|244|bIV}}.
Alteria, III, {{pg|373|373|bIII}}.
Amancheno, III, {{pg|420|420|bIII}}.
Amico -hi, I, {{pg|122|122|bI}}; II, {{pg|5|5|bII}}.
Amico scerasa, III, {{pg|363|363|bIII}}.
Amidaro (Esse a l’), VI, {{pg|54|54|bVI}}.
Amido (Esse a l’), VI, {{pg|54|54|bVI}}, n. 21.
Amirè (In), V, {{pg|405|405|bV}}.
Ammaccàmme, I, {{pg|4|4|bI}}.
Ammaita, VI, {{pg|42|42|bVI}}.
Ammalappena, I, {{pg|34|34|bI}}.
Ammalorcicato -a, II, {{pg|25|25|bII}}; V, {{pg|106|106|bV}}; {{pg|219|219|bV}}.
Ammannisse, II, {{pg|108|108|bII}}.
Ammantate, II, {{pg|99|99|bII}}; VI, {{pg|153|153|bVI}}.
Ammascherasse, II, {{pg|320|320|bII}}.
Ammascherato, I, {{pg|69|69|bI}}.
Ammattista, IV, {{pg|139|139|bIV}}.
Ammazza, I, {{pg|200|200|bI}}.
Ammazzassi, III, {{pg|78|78|bIII}}.
Ammazzàssino, III, {{pg|232|232|bIII}}.
Ammazzati, VI, {{pg|1|1|bVI}}.
Ammazzatore, II, {{pg|18|18|bII}}.
Ammèn-gesù, VI, {{pg|221|221|bVI}}.
Ammènne, I, {{pg|43|43|bI}}.
Ammente (A la), II, {{pg|249|249|bII}}.
Ammòllo, I, {{pg|43|43|bI}; {{pg|117|117|bI}.
Ammolleno, III, {{pg|271|271|bIII}}.
Ammoniti, IV, {{pg|391|391|bIV}}.
Ammonto, II, {{pg|367|367|bII}}.
Ammroscio, I, {{pg|188|188|bI}}.
Ammusa, I, {{pg|2|2|bI}}; III, {{pg|156|156|bIII}}.
Amor da cane, III, {{pg|58|58|bIII}}.
Amorosi, II, {{pg|316|316|bII}}.
Ancinella, VI, {{pg|130|130|bVI}}.
Ancinello, V, {{pg|40|40|bV}}; {{pg|64|64|bV}}.
Ancino, I, {{pg|152|152|bI}}.
Andàmo, I, {{Pg|180|180|bI}}.
Andiedi, III, {{pg|391|391|bIII}}; IV, {{pg|55|55|bIV}}, n. 4.
Andivia, IV, {{pg|140|140|bIV}}.
Andriè, V, {{pg|95|95|bV}}.
Andromatico, III, {{pg|366|366|bIII}}.
Aneto, IV, {{pg|434|434|bIV}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Angiolonóna, VI, {{pg|213|213|bVI}}.
Angonìa, III, {{pg|69|69|bIII}}.
Anguillottina, II, {{pg|34|34|bII}}.
Anima de miccio, II, {{pg|37|37|bII}}; IV, {{Pg|188|188|bIV}}. {{spazi|5}}Anima (Tira ll’... co’ li denti), II, {{pg|421|421|bII}}.
Animaccia, III, {{pg|377|377|bIII}}.
Animella, III, {{pg|405|405|bIII}}.
Anime sante, IV, {{pg|307|307|bIV}}.
Annà, II, {{pg|12|12|bII}}.
Annàcce, I, {{pg|122|122|bI}}.
Annàccene, IV, {{pg|305|305|bIV}}.
Annalle, VI, {{pg|19|19|bVI}}.
Annàmio, III, {{pg|270|270|bIII}}.
Annàmo, I, {{pg|51|51|bI}}.
Anna Bbalena, II, {{pg|296|296|bII}}.
Annanno, II, {{pg|362|362|bII}}.
Annasa, I, {{pg|56|56|bI}}.
Annasse, I, {{pg|15|15|bI}}.
Annassi, I, {{pg|72|72|bI}}; {{pg|218|218|bI}}.
Annata, IV, {{pg|186|186|bIV}}; V, {{pg|235|235|bV}}.
Annate, I, {{pg|240|240|bI}}.
Annàtevel’ a mmaggna, III, {{pg|74|74|bIII}}.
Annàvio, VI, {{pg|254|254|bVI}}.
Annavo, III, {{pg|12|12|bIII}}.
Anneranno, IV, {{pg|276|276|bIV}}.
Annerebbe, I, {{pg|90|90|bI}}.
Anneréssivo, III, {{pg|86|86|bIII}}.
Annerìa, VI, {{pg|273|273|bVI}}.
Annétte, II, {{pg|4|4|bII}}.
Annetterebbe, III, {{pg|386|386|bIII}}.
Annibbile, I, {{pg|78|78|bI}}.
Anniscito, II, {{pg|224|224|bII}}.
Anniscónne, I, {{pg|94|94|bI}}.
Annisconnijji, III, {{pg|361|361|bIII}}.
Annisconno, IV, {{pg|286|286|bIV}}.
Anniscosta, III, {{pg|422|422|bIII}}.
Anniscosto (D’), III, {{pg|266|266|bIII}}.
Annò, III, {{pg|167|167|bIII}}; IV, {{pg|55|55|bIV}}, n. 4.
Annònno, III, {{pg|154|154|bIII}}.
Anno-penanno, IV, {{pg|149|149|bIV}}.
Annòrno, II, {{pg|52|52|bII}}.
Anticajjia, II, {{Pg|358|358|bII}}. {{spazi|5}}Anticajja e pietrella, V, {{pg|430|430|bV}}.
Anticore, IV, {{pg|331|331|bIV}}.
Antilusce, IV, {{pg|106|106|bIV}}.
Antrettanto, I, {{pg|81|81|bI}}.
Antro -a -i, I, {{pg|2|2|bI}}; {{pg|53|53|bI}}; {{pg|80|80|bI}}; IV, {{pg|58|58|bIV}}.
Anzalata, IV, {{pg|140|140|bIV}}.
Anzianità, I, {{pg|95|95|bI}}.
Àpica, IV, {{pg|66|66|bIV}}.
Apostola, III, {{pg|247|247|bIII}}.
Appara (Ss’), I, {{pg|49|49|bI}}.
{{nop}}<noinclude><references/></noinclude>
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{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|alle cucine,}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|non si potrebbe?»}}
{{Centrato|{{type|f=18pt|l=3pt|<sub><nowiki>***</nowiki></sub>}}}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|Fermi Tranquillo,}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|della classe '89,}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|di Massa Carrara,}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|a volte le granate...}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|tremava perfino il furiere,}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|chi perdeva l'appetito,}}
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{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|pregavi il Signore Iddio:}}
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{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|per la paura,}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|tutto il pane che restava,}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|tutta la pasta delle gavette,}}
{{spazi|26}}{{type|f=12pt|w=4pt|l=.5pt|pulivi le marmitte!}}
</poem><noinclude><br />{{PieDiPagina|{{spazi|20}}— 66||}}
<references/></noinclude>
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Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/180
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|10|{{Sc|a m. pino de’ rossi}}|}}</noinclude>già di troppo più splendida fama stati appresso le nazioni strane che appresso noi. E se io quanto credo ben compresi del vostro ingegno, non dubito punto che in qualunque parte dimorerete, non siate in quel pregio che in Firenze eravate, o maggiore. E se pur vogliamo il vostro accidente non permutazione ma esilio chiamare, vi dovete ricordare non esser primo nè solo; e l’aver nelle miserie compagni suole esser grande alleggiamento di quelle; e il vedere o il ricordarsi delle maggiori avversità in altrui, suole o dimenticanza o alleggiamento recare alle sue. E però acciocchè solo non crediate nell’esilio essere dalla fortuna ingiuriato, e abbiate in cui ficcar gli occhi quando la noia dell’esilio vi pugne, estimo non senza frutto il ricordarvene alquanti molto maggiori stati ne’ loro reami, che voi nella vostra città, co’ quali, se alle loro miserie guardate, non cambiereste le vostre.
{{Wl|Q27613|Cadmo}} re di Tebe, di quella medesima citta ch’egli aveva edificata cacciato, vecchio morì sbandito appo gl’Illirii. Sarca re de’ Molossi cacciato da {{Wl|Q130650|Filippo re di Macedonia}}, in esilio finì la misera sua vecchiezza. {{Wl|Q380453|Dionisio}} tiranno, di Siracusa cacciato, in Corinto divenne maestro d’insegnar leggere a’ fanciulli. {{Wl|Q353141|Siface}} grandissimo re di Numidia dalla sua più somma altezza vide il suo grand’esercito sconfitto, tagliato e scacciato, e da’ nemici il suo regno occupato, e le città prese; e {{Wl|Q241210|Sofonisba}} sua moglie, da lui sopra ogni altra cosa amata, nelle braccia vide di {{Wl|Q314685|Massinissa}} suo capitale nemico; e oltre a ciò sè prigione de’ Romani, e carico di catene, non solamente<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Petrarca - Il mio segreto, Venezia, 1839.djvu/124
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Phe-bot" />1741</noinclude>rizzare la prora? che altro deggio pensarmi,
se non quello che tocco con mano?
''A''. — Tu non guardi se non dinanzi a
te; ma se ti mirassi da tergo, scorgendo
la innumerevol turba che move dopo i tuoi
passi, non che essere nelle ultime file, si
ti sarebbe d'avviso di camminar nelle prime.
Ma la soverchia inflessibilità del tuo proposto, ti vieta di veder tanto.
''P''. — E il feci altra fiata, e posi mente ai
tanti che mi venivano appresso, senza che
arrossissi della mia sorte; e a buon diritto,
perchè
„Di tante cure il pondo odio e detesto„.
Che anzi, a valermi delle frasi dello stesso
Orazio, mi tocca sempre
„Pendere dalla incerta ora che fugge„.
Ma ove mi si tolga di dosso questa ansietà, ho abbondevolmente di che fornire al
bisognevole; e dirò, con buona pace, ciò
che al luogo stesso soggiunge il poeta:
<poem>
„Forse troppo richieggio? A me sol basta
Ciò che possedo, e forse men. Trascorra
Cosi del viver mio placida l'ora;
Se lunga vita ancor m'assente il Nume!
</poem><noinclude></noinclude>
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2026-04-10T15:05:13Z
Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Phe-bot" />{{RigaIntestazione|1741||}}</noinclude>rizzare la prora? che altro deggio pensarmi,
se non quello che tocco con mano?
''A''. — Tu non guardi se non dinanzi a
te; ma se ti mirassi da tergo, scorgendo
la innumerevol turba che move dopo i tuoi
passi, non che essere nelle ultime file, si
ti sarebbe d'avviso di camminar nelle prime.
Ma la soverchia inflessibilità del tuo proposto, ti vieta di veder tanto.
''P''. — E il feci altra fiata, e posi mente ai
tanti che mi venivano appresso, senza che
arrossissi della mia sorte; e a buon diritto,
perchè
„Di tante cure il pondo odio e detesto„.
Che anzi, a valermi delle frasi dello stesso
Orazio, mi tocca sempre
„Pendere dalla incerta ora che fugge„.
Ma ove mi si tolga di dosso questa ansietà, ho abbondevolmente di che fornire al
bisognevole; e dirò, con buona pace, ciò
che al luogo stesso soggiunge il poeta:
<poem>
„Forse troppo richieggio? A me sol basta
Ciò che possedo, e forse men. Trascorra
Cosi del viver mio placida l'ora;
Se lunga vita ancor m'assente il Nume!
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Pagina:Nodier - Racconti Fantastici, 1890.djvu/16
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Cruccone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|16|{{Sc|del fantastico in letteratura}}|}}</noinclude>più famigliare di quelli ove egli ha smarrito l’ippogrifo; quando i suoi canti risentono d’una ispirazione sopranaturale o sembrano provenire da un altro mondo? Colla mente piena dello studio degli antichi, egli non isdegna di rapir qualche lembo alle loro spoglie; ma ciò non fa mai senza adattarlo al carattere, alla fisonomia de’ suoi personaggi e al libero andamento delle sue composizioni. Egli è indipendente anche quando obbedisce, ancora nuovo quando imita, e non si sottomette alla fantasia degli altri che per sazietà della propria, la cui profusione lo stanca e lo nausea. Gli è che egli ha rubato lo scrigno d’Alcina o i tesori segreti delle miniere del Cattai e il pudore dell’opulenza gli insegna a mescolare di tanto in tanto le ricchezze più volgari a quelle dì cui dispone con tanta facilita. Dopo l’{{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Ariosto}} e i suoi fiacchi imitatori, il fantastico non si mostra quasi più nella letteratura italiana; e ciò è spiegabilissimo; l’Ariosto lo aveva esaurito. Chi crederebbe che questa musa dell’ideale, figlia elegante e fastosa dell’Asia, si rifugiò lungo tempo sotto le nebbie della Gran Bretagna? Spaventata forse dalle pompe malinconiche del Nord il cui teismo lugubre l’aveva portata fino al trono di Odino e delle vaporose finzioni della Scozia, dove l’arpa del bardo non si marita che al fracasso delle clay mores<ref>Lunga spada a due mani in uso presso i popoli della Scozia e delle Ebridi.</ref> ed ai muggiti delle tempeste, essa cercò bentosto di riposarsi di quelle immaginazioni vive e ridenti che avevan rallegrato dei loro canti voluttuosi le prime feste della sua infanzia. Venne {{AutoreCitato|William Shakespeare|Shakspeare}}, che conosceva appena nella cerchia della sua isola, ''orbe tota divisa'', secondo l’espressione di {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}}, le meraviglie del mondo fisico, ma che le aveva scorte in qualche sublime visione e che comprendeva i prodigi del regno del sole come se vi avesse passeggiato in sogno nelle braccia di una fata; poichè Shakspeare e la poesia è la stessa cosa. {{AutoreCitato|Edmund Spenser|Spencer}} non aveva fatto che tracciargli la via; egli l’allargò, la prolungò, rabbellì di nuovi spettacoli, la riempi, l’inondò di figure più fresche, più aeree, più trasparenti delle apparizioni fuggitive dei sogni mattutini; egli vi guidò le danze romantiche d’Oberon e di Titania e de’ genii, i quali col piede più leggero di quello di Camilla toccano essi pure la zolla senza calpestarla; vi seminò que’ fiori olezzanti di profumi celesti che si aprono ai tepidi calori dell’aurora per ricevere il popolo notturno degli spiriti e stan chiusi con lui fino a sera come padiglioni incantati; egli sparse nell’aria de’ splendori ignoti, accordò delle lire celesti, che<noinclude>{{ruleLeft|4em}}</noinclude>
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La Costa d'Avorio/30. Le stragi della festa dei costumi
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L'Uomo di fuoco/21. La fuga
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L'Uomo di fuoco/22. Ancora il marinaio di Solis
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L'Uomo di fuoco/23. Ritorno alla savana
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L'Uomo di fuoco/24. L'isolotto
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L'Uomo di fuoco/25. Un combattimento fra antropofaghi
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Le stragi della «festa dei costumi»''}}|221|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Si tenne un momento ritto in mezzo alla piattaforma, guardando la folla che stipava la piazza, poi si sedette su di un gran seggiolone coperto da un arazzo giallo, mentre ai suoi piedi si sdraiava, su di un cuscino, Behanzin, il futuro re del Dahomey ed anche l’ultimo.
Ad un tratto Alfredo, che teneva gli sguardi fissi sul palco reale, strinse fortemente un braccio d’Antao.
— Cos’hai? — gli chiese il portoghese, stupito.
— Guardalo!...
— Chi?... Il re?...
— No, Kalani!... — rispose Alfredo coi denti stretti.
Un negro d’alta statura, coperto da un ampio mantello di cotone bianco adorno di serpentelli dipinti in rosso e col capo irto di penne d’uccelli di rapina, si era avanzato fino all’orlo della piattaforma.
Era un uomo dai lineamenti arditi, dallo sguardo vivo, penetrante, intelligente e dalla carnagione assai cupa. Si capiva anche a prima vista che non apparteneva alla razza dahomena, ma si capiva pure che quel negro doveva possedere una energia ben superiore ai suoi snervati compatrioti delle regioni del sud. La sua voce, potente come quella d’un leone, echeggiò nella vasta piazza, dominando il fracasso della banda reale e le grida degli ''ahpolos'' celebranti le truci imprese del sanguinario monarca.
Kalani invitava i capi tribù ed i capi dei ''salam'', ossia dei quartieri delle varie città del Dahomey, a deporre ai piedi del re il dono cui erano obbligati ad offrire in segno di sudditanza.
Tosto Alfredo ed Antao, dal loro elevato posto, videro avanzarsi attraverso la piazza, strisciando nella polvere come tanti serpenti, oltre cento negri, ognuno dei quali portava seco un sacchetto di tela contenente il dono.
Salirono, sempre strisciando e tenendo la testa china al suolo, come se fosse loro vietato di guardare in viso il monarca, le gradinate della vasta piattaforma e andarono a deporre le offerte dinanzi al trono, ritirandosi poi dietro ai ''cabeceri'', ai ''moci'' ed ai guardiani del tempio.
Kalani aveva ripresa la parola, rivolgendosi alla popolazione ed alle amazzoni schierate dinanzi alle due piattaforme. Parlava con aria di ispirato, cogli sguardi fissi sul sole che allora si mostrava, in tutto il suo splendore, sugli ultimi altipiani. {{Pt|Av-|}}<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|222|{{smaller|''Capitolo trentesimo''}}||riga=si}}</noinclude>{{Pt|vertiva|Avvertiva}} gli abitanti {{ec|dei|del}} Dahomey delle lagnanze dei defunti monarchi per la scarsità dei sacrifici umani, delle loro tremende minacce di mandare a soqquadro il regno e della decisione presa dal potentissimo Geletè di raddoppiare il numero delle vittime onde calmare gli sdegni dei fondatori della dinastia, e quindi la necessità d’intraprendere altre guerre coi popoli vicini per avere un gran numero di prigionieri da macellare. Terminò promettendo, in nome del re, una grande spedizione guerresca nei paesi dei Krepi e dei Togo e contro gli Jesa di Ckiadan, da intraprendersi dopo i raccolti.
Poco dopo, mentre il sanguinario capo dei sacerdoti si rinvigoriva lo stomaco tracannando una mezza bottiglia di ginepro, datagli dal re, le amazzoni allargavano le loro file per lasciare uno spazio sufficiente alle esecuzioni.
Venti schiavi, tutti uomini, colla testa adorna di penne d’uccelli e le braccia e le gambe coperte da numerosissimi anelli di rame, furono condotti sulla piazza. Quei disgraziati erano tutti capi di tribù, fatti prigionieri un mese innanzi al di là del Mono. Parevano rassegnati al loro triste destino, poichè non opponevano alcuna resistenza ai soldati che li spingevano verso la piattaforma reale, anzi mostravano una calma ammirabile.
Quei venti capi erano destinati a recarsi dai defunti monarchi del Dahomey per avvertirli, che d’ora innanzi, Geletè avrebbe meglio osservate le feste dei ''grandi costumi'' e che avrebbe sacrificato un maggior numero di vittime.
Prima che se ne andassero all’altro mondo a trovare i defunti, il re ordinò che si rinvigorissero con un bicchiere di ginepro e che si consegnasse loro una fila di ''cauris'' (circa lire 2,50) per provvedersi di che mangiare lungo il viaggio ed una bottiglia di ''rhum'' di tratta per dissetarsi, poi fece cenno al carnefice di cominciare le esecuzioni.
Fu l’affare di pochi istanti. Il gran giustiziere del re, un negro gigantesco che doveva essere dotato d’una forza prodigiosa, in pochi istanti, colla sua larga e affilatissima sciabola, aveva fatto cadere al suolo le venti teste.
Antao, nauseato, aveva fatto atto d’alzarsi per prorompere forse in invettive contro il sanguinario re, a rischio di compromettere la propria vita e quella dei compagni, ma Alfredo, con un gesto imperioso, l’aveva costretto a riprendere subito il suo posto.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Le stragi della «festa dei costumi»''}}|223|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Un gesto solo basta per perderci tutti, — gli mormorò all’orecchio. — Se vuoi farci assassinare, alzati e parla.
— Non commetterò mai simile imprudenza, Alfredo, — rispose il portoghese, — ma queste atroci esecuzioni mi fanno diventare idrofobo.
— E credi che io sia tranquillo?... Darei dieci anni di vita per balzare alla gola di Geletè e di quella canaglia di Kalani. Queste scene mi fanno orrore, eppure sono costretto a frenarmi per salvare la nostra vita e quella del piccolo Bruno.
— Non mi muoverò, Alfredo. —
Intanto i sacrifici in grande erano cominciati dinanzi alla piattaforma reale. Dopo la decapitazione di quei venti capi, erano stati sacrificati sessanta buoi, dodici cavalli ed un coccodrillo, poi una banda di sessanta negri fra uomini e donne.
Il sangue che usciva da quell’ammasso di corpi, scorreva per la piazza, arrossando i piedi di quelle migliaia di spettatori mentre un odore nauseante si espandeva in aria, quell’acre odore che si sente nei macelli.
Il popolaccio ed i soldati applaudivano freneticamente l’abilità del gigantesco carnefice e guazzavano in mezzo a quel sangue come se fossero diventati tigri. Con urla spaventevoli reclamavano nuovi sacrifici per placare gli spiriti irritati dei defunti monarchi.
Geletè non si faceva pregare. Ad un suo ordine nuove truppe di schiavi terrorizzati venivano spinti, a legnate, a pugni, e calci, in mezzo al vasto triangolo formato dalle amazzoni e nuove teste rotolavano a destra ed a manca.
Al grande giustiziere del re si erano uniti altri due carnefici e le pesanti ed affilate lame cadevano senza misericordia, mietendo le file di quei disgraziati prigionieri di guerra, mentre altri, forse gli aiutanti, raccoglievano le teste formando ai due lati della piattaforma due orribili piramidi.
Ad un tratto si fece un profondo silenzio. Sulla cima delle muraglie del palazzo reale erano saliti dei robusti soldati portando delle grandi ceste, specie di panieri che avevano una sola apertura dalla quale si vedeva uscire una testa umana.
In ognuna di quelle ceste era stato rinchiuso un povero negro, destinato a soddisfare le brame sanguinarie del popolo.
— Gran Dio!... — esclamò Antao, inorridito. {{ec||—}} Cosa sta per succedere?...<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|224|{{smaller|''Capitolo trentesimo''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Il re sta per lanciare i suoi regali al popolaccio, — rispose Alfredo.
— Dei regali viventi che quelle canaglie si affretteranno a fare a brani.
— A decapitare, Antao, poichè ogni testa si può cambiare con una bottiglia di rhum o di ginepro e una fila di cauris. Sarà l’ultimo sacrificio per oggi. —
I soldati intanto avevano deposti sul margine del muraglione quelle cinquanta o sessanta ceste. Le vittime che vi stavano rinchiuse dimenavano disperatamente la testa e mandavano urla di terrore, ma si trovavano nell’assoluta impossibilità di reagire, avendo le braccia e le gambe strettamente imprigionate.
Ad un cenno di Kalani tutti quei panieri furono precipitati nel vuoto, schiacciandosi contro le pietre della piazza. Allora accadde una scena mostruosa. La folla, come se fosse improvvisamente impazzita, si era scagliata con impeto irresistibile su quelle ceste. Quei truci negri avevano impugnati i loro coltellacci e si disputavano ferocemente le teste delle vittime che per loro rappresentavano una solenne ubriacatura.
In pochi istanti i panieri furono sventrati, i poveri schiavi, vivi o moribondi o morti in causa della caduta, furono strappati fuori e decapitati e le teste sanguinanti furono tosto cambiate contro file di cauris e bottiglie di ginepro o di rhum di tratta.
Era il segnale dell’orgia. Dalla piattaforma reale Geletè, Kalani, i ''cabeceri'' ed i ''moci'' gettavano sul popolo, per vedersele disputare, pezze di tela, file di cauris e bottiglie di liquori, mentre sulle piattaforme venivano portate casse di bottiglie di ginepro.
Il re, i suoi ministri, i cortigiani, i soldati ed il popolo si ubriacavano per chiudere solennemente la prima giornata della ''festa dei costumi,'' mentre sulla piazza sanguinante si dibattevano, fra le ultime convulsioni, le vittime.
{{RigaPunteggiata}}
{{rule|4em}}<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 194 —|}}</noinclude><nowiki />
Subito mi preoccupai perchè la balia la ricoprì tutta: non poteva soffocarsi, così?
E rientrando di là vidi che la donna continuava a lavorare la sua maglia, in fretta, come per riacquistare il minuto perduto. Ma perchè aveva voluto la bambina se era per continuare la sua vita inerte? Io invece mi sentivo tutto sconvolto solo per averne intraveduto il viso. Accennai ad andarmene. Volevo portarmi via intatta quell’impressione indefinibile che non era di gioia, nè di dolore perchè trascendeva l’una e l’altro; ma la donna mi guardò rapida col suo sguardo glauco, supplicandomi di restare.
E io restai: anche perchè la balia mi osservava; e i suoi occhi così lucidi che non lasciavano distinguerne il colore, mi ricordavano quelli di una biscia che avevo veduto una volta fra l’erba.
{{Centrato|★}}
Poi tornai altre volte.
La zia non aveva più febbre, ma era così debole che non poteva reggersi in piedi: per la debolezza sonnecchiava sempre, e la sua atonia diventava sempre più grave: mangiava se gliene<noinclude>
<references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 195 —|}}</noinclude>davo, non si lamentava di nulla ma non chiedeva mai nulla.
Il medico che la curava non venne più; ed io, che in fatto di piccoli debiti ero orgoglioso e volevo non se ne avesse, feci notare alla zia che bisognava pagargli le visite: ella non rispose, ma quando rientrai un’altra volta nella camera mi diede una busta con dentro del denaro.
E io andai dal dottore.
Il dottore abitava piuttosto lontano da noi in un villino fra la spiaggia e la pineta a metà strada dal paese vicino: per arrivare più presto attraversai la pineta: ed ero quasi felice quel giorno, non so perchè; forse perchè pensavo che la zia doveva avere dei denari nascosti e quindi non eravamo così bisognosi come credevo, forse perchè lei era quasi guarita ed io mi toglievo da quell’oscuro dubbio che fossi io con le mie pazzie e i miei errori a farle del male, o forse era semplicemente il bel tempo, con quell’aria tiepida, con la solitudine della pineta a farmi correre e respirare con gioia.
Là sotto era primavera: i tronchi dei pini tutti piegati verso nord, con le radici a fior di terra simili a grandi artigli, pareva corressero anch’essi, attraversandomi il passo, sul terreno molle tutto violaceo di foglie secche, o in qual-<noinclude>
<references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 196 —|}}</noinclude>che punto già ricoperto d’erba così fina che si aveva timore a passarci sopra, come sopra un tappeto nuovo. E che toni di verde giallino luminoso nelle chiome dei pini e in certi ciuffi di cespugli contorti che avevano appena cessato di combattere col vento marino e si abbandonavano ad una dolcezza stanca di convalescenti!
Nuvole bianche e dure come grandi uova si posavano qua e là sulle cime dei pini: così basse che pareva bastasse arrampicarsi sugli alberi per toccarle e tirarle giù; mentre il cielo invece era alto e d’un azzurro brillante che quasi non si lasciava fissare. Ricordo tutto, di quel giorno, come di tanti altri giorni della mia vita: giorni che sono come i quadri meglio riusciti nella lunga monotona serie dei quadri dei nostri giorni, quando la nostra figura si stacca gigantesca sul paesaggio che la circonda, per dominarlo meglio e immedesimarlo nel suo dramma.
Ed ecco che mentre sto per arrivare alla casa del dottore vedo una donna, una contadina piccola ma forte: ha in braccio una bimba di circa tre anni che pare morta, tanto s’abbandona, con le manine gialle pendenti e la testolina bionda scarmigliata, sull’omero della madre.
La raggiungo, nel sentiero sabbioso che va allargandosi sempre più, e mi metto a cammi-<noinclude>
<references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||— 197 —|}}</noinclude>nare con lei. La donna era a testa nuda coi capelli neri corti e con un aspetto quasi di zingara.
Cominciò subito a guardarmi con diffidenza, poichè io le facevo dei cenni per domandarle che male aveva la bambina, poi accortasi della mia infermità s’illuminò d’un tratto in viso quasi avesse ritrovato un fratello, e toccò la testa e la nuca della bimba per indicarmi che il male era lì: in ultimo mi accennò col capo la casa del dottore. Si proseguì dunque assieme, e si continuò, dirò così, a parlare. Sì, a parlare, perchè la donna mi capiva dal solo moto delle labbra, ed io capivo lei, come fossimo stati educati assieme. I suoi occhi brillavano di una certa intelligenza, il suo viso esprimeva con straordinaria mobilità i più intimi moti del suo animo, e sopratutto la sua curiosità e la sua pietà per me.
La casa del dottore non era distante da noi più di un centinaio di metri, e già prima di arrivare alla porta io avevo fatto sapere alla donna che ero padre anch’io di una bambina orfana di madre, e di lei sapevo che era la moglie del guardiano della pineta: abitava in una casa laggiù in fondo verso il fiume; e oltre la bimba malata ne aveva una più piccola che stava a svezzare.
Particolari piccoli che pure mi interessavano<noinclude>
<references/></div></noinclude>
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Pagina:Ferrario, Trezzo e il suo castello schizzo storico, 1867.djvu/129
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|||123}}</noinclude><section begin="s1" />Piemontesi, spediva qua e colà degli esploratori, avvenne che mentre alcuni di essi ponevano piede in Trezzo furono inseguiti da due nostri lancieri, giunti allora, restandone tre prigionieri. Il giorno 11 lo stesso Re, che aveva il suo quartier generale a Vimercate, accompagnato da alcuni suoi ajutanti, fece verso le quattro del pomeriggio una visita al nostro borgo. Di già nel dì successivo erasi formato sull’Adda nel luogo del porto un ponte di barche, sul quale passarono alla riva opposta (il medesimo giorno 12 e il 13) circa 16 mila uomini che inseguivano l’inimico. E, sebbene le quattro rampe conducenti al fiume non fossero appieno terminate, tuttavia, levati alcuni ingombri, si potè effettuare con facilità anche il trasporto della loro artiglieria.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=2|{{Sc|Capitolo XIII.°}}}}
{{Ct|v=2|''Biografie di Trezzini''.}}
''Uberto da Trezzo''. — Questo giurisperito fu tra quelli che consigliarono l’assemblea milanese ad approvare li statuti detti nuovi del 1351.
''Giovannolo da Trezzo''. — Viveva nella seconda metà del secolo XIV ed era medico. È notabile per altro che non se ne trovi cenno nelle ''{{TestoAssente|Memorie storiche intorno ai medici milanesi}}'' raccolte da {{AutoreCitato|Bartolomeo Corte|Bartolomeo Corti}}<ref>Milano, ''Malatesta'', 1618.</ref>. Da una lettera che Barnabò
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''La fuga..''}}|201|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Un profondo terrore si leggeva sui loro volti e anche la voce del capo aveva un legger tremito che tradiva la sua paura.
Doveva essere ben terribile quel rettile per impressionare quegli uomini che godevano fama di essere i più audaci di tutti gli abitanti del Brasile.
— Hanno paura e che paura! — mormorò Alvaro che se n’era accorto e che li vedeva avanzare sempre più lentamente. — Che abbiano perduta la loro fiducia in me? Eppure il fucile l’ho in mano e hanno veduto come uccide.
Che razza di bestione sarà questo ''liboia'' per atterrire questi uomini? Comincio a essere inquieto anch’io. —
Si erano avanzati di altri cinquanta passi, quando fra le folte foglie delle palme si udì a echeggiare un grido stridente che fece tacere di colpo i pappagalli che schiamazzavano sulle più alte cime d’un enorme ''paiva''.
Gl’indiani s’erano arrestati guardandosi intorno e dando segni d’una profonda agitazione.
— Che cos’è? — chiese Alvaro al ragazzo. — Il grido del serpente?
— No signore, dell’''anhima''.
— Una bestia?
— Un uccello che si tiene sempre presso i luoghi frequentati dai serpenti delle cui carni si nutre.
Quell’uccello deve aver scorto il ''liboia'' ma non oserà assalirlo. È troppo piccolo per provarcisi e avrebbe subito la peggio.
Un ''liboia'' non è già un ''ibiboca''.
— Tanto coraggio ha un uccello per affrontare i serpenti?
— È bene armato signore e coraggioso. Eccolo lassù, fra le foglie di quel ''paiva'': guardatelo. —
Alvaro alzò la testa e scorse, appollaiato su una foglia, un bell’uccello, grosso quanto una ottarda, che aveva sul capo un corno aguzzo e alle estremità delle ali due specie di uncini.
Sbatteva le ali e gridava a piena gola come se avesse voluto chiamare l’attenzione degl’indiani e mostrare loro il luogo dove si teneva celato il formidabile rettile.
— Se è vicino andiamo a cercarlo, — disse Alvaro. — Sono curioso di vedere questo serpente.
Gl’indiani però parevano invece poco disposti a farsi innanzi e guardavano i loro ''pyaie'' con visibile inquietudine, come se non sapessero decidersi ad avanzare.<noinclude><references/></div></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|202|{{Smaller|''Capitolo Ventunesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Di’ a loro che mi precedano, — disse Alvaro al ragazzo indiano o che se ne tornino se non si sentono in grado di condurmi là dove il ''liboia'' si nasconde. Non sono già venuto qui per guardare le piante.
D’altronde che cosa temono? Non possiedo io il fuoco celeste o non sono più ''Caramurà?''
I ''pyaie'' dalla pelle bianca hanno promesso di uccidere il rettile e manterranno la parola. —
Quando il ragazzo ebbe tradotte quelle parole, il capo fece un segno ed i suoi uomini si rimisero in cammino tenendo le mazze alzate e le gravatane pronte.
Non avanzavano che con estrema lentezza, guardando ora in alto ed ora al suolo e muovevano le liane ed i rami con molta precauzione, come se il rettile dovesse comparire da un momento all’altro, mentre invece si manteneva sempre invisibile.
— Che questi selvaggi l’abbiano già fiutato? — si chiese Alvaro.
Se camminano a quattro gambe come i cani può darsi che abbiano il fiuto come quegli animali. Teniamoci pronti ad approfittare del loro spavento. Garcia!
— Signore, — rispose il mozzo.
— Hai paura?
— Con voi mai, signor Alvaro.
— Pare che il rettile sia assai vicino. Sta sempre presso di me e preparati a prendere il largo se... —
Un urlo spaventevole gli aveva interrotta la frase. Una specie di cilindro, grosso come il corpo d’un uomo e lungo almeno una cinquantina di metri, colla pelle verde cupa sopra e gialla sotto, a grosse scaglie irregolari e la testa quasi gialla, era improvvisamente caduto da un albero, piombando addosso al capo degli Eimuri che precedeva di qualche passo il drappello.
Il disgraziato indiano era caduto sotto il peso del rettile e prima che avesse avuto il tempo di rialzarsi si era trovato avvolto fra le spire dell’enorme ''liboia''.
Alvaro non badando che al proprio coraggio e dimenticando che quello era il momento migliore per fuggire, s’era slanciato innanzi, mentre i guerrieri invece fuggivano in tutte le direzioni urlando a squarciagola.
— Signore! — gridò il mozzo, cercando di trattenerlo. — Che cosa fate! Fuggiamo anche noi!<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''La fuga..''}}|203|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Sì ma dopo, — rispose l'animoso giovane, alzando il fucile.
Il ''liboia'' era spaventevole a vedersi. Quel serpente, che è il più enorme che esista, superando per mole tutti gli altri conosciuti, aveva stretto il disgraziato capo così bene, da non potersi più vedere.
Sibilava rabbiosamente, agitando senza posa la sua lingua biforcuta e vomitava dalla larga bocca armata di due file di denti aguzzi, getti di bava. La sua coda poi, spazzava il suolo con violenza, spezzando liane e cespugli, per impedire che qualcuno si avvicinasse e cercasse di strappargli la preda.
Alvaro aveva alzato il fucile, mirando la testa che si agitava a venti piedi dal suolo.
— Prendi, — gridò, facendo fuoco.
Il rettile, acciecato dal fumo si ripiegò su se stesso, svolgendo le spire e lasciando cadere l'indiano che non dava più segno di vita, poi cominciò a dibattersi con estremo furore e con soprassalti convulsi.
La palla gli aveva fracassata la testa, pure non pareva che ne avesse ancora abbastanza.
— Fuggite, signor Alvaro! — gridò il mozzo che era diventato pallido come un cencio lavato. — Il serpente vi assale ed il capo è morto. —
Il portoghese aveva già spiccati tre o quattro salti per sottrarsi ai colpi di coda che il mostro non cessava di vibrare, fracassando i cespugli e sollevando una grandine di foglie secche e di frammenti di rami.
Si guardò intorno. Tutti erano fuggiti, perfino il ragazzo che gli serviva da interprete.
— Bah! — disse. — Se il capo non è morto, se la caverà come potrà. Andiamocene prima che gl'indiani ritornino. Di corsa, Garcia e cerca di resistere più che potrai. —
Senza più occuparsi del rettile il quale non cessava di dibattersi, i due naufraghi si slanciarono innanzi correndo come lepri.
La foresta d'altronde favoriva la loro fuga. Non era più ingombra di liane e d'altre parassite e gli alberi lasciavano qua e là degli spazi sufficienti per permettere il passaggio ad un uomo.
E poi le tenebre calavano rapidamente, essendo il sole già tramontato, quindi un inseguimento, almeno pel momento, collo spavento che doveva aver invaso i guerrieri per la morte del capo, non era da temersi.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|204|{{Smaller|''Capitolo Ventunesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Non volevano però i due fuggiaschi allontanarsi di troppo per non smarrirsi in quella immensa foresta che non avevano mai percorsa, sicchè dopo qualche migliaio di metri si arrestarono alla base di uno di quegli immensi alberi che si trovano di frequente nelle foreste brasiliane, alti non meno di ottanta metri e le cui radici uscendo da terra, formano una specie di tripode che sostiene l’enorme tronco e che possono facilmente servire come di travatura ad una capanna.
— Non andiamo più oltre, — disse Alvaro con voce affannosa. — Questa impenetrabile vòlta di verzura che ci nasconde le stelle, non ci permette di guidarci mentre noi dobbiamo dirigerci verso ponente se vogliamo raggiungere la savana sommersa.
La nostra salvezza sta nelle mani di Diaz e dobbiamo assolutamente trovare quell’uomo.
— Sarà ancora vivo?
— Non ne dubito, Garcia, — rispose Alvaro. — Ha il tuo fucile e munizioni abbondanti e con una tale arma si vincono anche le fiere.
— Se ci avesse abbandonati?
— Lui! No, è impossibile, non lo crederei mai.
— Che possa essersi accorto che gli Eimuri ci hanno sorpresi e rapiti?
— Ne ho la persuasione. Diaz non ha nulla da invidiare ai selvaggi, anzi io credo valga bene più di loro. Scommetterei che sta cercandoci o che sta studiando il mezzo di liberarci.
— E gli Eimuri non ci daranno nuovamente la caccia? — chiese il mozzo che non condivideva l’ottimismo del compagno.
— Probabilmente ci crederanno morti come il loro capo.
— Ditemi, signor Alvaro, era proprio morto il capo? Mi parve che respirasse ancora.
— Andremo ad assicurarcene.
— Vorreste tornare là dove avete ferito o ucciso quel terribile rettile?
— Certo, Garcia. Mi preme assai accertarmi se il capo è vivo o morto.
Se il ''liboia'', come spero, lo ha stritolato, per un po’ di tempo nulla avremo da temere da parte della tribù.
Diaz mi ha narrato che i selvaggi privi del loro capo nulla sanno intraprendere finchè non ne nominano un altro e che la scelta va per le lunghe. Se l’Eimuro è sfuggito incolume<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''La fuga.''}}|205|riga=si}}</noinclude>alla stretta del ''liboia'' non si ammetterà facilmente la nostra morte.
Era eccessivamente sospettoso quell’uomo e ci teneva troppo ad avere due ''pyaie'' bianchi e soprattutto all’''Uomo di fuoco''.
— Quando torneremo?
— Aspettiamo che la luna si alzi e che rischiari un po’ questa foresta.
Se non m’inganno deve spuntare verso la mezzanotte, abbiamo quindi tempo per riposarci.
Se vuoi dormire qualche ora approfitta, ragazzo mio; alla tua età si ama sempre il sonno.
— Grazie, signore, — rispose Garcia sdraiandosi dietro una di quelle enormi radici. — Poi vi surrogherò nella guardia. —
Mentre il mozzo chiudeva gli occhi, Alvaro s’appoggiò col dorso ad un’altra radice, mettendosi il fucile fra le gambe.
Un silenzio profondo regnava nella foresta. Non si udivano nè batraci, nè ''parraneca'', nè ''sapo''; invece fra le foglie immense delle palme piumate volavano a battaglioni le splendide e scintillanti ''vaga lume'', quelle graziose lucciole che tramandano una luce così intensa da poter leggere, senza fatica alcuna, il carattere più minuto.
Pareva che quella parte della boscaglia non fosse abitata da alcun animale e già Alvaro, rassicurato da quella calma stava, a sua volta, per socchiudere gli occhi, quando un fruscìo di foglie lo fece balzare in piedi col fucile in mano.
— Calma traditrice, — mormorò. — E stavo per addormentarmi! Quale imprudenza commettevo! —
Il fruscìo continuava e proveniva da una macchia foltissima di ''jupati'', superbe palme che hanno un tronco appena visibile mentre le loro foglie raggiungono sovente l’incredibile lunghezza di quaranta e anche più piedi.
— Chi sarà che muove quelle foglie? — si chiese Alvaro.
Si spinse innanzi per cercare di scoprire quell’essere misterioso che s’avanzava con precauzione, ma l’oscurità era ancora troppo fitta, cominciando appena allora la luna a diffondere un po’ di luce nel cielo.
— Che sia qualche Eimuro che ci cerca? — si domandò nuovamente Alvaro. {{ec|—|}}
Stava per svegliare il mozzo, quando scorse, sotto una di quelle immense foglie, due punti fosforescenti a luce verdastra.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|206|{{Smaller|''Capitolo Ventunesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Ah! diavolo! — brontolò Alvaro. — È un animale che ha gli occhi d’un gatto. Sarà qualche felino e chissà, una di quelle bestie che abbiamo veduto presso quel fiume.
Cattivo vicino, se è affamato. —
Senza voltarsi e senza lasciare il fucile che aveva già puntato verso quei due punti luminosi, con un piede urtò il mozzo dicendogli:
— Su, Garcia... svegliati. —
Il ragazzo che dormiva con un solo occhio, da vero marinaio, fu pronto ad alzarsi.
— Che cosa c’è signore? — chiese. — Un altro ''liboia''?
— Pare che sia un grosso gattone, — rispose Alvaro.
— Ah! I brutti occhi! — esclamò il mozzo. — E sono fissi su di noi, signore.
— Ma non osano avanzarsi.
— Voi che siete un valente tiratore, mandate una buona palla a quella bestia.
— Per attirare l’attenzione degli Eimuri? E chi mi assicura che non stiano cercandoci? No, almeno fino a che quella bestiaccia non ci assale. —
La belva, giacchè doveva essere tale, conservava una immobilità assoluta, senza stornare gli sguardi dai due naufraghi.
Passarono così parecchi minuti, poi i due punti luminosi improvvisamente scomparvero e nel silenzio della notte s’udì a echeggiare sinistramente un rauco miagolìo che terminò in una specie di ululato che fece raggrinzare la pelle al mozzo.
Per alcuni istanti si udirono le foglie a scrosciare, poi ogni rumore cessò.
— Che abbia avuto paura del vostro fucile, signore? — chiese Garcia.
— Certo, qualcuno lo avrà avvertito che io sono l’''Uomo di fuoco'', — rispose Alvaro, ridendo. — La mia fama è giunta perfino agli orecchi delle belve.
— Il fatto è che quell’animale se n’è andato.
— Purchè non cerchi invece di sorprenderci? Noi però non passeremo accanto a quel macchione, anzi volgeremo le spalle.
La luna s’innalza. Andiamo, Garcia. Mi preme sapere che cosa è avvenuto del capo degli Eimuri. —
Stettero qualche istante in ascolto e non udendo più alcun rumore, lasciarono l’albero, avviandosi lentamente verso il luogo dove il ''liboia'' aveva assalito il capo.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''La fuga.''}}|207|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Si fermavano però di frequente per guardarsi alle spalle, temendo di essere seguiti da quella belva che poteva essere pericolosissima e capace di assalirli.
Dopo un quarto d’ora notarono alcune grosse piante che avevano già osservate quando stavano per affrontare il ''liboia''.
— Se non m’inganno dobbiamo trovarci presso la radura, — disse Alvaro.
— È vero, signore, — rispose Garcia. — Ecco qui quella pianta carica di zucche che avevo ben guardata.
— Sì, una ''cuiera'', come ho udito a chiamare questi alberi dal marinaio.
— Ed ecco la radura.
— Avanziamoci con precauzione, Garcia. Gli Eimuri possono essere tornati.
— Non odo nulla, signore. —
Si spinsero innanzi, tendendo gli orecchi e guardandosi d’attorno, timorosi d’una sorpresa e raggiunsero la radura che la luna illuminava sufficientemente, essendosi già ben alzata in cielo.
Scorsero subito, disteso fra un ammasso di cespugli fracassati e sradicati, l’enorme serpente.
Era perfettamente immobile e giaceva tutto allungato come un immenso cilindro.
— È morto, — disse Alvaro, avvicinandosi con precauzione. — La mia palla doveva avergli attraversato il cervello.
— E manca della testa, signore, — disse Garcia. — È stata troncata con qualche scure di pietra.
— Allora gl’indiani sono tornati qui: ed il capo? L’hanno raccolto morto o ferito? Diavolo! Sarei più contento se non fosse più nel numero dei viventi. Come faremo a saperlo? Eccoci in un bell’impiccio. —
Si era appena rivolte quelle domande, quando a breve distanza, udì improvvisamente a risuonare quel rauco miagolìo e l’ululato, poi subito dopo una voce umana che gridava.
— Dios! Dios! —
Alvaro aveva fatto un salto innanzi esclamando:
— Il marinaio! Garcia, seguimi! La belva lo ha assalito!<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|208|{{Smaller|''Capitolo Ventiduesimo.''}}||riga=si}}</noinclude>{{Ct|f=120%|v=2|t=3|L=0px|CAPITOLO XXII.}}
{{Ct|f=120%|v=2|L=0px|'''Ancora il marinaio di Solis.'''}}
Quel grido era partito dal mezzo d’un gruppo di ''sapucaia'', piante che formano sovente delle macchie colossali di cui sono ghiottissime tutte le scimmie.
Alvaro che era certo di non essersi ingannato, in quattro salti si era slanciato in mezzo ai tronchi, sfondando impetuosamente dei cespi di ortensie che crescevano negli spazi lasciati dagli alberi.
Aveva afferrato il fucile per la canna, onde servirsene come d’una mazza, non osando far fuoco per paura di attirare l’attenzione degli Eimuri, i quali potevano trovarsi ancora nelle vicinanze della radura.
In mezzo a due alberi scorse vagamente un uomo che si dibatteva disperatamente contro un animale grosso quanto una pantera e che aveva il mantello d’un nero intenso.
Senza badare al pericolo a cui inconsideratamente si esponeva, il portoghese alzò il fucile e lasciò cadere il calcio dell’archibugio, che era pesantissimo, sul cranio della fiera, il quale risuonò come una campana fessa.
Il colpo era stato così violento, che la belva era rimasta per un momento stordita, colla testa appoggiata contro l’uomo che aveva assalito.
— Ecco il secondo! — gridò Alvaro, calando un nuovo colpo con tutta la forza di cui era capace.
Prima però che il calcio si fosse nuovamente abbassato, la fiera con un fulmineo salto di fianco si era sottratta a quella tremenda mazzata che avrebbe dovuto, se non ucciderla, almeno ferirla gravemente.
Pazza di rabbia e di dolore, si era subito voltata contro l’assalitore mugolando spaventosamente e raccogliendosi su se stessa per scagliarsi.
— Fate fuoco! — gridò l’uomo che giaceva a terra. — Sta per sbranarvi! Presto! —
La belva stava per saltare. Alvaro, che non perdeva mai la<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Ancora il marinaio di Solis.''}}|211|riga=si}}</noinclude>testa, si gettò dietro un albero per non venire atterrato e abbassò prontamente il fucile, voltandolo. Uno sparo rintronò un istante dopo.
L’animale, arrestato di colpo, nel momento in cui stava per scagliarsi, fece un salto in aria girando su se stesso due o tre volte, poi ricadde miagolando e ululando spaventosamente.
In quell’istante un altro sparo echeggiò nella macchia.
L’uomo che giaceva al suolo a sua volta aveva fatto fuoco, quasi a bruciapelo, fracassando il muso alla fiera.
— Diaz? — gridò Alvaro, precipitandosi verso il marinaio che aveva lasciato cadere il fucile.
— Signor Viana, — rispose il castigliano con voce commossa. — Voi qui, ed in così buon momento? E Garcia?
— Siete ferito?
— Mi sembra che una gamba sia stata sfracellata, signore. Era un giaguaro nero, una delle belve più terribili che infestano le selve brasiliane e m’aveva assalito alle spalle... Grazie... vi devo la vita... Ah! Che dolore! Mi ha strappata mezza coscia, ne sono certo.
— Ah! Povero signor Diaz! — esclamò Garcia che si era avvicinato. — In quale stato vi troviamo!
— Cose che toccano ai vivi, — rispose il marinaio di Solis, tentando di sorridere. — ''Carracho!'' Mi è impossibile alzarmi!
— Aspettate che vi porti nella radura vicina, che è assai più illuminata di questa macchia, — disse Alvaro. — Visiteremo la vostra ferita e cercheremo di medicarla.
Speriamo che non sia troppo grave. —
Si assicurò prima che la belva fosse proprio morta, poi prese fra le braccia il marinaio che non era troppo pesante e lo portò fuori dalla macchia, raggiungendo in pochi istanti la radura che la luna rischiarava come in pieno giorno.
Lo depose su uno strato di foglie già preparato dal mozzo e si curvò sul disgraziato marinaio.
Una smorfia molto significante, gli contorse la bocca.
— Diamine! — brontolò. — Che colpo d’artiglio! —
La ferita del marinaio era orribile. Le unghie della belva avevano aperto un solco profondissimo nella coscia destra strappando dei brandelli di carne ed intaccando fors’anche l’osso.
Da quello squarcio che misurava non meno di dieci {{Pt|centime-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|212|{{Smaller|''Capitolo Ventiduesimo.''}}||riga=si}}</noinclude>{{Pt|tri,|centimetri,}} il sangue sfuggiva in tale quantità da temere che il marinaio morisse per emorragia.
— Ebbene? — chiese Diaz che conservava una calma ammirabile e che pareva non sentisse più alcun dolore.
— Bisogna arrestare il sangue, — disse Alvaro.
— Nulla di più facile, — rispose il marinaio. — Sono diventato un buon medico sotto i brasiliani che se ne intendono di ferite.
Scavate un po’ la terra; troverete a qualche piede dell’argilla. La foresta è umida e non ne mancherà. A voi, prendete il mio coltello.
— Garcia ha il suo.
— Il mio vi servirà per altra cosa. Ecco là un bambù che è grosso come la mia coscia. Tagliatene un pezzo lungo una ventina di centimetri, spaccatelo a metà e recidete qualche liana.
Presto signor Viana; la debolezza mi prende. —
Alvaro e Garcia erano già all’opera. Il marinaio, che conosceva le foreste e anche il loro suolo, non si era ingannato. A quindici centimetri di profondità il mozzo aveva già trovato un denso strato d’argilla bigiastra e grassa.
Ne fece una palla e corse presso il ferito; Alvaro vi era di già col bambù.
— Formate con quella terra un manicotto e coprite per bene la mia ferita, — disse Diaz. — Poi applicate il cilindro di bambù e legatelo con la liana.
Il sangue si arresterà subito. —
Alvaro ed il mozzo, che temevano di vederlo svenire, s’affrettarono a obbedirlo.
— Ed ora? — chiese Alvaro.
— Ci vorrebbe del cotone o del canape per avvolgere l’argilla ed il bambù. Là, nella macchia dove avete ucciso il jaguaro nero... le ''sapucaia'' sotto la corteccia hanno... una specie di stoppa... servirà bene... Signor Viana... non ci vedo più... Maledetto animale!
Non sarà nulla... il sangue perduto... mi rimetterò più tardi... —
Il marinaio, vinto dall’estrema debolezza, era caduto sullo strato di foglie, smarrendo i sensi.
— Signore, è morto! — gridò Garcia che aveva le lagrime agli occhi.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Ancora il marinaio di Solis.''}}|213|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Non spaventarti, — disse Alvaro. — La ferita è grave, ma non pericolosa e quest’uomo guarirà, non dubitare.
Andiamo a cercare il canape. Temo che il sangue filtri anche attraverso lo strato d’argilla e allora la cosa potrebbe diventare seria.
Sotto la corteccia ha detto; andiamo a provare se ne esiste realmente. —
Si curvò sul marinaio e gli mise una mano sul cuore.
— Batte sempre e regolarmente, — disse. — Buon segno, d’altronde quest’uomo è robusto. — Lo coprì con un altro strato di foglie e si diresse verso la macchia delle ''sapucaia''.
Non vi era che da scegliere, essendovi parecchie dozzine di quelle piante e tutte cariche di noci enormi.
Alvaro sollevò la corteccia colla punta del coltello e scoprì infatti al di sotto dei filamenti lucentissimi e fitti che potevano surrogare vantaggiosamente il canape.
— Quante cose sa quell’uomo, — disse. — Con queste fibre si potrebbero anche tessere delle vesti e assai resistenti. —
Ne fece un’abbondante raccolta e tornò presso il ferito sollecitamente.
Diaz pareva che si fosse addormentato o che fosse caduto in un profondo torpore. Nondimeno il suo respiro non era affatto affannoso e la febbre non era ancora sopraggiunta. Alvaro fasciò più volte il manicotto di bambù, specialmente verso i margini per impedire qualsiasi filtrazione, poi si sedette accanto al ferito, dicendo al mozzo:
— Che cosa faremo ora? Che cosa accadrebbe di noi se gli Eimuri tornassero qui per impadronirsi del corpo del ''liboia''? E questo è il più grave pericolo che temo.
— Signore, — rispose il ragazzo. — Se trasportassimo il ferito altrove? I selvaggi potrebbero giungere domani.
Se costruissimo una barella con dei rami?
— Non potresti resistere a lungo, mio povero Garcia.
— Eppure non dobbiamo fermarci qui. È necessario raggiungere la savana sommersa.
Non sono un uomo ma le mie braccia non sono nemmeno deboli.
— Proviamo, — disse Alvaro. — Ci avanzeremo adagio adagio e faremo delle frequenti fermate per lasciarti riposare.
Qui non mi sento sicuro quantunque ora possiamo disporre di due fucili.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|214|{{Smaller|''Capitolo Ventiduesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Fra i cespugli fracassati dalla possente coda del rettile presero alcuni rami e formarono una specie di barella legandola con delle liane e coprendola con uno strato di foglie di palma.
Il marinaio non aveva ancora aperti gli occhi, tuttavia non vi era da inquietarsi essendo il suo sonno abbastanza tranquillo.
La febbre però era sopraggiunta ed un intenso rossore coloriva la sua faccia.
Alvaro lo sollevò dolcemente e lo depose sulla barella, poi si misero in cammino avanzando lentamente.
Il mozzo resisteva tenacemente, dando prova d’una forza poco comune per un ragazzo della sua età; era ben vero però che aveva temprati i suoi muscoli nell’acqua marina e nel catrame dei paterazzi e delle sartie delle caravelle.
Procedettero per una mezz’ora, attraversando macchie e macchioni, senza incontrare nessun animale, poi fecero una breve sosta quindi ripartirono cercando di dirigersi verso l’ovest, trovandosi la savana sommersa in quella direzione.
Continuarono così tutta la notte con frequenti fermate e all’alba, entrambi sfiniti, s’arrestavano sul margine d’un colossale gruppo di piante cariche di frutta grosse come mele e di color bruno scuro, che avevano già altre volte vedute e anche assaggiate.
Avevano appena deposto a terra il ferito e si preparavano a saccheggiare qualche pianta, quando lo udirono a mormorare con voce debole:
— Acqua... signor Viana...
— Come vi sentite Diaz? — chiese Alvaro, mentre il mozzo si cacciava nella macchia per cercare qualche fossatello.
— Ho la febbre, signore e assai forte e mi sento debolissimo. Quel jaguaro mi ha conciato per bene. —
Aveva aperti gli occhi e si guardava intorno.
— Delle ''sapota''! — esclamò ad un tratto, cercando di alzarsi. — Ecco un buon rimedio contro la febbre.
— Che cosa sono queste ''sapota''? — chiese Alvaro.
— Delle piante preziose. Le frutta sono eccellenti e la linfa è un ottimo, anzi miracoloso febbrifrugo. È una vera fortuna che voi vi siate fermati quì.
Tutti gl’indiani conoscono quel rimedio. Tagliate alcuni rami e portatemeli.
Fra qualche ora la febbre diminuirà. —<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Ancora il marinaio di Solis.''}}|215|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Mentre il mozzo tornava con una foglia di palma arrotolata in forma di cornetto e piena d’acqua, Alvaro si recò sotto una di quelle piante e recise parecchi rami.
Vide subito cadere una linfa biancastra e vischiosa che s’affrettò a raccogliere entro la foglia d’una ''cuiera''.
Quando ne ebbe qualche bicchiere la portò al ferito il quale trangugiò d’un fiato quel liquido, non senza fare una brutta smorfia.
— Non deve essere eccellente, — disse Alvaro.
— Ma mi salverà la vita, — rispose il marinaio il quale a poco a poco riacquistava un po’ di forza. — Le febbri qui sono sovente mortali.
— Vi addolora la ferita?
— Assai, signor Viana. Se potessimo trovare una ''almesegueira'' si cicatrizzerebbe più presto.
Gl’indiani non vanno mai alla guerra o alla caccia senza averne qualche po’ nella loro borsa.
— È un’altra pianta?
— Sì e che produce un succo resinoso che arde con molto profumo e che serve ottimamente di balsamo alle ferite.
Oh! Ne troveremo, non essendo quelle piante rare, anzi tutt’altro.
— Non credevo che questi antropofagi si occupassero di medicina.
— Signor Alvaro, — disse il marinaio, che si era alzato a sedere. — Mi avete trasportato lontano dalla radura dove il capo degli Eimuri era stato preso dal ''liboia''?
— Che cosa ne sapete voi, Diaz? — chiese Alvaro stupito.
— Ho assistito a quella scena, dall’alto d’un albero ed ho anche ammirato assai il vostro coraggio, — rispose Diaz sorridendo. — Senza di voi il capo poteva considerarsi un uomo morto.
— Ma voi dunque...
— Non vi avevo abbandonato, anzi cercavo l’occasione propizia per strapparvi agli Eimuri.
Non trovandovi più, al ritorno dalla mia esplorazione, sulle rive della savana sommersa, m’immaginai subito che gli Eimuri vi avessero sorpresi e rapiti.
Mi riuscì facile scoprire le tracce dei selvaggi e le seguii fino nei pressi del villaggio, nondimeno l’occasione per farvi fuggire non si presentava.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|216|{{Smaller|''Capitolo Ventiduesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Mi ero nascosto su un albero quando vi vidi giungere col capo degli Eimuri ed i suoi guerrieri e assistetti alla terribile scena col gigantesco ''liboia''.
— È morto il capo?
— No e può ringraziarvi del vostro colpo di fucile. Il rettile, ferito mortalmente, aveva subito svolte le spire prima di aver avuto il tempo di stritolarlo.
— Ed è fuggito?
— Sì, dopo d’aver tagliata la testa al ''liboia''.
— Sarebbe stato meglio per noi che fosse morto. Quell’uomo si metterà in cerca dei suoi ''pyaie''.
— È qui che sta il pericolo, — disse il marinaio. — Noi dobbiamo raggiungere assolutamente la savana sommersa e rifugiarci sull’isolotto che ho scoperto.
— E attendere colà la vostra guarigione, — disse Alvaro. — Ne avrete per un paio di settimane se non di più. È lontana la savana?
— Fra un paio d’ore vi potremo giungere.
— Allora ripartiamo senza indugio. Forse a quest’ora gli Eimuri hanno scoperte le nostre tracce.
— Potrete resistere?
— Garcia è più robusto di quello che supponevo. Lasciateci mangiare un po’ di quelle frutta e poi partiremo. —
Il mozzo tornava appunto in quel momento portando alcune dozzine di quella specie di mele ed un bel grappolo di quelle piccole banane gialle chiamate d’oro, assai più gustose delle ''banane de plata'' che si usa mangiarle fritte.
Ne divorarono alcune, poi rialzarono la barella e si riposero in marcia, seguendo le indicazioni che dava il marinaio, il quale al pari degl’indiani aveva imparato a dirigersi anche in mezzo alle più folte foreste, senza bisogno della bussola.
Quando trovavano qualche pianta carica di frutta mangiabili, s’arrestavano per fare una buona raccolta, non potendo pel momento contare sulla selvaggina che si ostinava a non mostrarsi in quella parte della foresta, quantunque fosse da tutti desiderato un pezzo d’arrosto.
— Ne troveremo sulle rive della palude, — rispondeva il marinaio vedendo Alvaro arrabbiarsi.
— Non è già per me bensì per voi che non potrete rinforzarvi con delle frutta. Ci vorrebbe un po’ di brodo.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Ancora il marinaio di Solis.''}}|217|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Voi dimenticate signore che non abbiamo alcuna pentola, — disse il mozzo. — Anch’io ci terrei a un bel pezzo di bollito. È molto tempo che non ne assaggiamo più.
— Verrà anche la pentola, — disse il marinaio. — Ho veduto sulle rive della savana due alberi delle stoviglie.
— Come! — esclamò Alvaro. — Vi sono in questo paese delle piante che producono dei tondi e delle pentole? La sarebbe curiosa.
— No ma che ci procureranno la materia per fabbricare gli uni e le altre e che resisteranno al calore più intenso.
— Meraviglioso paese! —
Così chiacchierando continuavano ad inoltrarsi, passando sotto piante splendide che avevano delle foglie immense che impedivano ai raggi del sole di penetrare. Superbe bananiere si succedevano senza posa, mescolate sovente a gruppi di palme appartenenti per lo più alla specie chiamata ''palmite'', altissime, slanciate, che diventano pericolosissime quando vengono abbattute per la singolarità che hanno di dare il così detto ''conce'', ossia calcio del palmito, perchè appena toccato il suolo rimbalzano dalla parte opposta causando sovente gravi disgrazie.
Talvolta invece incontravano gruppi di piante che producono delle frutta somiglianti a palle di cannone, assai pericolose quando, giunte a maturanza, si staccano; o macchie di ''verzino'', i famosi alberi che danno il prezioso legno del Brasile, chiamato dagl’indiani ''ibiripitanga''.
Queste piante, delle quali oggi se ne fa una esportazione immensa, traendosi dai loro tronchi una superba tinta rossa che serve alla fabbricazione della lacca e del carmino, non sono più alte dei nostri roveri e all’aspetto non compariscono troppo belle, avendo i rami disposti senza alcun ordine e portano foglie che somigliano a quelle dei mughetti; i fiori sono d’una superba tinta rossa e la scorza assai ruvida.
Alle nove del mattino dopo parecchie fermate, i due portoghesi ed il castigliano giungevano finalmente sulla riva della savana sommersa e precisamente là dove il marinaio aveva abbandonata la zattera di cui si era servito per compiere l’esplorazione.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|218|{{Smaller|''Capitolo Ventitreesimo.''}}||riga=si}}</noinclude>{{Ct|f=120%|v=2|t=3|L=0px|CAPITOLO XXIII.}}
{{Ct|f=120%|v=2|L=0px|'''Ritorno alla Savana.'''}}
La savana era deserta. Solamente dei trampolieri sonnecchiavano sulle foglie acquatiche delle victoria e qualche coppia di pappagalli chiacchierava sulla cima degli alberi che circondavano quell’immenso stagno dalle acque putride e nauseabonde.
Non si vedeva nemmeno un ''jacarè'', quegli assidui frequentatori delle acque stagnanti e delle paludi.
— Gli Eimuri non devono essere ancora giunti fino qui, — disse Alvaro. — Avremo il tempo di rifugiarci sull’isolotto che abbiamo scoperto.
— Non prima d’aver fabbricata la pentola promessa dal signor Diaz, — disse il mozzo.
— Ah! È vero, — rispose il marinaio sorridendo. — Ci tieni ad averla.
— Senza avere poi nulla da metterci dentro, — osservò Alvaro.
— I trampolieri abbondano sull’isolotto, — disse il marinaio. — Ho anzi veduto anche dei ''tatù'' che ci daranno un brodo squisito, se saremo lesti a prenderli.
— E delle testuggini? — chiese Garcia.
— Sì, qualche ''careto'' mi pare d’averla scorta. Ah! Là, guardate, ecco l’albero delle stoviglie. —
La pianta che indicava era magnifica, alta più di trenta metri, dal tronco slanciato e piuttosto esile.
La ''moquilea utilis'' tale è il nome dato a quegli utilissimi alberi dai botanici, s’incontra sovente nelle foreste brasiliane dove è assai ricercata dagl’indiani per fabbricare delle ottime stoviglie.
Essendo i terreni brasiliani piuttosto poveri di silici, materia necessaria per rendere più consistenti i vasi, gl’indiani ricorrono alla ''moquilea''.
Senza abbattere l’albero, il quale d’altronde ha delle fibre tenacissime, impregnate d’una quantità straordinaria di silice che guasta le scuri meglio temprate, staccano semplicemente la corteccia.
La carbonizzano, poi la polverizzano servendosi d’un mortaio<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Ritorno a Savana.''}}|219|riga=si}}</noinclude>o d’un semplice sasso, quindi la mescolano in date proporzioni all’argilla, materia questa che si trova dovunque nelle foreste.
Alvaro e Garcia, informati rapidamente dal marinaio di ciò che dovevano fare per guadagnarsi la pentola, si misero subito all’opera, temendo di venire, da un istante all’altro, sorpresi dagli antropofagi.
Mentre il primo tagliava parecchi pezzi di corteccia i cui grani di silice che la impegnavano, scricchiolavano sotto la lama del coltello, il secondo scavava il suolo per raggiungere lo strato argilloso.
Avute le une e l’altra stavano per accendere il fuoco, quando il marinaio con un gesto li arrestò.
— No, — disse. — Finiremo l’operazione sull’isolotto.
Costruite invece la zattera, accendere qui del fuoco, sarebbe pericoloso.
— Io stavo per commettere una imprudenza imperdonabile, — disse Alvaro. — Sì, pensiamo prima alla zattera. —
Avevano già abbattuti parecchi grossi bambù che crescevano sulla riva della savana e raccolte parecchie liane, quando un ululato che aveva un non so che di triste echeggiò a breve distanza.
Il marinaio udendolo aveva alzato il capo.
— Una belva? — chiese Alvaro che si preparava ad armare il fucile.
— Un ''guarà'', — rispose il marinaio.
— Che cos’è.
— Una specie di lupo.
— Pericoloso?
— Non per gli uomini.
— Eppure mi sembrate inquieto.
— È vero. I ''guarà'' non escono che di notte dalle loro tane e se fugge vuol dire che qualcuno lo ha scovato.
— Guardatelo: fugge a tutte gambe. —
Un animale che aveva la statura d’un lupo siberiano, colla testa lunghissima, le gambe altissime, col pelame rossiccio ed il dorso coperto da una fitta criniera lunga tre o quattro pollici, si era slanciato fuori della foresta spiccando salti immensi.
Vedendo quei tre uomini, si fermò un momento guardandoli con viva curiosità, poi riprese la fuga balzando come se il suolo fosse tutto coperto di molle.
— Non era troppo bello, — disse Alvaro. — I nostri lupi d’Europa sono più graziosi.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|220|{{Smaller|''Capitolo Ventitreesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Affrettatevi, signor Viana, — disse Diaz. — Se quel ''guarà'' non ha più osato ricacciarsi nella foresta, è segno che sotto le piante si nasconde qualche vicino pericoloso.
— Che gli Eimuri non ci lascino mai in pace? Comincio ad averne perfino troppo di quegli antropofagi.
È ora di finirla!
— Pensate che io non sono capace di aiutarvi, anzi che vi sarei d’imbarazzo.
— Se quell’animalaccio non vi avesse ferito vorrei un po’ mostrare a quelle canaglie che io sono veramente l’''Uomo di fuoco''.
— Sì, ''Caramurà'', — disse il marinaio, sorridendo. — Un nome terribile, signore, che vi renderà temuto presso tutte le tribù brasiliane.
Ecco un altro animale che fugge e anche questo un notturno! Brutto indizio!
— Oh! Il bel gatto! — esclamò Alvaro.
Un altro animale si era slanciato fuori dalla foresta fuggendo velocemente.
Era un bell’animale, dal corpo esile, dal pelame giallognolo con sfumature rosse e bianche, colla testa piccola assai, più grosso d’un gatto comune essendo lungo almeno mezzo metro.
— Un ''vermelho'', — disse il marinaio, — e anche questo mi sembra spaventato.
— Ancora cinque minuti e la zattera sarà pronta. —
In quel momento un grido di gioia mandato dal mozzo, gli fece alzare la testa.
— I furbi! — aveva esclamato il ragazzo. — E noi non l’avevamo ancora scorta.
— Che cosa, Garcia? — chiese Alvaro.
— Vi è una scialuppa affondata, nascosta fra le piante acquatiche e legata al bambù che stavo per recidere. —
Alvaro in pochi salti aveva già raggiunta la riva.
In mezzo alle immense foglie delle ''victoria'', che la nascondevano quasi completamente, si scorgeva una bella scialuppa affondata fino ai bordi superiori e trattenuta da una solida liana.
— Tira, Garcia. Con due foglie di banano la vuoteremo, — disse Alvaro.
— O meglio con una ''cuia'', — disse il marinaio. — Ecco là una pianta che vi servirà per fabbricarvi dei mastelli. —<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Ritorno a Savana.''}}|221|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Venti passi lontano, quasi sul margine della foresta, si stendeva una pianta immensa, con foglie larghissime e di rami coperti da una infinità di piante parassite, che reggevano a malapena delle frutta d’un verde pallido, di forma sferica e grosse più dei poponi.
— Tirate prima verso la riva la piroga, signore, — disse il marinaio. — Poi penserete a vuotarla, ma fate presto. —
Alvaro ed il mozzo, unendo le loro forze la trassero fuori dalle foglie e siccome, quantunque piena d’acqua, galleggiasse essendo scavata nel tronco d’un enorme albero, non riuscì a loro difficile di arenarla su un bassofondo.
— Prendete un paio di quelle zucche ora e tagliatele a metà, — disse Diaz.
Il mozzo si era già arrampicato sulle piante parassite che avvolgevano interamente il tronco grosso e basso delle ''cuiera'', gettando fra le erbe una mezza dozzina di quelle zucche.
Alvaro piantò la punta del coltello in una credendo di spaccarla per metà, ma il frutto si crepò in tutte le direzioni.
Ne provò un secondo senza miglior risultato.
— Oh non così, signore, — disse il marinaio. — Non riuscirete a nulla. Prendete una liana sottile, legate la zucca e stringete forte.
È così che fanno gl’indiani. Il vostro coltello non servirebbe a nulla. —
Oh meraviglia! Quelle zucche che pure parevano durissime, appena strette dalla liana si spaccavano per metà, come fossero state segate.
Le ''cuia'', così si chiamano le frutta della ''cuiera'' (''crescentia cajeput'') sono pregiatissime dagli indiani. Ben seccate servono da vasi ed in tutte le capanne brasiliane o venezuelane se ne trovano in gran numero, abbellite sovente con disegni a colori, assai originali.
Vuotatele della loro polpa biancastra e ottenuti quattro bei recipienti, Alvaro ed il mozzo vuotarono rapidamente la piroga, facendola rimontare interamente a galla.
Era una bella ''canoa'' scavata col fuoco più che colle scuri di pietra, nel tronco d’un cedro, lunga dieci metri e larga uno e fornita di quattro pagaie di forma lancellata ed a manico corto.
È incredibile l’abilità degli indiani nella fabbricazione delle loro piroghe. Quantunque privi completamente di istrumenti {{Pt|a-|}}<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|222|{{Smaller|''Capitolo Ventitreesimo.''}}||riga=si}}</noinclude>{{Pt|datti,|adatti,}} sanno dare alle loro imbarcazioni delle forme stupende senza comprometterne la stabilità e non di rado le adornano di sculture che rappresentano bene o male teste di caimano, di giaguaro o di serpenti.
La ''canoa'' era già stata interamente vuotata e sbarazzata delle piante acquatiche che avevano cominciato a spuntare, segno non dubbio della sua lunga immersione, quando un secondo lupo ''guarà'' uscì dalla foresta, fuggendo a precipizio.
— Qualcuno sta per giungere, — disse Alvaro. — Sbrighiamoci. —
Prese fra le braccia Diaz e lo portò nella ''canoa'' dove già il mozzo aveva preparato un letto formato con foglie di palma.
Ve lo adagiarono delicatamente, imbarcarono le frutta raccolte, le cortecce dell’albero delle stoviglie e l’argilla e presero le pagaie spingendosi rapidamente al largo.
— In mezzo alla savana, un po’ a mezzodì, — disse Diaz ad Alvaro. — È là che ho scoperta l’isola che ci servirà di rifugio. —
Si erano allontanati di cinquanta o sessanta passi, quando alcuni selvaggi, spaventosamente dipinti e colle teste adorne di piume, irruppero dalla foresta gettando clamori assordanti.
— I Caheti! — esclamò Diaz, facendosi smorto. — Guardiamoci da loro! Sono ben peggiori degli Eimuri costoro!
— Forza, Garcia! — gridò Alvaro.
I selvaggi vedendo la ''canoa'' allontanarsi, avevano cominciato a soffiar dentro le ''gravatane'', colla speranza di abbattere i remiganti i quali, per buona fortuna, avevano avuto il tempo di mettersi fuori di portata da quelle frecce probabilmente avvelenate col succo mortale del curaro.
Vedendo che la ''canoa'' guadagnava rapidamente via, alcuni selvaggi si gettarono coraggiosamente in acqua; non avevano però percorsi dieci metri, quando urla di terrore s’alzarono.
Due enormi ''jacarè'' che sonnecchiavano forse sotto le larghe foglie delle ''victoria'', irritati di essere stati disturbati, si erano improvvisamente scagliati sui nuotatori, portandosene via uno.
Gli altri, spaventati, erano tornati precipitosamente alla riva dove i loro compagni gridavano a piena gola senza però osare di assalire i due caimani.
— Eccoli arrestati di colpo, — disse Diaz. — Dove vi sono gli ''jacarè'' l’indiano non si tuffa e se non trovano dei canotti non ci prenderanno.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Ritorno a Savana.''}}|223|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— E se costruissero delle zattere? — disse Alvaro, senza cessare di dar dentro a tutta forza, nelle pagaie.
— Non so se sappiano fabbricarle, quantunque i Caheti siano degli abilissimi canottieri.
— Mi avete detto che sono formidabili quei selvaggi.
— I più valorosi di quanti abitano le foreste brasiliane, signore. —
Diaz, che conosceva da molti anni le tribù brasiliane, diceva il vero. Se gli Eimuri erano temibili, i Caheti godevano fama di essere i più coraggiosi ed i più temibili.
Formavano allora una tribù potentissima, che aveva villaggi sia nell’interno che sulle rive del mare e che disponeva di moltissime ''canoe'' capaci di contenere perfino quindici persone.
I Portoghesi dovevano più tardi provare l’audacia di quei selvaggi i quali si erano alleati coi Francesi che tentavano di prendere possesso d’una parte del Brasile e soprattutto d’impadronirsi della magnifica baia di Rio Janeiro.
Ed infatti fu un vero miracolo se Pereira che si può considerare come il fondatore delle colonie portoghesi, riuscì a sfuggire agli assalti di quei valorosi selvaggi che lo avevano già circondato, ammazzandogli un gran numero di soldati.
Arrancando con lena affannosa, la ''canoa'' giunse ben presto presso le prime isolette che erano coperte d’una vegetazione foltissima che impediva ai selvaggi di poter seguire cogli sguardi la direzione presa dai fuggiaschi.
— Tenetevi sempre dietro queste terre, — disse il marinaio. — Mi preme che i Caheti non vedano dove noi ci arresteremo.
— È lontano ancora l’isolotto che avete scoperto? — chiese Alvaro.
— Ci giungeremo fra qualche ora.
— È dunque immensa questa savana?
— Vastissima signore. Non sono riuscito a scoprire la sponda opposta.
— Animo dunque, Garcia, — disse Alvaro. — Dopo ci riposeremo. —
Le isolette si succedevano alle isolette, ingombre di paletuvieri rossi e di altre piante acquatiche, non erano però altro che banchi di fango, appena emersi, sui quali un uomo non avrebbe potuto posare i piedi senza correre il pericolo di sprofondare.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|224|{{Smaller|''Capitolo Ventitreesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Erano banchi traditori, formati da sabbie mobili senza fondo, pronte ad inghiottire l’imprudente che avesse osato calpestarle.
Nubi di uccelli acquatici s’alzavano dai paletuvieri all’accostarsi della scialuppa e fuggivano via schiamazzando. Erano ''tanagri'' dalle penne azzurre ed il ventre aranciato; delle gallinelle turchine; dei mariapreta, graziosi uccellini tutti neri e la testa bianca e anche dei bellissimi ''ciganas'' i fagiani delle paludi e dei corsi d’acqua.
Per più di un’ora i due portoghesi continuarono a maneggiare le pagaie, non ostante il caldo intenso che regnava sull’immensa savana, passando in mezzo ad una moltitudine di banchi e di piante acquatiche, finchè si trovarono dinanzi ad un’isola coperta di alberi bellissimi e svariati che non potevano crescere che su un suolo consistente.
— Siamo giunti, — disse il marinaio.
— Cominciavo a rallentare, — rispose Alvaro che aveva le vesti inzuppate di sudore.
— Ed anch’io non ne potevo più, signore, — disse il mozzo.
Spinsero la ''canoa'' verso la riva e dopo d’averla legata al tronco d’un albero, sbarcarono portando con loro il ferito.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Ct|f=120%|v=2|t=3|L=0px|CAPITOLO XXIV.}}
{{Ct|f=120%|v=2|L=0px|'''L’isolotto.'''}}
Quell’isola, l’unica forse che era emersa nella savana, era ben più vasta di quella che aveva servito di rifugio ai due portoghesi, dopo la loro fuga dalla costa. Aveva una maggior estensione ed era coperta da bellissime piante che dovevano più tardi far accorrere nel Brasile delle flotte intere per imbarcare i tronchi preziosissimi.
Erano ''acagiù'', piante che allora non avevano alcun pregio nemmeno per gl’indiani e che non dovevano venire apprezzati che tre secoli più tardi e anche per una mera combinazione.
Ed infatti non fu che verso che la fine del secolo XVII che presero il loro posto fra i legnami più preziosi dell’ebanisteria.
Una nave, di ritorno dall’America, aveva caricato un certo numero di quei tronchi, come zavorra, non avendo trovato alcun articolo da trasportare in Europa.
Giunta in Inghilterra, si era sbarazzata di quel peso inutile, ignorandone il capitano il valore che poteva avere e lo aveva abbandonato sulla spiaggia.
Erano già molti mesi che si trovavano in quel luogo, quando un giorno un falegname, che non aveva denaro per comperare del legno, ebbe la felice ispirazione di servirsi di quelle travi per fabbricare un cofano.
Si può immaginare quale fu la sua meraviglia, quando lavorando quei tronchi scoprì le vene meravigliose e le tinte strane di quel legno! Fu una vera rivelazione che rese d’un colpo solo celebre l’''acagiù''.
L’anno seguente numerose navi partivano per l’America onde imbarcare quei tronchi preziosi che alla finezza e alla durezza della loro grana univano lo splendore delle loro tinte.
E quasi nell’istessa epoca, uno dei più famosi filibustieri, il francese De Grammont, dopo la presa di Campeche, e per celebrare la sua vittoria bruciava tutte le travi di ''acagiù'' che si trovavano nei forti spagnoli, ignorando che gettava alle fiamme del legno che valeva dei milioni!...<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|228|{{Smaller|''Capitolo Ventiquattresimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Numerosi uccelli, vedendo quegli uomini a sbarcare, si erano alzati fra i canneti della riva e fra le piante, fuggendo in tutte le direzioni.
Non erano solamente acquatici. Vi erano, frammisti fra i beccaccini e le gallinelle dei bei ''mahitaco'' dalla testa turchina, degli ''arà'' tutti rossi, dei ''canindè'' somiglianti ai cacatoa australiani e degli ''aracari'' quei piccoli ''tucani'' che non sono più grossi d’uno dei nostri merli e che pure hanno il becco che ha quasi le dimensioni dell’intero corpo di quegli strani volatili.
— Questo è un vero paradiso! — esclamò Alvaro, che era entusiasmato di quell’isolotto. — Voi, mio caro Diaz, potrete completare tranquillamente la vostra guarigione.
— Se i Caheti non verranno a disturbarci, — rispose il marinaio.
— Sono l’''Uomo di fuoco,'' e farò tremare anche quei selvaggi, come ho fatto impallidire i ferocissimi Eimuri.
— È vero: abbiamo i fucili e riusciremo a respingerli se verranno ad assalirci. Badiamo però che non ci sorprendano.
— Veglieremo, — disse Alvaro. — Ehi, Garcia se tu accendessi il fuoco e fabbricassimo le pentole?
— E la selvaggina da far cuocere, signore? — chiese il mozzo.
— Dannato paese! Si deve pensare sempre al ventre!
— Non abbiamo ancora fatto colazione, signore!
— Me ne accorgo da certi brontolii dei miei intestini.
{{ec|—|}} Accendi il fuoco mentre io mi proverò a fabbricare un vaso.
Non sono mai stato un pentolaio, ma qualche cosa otterremo.
— Se quel maledetto giaguaro non mi avesse ridotto in questo stato, vi mostrerei io come fanno gl’indiani, — disse Diaz.
— Ne farete altre più tardi, — rispose Alvaro. — Anche in un catino si può cuocere un pezzo di selvaggina e noi non siamo persone da badare alle forme più o meno perfette. —
Il mozzo aveva già raccolta della legna secca ed aveva improvvisato un fornello con due pezzi d’arenaria trovati in mezzo agli ''acagiù''. Affastellò le scorze dell’albero delle stoviglie e dopo non pochi tentativi vi diede fuoco.
Alvaro il quale pensava che anche avendo la pentola mancava lo stufato, aveva preso il proprio fucile per cercare di abbattere qualche arà o meglio ancora uno di quei ''tatù'' che il marinaio asseriva d’aver già veduti, quantunque non sapesse affatto che razza di animali potessero essere, non avendo mai, prima di allora, udito a parlarne.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''L’isolotto.''}}|229|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— M’immagino che avranno quattro gambe e del pelo, — s’era detto, Alvaro, cacciandosi sotto le piante.
Farò fuoco sul primo che incontrerò. —
Quel povero Diaz, dopo tanto sangue perduto, ha bisogno del buon brodo per rimettersi un po’ in gambe. —
L’isola che pareva avesse qualche miglio di circonferenza, era tutta coperta d’alberi e di cespugli foltissimi in mezzo ai quali svolazzavano miriadi di ''beia flores'', quei microscopici uccelletti chiamati colibrì, dalle penne dorate, azzurre, verdi e nere e di ''trochlius minimus'' i più piccoli volatili conosciuti non essendo più grandi di un tafano.
Quella piccola foresta non era però esclusivamente formata da ''acagiù''. Parecchie piante fruttifere che potevano somministrare delle frutta squisite, crescevano qua e là a gruppi e anche le palme e le liane non mancavano.
Vi erano dei superbi ''acajaba'' già carichi di quelle deliziose pere che Alvaro aveva già assaggiate ed i tronchi coperti di grosse gocciole di gomma profumata; dei ''manzamba'', piante che possono supplire la vite, ricavandosi dalle loro frutta una specie di vino assai gustoso; delle ''maraninga'' che danno delle frutta grosse come un uovo di anitra, assai stimate, ripiene di semi che sono avvolti in una sostanza gelatinosa e poi molte altre che Alvaro non aveva mai vedute.
— Le frutta non ci mancheranno a tavola, — disse il portoghese, — sarà forse la selvaggina che si farà desiderare giacchè finora non vedo altro che degli uccelletti, dei quali ce ne vorrebbero almeno duecento per fare un arrosto modestissimo, appena capace per una persona. —
Così monologando si era spinto fino quasi nel centro dell’isolotto, quando vide fuggire dinanzi a sè alcuni strani animaletti che fino ad un certo punto si potevano scambiare per testuggini, essendo avvolti in una vera corazza ossea formata da un gran numero di piastre.
— Che siano i ''tatù''? — si chiese Alvaro. — ''Tatù'' o no, non me li lascerò scappare. —
Gli animaletti avevano cominciato a scavare rapidamente il suolo coll’evidente intenzione di aprirsi una galleria e operavano con tale velocità, che quando Alvaro piombò a loro addosso, col calcio del fucile alzato, quasi tutti erano scomparsi.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|230|{{Smaller|''Capitolo Ventiquattresimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Con un paio di calciate, bene appioppate, ne abbattè due, gli ultimi che non avevano avuto il tempo di scavarsi la tana.
— Che animali curiosi! — esclamò Alvaro, raccogliendoli. — Non ne ho mai veduti di simili! Saranno poi mangiabili? —
I ''tatù'' giacchè erano veramente tali, sono in realtà dei rosicchianti singolarissimi, tanto per le loro abitudini quanto per la loro struttura.
Ordinariamente non sono più grosse d’un coniglio, e hanno il corpo inviluppato in una corazza ossia formata da piastre trasversali nella direzione dei fianchi e la testa difesa da una specie di visiera scagliosa e durissima che dà a loro un aspetto curiosissimo e strano.
Al pari delle talpe, si tengono per lo più celati sotto il suolo e sono così lesti nello scavare la terra coi loro solidi artigli, che da un momento all’altro scompaiono sotto gli occhi del cacciatore. Volerli cacciare sotto il suolo sarebbe una fatica inutile perchè in pochi minuti sanno scavarsi delle gallerie interminabili.
— Ritorniamo, — disse Alvaro. {{ec|—|}}
Strappò da un albero un ramo, appese all’estremità i due ''tatù'' e si rimise in cammino, lietissimo di poter fornire al povero marinaio un po’ di brodo.
Quando giunse all’accampamento, vide il mozzo accanto al fuoco, occupato a sorvegliare due vasi informi che cucinavano fra i carboni.
— Le pentole! — esclamò allegramente.
— Se possono chiamarsi tali, signore, — rispose il bravo ragazzo. — Sembrano più due catini che delle pentole.
— Serviranno ugualmente, — disse il marinaio, che si riposava all’ombra d’un banano. — Ah! Signor Viana avete fatto buona caccia! Ve lo avevo detto che avevo veduto di ''tatù'' su questo isolotto.
— Ah! sono questi i vostri ''tatù''. Possono servire per fare un buon stufato?
— La loro carne vale quella delle tartarughe, signore. Ah!
— Che cosa avete?
— Dove avete tagliato quel ramo?
— Da un albero che si trovava presso il luogo dove ho uccisi questi animali.
— È ''matè''.
— ''Matè''! Che cos’è?<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''L’isolotto.''}}|231|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Le foglie di quell’albero ci forniranno una bevanda deliziosa che tutti gl’indiani apprezzano assai.
Se non vi rincresce, finchè le pentole si cucinano, andate a raccoglierne e seccatele presso il fuoco.
— È una passeggiata di cinque minuti.
— E tu Garcia, sventra questi animali e sbarazzali delle loro scaglie, — disse Diaz. — Il tuo coltello ha la lama solida.
— E le pentole?
— Dieci minuti ancora e saranno pronte. Rallenta il fuoco onde non si crepino. —
Un quarto d’ora dopo Alvaro tornava con un carico di rami coperti di foglie. Aveva trovati parecchi di quegli alberi mescolati alle palme e agli ''acagiù'', quindi non aveva avuta alcuna difficoltà a fare un’ampia provvista.
Il ''matè'', quella bevanda che oggi è così largamente usata in tutta l’America meridionale, in quell’epoca non era conosciuta che da alcune tribù brasiliane e paraguaiane. In Europa non si sapeva che cosa fosse.
L’albero che produce quelle foglie che non sono meno pregiate di quelle fornite dal the, cresce spontaneamente nelle foreste americane senza bisogno di coltura alcuna ed è una bella pianta di varii metri d’altezza con foglie sempreverdi, che si possono raccogliere in qualunque stagione.
Seccate semplicemente al sole o meglio ancora a fuoco lento poi messe in infusione nell’acqua bollente, forniscono una bevanda alimentare di primo ordine meno eccitante del ''the'' e del caffè e soprattutto meno cara e che dovrebbe venire usata anche dalle popolazioni meno agiate dell’Europa perchè un ''arroba'' di erba mate, che è sufficiente ad una persona per ben sei mesi, non costa più di nove lire e usandone anche tre volte al giorno, ciò importerebbe una spesa massima di venti lire all’anno mentre il caffè, preso nell’istessa misura, non costerebbe meno d’ottanta lire ed il ''the'' duecento e anche di più.
E si noti che il ''matè'' contiene meno olio essenziale del the, sia nero che verde, cosicchè anche abusandone non può riuscire nocivo; che possiede maggior quantità di resine e che è più diuretico del caffè; che fornisce una bevanda aromatica di gusto piacevole, che calma la sete e che inganna la fame sostenendo le forze dell’uomo anche per parecchi giorni.
— Ne avremo per parecchie settimane, — disse il marinaio<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|232|{{Smaller|''Capitolo Ventiquattresimo.''}}||riga=si}}</noinclude>di Solis, che si mostrava contentissimo di quella raccolta. — Non speravo di trovare su questo isolotto delle piante così preziose.
Ah! Se si potesse trovare anche del tabacco! È parecchio tempo che non ne fumo.
— Che cos’è? — chiese Alvaro.
— Già, mi dimenticavo che in Europa non lo si conosce ancora.
{{ec|—|}} Quando torneremo fra i Tupinambi ve lo farò provare e ci prenderete gusto ad aspirare il fumo aromatico di quelle foglie.
Signor Viana, le pentole sono già raffreddate e altro non chiedono che di essere riempite d’acqua.
— Coi ''tatù'' insieme, — rispose il mozzo.
— Gettali dentro dunque, — disse Alvaro. — Un sorso di brodo farà bene a Diaz.
— Ed il matè mi rinforzerà meglio, — disse Diaz. — Ah! Occorre una ''cuia''. Ne avete veduto nella vostra escursione.
— Delle zucche, vorrete dire? — chiese Alvaro.
— Sì e anche un cannuccio di bambù.
— Posso trovare la ''cuia'' e anche i bambù.
— Oh!
— Che cosa volete ancora?
— Là, guardate quelle foglie.
— Vedo.
— Strappatele e scavate.
— Che cosa si troverà sotto?
— Dei tuberi eccellenti che non sono velenosi come la mandioca?
— E sarebbero.
— Ma... gl’indiani li chiamano ''manihot''. So che sono buonissimi specialmente cucinati nel brodo.
— Quest’isola è un paradiso terrestre!
— Meglio per noi, signor Viana.
— Felice paese dove basta abbassarsi per avere tutto il necessario per vivere. Ed io che lo aveva chiamato ingrato! —
Garcia che aveva ascoltate quelle parole, in quattro salti si era slanciato verso quelle foglie che crescevano quasi a fior di terra e si era messo a scavare il suolo servendosi del coltello.
Non tardò molto a mettere allo scoperto parecchi tuberi grossi come le nostre patate, che portò subito presso il fuoco.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''L’isolotto.''}}|233|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Leva la buccia e gettali nella pentola, — disse il marinaio. — Il brodo riuscirà più gustoso. —
I ''tatù'' già bollivano ed il vaso grillettava rumorosamente spandendo all’intorno un profumo squisito che sarebbe stato ben migliore se i naufraghi avessero avuto a loro disposizione un po’ di sale.
— Peccato, — diceva Alvaro, che sorvegliava la cottura dei due rosicchianti. — È il sale che manca.
— Se si potessero trovare dei ''mollè'', ne potremmo ricavare dalle loro ceneri, — rispose il marinaio. — Ma tutto non si può trovare su un isolotto e avremmo torto a lamentarci, signor Viana.
Vi abituerete anche voi alla mancanza di quella derrata preziosa.
— Vi sono perfino degli alberi che forniscono il sale?
— Tutto si ricava dalle piante in questo fortunato paese. Il vino ed il latte, la cera per fabbricare le candele, balsami per le ferite, succhi d’ogni specie e perfino veleni terribili per ammazzare le persone.
Le foreste brasiliane tutto possono fornire, perfino le armi per difendersi contro le belve.
— E anche il pranzo tutti i giorni, — disse Garcia.
— E senza affaticarsi, — aggiunse il marinaio.
— Il paese della cuccagna, — disse Alvaro sorridendo.
— Sì per coloro che sanno sfruttarlo, signor Viana.
— E dove si corre anche il pericolo di venire mangiati come polli.
— Questione di abitudini e di costumi signore, — rispose Diaz.
Da noi si mangiano i buoi ed i vitelli, qui si divorano gli uomini come fossero bistecche. Ah! Diavolo! Noi scherziamo e dimentichiamo gli Eimuri ed i Caheti!
— A tavola! — gridò in quel momento il mozzo, levando il vaso dal fuoco. — Finchè gl’indiani mangiano i loro simili noi diamo un colpo di dente ai ''tatù''.
Io credo che valgano meglio della carne umana. —
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|234|{{Smaller|''Capitolo Venticinquesimo.''}}||riga=si}}</noinclude>{{Ct|f=120%|v=2|t=3|L=0px|CAPITOLO XXV.}}
{{Ct|f=120%|v=2|L=0px|'''Un combattimento fra antropofagi.'''}}
Una settimana era trascorsa dal loro approdo in quell’isoletta, senza che nessun avvenimento avesse turbata la loro esistenza.
La ferita del marinaio si cicatrizzava rapidamente, mercè frequenti unzioni di succo resinoso dell’''almescegueira'', pianta che era stata trovata su un’isoletta poco discosta e dei Caheti non avevano avuto fino allora più alcuna notizia.
Non avevano fatto altro che mangiare e dormire beatamente e bere ''matè'' in quantità, avendolo trovato di loro gusto anche i due portoghesi.
Alvaro però cominciava ad affermare che la noia a poco a poco lo prendeva e che ne aveva un po’ troppo di questa vita così calma e che avrebbe desiderato tornarsene nei grandi boschi anche per variare un po’ i loro pasti che ormai si erano ridotti a uccelli acquatici ed a frutta.
''Tatù'' non se ne trovavano altri su quell’isolotto; altri animali non ne avevano veduti; i tuberi erano pure finiti e se delle testuggini si erano mostrate fra le acque melmose della savana, non si erano però lasciate prendere malgrado i pazienti tentativi del mozzo.
— Io non sono nato per vivere eternamente su un isolotto, — ripeteva ogni mattina ed ogni sera. — Mi sembra di essere un topo in trappola. Torniamo nella foresta.
— Aspettate che io sia completamente guarito, — rispondeva il marinaio, — poi ci metteremo in cerca dei Tupinambi.
— Lasciatemi fare una sola corsa per variare la nostra tavola.
— Non commettete imprudenze, signore. I Caheti possono sorprendervi.
— Se non si sono più mostrati vuol dire che se ne sono andati.
— Non fidatevi: conosco quei selvaggi, e so quanto sono pazienti.
Sono certo che ci spiano. —
Il giorno seguente erano le medesime frasi che si scambiavano,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Un combattimento fra antropofagi.''}}|235|riga=si}}</noinclude>ma tutti i buoni argomenti del marinaio non riuscivano a sradicare interamente il desiderio che tormentava Alvaro, cioè di fare una corsa nelle foreste.
L’ottavo giorno il portoghese che si annoiava mortalmente e non ne poteva più di quella monotona esistenza, armò la ''canoa'', risoluto a fare una gita fino alla costa più vicina per provvedersi di viveri.
Gli uccelli già da qualche giorno avevano disertato l’isolotto, spaventati dagli spari dei due archibugi e la cena della sera innanzi era stata magrissima non avendo potuto trovare che un paio di tuberi e poche frutta già quasi guaste.
— Tornerò presto, — disse Alvaro al marinaio, — e se vedrò che i Caheti sono scomparsi, domani andremo tutti nella foresta.
Ormai quest’isolotto non può fornirci altro che delle foglie e della fame in quantità.
— Conducete con voi il mozzo, — disse Diaz. — Io non ho più bisogno di cure e anche stamane ho potuto alzarmi e girare intorno all’albero.
Due fucili valgono meglio d’uno.
— Mi rincresce lasciarvi solo.
— Non preoccupatevi, signor Viana. Impiegherò il tempo a intrecciare due cappelli di paglia che vi ripareranno meglio dei vostri berretti già sdrusciti.
Ma siate prudenti e non accostatevi alla riva se prima non siete ben convinti che sia deserta.
— Ve lo prometto. D’altronde torneremo prima che il sole tramonti e con qualche capo di selvaggina, almeno così spero. —
Presero i due archibugi lasciando al marinaio la ''gravatana'' di cui sapeva servirsi abilmente, come abbiamo già veduto, e balzarono nella ''canoa''.
— Prudenza! — gridò un’ultima volta Diaz, il quale si era coricato sotto l’ombra di una ''bananeira'' che lanciava le sue immense foglie in tutte le direzioni.
Alvaro rispose con un gesto della mano e la ''canoa'' si allontanò velocemente, scivolando sulle acque nerastre della savana sommersa.
— Non allentiamo, Garcia, — disse Alvaro. — In un’ora noi saremo nella foresta.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|236|{{Smaller|''Capitolo Venticinquesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
— La rivedrò anch’io volentieri, — disse il mozzo. — L’isola era diventata ormai troppo piccina anche per me e mi annoiavo al pari di voi.
— Fra quattro o cinque giorni ci metteremo in cerca dei Tupinambi, se gli Eimuri ne hanno lasciati ancora di vivi.
Non so ma anche Diaz non è tranquillo sulla sorte che può essere toccata alla tribù.
Prima gli Eimuri e poi i Caheti, e gli uni e gli altri sono grandi consumatori di carne umana.
— E se non ne trovassimo più di vivi?
— Allora mio caro, andremo verso la costa e con qualche scialuppa saliremo al nord fino a trovare gli stabilimenti spagnuoli del Venezuela.
Diaz s’è pure deciso a tentare il lungo viaggio. —
Pur chiacchierando non arrestavano di remare vigorosamente, girando e rigirando intorno agli isolotti ed ai banchi che ingombravano la savana e mettendo in fuga nuvole di volatili i quali s’affrettavano a fuggire avendo ormai provato gli effetti delle armi da fuoco.
Alle otto del mattino la ''canoa'' usciva finalmente da quel dedalo di terreni emersi e da quei gruppi enormi di paletuvieri rossi, raggiungendo le acque libere.
La riva appariva a meno d’un miglio colla sua imponente linea di alberi maestosi fra i quali torreggiavano soprattutto gli enormi ''summameira'' e le cupole ondeggianti delle ''iriastree'', capricciosamente dentellate.
Alvaro abbandonò per un momento le pagaie e riparatisi gli occhi colle mani esaminò attentamente la spiaggia.
— Non vedo alcun canotto nè alcuna zattera, — disse poi — e nessuna colonna di fumo alzarsi fra le piante.
I Caheti devono essere tornati ai loro villaggi.
— E noi approfitteremo per fare una battuta nella foresta, — disse Garcia.
— E anche una buona raccolta di frutta, — aggiunse Alvaro.
Vedo laggiù e per la prima volta delle piante che mi sembrano cocchi.
Se le frutta non sono troppe mature ti offrirò un buon bicchiere di latte alla crema.
Animo, Garcia. Ancora dieci minuti e sbarcheremo. —
Attraversarono velocemente l’ultimo tratto della savana e<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Un combattimento fra antropofagi.''}}|237|riga=si}}</noinclude>giunsero in una cala minuscola che era cinta da bellissime piante chiamate ''pequià'' e anche ''morfim'' ossia dell’avorio, essendo il legno che se ne ricava d’una trasparenza e chiarezza meravigliosa.
Prima di sbarcare, i due portoghesi armarono i due archibugi e stettero in ascolto qualche minuto, temendo di vedere sorgere dietro le piante i terribili Caheti.
Udendo solamente le grida monotone d’uno stormo di ''arà'' rosse, si decisero a lasciare la ''canoa''.
— Siamo soli, — disse Alvaro. — Andiamo innanzi a tutto a fare una visita a quei cocchi.
Mi pare che siano ben carichi di frutta. —
Si erano appena cacciati sotto le ''pequià'' quando grida acutissime echeggiarono in mezzo alle palme che formavano la prima linea della grande foresta.
— ''Eske! Eske!'' —
— Gl’indiani? — disse Garcia preparandosi a tornare verso la scialuppa.
— Mi pare che queste grida siano mandate da una truppa di scimmie.
— Che battaglino fra di loro?
— Andiamo a vedere, Garcia. Tu sai che la carne delle scimmie non è poi cattiva.
Le grida continuavano sempre più stridenti, coprendo gli schiamazzi dei pappagalli e le note squillanti delle ''ara''.
— ''Eske! Eske!''
— Sì, sono scimmie, — disse Alvaro che aveva già raggiunto il margine della foresta. — Le vedi lassù, su quella pianta che lancia i suoi rami quasi orizzontalmente.
— Sì, le vedo.
— Sarei curioso di sapere perchè urlano tanto. Non ti sembrano spaventate?
— Sì, signor Alvaro. Non vedete come guardano abbasso e come cercano di spingersi verso i rami più alti? Qualcuno deve minacciarle.
— Il dito sul grilletto del fucile, — ragazzo mio. — L’animale che minaccia quelle scimmie potrebbe prendersela anche con noi.
Avanziamoci adagio ed in silenzio. —
Fra i rami d’una ''massaranduba'', cinque scimmie si agitavano freneticamente balzando ora da una parte ed ora dall’altra, {{Pt|ur-|}}<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|238|{{Smaller|''Capitolo Venticinquesimo.''}}||riga=si}}</noinclude>{{Pt|lando|urlando}} a squarciagola e scagliando frutta e foglie contro qualche nemico che non si poteva ancora scorgere, essendo il tronco di quella pianta avvolto fra un caos di liane.
Erano delle ''barrigudo'', scimmie che non raggiungono mai l’altezza d’un metro, che hanno il pelame morbido, quasi lanoso, di tinta quasi nerastra con striature grigie e una specie di criniera che scende fino sulle spalle.
— Alt, Garcia, — mormorò Alvaro che si era nuovamente avanzato, aprendosi il passo fra un folto cespuglio. — Eccolo il loro nemico! Lo vedi arrampicarsi su pel tronco? —
Un bellissimo animale, grande quanto un cane di Terranuova, ma molto più snello, saliva aggrappandosi alle liane ed altre piante parassite che cingevano l’albero, con quelle mosse leggere e prudenti che si osservano nei gatti.
Aveva il pelame folto, corto e morbido, rosso giallastro sul dorso e bianco arricciato sui fianchi e sotto il ventre; la testa rotonda adorna di lunghi baffi con due occhi scintillanti, due veri occhi da carnivoro; la coda lunga più di mezzo metro e le zampe nervose, secche, armate all’estremità di lunghi artigli che laceravano con estrema facilità le liane anche le più dure.
Se Alvaro fosse stato un brasiliano, avrebbe subito riconosciuto in quell’animale un ''onça parda'', chiamato anche ''puma'' o ''coguar'' e anche leone d’America, una belva meno pericolosa dei giaguari ma tuttavia sempre temibilissima.
Ed infatti i coguari, pur essendo relativamente piccoli, non avendo mai più di un metro e venti centimetri di lunghezza, compresa la coda, nè un’altezza superiore ai settanta, hanno una forza straordinaria e sono dotati d’un coraggio a tutta prova.
Vivono per lo più nei boschi dove inseguono accanitamente le scimmie, perseguitandole fino sui più alti rami essendo estremamente agili e potendo spiccare dei salti di cinque e perfino di sei metri. S’incontrano però sovente anche nelle praterie, specialmente là dove oggidì si allevano i montoni, dei quali fanno strage quando riescono ad entrare nei ''ranchi'' ossia nei recinti costruiti dai pastori.
Ordinariamente sfuggono l’uomo, ma se la fame li tormenta piombano anche sugl’indiani con rapidità fulminea, sgozzandoli con un buon colpo d’artiglio alla gola.
Assaliti poi, si difendono con coraggio disperato e tengono<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Un combattimento fra antropofagi.''}}|239|riga=si}}</noinclude>lungamente testa ai cacciatori i quali non sempre escono vittoriosi da quelle lotte.
Il puma, che doveva essere affamato e che non si era ancora accorto della presenza dei due naufraghi, continuava ad arrampicarsi senza però dimostrare eccessiva fretta, punto preoccupato delle grida delle scimmie e dei rami che gli venivano scagliati addosso.
Di quando in quando anzi si fermava e guardava sotto di sè mandando un ''eu-uu''... rauco che ripeteva più volte.
— Non vorrei trovarmi al posto delle scimmie, — mormorò Alvaro curvandosi verso il mozzo, il quale seguiva con vivo interesse la manovra della belva. {{ec|—|}}
— Che riesca a raggiungerle?
— S’arrampica meglio d’un gatto. Fra qualche minuto avrà la sua preda.
— E noi lo lasceremo commettere quell’assassinio?
— T’interessi per quelle scimmie?
Farò fuoco sull’animale ma dopo, quando si sarà impadronito della preda.
Così d’un colpo solo prenderemo l’una e l’altra. —
Il coguaro aveva raggiunto la cima del tronco e con un salto immenso si era slanciato fra i rami, cadendo così leggermente da non far nemmeno oscillare le foglie più vicine.
Le scimmie vedendolo così vicino si erano date alla fuga, cercando di raggiungere le cime più elevate, quando il coguaro, che non ci teneva a spingersi più in su, con un secondo salto piombò sulla meno lesta spezzandole di colpo la colonna vertebrale prima e squarciandole poi il collo.
Con una zampa la rovesciò sul ramo per impedirle di cadere, poi applicò le labbra sulla ferita della gola, succhiando avidamente il sangue che sgorgava in abbondanza.
— A me ora, — disse Alvaro.
Aveva puntato l’archibugio e stava mirando, quando udì un leggero sibilo e vide un sottile cannello attraversare l’aria e piantarsi nel fianco sinistro del coguaro.
Questi aveva subito interrotto il suo pasto, guardandosi intorno.
Vedendo il cannello lo spezzò coi denti, poi si rimise a succhiare come se fosse stato punto da qualche mosca importuna.
Alvaro aveva abbassato prontamente il fucile.<noinclude><references/></div></noinclude>
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— Una freccia, — mormorò agli orecchi del mozzo.
— L’ho veduta signore.
— Chi può averla lanciata? Un indiano di certo.
— Fuggiamo signore.
— No, l’uomo che l’ha gettata potrebbe udirci e noi non sappiamo se è solo od accompagnato.
Restiamo qui e non muoviamoci. Il cespuglio che ci ripara è folto e nessuno può sospettare la nostra presenza.
— Ed io che stavo per far fuoco!
Un fracasso di rami schiantati seguito da un ''ou-uu'' rabbioso si fece udire in alto.
Il coguaro che doveva essere stato ferito da una freccia avvelenata, era precipitato giù dall’albero assieme alla sua vittima, sfondando col proprio peso le liane ed i rami.
— Non muoverti, — mormorò Alvaro, trattenendo Garcia che spinto da una imprudente curiosità stava per farsi innanzi. — Accovacciati presso di me e non fiatare. —
Scostò adagio adagio i rami e cercò di scoprire il cadavere del coguaro. Lo vide infatti, dieci metri più innanzi, sdraiato alla base dell’albero, presso la scimmia.
— Vedremo chi andrà a raccoglierlo, — mormorò Alvaro.
Erano trascorsi appena due minuti quando udì un fruscìo di foglie e dei rami a crepitare. Una o più persone s’aprivano il passo fra i fitti cespugli che formavano come una seconda foresta sotto la prima, costituita invece dalle palme e dalle immense ''summameire'' dalle ''pekie'' ecc.
Ad un tratto due persone sbucarono fra le foglie d’una ''bananeira'' e si diressero sollecitamente verso il coguaro il quale non dava ormai più segno di vita.
Alvaro aveva fatto uno sforzo supremo per non lasciarsi sfuggire un grido di sorpresa.
In quei due selvaggi aveva riconosciuto il capo degli Eimuri ed il ragazzo indiano che gli aveva servito d’interprete.
Come si trovava là quel maledetto antropofago? Aveva seguite le tracce dei due fuggiaschi smanioso di vendicarsi d’essere stato così destramente giuocato? Oppure era giunto presso la savana sommersa per puro caso, guidando qualche partita di cacciatori?
— Non muoverti, Garcia, — sussurrò Alvaro. — Corriamo il pericolo di venire mangiati.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Un combattimento fra antropofagi.''}}|243|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Chi sono?
— Gli Eimuri.
— Ancora?
— Silenzio se ti preme la vita. —
Il capo ed il ragazzo strapparono al coguaro la punta della freccia, poi il primo mandò un fischio stridente.
Un momento dopo quattro altri indiani armati di ''gravatane'' che fino allora dovevano essersi tenuti imboscati nelle vicinanze, si fecero innanzi e si caricarono del coguaro e della scimmia.
Il capo fece il giro dell’albero come se cercasse se vi fosse altra selvaggina da abbattere, ma le scimmie che poco prima si trovarono sulla cima erano ormai scomparse, slanciandosi di pianta in pianta.
Un momento dopo il piccolo drappello tornava a scomparire in mezzo ai cespugli.
Per alcuni istanti si udirono le fronde ad agitarsi, poi ogni rumore cessò e le arà, tranquillizzate, ripresero la loro monotona cantilena mentre i pappagalli cicalavano a piena gola.
— Siamo sfuggiti ad un grave pericolo per puro caso, — disse Alvaro che era ancora pallido. — Se io non m’indugiavo un poco a far fuoco a quest’ora noi avremmo addosso chissà quanti Eimuri.
— Era proprio il capo?
— L’ho riconosciuto subito, ragazzo mio.
— Che ci cerchi o che cacci?
— Cacciare così lontano dal villaggio non mi sembra ammissibile.
— Che cosa facciamo signore?
— Rimanere nascosti qui per ora e questa sera ritornare alla nostra isola. Non mi fido imbarcarmi; gli Eimuri ci potrebbero scorgere.
— Il marinaio aveva ragione a sconsigliarvi, — disse il mozzo.
— I selvaggi non ci hanno ancora presi.
— Ma torneremo a mani vuote.
— Attraverseremo la savana e andremo a cacciare su qualche altra riva. Non sarà già un oceano quel bacino paludoso.
Taci! —
Il silenzio era stato improvvisamente rotto da urla formidabili che aumentavano rapidamente d’intensità, accompagnate da suoni<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|244|{{Smaller|''Capitolo Venticinquesimo.''}}||riga=si}}</noinclude>stridenti che parevano uscissero da quella specie di flauti formati con tibie umane e che usavano in quell’epoca quei terribili antropofagi.
Quelle urla echeggiavano in due diversi direzioni.
— Che due tribù siano alle prese? — chiese Alvaro.
— Signore, vi ricordate dei Caheti comparsi sulle rive della savana? — chiese Garcia.
— Andiamo a vedere, — disse Alvaro. — Se succede un combattimento nessuno avrà il tempo di occuparsi di noi. —
Uscirono dalla macchia e s’avanzarono verso il luogo dove le urla risuonavano sempre, tenendosi però prudentemente nascosti fra le piante più folte e scivolando di preferenza fra i cespugli.
Non avevano percorsi duecento metri, quando si trovarono sul margine d’una immensa radura, in mezzo alla quale non crescevano che pochissimi gruppetti di palme.
Alvaro non si era ingannato: due tribù, entrambe numerose, stavano per venire alle mani.
— Gli Eimuri alle prese con una tribù nemica! — esclamò il portoghese, gettandosi in mezzo ad un cespuglio.
Sei o settecento indiani, spaventosamente dipinti in nero, in azzurro ed in rosso, coi volti adorni di penne di pappagallo disposte in modo da figurare baffi, barbe e corna e divisi in due colonne, marciavano lentamente agitando furiosamente le mazze, le cerbottane, le lance e le scuri di conchiglia.
La battaglia che doveva diventare ben presto sanguinosissima, essendo tutti i selvaggi brasiliani valorosissimi, non era ancora cominciata.
Prima di assalirsi, i brasiliani usavano provocarsi da lontano per eccitarsi.
S’avanzavano gli uni contro gli altri a passo cadenzato, fermandosi di quando in quando per ascoltare le arringhe infuocate dei capi che li mettevano in un incredibile furore.
Davan fiato poi ai pifferi ed ai flauti, stendevano le braccia mostrando gli archi e le mazze o le gravatane, provocandosi con urla spaventevoli e alzando sulle picche dalla punta di selce o di spine di pesce, le ossa dei prigionieri che avevano divorati.
Gli Eimuri erano assai più superiori di numero, ma i loro avversari parevano meglio armati e poi più alti e più sviluppati dei primi.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''Un combattimento fra antropofagi.''}}|245|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Se si distruggessero almeno reciprocamente, — disse Alvaro che si teneva ben celato a fianco di Garcia. — Questi sono demoni piuttosto che esseri umani.
— Chi vincerà! — chiese Garcia.
— Lo sapremo presto, — rispose Alvaro. — Simili battaglie con attacchi a corpo a corpo non devono durare molto.
Le due tribù che procedevano senza ordine alcuno ma in ranghi serrati, giunti a cento metri l’una dall’altra, posero mano agli archi e alle gravatane saettandosi reciprocamente.
Era uno spettacolo bellissimo il vedere tutte quelle frecce che terminavano in penne variopinte e che percosse dal sole riflettevano tutte le varietà delle loro tinte, volare in tutte le direzioni.
I guerrieri che ne venivano colpiti, se le strappavano dalle carni rabbiosamente, le mordevano e le spezzavano, senza dare indietro un passo nè volgere le spalle e rispondevano fino a che il ''vulrali'', quel veleno che non perdona, produceva il suo mortale effetto.
Esaurite le frecce le due tribù si slanciarono l’una contro l’altra con un clamore assordante e le mazze alzate.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|246|{{Smaller|''Capitolo Ventiseesimo.''}}||riga=si}}</noinclude>{{Ct|f=120%|v=2|t=3|L=0px|CAPITOLO XXVI.}}
{{Ct|f=120%|v=2|L=0px|'''La scomparsa del mozzo.'''}}
Una mischia terribile si era impegnata fra gli Eimuri ed i loro avversari.
Quei selvaggi, che Alvaro aveva giustamente paragonati più a fiere che a esseri umani, combattevano con furore estremo scambiandosi colpi di mazza che di rado cadevano a vuoto.
L’abilità con cui adoperavano quell’arma pericolosissima, preferita dai guerrieri alle ''gravatane'' dalla freccia mortale e anche alle scuri di conchiglia che d’altronde si spezzavano facilmente, era straordinaria.
Quantunque quelle mazze, formate di legno del ferro, fossero pesantissime, tali anzi che gli europei non riuscivano ad alzarle e farle girare con una sola mano e avessero sovente una lunghezza di due metri, le maneggiavano con destrezza facendole volteggiare in aria con velocità prodigiosa.
Ogni colpo faceva una vittima, giacchè miravano sempre alla testa che fendevano nettamente per metà, essendo sottili sui due lati.
Per parecchi minuti Alvaro ed il mozzo non videro che un rimescolamento orribile di corpi nudi e sanguinanti che si dibattevano fra un urlìo incessante, poi i combattenti si separarono in varii gruppi continuando la lotta con crescente furore.
Un gran numero di guerrieri giacevano al suolo coi crani spaccati ed i petti sfondati dai colpi formidabili delle mazze, ma gli altri, per nulla atterriti non cedevano ancora il campo, spinti dal desiderio di fare dei prigionieri poichè non usavano i brasiliani, chissà per quali inesplicabili cause, divorare i morti caduti sul campo di battaglia.
Gli Eimuri però più numerosi quantunque meno armati, avevano avuto subito un notevole vantaggio sui loro avversari, decimandone crudelmente le file.
Il loro capo, che ruggiva come un giaguaro e che aveva la mazza lorda di sangue fino al manico, si sforzava a raccogliere le file per dare l’ultimo colpo.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Smaller|''La scomparsa del mozzo.''}}|247|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Gli avversari invece cominciavano a tentennare quantunque opponessero ancora una ostinata resistenza. Anche il loro capo faceva sforzi sovrumani per stringerseli intorno, senza però riuscire nell’intento.
Ad un tratto fu veduto scagliarsi contro il capo degli Eimuri con slancio disperato ed investirlo a colpi di mazza.
Era un bel selvaggio di alta statura, adorno di collana e di piume variopinte e di ossa che dovevano essere umane e che gli pendevano lungo i fianchi.
L’Eimuro che forse si aspettava quell’attacco, si volse di colpo e siccome nella destra teneva la ''gravatana'' gli soffiò contro una freccia, colpendolo con precisione matematica nel pomo d’Adamo, ossia nel centro della gola.
Il guerriero, quantunque non dovesse ignorare che la morte ormai doveva sorprenderlo, si gettò sull’avversario a corpo perduto, sperando ancora di fracassargli il cranio con un colpo di mazza, ma le forze lo tradirono.
Il ''curaro'' aveva agito istantaneamente ed il sangue era stato subito avvelenato.
Lasciò sfuggire l’arma che impugnava e cadde sulle ginocchia; un colpo di mazza dell’Eimuro lo finì, rovesciandolo al suolo col cranio fracassato.
I guerrieri, vedendo cadere il capo e gli Eimuri slanciarsi nuovamente all’assalto, scoraggiati e già ridotti alla metà, volsero le spalle dirigendosi verso la savana e precisamente là dove Alvaro ed il mozzo si tenevano nascosti.
— Maledizione! — esclamò il signor Viana, alzandosi precipitosamente. — Gambe, Garcia! —
I fuggenti, che correvano come daini, erano ormai troppo vicini per permettere ai due naufraghi di ritornare nel folto della foresta prima di venire scorti.
In quel supremo frangente, Alvaro si rammentò di essere il temuto ''Uomo di fuoco''. Alzò rapidamente il fucile contro i selvaggi che si trovavano già a pochi passi di distanza.
L’effetto prodotto da quel colpo fu incredibile. Vinti e vincitori, presi da un subitaneo terrore si erano arrestati lasciandosi cadere al suolo, come se sopra le loro teste fosse scoppiata la folgore.
— Fuggi! Alla scialuppa, Garcia! — gridò Alvaro, slanciandosi a corsa disperata in direzione della savana.<noinclude><references/></div></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|248|{{Smaller|''Capitolo Ventiseesimo.''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Al di là degli alberi, delle grida echeggiavano:
— ''Caramurà! Caramurà!'' —
Dovevano essere gli Eimuri i quali avevano certamente riconosciuto il loro ''pyaie''.
Alvaro, che correva a rotta di collo, credendosi sempre seguito dal mozzo, in meno di cinque minuti si trovò sulla riva della minuscola cala, presso cui trovavasi la scialuppa.
Si volse gridando:
— Presto Garcia! —
Invece udì in quel momento uno sparo, poi un grido:
— Signor Alvaro! —
Poi vide una torma di selvaggi passare come un uragano fra gli alberi e scomparire in mezzo ai cespugli con fantastica rapidità.
Erano gli sconfitti che fuggivano.
— Aiuto... signore! — udì ancora in lontananza.
Ma i selvaggi che erano stati sopraffatti erano ormai scomparsi e giungevano invece a corsa disperata gli Eimuri preceduti dal loro capo.
Alvaro mandò un urlo.
— Mio povero ragazzo! —
Per un momento, non badando che al proprio coraggio e alla propria generosità, ebbe l’idea di scagliarsi dietro ai fuggenti.
Fortunatamente s’accorse subito che non sarebbe mai riuscito a raggiungere quegli uomini che correvano meglio dei cavalli e che avrebbe dovuto misurarsi contro l’intera orda vincitrice. Per di più l’archibugio era scarico e non aveva il tempo di ricaricarlo.
Balzò nella scialuppa, afferrò le pagaie e frenando le lagrime che gli empivano gli occhi, si spinse rapidamente al largo, salutato da una pioggia di frecce, di cui alcune si infissero, malgrado la distanza, nella poppa della canoa.
Invece di avanzarsi nel mezzo della savana, piegò verso la riva meridionale, tenendosi a sufficiente distanza per mettersi fuori di portata dalle ''gravatane'' e dagli archi.
I selvaggi che avevano avuto la peggio erano fuggiti in quella direzione e sperava di ritrovarli al di là d’una lunga penisola che si spingeva nella savana per parecchie centinaia di metri.
Delle grida echeggiavano in quella direzione e si vedevano gli Eimuri a dirigersi velocemente da quella parte. Pareva che<noinclude><references/></div></noinclude>
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|4}}</noinclude>
''Che più? Se il Teatro Italiano si arricchisce di nuove pregiate produzione, lo si deve in parte ancora ai primi saggi fatti da varii scrittori drammatici in dialetto Torinese e Milanese, intantochè il popolo, che meglio assai si vede ritratto sulle scene ove si parla il suo linguaggio, vi accorre in maggior folla, e ne ricava utilissimi ammaestramenti.''
''Accettiamo adunque i dialetti come una necessità; e nel mentre per mezzo della istruzione sempreppiù diffusa cogli Asili Infantili e le scuole elementari fatte in qualche modo obbligatorie, si cercherà di rendere viemmeglio popolare la lingua italiana, lasciamo alle genti campagnuole e alle classi inferiori il quotidiano uso dei dialetti, saggiamente temperati, per quanto si può, da norme precise e invariabili per la pronunzia e per l’ortografia.''
''Ma e chi vorrà egli assumersi l’incarico di prescrivere queste regole col farsi giudice del modo migliore di scrivere e parlare il dialetto Piemontese? Non io per certo l’oserei, se non m’avessi già la via tracciata dalla Grammatica del Dottore Maurizio Pipino, stata da lui pubblicata, or volge quasi un secolo, cioè nel 1783, in questa città, la quale ora mi accingo a ristampare, valendomi pure del sussidio del pregevolissimo Dizionario Italiano-Piemontese del Cav. {{AutoreCitato|Vittorio di Sant'Albino|Vittorio di Sant’Albino}}<ref>Torino 1859, Dalla Società L’''Unione Tipografico-Editrice'', già Pomba.</ref>, per introdurre alcune modificazioni che io credo indispensabili a fine di semplificare viemmeglio l’ortografia, solo mezzo per farla più facilmente adottare.''
::''E le modificazioni sono le seguenti:''
''Oltre l’'''e''' ''muta'', la quale vuolsi indicare con segno speciale, il Pipino distingue ancora due altre '''e''' delle quali una chiama ''chiusa'' e l’altra ''aperta'', indicando questa con due puntini sopra, per far conoscere la brevissima differenza che corre nel suono tra ''Re, fedel,'' ecc., e ''invern, etern''. Io seguendo il sistema del {{Pt|Sant’Al-|}}''<noinclude></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/573
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||{{Sc|canto decimo}}|571}}</noinclude><poem>
{{Ottava|131}}Azzïon, passïone, atto e potenza,
qualità, quantità mostra in ogni ente,
genere e specie, proprio e differenza,
relazïon, sostanza ed accidente,
con qual legge Natura e previdenza
cria le cose e corrompe alternamente,
la materia, la forma, il tempo, il moto
dichiara, e ’l sito, e l’infinito, e ’l vòto.
{{Ottava|132}}Tien due Donne da’ fianchi. Una che siede
sovra quel sasso ben quadrato e sodo,
è la Dottrina, ch’a chiunque il chiede
d’ogni difficoltà discioglie il nodo.
L’altra, che con la libra in man si vede
pesar le cose, ed ha il martello e ’l chiodo,
è la Ragion, che con accorto ingegno
a nessun crede, e vuol da tutti il pegno.
{{Ottava|133}}Ma quell’altra colà, c’ha sì leggiere
le penne, è Dea del mondo, anzi Tiranna.
Di fallace cristallo ha due visiere,
che l’occhio illude, e ’l buon giudicio appanna,
e la fa guatar torto e travedere,
sì ch’altrui spesso e se medesma inganna.
D’un tal cangiacolor la spoglia ha mista,
che l’apparenze ognor muta a la vista.
{{Ottava|134}}Sé di tanti color’ gemmanti e belle
suol l’augel di Giunon rotar le piume,
né di tanti arricchir l’ali novelle
quel del Sole in Arabia ha per costume,
né di tanti fiorir veggionsi quelle
de l’alato figliuol del tuo bel Nume,
di quante ell’ha le sue varie e diverse
verdi, bianche, vermiglie, e rance, e perse.
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702.djvu/574
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|572|{{Sc|le maraviglie}}|}}</noinclude><poem>
{{Ottava|135}}Opinïon s’appella, e molte ha seco
ministre infami, e meretrici infide,
larve, ch’uscite del Tartareo speco
vengon de l’alme incaute a farsi guide.
Ed è lor capo un Giovinetto cieco,
ch’Errore ha nome, e lusingando ride.
D’un licore incantato innebria i sensi,
e lui seguendo, a precipizio viensi.
{{Ottava|136}}Mira intorno Astrolabi ed Almanacchi,
trappole, lime sorde, e grimaldelli,
gabbie, bolge, giornee, bossoli e sacchi,
labirinti, archipendoli e livelli,
dadi, carte, pallon, tavole e scacchi,
e sonagli, e carrucole, e succhielli,
naspi, arcolai, verticchi ed oriuoli,
lambicchi, bocce, mantici e crocciuoli.
{{Ottava|137}}Mira pieni di vento otri e vessiche,
e di gonfio sapon turgide palle,
torri di fumo, pampini d’ortiche,
fiori di zucche, e piume verdi e gialle,
aragni, scarabei, grilli, formiche,
vespe, zanzare, lucciole e farfalle,
topi, gatti, bigatti, e cento tali
stravaganze d’ordigni e d’animali.
{{Ottava|138}}Tutte queste che vedi, e d’altri estrani
fantasmi ancor prodigïose schiere
sono i capricci degl’ingegni umani,
fantasie, frenesie pazze, e chimere.
V’ha molini e palei mobili e vani,
girelle, argani e rote in più maniere.
Altri forma han di pesci, altri d’uccelli,
vari, sì come son vari i cervelli.
</poem><noinclude><references/></div></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli, Vol. I, 1920 – BEIC 1928288.djvu/181
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|}}|175|nascondi=si}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=120%|v=1|t=3|L=0px|XVII }}
{{Ct|f=120%|v=1|L=0px|lh=1.3|CENNE DALLA CHITARRA D’AREZZO }}
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|L=0px|I}}
{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|lh=1.4|Presenta l’ignobile brigata, a cui offre le sue parodie dei sonetti dei mesi di Folgóre.}}
{{Ms|7}}<poem>
:A la brigata avara senza arnesi:
in tutte quelle parti, dove sono,
davanti a’ dadi e tavolier li pono,
{{R|4}}per che al sole stien tutti distesi;
:ed in camicia stiano tutti i mesi
per poter piú legger ire al perdono:
entro la malta e ’l fango gl’imprigiono,
{{R|8}}e sien domati con diversi pesi.
:E Paglierino sia lor capitano;
ed abbia parte di tutto lo scotto,
{{R|11}}con Benci e Lippo savio da Chianzano,
:Senso da Panical, c’ha legger trotto:
chi lo vedesse schermir giuso al piano,
{{R|14}}ciascun direbbe: — E’ pare un anitrotto! —
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|lh=1.3|Gennaio. }}
{{Ms|7}}<poem>
:Io vi doto, del mese di gennaio:
corti con fumo al modo montanese;
letta, qual ha nel mar il genovese;
{{R|4}}acqua con vento, che non cali maio;
:povertá di fanciulle a colmo staio;
da ber, aceto forte galavrese:
e stare come ribaldo in arnese,
{{R|8}}con panni rotti, senza alcun denaio.
:Ancor vi do cosí fatto soggiorno:
con una veglia nera, vizza e ranca,
{{R|11}}catun gittando de la neve a torno,
:appresso voi seder in una banca;
e, rismirando quel suo viso adorno,
{{R|14}}cosí riposi la brigata manca.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|L=0px|III}}
{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|lh=1.3|Febbraio. }}
{{Ms|7}}<poem>
:Di febbraio vi metto in valle ghiaccia
con orsi grandi vegli montanari,
e, voi cacciando con rotti calzari,
{{R|4}}la neve metta sempre e si disfaccia;
:e quel, che piace a l’uno, a l’altro spiaccia:
con fanti ben retrosi e bacalari;
tornando poi la sera ad osti cari,
{{R|8}}lor mogli tesser tele ed ordir accia.
:E ’n questo vo’ che siate senza manti,
con vin di pome, che ’l stomaco affina;
{{R|11}}in tal alberghi gran sospiri e pianti,
:tremoti, venti: e non sian con ruina,
ma sian sí forti, che ciascun si stanchi,
{{R|14}}da prima sera infino la mattina.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|lh=1.3|Marzo. }}
{{Ms|7}}<poem>
:Di marzo vi riposo in tal maniera:
in Puglia piana, tra molti lagoni,
e ’n essi gran mignatte e ranaglioni;
{{R|4}}poi da mangiar abbiate sorbe e pera,
:olio di noce veglio, mane e sera,
per far caldegli, arance e gran cidroni;
barchette assai con remi e con timoni,
{{R|8}}ma non possiate uscir di tal riviera.
:Case di paglia con diversi razzi;
da bere, vin gergon, die sia ben nero;
{{R|11}}letta di schianze e di gionchi piumazzi.
:Tra voi, signori, sia un priete fèro,
che da nessun peccato vi dislazzi;
{{R|14}}per ciascun luogo v’abbia un munistero.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|L=0px|V}}
{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|lh=1.3|Aprile. }}
{{Ms|7}}<poem>
:Di aprile vi do vita senza lagna:
taváni a schiera con asini a tresca,
ragghiando forte, per che non v’incresca,
{{R|4}}quanti ne sono in Perósa o Bevagna;
:con birri romaneschi di campagna,
e ciascadun di pugna sí vi mesca:
e, quando questo a gioco non riesca,
{{R|8}}ristori i marri de’ pian di Romagna.
:Per danzatori vi do vegli armini;
una campana, la qual peggio suona,
{{R|11}}stormento sia a voi, e non rifini.
:E quel, che ’n millantar sí largo dona,
in ira vegna de li suoi vicini,
{{R|14}}per che di cotal gente si ragiona.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|lh=1.3|Maggio. }}
{{Ms|7}}<poem>
:Il maggio voglio che facciate in Cagli
con una gente di lavoratori,
con muli e gran destrier zoppicatori:
{{R|4}}per pettorali forti reste di agli.
:Intorno questo sianovi gran bagli
di villan scapigliati e gridatori,
de’ quai risolvan sí fatti sudori,
{{R|8}}che turbin l’aere sí, che mai non cagli.
:Poi villan altri facendovi mance
di cipolle porrate e di marroni,
{{R|11}}usando in questo gran gavazze e ciance:
:e ’n giú letame ed in alto forconi;
massari e veglie baciarsi le guance;
{{R|14}}di pecore e di porci si ragioni.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|L=0px|VII}}
{{Ct|f=90%|v=1|L=0px|lh=1.3|Giugno.}}
{{Ms|7}}<poem>
:Di giugno siate in tale campagnetta,
che vi sien corbi ed alghironcelli;
le chiane intorno senza caravelli:
{{R|4}}entro lo mezzo v’abbia una isoletta,
:de la qual esca sí forte venetta,
che ’n mille parti faccia e ramicelli
d’acqua di solfo, e cotai gorgoncelli,
{{R|8}}sí ch’ella adacqui ben tal contradetta.
:E sorbi e pruni acerbi siano líe,
nespole crude e cornie savorose;
{{R|11}}le rughe sian fangose e strette vie;
:le genti vi sian nere e gavinose,
e faccianvisi tante villanie,
{{R|14}}che a Dio e al mondo siano noiose.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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A la brigata avara senza arnesi
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| Nome e cognome del curatore = Aldo Francesco Massera
| Titolo = A la brigata avara senza arnesi
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| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = Letteratura
| Argomento = sonetti
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{{raccolta|Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)/XVII. Cenne dalla Chitarra d'Arezzo|
Risposta per contrarî ai sonetti de' mesi di Folgore da San Geminiano}}
<pages index="AA. VV. – Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli, Vol. I, 1920 – BEIC 1928288.djvu" from="184" to="184" fromsection="" tosection="" onlysection="s2" />
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{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5|4.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1809).}}
<poem>
:El sarà vera fors quel ch’el dis lu<ref>{{Nsb|ppm|320|7}}</ref>
Che Milan l’e on paes che mett ingossa<ref>{{Nsb|ppm|320|8}}</ref>,
Che l’aria l’è malsana, umeda, grossa,
E che nun Milanes semm turlurù;
:Impunemanch però, el mè sur Monsù,
Hin tredes ann che osservi d’ona cossa
Che quand lor sciori pienten chì in sta fossa
Quij benedetti verz<ref>{{Nsb|ppm|320|9}}</ref>, no i spienten pù.
:Per resolv a la mej sta question,
Monsù, ch’el scusa, ma no poss de men
Che pregall a adattass a on paragon.
:On asen manteguuu semper de stobbia<ref>{{Nsb|ppm|320|10}}</ref>,
S’el riva a zaffà<ref>{{Nsb|ppm|320|11}}</ref> biava e fava e fen,
El tira giò scalzad<ref>{{Nsb|ppm|320|12}}</ref> fina in la grobbia<ref>{{Nsb|ppm|320|13}}</ref>.
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5|5<ref>{{Nsb|ppm|321|14}}</ref>.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1811).}}
<poem>
:Mè cugnaa el Giromin, quell candiron
Ch’el pareva on salam mal insaccaa,
El te m’ha daa assabrutta on bell pienton<ref>{{Nsb|ppm|321|15}}</ref>
E l’e cors in Castell a fass soldaa.
:La piang la mamma, e la gh’ha ben reson.
Chè la mamma l’è quella ch’el l’ha faa;
So pader anca lu el fa el maccaron<ref>{{Nsb|ppm|321|16}}</ref>,
Ma l’è semper so pà, sia bolgiraa!
:Quel che me par a mi on poo stravagant
L’è a vedè i sœu fradij tutt magonent<ref>{{Nsb|ppm|321|17}}</ref>
A piang, a sospirà, a casciass<ref>{{Nsb|ppm|321|18}}</ref> tant.
:Màssem che fœura de sto stat che chì
No che n’è vun pu spicc al temp present
Per fagh schivà l’incomed del spartì<ref>{{Nsb|ppm|321|19}}</ref>.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 12.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1807-1817).}}
<poem>
:Quand per i stravaganz de la stagion
La campagna la va a fass sbolgirà,
Ogni fede! zeoco subet el va
A tcEUssela con chi ghe fa passion.
:I picch ghe l’han coi vizi di patron,
I scrupolos col tropp amoreggià,
I sonaj<ref>{{Nsb|ppm|322|43}}</ref> col vorè filosofà,
I quamquam<ref>{{Nsb|ppm|322|44}}</ref> con la strada del Sempion,
:I magatton<ref>{{Nsb|ppm|322|45}}</ref> col stomegh desquattaa<ref>{{Nsb|ppm|322|46}}</ref>,
I beatt coi bottegh avert in festa,
I pcssee<ref>{{Nsb|ppm|322|47}}</ref> coi vegili<ref>{{Nsb|ppm|322|48}}</ref> trascuraa.
:E cert olter, stremii de la tempesta,
Usand misericordia ai nost peccaa,
Ghe l’han, savii con chi?... con quell che resta....
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 13.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|ON CONTIN BERGAMASCHIN CHE FA EL BRUSCHIN<br>CONTRA DI MENEGHIN<ref>{{Nsb|ppm|322|49}}</ref>.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1816).}}
<poem>
Oh carin, beatin, mattin, smorbiin,
Arcadin poetin, ciccin, contin,
Puresin col tossin<ref>{{Nsb|ppm|322|50}}</ref>^ che in Parnassin
Pien d’estrin fa frin frin col ghitarrin,
:Pian pianin, bell bellin, ch’el tropp foghin
Nol te scalda el pissin, contin ciccin.
Te preghi per mammin, per papparin,
Per tutt i bortolin<ref>{{Nsb|ppm|322|51}}</ref> bergamaschin,
:Te preghi per l’acquin del fontanin
Che lava el mostaccin<ref>{{Nsb|ppm|322|52}}</ref> de Doridin<ref>{{Nsb|ppm|322|53}}</ref>
In sul poggin verdin, freschin, gingin;
:Inin te preghi per el cardeghin
Dove te fee settina<ref>{{Nsb|ppm|322|54}}</ref> a fà cacchin
E a fà versin de tutt e duu i boggin<ref>{{Nsb|ppm|322|55}}</ref>.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 12.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1807-1817).}}
<poem>
:Quand per i stravaganz de la stagion
La campagna la va a fass sbolgirà,
Ogni fede! zeoco subet el va
A tcEUssela con chi ghe fa passion.
:I picch ghe l’han coi vizi di patron,
I scrupolos col tropp amoreggià,
I sonaj<ref>{{Nsb|ppm|322|43}}</ref> col vorè filosofà,
I quamquam<ref>{{Nsb|ppm|322|44}}</ref> con la strada del Sempion,
:I magatton<ref>{{Nsb|ppm|322|45}}</ref> col stomegh desquattaa<ref>{{Nsb|ppm|322|46}}</ref>,
I beatt coi bottegh avert in festa,
I pcssee<ref>{{Nsb|ppm|322|47}}</ref> coi vegili<ref>{{Nsb|ppm|322|48}}</ref> trascuraa.
:E cert olter, stremii de la tempesta,
Usand misericordia ai nost peccaa,
Ghe l’han, savii con chi?... con quell che resta....
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:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 13.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|ON CONTIN BERGAMASCHIN CHE FA EL BRUSCHIN<br>CONTRA DI MENEGHIN<ref>{{Nsb|ppm|322|49}}</ref>.}}
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<poem>
Oh carin, beatin, mattin, smorbiin,
Arcadin poetin, ciccin, contin,
Puresin col tossin<ref>{{Nsb|ppm|322|50}}</ref>, che in Parnassin
Pien d’estrin fa frin frin col ghitarrin,
:Pian pianin, bell bellin, ch’el tropp foghin
Nol te scalda el pissin, contin ciccin.
Te preghi per mammin, per papparin,
Per tutt i bortolin<ref>{{Nsb|ppm|322|51}}</ref> bergamaschin,
:Te preghi per l’acquin del fontanin
Che lava el mostaccin<ref>{{Nsb|ppm|322|52}}</ref> de Doridin<ref>{{Nsb|ppm|322|53}}</ref>
In sul poggin verdin, freschin, gingin;
:Inin te preghi per el cardeghin
Dove te fee settina<ref>{{Nsb|ppm|322|54}}</ref> a fà cacchin
E a fà versin de tutt e duu i boggin<ref>{{Nsb|ppm|322|55}}</ref>.
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{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 14.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1815).}}
<poem>
Scimes<ref>{{Nsb|ppm|322|56}}</ref>, pures, bordocch<ref>{{Nsb|ppm|322|57}}</ref>, centpee, tavan,
Camol<ref>{{Nsb|ppm|322|58}}</ref>, mosch, pappatas, vesp, galavron,
Formigh, zanzar, scigàd<ref>{{Nsb|ppm|322|59}}</ref>, vermen, scorpion,
Consolèv che l’estaa l’è pocch lontan.
:Pover bestiolitt! pover badan!<ref>{{Nsb|ppm|322|60}}</ref>
Mordinn<ref>{{Nsb|ppm|322|61}}</ref>, sciscenn<ref>{{Nsb|ppm|322|62}}</ref>, secchenn<ref>{{Nsb|ppm|322|63}}</ref> che sii patron;
Caghenn in sui pitanz, in sul muson;
Cribbienn<ref>{{Nsb|ppm|322|64}}</ref> i pagn<ref>{{Nsb|ppm|322|65}}</ref>, i frutt, la carna, el gran.
:Fee pur quell che ve pias, car bestiolitt,
Che el manch che possem fà per i vost meret
L’è quell de lassav scœud tutti i petitt.
:Inscì magara ve vegniss a taj<ref>{{Nsb|ppm|322|66}}</ref>
D’andà a quarter d’inverna in del preteret
De chi loda l’estaa coi sœu regaj.
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 15.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1812).}}
<poem>
I paroll d’on lenguagg, car sur Manell<ref>{{Nsb|ppm|322|67}}{{Nsb|ppm|323|67}}</ref>
Hin ona tavolozza de color
Che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bel
Segond la maestria del pittor.
:Senza idej, senza gust, senza on cervell
Che regola i paroll in del discor,
Tutt i lenguagg del mond hin come quell
Che parla on sò umelissem servitor.
:E sti idej, sto bon gust già el savarà
Che no hin privativa di paes,
Ma di coo che gh’han flemma de studià.
:Tant l’è vera che in bocca de ussuria
El bellissem lenguagg di Sienes
L’è el lenguagg pu cojon che mai ghe sia.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| 16.}}
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| (-1815).}}
<poem>
Capissi anmì, sur professor Ronchett<ref>{{Nsb|ppm|323|68}}</ref>,
Che in quant a fà strivaj lu le quell omm
Che pò stà impari quand se sia al Domm,
Che l’è tra i maravej quella di sett.
:Ma quell vizi fottuu de l’impromett
E de vess tant de rari galantomm,
Et fa tort minga poch al sò bon nomm,
E come dighi l’è on fottuu difett.
:Ma dianzer, coss’hin i mee danee?
Hin merda, ch’el vœur propri ciappann pu?
Foo el sbir, e! boja, el lader de mestee?
:Anzi quant a mestee semm carna e pell,
Chè lavorem ''in vers''<ref>{{Nsb|ppm|323|69}}</ref> tant mi che lu,
Mi i penser del mè coo, e lu el viteil.
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 17.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1810-1814).}}
<poem>
:Quand passi de la Piazza di Mercant,
E che vedi a brusà di mercanzij
In mezz a on sere de ozios, de tôff<ref>{{Nsb|ppm|323|70}}</ref>, de spij,
Ridi de cœur ch’hoo mai riduu oltertant.
:Ingles mincioni, dighi, arziignorant!
Credevev fors che nun fussem de quij
De inorbì coi vost strasc, coi speziarij?
On cazz! vardee, vi brusem ben d’incant<ref>{{Nsb|ppm|323|71}}</ref>.
:Nè ve credissev nanch che sti falò
Se pizzassen domà per gust del re
In pubblegh e sui piazz? Mai, mai, ohibò!
:I femm anch nun tra nun per nost piasè:
Anzi on disnà nol ne fa mai bon prò
Se nol sa on poo de gremm del vost caffè.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 18<ref>{{Nsb|ppm|323|72}}</ref>.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1810).}}
<poem>
:E daj con sto ''chez-nous:'' ma sanguanon!
Subet ch’el gh’ha sta gran cuccagna in Franza,
Ghe va tant a andà fœura di cojon
E a tornà a cà a godella sta bondanza?
:In quant a nun, s’el ne usa st’attenzion,
In contrassegn de grata regordanza
El scassem subet giò del tabellon
Di baloss e di porch senza creanza.
:Anzi, ch’el varda, vuj ch’el preghem fina
De no fà olter quand el riva a cà
Che parlà maa de nun sira e mattina.
:Inscì almanch podatavem lusingass
Che paricc finalment, dandegh a trà,
Barattassen el sit d’andà a seccass.
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 19.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|PER EL MATRIMONI DELLA SURA VIOLANTINA PORTA<br>COL SUR ANTONI LANDRIAN<ref>{{Nsb|ppm|323|73}}</ref>.}}
{{Ct|f=100%|v=1|''Sonett accompagnatori d’on servizi de desert.''}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1814).}}
<poem>
:Per no lassav andà fœura de cà
Senza nanch dav adree quej testimoni
De quell che gh’hoo intenzion de vorè fà
Per trepudi del voster matrimoni,
:Ve mandi quatter piatt bon de drovà
Per quand no vorii stà sui zerimoni:
Hin giust per frutta, e serven a spiegà
Che l’è per frutta che ancamì vi doni.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 293 —||r=s}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
:Oltra quest, quand voressev dà de ment
A l’uso che se fa de certi capp,
Ponn serviv de auguri e compliment.
:A tuttamanch però perchè hin sgiandos<ref>{{Nsb|ppm|323|74}}</ref>,
Serviran tutt i vœult che van in ciapp<ref>{{Nsb|ppm|323|75}}</ref>
A fav dì per mè cunt, Evviva i spos!!
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 20.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|AL SUR CAV. VINCENZ MONTI.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|''Invid a on festin<ref>{{Nsb|ppm|323|76}}</ref>''.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1815).}}
<poem>
:Per incœu guarna pur via
I tò rimm, i tœu conzett,
E ven chì a godè in cà mia
Vun di solet festinett.
:Te doo facc de mett legria,
Fior de gamb, de brasc, de tett,
De imbrojà el coo a chi se sia
Che podess trà on fazzolett<ref>{{Nsb|ppm|323|77}}</ref>,
:Sont sicur che te diree
Che hin i Grazi e i Mus che balla
Sui bej praa del Pegasee:
:Ma el diroo forsi mej mì
A vedè che no ghe calla
El sò Apoll, che te set tì.
</poem>
:<section end="s2" />
<section begin="s3" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 21.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1815).}}
<poem>
:A proposet, lustrissem, de vaccina,
Ch’el senta s’el vœur rid questa che chì
Ch’el sarà on mes che la m’è occorsa a mì
In del fà vaccinà la Barborina.
</poem><section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="" />{{RigaIntestazione||— 294 —||r=s}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
:Gh’eva in cà del dottor ona mammina
Che l’èva in d’on fastidi de no dì
Per scernì fœura el sit de fà insedì
I varœul a ona sova piscinina.
:Minga chì, perchè chì el dà tropp in l’œucc,
Minga là, perchè la se vedarà;
Chi nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.
:Tira, bestira, on mondo de reson,
Fin ch’el medegh, per falla quietà,
Femmegh l'inest<ref>Nelle prime edizioni si legge inset, ma sembra un errore tipografico.</ref>, el dis, in sui garon?
:Oh che tocch de mincion
(La sclama sta sciorina a l’improvvista).
Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 22.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|AL SUR AVVOCAI GIUSEPP’ANTONI MARTINELL.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|''Scritt in la soa delizia de Senagh.''}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1814).}}
<poem>
Alto scià penna, carta e carimaa,
E giustemm el nost cunt, sur Martineli:
Ch’el varda chi che hoo giusta preparaa
Tiraa fœura anca mi el me cuntarell:
:A lu: tant per lenzœu slisaa<ref>{{Nsb|ppm|323|78}}</ref> e sporcaa,
Tant per pan, per pitanza e fìrisell<ref>{{Nsb|ppm|323|79}}</ref>;
A mi: tant per falzett<ref>{{Nsb|ppm|323|80}}</ref> e gipp, s’ cioppaa
A furia de paccià come on porscell;
:A lu: tant per carocc inanz indree;
Tant per caffè, sorbitt, acqu e bombon;
Tant per latt, ciccolatt, cruzi e cuntee;
:A mi: tant per la tolla del faccion<ref>{{Nsb|ppm|323|81}}</ref>;
Tant per cremor de tarter al speziee;
Tant al dottor per l’indigestion.
Vedi a la conclusion.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 294 —||r=s}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
:Gh’eva in cà del dottor ona mammina
Che l’eva in d’on fastidi de no dì
Per scernì fœura el sit de fà insedì
I varœul a ona sova piscinina.
:Minga chì, perchè chì el dà tropp in l’œucc,
Minga là, perchè la se vedarà;
Chi nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.
:Tira, bestira, on mondo de reson,
Fin ch’el medegh, per falla quietà,
Femmegh l’inest<ref>Nelle prime edizioni si legge inset, ma sembra un errore tipografico.</ref>, el dis, in sui garon?
:Oh che tocch de mincion
(La sclama sta sciorina a l’improvvista).
Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 22.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|AL SUR AVVOCAT GIUSEPP’ANTONI MARTINELL.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|''Scritt in la soa delizia de Senagh.''}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1814).}}
<poem>
:Alto scià penna, carta e carimaa,
E giustemm el nost cunt, sur Martinell:
Ch’el varda chi che hoo giusta preparaa
Tiraa fœura anca mi el mè cuntarell:
:A lu: tant per lenzœu slisaa<ref>{{Nsb|ppm|323|78}}</ref> e sporcaa,
Tant per pan, per pitanza e firisell<ref>{{Nsb|ppm|323|79}}</ref>;
A mi: tant per falzett<ref>{{Nsb|ppm|323|80}}</ref> e gipp, s’cioppaa
A furia de paccià come on porscell;
:A lu: tant per carocc inanz indree;
Tant per caffè, sorbitt, acqu e bombon;
Tant per latt, ciccolatt, cruzi e cuntee;
:A mi: tant per la tolla del faccion<ref>{{Nsb|ppm|323|81}}</ref>;
Tant per cremor de tarter al speziee;
Tant al dottor per l’indigestion.
Vedi a la conclusion.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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2026-04-10T13:32:47Z
Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 294 —||r=s}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
:Gh’eva in cà del dottor ona mammina
Che l’eva in d’on fastidi de no dì
Per scernì fœura el sit de fà insedì
I varœul a ona sova piscinina.
:Minga chì, perchè chì el dà tropp in l’œucc,
Minga là, perchè la se vedarà;
Chi nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.
:Tira, bestira, on mondo de reson,
Fin ch’el medegh, per falla quietà,
Femmegh l’inest<ref>Nelle prime edizioni si legge inset, ma sembra un errore tipografico.</ref>, el dis, in sui garon?
:Oh che tocch de mincion
(La sclama sta sciorina a l’improvvista).
Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 22.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|AL SUR AVVOCAT GIUSEPP’ANTONI MARTINELL.}}
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{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1814).}}
<poem>
:Alto scià penna, carta e carimaa,
E giustemm el nost cunt, sur Martinell:
Ch’el varda chi che hoo giusta preparaa
Tiraa fœura anca mi el mè cuntarell:
:A lu: tant per lenzœu slisaa<ref>{{Nsb|ppm|323|78}}</ref> e sporcaa,
Tant per pan, per pitanza e firisell<ref>{{Nsb|ppm|323|79}}</ref>;
A mi: tant per falzett<ref>{{Nsb|ppm|323|80}}</ref> e gipp, s’cioppaa
A furia de paccià come on porscell;
:A lu: tant per carocc inanz indree;
Tant per caffè, sorbitt, acqu e bombon;
Tant per latt, ciccolatt, cruzi e cuntee;
:A mi: tant per la tolla del faccion<ref>{{Nsb|ppm|323|81}}</ref>;
Tant per cremor de tarter al speziee;
Tant al dottor per l’indigestion.
{{gap|6em}}Vedi a la conclusion.
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Alex brollo
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<poem>
:Gh’eva in cà del dottor ona mammina
Che l’eva in d’on fastidi de no dì
Per scernì fœura el sit de fà insedì
I varœul a ona sova piscinina.
:Minga chì, perchè chì el dà tropp in l’œucc,
Minga là, perchè la se vedarà;
Chi nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.
:Tira, bestira, on mondo de reson,
Fin ch’el medegh, per falla quietà,
Femmegh l’inest<ref>Nelle prime edizioni si legge inset, ma sembra un errore tipografico.</ref>, el dis, in sui garon?
{{gap|6em}}Oh che tocch de mincion
(La sclama sta sciorina a l’improvvista).
Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
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<poem>
:Alto scià penna, carta e carimaa,
E giustemm el nost cunt, sur Martinell:
Ch’el varda chi che hoo giusta preparaa
Tiraa fœura anca mi el mè cuntarell:
:A lu: tant per lenzœu slisaa<ref>{{Nsb|ppm|323|78}}</ref> e sporcaa,
Tant per pan, per pitanza e firisell<ref>{{Nsb|ppm|323|79}}</ref>;
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Tant per caffè, sorbitt, acqu e bombon;
Tant per latt, ciccolatt, cruzi e cuntee;
:A mi: tant per la tolla del faccion<ref>{{Nsb|ppm|323|81}}</ref>;
Tant per cremor de tarter al speziee;
Tant al dottor per l’indigestion.
{{gap|6em}}Vedi a la conclusion.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 295 —||r=s}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
:Sur Martinell. che i cunt hin lì p«r lì,
Se fors’anch no me ven quejcoss a mì,
{{gap|6em}}Come sarav a dì:
:Tant per la frustadura di ganass,
Per i dent de nettass e de strappass,
{{gap|6em}}E per el vegnì grass
:Tant de pu, in di vestii, de tila e pann,
Ch’ cl capirà che l’è minga pocch dann,
{{gap|6em}}E màssem in sti ann
:Ch’el vestiari l’è montaa a quell segn<ref>{{Nsb|ppm|323|82}}</ref>,
Che mej che grass l’è asquas vess in di legn<ref>{{Nsb|ppm|323|83}}</ref>.
{{gap|6em}}Donca lu col so ingegn
:El vedarà che, a vorè sta a rigor,
Restarèv mi a la longa creditor;
{{gap|6em}}Ma no stemm a descor
:De danee.... pover lu.... nò..,, el me fa tort....
Se incontraremm.... già no semm minga mort....
{{gap|6em}}E poeú femm de sta soft,
:Ch’el tegna sald.... puttost tornaroo chi
A sta con lu ancamò per quindes dì.
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 23.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|I SETT DESGRAZI.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1815).}}
<poem>
On pover cereghett schisciamicchin<ref>{{Nsb|ppm|323|84}}</ref>,
Per tœuss sto carnevaa on divertiment.
L’ha pientaa ona pastoccia ai sœu parent,
E l’è sghimbiaa a la festa al Teatrin<ref>{{Nsb|ppm|323|85}}</ref>.
:Però per no fa tort al collarin
El s’è vestii de mascher bravament,
Barattand contra on scud de pagament
L’abet de pret in l’abet d’on pollin.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
:Sur Martinell. che i cunt hin lì p«r lì,
Se fors’anch no me ven quejcoss a mì,
{{gap|6em}}Come sarav a dì:
:Tant per la frustadura di ganass,
Per i dent de nettass e de strappass,
{{gap|6em}}E per el vegnì grass
:Tant de pu, in di vestii, de tila e pann,
Ch’el capirà che l’è minga pocch dann,
{{gap|6em}}E màssem in sti ann
:Ch’el vestiari l’è montaa a quell segn<ref>{{Nsb|ppm|323|82}}</ref>,
Che mej che grass l’è asquas vess in di legn<ref>{{Nsb|ppm|323|83}}</ref>.
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:El vedarà che, a vorè stà a rigor,
Restarèv mi a la longa creditor;
{{gap|6em}}Ma no stemm a descor
:De danee.... pover lu.... nò.... el me fa tort....
Se incontraremm.... già no semm minga mort....
{{gap|6em}}E poeú femm de sta sort,
:Ch’el tegna sald.... puttost tornaroo chì
A stà con lu ancamò per quindes dì.
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On pover cereghett schisciamicchin<ref>{{Nsb|ppm|323|84}}</ref>,
Per tœuss sto carnevaa on divertiment.
L’ha pientaa ona pastoccia ai sœu parent,
E l’è sghimbiaa a la festa al Teatrin<ref>{{Nsb|ppm|323|85}}</ref>.
:Però per no fa tort al collarin
El s’è vestii de mascher bravament,
Barattand contra on scud de pagament
L’abet de pret in l’abet d’on pollin.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 296 —||r=s}}</noinclude>
<poem>
:Ma el diavol, nemìs nassuu e giuraa
De tucc i Cristian, ma anmò pussee
De quij ghe gh’han sul coo quell o pelaa<ref>{{Nsb|ppm|323|86}}</ref>,
:Prevedend fors ch’el studi o la fortuna
Podeven tirall fœura del vivee<ref>{{Nsb|ppm|323|87}}</ref>,
L’ha resolt de strozzà el prevost in cuna,
{{gap|6em}}E el te ghe n’ha faa vuna
:Propi maggenga, e pesg de la tempesta,
Che in pocch pareli, senza tant franz, l’è questa:
{{gap|6em}}Appenna su la festa,
:El ghe spediss incontra on bel donnin
Cont on cuu pu redond d’on pomm poppin,
{{gap|6em}}De mœud che l’abbadin,
:Che l’è de carna infin, che infìn l’è on omm,
Nol pò de manch de pettà i ong sul pomm;
{{gap|6em}}E in quella on galantomm
:De quij tal de la gippa de Baltramm<ref>{{Nsb|ppm|323|88}}</ref>
El ferma al vol sto beli sciampin d’Adamm.
{{gap|6em}}Ah traditor infamm
:D’on demoni! va là: corregh adree,
Fagh pur fà de maross anch la minee
{{gap|6em}}Intant ch’el va a pollee!
:Va là: satisfet pur, fa i tò vendett:
D’ona desgrazia faghen fœura sett!
{{gap|6em}}Demoni marcadett!
:Sissignor, propi sett, nanch vuna men:
Cuntéj, e vedarii se dighi ben.
{{gap|6em}}Vuna, l’arrest; dò, el pien
:Coi sœu de cà, che pronten la cannella;
La terza, i guaj e el rugh de la soa bella;
{{gap|6em}}La quarta, la querella
:E el ''nichìl transit''<ref>{{Nsb|ppm|323|89}}</ref> de monscior vicari;
La quinta, el benefizi che va a l’ari;
La sesta, el vestiari
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Porta - Poesie milanesi.djvu/303
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Sciking" />{{RigaIntestazione||— 297 —||r=s}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
:De paga al mascaree fin ch’el stà dent
Cioè a tutt sabet grass comodament;
{{gap|6em}}L’ultema fìnalment,
:Quella d’ave daa el nas in d’on poetta
Che spantega sto fatt con la trombetta.
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 24.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|SONITT ALL’ABBAA GIAVAN<sup>nota</sup>}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1816).}}
{{block|ii}}
Questo nomignolo vela il nome del piacentino abate {{AutoreCitato|Pietro Giordani|Pietro Giordani}}, ottimo letterato, ma acre e pedante. Al comparire del primo volume della ''Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese'' (Piroita, 1816. 12 volumi in 16°) stampò che esso non conteneva che ''inezie e inutilità'', atte a mantenere il popolo nella tua grossezza e trivialità, e che ad ogni modo dodici volumi erano troppi, e danneggiavano la gloria letteraria di Milano. Dei tredici sonetti polemici che il Porta, sdegnato, scrisse contro il Giordani, pubblichiamo i cinque ritenuti migliori.</div>
<poem>
Se on viaggiator el se fudèss propost
De descriv on paes, puta Milan,
E che appenna rivaa al Boroh di Ortolan
El fermass la caroccia in del prim ost;
:E che là, senza mai mœuves de post,
El scrivess ciò triff tiaff roba de can
Contra i faboregh<sup>nota</sup>, i donn, el ciel, el pian,
I costumm e el savè del popol nost;
:Costú, domandi mi, saravel somm<sup>nota</sup>,
Fatov, malign, tambèrla, malcreaa,
Birbon, canaja, bestia, oppur on omm?
:Ohibò! el sarav fradell de ìjuell’Abaa
Che in grazia che noi pò capì on prim tomm,
El ne strapazza vundes nanmò faa.
</poem>
<section end="s2" />
<ref>{{Nsb|ppm|323|90}}</ref>
<ref>{{Nsb|ppm|323|91}}</ref>
<ref>{{Nsb|ppm|323|92}}</ref><noinclude></noinclude>
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2026-04-11T05:00:20Z
Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 297 —||r=s}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
:De paga al mascaree fin ch’el stà dent
Cioè a tutt sabet grass comodament;
{{gap|6em}}L’ultema fìnalment,
:Quella d’ave daa el nas in d’on poetta
Che spantega sto fatt con la trombetta.
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 24.}}
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{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1816).}}
{{block|ii}}
Questo nomignolo vela il nome del piacentino abate {{AutoreCitato|Pietro Giordani|Pietro Giordani}}, ottimo letterato, ma acre e pedante. Al comparire del primo volume della ''Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese'' (Piroita, 1816. 12 volumi in 16°) stampò che esso non conteneva che ''inezie e inutilità'', atte a mantenere il popolo nella tua grossezza e trivialità, e che ad ogni modo dodici volumi erano troppi, e danneggiavano la gloria letteraria di Milano. Dei tredici sonetti polemici che il Porta, sdegnato, scrisse contro il Giordani, pubblichiamo i cinque ritenuti migliori.</div>
<poem>
Se on viaggiator el se fudèss propost
De descriv on paes, puta Milan,
E che appenna rivaa al Borgh di Ortolan
El fermass la caroccia in del prim ost;
:E che là, senza mai mœuves de post,
El scrivess giò triff tiaff roba de can
Contra i fabbregh<ref>{{Nsb|ppm|323|91}}</ref>, i donn, el ciel, el pian,
I costumm e el savè del popol nost;
:Costú, domandi mi, saravel somm<ref>{{Nsb|ppm|323|92}}</ref>,
Fatov, malign, tambèrla, malcreaa,
Birbon, canaja, bestia, oppur on omm?
:Ohibò! el sarav fradell de quell’Abaa
Che in grazia che nol pò capì on prim tomm,
El ne strapazza vundes nanmò faa.
</poem>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 298 —||r=s}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 25.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (-1816).}}
<poem>
Se i Milanes col scriv in milanes
Pretendessen de trà in terra el toscan,
Mi per el prim vorev che Don Giavan
El te ghe sonass giò sardell de pes;
:Ma siccome l’è pubblegh e pales,
Manifest e patent a tutt Milan,
Ch’hin gent senza pretes, e bon vivan,
Vorèv mò inscambi ch’el ghe fuss cortes.
:Tanto pu che stampand, stampen per lor,
E in cà soa, e per so divertiment,
E con licenza di superior;
:E che infin dodes tomm n’hin minga assee
De portà el minem dann ai sœu talent
In d’ona Italia pienna de pessee<ref>{{Nsb|ppm|324|93}}</ref>.
</poem>
:<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 26.}}
<poem>
Catto! el me dis, che i sœu paroll toscann
Hin tutta grazia, tutta ziviltaa,
E pœu el ne sgogna dopo a brazz de pann,
Senza che gh’abbiem faa nè ben nè maa?
:Ma catto! s’el voreva strapazzann,
El doveva almanch fall in sbottasciaa<ref>{{Nsb|ppm|324|94}}</ref>,
Sbassass, come el dis lu, trattann, parlann
Cont el lenguagg di goff e di rabbiaa!
:Inscì mo, coss’hal faa con la sua piatta?<ref>{{Nsb|ppm|324|95}}</ref>
L’ha sassinaa de pianta i sœu argoment,
E el se desfaa lù de per lù la fatta:
:E col vorrè stà sù e fà el caga in l’olla<ref>{{Nsb|ppm|324|96}}</ref>,
L’ha obblegaa a volzass nun per stagh arent,
E a digh sù in bon toscan: ''Stelle che chiolla!''
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Porta - Poesie milanesi.djvu/305
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 299 —||r=s}}</noinclude>
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 27.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1816).}}
<poem>
Natan profetta (e questa, sur Abaa,
L’è moral de la bona e de la bella)
L’è andaa de David dopo quell peccaa
Ch’el sa pœù lu<ref>{{Nsb|ppm|324|97}}</ref>, a cuntagh st’istoriella:
:David, giustizia! On ricch pien ras sfondaa
De bè, de bœu, de becchi, de scarsella
L’ha traa in setton de pianta<ref>{{Nsb|ppm|324|98}}</ref> on desgraziaa
Robandegh ona poca pegorella.
:David, che l’eva on re puttost fogos,
In dov’eel, el respond, sto becco etzettera,
Ch’el poda fà inciodà sora ona cros?
:Bell bell, allora Natan el repìa,
Manch fœugh, che a redú i coss propi a la lettera
Ti te sec el ricch, e el desgraziaa l’è Uria.
{{gap|6em}}Istess cont uscioria
:Bajaroo on poo anca mi Natan nostran....
Come?... lu che l’è dent coi pee, coi man,
{{gap|6em}}Col coo, col fabrian
:In di rimm de Toscana, e ch’el ghe n’ha
De fà lecc a cavaj, de impinn di cà,
{{gap|6em}}El gh’ha el coragg de fa
:La guerra a sti pocch nost dodes tomitt,
A l’unega berina di Bositt?
{{gap|6em}}Lu, dighi, el gh’ha el petitt
:De sgognann, strapazzann, rompen la pippa?
Che azion de porch, sur David de la lippa!
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Porta - Poesie milanesi.djvu/306
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 300 —||r=s}}</noinclude>
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5| 28.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1816).}}
<poem>
Per fagh vedè e toccà propi con man
Che, anch senza vess nassuu in d’on’aria fina
E avè tettaa de bajla firentina,
Se pò fass fœura i busch<ref>{{Nsb|ppm|324|99}}</ref> anca in Milan,
:Ch’el me sporgia on poo chì, sur Don Giavan,
El fregaœucc<ref>{{Nsb|ppm|324|100}}</ref> de quella soa manina,
E ch’el tocca, ch’el studia e ch’el compina<ref>{{Nsb|ppm|324|101}}</ref>
Sti pocch donzenn de nomm italian.
:S’el leggiarà polit cont attenzion,
E se de gionta el vorarà notá
Sti nomm sul mennabò<ref>{{Nsb|ppm|324|102}}</ref> Ji citazion,
:Sur Don Giavanin d’or, ch’el lassa fà
Che ghe mettaroo insemma on regalon
Ch’el vorarà stantà a portall a cà.
{{gap|6em}}Prest donch ch’el vegna za,
:Leggemm: ''Letteratura'': Muss<ref>{{Nsb|ppm|324|103}}</ref>, Gigee,
Rivola, Castion, Magg, Balestree,
{{gap|6em}}Litta, Tanz, Borromee,
:Setalla, Ripamont, Gian Marlian,
Carchen, Maggenta, Ajrold, Venust, Cardan,
{{gap|6em}}Ferrari Ottavian,
:Castion d’Alfons, Berchet, Scott, Purisell,
Peregh, Manzon, Luin, Pozzobonell,
{{gap|6em}}Gianella, Gambarell,
:Torti, Panigarœu, Bellott, Parin,
Verr Lissander, Oltrocch, Rejna, Venin.
{{gap|6em}}''Storia'': Sass, Calch, Giulin,
:Verr, Simonetta, Cœuri Bernardin.
''Medesina'': Majner, Lanfranch, Baldin,
Cros, Concorezz, Tadin,
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 301 —||r=s}}</noinclude>
<poem>
:Salvadegh, Mennaben, Griff, Lampugnan,
Duu De Grad, duu Caimm, Manara Alban,
{{gap|6em}}Simonetta, Giussan,
:Rovida, Della Porta, Castion,
Moscati, Pravesin, Casaa, Boldon,
{{gap|6em}}Boss, Assander, Siton.
:''Anatomega'': Buzz, Gasper Asell,
Carchen, Bianch, Bium, Monteggia, Magistrell,
{{gap|6em}}Tron, Cuni, Mazzucchell,
:E Riboli, e Palletta, e l’Ospedaa.
''Chimega'': L’Aleman, Monguzz, Poraa.
{{gap|6em}}''Scienza d’antighitaa:''
:Trivulz, Ferrari Ottavi e Ottavian,
Fumagall, Allegranza, Boss anzian
{{gap|6em}}E Cattani Gaitan.
:''Fisega:'' Fris, Raccagn, De Regis, Pin.
''Meccanega:'' Isimbard, Elli, Sonzin,
E Beccaria Ballin.
:''Argentara:'' Cardan, Brambilla, Gross,
Luccignœu, Scorza, Arsagh, e quel pess gross
{{gap|6em}}Del Foppa Caradoss.
:''Incision'': Giusepp Longh e la soa soceula.
''Archilettura'': Bass, Mangon, Vignœula,
{{gap|6em}}Solar, Meda, Cagnœula.
:''Pittura'': Cresp, Boltraffi, Bramantin,
Melz, Lomazz, Poppa, Zeser Sest, Luin,
Pamfil, Oggionn, Figin,
:Del Cajro, Michelin, Pepp Boss, Appian,
Peregh, Gallear, Sanquiregh, Landrian,
{{gap|6em}}Ganna, Levaa, Vaccan.
:E in tra i donn la Milesi, la Legnana,
La Belleria, la Corneo, la Vedana,
{{gap|6em}}L’Olivazza, l’Appiana.
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 302 —||r=s}}</noinclude>
<poem>
:''Scultura'': Porta, Biff, Fontana, Agraa,
Solar, Bambaja. ''Giusprudenza'': Alziaa
{{gap|6em}}Papà di dottoraa,
:Posteria, Ares, Taegg, Cajmm, Carpan,
Manfred Setalla, Gian Luis Toscan,
{{gap|6em}}Piroven e Giussan.
:''Politega'': Moron, Verr, Beccaria.
''Matematega, Calcai, Stronomia'':
{{gap|6em}}Ceva, Agnesa Maria,
:Caravagg, Mazzucchell, Zeser, Carlin,
Lece, Cavalier, e on Orian che in fin
{{gap|6em}}L’è on lum de vott stoppin.
:''Milizia'': EI gran Trivulz, Melz Luduvigh,
Medes, Castald, e Belgiojos Albrigh,
{{gap|6em}}E i nost Viscont antigh.
:''Musega'': Cadenazz, Mess, Palladin,
Mìnoja, la Grassina, Sant Martin,
{{gap|6em}}E Luvis Marchesin.
:''Diplomazia'': El cardinal Moron,
Archint, Taverna, Cresp, Melz, Castion
{{gap|6em}}E el Boss de Provvision.
:''Teologia'': Moron, Branca, Bonscior,
E in Domm on para l’ann dedree del cor<ref>{{Nsb|ppm|324|104}}</ref>,
{{gap|6em}}Artegian pϝ descor!
:Ona motta, on vivee, on mucc, on brovètt;
Perfett, arziperfett, plusquam perfett:
{{gap|6em}}Basta dì che on Ronchett
:L’instrivalla tutt l’ann re e imperator;
E che a Londra e a Paris ne fan l’onor
{{gap|6em}}De dà la metta a l’or
:Coi noster bravi balanzitt nostran,
Fabbricaa in st’aria grossa de Milan.
{{gap|6em}}Ora, sur Don Giavan,
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 303 —||r=s}}</noinclude>
<poem>
:Che l’ha leggiuu polit, e che l’ha vitt
Che sto paes no lՏ pϝ tanto trist,
{{gap|6em}}Ne inscì biott e sprovvitt
:De gent che vara tant e quant e lu,
Se per modestia noi vœur dì de pu,
{{gap|6em}}Ch’ei se tœuva mò su
:Inscì a la bona, e senza zerimoni,
Quella motta de liber che ghe doni.
{{gap|6em}}Lì gh’è dent el Sigoni,
:El Siton, el Murator, gh’è l’Argellaa<ref>{{Nsb|ppm|324|105}}</ref>,
Tucc in fœuj, stampaa ciar, e ben ligaa;
{{gap|6em}}E quist chì, sur Abaa,
:Ghe mostraran in tucc i or ch’el stima
Tanc olter nomm de omenon de scima,
{{gap|6em}}Che in grazia de la rima
:E in virtú de la santa discrezion
Hoo dovuu per desgrazia in s’ toccasion
{{gap|6em}}Lassaj in d’on canton
:Infin per la ''bonne bouche'' el gh’è on breviari<ref>{{Nsb|ppm|324|106}}</ref>
Pien ras e comor de indulgenz plenari.
{{gap|6em}}Tolt fœura del Bollari,
:De Lissander Segond, Gregori, Urban,
E de duu d’olter papa de Milan.
{{gap|6em}}E quest chì, Don Giavan,
:Speri ch’el ghe farà propi servizi
E per l’obblegh ch’el gh’ha de dì l’offizi,
{{gap|6em}}E per el benefìzi
:De quij sant indulgenz ch’el pò quistass
Inscì col stecch in bocca andand a spass;
{{gap|6em}}Che l’è mej che struziass
:A dragonà, studià, perzepità
Per vegnì in cull a tucc, come ch’el fà.
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="1" user="" />{{RigaIntestazione||— 304 —||r=s}}</noinclude>
{{Ct|f=120%|v=1|t=2|lh=1.5|29.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5|SONETTIN COL COVON<ref>Il Poeta per dimostrare ai suoi avversari, i classici, che egli rifugge dai luoghi comuni della mitologia, allora in voga, non per ignoranza della medesima, ma per convinzione che il classicismo non risponde alle esigenze dello spirito pratico moderno, in questo sonetto passa in rassegna le divinità pagane, anche le piú dimenticate, ricordandone con molto umorismo i loro piú reconditi poteri, sognati dai poeti dell’antichità pagana.</ref><br>MENEGHIN CLASSEGH.}}
{{Ct|f=100%|v=1|lh=1.5| (1817).}}
<poem>
Mi romantegh? soo ben ch’el me cojonna!
Mi sont classegh fin dent el moli di oss;
Mangi, bevi, foo el porch in Eliconna,
E ai romantegh ghe guardi nanch adoss.
:Mi, quand canti i mee vers, Apoll el sonna:
I Mus, se i ciammi, pienten lì<ref>{{Nsb|ppm|324|107}}</ref> tusscoss.
Se vuj on temporal, Giove el me tronna;
Se vuj fa el ciall. Amor me le fa in scoss.
:Vener e i Grazi, quatter sgarzorin,
Che hin bej de tutt i part, stan lì per mi
E me serven de tavola e molin.
:Minerva in di travaj la me consolla;
Morfee el me ninna e pœu el me fa dormì;
Bach el me scolda el eoo, e el me dà la tolla;
Ghoo Pann<ref>{{Nsb|ppm|324|108}}</ref> ch’el me pascolla
:Quij quatter pegor che m’han faa el favor
De damm a Romma quand m’han faa pastor<ref>{{Nsb|ppm|324|109}}</ref>;
Ghoo Flora, che la corr
:A cattamm rceus, viœur, gili, s’ cioppon<ref>{{Nsb|ppm|324|110}}</ref>,
Per tutt i sort de’ loffi e paragon.
Su tucc quij possession
</poem><noinclude></noinclude>
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 317 —||r=s}}</noinclude>
<section begin="67" />{{Pt|chio|crocchio}} d’amici leggevansi alcuni miei sonetti, ebbe a prorompere in iscandescenze contro il vernacolo nostro e contro chi si dilettava di usarne scrivendone. (''Nota del Porta'').<section end="67" />
68) <section begin="68" />Anselmo Ronchetti, calzolaio di grande rinomanza in Milano non solo per la tua grande abilità e onestà, ma anche per la sua intelligenza, che lo rendeva gradito anche a persone di alta levatura che frequentavano la sua casa e si compiacevano della sua conversazione.<section end="68" />
69) <section begin="69" />lavorem ''in vers'': bisticcio sul suono “in vers” che significa in versi poetici e al rovescio (''invers'').<section end="69" />
70) <section begin="70" />tôff: curiosoni.<section end="70" />
71) <section begin="71" />Dal 19 ottobre 1810 sotto il primo regno d’Italia, erano periodici i falò per la distruzione delle merci inglesi.<section end="71" />
72) <section begin="72" />Vedi anche i Sonetti 4 e 32.<section end="72" />
73) <section begin="73" />Il matrimonio della nipote del Poeta ebbe luogo il 15 ottobre 1814.<section end="73" />
74) <section begin="74" />sgiandos: fragili.<section end="74" />
75) <section begin="75" />in ciapp: in cocci.<section end="75" />
76) <section begin="76" />“Questo sonetto fu diretto al celebre cav. e poeta Vincenzo Monti, per commissione del sig. Carlo Casiraghi, che invitavalo ad intervenire ad uno dei suoi brillantissimi festini”. (''Nota del Porta'').<section end="76" />
77) <section begin="77" />Allude all’uso orientale, per cui il Signore dell’Harem gettando il fazzoletto accennava alla prescelta fra le odalische.<section end="77" />
78) <section begin="78" />slisaa: logorato per lungo uso.<section end="78" />
79) <section begin="79" />firisell: gergo, per vino chiaretto.<section end="79" />
80) <section begin="80" />falzett: cintura dei calzoni.<section end="80" />
81) <section begin="81" />tolla del faccion: audacia di presentarsi.<section end="81" />
82) <section begin="82" />Allusione al prezzo esorbitante degli abiti, effetto del blocco napoleonico, che in Lombardia cessò definitivamente nel 1814.<section end="82" />
83) <section begin="83" />vess in legn: essere smagrito.<section end="83" />
84) <section begin="84" />schisciamicchin: gran mangiatore di michette, titolo che si dava per dileggio ai seminaristi.<section end="84" />
83) <section begin="85" />Teatrín: cosí detto il minore dei due teatri regi, la Canobbiana. ora teatro Lirico.<section end="85" />
86) <section begin="86" />o pelaa: la chierica.<section end="86" />
87) <section begin="87" />vivee: seminario.<section end="87" />
88) <section begin="88" />de quij, ecc.: poliziotti.<section end="88" />
89) <section begin="89" />nichil transit: formola curialesca indicante impedimenti a promozione.<section end="89" />
90) <section begin="90" />Nelle prime edizioni veniva indicato come ''obáa giavon'' un ''anonimo giornalista'' invece del Giordani e ciò si crede per l’opposizione della Censura austriaca.<section end="90" />
91) <section begin="91" />fabbregh: case, palazzi.<section end="91" />
92) <section begin="92" />somm: scemo.<section end="92" /><noinclude></noinclude>
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Opere volgari (Alberti)/Nota (volume I)/I libri della famiglia
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{{Conteggio pagine|[[Speciale:Statistiche]]}}<!-- Area dati: non modificare da qui: --><onlyinclude><div style="display:none"><section begin="sottotitolo"/>I libri della famiglia<section end="sottotitolo"/>
<section begin="prec"/>../../Nota (volume I)<section end="prec"/>
<section begin="succ"/>../Cena familiarias<section end="succ"/>
<section begin="nome template"/>IncludiIntestazione<section end="nome template"/>
<section begin="data"/>10 aprile 2026<section end="data"/>
<section begin="avz"/>100%<section end="avz"/>
<section begin="arg"/>Da definire<section end="arg"/>
</div></onlyinclude><!-- a qui -->{{Qualità|avz=100%|data=10 aprile 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=I libri della famiglia|prec=../../Nota (volume I)|succ=../Cena familiarias}}
<pages index="Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. I, 1960 – BEIC 1723036.djvu" from="373" to="455" fromsection="" tosection="" />
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Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. I, 1960 – BEIC 1723036.djvu/451
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i libri della famiglia}}|445}}</noinclude>{|class=lba1
|class=td20|p. {{Pg|296}}|| 11. U om. ''a te'' {{spazi|5}}14. F<sup>1</sup> O ''tramare simile quasi pattuita amicitia'' {{spazi|5}}19-21. F<sup>1</sup> O ''si sottomettano... si rendano'' {{spazi|5}}21. F<sup>1</sup> O ''varia'' {{spazi|5}}25. F<sup>1</sup> ''comendatione molto ad achiaparli,'' O ''comendatione molto vale achiaparsi:'' F<sup>2</sup> ''acapitarsi'' {{spazi|5}}28. F<sup>1</sup> om. ''tu'' {{spazi|5}}36. U ''difficilissime'' (seguo F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O)
|-
|p. {{Pg|297}}|| 3. F<sup>1</sup> ''et t’adateranno'' {{spazi|5}}15. F<sup>1</sup> ''fia luogo prevedere ne’ giesti,'' O ''fia longo prendere'' {{spazi|5}}21. F<sup>1</sup> O o'' vera o ficta''
|-
|p. {{Pg|298}}|| 1. F<sup>1</sup> O ''e commettersi'' {{spazi|5}}19-20. F<sup>1</sup> O ''come non dissimile... così oggi sarebbe''
|-
|p. {{Pg|299}}|| 14. F<sup>1</sup> O ''docto innovarle'', U ''decto''
|-
|p. {{Pg|300}}|| 2. U ''pur di cosa'' {{spazi|5}}29. F<sup>1</sup> O ''qualche ardua difficultà'' {{spazi|5}}33. F<sup>1</sup> ''restarono'', O ''restavono'' {{spazi|5}}34. F<sup>1</sup> ''poi confessassono:'' F<sup>2</sup> om. ''se'' {{spazi|5}}35. F<sup>1</sup> ''per rendere el beneficio più grato,'' O ''per rendere il beneficio mio più grato,'' F<sup>2</sup> ''per rendere il beneficio più caro''
|-
|p. {{Pg|301}}|| 23. F<sup>1</sup> ''se caso'' (ma è lezione poco chiara), gli altri codd. ''cosa'' {{spazi|5}}31. U ''multipli''
|-
|p. {{Pg|302}}|| 1. F<sup>1</sup> ''costanti'' {{spazi|5}}8-16. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''Ma basti qui a noi... a te buon vecchio amico'' passato in tutti i codd. con le varianti qui indicate 9. F<sup>1</sup> ''Martiale festivissimo poeta'', O ''venustissimo'' (cfr. ''Epig''. I, 54) {{spazi|5}}10. F<sup>1</sup> O ''dai a farti'' {{spazi|5}}14. F<sup>1</sup> O ''tutti quei tuoi'' {{spazi|5}}21. F<sup>1</sup> ''familiari a/et primari'' (sic), O ''familiari e primarii'' {{spazi|5}}31. U ''quale desiderano fama'', ma sarà probabilmente ripetizione del r. 29 (seguo F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O) {{spazi|5}}33. U om. ''a qui''
|-
|p. {{Pg|303}}|| 8. F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O ''al onesto'' {{spazi|5}}15. O F<sup>1</sup> ''beutone'', U F<sup>2</sup> ''benitone'' (cfr. Luciano, ''Tossari'', 37)
|-
|p. {{Pg|304}}|| 15. F<sup>1</sup> O ''mancassero'' {{spazi|5}}18. F<sup>1</sup> ''no absoluto'' {{spazi|5}}29. F<sup>1</sup> O ''in utile'' {{spazi|5}}32. F<sup>1</sup> O ''possiamo uno dall’altro''
|-
|p. {{Pg|305}}|| 2. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''in aiuto'' {{spazi|5}}10. F<sup>1</sup> ''fie'', O ''fia'', F<sup>2</sup> ''fie'' corr. in ''sie'', U ''sie'' {{spazi|5}}18. F<sup>1</sup> ''diciamo'' {{spazi|5}}20. F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O ''dà'' {{spazi|5}}21. U ''Aspetto qui aperto'' {{spazi|5}}25. F<sup>1</sup> O ''vediamo a noi'' {{spazi|5}}36. F<sup>1</sup> O om. ''detti'' e ''credo''
|-
|p. {{Pg|306}}|| 2. U F<sup>2</sup> O ''o voluptuosi'' {{spazi|5}}29. F<sup>1</sup> ''chi e quanto'', O ''che quanto'' {{spazi|5}}30. U ''et così cupidi'', F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O ''et co cupidi''
|}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. I, 1960 – BEIC 1723036.djvu/452
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|446|{{Sc|nota sul testo}}|}}</noinclude>{|class=lba1
|class=td20|p. {{Pg|307}}|| 14. F<sup>1</sup> O ''continui'' {{spazi|5}}19. F<sup>1</sup> O om. ''vostra'' {{spazi|5}}23. U ''noi'', F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O ''voi'' {{spazi|5}}33. F<sup>2</sup> ''vorremo'' {{spazi|5}}34. F<sup>1</sup> O ''prolixo in extendermi a disputare di quelle amicitie con modestia forse meno che alla materia s’apartenea''
|-
|p. {{Pg|308}}|| 2. F<sup>1</sup> ''occorse'' {{spazi|5}}4. F<sup>1</sup> O ''a me pare'' {{spazi|5}}33. F<sup>1</sup> ''cose ivi necessaria,'' O ''cosa ivi necessaria'' {{spazi|5}}36. F<sup>1</sup> O ''onesta''
|-
|p. {{Pg|309}}|| 15. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''et oblivione'' {{spazi|5}}24. U ''Duolti'', F<sup>1</sup> lezione incerta tra ''diroloti'' e ''dicoloti'', O ''diroloti'', F<sup>2</sup> ''dicoloti'' {{spazi|5}}25. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''o rescindere'' {{spazi|5}}35. F<sup>1</sup> O ''et molto e bestiali''
|-
|p. {{Pg|310}}|| 16. U ''che qui a noi'' {{spazi|5}}25. F<sup>1</sup> O ''presto investigheremo'' {{spazi|5}}26. F<sup>1</sup> O ''reggierci'' {{spazi|5}}32. F<sup>1</sup> O om. ''che''
|-
|p. {{Pg|311}}|| 1. F<sup>1</sup> ''odiose'' {{spazi|5}}2. F<sup>1</sup> O ''degno da te fusse amato'' {{spazi|5}}8. F<sup>1</sup> ''potea'' {{spazi|5}}12. F<sup>1</sup> ''inimicitia'' {{spazi|5}}15. F<sup>1</sup> O ''principiò a se riputarlo amico'' {{spazi|5}}28. F<sup>1</sup> om. ''che'' {{spazi|5}}31. F<sup>1</sup> ''non oneste non ama'' {{spazi|5}}35. F<sup>1</sup> ''inseriti''
|-
|p. {{Pg|312}}||2. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''commutatione'' {{spazi|5}}5. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''non mi dispiace crediamo la benivolentia'' {{spazi|5}}10. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''iusta'' {{spazi|5}}24. F<sup>1</sup> ''confessosi'' {{spazi|5}}32. F<sup>1</sup> ''disiuncto'' {{spazi|5}}34. F<sup>1</sup> ''oltra che officio''
|-
|p. {{Pg|313}}|| 14. F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O ''mostro'' {{spazi|5}}20. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''forse (troppo)'' ma da altri poi cancellato (passato però in U F<sup>2</sup> O) {{spazi|5}}22. F<sup>1</sup> O ''privare o diminuire'' {{spazi|5}}36-p. 314, 10 U F<sup>2</sup> ''discindere l’amicitia che se così approvassi comune opinione che ’l danaio nelle cose umane tra e mortali sia quasi primo commodissimo et da pregiarlo onde non pochi astuti subito che veggono de’ suoi amici alcuno adducto in necessità sospectando per non essere richiesti preoccupano et interrumpono ogni adito a chi sperava in lui et accusano e tempi, narrano se essere oppressi da molte difficultà insperate, fingono debiti. Et che più biasimerai ancora vidi chi per più expedito liberarsi diede opera''. Questa rappresenta la lezione di F<sup>1</sup> prima della correzione dovuta all’autore che abbiamo riprodotto nel testo. O, pur essendo più vicino alla lezione riveduta di F<sup>1</sup>, ne differisce in alcuni punti
|-
|p. {{Pg|314}}|| 2. O ''et da pregiarlo che non pochi astuti qual subito che vegono...'' {{spazi|5}}8. O ''Et che più'' {{spazi|5}}24. F<sup>1</sup> O ''non li bisognava'' {{spazi|5}}26. U ''sarebbe''
|-
|p. {{Pg|316}}|| 7. F<sup>2</sup> ''non'' {{spazi|5}}20. F<sup>1</sup> ''vorremo... luttani'' {{spazi|5}}21. U om. ''parvi?'' {{spazi|5}}23. U F<sup>2</sup> O ''vedete''
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i libri della famiglia}}|447}}</noinclude>{|class=lba1
|class=td20|p. {{Pg|317}}||1-8. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''Molti in exercito di Gaio Martio Rutiliano... senza grave discidio et pericolo arebbe exterminatoli'' (passato in tutti i codd.) {{spazi|5}}10. F<sup>1</sup> O om. ''non'' {{spazi|5}}21. F<sup>1</sup> ''perturbation'' {{spazi|5}}31. F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> U O ''interrupta''
|-
|p. {{Pg|318}}||31. F<sup>1</sup> O om. ''buono''
|-
|p. {{Pg|319}}||15. U om. per omeot. ''e tirimi in nuovo favellare della inimicizia'' {{spazi|5}}29. F<sup>1</sup> om. ''posti'' {{spazi|5}}36. U F<sup>2</sup> ''attasentare'', O ''atasantare'' (seguo F<sup>1</sup> che ha precisamente ''attasentare'' con ''att'' cancellato)
|-
|p. {{Pg|320}}||5. codd. ''saremo'' {{spazi|5}}26. F<sup>1</sup> O ''pensare'' {{spazi|5}}27. F<sup>1</sup> om. ''uomo''
|-
|p. {{Pg|321}}||10. F<sup>1</sup> ''contro e’'' {{spazi|5}}17. F<sup>1</sup> O ''nulla se tanto pregiare'' {{spazi|5}}30. U om. ''poi'' {{spazi|5}}31-32. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''Et confermano la sententia di Publio poeta, soffrendo l’antica iniuria s’invita a nuova iniuria''
|-
|p. {{Pg|322}}||29. U ''concludendo'' {{spazi|5}}32. U ''Zephonte''
|-
|p. {{Pg|323}}||2. F<sup>1</sup> ''ora fra nuovi'' {{spazi|5}}4. F<sup>1</sup> ''dagli'', F<sup>2</sup> ''dali'' {{spazi|5}}5. codd. ''cosa'' {{spazi|5}}13-14. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''ancora sarebbe con suo capitale inimico molto coniuncto in benivolentia'' {{spazi|5}}17. F<sup>1</sup> agg. da m a. ''la istoria'' {{spazi|5}}31. F<sup>1</sup> ''a me utile''
|-
|p. {{Pg|324}}||27. F<sup>1</sup> om. ''la nostra''
|-
|p. {{Pg|325}}||3. F<sup>1</sup> ''forze'' {{spazi|5}}6, 7 U ''dicono'' {{spazi|5}}10. F<sup>1</sup> ''ancora loro piaccia'' {{spazi|5}}25. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''suoi'' {{spazi|5}}29-p. 326, 1 F<sup>1</sup> questo passo fu corretto due volte dall’A.: lezione originaria: ''...quali inciese le macchine de’ Romani e pel gran vento appreso in la terra e sue case grandi e piccoli maschi et femmine con arme repelleano e Romani quali concorreano ad aiutarli piatosi per spegniere el fuoco ostinati e feriti litii che con suo mani altrove transferiron el fuoco e piacqueli cadere tutti insieme con la patria in cienere;'' prima correzione: ''... quali inciese poi che ebbero le macchine de' Romani e pel gran vento videro el fuoco appreso in la terra sua et in molte case excrescere quasi di questo lieti grandi e piccoli maschi e femmine con arme corsero a repellere e Romani quali piatosi correano ad aiutarli per spegniere loro el fuoco ma quelli ostinati e feruti litii con suo mani...:'' la seconda correzione, trascritta in fondo della carta dall’A., è quella passata poi negli altri codd. e nel nostro testo, salvo che manca in U ''e ogni età'' (325, 32).
|}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|448|{{Sc|nota sul testo}}|}}</noinclude>{|class=lba1
|class=td20|p. {{Pg|326}}|| 10. U om. ''ogni dolore e ogni sinistra fortuna'' (che si trova però in F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O) {{spazi|5}}26. U ''tutto'' {{spazi|5}}28. F<sup>1</sup> corr. m. a. ''non più difficile che'' ex ''come'' {{spazi|5}}31. F<sup>1</sup> ''voglio crediate che ’l'' {{spazi|5}}36. F<sup>1</sup> corr. m. a. ''inimicitia'' ex ''’niuria''
|-
|p. {{Pg|327}}|| 4. F<sup>1</sup> om. ''loro'' {{spazi|5}}7. U om. ''ferito'' {{spazi|5}}14. F<sup>1</sup> ''luttana'' {{spazi|5}}29. F<sup>1</sup> ''notarci''
|-
|p. {{Pg|329}}|| 14. F<sup>1</sup> ''resterà'' {{spazi|5}}31. F<sup>1</sup> om. ''tu (proponi)''
|-
|p. {{Pg|330}}|| 1. F<sup>1</sup> om. ''qual'': F<sup>2</sup> ''questo di qual mostrasti'' {{spazi|5}}4. F<sup>1</sup> om. ''sta costui'' {{spazi|5}}16. U F<sup>2</sup> ''del quale'' (F<sup>1</sup> ''al'') {{spazi|5}}36. F<sup>1</sup> om. ''el''
|-
|p. {{Pg|331}}|| 5. U ''del'' {{spazi|5}}11. F<sup>1</sup> ''chiamò'' {{spazi|5}}12. codd. ''Cesare'' (cfr. Senofonte, ''Cyrop.'' IV, {{Sc|v}}, 9, 18)
|-
|p. {{Pg|332}}|| 9. F<sup>1</sup> ''pistola sua scripse'' {{spazi|5}}22. F<sup>1</sup> om. ''vero'' {{spazi|5}}33. U om. ''dì'' {{spazi|5}}34. U ''beo (vivere)'' {{spazi|5}}35. F<sup>1</sup> O ''inmanità''
|-
|p. {{Pg|334}}|| 3. F<sup>1</sup> om. ''suoi'' {{spazi|5}}11. F<sup>1</sup> om. ''sì'' {{spazi|5}}18. F<sup>1</sup> ''tanto'' {{spazi|5}}26. F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> O ''le'' {{spazi|5}}26. U ''volupta'' F<sup>1</sup> F<sup>2</sup> ''volompta'', O ''voluntà''
|-
|p. {{Pg|335}}|| 3. F<sup>1</sup> lezione poco chiara, ''cipresenteremo'' o ''apresenteremo'', donde probabilmente derivano U ''appresenteremo'', F<sup>2</sup> ''ne apresenteremo'' (ma O ''ci presenteremo'') {{spazi|5}}4-6. F<sup>1</sup> il passo è confuso da parecchie correzioni, di cui la prima dovuta all’A. ha la lezione che è poi passata in U F<sup>2</sup> O; un’altra mano ha poi sostituito ''Giugurta'' a ''Iemsalo'', e ''Jensale'' a ''Aterbal'' (cfr. Sallustio, ''Jugurtha'', XI) {{spazi|5}}27. F<sup>1</sup> O ''e arderà immodesta''
|-
|p. {{Pg|336}}|| 13. F<sup>1</sup> ''servi'' {{spazi|5}}18. F<sup>1</sup> ''Et gioverà'' {{spazi|5}}20. F<sup>1</sup> ''altrui'' {{spazi|5}}21. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''coniunctioni'' {{spazi|5}}29. U O ''Socrate'' {{spazi|5}}33. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''et tenacità:'' F<sup>1</sup> O om. ''che Cesare''
|-
|p. {{Pg|337}}|| 3. U om. ''pieno'' {{spazi|5}}4. U ''scaduti'' {{spazi|5}}9. F<sup>1</sup> O ''et crederestili a degnità'' {{spazi|5}}10. F<sup>1</sup> O ''volesse'' {{spazi|5}}21. F<sup>1</sup> dopo ''tristezza'' ha ''E ramenteracci quanto dicea Ennio poeta l’amico cierto si conoscie in cose incierte. (Né ci...)'' La frase fu evidentemente tolta su X perché già citata altrove (v. p. 287, 29) {{spazi|5}}27. F<sup>1</sup> ''tue'' {{spazi|5}}29. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''bolsio amico a gracco''
|-
|p. {{Pg|338}}|| 4. U ''apparseli'' {{spazi|5}}6. U ''cominciò'' {{spazi|5}}8. U F<sup>2</sup> ''intesolo'' (F<sup>1</sup> ''inteselo'') {{spazi|5}}9. F<sup>1</sup> om. ''io'' {{spazi|5}}13. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''et allo altrui'' {{spazi|5}}17. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''pedarero'' {{spazi|5}}20. F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''tanto sopra se numero di virtuosi cittadini a’ quali si fidi la republica'' {{spazi|5}}35. F<sup>1</sup> om. ''a'' {{Pt||{{spazi|5}}36-p. 339, 11 F<sup>1</sup> agg. da m. a. ''et talvolta ti segue... et da quelli ne fu odiato, con le seguenti differenze''}}
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Il buon cuore - Anno XI, n. 20 - 18 maggio 1912
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''Il Signore Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: Padre, è giunto il tempo; glorifica il tuo Figliuolo, onde anche il tuo Figliuolo glorifichi te: siccome hai data a lui podestà sopra tutti gli uomini, affinchè egli dia la vita eterna a tutti quelli che a lui hai consegnati. Or la vita eterna si è che conoscano te, solo vero Dio, e Gesù Cristo mandato da te. Io ti ho glorificato in terra, ho compito l’opera che mi desti da fare: e adesso glorifica me, o Padre, presso te stesso, con quella gloria che ebbi presso di te, prima che il mondo fosse.''
{{A destra|margine=1em|{{smaller|S. GIOVANNI, Cap. 17.}}}}
{{Centrato|'''Pensieri.'''}}
Non è impresa facile riassumere, più che l’impressione, la meraviglia prodotta nei suoi uditori d’allora dal discorso di Cristo. La meraviglia sorgeva dal concetto così stranamente in opposizione al concetto umano e generale della vita, della felicità futura, ciò che si può assommare nell’unica parola, paradiso e vita eterna.
Le scuole d’Atene, d’Alessandria, del mondo intero l’avevano pure studiata in dotte disquisizioni e volumi questa magica parola felicità, intesa nel senso di generale, universale tendenza ed aspirazioni al proprio benessere. Cristo d’improvviso con una semplice frase, con semplici parole, sconvolge il criterio generale e chiaramente manifesta che la vita eterna — l’al di là, la vita futura, la realizzazione dei nostri desiderii, voti — non è nè la gloria, nè la ricchezza, nè — a maggior ragione — i piaceri del senso, ma essere la vita eterna una potente, indefinita elevazione della parte superiore, più nobile, la spirituale dell’uomo, trascurando ogni e qualsiasi altro che non sia lo spirito e tenga invece del materiale, del sensibile e terreno.
{{Asterismo}}
Nell’uomo sono parecchi valori: primamente un valore umano: un valore che ci deriva non dalla parte comune a tutti gli esseri animati ed irragionevoli, ma valore che si deriva specialmente dal valore dello spirito: valore che aumenta e cresce per la forza della mente, per le doti del cuore. Diciamo se non più umano, più degna di stima la mente che ha approfondito maggiori veri, che possiede una maggior luce di scienza: diciamo e diamo tutto un valor grande, indefinito agi uomini, che maggiormente sentono pietà dei propri simili, che più generosamente profusero i tesori del loro cuore per gli uomini stessi. Questo criterio di qualità, più che di quantità pur quello che ha popolato i nostri altari di oscure figure di uomini che il popolo venera suoi campioni col nome di santi: criterio che dice adunque il valore umano non dipendere nè dalla forza, nè dalle ricchezze, nè da altro che sia, ma solo e semplicemente{{AltraColonna}} dall’energia e forza proiettata dal nostro spirito, parte nell’uomo regina e sovrana.
Sgraziatamente il criterio dei molti — dei più — nella pratica della vita, a sconvolgere tale ordine e sottoporre al libito il lecito, è esaltare la parte inferiore a detrimento, obbrobrio e peggio della parte migliore e più buona dell’uomo.
Non è così la nostra vita? la vita dei conoscenti? della nostra società? del mondo?
È lo studio del vero, la cura del bene, della vita che oggi preoccupa l’uomo? Non forse le sue cure sono per l’oro, il piacere, la propria soddisfazione?
{{Asterismo}}
Gesù ha detto che la vita eterna è conoscere, amare Dio ed il suo Cristo. Dove è adunque la vita, il paradiso, la nostra felicità?
S. Paolo ci fa sicuri che, spogli delle nostre carni, vedremo Dio — la verità, il bene — come è, a faccia a faccia. Per questo è necessario sciolga la morte i lacci che ci legano al terreno, al passeggiero.
Ma molti sono i gradi di felicità e se la perfetta felicità — l’ultima espressione — è il pieno, perfetto possesso di Dio, un primo grado di felicità, un principio, un inizio sarà possedere almeno un inizio — anche quaggiù — di verità e bene: sarà dunque felicità coltivare la mente, il cuore verso il vero ed il bene.
Felici coloro che tale parola intendono.... Angeli in carne, il lucido occhio è allietato dalla gioia di luce che il vero riflette, dalla gioia di bontà che il bene suscita dentro di noi.
Seguire il vero, desiderare il bene, ecco la felicità, la vita dei grandi, dei generosi, la vita dei pochi che si staccano, si sciolgono dai lacci che — sgraziatamente gravano ed avvincono il resto dell’umanità che paganizza e muore.
{{A destra|margine=1em|B. R.}}
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<section begin="5" />{{Il buon cuore - Titolo sommario|Educazione ed Istruzione}}
{{centrato|{{larger|'''L’eroica difesa di Rodi contro Solimano}}}}
{{centrato|'''L’ultimo viaggio della “Gran Caracca„'''}}
Tempo già fu in cui un’isola solatia, ricca di rose e di mirto, navigante lungo le coste asiatiche sotto il cielo più azzurro del ''mare nostrum'', vide salire verso il cielo un immane simulacro di Apollo, che più in alto di trentatre metri dalle umili cose della terra ringraziava il divo Sole della vittoria concessa ai Rodi su l’illustre Poliorcete....
E l’isola fu così chiara nei tempi in cui l’Ellade imperava che non si peritò di attribuirsi la maternità del cieco {{AutoreCitato|Omero|Omero}}. E tutta la sua vita, da molti secoli avanti Cristo sino all’undecimo secolo dopo Cristo, fu un grandioso poema di bellezza, di poesia e di forza, anche quando i conquistatori turchi le tolsero la libertà e la signoria dei mari.
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Il buon cuore - Anno XI, n. 20 - 18 maggio 1912/Religione
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{{A destra|'''L’origine dell’Ordine'''}}
«Narrano le cronache che verso la metà dell’undicesimo secolo alcuni mercanti di Amalfi, non avendo in Gerusalemme alcun albergo o alloggiamento proprio, come aver solevano in quasi tutte le città marittime, e desiderando pur procurare un asilo in quella città ai pellegrini d’Europa, essendo devoti e buoni cristiani, dove nulla avessero a temere dall’avversione dei greci scismatici, coi loro ricchi doni, s’introdussero nella corte del califfo Moustafar Billah, e distribuendoli fra le persone di corte ed i ministri, ottennero il permesso di fondare un ospizio in Gerusalemme nelle vicinanze del Santo Sepolcro pei cristiani latini. Nel 1048 il governatore assegnò loro un terreno e il permesso di fondare una chiesa e abitazioni per monaci e albergo per gente.
«In seguito crescendo sempre più il numero dei pellegrini un altro monastero, un ospedale con due cappelle, dedicate a S. Maria Maddalena e a S. Giovanni Battista vennero fondati.
«Così ebbe fondamento ed origine prima il sacro spedale di S. Giovanni Gerosolomitano».
Dal 1048 al 1308 i cavalieri Gerosolomitani non fecero che aumentare il prestigio e la importanza dell’ordine pio, finchè nella primavera del 1309, Fra Folco di Villaret succeduto a Fra Guglielmo dello stesso nome e ereditata da lui l’idea dell’impresa, partito da Cipro con una grande flotta e gran numero di cavalieri, si presentò davanti a Rodi, vi operò uno sbarco e si impadronì dell’isola.
«Dopo questa strepitosa conquista, tanto utile per la cristianità — continua la cronaca — e tanto gloriosa per l’ordine, di comune accordo di tutte le nazioni, i cavalieri di San Giovanni cambiarono il nome in quello di Rodi. Ma mentre attendevano essi a fortificarsi e stabilir resistenza nell’isola per godersi un tranquillo riposo, Ottomano, re dei Turchi, con numeroso esercito andò ad attaccarli nel 1310.
{{A destra|'''Fert....'''}}
«Ma lo straordinario valore dei cavalieri fiaccò l’orgoglio ottomano, che venne per la prima volta sconfitto».
Le vicende di quest’assedio si riallacciano alle vicende della Casa Savoia. È noto che fu proprio in questo memorabile assedio, il primo sostenuto dai cavalieri di Rodi contro quelli che dovevano divenire i loro secolari nemici, che si distinse il valoroso e generoso principe Amedeo V, conte di Savoia, il quale, muovendo in aiuto dei cavalieri di Rodi con buon nerbo di armati, fu uno dei salvatori dell’isola tanto da prendere il motto ''Fert (Fortitudo eius Rhodum tenuit)''<ref>''Il Giornale d’Italia'' di Roma, commentando l’origine di questo motto fatidico, ne fa una moderna applicazione: ''Fortitudo Emanuelis Rodum Teneat.''</ref> e da cambiare sulle sue armi l’aquila tedesca con la croce bianca in campo rosso, antica e trionfante insegna della sacra Religione.
Da allora Rodi divenne il baluardo della cristianità contro l’orgoglio ottomano e per duecentoventi anni fu la rocca contro la quale si smussarono le armi dei {{AltraColonna}} sultani turchi, mentre l’ordine, crescendo di potenza e aumentando in splendore, diveniva sovrano e potente quanto le repubbliche italiane e nel sacro mare Mediterraneo teneva lontane le galee dei predoni barbareschi.
{{A destra|'''La “Gran Caracca„'''}}
L’isola delle Rose, navigando nell’estremo mar Mediterraneo, sotto il più puro cielo latino, pur resistendo strenuamente a tutte le incursioni barbaresche, doveva un giorno ricader preda dei turchi.
Ma la caduta di Rodi fu una nuova pagina gloriosa aggiunta alle tante scritte col sangue dei prodi e pii cavalieri di San Giovanni. Non sarà vano rievocare questa pagina ora che le armi d’Italia, riportando in quei mari, in quell’isola e su quei bastioni la croce dei cavalieri di Rodi e di Amedeo V di Savoia sembrano, voler far rivivere l’antica virtù dei paladini di Cristo!
Verso il 1500 le navi dell’ordine di Rodi incrociavano diuturnamente nelle acque dell’Egeo alla ricerca della più grande nave turca, che gettava la desolazione nei commerci e nelle terre della cristianità.
Ma questa nave possente e ben guidata riuscì sempre ad eludere le ricerche ed a sfuggire alla caccia spietata che le facevano le galee dell’ordine di Rodi.
Vi fu tempo in cui essa appariva in tutti i mari, cannoneggiava, demoliva città e castelli e scompariva carica di bottino e di schiavi, lasciandosi dietro la desolazione e una larga eco di pianto e di sangue.
Catturare il grande vascello divenne una necessità e nel 1507, finalmente, essendo gran maestro dell’isola E. d’Amboise, alcune galee dell’ordine si incontrarono con la nave che i turchi chiamavano la ''Regina del mare''. Dopo una strenua difesa il vascello fu catturato e trasportato a rimorchio nel grande porto di Rodi, con la bandiera turca abbassata e il vessillo dell’ordine sventolando su tutti gli alberi. Grande fu la gioia a Rodi.
La ''Gran Caracca'' o ''Regina del mare'', destinata in origine al commercio delle Indie, era un vero castello galleggiante e si componeva di un grande scafo capace di sopportare oltre la ciurma mille soldati. Vi erano sei piani o ponti dai quali i saraceni avevan coperto di strage i mari con la bocca di cento cannoni.
Al momento della cattura la nave ritornava forse da qualche saccheggio poichè fu trovata carica di denaro e di pietre preziose.
Da quel giorno la ''Gran Caracca'' divenne la nave ammiraglia dell’armata di Rodi e su di essa prese imbarco il Gran Maestro ogni volta che dovette recarsi nel Continente per affari del suo alto ministerio. In tempo di assedio, ormeggiata nel gran porto, coi suoi sei ponti e i suoi cento cannoni fu un baluardo di più a difesa della città di Rodi.
{{A destra|'''Solimano contro Rodi'''}}
Nel 1521 {{wl|Q8474|Solimano II il Magnifico}}, succeduto al battagliero Achmet, un anno dopo che Carlo V veniva incoronato imperatore ad Aix la Chapelle, repressa la ribellione di Egitto e di Siria e impadronitosi di Belgrado, deliberò di assediare Rodi e riconquistare l’isola
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|157}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}contro la quale tanti sforzi dei suoi antenati erano stati vani.
Era Gran Maestro di quel tempo {{wl|Q379765|Villiers de l’Isle Adam}}, succeduto al Gran Priore Fabrizio Del Carretto, piemontese.
Villiers de l’Isle Adam, Gran Priore di Francia, si era già distinto in una spedizione contro gli Egiziani ed aveva fama di prode cavaliere. Recatosi nell’isola per assumerne la carica si adoperò subito a rinforzarne le difese e ad aumentarle.
Frattanto il cavaliere Andrea d’Amoral, Gran Priore di Castiglia, che aveva ambita la dignità toccata a Villiers de l’Isle, vedendo delusa la sua speranza, come dice il commendatore Giacomo di Bourbon, nella sua preziosa storia dell’ordine di Malta, risolse di vendicarsi di tutto l’Ordine. Egli inviò a Solimano un piano di Rodi, nel quale erano indicati i punti più deboli delle fortificazioni, quelle non ancora finite di costruire e vi unì un ragguaglio degli uomini e delle navi onde poteva disporre il Gran Maestro.
Nessun dono poteva riuscire più gradito a Solimano di quello inviatogli da questo traditore, perchè l’isola di Rodi era il centro dal quale i cavalieri combattevano da ben 212 anni e ove potevansi unire gli eserciti cristiani per conquistare l’Asia e la Palestina.
Risolutosi di distruggere l’Ordine, Solimano scrisse al Gran Maestro una lettera nella quale gli ordinava di consegnargli l’isola di Rodi e di rendersi a discrezione con tutti i suoi cavalieri. Il sultano minacciava altrimenti di pigliare l’isola e di far passare tutti gli abitanti a fil di spada. Villiers de l’Isle Adam gli rispose con moderazione, ma senza paura e si preparò a sostenere l’urto dell’immenso esercito turco. Innanzi tutto inviò i più influenti cavalieri ad implorare il soccorso dei sovrani cristiani d’Europa; ma Carlo V era troppo occupato a abbassare il potere della Francia per curarsi di un’isola dell’Egeo.
Visto che doveva contare soltanto su se stesso, Villiers de l’Isle Adam provvide senza indugio alla difesa dell’isola cristiana.
{{A destra|'''Le fortificazioni nell’isola'''}}
E da quel giorno nell’isola dei cavalieri cominciò una vita energica e febbrile. Tutti quanti erano atti a lavorare, furono impiegati ad approfondire i fossi, che cingevano le fortificazioni, mentre i muratori riattavano le vecchie fortificazioni e altre nuove ne innalzavano a protezione delle più deboli. Mura e bastioni sorsero come per incanto intorno alla città: mentre un bando richiamava in città tutti quelli che vivevano ne’ campi facendo loro ordine di falciare le messi, abbattere gli alberi fruttiferi, rendere brullo e inospitale tutto ciò che era verde e ridente.
Frattanto altri uomini battevano i dintorni della città radendo al suolo le case e le ville e trasportando in città i materiali di risulto, affinché gl’invasori non avessero potuto profittarne per elevare contrafforti dai quali battere i difensori di Rodi.
Si occupò in seguito il provvido Gran Maestro di provvedere di armi e di viveri tutta la popolazione, e {{AltraColonna}}all’uopo delle galee salparono le ancore drizzando le prue verso i porti delle Due Sicilie, donde ritornarono cariche di grano; altre navi correndo lungo le isole dell’arcipelago raccolsero vino; mentre dall’isola di Candia giungevano cinquecento valorosi soldati di fanteria, e un abilissimo ingegnere bresciano, già ai servizi della Repubblica di Venezia, Gabriele Martinengo, esperto in opere di difesa, che appena giunto di Candia, assunse la direzione dei lavori intrapresi per difendere l’isola.
{{A destra|'''L’organizzazione della difesa'''}}
A chi entrava dal porto Rodi appariva come un vasto anfiteatro di case e di forti digradante dai colli al mare. Le sue mura e le sue torri racchiudevano due porti, il più grande dei quali era difeso al nord dalla Torre di S. Nicola e a mezzodì dal Castello di Sant’Angelo e poteva essere chiuso alla navigazione mercè due grosse catene.
Sopra uno dei moli del porto piccolo poi il forte di Sant’Elmo e ai piedi di esso v’era saldata una grossa solida catena, la quale poteva ogni sera essere agganciata all’altra estremità dell’opposto molo.
Lungo il porto piccolo vi era l’arsenale e tra un porto l’altro correva un solido bastione difeso da una torre massiccia, dagli spalti della quale tre cannoni spalancavano le loro bocche minacciose.
Dalla parte di terra invece la città era difesa da una triplice muraglia, lungo la quale si rincorrevano tredici torri irte di cannoni. Questa speciale architettura della difesa della piazza, facevano apparire Rodi, dalla parte di terra come un mucchio di terrapieni e di muraglie, intersecate da profondi fossi, oltre i quali delle batterie si sovrapponevano nascondendosi, minacciando occultamente la strage da innumerevoli bocche da fuoco.
Completate le opere di difesa della piazza, Villiers de l’Isle Adam ricevette una nuova insolentissima lettera dal Sultano così che non ebbe più dubbi che l’assedio stesse per cominciare.
Passata in rassegna tutta la guarnigione e fatto obbligo di penitenza, dopo le preghiere d’uso prima della battaglia, il Gran Maestro affidò la difesa del bastione di Alvergna al cavaliere Du Mesnil, quello di Spagna al cavaliere Francisco Corrierès, quello d’Inghilterra cav. Nicola Huzy, quello di Provenza a Béranger de Lioncel e quello d’Italia ad Andelotto Gentile.
La torre di San Nicola fu affidata a Guyot Castelane della lingua di Provenza.
Il Gran Maestro, dopo aver confidato lo stendardo della Religione a Fra Antonio de Grolee del Delfinato il proprio a Fra Enrico Mauselle della sua casa, si riservò la difesa del quartiere di Santa Maria della Vittoria che era il punto più debole della città.
{{A destra|'''L’arrivo dell’armata turca'''}}
Alba del 26 giugno 1522 una galea ritornando in porto a vele spiegate avvertì che la flotta turca muoveva all’assalto della città. Di lì a qualche ora infatti ben 400 navi di varia grandezza comparvero sull’orizzonte.
{{Nop}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|158|IL BUON CUORE|}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}I porti furono sbarrati e le mura si gremirono di difensori.
Le galee turche, scelto un punto della costa sufficientemente lontano dal tiro delle batterie dei cristiani, iniziarono lo sbarco, che durò tredici giorni, riversando sull’isola 140,000 combattenti, 60 mila uomini da adibirsi pei lavori di assedio, artiglieria e munizioni senza fine e macchine poderosissime per combattere i cannoni dei bastioni.
Compiuto lo sbarco le truppe di Solimano investirono la città. Obbiettivo principale del primo tempo dell’assedio fu di stabilire una o più batterie davanti a quelle degli assediati; ma questi saettandoli coi loro tiri precisi, resero vani tutti gli sforzi, producendo nelle file turche delle perdite così enormi che i soldati di Solimano ebbero l’impressione di essere stati mandati al macello. E ad aumentare la loro sfiducia concorsero la desolazione della campagna, le imboscate tese loro nell’interno e le sortite sanguinose dei cavalieri.
Il comandante supremo dell’esercito invasore, Peri Pascià, ne fu tanto spaventato che scrisse a Solimano essere necessaria la sua presenza per infondere coraggio all’esercito demoralizzato.
Il 28 luglio 1522 difatti il sultano Solimano seguito da 15 mila uomini di truppa scelta sbarcò a Rodi.
Furioso di vedere duecento mila uomini fermi davanti la rocca dei cavalieri di Rodi, Solimano minacciò di morte le sue truppe se non avessero riconquistata sulle mura di Rodi la gloria militare perduta.
{{A destra|'''Solimano a Rodi'''}}
Dall’arrivo di Solimano l’assedio fu intensificato e giorno e notte le batterie turche continuarono a vomitar fuoco contro i bastioni; mentre dall’alto di questi si rispondeva con eguale fervore.
Dirigendo la manovra lo stesso Solimano, i turchi riuscirono ad elevare un terrapieno davanti il bastione d’Italia.
Gli assedianti decisero allora di dare un assalto generale. Il pascià Mustafà ebbe l’ordine di attaccare il bastione d’Inghilterra; mentre Peri Pascià avrebbe attaccato quello d’Italia, Achmet Pascià quello di Alvergna e Spagna, il governatore dell’Anatolia quello di Provenza e Bergher-Bey della Rumenia la fortezza di San Nicola.
I turchi si slanciarono con estrema violenza; ma il primo assalto contro i bastioni della Lingua di Germania fu respinto dai Cavalieri, che ottimi tiratori fulminarono e decimarono gli aggressori con le loro grosse artiglierie.
Begher Bey fu più fortunato dal suo canto e riuscì a far crollare uno dei muri della fortezza di S. Nicola. Ma la caduta di questo muro svelò un nuovo bastione che il Gran Maestro aveva fatto costruire e che coi suoi cannoni gettò la strage su quelli che si erano precipitati sulla breccia.
Per un mese intero l’artiglieria turca non tralasciò di tuonare giorno e notte contro le mura di Rodi, che resistette meravigliosamente. Tuttavia il primo forte ad esser danneggiato fu quello d’Italia; e quello {{pt|d’Inghil-}}{{AltraColonna}}{{pt|terra|d’Inghilterra}}, quantunque difeso dall’eroico Villiers de Isle Adam, fu minato, crollò, fu perduto e ripreso dai cavalieri in una mischia feroce che fece moltissime vittime.
Tutti i comandanti turchi fecero del loro meglio per espugnare i bastioni che avevano avanti; ma non vi riuscirono. Fu allora che i giannizzeri cominciarono a mormorare e a manifestare la loro stanchezza.
Il 17 settembre allora, essendo riusciti nella notte a minare i forti, i turchi dettero un assalto generale, ma quantunque per le esplosioni rimanessero danneggiati i bastioni di Alvergna, Spagna ed Inghilterra e i turchi si precipitassero come pazzi sulle brecce, i cavalieri riuscirono a respingerli ancora una volta uccidendo ben tremila turchi.
Sette giorni dopo, Solimano essendo sicuro che la piazza per la mortalità e i danni alle fortificazioni non avrebbe potuto resistere oltre, dette all’improvviso un assalto generale.
Ma fu ricevuto da un inferno di piombo e dovette ripiegare con perdite così enormi che per sfogare la sua rabbia fece uccidere a frecciate il suo generale Mustafà Pascià, accusandolo di vigliaccheria.
{{A destra|'''Il tradimento di d’Amarel'''}}
Stanco di non poter vincere questa ostinata resistenza, ed essendo l’esercito ridotto dalle uccisioni e dalle malattie, Solimano stava per togliere il campo e imbarcarsi sui suoi vascelli, quando ricevette una lettera dal cavaliere d’Amarel nella quale il traditore gli descriveva l’immensa desolazione della piazza e l’esiguo numero di difensori validi che in essa erano rimasti.
Solimano allora revocò l’ordine di partenza e per mostrare alle truppe e agli assediati che era deciso di passare l’inverno a Rodi, cominciò a farsi edificare un palazzo sul colle Filemo. D’Amarel intanto dall’interno della piazza continuava ad informare il sultano. Ma il suo tradimento non gli giovò molto, poichè scoperto mentre mandava un messaggio attaccato ad una freccia, fu accusato di tradimento e fellonia e giustiziato previa degradazione e svestizione degli abiti dell’ordine.
Le notizie dell’eroico assedio di Rodi fecero intanto il giro dell’Europa senza per questo commuovere i potenti re cristiani.
Francia, Spagna e Inghilterra inviarono delle galee cariche di viveri e munizioni; ma queste non giunsero mai nel porto di Rodi, che era ridotto agli estremi. Già i turchi si erano impadroniti dei bastioni d’Italia ed Inghilterra, così che il Gran Maestro, per impedire l’entrata in città al nemico, era stato costretto a demolire due chiese e coi materiali di queste innalzare nuovi bastioni dietro quelli perduti.
{{A destra|'''Caduta di Rodi'''}}
Dopo sei mesi di lotta a Rodi, nella speranza di veder comparire un’armata cristiana, si lottava come nel primo giorno dell’assedio. Ma ogni speranza fu frustrata dalla realtà {{Ec|crudelle|crudele}} e inesorabile. Venne il giorno in cui le munizioni finirono e i difensori divennero un drappello. L’arcivescovo di Rodi consigliò allora la resa, mentre i cittadini si recavano in processione dal
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|159}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}} Gran Maestro scongiurandolo di salvare le donne e i bambini dall’estrema ruina. Solimano intanto impensierito dalla pace che permaneva nell’arcipelago, temendo da un momento all’altro l’arrivo di una potente armata cristiana, che forse era già sull’orizzonte, intimava di nuovo la resa promettendo buone condizioni. Il messo avvertiva che tardandosi nella resa tutti sarebbero stati passati a fil di spada.
Villiers de l’Isle Adam riunì un Consiglio e un gran Consiglio, e tutti furono concordi nel ritenere che era impossibile resistere ancora. Egli tuttavia chiese tre giorni per riflettere su le condizioni della resa.
Ma Solimano sempre più impensierito da questa richiesta rinnovò le ostilità deciso a finirla, non potendo immaginare che la cristianità abbandonasse un ordine che l’aveva difesa per cinque secoli.
{{A destra|'''Ultimo viaggio della «Gran Caracca»'''}}
La capitolazione venne dunque decisa a queste condizioni: 1) rispetto delle Chiese cristiane; 2) i figli dei rodesi non sarebbero stati aggregati ai giannizzeri; 3) si lasciava libertà di religione ai cristiani; 4) il popolo sarebbe stato esentato da tasse per lo spazio di cinque anni; 5) a tutti fosse permesso di abbandonare l’isola; 6) se le navi dell’Ordine non fossero state bastanti a trasportare almeno sino a Candia guarnigione e cittadini, le galee di Solimano si sarebbero occupate della bisogna; 7) dodici giorni venivano concessi ai cittadini per raccogliere i loro averi; 8) l’Ordine era libero di portare via le reliquie dei Santi, i vasi sacri della Chiesa di S. Giovanni, i mobili e gli attrezzi delle navi; 9) la castella e le isole sarebbero state consegnate dai cavalieri agli ufficiali turchi mentre l’esercito del Sultano si sarebbe allontanato; 10) il capo dei giannizzeri avrebbe preso possesso della piazza di Rodi.
Stabilito tutto ciò e cambiati gli ostaggi, si iniziarono i lavori per lasciare l’isola. Durante la tregua Solimano volle conoscere Villiers de l’Isle Adam e gli fu largo di gentilezze e di premure. Il 1° gennaio 1523 intanto il Gran Maestro e tutti i cavalieri superstiti si imbarcavano su la ''Gran Caracca'', che, salutata dalle salve e con i vessilli al vento, lasciava il porto di Rodi, diretta a Candia, seguita dalla flotta, recante a bordo 5 mila rodesi, per compiere l’ultimo viaggio dalla sede dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, verso una nuova sede da ottenere dalla munificenza dell’imperatore della cristianità.
È fama che nel punto in cui la ''Gran Caracca'' abbandonava il porto di Rodi, Solimano abbia espresso all’eroico Villiers de l’Isle Adam il suo profondo stupore per l’abbandono in cui l’avevano lasciato i re {{Ec|cristriani|cristiani}}. «Messere, egli disse, meritavate altra fortuna! Ma voi avete tutta la mia ammirazione e se volete potete ancora rimanere nell’isola!». Ma Villiers, che conosceva la fede turca, non volle profittare oltre della benevolenza di Solimano il Magnifico!
E l’ultimo viaggio della ''Gran Caracca'' non fu nemmeno felice perchè fu accompagnato dalla tempesta!
Ma se l’Ordine abbandonò Rodi, non per questo la isola si spogliò dei suoi ricordi e anche oggi, mentre{{AltraColonna}} i nostri soldati e i nostri marinai percorrono vittoriosi le vie della capitale dell’isola riconquistata, possono, pieni di ammirazione e di stupore, vedere sui palazzi degli stemmi che essi hanno già visto a Napoli, a Roma, a Genova e a Venezia!
{{a destra|margine=1em|{{sc|A. Giacomantonio}}.}}
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{{centrato|{{larger|'''Proposte di pace d’un cannoniere'''}}}}
{{Rule|6em|000}}
Giulio De Franzi, reduce dall’Egeo sul ''Duca degli Abruzzi'' coi prigionieri turchi, narra il seguente gustoso episodio, che dà un’idea dello spirito dei nostri soldati:
«A un dato momento, qualcuno dei captivi vuol sapere da un cannoniere quando avremo ''ireni''; e il cannoniere, napoletano schietto, dichiara sdegnosamente di non conoscere ''chista mala femmena''; allora io spiego, in grazia delle solite vaghe reminiscenze liceali, che ''ireni'' vorrebbe significare la ''pace''.
— ''Ne’, vulite sapè overamente quanno facimmo ’a pace cu’ vuie?''.... — esclama il cannoniere, in mezzo a un capannello intento di prigionieri. — ''Stateve attiente, mo’ v’ ’o faccio capac’i''....
E incomincia, col gesto di chi afferra qualche cosa altrui e se l’appropria:
— ''Tripoli, a nuie... Va buono''?
I prigionieri assentono rassegnati.
— ''Bengasi, a nuie.... Va buono?''
E gli altri chinano il capo senza protestare. L’enumerazione prosegue lentamente, con la stessa formula:
— ''Derna, a nuie... Homs, a nuie... Tobruk, a nuie... Bu-Charnez, a nuie....''
Il cannoniere, per aumentare il prezzo morale della pace, comprende nella lista anche Ain-Zara, Tagiura, Gargaresch.... Poi in tono più imperioso, principia un’altra serie.
— ''Stampalia, a nuie....''
Mormorio di sorpresa, assentimento un po’ languido.
— ''Rodi a nuie....''
Un attimo di silenzio e di imbarazzo. Il cannoniere ripete, con voce alta di minaccia:
— ''Rodi, a nuie.... Ci ’a vulite dà?''
I prigionieri intimoriti si affrettano a cedere anche Rodi. Allora il cannoniere, incrociando le braccia e fissandoli a uno a uno negli occhi, spiccica le sillabe:
— ''Custantinopule, a nuie....''
Un moto di sgomento corre nella folla degli uditori.... Questi italiani sono diventati davvero incontentabili!.... Taluno dei turchi fa per opporre qualche obiezione, conseguendo il solo risultato di fare arrabbiare il cannoniere.
— ''Ne’, che ve credite che ’u'' Duca dell’Abruzze ''nun
’nce sape trasì a Custantinopule?.... Managgia all’anema ’e Maomette!...''
E lì una discreta serqua di insolenze prette di S. Lucia. Sopraggiunge un ufficiale, e il cannoniere è consegnato. Ma se le trattative fossero potute continuare indisturbate, l’energico negoziatore della pace avrebbe ottenuto dai soldati dell’Islam anche la cessione di Stambul all’Italia.
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Il buon cuore - Anno XI, n. 20 - 18 maggio 1912/Educazione ed Istruzione
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{{Conteggio pagine|[[Speciale:Statistiche]]}}<!-- Area dati: non modificare da qui: --><onlyinclude><div style="display:none"><section begin="sottotitolo"/>Educazione ed Istruzione<section end="sottotitolo"/>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|160|IL BUON CUORE|}}
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{{Rule|100%}}</noinclude><section begin="6" />{{Colonna|33%}}{{centrato|{{larger|'''Società Amici del bene'''}}}}
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<section begin="7" />{{centrato|{{larger|'''NOTIZIARIO'''}}}}
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'''Oblazione all’Ospedale Maggiore.''' — Il signor conte Virginio Custoza ha versato all’Ospedale Maggiore una oblazione di lire 30,000 per onorare la memoria del compianto di lui zio marchese Corio. Il Consiglio, riconoscente, segnala alla pubblica benemerenza l’atto altamente munifico.
'''Ventimila lire di beneficenza''' fruttate dalla Fiera di Porta Genova.
Ecco le risultanze dell’esercizio 1912: entrata lire 73.815,98, uscita lire 50.719,10, avanzo lire 23.096,88. L’avanzo è stato diviso per lire 14.200 a n. 63 istituzioni di beneficenza cittadina, compreso il Comitato Lombardo pei soccorsi alle famiglie dei militari richiamati o dei morti e feriti in guerra e la Croce Rossa italiana; per lire 1600 a n. 275 famiglie povere del quartiere di Porta Genova; per lire 4200 al Comitato Cura marina per l’invio di n. 60 ragazzi poveri e scrofolosi del rione alla cura del mare a Riccione per un mese. Totale distribuito in beneficenza lire 20.000, al fondo di riserva lire 3096,88.
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Alle nove di ierl’altro spegnevasi, santificata nella purificazione d’un lungo patire, più penoso allo spirito che straziante ai sensi, tuttavia accolto e benedetto con un ''fiat'' ripetuto e incondizionato e generoso, '''Olympe Destelle''' in religione '''Soeur Claire Isabelle''' superiora delle ''Soeurs du Bon Secours'' di via Lanzone, 24, in Milano.
Dirigeva da anni questa Casa, che fu aperta tra noi il 6 ottobre 1874 da un gruppo di Suore della Congregazione di ''N. S. del Buon Soccorso'', per l’assistenza degli ammalati a domicilio, e fondata in Francia ad Arcis sur-Aube nel 1840, trasportando tre anni dopo la Casa Madre a Troyes, il cui nome distingue questa Congregazione da altre congeneri.
L’obbiettivo di assistere a domicilio gli ammalati, è ormai apprezzato anche fra noi, perché realmente viene a riempire una lacuna nel campo delle opere umanitarie, talvolta anche colpevolmente trascurata.
Quanto sia confortevole il servizio d’una{{altraColonna|33%|style=vertical-align:top;}} vergine consacrata al letto dell’ammalato, e come può di frequente cooperare ad aprire la strada al grande còmpito di munire il morente di ciò che gli torni buon Viatico all’eternità, lo sanno tutti omai.
E nell’educare le sue Suore a questa santa missione, eccelleva l’anima nobile ed elevata di Suor Claire Isabelle, che nella difficile carriera di Superiora, seppe rendere la sua Casa centro di santa attività, alimentata dal vivo fuoco del più evangelico altruismo.
Rimanga in benedizione la sua venerata memoria!
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'''P. Amedeo da Sesto''' fu, si può dire, il tipo ideale del cappuccino reso celebre dalla leggenda manzoniana. La serena letizia dell’animo suo aveva degno riscontro nella pietà e carità di cui era infiammato il suo cuore.
Vero figlio di S. Francesco, nulla trascurò per rendersi simile al suo Serafico Padre, sia nella vita religiosa, che nella vita sociale.
Così, per seguirne l’esempio, favori sempre qualunque iniziativa intesa a migliorare le condizioni spirituali e morali della società, fidando particolarmente nell’efficacia della predicazione e della buona stampa.
Lettore assiduo del nostro periodico, apprezzava moltissimo i vangeli commentati da Don Luigi e ne rimpiangeva la mancanza.
Morì di 72 anni nel convento del Sacro Cuore della nostra città, benedetto e rimpianto da confratelli, figli spirituali ed amici. La sua memoria vivrà in eterno, come quella del Giusto.
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{{centrato|{{larger|DIARIO ECCLESIASTICO}}}}
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{{mlb|'''19 maggio''' — Domenica, S. Pietro Celestino V papa e S. Giovanna d’Arco.
'''20, lunedi''' — S. Bernardino da Siena.
'''21, martedi''' — SS. Vittorio e Poliuto.
'''22 mercoledi''' — S. Giulia e S. Rita.
'''23, giovedì''' — S Desiderio vesc.
'''24, venerdi''' — S. Robustiniano e S. Afra.
'''25, sabato''' — S. Dionigi Marliani.}}
{{centrato|''Adorazione del S.S. Sacramento.''}}
{{Mlb|'''19, domenica''' — continua a S. Celso. '''21, martedì''' — a S. M. al Naviglio. '''25, sabato''' — a S. Gottardo.}}
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Il buon cuore - Anno XI, n. 20 - 18 maggio 1912/Società Amici del bene
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Apparasse, III, {{Pg|417|417|bIII}}.
Apparto, II, {{Pg|223|223|bII}}. {{spazi|5}}Apparto de li bbusci (Stavo all’), I, {{Pg|146|146|bI}}.
Appennicato, I, {{Pg|230|230|bI}}.
Appennicatte, II, {{Pg|373|373|bII}}.
Apperzuaso, V, {{Pg|189|189|bV}}.
''Appetènna-impruvia'', III, {{Pg|368|368|bIII}}.
Appettà, II, {{Pg|336|336|bII}}.
Appettàttelo, I, {{Pg|98|98|bI}}.
Appiccià, I, {{Pg|39|39|bI}}.
Appiccicarella, IV, {{Pg|350|350|bIV}}.
Appiccicato, I, {{Pg|39|39|bI}}.
Appiccichete, III, {{Pg|217|217|bIII}}.
Appiede, I, {{Pg|154|154|bI}}.
Appiggionante, I, {{Pg|71|71|bI}}; V, {{Pg|55|55|bV}}.
Appiommòrno, V, {{Pg|22|22|bV}}.
Appizza, II, {{Pg|280|280|bII}}.
Appizzà, VI, {{Pg|36|36|bVI}}.
Appizzo, VI, {{Pg|300|300|bVI}}.
Appoggia, II, {{Pg|238|238|bII}}. {{spazi|5}}Appoggia (S’), IV, {{Pg|56|56|bIV}}.
Appoggiàjje, I, {{Pg|10|10|bI}}.
Appoggiò, II, {{Pg|289|289|bII}}. {{spazi|5}}Appoggiò (S’), V, {{Pg|176|176|bV}}.
Appollato, V, {{Pg|21|21|bV}}.
Appone, III, {{Pg|77|77|bIII}}.
Appopretica, IV, {{Pg|91|91|bIV}}.
Appostatamente, II, {{Pg|397|397|bII}}.
Apprica, V, {{Pg|96|96|bV}}.
Appricà, II, {{Pg|399|399|bII}}.
Appricàmmene, VI, {{Pg|211|211|bVI}}.
Appricànnose, IV, {{Pg|393|393|bIV}}.
Apprivativa, IV, {{Pg|128|128|bIV}}.
Apprivativo, IV, {{Pg|251|251|bIV}}.
Approvo, III, {{Pg|175|175|bIII}}.
Appuntà, II, {{Pg|351|351|bII}}.
<noinclude>
Appuntà, II, {{Pg|351|351|bII}}.
</noinclude>
Aràmo, V, {{Pg|35|35|bV}}.
Aratore, II, {{Pg|377|377|bII}}.
Arba, I, {{Pg|86|86|bI}}.
Arbaggia, II, {{Pg|357|357|bII}}.
Arbani, IV, {{Pg|182|182|bIV}}.
Arbanista -i, III, {{Pg|292|292|bIII}}; {{pg|375|375|bIII}}.
Arbera Finisce, V, {{Pg|199|199|bV}}.
Arbergo de la Stella, IV, {{Pg|328|328|bIV}}.
Arbero, III, {{Pg|182|182|bIII}}.
Arberone, III, {{Pg|150|150|bIII}}.
Àrberum, IV, {{Pg|349|349|bIV}}.
Àrcadi volatichi, IV, {{Pg|261|261|bIV}}.
Arcàdichi, III, {{Pg|321|321|bIII}}.
Arcania, IV, {{Pg|229|229|bIV}}.
Arcìdi, II, {{pg|29|29|bII}}.
Arcòggioli, V, {{Pg|258|258|bV}}.
Ardia, I, {{Pg|17|17|bI}}. {{spazi|5}}Ardia (Abbiti a), VI, {{Pg|54|54|bVI}}. {{spazi|5}}Ardia (Fasse d’), I, {{pg|103|103|bI}}.
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Areprico, III, {{Pg|53|53|bIII}}.
Arescèli, II, {{Pg|100|100|bII}}.
Arètichi, III, {{Pg|369|369|bIII}}.
Arezzi, IV, {{Pg|182|182|bIV}}.
Arfinamente, II, {{Pg|253|253|bII}}.
Argàdia, III, {{Pg|385|385|bIII}}.
Argentinaccia, IV, {{Pg|301|301|bIV}}
Argèri, I, {{Pg|30|30|bI}}.
Argòlighi, III, {{Pg|321|321|bIII}}.
Argheno, VI, {{Pg|213|213|bVI}}.
Argianfettù, II, {{Pg|138|138|bII}}.
Argibbra, III, {{Pg|429|429|bIII}}.
Aria a li venti, V, {{Pg|442|442|bV}}. {{spazi|5}}Aria de sscirocco (Un’), I, {{Pg|107|107|bI}}.
Ariaccia (Arzà l’), II, {{Pg|289|289|bII}}.
Ariarzassi, IV, {{Pg|225|225|bIV}}.
Ariassiste, VI, {{Pg|277|277|bVI}}.
Aribatte, III, {{Pg|49|49|bIII}}.
Aribbócchi, I, {{pg|161|161|bI}}.
Aribbócco, I, {{Pg|40|40|bI}}.
Aricacchia, I, {{Pg|94|94|bI}}; {{pg|104|104|bI}}; VI, {{Pg|245|245|bVI}}.
Aricacchio, I, {{Pg|171|171|bI}}.
Aricasco, II, {{Pg|210|210|bII}}.
Ariccòjjo, V, {{Pg|159|159|bV}}.
Ariccomanno, III, {{Pg|151|151|bIII}}.
Ariccónteno, III, {{Pg|279|279|bIII}}.
Ariccòrto -i, IV, {{Pg|173|173|bIV}}; V, {{Pg|218|218|bV}}.
Aricordassi, V, {{Pg|123|123|bV}}.
Aricresciuta, I, {{Pg|151|151|bI}}.
Aricutina, V, {{Pg|222|222|bV}}.
Aridà, III, {{Pg|27|27|bIII}}.
Aridanno, III, {{Pg|161|161|bIII}}.
Aridotta, IV, {{Pg|400|400|bIV}}.
Aridusce, I, {{Pg|154|154|bI}}.
Arïèccheme, IV, {{Pg|333|333|bIV}}.
Arïèccheve, V, {{Pg|158|158|bV}}.
Arïècco, IV, {{Pg|88|88|bIV}}.
Arïèsce, III, {{Pg|327|327|bIII}}.
Arïèschi, III, {{Pg|238|238|bIII}}.
Arietta (’N’), VI, {{Pg|46|46|bVI}}.
Arifà, III, {{Pg|158|158|bIII}}.
Arifànne, IV, {{Pg|213|213|bIV}}.
Arifate, III, {{Pg|86|86|bIII}}.
Arifatelo, III, {{Pg|290|290|bIII}}.
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Arifatti, I, {{Pg|150|150|bI}}.
Arifettorio, I, {{Pg|55|55|bI}}.
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Arifiatato -a, I, {{Pg|24|24|bI}}; {{pg|50|50|bI}}.
Arifilate de gropponi, I, {{Pg|30|30|bI}}.
Arifreddori, II, {{Pg|353|353|bII}}.
Arifrette, III, {{Pg|142|142|bIII}}.
Arigalà, II, {{Pg|95|95|bII}}.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||''Glossario-indice''|{{rl|71}}}}</noinclude>
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Ariguardi, III, {{Pg|194|194|bIII}}.
Arilassalli, III, {{Pg|205|205|bIII}}.
Arilegrassi, III, {{Pg|405|405|bIII}}.
Arillegralle, I, {{Pg|116|116|bI}}.
Arillegro (Me n’), IV, {{Pg|117|117|bIV}}.
Arimàne, I, {{Pg|190|190|bI}}. {{spazi|5}}Arimàne (S’), II, {{Pg|247|247|bII}}.
Arìmanessimo, III, {{Pg|130|130|bIII}}.
Arimàni, IV, {{Pg|107|107|bIV}}.
Arimànneno, III, {{Pg|369|369|bIII}}.
Arimasa, I, {{Pg|66|66|bI}}.
Arimbrunita, III, {{Pg|386|386|bIII}}.
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Arimettesse, III, {{Pg|421|421|bIII}}.
Arimistica, I, {{Pg|98|98|bI}}; V, {{Pg|222|222|bV}}.
Arimita, II, {{Pg|246|246|bII}}.
Arimovo, III, {{Pg|71|71|bIII}}.
Arimpipirizzita, VI, {{Pg|286|286|bVI}}.
Arimpóse, IV, {{Pg|208|208|bIV}}.
Arinato, II, {{Pg|286|286|bII}}.
Arincappellasse, I, {{Pg|96|96|bI}}.
Arincarza, IV, {{Pg|120|120|bIV}}.
Arincipieta, III, {{Pg|414|414|bIII}}.
Arincontrate, IV, {{Pg|417|417|bIV}}.
Arincreschi, II, {{Pg|181|181|bII}}.
Aringózzi (Sse l’), III, {{Pg|243|243|bIII}}.
Aringrassasse, III, {{Pg|245|245|bIII}}.
Aringretànne, V, {{Pg|46|46|bV}}.
Aringretato, III, {{Pg|18|18|bIII}}.
Arinicchiato, V, {{Pg|450|450|bV}}.
Arinnaccia, VI, {{Pg|208|208|bVI}}.
Arinnegà, II, {{Pg|172|172|bII}}.
Arinzinichita, V, {{Pg|219|219|bV}}.
Arïòca, I, {{Pg|17|17|bI}}.
Arïòcà, VI, {{Pg|20|20|bVI}}.
Arïòchi, I, {{Pg|136|136|bI}}.
Arïocò, II, {{Pg|128|128|bII}}.
Arïòpre, I, {{Pg|206|206|bI}}.
Aripassa, III, {{Pg|8|8|bIII}}.
Aripescassi, IV, {{Pg|162|162|bIV}}.
Aripete, IV, {{Pg|111|111|bIV}}.
Aripìa, VI, {{Pg|12|12|bVI}}. {{spazi|5}}Aripìa (S’), I, {{Pg|48|48|bI}}.
Aripijemesce, VI, {{Pg|83|83|bVI}}.
Aripóneli, II, {{Pg|190|190|bII}}.
Arippara, I, {{Pg|184|184|bI}}.
Arippezza (Nun z’), II, {{Pg|282|282|bII}}.
Arippezzalla, I, {{Pg|116|116|bI}}.
Arippresentazzione, I, {{Pg|188|188|bI}}.
Ariscalla, IV, {{Pg|329|329|bIV}}.
Ariscallato, II, {{Pg|338|338|bII}}.
Ariscarda, II, {{Pg|28|28|bII}}.
Ariscevi, II, {{Pg|409|409|bII}}.
Arisciojje (Z’), III, {{Pg|298|298|bIII}}.
Arisciccia, V, {{Pg|313|313|bV}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Ariscòde, II, {{Pg|21|21|bII}}.
Ariscombùssolo, V, {{Pg|373|373|bV}}.
Ariscontà, I, {{Pg|158|158|bI}}.
Ariscòte, III, {{Pg|6|6|bIII}}.
Ariserciate, I, {{Pg|90|90|bI}}.
Arisicamme, VI, {{Pg|80|80|bVI}}.
Arislargasse, III, {{Pg|17|17|bIII}}.
Arisonata, V, {{Pg|122|122|bV}}.
Arisòrze, V, {{Pg|409|409|bV}}.
Arisparaggna, V, {{Pg|73|73|bV}}.
Arispetta, III, {{Pg|283|283|bIII}}.
Arisponne, III, {{Pg|171|171|bIII}}.
Arisponni, VI, {{Pg|70|70|bVI}}.
Arisponno, III, {{Pg|26|26|bIII}}.
Arispostato, III, {{Pg|6|6|bIII}}.
Arissetta, I, {{Pg|236|236|bI}}.
Arissettatello, III, {{Pg|109|109|bIII}}.
Arissoda, III, {{Pg|25|25|bIII}}.
Aristà, III, {{Pg|433|433|bIII}}.
Aritirasse, V, {{Pg|17|17|bV}}.
Aritirato, V, {{Pg|438|438|bV}}.
Aritorni, II, {{Pg|151|151|bII}}.
Aritrippica, IV, {{Pg|13|13|bIV}}.
Aritròpica, III, {{Pg|31|31|bIII}}.
Aritrovo, III, {{Pg|261|261|bIII}}.
Aritrovorno (S’), II, {{Pg|124|124|bII}}.
Ariuperta, IV, {{Pg|384|384|bIV}}.
Arivede, IV, {{Pg|129|129|bIV}}.
Arivedèndola, IV, {{Pg|318|318|bIV}}.
Arivedendosce, III, {{Pg|50|50|bIII}}; {{pg|292|292|bIII}}.
Arivenne, I, {{Pg|197|197|bI}}.
Ariverèa -e, I, {{Pg|35|35|bI}}.
Ariviè, IV, {{Pg|136|136|bIV}}.
Ariviècce, IV, {{Pg|136|136|bIV}}.
Ariviènghi, III, {{Pg|229|229|bIII}}.
Arivònno, V, {{Pg|66|66|bV}}.
Arivorti (T’), II, {{Pg|152|152|bII}}.
Arizzòlla, I, {{Pg|97|97|bI}}.
Arma, VI, {{Pg|15|15|bVI}}; {{pg|168|168|bVI}}; {{pg|178|178|bVI}}.
Armanaccà, IV, {{Pg|259|259|bIV}}.
Armanco, I, {{Pg|122|122|bI}}.
Armanno, IV, {{Pg|264|264|bIV}}.
Armato, II, {{Pg|220|220|bII}}; IV, {{Pg|243|243|bIV}}.
Arme, IV, {{Pg|420|420|bIV}}.
Arméno, III, {{Pg|53|53|bIII}}.
Armestizzia, II, {{Pg|273|273|bII}}.
Aromatichi, IV, {{Pg|261|261|bIV}}.
Arranchelli, II, {{Pg|299|299|bII}}; III, {{Pg|29|29|bIII}}.
Arrègge, I, {{Pg|56|56|bI}}; {{pg|115|115|bI}}; III, {{Pg|119|119|bIII}}.
Arrèggeno, III, {{Pg|34|34|bIII}}.
Arregghi, II, {{pg|416|416|bII}}.
Arregolà, IV, {{Pg|141|141|bIV}}.
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Arrènneme, II, {{Pg|382|382|bII}}.
Arrepricà, I, {{Pg|61|61|bI}}.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|{{rl|72}}|''Glossario-indice''|}}</noinclude>
{{Colonna|em=-1}}
Arresta, I, {{Pg|195|195|bI}}; III, {{Pg|70|70|bIII}}.
Arrestai, II, {{Pg|274|274|bII}}.
Arrestò, IV, {{Pg|93|93|bIV}}.
Arrèto, III, {{Pg|46|46|bIII}}.
Arricciato, I, {{Pg|126|126|bI}}.
Arrivàmio, II, {{Pg|334|334|bII}}.
Arrivàssino, III, {{Pg|242|242|bIII}}.
Arrivato, I, {{Pg|111|111|bI}}; {{pg|162|162|bI}}.
Arrocchià, V, {{Pg|155|155|bV}}.
Arrochito, I, {{Pg|149|149|bI}}.
Arrostatico — V. ''Grobbo''...
Arrotava, III, {{Pg|52|52|bIII}}.
Arrotavi, III, {{Pg|260|260|bIII}}.
Arrubbate, III, {{Pg|292|292|bIII}}.
Arruvinosa, III, {{Pg|418|418|bIII}}.
Arruzzonito -a, IV, {{Pg|213|213|bIV}}; VI, {{Pg|196|196|bVI}}.
Artarino, VI, {{Pg|200|200|bVI}}.
Arte, III, {{Pg|148|148|bIII}}; IV, {{Pg|239|239|bIV}}.
Artebbianca, I, {{Pg|170|170|bI}}.
Artemis, III, {{Pg|214|214|bIII}}.
Arteria, I, {{Pg|96|96|bI}}.
Arti, I, {{Pg|117|117|bI}}.
Artieri, IV, {{Pg|124|124|bIV}}.
Artis — V. ''In'' ...
Arto arto, III, {{Pg|158|158|bIII}}.
Artomira, I, {{Pg|98|98|bI}}.
Artóne, IV, {{Pg|295|295|bIV}}.
Artura, III, {{Pg|203|203|bIII}}.
Arugante, VI, {{Pg|142|142|bVI}}.
Ar vede, III, {{Pg|405|405|bIII}}.
Arzà, I, {{Pg|102|102|bI}}. {{spazi|5}}Arzà l’ariaccia — V. ''Ariaccia''...
Arzamme, III, {{Pg|17|17|bIII}}.
Arzato, VI, {{Pg|175|175|bVI}}.
Arzatte, III, {{Pg|263|263|bIII}}.
Ascaggno, V, {{Pg|387|387|bV}}.
A scàpito innoscenza, IV, {{Pg|359|359|bIV}}.
Ascido, III, {{Pg|317|317|bIII}}.
Asciutta, III, {{Pg|334|334|bIII}}.
Asciutto, I, {{Pg|150|150|bI}}; VI, {{Pg|127|127|bVI}}.
Ascrìvesce, V, {{Pg|46|46|bV}}.
Asima, V, {{Pg|76|76|bV}}.
Àsole, I, {{Pg|21|21|bI}}.
Asperge, I, {{Pg|168|168|bI}}; II, {{Pg|326|326|bII}}.
Asperto -a -i, II, {{Pg|75|75|bII}}; III, {{Pg|131|131|bIII}}; {{pg|201|201|bIII}}.
Aspertezza, III, {{Pg|394|394|bIII}}.
Aspettanno, IV, {{Pg|264|264|bIV}}.
Aspettito, II, {{Pg|75|75|bII}}; V, {{Pg|139|139|bV}}.
Asposte, III, {{Pg|204|204|bIII}}.
Aspressione, III, {{Pg|217|217|bIII}}.
Assaltòrno, I, {{Pg|78|78|bI}}. — Cfr. ''Sciassartòrno''.
Assarti, III, {{Pg|14|14|bIII}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Asscenza, III, {{Pg|282|282|bIII}}.
Asscenzo, I, {{Pg|95|95|bI}}.
Asscetico, IV, {{Pg|376|376|bIV}}.
Assciutta — V. ''Asciutta''.
Assenza, I, {{Pg|54|54|bI}}.
Asso (È ll’), I, {{Pg|168|168|bI}}.
Assógna, II, {{Pg|68|68|bII}}. {{spazi|5}}Assógna (Ah ccert’), I, {{Pg|181|181|bI}}. {{spazi|5}}Assógna (Ddà l’), VI, {{Pg|75|75|bVI}}.
Assórtalo da, I, {{Pg|74|74|bI}}.
Assortata, V, {{Pg|327|327|bV}}.
Assortati, IV, {{Pg|151|151|bIV}}.
Assorve, III, {{Pg|222|222|bIII}}.
Assòrvese, III, {{Pg|419|419|bIII}}.
Assuperà, III, {{Pg|169|169|bIII}}.
Astabbile, IV, {{Pg|393|393|bIV}}.
Asterna, IV, {{Pg|437|437|bIV}}.
Astra, II, {{Pg|317|317|bII}}.
Astracane, IV, {{Pg|177|177|bIV}}, n. 5.
Astratto, V, {{Pg|67|67|bV}}.
Astrazzione, I, {{Pg|41|41|bI}}.
Astrippato, V, {{Pg|272|272|bV}}.
Attacc’a, I, {{Pg|159|159|bI}}.
Attaccamme, III, {{Pg|62|62|bIII}}.
Attaccaferro (A), I, {{Pg|226|226|bI}}.
Attacchino, I, {{Pg|49|49|bI}}; {{pg|214|214|bI}}, n. 2.
Attanfi, VI, {{Pg|46|46|bVI}}.
Attarfieno, III, {{Pg|271|271|bIII}}.
Attenta, II, {{Pg|365|365|bII}}; III, {{Pg|223|223|bIII}}.
Attenneva, III, {{Pg|61|61|bIII}}.
Attilla, V, {{Pg|95|95|bV}}.
Attitolate, IV, {{Pg|98|98|bIV}}.
Attórro, VI, {{Pg|80|80|bVI}}.
Attossicàcce, VI, {{Pg|239|239|bVI}}.
Attunzurato, V, {{Pg|153|153|bV}}.
Atturasse, IV, {{Pg|115|115|bIV}}.
Attuscolo, IV, {{Pg|108|108|bIV}}.
Aù, V, {{Pg|94|94|bV}}.
''Audace fortuna ggiubba tibbidosque depelle'', VI, {{Pg|29|29|bVI}}.
Aùffa, I, {{Pg|4|4|bI}}; III, {{Pg|127|127|bIII}}; VI, {{Pg|26|26|bVI}}; {{pg|150|150|bVI}}. {{spazi|5}}Aùffa li meloni, VI, {{Pg|26|26|bVI}}. {{spazi|5}}Aùff-a li meloni, e nnu’ li vònno, VI, {{Pg|26|26|bVI}}, n. 9.
Auffagna, VI, {{Pg|2|2|bVI}}.
A un dì, I, {{Pg|199|199|bI}}.
Aùto, II, {{Pg|91|91|bII}}.
Avantaggiata, V, {{Pg|81|81|bV}}.
Avanti a, III, {{Pg|58|58|bIII}}.
Avarino, III, {{Pg|365|365|bIII}}.
Avanzamme, III, {{Pg|320|320|bIII}}.
Avanzanno, IV, {{Pg|385|385|bIV}}.
Avé, I, {{Pg|122|122|bI}}.
Avélle, I, {{Pg|161|161|bI}}.
Avèlli, III, {{Pg|378|378|bIII}}.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||''Glossario-indice''|{{rl|73}}}}</noinclude><section begin="s1"/>
{{Colonna|em=-1}}
Avellino, III, {{Pg|163|163|bIII}}.
Avénne, I, {{Pg|215|215|bI}}.
Avènnoli, IV, {{Pg|270|270|bIV}}.
Aventore, V, {{Pg|205|205|bV}}.
Averabbile (Fà l’), VI, {{Pg|197|197|bVI}}.
Averabbili, III, {{Pg|354|354|bIII}}.
Averebbe, I, {{Pg|212|212|bI}}.
Averéssi, IV, {{Pg|134|134|bIV}}.
Averéssivo, IV, {{Pg|411|411|bIV}}.
Averia, III, {{Pg|417|417|bIII}}.
Avesse, III, {{Pg|19|19|bIII}}.
Avessi, I, {{Pg|71|71|bI}}; III, {{Pg|418|418|bIII}}.
Avéssimo, I, {{Pg|150|150|bI}}.
Avéssino, III, {{Pg|157|157|bIII}}.
Avéssivo, III, {{Pg|35|35|bIII}}.
Avete, I, {{Pg|23|23|bI}}.
Avétesce, III, {{Pg|58|58|bIII}}.
Avette, IV, {{Pg|218|218|bIV}}.
Avévio, I, {{Pg|21|21|bI}}
Avocazzione, V, {{Pg|78|78|bV}}.
Avolio, V, {{Pg|51|51|bV}}.
Avvanta, III, {{Pg|316|316|bIII}}.
Avvantà, III, {{Pg|260|260|bIII}}.
Avvantàmme, VI, {{Pg|38|38|bVI}}.
Avvanto, IV, {{Pg|410|410|bIV}}.
Avvelature, V, {{Pg|121|121|bV}}.
Avventi, IV, {{Pg|272|272|bIV}}.
Avviati, I, {{Pg|44|44|bI}}.
Avvocato de le cause sperze, III, {{Pg|14|14|bIII}}.
A vvoi, I 64. {{spazi|5}}A vvoi, annàtesce a bbeve, I, {{pg|64|64|bI}}, n. 21.
Azzeccàtesce, II, {{Pg|181|181|bII}}.
Azzeccatte, IV, {{Pg|255|255|bIV}}.
Azzécchece e Azzécchesce, I, {{Pg|150|150|bI}}; V, {{Pg|37|37|bV}}.
Azzicheno, III, {{Pg|124|124|bIII}}.
Azzico, III, {{Pg|124|124|bIII}}, n. 8.
Azzione, I, {{Pg|118|118|bI}}.
Azzittete, V, {{Pg|432|432|bV}}, n. 1.
<section end="s1"/><section begin="s2"/><includeonly>{{indentatura}}</includeonly>{{Ct|f=120%|v=1|t=2|B.}}
Babbảo, I, {{Pg|148|148|bI}}.
Babbilano, VI, {{Pg|260|260|bVI}}.
Babbio, II, {{Pg|364|364|bII}}.
Baco, IV, {{Pg|223|223|bIV}}, n. 6.
Badanài, IV, {{Pg|193|193|bIV}}.; V, {{Pg|186|186|bV}}.
Baffi, V, {{Pg|372|372|bV}}. {{spazi|5}}Baffi (Marito co’ li), V, {{Pg|372|372|bV}}, n. 2. {{spazi|5}}Baffi (Omo co’ li), V, {{Pg|372|372|bV}}, n. 2.
Bagaròzzo ''e'' bacherozzo, VI, {{Pg|351|351|bVI}}.
Baggèo, II, {{Pg|242|242|bII}}; V, {{Pg|37|37|bV}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Bbannarola ''e'' bbannerola, II, {{Pg|44|44|bII}}; {{pg|189|189|bII}}.
Banchiere — V. ''Bbanchiere''.
Barbottà, II, {{Pg|216|216|bII}}, n. 3.
Barbozzale, IV, {{Pg|167|167|bIV}}.
Barbozzetto, IV, {{Pg|257|257|bIV}}.
Barbòzzo, II, {{Pg|121|121|bII}}.
Barchetta (Mme porta in), V, {{Pg|8|8|bV}}.
Bardacchino, I, {{Pg|210|210|bI}}.
Bardassaccio, V, {{Pg|180|180|bV}}.
Bardassarre, I, {{Pg|42|42|bI}}.
Bardassarìa, I, {{Pg|174|174|bI}}.
Bardasso, VI, {{Pg|143|143|bVI}}.
Barettone, IV, {{Pg|375|375|bIV}}.
{{spaziato|Bariggello}} ''e'' bariscello, I, {{Pg|125|125|bI}}; III, {{Pg|130|130|bIII}}.
Baronio, II, {{Pg|376|376|bII}}.
Barrozzaro — V. ''Bbarrozzaro''.
Bàrzimo, I, {{Pg|197|197|bI}}.
Batòcco, I, {{Pg|91|91|bI}}; II, {{Pg|205|205|bII}}; VI, {{Pg|168|168|bVI}}.
Battifoco, VI, {{Pg|225|225|bVI}}.
Bazzarro, II, {{Pg|84|84|bII}}.
Bbabbione, III, {{Pg|154|154|bIII}}.
Bbabbussi, II, {{Pg|314|314|bII}}; VI, {{Pg|43|43|bVI}}.
Bbacòcca, III, {{Pg|156|156|bIII}}.
Bbadanai, V, {{Pg|186|186|bV}}.
Bbadiale (A la), III, {{Pg|190|190|bIII}}.
Bbadiali, IV, {{Pg|361|361|bIV}}.
Bbadialona, VI, {{Pg|10|10|bVI}}.
Bbafa, II, {{Pg|419|419|bII}}.
Bbaffetti, IV, {{Pg|391|391|bIV}}.
Bbaffutelli, VI, {{Pg|78|78|bVI}}.
Bbagarini -e, I, {{Pg|60|60|bI}}; III, {{Pg|127|127|bIII}}.
Bbagaróne — V. ''Curri curri''...
Bbailardo, III, {{Pg|177|177|bIII}}.
Bbaiocchella — V. ''Bbajocchella''.
Bbainetta (Si vve bbattessi mai la), VI, {{Pg|56|56|bVI}}.
Bbaiocco -hi, I, {{Pg|161|161|bI}}; IV, {{Pg|93|93|bIV}}. {{spazi|5}}Bbaiocchi (Attonnà li), V, {{Pg|132|132|bV}}. {{spazi|5}}Bbaiocco (Avé er), VI, {{Pg|132|132|bVI}}, n. 9.
Bbajjoccone arruzzonito (Faccia de), IV, {{Pg|213|213|bIV}}.
Bbajocchella -e, II, {{Pg|280|280|bII}}; {{pg|395|395|bII}}. {{spazi|5}}Bbajocchelle gialle, III, {{Pg|268|268|bIII}}.
Bballa, II, {{Pg|37|37|bII}}. {{spazi|5}}Bballa (De la), I, {{Pg|79|79|bI}}.
Bballajje, III, {{Pg|19|19|bIII}}.
Bbalucana, V, {{Pg|262|262|bV}}.
Bbambino, VI, {{Pg|168|168|bVI}}.
Bbammasce, I, {{Pg|241|241|bI}}.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|{{rl|74}}|''Glossario-indice''|}}</noinclude>
{{Colonna|em=-1}}
Bajocco — V. ''Bbaiocco''.
Bammascina, IV, {{Pg|146|146|bIV}}.
Bbanchiere -i, I, {{Pg|199|199|bI}}; III, {{Pg|233|233|bIII}}.
Bbanni, I, {{Pg|26|26|bI}}. {{spazi|5}}Bbanni-ggennerali, III, {{Pg|257|257|bIII}}.
Bbanniera, III, {{Pg|90|90|bIII}}. {{spazi|5}}Bbanniera de Cristo, I, {{Pg|171|171|bI}}.
Bbaracca, I, {{Pg|32|32|bI}}.
Bbaraonne, III, {{Pg|99|99|bIII}}.
Bbarba (Dà de), I, {{Pg|32|32|bI}}; III, {{Pg|9|9|bIII}}, n. 14. {{spazi|5}}Bbarb’in cuppola (Je dii de), III, {{Pg|9|9|bIII}}.
Bbarberù, II, {{Pg|25|25|bII}}.
Bbarbone, I, {{Pg|4|4|bI}}; {{pg|188|188|bI}}; II, {{Pg|358|358|bII}}.
Bbarbotta, II, {{Pg|102|102|bII}}.
Bbarbòttesce, V, {{Pg|63|63|bV}}.
Bbarbotto, I, {{Pg|197|197|bI}}; II, {{Pg|216|216|bII}}.
Bbardelloni (Rivedé li), VI, {{Pg|200|200|bVI}}.
Bbarella (Je soffi a la), I, {{Pg|108|108|bI}}.
Bbargniffe, II, {{Pg|370|370|bII}}.
Bbarile, II, {{Pg|6|6|bII}}; VI, {{Pg|67|67|bVI}}.
Bbarettoni, V, {{Pg|268|268|bV}}.
Bbarròzza -e, II, {{Pg|48|48|bII}}; {{pg|208|208|bII}}.
Bbarrozzaro, II, {{Pg|383|383|bII}}; IV, {{Pg|426|426|bIV}}.
Bbaruccabbà, IV, {{Pg|162|162|bIV}}.
Bbasciaculo, II, {{Pg|310|310|bII}}.
Bbastarda, V, {{Pg|40|40|bV}}; VI, {{Pg|73|73|bVI}}.
Bbast’a vvede, III, {{Pg|80|80|bIII}}.
Bbastoncelli, II, {{Pg|4|4|bII}}.
Bbatòcco — V. ''Batòcco''.
Bbattajjeria -e, III, {{Pg|239|239|bIII}}; V, {{Pg|97|97|bV}}.
Bbatte; III, {{Pg|162|162|bIII}}; {{pg|422|422|bIII}}; V, {{Pg|71|71|bV}}; {{pg|238|238|bV}}.
Bbattecca, II, {{Pg|11|11|bII}}.
Bbattibbujjo, III, {{Pg|341|341|bIII}}.
Bbattifessa, VI, {{Pg|59|59|bVI}}.
Bbattilonta, IV, {{Pg|59|59|bIV}}.
Bbattimuro, I, {{Pg|226|226|bI}}.
Bbatto, VI, {{Pg|146|146|bVI}}.
Bbavarola (Cce vò la), II, {{Pg|366|366|bII}}.
Bbazza, II, {{Pg|286|286|bII}}.
Bbazzetta, II, {{Pg|286|286|bII}}, n. 1.
Bbazzoffia, III, {{Pg|406|406|bIII}}.
Bbe’, I, {{Pg|24|24|bI}}; {{pg|27|27|bI}}; {{pg|40|40|bI}}. {{spazi|5}}Bbe’ cche ssia, IV, {{Pg|199|199|bIV}}.
Bbbecco (Ddà de), V, {{Pg|145|145|bV}}.
Bbeone, V, {{Pg|186|186|bV}}.
Bbefana (Uffizzial dela), V, {{Pg|268|268|bV}}.
Bbefania, II, {{Pg|153|153|bII}}.
Bbenedizzione, I, {{Pg|232|232|bI}}.
Bbenemio, IV, {{Pg|360|360|bIV}}.
Bbeneprascido ''e'' bbeneprascito, III, {{Pg|317|317|bIII}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Bbennardone — V. ''Bennardone''.
Bbenvorzuto -a, II, {{Pg|312|312|bII}}; IV, {{Pg|292|292|bIV}}.
Bbèr fijjo, V, {{Pg|45|45|bV}}.
Bberbello, IV, {{Pg|220|220|bIV}}.
Bbergamina — V.'' Carta bbergamina''.
Bberilla, II, {{Pg|130|130|bII}}.
Bbervedé, II, {{Pg|239|239|bII}}. {{spazi|5}}Bbervedé (Ar...cc’è ppoco), II, {{Pg|400|400|bII}}.
Bberzitello — V. ''Berzitello''.
Bbestemimio, II, {{Pg|359|359|bII}}.
Bbètta, I, {{Pg|66|66|bI}}.
Bbettàpoli, VI, {{Pg|315|315|bVI}}.
Bbeve, I, {{Pg|122|122|bI}}. {{spazi|5}}Bbeve (Fàlli), IV, {{Pg|193|193|bIV}}.
Bbeverino, II, {{Pg|23|23|bII}}.
Bbevessi, III, {{Pg|70|70|bIII}}.
Boiacca (Mmal da), II, {{Pg|267|267|bII}}.
Bbianchi — V. ''Muri''...
Bbiascio, III, {{Pg|102|102|bIII}}.
Bbiastèma, V, {{Pg|316|316|bV}}.
Bbiastima -e, II, {{Pg|104|104|bII}}; {{pg|338|338|bII}}.
Bbiastimeno, II, {{Pg|245|245|bII}}.
Bbicchieraro (Tte conosco), VI, {{Pg|216|216|bVI}}.
Bbidè, II, {{Pg|282|282|bII}}.
Bbieta, VI, {{Pg|26|26|bVI}}.
Bbiòcca, I, {{Pg|221|221|bI}}.
Bbiòcco, II, {{Pg|252|252|bII}}.
Bbirbao, V, {{Pg|36|36|bV}}.
Bbirbata -e, IV, {{Pg|336|336|bIV}}; V, {{Pg|338|338|bV}}.
Bbirbi, II, {{Pg|86|86|bII}}.
Bbirbone, VI, {{Pg|189|189|bVI}}.
Bbiribbissi ''e'' biribbisse, III, {{Pg|31|31|bIII}}; IV, {{Pg|289|289|bIV}}.
Bbisognassi, III, {{Pg|151|151|bIII}}.
Bbisoggnerìa, III, {{Pg|154|154|bIII}}.
Bbisónta, IV, {{Pg|191|191|bIV}}.
Bbizzòco, II, {{Pg|242|242|bII}}; III, {{Pg|53|53|bIII}}.
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Bbóbo, I, {{Pg|188|188|bI}}. {{spazi|5}}Bbóbo (Fa), I, {{Pg|19|19|bI}}.
Bboccajje, IV, {{Pg|341|341|bIV}}.
Bboccétto, III, {{Pg|236|236|bIII}}.
Bbòccio -i, II, {{Pg|28|28|bII}}; IV, {{Pg|193|193|bIV}}.
Bboécco -hi, I, {{Pg|60|60|bI}}; {{pg|64|64|bI}}.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|{{rl|74}}|''Glossario-indice''|}}</noinclude>
{{Colonna|em=-1}}
Bajocco — V. ''Bbaiocco''.
Bammascina, IV, {{Pg|146|146|bIV}}.
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Bbennardone — V. ''Bennardone''.
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Boiacca (Mmal da), II, {{Pg|267|267|bII}}.
Bbianchi — V. ''Muri''...
Bbiascio, III, {{Pg|102|102|bIII}}.
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Bbiastima -e, II, {{Pg|104|104|bII}}; {{pg|338|338|bII}}.
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Bbicchieraro (Tte conosco), VI, {{Pg|216|216|bVI}}.
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Bbrodaro, IV, {{Pg|218|218|bIV}}.
Bbrodezze, II, {{Pg|79|79|bII}}.
Bbrodocollo, II, {{Pg|58|58|bII}}.
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Bbropina, II, {{Pg|188|188|bII}}.
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Bbruggnolo, VI, {{Pg|108|108|bVI}}.
Bbrusciatella, V, {{Pg|262|262|bV}}.
Bbruscoletti, VI, {{Pg|65|65|bVI}}.
Bbruscotto (Faccia de), II, {{Pg|228|228|bII}}.
Bbrutto (Trovamme), V, {{Pg|242|242|bV}}.
Bbruttoni, III, {{Pg|191|191|bIII}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Bbua, II, {{Pg|294|294|bII}}.
Bbubbù, bbubbù, I, {{Pg|235|235|bI}}.
Bbucale, I, {{Pg|60|60|bI}}; {{pg|63|63|bI}}.
Bbucaletti, V, {{Pg|114|114|bV}}.
Bbucalone, I, {{Pg|157|157|bI}}; III, {{Pg|72|72|bIII}}.
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Bbu-e-vvia, II, {{Pg|56|56|bII}}.
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Bbuggera, III, {{Pg|14|14|bIII}}. IV, {{Pg|69|69|bIV}}. {{spazi|5}}Bbuggera (Rróppeje la), III, {{Pg|53|53|bIII}}.
Bbuggere, II, {{Pg|252|252|bII}}; IV, {{Pg|188|188|bIV}}.
Bbuggiarà, III, {{Pg|189|189|bIII}}; IV, {{Pg|170|170|bIV}}.
Bbuggiarallo, I, {{Pg|109|109|bI}}; VI, {{Pg|262|262|bVI}}.
Bbuggiaramme, I, {{Pg|19|19|bI}}.
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Bbuija -e, I, {{Pg|41|41|bI}}; {{pg|158|158|bI}}.
Bbulle, II, {{Pg|291|291|bII}}.
Bbullettoni, II, {{Pg|123|123|bII}}.
Bbulli, III, {{Pg|172|172|bIII}}.
Bbumba, III, {{Pg|234|234|bIII}}.
Bburattini, II, {{Pg|399|399|bII}}.
Bburiana, I, {{Pg|32|32|bI}}; V, {{Pg|399|399|bV}}.
Bburino -i ''e'' bburrino, I, {{Pg|144|144|bI}}; II, {{Pg|249|249|bII}}.
Bburraggine, IV, {{Pg|23|23|bIV}}.
Bburzuggno -a, I, {{Pg|171|171|bI}}; II, {{Pg|332|332|bII}}; V, {{Pg|225|225|bV}}.
Bbuscetta (A), I, {{Pg|60|60|bI}}.
Bbùscia — V. ''Bùscia''.
Bbuscìa, II, {{Pg|194|194|bII}}. {{spazi|5}}Bbuscìa (Nun te fo), I, {{Pg|191|191|bI}}.
Bbusciarderìa, III, {{Pg|208|208|bIII}}.
Bbusse, II, {{Pg|62|62|bII}}.
Bbussole, III, {{Pg|22|22|bIII}}.
Bbussolette, I, {{Pg|78|78|bI}}.
Bbussolotti, II, {{Pg|147|147|bII}}.
Bbutta, VI, {{Pg|184|184|bVI}}.
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Bbutteghino -i, I, {{Pg|35|35|bI}}; II, {{Pg|33|33|bII}}; IV, {{Pg|384|384|bIV}}.
Bbuzzarè, V, {{Pg|127|127|bV}}.
Bbuzzona, V, {{Pg|296|296|bV}}.
Be’ — V. ''Bbe’''.
Bèdene vaghezzi, I, {{Pg|110|110|bI}}, n. 1.
Beggamorta, I, {{Pg|54|54|bI}}.
Bellicolo, II, {{Pg|123|123|bII}}.
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Bemollo, III, {{Pg|198|198|bIII}}.
Benedetta-pozz’-èsse, I, {{Pg|90|90|bI}}.<noinclude></noinclude>
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Bervedé — V. ''Bbervedé''.
Berzitello, I, {{Pg|9|9|bI}}; IV, {{Pg|33|33|bIV}}.
Bettalemme, II, {{Pg|129|129|bII}}.
Beve — V. ''Bbeve''.
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Biastimà, III, {{Pg|94|94|bIII}}.
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Binedizzione, V, {{Pg|290|290|bV}}.
Birba (Annà in), VI, {{Pg|54|54|bVI}}.
Biribbisse — V. ''Bbiribbissi''.
Bisboccia (Vadino in), IV, {{Pg|211|211|bIV}}.
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Bizzòco — V. ''Bbizzòco''.
Boccetto, I, {{Pg|205|205|bI}}.
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Bojetto, VI; 326.
Boia e d’ajjutante (Jj’ ho fatto da), II, {{Pg|312|312|bII}}.
Bollo, IV, {{Pg|226|226|bIV}}. {{spazi|5}}Bollo (De), I, {{Pg|43|43|bI}}.
Bonfratelli, II, {{Pg|30|30|bII}}, n. 15.
Bonificio, III, {{Pg|298|298|bIII}}.
Boni-viventi — V. ''Carta der...''
Bonsignore — V. ''Bbonzignore''.
Bonzervito, II, {{Pg|312|312|bII}}.
Borgonzone — V. ''Bborgonzone''.
Bottaccio (Dà un), I, {{Pg|203|203|bI}}; II, {{Pg|53|53|bII}}.
Botte, I, {{Pg|80|80|bI}}, n. 6.
Bottiere, III, {{Pg|110|110|bIII}}.
Bòtto, I, {{Pg|118|118|bI}}. {{spazi|5}}Bòtto (Cór), II, {{Pg|268|268|bII}}.
Bove — V. ''Vicolo der''...
Bòzzo -i, I, {{Pg|179|179|bI}}; IV, {{Pg|12|12|bIV}}; {{pg|51|51|bIV}}.
Braccellona, IV, {{Pg|252|252|bIV}}.
Braghiere -i, I, {{Pg|232|232|bI}}; VI, {{Pg|95|95|bVI}}. {{spazi|5}}Braghiere (Jo se ssciojje er), V, {{Pg|231|231|bV}}.
Brigantiere, II, {{Pg|91|91|bII}}.
Brillantino (Rescitamo er), IV, {{Pg|257|257|bIV}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Brugnano — V. ''Bbrugnano''.
Brusco (Ar), I, {{Pg|245|245|bI}}.
Bruttarco, IV, {{Pg|239|239|bIV}}.
Brutto (Ffàcce er), III, {{Pg|47|47|bIII}}.
Brutto Sagramento, I, {{Pg|201|201|bI}}.
Bruttone (Fà er), VI, {{Pg|10|10|bVI}}.
Bucalone — V. ''Bbucalone''.
Bucale — V. ''Bbucale''.
Bucx, I, {{Pg|180|180|bI}}.
Bùggero, III, {{Pg|368|368|bIII}}; VI, {{Pg|114|114|bVI}}.
Buggerio, III, {{Pg|143|143|bIII}}; VI, {{Pg|87|87|bVI}}.
{{spaziato|Buggiarallo}} — V. ''Bbuggiarallo''.
Bullore, II, {{Pg|43|43|bII}}.
Burborato, II, {{Pg|248|248|bII}}.
Burrino — V. ''Bburino''.
Burrò, III, {{Pg|218|218|bIII}}; VI, {{Pg|252|252|bVI}}.
Burzuggno — V. ''Bburzuggno''.
Buscèfolo, III, {{Pg|77|77|bIII}}.
Buscetto, I, {{Pg|122|122|bI}}.
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''Buttasù'' — V. ''Bbuttasù''.
Butteghino — V. ''Bbutteghino''.
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Cacanido, VI, {{Pg|190|190|bVI}}.
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Bojetto, VI; 326.
Boia e d’ajjutante (Jj’ ho fatto da), II, {{Pg|312|312|bII}}.
Bollo, IV, {{Pg|226|226|bIV}}. {{spazi|5}}Bollo (De), I, {{Pg|43|43|bI}}.
Bonfratelli, II, {{Pg|30|30|bII}}, n. 15.
Bonificio, III, {{Pg|298|298|bIII}}.
Boni-viventi — V. ''Carta der...''
Bonsignore — V. ''Bbonzignore''.
Bonzervito, II, {{Pg|312|312|bII}}.
Borgonzone — V. ''Bborgonzone''.
Bottaccio (Dà un), I, {{Pg|203|203|bI}}; II, {{Pg|53|53|bII}}.
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Bòtto, I, {{Pg|118|118|bI}}. {{spazi|5}}Bòtto (Cór), II, {{Pg|268|268|bII}}.
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Brugnano — V. ''Bbrugnano''.
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Capirebbe, III, {{Pg|255|255|bIII}}.
Capischi, III, {{Pg|12|12|bIII}}.
Capitali, II, {{Pg|99|99|bII}}.
Capitello, II, {{Pg|136|136|bII}}.
Capo (Da), I, {{Pg|126|126|bI}}.
Capo-d’ajjo, II, {{Pg|281|281|bII}}.
Capocceìia (Cciaverà ffatto), V, {{Pg|316|316|bV}}.
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Caporello, III; 62.
Caposcèrro, V, {{Pg|149|149|bV}}.
Capotammurro, V, {{Pg|263|263|bV}}.
Capotóri, II, {{Pg|292|292|bII}}.
Cappanera, I, {{Pg|35|35|bI}}.
Cappella (Scantina in), V, {{Pg|400|400|bV}}.
Cappollaro, II, {{Pg|405|405|bII}}.
Cappelletto, II,
Cappello — V. ''S. Pietro cór''...
Cappiola, II, {{Pg|397|397|bII}}.
Capponcello, IV, {{Pg|15|15|bIV}}.
Cappone, VI, {{Pg|10|10|bVI}}.
Cappotto (Ssotto), II, {{Pg|288|288|bII}}.
Capr’e ccavoli, V, {{Pg|295|295|bV}}.
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Carbonari, II, {{Pg|305|305|bII}}.
Carbone (Sbaratta li moccoli in), VI, {{Pg|90|90|bVI}}.
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Carcà, II, {{Pg|204|204|bII}}.
Carcia, I, {{Pg|55|55|bI}}; V, {{Pg|205|205|bV}}. Carcia senza carcia, V, {{Pg|205|205|bV}}.
Carciaròlo, IV, {{Pg|111|111|bIV}}.
Carciofarzo, I, {{Pg|50|50|bI}}; {{pg|99|99|bI}}; VI, {{Pg|21|21|bVI}}.
Carciofolari, V, {{Pg|235|235|bV}}.
Carcóse, I, {{Pg|29|29|bI}}, n. 5; II, {{Pg|362|362|bII}}.
Cardèo -a -i, II, {{Pg|35|35|bII}}; {{pg|37|37|bII}}; IV, {{Pg|287|287|bIV}}.
Cardilatti, II, {{Pg|414|414|bII}}.
Cardinali (Ce fai li... in petto), I, {{Pg|204|204|bI}}.
Carestia, I, {{Pg|183|183|bI}}.
Cariaggi, IV, {{Pg|66|66|bIV}}.
Carina (S. Maria), II, {{Pg|31|31|bII}}.
Cariola, VI, {{Pg|65|65|bVI}}.
Cariolante, III, {{Pg|116|116|bIII}}.
Carlino -i, I, {{Pg|174|174|bI}}; II, {{Pg|201|201|bII}}.
Carnaccia, IV, {{Pg|209|209|bIV}}.
{{AltraColonna|em=-1}}
Carnacciari, III, {{Pg|188|188|bIII}}.
Carogna (Si tte fa la), V, {{Pg|125|125|bV}}.
Carotara, II, {{Pg|44|44|bII}}.
Carraccio, VI, {{Pg|135|135|bVI}}.
Carro — V. ''Carraccio'',
Carta — V. ''Ah, de''. .. Carta bbergamina, III, {{Pg|137|137|bIII}}. Carta der boni viventi, V, {{Pg|125|125|bV}}.
Cartoccio (Hai ggià votato er primo), VI, {{Pg|287|287|bVI}}.
Carubbigneri, I, {{Pg|50|50|bI}}.
Carva, II, {{Pg|31|31|bII}}.
Carzettacce, III, {{Pg|166|166|bIII}}.
Carzoni (All’antri), II, {{Pg|158|158|bII}}.
Casa, V, {{Pg|309|309|bV}}.
Cascà — V. ''Te sciò fatto''...
Cascate male assai, I, {{Pg|90|90|bI}}.
Cascato — V. ''Cce sei''...
Cascèrro -a, I, {{Pg|193|193|bI}}; VI, {{Pg|153|153|bVI}}.
Caschio, VI, {{Pg|71|71|bVI}}; {{pg|145|145|bVI}}.
Cascio, IV, {{Pg|378|378|bIV}}. Cascio marcetto, II, {{Pg|81|81|bII}}.
Casco (Mme ne), VI, {{Pg|29|29|bVI}}.
Cas’-e-bbottega, VI, {{Pg|76|76|bVI}}.
Caso, III, {{Pg|192|192|bIII}}.
Casotti, V, {{Pg|233|233|bV}}.
Casotto, II, {{Pg|29|29|bII}}. — V. però Correz. e Agg.
Cassabbanco, I, {{Pg|104|104|bI}}; II, {{Pg|232|232|bII}}.
Cassciano, IV, {{Pg|410|410|bIV}}.
Cassetta III, {{Pg|143|143|bIII}}.
Cassia, I, {{Pg|170|170|bI}}.
Castaggnola, II, {{Pg|366|366|bII}}.
Castelletto, II, {{Pg|34|34|bII}}.
Castergandorfo, I, {{Pg|191|191|bI}}; V, {{Pg|24|24|bV}}.
Casteria, VI, {{Pg|185|185|bVI}}.
Castorino, III, {{Pg|269|269|bIII}}.
Castracane, IV, {{Pg|177|177|bIV}}.
Castrica, IV, {{Pg|85|85|bIV}}.
Catachisimo, IV, {{Pg|147|147|bIV}}.
Catachisto, IV, {{Pg|147|147|bIV}}.
Catana (Mettete), I, {{Pg|23|23|bI}}.
Catapecchio, II, {{Pg|413|413|bII}}.
Catapezzo, VI, {{Pg|194|194|bVI}}.
Catena, IV, {{Pg|282|282|bIV}}.
Catenaccio -i, III, {{Pg|9|9|bIII}}; VI, {{Pg|168|168|bVI}}. Catenaccio (A), V, {{Pg|157|157|bV}}.
Caterba, I, {{Pg|13|13|bI}}.
Caterinària, IV, {{Pg|213|213|bIV}}.
Catorbia, VI, {{Pg|63|63|bVI}}.
Catùa, IV, {{Pg|375|375|bIV}}.
Catubbe, III, {{Pg|23|23|bIII}}.
Cavajjer zerpente, I, {{Pg|86|86|bI}}.<noinclude></noinclude>
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Sonetti romaneschi/Glossario-indice/B
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{{§|assempro|{{sc|Assempro}}}}. Questo nome è proprio del buon Fra Filippo. Non risponde direttamente al nostro esempio, ma più all’''exemplum'' ed ''exemplare'', copia, ritratto, e ritrarre. Meglio sta con ''similitudine'', essendo quelchè sono le ''similitudini'' o parabole evangeliche. La Crusca non ha nè questo, nè il famoso di Dante. Quando la brina sulla terra assempra, L’immagine di sua sorella bianca. — Cioè, che la brina ritratta la neve.
{{§|avvenne|{{Sc|Avvenne}}}}. ''Il fanciullo si fermò et tutto avvenne e dixe''. [[Gli assempri/D'un fanciullo religioso al quale apparbe Gesù Cristo in forma d'un venerabile uomo e mostrogli la piaga del costato#avvenne|24. 88]]. Chiaramente si accenna ad un patema d’animo, non ad un ''fatto'', come sarebbe secondo il comune significato del verbo avvenire. Ricorrendo ai dugentisti, trovo in una canzone di {{AutoreCitato|Federico II|Federigo II}}. ''Non sò perchè m’avvenne Forte la vita mia''. Cioè perchè la mia vita si riconfortò fortemente. E in tempi più culti {{AutoreCitato|Cino da Pistoia|Cino da Pistoia}} scriveva. ''Donna el beato punto che m’avvenne Al vostro buon rimiro''. Che mi sorprese, che mi riconfortò col vostro sguardo. ''Avvenire'', dicesi il convenire o star bene qualche cosa, ''Ti s’avviene!'' ironicamente dicesi se un vestito, un ornato, un gesto, ti fa goffo o ridicolo. Fra’ dugentisti, ''avvenire'', ''avvenimento'' significò ''grazia, buona maniera, bellezza'', come avvenenza diciamo per ''graziosità'', e ''avvenente'' colei che è bella e graziosa. ''Avventura'' e ''avventuroso'' vale senz’altro ''fortuna'' e ''fortunato'', come ''disavventura'' e ''disavventuroso'' l’opposto. Le ''avvenenti preghiere'' s’incontrano fra i Trovatori. Come pure ''Revèn'', Riviene, ossia riconforta. ''E m’sana ’l cor em’ revè e m’appaga''; di {{Wl|Q775635|Girardetto}} il<noinclude><references/></noinclude>
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Discussioni indice:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu
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Progetto:Edgar Allan Poe
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Candalua
1675
/* Poesie */
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wikitext
text/x-wiki
Situazione delle opere di [[Autore:Edgar Allan Poe|Edgar Allan Poe]].
=== Racconti ===
{| class="wikitable sortable rownumber"
|-
! Titolo originale !! Data !! Pagina opera !! Traduzioni presenti
|-
| ''Metzengerstein'' || 1832 || ||
|-
| ''The Duc de L'Omelette'' || 1832|| ||
|-
| ''A Tale of Jerusalem'' || 1832 || {{Opera|Una storia di Gerusalemme}} || {{testo|Un'avventura a Gerusalemme}}<br>{{Testo|Un avvenimento a Gerusalemme}}
|-
| ''Loss of Breath'' || 1832 || || {{testo|Perdita di fiato}}
|-
| ''Bon-Bon'' || 1832 || ||
|-
| ''MS. Found in a Bottle'' || 1833 || {{Opera|Manoscritto trovato in una bottiglia}} || {{Testo|Manoscritto trovato in una bottiglia (Poe)}}<br>{{Testo|Manoscritto trovato in una bottiglia (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Assignation'' || 1834 || ||
|-
| ''Berenice'' || 1835 || {{Opera|Berenice}} || {{Testo|Berenice (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Berenice (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Morella'' || 1835 || {{Opera|Morella}} || {{Testo|Morella (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Morella (1900)}}<br>{{Testo|Morella (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Lionizing'' || 1835 || || {{Testo|«Lionnerie»}}
|-
| ''The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall'' || 1835 || || {{Testo|Avventura senza uguali di un certo Hans Pfaall}}
|-
| ''King Pest'' || 1835 || {{opera|Re Peste}} || {{testo|Il Re Peste (Poe-Cinti 1920)}}<br>{{Testo|Il Re Peste (Poe-Cinti 1928)}}
|-
| ''Shadow—A Parable'' || 1835 || {{Opera|Ombra}} || {{Testo|Ombra (Poe-Maineri)}}<br> {{Testo|Ombra (parabola)}}<br>{{Testo|Ombra (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Four Beasts in One—The Homo-Cameleopard'' || 1836 || {{Opera|Quattro bestie in una}} || {{Testo|Quattro bestie in una}}<br>{{Testo|Quattro bestie in una (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Mystification'' || 1837 || || {{Testo|Una mistificazione}}
|-
| ''Silence—A Fable'' || 1838 || {{Opera|Silenzio}} || {{Testo|Silenzio (Poe)}}<br> {{Testo|Silenzio (favola)}}
|-
| ''Ligeia'' || 1838 || {{Opera|Ligeia}} || {{Testo|Ligeia (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Ligeia (1900)}}
|-
| ''How to Write a Blackwood Article'' || 1838 || || {{Testo|Miss Psiche Zenobia}}
|-
| ''A Predicament'' || 1838 || ||
|-
| ''The Devil in the Belfry'' || 1839 |||| {{testo|Il Diavolo nella torre}}
|-
| ''The Man That Was Used Up'' || 1839 || ||
|-
| ''The Fall of the House of Usher'' || 1839 || {{Opera|La caduta della casa degli Usher}} || {{Testo|La caduta della Casa Usher}}<br>{{Testo|Il crollo della casa Usher}}
|-
| ''William Wilson'' || 1839 || || {{Testo|Guglielmo Wilson}}
|-
| ''The Conversation of Eiros and Charmion'' || 1839 || ||
|-
| ''Why the Little Frenchman Wears His Hand in a Sling'' || 1840 || ||
|-
| ''The Business Man'' || 1840 || ||
|-
| ''The Man of the Crowd'' || 1840 || {{Opera|L'uomo della folla}} || {{Testo|L'Uomo della folla}}<br>{{Testo|L'uomo delle folle}}
|-
| ''The Murders in the Rue Morgue'' || 1841 || {{Opera|I delitti della Rue Morgue}} || {{Testo|Il doppio assassinio di via della Morgue}}<br>{{Testo|Duplice assassinio di Via Morgue}}
|-
| ''A Descent into the Maelström'' || 1841 || {{Opera|Una discesa nel Maelström}} || {{Testo|Una discesa nel Maelstrom (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Una discesa nel Maelstrom (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Island of the Fay'' || 1841 || {{Opera|L'isola della fata}} || {{Testo|L'isola della fata (1900)}}<br>{{Testo|L'Isola della Fata (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Colloquy of Monos and Una'' || 1841 || || {{Testo|Colloquio tra Monos e Una}}
|-
| ''Never Bet the Devil Your Head'' || 1841 || ||
|-
| ''Eleonora'' || 1841 || ||
|-
| ''Three Sundays in a Week'' || 1841 || ||
|-
| ''The Oval Portrait'' || 1842 || {{Opera|Il ritratto ovale}} || {{Testo|Il ritratto ovale (1900)}}<br>{{Testo|Il ritratto ovale (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Masque of the Red Death'' || 1842 || {{Opera|La maschera della morte rossa}} || {{Testo|La Maschera della Morte rossa (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|La maschera della morte rossa (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Landscape Garden'' || 1842 || ||
|-
| ''The Mystery of Marie Rogêt'' || 1842 || || {{Testo|Il mistero di Maria Roget}}
|-
| ''The Pit and the Pendulum'' || 1842 || ||
|-
| ''The Tell-Tale Heart'' || 1843 || {{Opera|Il cuore rivelatore}} || {{Testo|Il Cuor rivelatore}}<br>{{Testo|Il cuore rivelatore (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Gold-Bug'' || 1843 || || {{Testo|Lo scarabeo d'oro}}
|-
| ''The Black Cat''|| 1843 || {{Opera|Il gatto nero}} || {{Testo|Il gatto nero (1900)}}<br>{{Testo|Il gatto nero (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Diddling'' || 1843 || ||
|-
| ''The Spectacles'' || 1844 || || {{Testo|Gli occhiali}}
|-
| ''A Tale of the Ragged Mountains'' || 1844 || {{Opera|Una storia delle Ragged Mountains}} || {{Testo|I ricordi d'Augusto Bedloe}}<br>{{Testo|I ricordi del Signor Augusto Bedloe}}
|-
| ''The Premature Burial'' || 1844 || ||
|-
| ''Mesmeric Revelation'' || 1844 || ||
|-
| ''The Oblong Box'' || 1844 || ||
|-
| ''The Angel of the Odd'' || 1844 || || {{testo|L'Angelo del Bizzarro}}
|-
| ''Thou Art the Man'' || 1844 || || {{Testo|Sei stato tu}}
|-
| ''The Literary Life of Thingum Bob, Esq.'' || 1844 || ||
|-
| ''The Purloined Letter'' || 1844 || || {{Testo|La lettera rubata}}
|-
| ''The Thousand-and-Second Tale of Scheherazade'' || 1845 || || {{Testo|Il 1002° racconto di Sherazade}}
|-
| ''Some Words with a Mummy'' || 1845 || ||
|-
| ''The Power of Words'' || 1845 || || {{Testo| Potenza della parola}}
|-
| ''The Imp of the Perverse'' || 1845 || {{Opera|Il demone della perversità}} || {{Testo|Il demone della perversità (Poe-Rossi)}}<br>{{Testo|Il demone della perversità (1900)}}
|-
| ''The System of Doctor Tarr and Professor Fether'' || 1845 || || {{testo|Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma}}
|-
| ''The Facts in the Case of M. Valdemar'' || 1845 || || {{Testo|La verità sul caso del Signor Valdemar}}
|-
| ''The Sphinx'' || 1845 || ||
|-
| ''The Cask of Amontillado'' || 1846 || || {{Testo|La botticella d'Amontillado}}
|-
| ''The Domain of Arnheim'' || 1847 || ||
|-
| ''Mellonta Tauta'' || 1849 || ||
|-
| ''Hop-Frog'' || 1849 || || {{Testo|Hop-Frog}}
|-
| ''Von Kempelen and His Discovery'' || 1849 || ||
|-
| ''X-ing a Paragrab'' || 1849 || || {{Testo|L'o e l'x}}
|-
| ''Landor's Cottage'' || 1849 || ||
|}
=== Poesie ===
{| class="wikitable sortable rownumber"
|-
! Titolo originale !! Data !! Pagina opera/Titolo italiano !! Traduzioni presenti
|-
| ''Poetry'' || 1824 circa || ''Poesia'' ||
|-
| ''Tamerlane'' || 1827 || ''Tamerlano'' || {{Testo|Tamerlano}}
|-
| ''Song'' || 1827 || ''Canto'' || {{Testo|Canzone (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Dreams'' || 1827 || ''Sogni'' ||
|-
| ''Spirits of the Dead'' || 1827 || ''Spiriti dei morti'' ||
|-
| ''Evening Star'' || 1827 || ''La stella della sera'' ||
|-
| ''Imitation'' || 1827 || ''Imitazione'' ||
|-
| ''Rooms'' || 1827 || ''Stanze'' || {{Testo|Stanze (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''A Dream'' || 1827 || ''Un sogno'' || {{Testo|Sogno (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''The Happiest Day'' || 1827 || ''Il giorno più felice'' ||
|-
| ''The Lake'' || 1827 || ''Il Lago'' || {{Testo|Il lago}}
|-
| ''Sonnet - To Science'' || 1829 || ''Sonetto alla Scienza'' ||
|-
| ''Al Aaraaf'' || 1829 || ''Al Aaraaf'' ||
|-
| ''Romance'' || 1829 || ''Romanza'' || {{Testo|La romanza}}
|-
| ''To the River'' || 1829 || ''Al fiume'' || {{Testo|Il fiume}}
|-
| ''Fairy-Land'' || 1829 || || {{Testo|Terra di fate}}
|-
| ''Elizabeth'' || 1829 || ''Elizabeth'' ||
|-
| ''An Acrostic'' || 1829 || ''Acrostico'' ||
|-
| ''Alone'' || 1830 || ''Solo'' ||
|-
| ''To Helen'' || 1831 || ''Ad Elena'' || Incipit: ''Helen, thy beauty is to me''<br>{{Testo|A Elena (Poe-Ortensi I)}}
|-
| ''Israfel'' || 1831 || ''Israfel'' || {{Testo|Israfel}}
|-
| ''The Sleeper'' || 1831 || ''La Dama che dorme'' || {{Testo|La dormiente}}
|-
| ''The Valley of Unrest'' || 1831 || ''La valle dell'Inquietudine'' || {{Testo|La valle dell'inquietudine}}
|-
| ''The City in the Sea'' || 1831 || {{Opera|La città nel mare}} || {{Testo|La città nel mare}}<br>La città nel mare (Poe-Ortensi)
|-
| ''A Paean'' || 1831 || ''Un Peana'' || Poi modificata e reintitolata ''Lenore''
|-
| ''To One in Paradise'' || 1834 || {{Opera|A una in Paradiso}} || {{Testo|Ad una in Paradiso}}<br>{{Testo|A una in paradiso (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Hymn'' || 1835 || ''Inno'' ||
|-
| ''Serenade'' || 1835 || ''Serenata'' ||
|-
| ''Fanny'' || 1835 || ''Fanny'' ||
|-
| ''The Coliseum'' || 1835 || ''Il Colosseo'' || {{Testo|Il colosseo}}
|-
| ''Bridal Ballad'' || 1837 || ''Ballata nuziale'' || {{Testo|Ballata nuziale}}
|-
| ''To Zante'' || 1837 || ''A Zante'' || {{Testo|A Zante (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''The Haunted Palace'' || 1839 || {{Opera|Il palazzo incantato}} || {{Testo|Il castello incantato}}<br>{{Testo|Il Palazzo degli Spiriti}}<br>{{Testo|Il palazzo dei fantasmi}}
|-
| ''Sonnet - Silence'' || 1839 || ''Silenzio (sonetto)'' || {{Testo|Silenzio (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Lenore'' || 1842 || ''Lenora'' || {{Testo|Lenora}}
|-
| ''The Conqueror Worm'' || 1843 || {{Opera|Il verme conquistatore}} || {{Testo|Il verme conquistatore}}<br>{{Testo|Il trionfo del verme}}
|-
| ''Eulalia'' || 1843 || || {{Testo|Eulalia}}
|-
| ''Dream Land'' || 1844 || {{Opera|Terra di sogno}} || {{Testo|Il paese dei sogni (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|Terra del sogno}}
|-
| ''The Raven'' || 1845 || {{Opera|Il corvo (Poe)}} || {{Testo|Il corvo (Poe-Ragazzoni 1896)}}, ed. 1896<br>{{Testo|Il corvo (Poe-Ragazzoni 1956)}}, ed. 1956<br>{{Testo|Il corvo (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To F——'' || 1845 || || {{Testo|A F...}}
|-
| ''To F——s S. O——d'' || 1845 || || {{Testo|A Frances Sargent Osgood}}
|-
| ''A Valentine'' || 1846 || ''Una Valentina'' ||
|-
| ''Ulalume'' || 1847 || {{Opera|Ulalume}} || {{Testo|Ulalume (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|Ulalume (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''An Enigma'' || 1848 || ''Enigma'' ||
|-
| ''The Bells'' || 1849 || {{Opera|Le campane (Poe)}} || {{Testo|Le campane (Poe-Ragazzoni 1896)}}, ed. 1896<br>{{Testo|Le campane (Poe-Ragazzoni 1956)}}, ed. 1956<br>{{Testo|Campane (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''A Dream Within a Dream'' || 1849 || ''Un sogno dentro a un sogno'' || {{Testo|Un sogno nel sogno}}
|-
| ''For Annie'' || 1849 || ''Per Annie'' || {{Testo|Annie}}
|-
| ''Eldorado'' || 1849 || {{Opera|Eldorado}} || {{Testo|Eldorado}}<br>{{Testo|Eldorado (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To My Mother'' || 1849 || ''A mia madre'' || {{Testo|A mia madre (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Annabel Lee'' || 1849 || {{Opera|Annabel Lee}} || {{Testo|Annabel Lee (Poe-Ragazzoni)}}<br>{{Testo|Annabel Lee (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To Helen (2)'' || || {{Opera|Ad Elena (1848)}} (2) || Incipit: ''I saw thee once—once only—years ago''<br>{{Testo|Ad Elena (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|A Elena (Poe-Ortensi II)}}
|}
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Candalua
1675
/* Poesie */
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wikitext
text/x-wiki
Situazione delle opere di [[Autore:Edgar Allan Poe|Edgar Allan Poe]].
=== Racconti ===
{| class="wikitable sortable rownumber"
|-
! Titolo originale !! Data !! Pagina opera !! Traduzioni presenti
|-
| ''Metzengerstein'' || 1832 || ||
|-
| ''The Duc de L'Omelette'' || 1832|| ||
|-
| ''A Tale of Jerusalem'' || 1832 || {{Opera|Una storia di Gerusalemme}} || {{testo|Un'avventura a Gerusalemme}}<br>{{Testo|Un avvenimento a Gerusalemme}}
|-
| ''Loss of Breath'' || 1832 || || {{testo|Perdita di fiato}}
|-
| ''Bon-Bon'' || 1832 || ||
|-
| ''MS. Found in a Bottle'' || 1833 || {{Opera|Manoscritto trovato in una bottiglia}} || {{Testo|Manoscritto trovato in una bottiglia (Poe)}}<br>{{Testo|Manoscritto trovato in una bottiglia (Poe-Cinti)}}
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|-
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|-
| ''Morella'' || 1835 || {{Opera|Morella}} || {{Testo|Morella (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Morella (1900)}}<br>{{Testo|Morella (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Lionizing'' || 1835 || || {{Testo|«Lionnerie»}}
|-
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|-
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|-
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| ''Ligeia'' || 1838 || {{Opera|Ligeia}} || {{Testo|Ligeia (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Ligeia (1900)}}
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|-
| ''A Predicament'' || 1838 || ||
|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
| ''A Descent into the Maelström'' || 1841 || {{Opera|Una discesa nel Maelström}} || {{Testo|Una discesa nel Maelstrom (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Una discesa nel Maelstrom (Poe-Cinti)}}
|-
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|-
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|-
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|-
| ''Eleonora'' || 1841 || ||
|-
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|-
| ''The Oval Portrait'' || 1842 || {{Opera|Il ritratto ovale}} || {{Testo|Il ritratto ovale (1900)}}<br>{{Testo|Il ritratto ovale (Poe-Cinti)}}
|-
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|-
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|-
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|-
| ''The Pit and the Pendulum'' || 1842 || ||
|-
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|-
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|-
| ''The Black Cat''|| 1843 || {{Opera|Il gatto nero}} || {{Testo|Il gatto nero (1900)}}<br>{{Testo|Il gatto nero (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Diddling'' || 1843 || ||
|-
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|-
| ''A Tale of the Ragged Mountains'' || 1844 || {{Opera|Una storia delle Ragged Mountains}} || {{Testo|I ricordi d'Augusto Bedloe}}<br>{{Testo|I ricordi del Signor Augusto Bedloe}}
|-
| ''The Premature Burial'' || 1844 || ||
|-
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|-
| ''The Oblong Box'' || 1844 || ||
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| ''The Literary Life of Thingum Bob, Esq.'' || 1844 || ||
|-
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|-
| ''The Thousand-and-Second Tale of Scheherazade'' || 1845 || || {{Testo|Il 1002° racconto di Sherazade}}
|-
| ''Some Words with a Mummy'' || 1845 || ||
|-
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|-
| ''The Imp of the Perverse'' || 1845 || {{Opera|Il demone della perversità}} || {{Testo|Il demone della perversità (Poe-Rossi)}}<br>{{Testo|Il demone della perversità (1900)}}
|-
| ''The System of Doctor Tarr and Professor Fether'' || 1845 || || {{testo|Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma}}
|-
| ''The Facts in the Case of M. Valdemar'' || 1845 || || {{Testo|La verità sul caso del Signor Valdemar}}
|-
| ''The Sphinx'' || 1845 || ||
|-
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|-
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|-
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|-
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|-
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|-
| ''Landor's Cottage'' || 1849 || ||
|}
=== Poesie ===
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|-
! Titolo originale !! Data !! Pagina opera/Titolo italiano !! Traduzioni presenti
|-
| ''Poetry'' || 1824 circa || ''Poesia'' ||
|-
| ''Tamerlane'' || 1827 || ''Tamerlano'' || {{Testo|Tamerlano}}
|-
| ''Song'' || 1827 || ''Canto'' || {{Testo|Canzone (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Dreams'' || 1827 || ''Sogni'' ||
|-
| ''Spirits of the Dead'' || 1827 || ''Spiriti dei morti'' ||
|-
| ''Evening Star'' || 1827 || ''La stella della sera'' ||
|-
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|-
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|-
| ''A Dream'' || 1827 || ''Un sogno'' || {{Testo|Sogno (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''The Happiest Day'' || 1827 || ''Il giorno più felice'' ||
|-
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|-
| ''Sonnet - To Science'' || 1829 || ''Sonetto alla Scienza'' ||
|-
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|-
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|-
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|-
| ''Fairy-Land'' || 1829 || || {{Testo|Terra di fate}}
|-
| ''Elizabeth'' || 1829 || ''Elizabeth'' ||
|-
| ''An Acrostic'' || 1829 || ''Acrostico'' ||
|-
| ''Alone'' || 1830 || ''Solo'' ||
|-
| ''To Helen'' || 1831 || ''Ad Elena'' || Incipit: ''Helen, thy beauty is to me''<br>{{Testo|A Elena (Poe-Ortensi I)}}
|-
| ''Israfel'' || 1831 || ''Israfel'' || {{Testo|Israfel}}
|-
| ''The Sleeper'' || 1831 || ''La Dama che dorme'' || {{Testo|La dormiente}}
|-
| ''The Valley of Unrest'' || 1831 || ''La valle dell'Inquietudine'' || {{Testo|La valle dell'inquietudine}}
|-
| ''The City in the Sea'' || 1831 || {{Opera|La città nel mare}} || {{Testo|La città nel mare}}<br>La città nel mare (Poe-Ortensi)
|-
| ''A Paean'' || 1831 || ''Un Peana'' || Poi modificata e reintitolata ''Lenore''
|-
| ''To One in Paradise'' || 1834 || {{Opera|A una in Paradiso}} || {{Testo|Ad una in Paradiso}}<br>{{Testo|A una in paradiso (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Hymn'' || 1835 || ''Inno'' ||
|-
| ''Serenade'' || 1835 || ''Serenata'' ||
|-
| ''Fanny'' || 1835 || ''Fanny'' ||
|-
| ''The Coliseum'' || 1835 || ''Il Colosseo'' || {{Testo|Il colosseo}}
|-
| ''Bridal Ballad'' || 1837 || ''Ballata nuziale'' || {{Testo|Ballata nuziale}}
|-
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|-
| ''The Haunted Palace'' || 1839 || {{Opera|Il palazzo incantato}} || {{Testo|Il castello incantato}}<br>{{Testo|Il Palazzo degli Spiriti}}<br>{{Testo|Il palazzo dei fantasmi}}
|-
| ''Sonnet - Silence'' || 1839 || ''Silenzio (sonetto)'' || {{Testo|Silenzio (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Lenore'' || 1842 || ''Lenora'' || {{Testo|Lenora}}
|-
| ''The Conqueror Worm'' || 1843 || {{Opera|Il verme conquistatore}} || {{Testo|Il verme conquistatore}}<br>{{Testo|Il trionfo del verme}}
|-
| ''Eulalia'' || 1843 || || {{Testo|Eulalia}}
|-
| ''Dream Land'' || 1844 || {{Opera|Terra di sogno}} || {{Testo|Il paese dei sogni (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|Terra del sogno}}
|-
| ''The Raven'' || 1845 || {{Opera|Il corvo (Poe)}} || {{Testo|Il corvo (Poe-Ragazzoni 1896)}}, ed. 1896<br>{{Testo|Il corvo (Poe-Ragazzoni 1956)}}, ed. 1956<br>{{Testo|Il corvo (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To F——'' || 1845 || {{Opera|A F...}} || {{Testo|A F...}}<br>{{Testo|A F... (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To F——s S. O——d'' || 1845 || {{Opera|A Frances Sargent Osgood}} || {{Testo|A Frances Sargent Osgood}}<br>{{Testo|A F.S.O. (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''A Valentine'' || 1846 || ''Una Valentina'' ||
|-
| ''Ulalume'' || 1847 || {{Opera|Ulalume}} || {{Testo|Ulalume (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|Ulalume (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''An Enigma'' || 1848 || ''Enigma'' ||
|-
| ''The Bells'' || 1849 || {{Opera|Le campane (Poe)}} || {{Testo|Le campane (Poe-Ragazzoni 1896)}}, ed. 1896<br>{{Testo|Le campane (Poe-Ragazzoni 1956)}}, ed. 1956<br>{{Testo|Campane (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''A Dream Within a Dream'' || 1849 || ''Un sogno dentro a un sogno'' || {{Testo|Un sogno nel sogno}}
|-
| ''For Annie'' || 1849 || ''Per Annie'' || {{Testo|Annie}}
|-
| ''Eldorado'' || 1849 || {{Opera|Eldorado}} || {{Testo|Eldorado}}<br>{{Testo|Eldorado (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To My Mother'' || 1849 || ''A mia madre'' || {{Testo|A mia madre (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Annabel Lee'' || 1849 || {{Opera|Annabel Lee}} || {{Testo|Annabel Lee (Poe-Ragazzoni)}}<br>{{Testo|Annabel Lee (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To Helen (2)'' || || {{Opera|Ad Elena (1848)}} (2) || Incipit: ''I saw thee once—once only—years ago''<br>{{Testo|Ad Elena (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|A Elena (Poe-Ortensi II)}}
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3658424
2026-04-10T14:33:01Z
Candalua
1675
/* Poesie */
3658504
wikitext
text/x-wiki
Situazione delle opere di [[Autore:Edgar Allan Poe|Edgar Allan Poe]].
=== Racconti ===
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|-
! Titolo originale !! Data !! Pagina opera !! Traduzioni presenti
|-
| ''Metzengerstein'' || 1832 || ||
|-
| ''The Duc de L'Omelette'' || 1832|| ||
|-
| ''A Tale of Jerusalem'' || 1832 || {{Opera|Una storia di Gerusalemme}} || {{testo|Un'avventura a Gerusalemme}}<br>{{Testo|Un avvenimento a Gerusalemme}}
|-
| ''Loss of Breath'' || 1832 || || {{testo|Perdita di fiato}}
|-
| ''Bon-Bon'' || 1832 || ||
|-
| ''MS. Found in a Bottle'' || 1833 || {{Opera|Manoscritto trovato in una bottiglia}} || {{Testo|Manoscritto trovato in una bottiglia (Poe)}}<br>{{Testo|Manoscritto trovato in una bottiglia (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Assignation'' || 1834 || ||
|-
| ''Berenice'' || 1835 || {{Opera|Berenice}} || {{Testo|Berenice (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Berenice (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Morella'' || 1835 || {{Opera|Morella}} || {{Testo|Morella (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Morella (1900)}}<br>{{Testo|Morella (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Lionizing'' || 1835 || || {{Testo|«Lionnerie»}}
|-
| ''The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall'' || 1835 || || {{Testo|Avventura senza uguali di un certo Hans Pfaall}}
|-
| ''King Pest'' || 1835 || {{opera|Re Peste}} || {{testo|Il Re Peste (Poe-Cinti 1920)}}<br>{{Testo|Il Re Peste (Poe-Cinti 1928)}}
|-
| ''Shadow—A Parable'' || 1835 || {{Opera|Ombra}} || {{Testo|Ombra (Poe-Maineri)}}<br> {{Testo|Ombra (parabola)}}<br>{{Testo|Ombra (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Four Beasts in One—The Homo-Cameleopard'' || 1836 || {{Opera|Quattro bestie in una}} || {{Testo|Quattro bestie in una}}<br>{{Testo|Quattro bestie in una (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Mystification'' || 1837 || || {{Testo|Una mistificazione}}
|-
| ''Silence—A Fable'' || 1838 || {{Opera|Silenzio}} || {{Testo|Silenzio (Poe)}}<br> {{Testo|Silenzio (favola)}}
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| ''Ligeia'' || 1838 || {{Opera|Ligeia}} || {{Testo|Ligeia (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Ligeia (1900)}}
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|-
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| ''The Man That Was Used Up'' || 1839 || ||
|-
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|-
| ''William Wilson'' || 1839 || || {{Testo|Guglielmo Wilson}}
|-
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|-
| ''Why the Little Frenchman Wears His Hand in a Sling'' || 1840 || ||
|-
| ''The Business Man'' || 1840 || ||
|-
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|-
| ''A Descent into the Maelström'' || 1841 || {{Opera|Una discesa nel Maelström}} || {{Testo|Una discesa nel Maelstrom (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Una discesa nel Maelstrom (Poe-Cinti)}}
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|-
| ''Eleonora'' || 1841 || ||
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| ''The Oval Portrait'' || 1842 || {{Opera|Il ritratto ovale}} || {{Testo|Il ritratto ovale (1900)}}<br>{{Testo|Il ritratto ovale (Poe-Cinti)}}
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| ''The Landscape Garden'' || 1842 || ||
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=== Poesie ===
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| ''Poetry'' || 1824 circa || ''Poesia'' ||
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| ''A Valentine'' || 1846 || ''Una Valentina'' ||
|-
| ''Ulalume'' || 1847 || {{Opera|Ulalume}} || {{Testo|Ulalume (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|Ulalume (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''An Enigma'' || 1848 || ''Enigma'' ||
|-
| ''The Bells'' || 1849 || {{Opera|Le campane (Poe)}} || {{Testo|Le campane (Poe-Ragazzoni 1896)}}, ed. 1896<br>{{Testo|Le campane (Poe-Ragazzoni 1956)}}, ed. 1956<br>{{Testo|Campane (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''A Dream Within a Dream'' || 1849 || ''Un sogno dentro a un sogno'' || {{Testo|Un sogno nel sogno}}
|-
| ''For Annie'' || 1849 || ''Per Annie'' || {{Testo|Annie}}
|-
| ''Eldorado'' || 1849 || {{Opera|Eldorado}} || {{Testo|Eldorado}}<br>{{Testo|Eldorado (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To My Mother'' || 1849 || ''A mia madre'' || {{Testo|A mia madre (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Annabel Lee'' || 1849 || {{Opera|Annabel Lee}} || {{Testo|Annabel Lee (Poe-Ragazzoni)}}<br>{{Testo|Annabel Lee (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To Helen (2)'' || || {{Opera|Ad Elena (1848)}} (2) || Incipit: ''I saw thee once—once only—years ago''<br>{{Testo|Ad Elena (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|A Elena (Poe-Ortensi II)}}
|}
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2026-04-10T14:34:06Z
Candalua
1675
/* Poesie */
3658505
wikitext
text/x-wiki
Situazione delle opere di [[Autore:Edgar Allan Poe|Edgar Allan Poe]].
=== Racconti ===
{| class="wikitable sortable rownumber"
|-
! Titolo originale !! Data !! Pagina opera !! Traduzioni presenti
|-
| ''Metzengerstein'' || 1832 || ||
|-
| ''The Duc de L'Omelette'' || 1832|| ||
|-
| ''A Tale of Jerusalem'' || 1832 || {{Opera|Una storia di Gerusalemme}} || {{testo|Un'avventura a Gerusalemme}}<br>{{Testo|Un avvenimento a Gerusalemme}}
|-
| ''Loss of Breath'' || 1832 || || {{testo|Perdita di fiato}}
|-
| ''Bon-Bon'' || 1832 || ||
|-
| ''MS. Found in a Bottle'' || 1833 || {{Opera|Manoscritto trovato in una bottiglia}} || {{Testo|Manoscritto trovato in una bottiglia (Poe)}}<br>{{Testo|Manoscritto trovato in una bottiglia (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Assignation'' || 1834 || ||
|-
| ''Berenice'' || 1835 || {{Opera|Berenice}} || {{Testo|Berenice (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Berenice (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Morella'' || 1835 || {{Opera|Morella}} || {{Testo|Morella (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Morella (1900)}}<br>{{Testo|Morella (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Lionizing'' || 1835 || || {{Testo|«Lionnerie»}}
|-
| ''The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall'' || 1835 || || {{Testo|Avventura senza uguali di un certo Hans Pfaall}}
|-
| ''King Pest'' || 1835 || {{opera|Re Peste}} || {{testo|Il Re Peste (Poe-Cinti 1920)}}<br>{{Testo|Il Re Peste (Poe-Cinti 1928)}}
|-
| ''Shadow—A Parable'' || 1835 || {{Opera|Ombra}} || {{Testo|Ombra (Poe-Maineri)}}<br> {{Testo|Ombra (parabola)}}<br>{{Testo|Ombra (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Four Beasts in One—The Homo-Cameleopard'' || 1836 || {{Opera|Quattro bestie in una}} || {{Testo|Quattro bestie in una}}<br>{{Testo|Quattro bestie in una (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Mystification'' || 1837 || || {{Testo|Una mistificazione}}
|-
| ''Silence—A Fable'' || 1838 || {{Opera|Silenzio}} || {{Testo|Silenzio (Poe)}}<br> {{Testo|Silenzio (favola)}}
|-
| ''Ligeia'' || 1838 || {{Opera|Ligeia}} || {{Testo|Ligeia (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Ligeia (1900)}}
|-
| ''How to Write a Blackwood Article'' || 1838 || || {{Testo|Miss Psiche Zenobia}}
|-
| ''A Predicament'' || 1838 || ||
|-
| ''The Devil in the Belfry'' || 1839 |||| {{testo|Il Diavolo nella torre}}
|-
| ''The Man That Was Used Up'' || 1839 || ||
|-
| ''The Fall of the House of Usher'' || 1839 || {{Opera|La caduta della casa degli Usher}} || {{Testo|La caduta della Casa Usher}}<br>{{Testo|Il crollo della casa Usher}}
|-
| ''William Wilson'' || 1839 || || {{Testo|Guglielmo Wilson}}
|-
| ''The Conversation of Eiros and Charmion'' || 1839 || ||
|-
| ''Why the Little Frenchman Wears His Hand in a Sling'' || 1840 || ||
|-
| ''The Business Man'' || 1840 || ||
|-
| ''The Man of the Crowd'' || 1840 || {{Opera|L'uomo della folla}} || {{Testo|L'Uomo della folla}}<br>{{Testo|L'uomo delle folle}}
|-
| ''The Murders in the Rue Morgue'' || 1841 || {{Opera|I delitti della Rue Morgue}} || {{Testo|Il doppio assassinio di via della Morgue}}<br>{{Testo|Duplice assassinio di Via Morgue}}
|-
| ''A Descent into the Maelström'' || 1841 || {{Opera|Una discesa nel Maelström}} || {{Testo|Una discesa nel Maelstrom (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|Una discesa nel Maelstrom (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Island of the Fay'' || 1841 || {{Opera|L'isola della fata}} || {{Testo|L'isola della fata (1900)}}<br>{{Testo|L'Isola della Fata (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Colloquy of Monos and Una'' || 1841 || || {{Testo|Colloquio tra Monos e Una}}
|-
| ''Never Bet the Devil Your Head'' || 1841 || ||
|-
| ''Eleonora'' || 1841 || ||
|-
| ''Three Sundays in a Week'' || 1841 || ||
|-
| ''The Oval Portrait'' || 1842 || {{Opera|Il ritratto ovale}} || {{Testo|Il ritratto ovale (1900)}}<br>{{Testo|Il ritratto ovale (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Masque of the Red Death'' || 1842 || {{Opera|La maschera della morte rossa}} || {{Testo|La Maschera della Morte rossa (Poe-Maineri)}}<br>{{Testo|La maschera della morte rossa (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Landscape Garden'' || 1842 || ||
|-
| ''The Mystery of Marie Rogêt'' || 1842 || || {{Testo|Il mistero di Maria Roget}}
|-
| ''The Pit and the Pendulum'' || 1842 || ||
|-
| ''The Tell-Tale Heart'' || 1843 || {{Opera|Il cuore rivelatore}} || {{Testo|Il Cuor rivelatore}}<br>{{Testo|Il cuore rivelatore (Poe-Cinti)}}
|-
| ''The Gold-Bug'' || 1843 || || {{Testo|Lo scarabeo d'oro}}
|-
| ''The Black Cat''|| 1843 || {{Opera|Il gatto nero}} || {{Testo|Il gatto nero (1900)}}<br>{{Testo|Il gatto nero (Poe-Cinti)}}
|-
| ''Diddling'' || 1843 || ||
|-
| ''The Spectacles'' || 1844 || || {{Testo|Gli occhiali}}
|-
| ''A Tale of the Ragged Mountains'' || 1844 || {{Opera|Una storia delle Ragged Mountains}} || {{Testo|I ricordi d'Augusto Bedloe}}<br>{{Testo|I ricordi del Signor Augusto Bedloe}}
|-
| ''The Premature Burial'' || 1844 || ||
|-
| ''Mesmeric Revelation'' || 1844 || ||
|-
| ''The Oblong Box'' || 1844 || ||
|-
| ''The Angel of the Odd'' || 1844 || || {{testo|L'Angelo del Bizzarro}}
|-
| ''Thou Art the Man'' || 1844 || || {{Testo|Sei stato tu}}
|-
| ''The Literary Life of Thingum Bob, Esq.'' || 1844 || ||
|-
| ''The Purloined Letter'' || 1844 || || {{Testo|La lettera rubata}}
|-
| ''The Thousand-and-Second Tale of Scheherazade'' || 1845 || || {{Testo|Il 1002° racconto di Sherazade}}
|-
| ''Some Words with a Mummy'' || 1845 || ||
|-
| ''The Power of Words'' || 1845 || || {{Testo| Potenza della parola}}
|-
| ''The Imp of the Perverse'' || 1845 || {{Opera|Il demone della perversità}} || {{Testo|Il demone della perversità (Poe-Rossi)}}<br>{{Testo|Il demone della perversità (1900)}}
|-
| ''The System of Doctor Tarr and Professor Fether'' || 1845 || || {{testo|Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma}}
|-
| ''The Facts in the Case of M. Valdemar'' || 1845 || || {{Testo|La verità sul caso del Signor Valdemar}}
|-
| ''The Sphinx'' || 1845 || ||
|-
| ''The Cask of Amontillado'' || 1846 || || {{Testo|La botticella d'Amontillado}}
|-
| ''The Domain of Arnheim'' || 1847 || ||
|-
| ''Mellonta Tauta'' || 1849 || ||
|-
| ''Hop-Frog'' || 1849 || || {{Testo|Hop-Frog}}
|-
| ''Von Kempelen and His Discovery'' || 1849 || ||
|-
| ''X-ing a Paragrab'' || 1849 || || {{Testo|L'o e l'x}}
|-
| ''Landor's Cottage'' || 1849 || ||
|}
=== Poesie ===
{| class="wikitable sortable rownumber"
|-
! Titolo originale !! Data !! Pagina opera/Titolo italiano !! Traduzioni presenti
|-
| ''Poetry'' || 1824 circa || ''Poesia'' ||
|-
| ''Tamerlane'' || 1827 || ''Tamerlano'' || {{Testo|Tamerlano}}
|-
| ''Song'' || 1827 || ''Canto'' || {{Testo|Canzone (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Dreams'' || 1827 || ''Sogni'' ||
|-
| ''Spirits of the Dead'' || 1827 || ''Spiriti dei morti'' ||
|-
| ''Evening Star'' || 1827 || ''La stella della sera'' ||
|-
| ''Imitation'' || 1827 || ''Imitazione'' ||
|-
| ''Rooms'' || 1827 || ''Stanze'' || {{Testo|Stanze (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''A Dream'' || 1827 || ''Un sogno'' || {{Testo|Sogno (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''The Happiest Day'' || 1827 || ''Il giorno più felice'' ||
|-
| ''The Lake'' || 1827 || ''Il Lago'' || {{Testo|Il lago}}
|-
| ''Sonnet - To Science'' || 1829 || ''Sonetto alla Scienza'' || {{Testo|Alla scienza}}
|-
| ''Al Aaraaf'' || 1829 || ''Al Aaraaf'' || {{Testo|Al Aaraaf}}
|-
| ''Romance'' || 1829 || ''Romanza'' || {{Testo|La romanza}}
|-
| ''To the River'' || 1829 || ''Al fiume'' || {{Testo|Il fiume}}
|-
| ''Fairy-Land'' || 1829 || || {{Testo|Terra di fate}}
|-
| ''Elizabeth'' || 1829 || ''Elizabeth'' ||
|-
| ''An Acrostic'' || 1829 || ''Acrostico'' ||
|-
| ''Alone'' || 1830 || ''Solo'' ||
|-
| ''To Helen'' || 1831 || ''Ad Elena'' || Incipit: ''Helen, thy beauty is to me''<br>{{Testo|A Elena (Poe-Ortensi I)}}
|-
| ''Israfel'' || 1831 || ''Israfel'' || {{Testo|Israfel}}
|-
| ''The Sleeper'' || 1831 || ''La Dama che dorme'' || {{Testo|La dormiente}}
|-
| ''The Valley of Unrest'' || 1831 || ''La valle dell'Inquietudine'' || {{Testo|La valle dell'inquietudine}}
|-
| ''The City in the Sea'' || 1831 || {{Opera|La città nel mare}} || {{Testo|La città nel mare}}<br>La città nel mare (Poe-Ortensi)
|-
| ''A Paean'' || 1831 || ''Un Peana'' || Poi modificata e reintitolata ''Lenore''
|-
| ''To One in Paradise'' || 1834 || {{Opera|A una in Paradiso}} || {{Testo|Ad una in Paradiso}}<br>{{Testo|A una in paradiso (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Hymn'' || 1835 || ''Inno'' ||
|-
| ''Serenade'' || 1835 || ''Serenata'' ||
|-
| ''Fanny'' || 1835 || ''Fanny'' ||
|-
| ''The Coliseum'' || 1835 || ''Il Colosseo'' || {{Testo|Il colosseo}}
|-
| ''Bridal Ballad'' || 1837 || ''Ballata nuziale'' || {{Testo|Ballata nuziale}}
|-
| ''To Zante'' || 1837 || ''A Zante'' || {{Testo|A Zante (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''The Haunted Palace'' || 1839 || {{Opera|Il palazzo incantato}} || {{Testo|Il castello incantato}}<br>{{Testo|Il Palazzo degli Spiriti}}<br>{{Testo|Il palazzo dei fantasmi}}
|-
| ''Sonnet - Silence'' || 1839 || ''Silenzio (sonetto)'' || {{Testo|Silenzio (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Lenore'' || 1842 || ''Lenora'' || {{Testo|Lenora}}
|-
| ''The Conqueror Worm'' || 1843 || {{Opera|Il verme conquistatore}} || {{Testo|Il verme conquistatore}}<br>{{Testo|Il trionfo del verme}}
|-
| ''Eulalia'' || 1843 || || {{Testo|Eulalia}}
|-
| ''Dream Land'' || 1844 || {{Opera|Terra di sogno}} || {{Testo|Il paese dei sogni (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|Terra del sogno}}
|-
| ''The Raven'' || 1845 || {{Opera|Il corvo (Poe)}} || {{Testo|Il corvo (Poe-Ragazzoni 1896)}}, ed. 1896<br>{{Testo|Il corvo (Poe-Ragazzoni 1956)}}, ed. 1956<br>{{Testo|Il corvo (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To F——'' || 1845 || {{Opera|A F...}} || {{Testo|A F...}}<br>{{Testo|A F... (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To F——s S. O——d'' || 1845 || {{Opera|A Frances Sargent Osgood}} || {{Testo|A Frances Sargent Osgood}}<br>{{Testo|A F.S.O. (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''A Valentine'' || 1846 || ''Una Valentina'' ||
|-
| ''Ulalume'' || 1847 || {{Opera|Ulalume}} || {{Testo|Ulalume (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|Ulalume (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''An Enigma'' || 1848 || ''Enigma'' ||
|-
| ''The Bells'' || 1849 || {{Opera|Le campane (Poe)}} || {{Testo|Le campane (Poe-Ragazzoni 1896)}}, ed. 1896<br>{{Testo|Le campane (Poe-Ragazzoni 1956)}}, ed. 1956<br>{{Testo|Campane (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''A Dream Within a Dream'' || 1849 || ''Un sogno dentro a un sogno'' || {{Testo|Un sogno nel sogno}}
|-
| ''For Annie'' || 1849 || ''Per Annie'' || {{Testo|Annie}}
|-
| ''Eldorado'' || 1849 || {{Opera|Eldorado}} || {{Testo|Eldorado}}<br>{{Testo|Eldorado (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To My Mother'' || 1849 || ''A mia madre'' || {{Testo|A mia madre (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''Annabel Lee'' || 1849 || {{Opera|Annabel Lee}} || {{Testo|Annabel Lee (Poe-Ragazzoni)}}<br>{{Testo|Annabel Lee (Poe-Ortensi)}}
|-
| ''To Helen (2)'' || || {{Opera|Ad Elena (1848)}} (2) || Incipit: ''I saw thee once—once only—years ago''<br>{{Testo|Ad Elena (Poe-Ragazzoni 1956)}}<br>{{Testo|A Elena (Poe-Ortensi II)}}
|}
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Pagina:Pitteri - In campagna, Gradisca, Antonio Bello, 1881.pdf/19
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Cruccone
53
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude><poem>
{{X-larger|A mia madre}}
{{X-larger|M}}amma, quando ritorno a questa mia
Cara, verde, salubre, antica villa,
Divento un altro e non so cosa sia,
Ma mi trovo bagnata la pupilla.
Quanta dolcezza, quanta poësia
Mi si sveglia nell’anima se squilla
Dai villaggi vicin l’Ave Maria
Per la pura fiorita aura tranquilla!
Mamma tu mi dicevi: Vien cor mio,
Leva il cappello e prega la Madonna
Che ti conservi sempre buono e pio,
E che regga i tuoi passi e i tuoi pensieri. —
Io frattanto sciupavo la tua gonna. —
Son passati tant’anni e mi par ieri.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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In campagna (Pitteri)/A mia madre
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Cruccone
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Porto il SAL a SAL 100%
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wikitext
text/x-wiki
{{Conteggio pagine|[[Speciale:Statistiche]]}}<!-- Area dati: non modificare da qui: --><onlyinclude><div style="display:none"><section begin="sottotitolo"/>A mia madre<section end="sottotitolo"/>
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/65
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Carlomorino
42
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 31 —|''Como—Cosenza''}}</noinclude>{{Pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
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|colspan=11 class=t02| {{§|Lecco}} <br/> {{Wl|Q48803258|Collegio di Lecco}} (popolazione 65,057).
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| || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || '' {{Wl|Q3848435|Cermenati Mario}} '' ||<small>1º scrut.</small> ||2934 || || || || || ||
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|- class=r1
| || || <br/> <small>L'On. Gavazzi fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni.<br/>Non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.</small> || || || || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Menaggio}} <br/> {{Wl|Q48802808|Collegio di Menaggio}} (popolazione 54,020).
|- class=r1
|7109||3475|| ''' Rubini Giulio ''' || ||{{sans-serif|'''2732'''}}||7350||4373|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3769766|Rubini Giulio}} '''}} || ||{{sans-serif|'''3306'''}}|| da {{sans-serif|'''16'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Quaglino Romolo'' || ||670|| || || '' {{Wl|Q61472788|Bonardi Edoardo}} '' '''<big>•</big>''' || ||848||
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| || || || || || || || ''Rebuschini Pietro'' || ||144||
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| || || <br/> <small> L’On. Rubini fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni. </small> || || || || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t01|<br/> '''{{sans-serif|PROVINCIA DI COSENZA.}}'''
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Cosenza}} <br/> {{Wl|Q48802102|Collegio di Cosenza}} (popolazione 71,542).
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|4350||2607|| ''' {{Wl|Q3876369|Spada Nicola}}''' || ||{{sans-serif|'''2041'''}}||4595||2898|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3638689|Alimena Bernardino}} '''}}|| <small>1º scrut.</small> ||999||
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| || || || || || || <small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || {{sans-serif|'''1598'''}} ||
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| || || <small>L'On. Spada non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.</small> || || || || || '' {{Wl|Q63346666|Conflenti Raffaele}} '' || <small>1º scrut.</small> ||930||
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| || || || || || colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Il numero degli elettori riguarda 1'intero collegio; il numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati al 1° scrutinio non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Torano Castello, la quale conta 125 elettori.</small> || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Spezzano Grande}} <br/> {{Wl|Q48803122|Collegio di Spezzano Grande}} (popolazione 65,007).
|- class=r1
|2886||1721|| {{Wl|Q16524781|Barracco Alberto}} || ||1105||3337||2223|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q16527060|Berlingieri Annibale}} '''}} || ||{{sans-serif|'''1437'''}}||
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| || || ''Barrese Pietro'' || ||509|| || || '' {{Wl|Q60198014|Amato Stanislao}} '' || ||577||
|- class=r1
| || || <br/> <small>Il collegio era vacante alla chiusura della XXII Legislatura, in seguito al decesso dell'eletto.</small> || || || || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Spezzano Grande}} <br/>
<!--a
{{nowrap|<small>1º scrut.</small>}}
'''<big>{{larger|¤}}</big>'''
'''<big>•</big>'''
|- class=r1
| || || <br/> <small>L'On. AAA non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.</small> || || || || || || || ||
{{Wl|Q48803006|Collegio di Rogliano}} (popolazione 55,470).
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-->
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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2026-04-10T13:24:12Z
Carlomorino
42
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3658444
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 31 —|''Como—Cosenza''}}</noinclude>{{Pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
|- {
|colspan=11 class=t02| {{§|Lecco}} <br/> {{Wl|Q48803258|Collegio di Lecco}} (popolazione 65,057).
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|- class=r1
| || || <br/> <small>L'On. Gavazzi fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni.<br/>Non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.</small> || || || || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Menaggio}} <br/> {{Wl|Q48802808|Collegio di Menaggio}} (popolazione 54,020).
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| || || <br/> <small> L’On. Rubini fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni. </small> || || || || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t01|<br/> '''{{sans-serif|PROVINCIA DI COSENZA.}}'''
|-
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|- class=r1
| || || || || || colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Il numero degli elettori riguarda 1'intero collegio; il numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati al 1° scrutinio non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Torano Castello, la quale conta 125 elettori.</small> || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Spezzano Grande}} <br/> {{Wl|Q48803122|Collegio di Spezzano Grande}} (popolazione 65,007).
|- class=r1
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|- class=r1
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|-
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|-
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/66
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Carlomorino
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<!--a
2865||1668 Giunti Leopoldo 1334 3093||1923 Toscano Francesco Saverio 1114
Ferri Enrico 288 Schettini Attilio 775
L'On. Giunti non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.
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'''<big>{{larger|¤}}</big>'''
'''<big>•</big>'''
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| || || <br/> <small>L'On. AAA non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.</small> || || || || || || || ||
{{Wl|Q48802509|Collegio di Cassano al Jonio}} (popolazione 64,550).
2816||1880 Turco Alessandro 1088 3416||2351 Turco Alessandro 1215 22 (U)
Compagna Gennaro 666 Chidichimo Paolino 1073
{{Wl|Q48803008|Collegio di Rossano}} (popolazione 56,680).
2821||1758 Gaetani d'Alife Nicola 1424 2965||1342 Joele Francesco 1045
Filadoro Donato 308 Gregoraci Giuseppe 265
L'On. Gaetani d’Alife non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.
Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Corigliano, che conta 400 elettori e in quella di Cariati, che ne conta 225, l'assemblea dei presidenti non avendone tenuto conto agli effetti della proclamazione.
|-
|colspan=11 class=t01|<br/> '''{{sans-serif|PROVINCIA DI CREMONA.}}'''
{{Wl|Q48802105|Collegio di Cremona}} (popolazione 68,119).
8215||5420 Sacchi Ettore 2740 8866||2846 Sacchi Ettore 2598 15, 16, da 18 a 22 (U)
Anselmi Alessandro 2046
Soavi Gino 533
{{Wl|Q48802502|Collegio di Casalmaggiore}} (popolazione 63,477).
7057||5135 Pistoja Francesco 2925 7828||5781 Pistoja Francesco 3462 21, 22 (U)
Bissolati-Bergamaschi Leonida 2051 Groppali Alessandro 2128
{{Wl|Q48802946|Collegio di Pescarolo ed Uniti}} (popolazione 61,933) (a).
6949||5102 Bissolati-Bergamaschi Leonida 2969 7706||3625| Bissolati-Bergamaschi Leonida * 3403 (19) 20 a 22 (U)
Stanga Idelfonso 1511
Villa Giovanni 448
Elezione suppletiva del 3 giugno 1906, in seguito alle dimissioni dell’eletto.
6931 2401 Bissolati-Bergamaschi Leonida 2228
Sinelli Carlo 82
(«) Compresa la popolazione della frazione Isola Costa (ab. 37), dipendente amministrativamente dal comune di Villanova sull'Arda (provincia di Piacenza).
-->
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Carlomorino
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L'On. Gaetani d’Alife non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.
Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nella sezione di Corigliano, che conta 400 elettori e in quella di Cariati, che ne conta 225, l'assemblea dei presidenti non avendone tenuto conto agli effetti della proclamazione.
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Elezione suppletiva del 3 giugno 1906, in seguito alle dimissioni dell’eletto.
6931 2401 Bissolati-Bergamaschi Leonida 2228
Sinelli Carlo 82
(«) Compresa la popolazione della frazione Isola Costa (ab. 37), dipendente amministrativamente dal comune di Villanova sull'Arda (provincia di Piacenza).
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Elezione suppletiva del 3 giugno 1906, in seguito alle dimissioni dell’eletto.
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Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero dei votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nelle sezioni Grinzane, Leviee, Gorrino, Rodi, Scaletta Uzzone e Torre Uzzone, le quali contano complessivamente 528 elettori.
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Malingri di Bagnolo Alessandro 2437
Elezione suppletiva dell’8 settembre 1907, in seguito a decesso dell’eletto.
4962||3168 Margaria Giovanni 1871
Malingri di Bagnolo Alessandro 1250
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Graziano D’Urso</poem>}}
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La riflessione sulla responsabilità civile, sulla deontologia professionale e sulla metodologia didattica dell’insegnante di canto, in modo interconnesso e conseguenziale, ha trovato dispiegamento per iscritto nelle tre pubblicazioni edite da Lulu Inc. tra il 2022 ed il 2023 dedicate al vocal trainer: si tratta dei volumi “La responsabilità civile dell'insegnante di canto (ISBN 978-1-4716-3472-7)”, “La professionalità dell'insegnante di canto” (ISBN 978-1-4478-8083-7) e “La metodologia dell'insegnante di canto” (ISBN 978-1-4467-9385-5). La collana si cimenta nell'osservazione tridimensionale della figura dell'insegnante di canto, dalla sua formazione alla sua condotta, dalle competenze agli oneri, dall'etica al dovere di aggiornamento professionale, dalla pratica e tecnica didattica ai vari approcci e filosofie di insegnamento. I tre titoli, dunque, costituiscono un unicum, un ragionamento in tre parti che ruota attorno al medesimo asse che è la figura dell'insegnante di canto. Assieme alla riflessione sull’interprete e sul canto, questa è parte della Filosofia pedagogica del canto consapevole alla quale si rimanda per approfondimenti.
'''1. La responsabilità civile nella didattica vocale'''
Lo studio affronta il tema della responsabilità civile dell’insegnante di canto con specifico riferimento ai danni di origine fonotraumatica che possono derivare da un training vocale scorretto. La riflessione muove dalla constatazione di un vuoto strutturale nell’ordinamento italiano, che non prevede una formazione organica e scientificamente adeguata per chi esercita professionalmente l’attività di insegnamento del canto, pur trattandosi di una pratica che incide direttamente sull’integrità psico-fisica dell’allievo.
La figura dell’insegnante di canto viene ricostruita come una professionalità specifica, distinta sia dal musicista esecutore sia dal semplice didatta musicale. L’oggetto della sua prestazione non è la musica in sé, né esclusivamente l’educazione artistica, ma l’allenamento della voce cantata, ossia<noinclude>{{PieDiPagina||Pag. 1 di 9|}}</noinclude>
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%rigo canto 1.2
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g8.f16 d8. e16 |
c4 r4 \bar "||"
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}%Chiude lyrics
>> %Chiude Canto
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OrbiliusMagister
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<poem>
Al mondo çerte squinzie
le dise e le sostien
che l’omo no ga meriti
per farse voler ben,
perchè ghe manca l'anima,
perchè no ’l sente amor....
O stolide, o stolide,
l’omo perdia! xe un angelo,
basta saverlo tor.
Putele, assicureve
che l'omo, in conclusion
più dolçe el xe del zucaro
e in fin el xe un bombon.
</poem>
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OrbiliusMagister
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Al mondo çerte squinzie
le dise e le sostien
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per farse voler ben,
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O stolide, o stolide,
l’omo perdia! xe un angelo,
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Putele, assicureve
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più dolçe el xe del zucaro
e in fin el xe un bombon.
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El sará vera fors quel ch'el dis lu
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|prec=Ma sal, el mè sur Lella, che a dì pocch
|succ=Mè cugnaa el Giromin, quell candiron
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| Nome e cognome dell'autore = Carlo Porta
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Sissignor, sur marches, lu l'è marches
| Anno di pubblicazione = 1815
| Lingua originale del testo = milanese
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = Letteratura
| Argomento =sonetti
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Porto il SAL a SAL 75%
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Autore:Paul Fauchey
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| Nome = Paul
| Cognome = Fauchey
| Attività = compositore/organista/pianista
| Nazionalità = francese
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._9/Intermezzo-Valse}}
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Pagina:Grossi - Marco Visconti, 1875.pdf/97
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||capitolo vi.|}}</noinclude>a sera: e intanto star tutta la giornata su quella croce? e se tornato che fosse non le veniva fatto di poterlo avere da solo a solo, di metterlo su quel discorso prima che Ottorino partisse! e partiva il domani di gran mattino. Si risolvette di levarsi tosto per esser presta alla prima chiamata, di coglier solo il padre intanto che si facevano gli apparecchi e veder di condurlo al suo intento; colla risoluzione ben ferma di non seguirlo poi in nessun caso alla caccia a patto veruno per non disubbidire alla madre.
Chiamò dunque Lauretta perchè la vestisse. Quella le pose indosso gli abiti da caccia apparecchiati la sera, e Bice, tutta ingolfata ne’ suoi pensieri, o non se ne accòrse, o non ne fece caso. Quando sentì la voce del padre, discese in un salotto dove lo trovò solo. Il Conte sorgendo incontro alla figlia: — Ormai tutto sarà in pronto, — le disse; andiamo.-
— Io non son venuta giù che per salutarvi e per darvi il buon giorno — rispondeva Bice imbarazzata.
— Delle tue! pazzerella che sei!
— No — replicava essa, resistendo alla mano che voleva condurla fuori — Lasciatemi qui un momento; sedete, diciam due parole fra noi.
— Hai tempo di dirmene mille delle parole, non che due; quest’oggi alla caccia non saremo insieme tutto il dì? Ora giacchè sei stata tanto spedita, andiamo senza tener più a disagio chi ci aspetta.
— V’ho detto ch’io non vengo, ch’io voglio rimanere in casa.
— Ed io ti dico di lasciar da canto le baje e di non farmi la bambina. —
Intanto che succedeva questo contrasto, comparve nella sala Ottorino, e dopo le accoglienze consuete, chiestane licenza al padre, prese il braccio della fanciulla e la condusse fuori della sala in un cortile, dove la stava aspettando un palafreno. La fanciulla come affascinata non fece resistenza; le balenò bensì in mente l’idea della madre, ma come tornar indietro ora che s’era lasciata cogliere levata a quell’ora, con quell’abito? che cosa dire? che s’era mutata d’avviso? ma come? ma perchè? bisogna spiegarsi, dar qualche ragione, ed ella si sentiva vacillar la mente, e non aveva in quel punto neppur fiato di profferir una parola.
Il garzone giunto presso al cavallo ne prese le briglie dalle mani d’un paggio e le porse alla fanciulla; quindi piegato un ginocchio in terra, dell’altro fece predella al bel piede di lei, che<noinclude>{{PieDiPagina||— 77 —}}</noinclude>
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Opera:Ad Elena (1848)
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Candalua
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text/x-wiki
{{Opera}}
Seconda di due poesie intitolate ''To Helen'' (la prima è del 1831).
== Edizioni ==
* {{Testo|Ad Elena (Poe-Ragazzoni 1956)}}
* {{Testo|A Elena (Poe-Ortensi II)}}
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Pagina:Musica e Musicisti, 1904 vol. II.djvu/304
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modificata intestazione
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text/x-wiki
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HISTORIA
DELLE GENTI ET DELLA NATVRA
DELLE COSE SETTENTRIONALI
Da Olao Magno Gotho Arcivescovo di Vpsala
nel Regno di Svezia e Gozia, descritta in XXII libri.
NUOVAMENTE TRADOTTA IN LINGUA TOSCANA.
Opera molto dilettevole per le varie e mirabili cose,
molto diverse dalle nostre, che in essa si leggono.
Con una Tavola copiosissima delle cose più notabili,
in quella contenute.
Con privilegio dell'Illustrissimo senato Veneto:
IN VINEGIA APPRESSO I GIUNTI,
M. D. LXV.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/132
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=120%|A F.S.O.}}
<poem>
{{Sc|Vuoi}} che t’adorino? Non si svii
il tuo cuore dal suo sentiero!
Se quella ch’oggi sei, tu resterai,
mai non sarai diversa
e i tuoi nobili modi e la tua grazia,
piú della tua stessa bellezza
il mondo loderà sempre
e sarà un dovere l’amarti.</poem><section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|f=120%|A ....}}
<poem>
{{Sc|Non}} della sorte mia, che sí poco
ha in sé di terrestre, mi dolgo;
non del lungo amore che un istante
d’odio travolse nell’oblio;
né che i desolati sian piú
felici di me mi rattrista;
ma di te duolmi, o cara,
che del destino mio ti crucci,
del destino d’un miser pellegrino.</poem><section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Indice:Pellicano - San Paolo a Reggio, Reggio Cal., 1855.djvu
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text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Paolo Pellicano
|NomePagina=San Paolo a Reggio
|Titolo=San Paolo a Reggio
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|Sottotitolo=dissertazione
|LinguaOriginale=italiano
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|Sommario={{Indice sommario|nome=San Paolo a Reggio|titolo=San Paolo a Reggio|from=4|delta=3}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Ct|f=120%|INNO AD ARISTOGITONE E ARMODIO}}
{{Ct|f=90%|(DAL GRECO)}}
<poem>
{{Sc|Coronato}} di mirto, deporrò la mia spada,
come quei devoti e valorosi eroi,
cacciato il ferro nel cuore del tiranno
e liberata Atene.
Amati eroi! le vostre anime immortali errano
sulle isole dov’alita la gioia dei beati,
dove hanno or la loro casa, i potenti d’un tempo,
dove Achille e Diomede dormono.
Di fresco mirto inghirlanderò la mia spada,
come Armodio, galante e buono,
quando sull’altar tutelare una libazione
fece del sangue della Tirannia.
Vendicatori dell’onta di Atene,
vendicatori delle offese alle libertà —
nel Tempio eterno ricordato sarà il vostro nome,
celebrato da inni risuonanti.</poem>
{{A destra|{{smaller|(1827)}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/140
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}}
{{Centrato|PERSONAGGI}}
::{{Sc|Poliziano}}, Conte di Leicester.
::{{Sc|Di Broglio}}, duca romano.
::{{Sc|Il Conte Castiglione}}, suo figlio.
::{{Sc|Baldassarre}}, duca di Surrey, amico del Poliziano.
::{{Sc|Un Frate.}}
::{{Sc|Lalage.}}
::{{Sc|Alessandra}}, fidanzata di Castiglione.
::{{Sc|Giacinta}}, cameriera di Lalage.
{{Centrato|La scena è in Roma.}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/85
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
e morí appena nato,
aprendo il suo cuore odoroso per volare
al cielo, dal giardino di un re:
e il loto Valisneriano<ref>Sorta di giglio d’acqua che cresce nel letto del Rodano e allunga tanto lo stelo da preservare il fiore dalle onde del fiume.</ref> fuggito qui
dalla lotta con le acque del Rodano;
e il tuo profumo purpureo cosí amabile, Zante<ref>Il giacinto.</ref>
Isola d’oro! — Fior di levante!
e il fior del Nelumbo<ref>Leggenda indiana che fa nascere Cupido in un fiore fluttuante sul Gange, da lui amato come la culla della sua infanzia.</ref> che fluttua per sempre
col Cupido Indiano sul fiume sacro;
fiori belli e incantevoli! ai quali è commesso
di recare il canto delle Dee, vasi di profumi, al cielo:<ref>E le fiale d’oro pieno di profumi, che sono le preghiere dei santi. ({{sc|Venerabile San Giovanni}}).</ref>
Spirito! che dimori
nel cielo profondo
dove il terribile e il bello
gareggian di bellezza!
di là dalla linea dell’azzurro
limite della stella
che si allontana alla vista
della tua barriera e del tuo ostacolo;
della barriera superata
dalle comete che cadute
dal loro orgoglio e dal loro trono
furon per sempre schiave,
e portatrici del fuoco</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/86
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
(il fuoco rosso del loro cuore)
con infaticabile rapidità
e con dolore senza fine —
Spirito che vivi — noi lo sappiamo —
nell’Eternità — noi lo sentiamo —
la tua fronte velata d’ombra
chi rivelerà?
Sebbene gli esseri che la tua Nesace,
la tua messaggera ha conosciuto,
abbiano sognato per la tua Infinità
un modello<ref>Gli Umanitari sostenevano che Dio avesse veramente una forma umana. Vedi i ''Sermoni'' di Clarke. Milton tiene un linguaggio che sembra a prima vista accostarsi a quella dottrina; ma si guarda bene dal far buon viso a uno degli errori piú grossolani della tenebrosa epoca della chiesa. Dr. {{Sc|Summer’s}} ''Notes on Milton’s Cristian Doctrine''. Questa opinione, nonostante tutte le testimonianze contrarie, non poté mai esser molto diffusa. Andeus, un siriano della Mesopotamia, fu condannato come eretico per avere professato questa dottrina. Egli visse all’inizio del IV secolo. I suoi discepoli si chiamarono Antropomorfiti (vedi {{Sc|Du-Pin}}). Nelle ''Poesie Minori'' di Milton si trovano questi versi:
::::''Dicite sacrorum præsides nemorum Deæ, etc.''
::::''Quis ille primus cujus ex imagine''
::::''natura solers finxit humanum genus?''
::::''Eternus, incorruptus, æquœvus polo,''
::::''unusque et universus, exemplar Dei'' —
e più giú:
::::''Non cui profundum Cæcitas lumen dedit''
::::''Dircæus augur vidit hunc alto sinu etc.'' (Segue).</ref> secondo il loro pensiero,
la tua volontà è fatta, o Dio! —
la stella s’è librata in alto
tra le tempeste,
sotto il tuo occhio ardente;
e qui, in pensiero, a te,
in pensiero che può solo
ascendere al tuo impero e cosi
partecipare del tuo trono;</poem><noinclude><references/></noinclude>
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(il fuoco rosso del loro cuore)
con infaticabile rapidità
e con dolore senza fine —
Spirito che vivi — noi lo sappiamo —
nell’Eternità — noi lo sentiamo —
la tua fronte velata d’ombra
chi rivelerà?
Sebbene gli esseri che la tua Nesace,
la tua messaggera ha conosciuto,
abbiano sognato per la tua Infinità
un modello<ref>Gli Umanitari sostenevano che Dio avesse veramente una forma umana. Vedi i ''Sermoni'' di Clarke. Milton tiene un linguaggio che sembra a prima vista accostarsi a quella dottrina; ma si guarda bene dal far buon viso a uno degli errori piú grossolani della tenebrosa epoca della chiesa. Dr. {{Sc|Summer’s}} ''Notes on Milton’s Cristian Doctrine''. Questa opinione, nonostante tutte le testimonianze contrarie, non poté mai esser molto diffusa. Andeus, un siriano della Mesopotamia, fu condannato come eretico per avere professato questa dottrina. Egli visse all’inizio del IV secolo. I suoi discepoli si chiamarono Antropomorfiti (vedi {{Sc|Du-Pin}}). Nelle ''Poesie Minori'' di Milton si trovano questi versi:
::::''Dicite sacrorum præsides nemorum Deæ, etc.''
::::''Quis ille primus cujus ex imagine''
::::''natura solers finxit humanum genus?''
::::''Eternus, incorruptus, æquœvus polo,''
::::''unusque et universus, exemplar Dei'' —
e più giú:
::::''Non cui profundum Cæcitas lumen dedit''
::::''Dircæus augur vidit hunc alto sinu etc.'' (Segue).</ref> secondo il loro pensiero,
la tua volontà è fatta, o Dio! —
la stella s’è librata in alto
tra le tempeste,
sotto il tuo occhio ardente;
e qui, in pensiero, a te,
in pensiero che può solo
ascendere al tuo impero e cosí
partecipare del tuo trono;</poem><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Ct|f=120%|TAMERLANO<ref>Oscura è la storia di Tamerlano e con essa ho usato della libertà d’un poeta. Ritiensi discendesse dai Zinghis Khan; fosse figlio di un pastore, per suoi atti di valore poi salito al trono. Morí nel 1405. Ascolta il suo racconto al letto di morte un frate, e non so dar ragione dell’avergli dato come confessore un cenobita; sono però nel campo del possibile. (Le note sono del Poeta).</ref>}}
<poem>
{{Sc|Dolce}} conforto in un’ora di morte!
Tale, padre, non è (ora) il mio tema;
sarebbe follía credere che potenza
terrena possa liberarmi del peccato
cui un orgoglio sovrumano mi trascinò:
non ho tempo di vaneggiare o di sognare:
voi chiamate speranza — questo fuoco dei fuochi!
Esso è soltanto l’agonia di un desiderio.
Se potessi sperare – oh! Dio! lo posso —
la sua fonte è piú santa, piú divina —
io non vorrei chiamarti folle, vecchio,
ma tale (la speranza) non è un dono tuo.
Conosci il segreto di uno spirito
prostrato fino all’onta dal suo selvaggio orgoglio?
O sofferente cuore! Ho ereditato
con la gloria ciò che di te perisce,
con la gloria che strugge e che brillò
tra i gioielli del mio trono,
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
aureola d’Inferno! e con un dolore
che l’Inferno non mi fa piú paura.
O cuore implorante i perduti fiori
e lo splendore solare delle mie ore estive!
La voce immortale del tempo passato,
col suo continuo scampanio,
suona, con potere di magia,
sul tuo nulla — un funebre rintocco.
Non fui sempre come ora sono:
volli il febbrile diadema
intorno alla mia fronte e l’ottenni da usurpatore;
lo stesso feroce dritto ereditario dette
Roma a Cesare; quello a me —
l’eredità di uno spirito regale
e d’un orgoglioso spirito che ha lottato
trionfalmente col genere umano.
Dapprima respirai l’aure vitali su montano suolo;
le nebbie del Taglay<ref>I monti del Taglay sono una diramazione all’Imaus, nella Tartaria Meridionale, notissimi per la loro rudezza e per le belle vallate.</ref> versarono
la notte le loro rugiade sul mio capo
e credo, che la lotta alata
e il tumulto dell’aria tempestosa
si annidarono nella mia chioma.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/103
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
Cosí tardi cadde dal Cielo quella rugiada
(fra i sogni di una notte non santa)
con contatto infernale su me,
mentre il chiarore rosso della luce
delle nubi sospese in alto come bandiere,
pareva al mio occhio socchiuso
il simbolo della monarchia;
e il ruggito del tuono come rauca tromba,
arrivava fulmineo a me, e narrava
d’umane battaglie, dove la voce mia,
la mia voce, stolto fanciullo! dominava
(oh! come il mio spirito gioiva
ed esultava a quel grido)
al grido di guerra della Vittoria!
La pioggia cadeva sul mio capo
nudo, e l’impetuoso vento
mi rendeva folle, sordo, cieco.
Solo l’uomo, pensavo, versa
lauri su me; e la caduta
il torrente d’aria diaccia
mormorava al mio orecchio il rovinare
di imperi, con la preghiera dei prigionieri,
il mormorío dei cortigiani e le voci
di adulazione intorno al trono d’un sovrano.
Le mie passioni, da quest’ora infelice,
toccarono una tirannia che gli uomini
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/104
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
han giudicato, da che ottenni il potere,
mia innata natura — sia cosi;
ma, o padre, vivea là una che, allora —
allora, nella mia infanzia, quando il loro fuoco
m’incendiava con ardore sempre piú intenso
(perché le passioni devono spirare con la giovinezza)
anche allora sapeva che questo cuore di ferro
partecipava della debolezza d’una donna.
Non ho parole, ahimé! per dire
il fascino d’un bell’amore!
Né tenterò ora di tracciare
la beltà di un volto bellissimo,
le linee del quale nella mia fantasia
sono come ombre su vento mutevole;
cosí ricordo d’essermi fermato
su qualche pagina d’antica scienza
con occhi fisi, finché ho sentito
le lettere, col loro senso, confondersi
con fantasie, senza alcun senso.
Oh! essa era degna di tutto l’amore! —
quale era quello della mia infanzia —
tale che spiriti angelici del cielo
potevano invidiarlo; il suo giovane cuore era il santuario
di cui ogni mia speranza e ogni pensiero
erano l’incenso, allora doni preziosi,</poem><noinclude><references/></noinclude>
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han giudicato, da che ottenni il potere,
mia innata natura — sia cosí;
ma, o padre, vivea là una che, allora —
allora, nella mia infanzia, quando il loro fuoco
m’incendiava con ardore sempre piú intenso
(perché le passioni devono spirare con la giovinezza)
anche allora sapeva che questo cuore di ferro
partecipava della debolezza d’una donna.
Non ho parole, ahimé! per dire
il fascino d’un bell’amore!
Né tenterò ora di tracciare
la beltà di un volto bellissimo,
le linee del quale nella mia fantasia
sono come ombre su vento mutevole;
cosí ricordo d’essermi fermato
su qualche pagina d’antica scienza
con occhi fisi, finché ho sentito
le lettere, col loro senso, confondersi
con fantasie, senza alcun senso.
Oh! essa era degna di tutto l’amore! —
quale era quello della mia infanzia —
tale che spiriti angelici del cielo
potevano invidiarlo; il suo giovane cuore era il santuario
di cui ogni mia speranza e ogni pensiero
erano l’incenso, allora doni preziosi,</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
poiché erano puerili o leali,
puri, come il suo giovane modello —
perché l’abbandonai e alla deriva
mi affidai al fuoco che mi struggeva
per illuminare il mio cammino?
Crescemmo insieme negli anni e nell’amore
errando per la foresta e per il deserto —
il petto mio era il suo asilo l’inverno,
e quando il sole splendeva benignamente —
ed essa mirava il cielo che s’apriva,
ma io vidi il Cielo — solo negli occhi suoi.
La prima scuola del giovane Amore è — il cuore:
perché tra quel chiaro sole e quei sorrisi,
quando, lungi dalle nostre piccole cure
e ridendo delle sue infantili astuzie,
io mi gettavo sul suo seno palpitante
e scioglievo il mio spirito in lacrime,
non v’era bisogno di dire il resto —
né di calmare i suoi timori:
essa non ne chiedeva la cagione,
e solo volgeva a me il suo sguardo tranquillo.
Tuttavia, o piú che degna dell’amore,
col quale il mio spirito lottava e s’esaltava,
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
quando, sulla vetta montana, solo,
l’ambizione gli forniva una nuova voce —
io non vivevo che in te;
il mondo e tutto ciò ch’esiste
sulla terra, nell’aria, nel mare,
la sua gioia, la sua piccola parte di dolore
che era un nuovo piacere, l’ideale —
le vaghe vanità di sogni notturni —
e piú oscuri nulla che erano realtà,
(ombre, e una luce piú ricca d’ombre!)
volarono sulle loro ali brumose
e cosí confusamente divennero
la tua immagine e — un nome — un nome!
due distinte, pur intimissime cose.
Ero ambizioso — avete voi conosciuto
la passione, o padre? No.
Pastore, ambivo un trono
di mezzo mondo
e, scontento, meschina stimavo tal sorte;
ma, come ogni sogno,
col vapore della rugiada,
il mio sarebbe svanito, se il raggio
della bellezza che lo accompagnò
ogni minuto, ogni ora, ogni giorno non avesse oppresso
la mia fantasia con duplice incanto.
Noi camminavamo insieme sulla vetta
di un’alta montagna che sovrastava</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
con le sue rudi torri naturali,
fatte di rocce e di foreste, le colline —
le basse colline, cinte di boschetti
e risonanti di mille ruscelletti.
Io le parlavo di potere e di orgoglio,
ma misticamente — in guisa
che ciò stimasse un nulla accanto
al conversar presente; ne’ suoi occhi
leggevo, forse negligentemente,
un sentimento che si mesceva col mio;
il rossore sulla sua brillante guancia,<ref>''Veniam petimus'' se Tamerlano, tartaro del sec. XIV, parla come un bostoniano del XIX; ma poco si conosce della mitologia tartara.</ref>
pareva degno del trono d’una regina,
troppo per essere lasciato
splendere solitario nel deserto.
Mi fasciai allora di grandezza
e mi cinsi di una corona immaginaria,
pure non perché la fantasia
avesse gittato il suo manto su me —
ma perché tra la turba degli uomini
il leone ambizioso è incatenato
o si prostra sotto la mano del custode;
non cosí nei deserti dove il grandioso —
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
la ferocia — il selvaggio concorrono
col loro alito a infiammarlo.
Mira d’intorno a te, ora, in Samarcanda!<ref>È probabile che Tamerlano scegliesse come sua residenza Samarcanda dopo la battaglia di Angora.</ref>
Non è la regina della Terra? il suo orgoglio
sopra tutte le città? nella sua mano
il loro destino? su tutta
la gloria che il mondo conobbe,
non sta ella nobilmente e sola?
Cadendo, il suo stesso gradino,
formerà il piedestallo di un trono e chi è
il suo sovrano? Timour — colui<ref>Tamerlano e Timur è tutt’uno.</ref>
che il popolo attonito mirò
marciante<ref>Come conquistatore Tamerlano superò Zinghis Khan.</ref> fieramente sugli imperi,
bandito coronato!
O umano amore! Tu, spirito dato
alla Terra, di tutto ciò che speriamo dal Cielo! –
che cadi nell’anima come pioggia
sulla pianura incesa dallo scirocco
e venendo meno al tuo potere di benedire,
lasci il cuore come una solitudine!
Idea! che circondi la vita
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
con una musica di cosí strano suono
e con una bellezza di cosí superba origine,
addio! ho conquistata la Terra!
Quando la Speranza, aquila sublime, non vide
alcuna rupe piú alta di lei nel cielo,
le sue ali si piegarono languidamente
e volse alla terra il suo sguardo ammansito.
Era il vespro; quando il sole si parte da noi,
una triste malinconia pervade il cuore
di colui che vorrebbe contemplare
ancora il bagliore del sole estivo.
Quell’anima odierà la bruma della sera,
sovente cosí amabile e ascolterà
il rumore dell’ombre<ref>Spesso m’è parso di sentire l’ombra cadere quando il giorno muore — intelligibile quanto il vedere musica. “L’intelligenza la musica che spira dal suo volto.”</ref> che cadono (noto
a quelli le cui animo ascoltano) come uno
che in sogno, la notte, vorrebbe fuggire
e non può, da un pericolo imminente.
La luna – la bianca luna
effonda tutto lo splendore nel suo meriggio;
ma il suo sorriso è freddo, e il suo raggio
in quell’ora di tristezza parrà
il ritratto di un morto.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/110
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
E l’infanzia è un sole estivo,
del quale il dileguarsi è piú triste di tutti,
perché tutto che aspettavamo di conoscere, fu conosciuto,
e tutto che volevamo arrestare, fuggí –
la vita allora tramonti, come fiore di un giorno,
colla bellezza del meriggio, che è tutto.<ref>C’è un fiore (non ne conosco il nome botanico) detto comunemente ''emerocale''. Fiorisce magnificamente di giorno, invizzisce la sera, e la notte le sue foglie si raggrinzano come nelle piante che muoiono. Si ravviva all’alba. Se non fiorisce in Tartaria, mi si perdoni lo spostamento.</ref>
Venni alla mia casa — non piú mia
perché tutto che tal l’aveva fatta, non era piú.
Varcai la sua soglia muscosa
e sebben il mio passo fosse lieve e silenzioso,
usci dalle pietre del limitare la voce
d’uno che conobbi nel passato.
Ti sfido, o Inferno, a mostrare
sui letti di fuoco che ardono laggiú,
un cuore piú umile, un dolore piú profondo.
Fermamente io credo, o padre —
io so, poiché la Morte che viene a me
dalle regioni lontane dei Beati,
dove niente è che inganna,
ha lasciata semiaperta la sua ferrea porta
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/111
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
e raggi di verità che voi non potete vedere
sfolgorano attraverso l’Eternità
io credo che Eblis abbia teso
una insidia in ogni sentiero umano;
altrimenti come, – quando peregrinavo
nel sacro boschetto dell’idolo Amore,
che ogni giorno profuma le sue ali di neve
con incenso di oblazioni ardenti,
delle cose piú pure,
dell’Amore, ne’ cui piacevoli antri penetrano
i frastagliati raggi pioventi dall’alto cielo,
sí che niun fuscello, né il piú piccolo insetto può sfuggire
al lampo del suo occhio d’aquila; —
come poté questa ambizione cacciarsi
non vista, là, fra le ebbrezze,
fino a ridere baldanzosa a a slanciarsi
nell’intricata rete della chioma di Amore?</poem>
{{A destra|{{Smaller|(1829)}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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Tamerlano
0
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Conteggio pagine|[[Speciale:Statistiche]]}}<!-- Area dati: non modificare da qui: --><onlyinclude><div style="display:none"><section begin="Lingua originale del testo"/>inglese<section end="Lingua originale del testo"/>
<section begin="Nome e cognome dell'autore"/>Edgar Allan Poe<section end="Nome e cognome dell'autore"/>
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</div></onlyinclude><!-- a qui -->{{Qualità|avz=75%|data=10 aprile 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Edgar Allan Poe
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Tamerlano
| Anno di pubblicazione = 1829
| Lingua originale del testo =inglese
| Nome e cognome del traduttore = Ulisse Ortensi
| Anno di traduzione =1930
| Progetto =
| Argomento =poesie
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf
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{{Raccolta|Poemetti e liriche}}
<pages index="Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf" from="101" to="111" fromsection="" tosection="" />
{{Sezione note}}
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! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| rowspan=2 | Il manager (leader) Maria Rossi
| ''La manager (leader)'' Maria Rossi (Zingarelli 1983 dà ''manager'' come singolare maschile e femminile).
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| Sono anche epicene le nuove parole composte con il modificatore ''capo'' e tutti i participi presenti. Conseguentemente:
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! '''NO''' !! '''SI'''
|-
| rowspan=3 | Il caposezione (caposervizio, capoufficio, capostazione, capofamiglia, ecc.) Maria Rossi
| ''La caposezione (caposervizio, capoufficio, capostazione, capofamiglia, ecc.'') Maria Rossi
|-
| come si è sempre detto: ''la capoclasse, la caposquadra'' ecc. (v. Gabrielli, 1976).
|-
| (Zingarelli 1983 li dà come singolari maschili e femminili, per i plurali il femminile resta invariato, mentre il maschile può diventare: ''capisezione'', ecc.)
|}
<!--
NO
Il presidente (comandante, intendente di
finanza, ecc.) Maria Rossi
NO
La studentessa (le studentesse) (1)
NO
Il corrispondente Maria Rossi
SI
La presidente (comandante, Intendente
di finanza, ecc.) Maria Rossi
Per analogia, trattandosi di fatto di un
participio presente, si può considera-
re epiceno anche il nome: studente.
SI
La studente (le studenti)
SI
La corrispondente Maria Rossi
Altri sostantivi epiceni sono: vigile e giudice
NO
La vigilessa (le vigilesse)
La donna vigile (le donne vigili)
Il vigile donna (i vigili donna)
La vigile (le vigili)
SI
(Zingarelli 1983 dà vigile s.m. e f., da e-
vitare -essa)
112
(1) V. Introduzione p. 8.
--><noinclude><references/></noinclude>
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A F.S.O. (Poe-Ortensi)
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Candalua
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Candalua
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{{Opera}}
Poesia pubblicata sul ''Broadway Journal'' nel 1845, prima in aprile, poi il 6 settembre in versione più breve col titolo ''To Frances'', riferimento alla poetessa Frances Sargent Osgood. Si tratta in realtà di un rifacimento della poesia ''To Mary'' pubblicata nel 1835 sul ''Southern Literary Messenger'', che era stata già rivista e ripubblicata nel 1842 nel ''Graham's Magazine'' col titolo ''To One Departed''.
== Edizioni ==
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Opera:A Frances Sargent Osgood
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Candalua
1675
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wikitext
text/x-wiki
{{Opera}}
Poesia inizialmente intitolata ''To Elizabeth'', e dedicata ad una cugina dell'autore, Elizabeth Herring. Fu poi pubblicata, con revisioni, nel settembre 1835 nel ''Southern Literary Messenger'' col titolo ''Lines Written in an Album'', e dedicata, a quanto sembra, a Eliza White. Fu poi ripubblicata nel ''Burton's Gentleman's Magazine'' nell'agosto 1839 col titolo ''To —''. Con altre piccole revisioni, si arrivò alla versione definitiva del 1845, nella raccolta ''The Raven and Other Poems'', dove porta il titolo di ''To F——s S. O——d'', che maschera il nome della poetessa Frances Sargent Osgood.
== Edizioni ==
* {{Testo|A Frances Sargent Osgood}}
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Alla scienza
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Alex brollo
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Categoria comprendente i '''sonetti minori''', variante di sonetti composti di verse settenari.
{{vedi anche Wikipedia|Sonetto}}
[[Categoria:Poesie per tipologia]]
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Candalua
1675
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wikitext
text/x-wiki
Categoria comprendente i '''sonetti minori''', variante di sonetti composti di versi settenari.
{{vedi anche Wikipedia|Sonetto}}
[[Categoria:Poesie per tipologia]]
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Candalua
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A Maria Luisa Shew (I)
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Candalua
1675
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</div></onlyinclude><!-- a qui -->{{Qualità|avz=75%|data=10 aprile 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Edgar Allan Poe
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =A Maria Luisa Shew
| Anno di pubblicazione = 1847
| Lingua originale del testo =inglese
| Nome e cognome del traduttore = Ulisse Ortensi
| Anno di traduzione =1930
| Progetto =
| Argomento =poesie
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf
}}
{{Raccolta|Poemetti e liriche}}
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Pagina:Notizie istoriche della città di Volterra... - Lorenzo Aulo Cecina, 1758.djvu/4
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Gatto bianco
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DELLA CITTA’
{{rosso|DI VOLTERRA}}
Alle quali si aggiunge la serie de’ Podestà, e
Capitani del Popolo di essa.
OPERA DEL CHIARISSIMO SIG. AVV.
{{rosso|LORENZO AVLO CECINA}}
NOBIL PATRIZIO VOLTERRANO
Data in Luce, illustrata con Note, ed accresciuta
di altre Notizie Istoriche
DAL CAVALIERE
{{rosso|FLAMINIO DAL BORGO}}
NOBIL PATRIZIO PISANO, E VOLTERRANO
GIURECONSULTO, E PUBBLICO PROFESSORE
DELLA UNIVERSITA’ PISANA
{{rosso|IN PISA L’ANNO MDCCLVIII.}}
{{rule}}
{{rule}}
{{rosso|PER GIO: PAOLO GIOVANELLI, E COMPAGNI}}
Stam{{rosso|pa}}t. dell’Almo Studio Pisano.
{{rosso|CON LICEN''ZA DE’ SUPERIORI.''}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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e cosí dalla fantasia<ref>''Seltsamen Tochter Jovis''
::''seinem Schosskinde''
::''der Phantasie.'' ({{Sc|Goethe}})</ref> alata,
il mio messaggio è dato
fino al giorno che il segreto sarà noto
nei dintorni celesti.
Ella tacque e nascose allora la sua guancia ardente,
vergognosa, in mezzo ai gigli, là, per cercare
un riparo contro il fervore del Suo occhio,
poiché le stelle tremavano innanzi alla Deità.
Non si moveva, non respirava, perché c’era una voce
che pervadeva solennemente l’aria calma!
un silenzio che percoteva l’orecchio attonito,
che i poeti sognatori chiamano “la musica delle sfere.”
Il nostro è un mondo di parole: noi chiamiamo la quiete»
“Silenzio” che è la piú vuota di tutte.
Tutta la natura parla e le cose ideali stesse
producono fantastici suoni con le ali delle loro visioni;
ma ahi! quando non cosí, nell’alto regno,
passa l’eterna voce di Dio,
e i venti rossi languiscono nel cielo!
Che importa che in mondi che percorrono orbite invisibili,<ref>Troppo piccole per essere viste. ({{Sc|Legge}})</ref>
legati a un piccolo sistema e ad un unico sole,
dove il mio amore è follia e la folla
crede che i miei terrori siano solo nubi tuonanti,</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
tempesta, terremoto e furore dell’oceano;
(ah! perché attraversano la mia collera?);
che fa se in mondi che hanno un unico Sole,
le sabbie del Tempo divengono piú fosche mentre passano?
Pure tuo è il mio risplendere, dato cosí a te,
per portare i miei segreti nei Cieli superni.
Lascia disabitata la tua dimora di cristallo e vola
col tuo corteggio, attraverso il cielo lunare —
separandovi – come lucciole in una notte siciliana,<ref>Ho spesso notato un movimento particolare delle lucciole; esse prima si adunano e poi si partono come da un centro comune, seguendo raggi innumerevoli.</ref>
per portare ad altri mondi un’altra luce!
Divulga i segreti del tuo messaggio
alle sfere orgogliose che splendono, e sii cosí
per ciascun cuore una barriera e un bando,
onde le stelle non tremino innanzi alle colpe dell’uomo!
La vergine si levò nella notte gialla,
nella sera rischiarata da una sola luna! — in Terra
noi giuriam fede a un solo amore, e adoriamo una sola luna —
il luogo natale della giovane Bellezza non ne aveva di piú.
Come quella stella gialla nacque dalle ore assopite,
la vergine si levò dal suo letto di fiori, e s’avviò
per le montagne lucenti e per la pianura oscura
ma non lasciò ancora il suo reame Theraseo.<ref>Therasæa o Therasea, isola ricordata da Seneca, che, in un momento, sorse dal mare davanti agli occhi dei marinai stupiti.</ref></poem><noinclude><references/></noinclude>
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}}
{{Ct|f=90%|PARTE SECONDA}}
<poem>
{{Sc|Alto}} sur un monte dalla vetta smaltata –
simile a quella che il pastore sonnolento, sull’erbe
di pascoli giganteschi disteso a suo agio,
vede aprendo la palpebra pesante e trasalendo
mormora piú volte “spero di essere perdonato,”
quando la luna è alta nel cielo —
sul monte dalla vetta di rose, che, torreggiando
nell’aria pervasa dal sole, colse il raggio
di soli tramontati, la sera — nel mezzo della notte,
mentre la luna danzava con questa strana e bella chiarità
alto su tal cima si ergeva un edificio
di colonne splendenti nell’aria lieve,
lucidi di marmo pario che gemello sorrideva
laggiú sulle onde che scintillavano
e riflettevano la giovane montagna nel loro abisso.
Il suo pavimento era di stelle in fusione,<ref>''Some star wich from the ruined roof''
:''of shaked Olympus by mischance did fall.'' ({{Sc|Milton}})</ref> come quelle che filano
ne l’aria di ebano, spargendo lacrime d’argento
sul pallio della loro dissoluzione, mentre muoiono
adornando le dimore del Cielo.
Una cupola, sorretta dal cielo con catene di luce,
posava leggermente su queste colonne come una corona;
una finestra fatta di un diamante rotondo</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/90
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Candalua
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
s’apriva là in alto nell’aria purpurea,
e raggi di Dio emanavano da queste meteore,
santificando doppiamente tutto questo splendore
tranne quando, tra l’Empireo e questa finestra,
qualche impaziente spirito batteva le sue tristi ali.
Ma dall’alto dei colonnati gli occhi serafici hanno visto
le tenebre di questo mondo: quel verde grigiastro
che la natura predilige per la tomba della Bellezza,
si annidava in ogni cornice, intorno ad ogni architrave —
e ogni cherubino scolpito
che dalla sua nicchia di marmo guardava,
sembrava nell’ombra sua un essere terreno, —
statue achee in un mondo cosí ricco!
Fregi di Tadmor e di Persepoli — <ref>Di Persepoli Voltaire dice: “Conosco bene l’ammirazione che ispirano queste rovine; ma un palagio eretto a piè d’una catena di rocce sterili può essere un capolavoro d’arte?”</ref>
di Balbec e del tranquillo e chiaro abisso
della bella Gomorra!?<ref>Il nome turco è Ula Deguisi: ma dagli indigeni è chiamata Bakar Loth o Almotanah. Certamente piú di due città furono inghiottite dal mar Morto. Ve ne erano cinque nella valle del Siddim: Adrah, Zèboin, Zoar, Sodom, Gomorrah. Stefano di Bisanzio ne nomina otto e Strabone tredici. Tacito, Strabone, Giuseppe, Daniele, Nau, Maundrell, Troilo, D’Arvieux dicono che dopo una siccità eccessiva i resti delle colonne e dei muri emergono dalle acque; ma questi avanzi sono anche visibilissimi guardando nelle acque trasparenti del lago, e sono a tale distanza l’uno dall’altro, che ben si può credere all’esistenza di piú città nel territorio ora coperto dall’Asfaltide.</ref> Oh l’onda
è ora su te: ma è tardi per salvarti.
Il suono ama folleggiare in una notte estiva:
ne è testimone il mormorío del grigio crepuscolo,
che percosse l’orecchio, in Eyraco,<ref>Eyraco, Caldea.</ref></poem><noinclude><references/></noinclude>
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di molti ardenti contemplatori di stello tempo fa;
che ferisce sempre l’orecchio
di chi pensoso mira il pallido crepuscolo,
e vede l’ombra calare come una nube;
e la forma — e la voce — non sono tangibili e forti?<ref>Spesso ho creduto di sentire il rumore della notte che scende all’orizzonte.</ref>
Ma che mai è? — esso viene e reca
una musica — è frullo d’ali —
una pausa – poi una nota lunga che si sperde,
e Nesace è di nuovo nel suo palagio.
Per la folle corsa
le sue gote eran rosse e le labbra semiaperte
e la zona che fasciava la sua bella persona
avean rotta i battiti del suo cuore.
Nel mezzo di quella sala, per prender fiato
si arrestò e mormorò, Zante!
nell’incantevole luce che baciava i suoi capelli d’oro;
voleva riposarci ma non poté che splendervi.
Giovani fiori bisbigliavano melodiosamente<ref>''Fairies use flowers for their characters'': Le fate usano, come segni della loro scrittura, i fiori. ( “Le allegre comari di Windsor.”)</ref>
a fiori felici questa notte; e gli alberi agli alberi;
le fontane zampillavano armoniosamente
in boschetti rischiarati dalle stelle o in valli imbiancate dalla luna;</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Cosí conversando, gli amanti trascorsero
la notte che impallidiva, impallidiva e non dava luogo al giorno.
Essi caddero; perché non deve sperare nel cielo,
chi non lo sente, pel palpito del suo cuore.</poem>
{{A destra|{{Smaller|(1829)}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
mosse dal suo luogo e sbattuto dai venti
si slanciò come una fiamma a traverso il cielo fiammeggiante.
Mi sembrò, o unica dolcezza mia, che io cessassi allora dal librarmi,
é cadessi non cosí rapido come nel salire;
ma con tremula caduta traverso
raggi fiammanti di luce, fino a questa stella d’oro!
Le ore della caduta furon brevi
perché la piú vicina di tutte le stelle era la tua;
terribile stella! che venne, in mezzo a una notte di gioia,
come un rosso Dedalo sulla timida Terra.”
“Noi venimmo – ed alla tua Terra – però non a noi
sia dato discutere i voleri della nostra signora;
noi venimmo, amor mio: intorno, su, giú,
come le gaie lucciole della notte, andiamo e veniamo,
senza chiederne la cagione, salvo il saluto angelico
ch’Essa ci concede, come concesso dal suo Dio –
ma, Angelo, il grigio Tempo mai stese
sopra un mondo piú bello la sua ala incantevole!
Il suo piccolo disco era oscuro e occhi d’angioli
solo potevano vedere il suo spettro nei cieli,
quando prima Al Aaraaf seppe che correva
precipitosamente là verso il mare stellato;
ma quando la sua gloria brillò nel cielo,
come l’immagine ardente d’una beltà agli occhi degli uomini,
noi sostammo davanti all’eredità degli uomini,
e la tua stella tremò — allora — come la Beltà!”</poem><noinclude><references/></noinclude>
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mosse dal suo luogo e sbattuto dai venti
si slanciò come una fiamma a traverso il cielo fiammeggiante.
Mi sembrò, o unica dolcezza mia, che io cessassi allora dal librarmi,
e cadessi non cosí rapido come nel salire;
ma con tremula caduta traverso
raggi fiammanti di luce, fino a questa stella d’oro!
Le ore della caduta furon brevi
perché la piú vicina di tutte le stelle era la tua;
terribile stella! che venne, in mezzo a una notte di gioia,
come un rosso Dedalo sulla timida Terra.”
“Noi venimmo – ed alla tua Terra – però non a noi
sia dato discutere i voleri della nostra signora;
noi venimmo, amor mio: intorno, su, giú,
come le gaie lucciole della notte, andiamo e veniamo,
senza chiederne la cagione, salvo il saluto angelico
ch’Essa ci concede, come concesso dal suo Dio –
ma, Angelo, il grigio Tempo mai stese
sopra un mondo piú bello la sua ala incantevole!
Il suo piccolo disco era oscuro e occhi d’angioli
solo potevano vedere il suo spettro nei cieli,
quando prima Al Aaraaf seppe che correva
precipitosamente là verso il mare stellato;
ma quando la sua gloria brillò nel cielo,
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>76
POEMETTI E LIRICHE
e cosí dolcemente che nessun capello di seta che dormiva
si destò, o s’avvide ch’essa era là.
L’ultimo luogo della Terra visitato da me
fu un tempio orgoglioso chiamato il Partenone;
piú bellezza è in quei colonnati
che non s’asconda nel tuo seno ardente;
e quando il vecchio Tempo sciolse le mie ali
allora mi slanciai come un’aquila dalla sua torre,
lasciando indietro in un attimo gli anni.
Mentre ero librato nell’aere
una metà del giardino del suo globo
si svolse, come un quadro, alla mia vista, con le città disabitate del deserto!
Ianthe, la beltà allora mi assalí
e quasi desiderai d’essere nuovamente tra gli uomini! ”
466
Angelo mio! E perché essere un mortale?
Una dimora piú brillante è qui per te —
e campi piú verdi di quel mondo lassú,
e l’incanto di una donna – e l’appassionato amore. "
“ Ma odi, Ianthe; quando l’aria cosi dolce
mancò, mentre il mio spirito alato si slanciava in alto,
forse il mio cervello si stordi – ma il mondo
che allora avevo lasciato fu lanciato nel caos<noinclude><references/></noinclude>
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e cosí dolcemente che nessun capello di seta che dormiva
si destò, o s’avvide ch’essa era là.
L’ultimo luogo della Terra visitato da me
fu un tempio orgoglioso chiamato il Partenone; —
piú bellezza è in quei colonnati
che non s’asconda nel tuo seno ardente;
e quando il vecchio Tempo sciolse le mie ali
allora mi slanciai come un’aquila dalla sua torre,
lasciando indietro in un attimo gli anni.
Mentre ero librato nell’aere
una metà del giardino del suo globo
si svolse, come un quadro, alla mia vista, —
con le città disabitate del deserto!
Ianthe, la beltà allora mi assalí
e quasi desiderai d’essere nuovamente tra gli uomini!”
“Angelo mio! E perché essere un mortale?
Una dimora piú brillante è qui per te —
e campi piú verdi di quel mondo lassú,
e l’incanto di una donna – e l’appassionato amore.”
“Ma odi, Ianthe; quando l’aria cosí dolce
mancò, mentre il mio spirito alato si slanciava in alto,
forse il mio cervello si stordí – ma il mondo
che allora avevo lasciato fu lanciato nel caos —
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
uno che sogna al chiaro di luna presso la sua amata;
quale meraviglia? ciascuna stella là è come un occhio,
e guarda molto dolcemente le chiome della Bellezza;
ed esse, le stelle, e le sorgenti muscose erano sacre
al suo cuore pervaso dall’amore e dalla malinconia.
La notte aveva trovato (notte di dolore per lui)
su una rupe di una montagna il giovane Angelo. —
Ripida s’alza al cielo solenne
e guarda con disprezzo gli astri piú bassi.
Quivi s’era assiso col suo amore — il suo occhio nero fiso
come sguardo d’aquila, al firmamento;
presto egli lo volse a lei e allora
tremante anche fino all’orbita della Terra.
“Ianthe, carissima, vedi come è fioco quel raggio!
Come è bello guardare cosí lontano!
Essa non appariva cosí quella sera d’autunno
che lasciai le sue dimore sontuose — senza pianto.
Quella sera, quella sera — dovrei ricordarla bene —
i raggi del sole cadevan su Lemno, con incanto,
sugli arabeschi scolpiti d’una sala dorata
dove io sedeva e sui muri coi drappi —
e sulle mie palpebre – oh! la pesante luce!
come le oppresse quella notte!
Esse scorrevano sui fiori e sulla bruma e sull’amore
col persiano Saadi nel suo Gulistan;
ma oh! quale luce! Mi addormentai. La Morte intanto
invase i miei sensi in quell’isola incantevole</poem><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
che la Verità è Menzogna e che la Felicità è Sventura?
Dolce era la loro morte — per essi il morire era pieno
dell’ultima estasi d’una vita soddisfatta —
dopo questa morte, niuna immortalità;
ma un sonno cosciente e che non è “essere”
e là — oh! possa la mia anima stanca dimorare —
lontano dall’Eternità del cielo — eppure quanto lontana dall’Inferno!<ref>Per gli Arabi vi è un luogo intermedio tra il Cielo e l’Inferno, dove gli uomini non soffrono pene, ma non possiedono la tranquillità e la felicità che fanno la gioia celeste. Il dolore non è escluso da Al Aaraaf, ma è quel dolore che i vivi nutrono per i morti e che, in alcuni spiriti, somiglia al delirio dell’opium. L’eccitazione appassionata dell’amore e la vivacità dello spirito che succede all’ebbrezza sono i piaceri meno santi, e il premio alle anime che scelgono Al Aaraaf come sede dopo la vita è la morte, ultima annichilatrice.</ref>
Quale colpevole spirito, in qual triste boschetto,
non sentí il commovente appello di questo inno?
Solo due; e caddero; perché il cielo non perdona
a quelli che non ascoltano per i battiti dei loro cuori;
un’angelica vergine e il suo amoroso serafino.
Oh! dove (o voi potete cercar nei cieli immensi)
era l’Amore, il Cieco, conosciuto presso il grave Dovere?
Senza guida era caduto tra le lacrime d’un perfetto dolore.<ref>({{sc|Milton}}.)</ref>
Era un bello Spirito quello che cadde:
un viandante presso un pozzo muscoso —
un contemplatore delle stelle che brillano lassú in alto —</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/92
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
scendeva il silenzio sulle cose materiali —
belli fiori, acque brillanti e ali di angioli —
e la musica sola che scaturiva dallo spirito
era il ritornello dell’incanto che cantava la vergine:
“Sotto le campanule o le liane,
o l’albaspina in fiore,
che nasconde chi dorme
ai raggi della luna; — <ref>Nelle Sacre Scritture vi è questo passo: “Il sole non ti nuocerà di giorno, né la luna di notte.” In Egitto si crede che la luna renda ciechi coloro che dormono col viso esposto ai suoi raggi.</ref>
esseri luminosi! — che pensate,
con gli occhi semichiusi,
alle stelle che la vostra meraviglia
ha tratto dai cieli,
per traversare l’ombra
e scendere sulla vostra fronte
come gli occhi della vergine
che ora vi chiama;
destatevi dai vostri sogni,
nei boschetti di violette
consacrando al dovere
queste ore illuminate dalle stelle;
e scuotete dalle vostre capigliature,
asperse di rugiada,
l’alito di quei baci
che le fan cosi grevi –
(oh! come, senza te, o Amore</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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scendeva il silenzio sulle cose materiali —
belli fiori, acque brillanti e ali di angioli —
e la musica sola che scaturiva dallo spirito
era il ritornello dell’incanto che cantava la vergine:
“Sotto le campanule o le liane,
o l’albaspina in fiore,
che nasconde chi dorme
ai raggi della luna; — <ref>Nelle Sacre Scritture vi è questo passo: “Il sole non ti nuocerà di giorno, né la luna di notte.” In Egitto si crede che la luna renda ciechi coloro che dormono col viso esposto ai suoi raggi.</ref>
esseri luminosi! — che pensate,
con gli occhi semichiusi,
alle stelle che la vostra meraviglia
ha tratto dai cieli,
per traversare l’ombra
e scendere sulla vostra fronte
come gli occhi della vergine
che ora vi chiama;
destatevi dai vostri sogni,
nei boschetti di violette
consacrando al dovere
queste ore illuminate dalle stelle;
e scuotete dalle vostre capigliature,
asperse di rugiada,
l’alito di quei baci
che le fan cosí grevi –
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
gli angioli potrebbero essere beati?) —
quei baci d’amore vero
che vi cullarono al riposo!
Su! scuotete dalle vostre ali
ogni cosa che le impacci:
la rugiada della notte
peserebbe al vostro volo;
e le carezze del vero amore —
oh! lasciatele in disparte! —
esse son piume sulle trecce,
ma piombo al cuore.
“Ligeia! Ligeia!
mia sola beltà!
di cui la piú cattiva idea
non è che una melodia —
oh! vuoi tu
cullarti sulle brezze?
o, capricciosamente tranquilla,
come il solitario Albatros,<ref>Si dice che l’albatros dorma librato nell’aria.</ref>
librata nella notte
(come quello sull’aria)
vuoi con delizia
vegliar su questa armonia?
“Ligeia! dovunque
la tua immagine sia,</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/94
108
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2026-04-10T14:30:39Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
nessuna magia separerà
la tua musica da te.
Tu hai chiuso molti occhi
in un sonno tutto di sogni;
ma le armonie si destano ancora,
che tu vigile custodisci —
il rumor della pioggia
che picchia sul fiore
e danza di nuovo
al ritmo dell’acquazzone;
il suono<ref>Mi diede l’idea un antico racconto inglese.</ref> che emana
dall’erba che cresce
son la musica delle cose,
ma sono, ahimé! imitazioni.
Lontano, allora, mia carissima:
oh! vanne lontano
alle sorgenti limpidissime
sotto i raggi lunari;
a un solitario lago che sorride
e riposa in un sogno profondo,
alle isole-stelle
che ingemmano il suo seno —
dove fiori silvestri, strisciando,
intrecciano le loro ombre,
e sulla riva dormono
molte vergini;
alcune han lasciato la fresca radura
e dormono con le farfalle — <ref>L’ape selvatica non dorme nell’ombra se splende la luna.</ref></poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Poemetti e liriche di Edgar Poe, Carabba, Lanciano, 1930.pdf/95
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Candalua
1675
/* Trascritta */
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude><poem>
destale, vergine mia,
nella sodaglia e nella collina;
va, soffia sul loro sonno,
alita dolcemente al loro orecchio
il verso musicale,
che le cullò al sonno —
perché qualcosa può destare
sí presto un angelo
che cominciò a dormire
sotto la fredda luna,
(incanto che niun sonno
magico non può vincere)
se non l’armonia
che al sonno lo cullò?”
Spiriti alati e angioli
e mille Serafini scesero dall’Empireo,
giovani sogni aleggiando ancora intorno al loro volo sonnolento;
Serafini in tutto, fuorché in “Scienza,” penetrante luce
che cadde, rifranta lontano, traverso i tuoi confini,
o Morte! dall’occhio di Dio su questa stella;
dolce era questo errore — piú dolce ancora questa morte —
dolce era questo errore — perché anche presso noi il soffio
della Scienza offusca il cristallo della nostra gioia —
per essi sarebbe un Simoun e li distruggerebbe;
a che giova ad essi conoscere</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Al Aaraaf
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Candalua
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== Petrarca - Il mio segreto, Venezia ==
Ciao! Grazie per il tuo contributo! Ho fatto alcune modifiche a quanto hai fatto [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina%3APetrarca_-_Il_mio_segreto%2C_Venezia%2C_1839.djvu%2F124&diff=3658507&oldid=3657611 qui]. Spero che possa aiutarti a capire come trascrivere un testo. Per qualunque dubbio o richiesta, non esitare a contattarmi. --[[User:Paperoastro|Paperoastro]] ([[User talk:Paperoastro|disc.]]) 17:10, 10 apr 2026 (CEST)
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Pagina:Della Valle, Federico – Tragedie, 1939 – BEIC 1811467.djvu/1
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Gatto bianco
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Gatto bianco
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A ... (Poe-Ortensi)
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Inno ad Aristogitone e Armodio
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Scene del Poliziano/Personaggi
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Musica e Musicisti, 1904 vol.II/N. 9/Intermezzo-Valse
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Discussione:Musica e Musicisti, 1904 vol.II/N. 9/Intermezzo-Valse
1
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2026-04-10T16:42:39Z
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/* Nota alla trascrizione di "Intermezzo-valse" di Paul Fauchey */ nuova sezione
3658536
wikitext
text/x-wiki
== Nota alla trascrizione di "Intermezzo-valse" di Paul Fauchey ==
La penultima battuta contiene un ''tremolio'' che può essere riprodotto solo nel file MIDI integrale. Nel codice è stato inserito un alert che spiega come può essere riprodotto.
Non è ci stato invece possibile riprodurre nel MIDI i trilli correttamente scritti nell'incipit.
<hr>
{{Utente:Pic57/Lilypond|firma=[[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 19:07, 20 feb 2026 (CET)}} [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 18:42, 10 apr 2026 (CEST)
d3jfcy9h4f3ibdidr9xxm5oipouz9rd
Pagina:Le Canzonete dei nostri veci.djvu/49
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3658546
2026-04-10T17:03:08Z
Pic57
12729
/* Trascritta */
3658546
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text/x-wiki
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{{Centrato|{{x-larger|'''IIIIª dispensa.'''}}}}
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}%Chiude relative Canto
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mor; se'l ba cio t'o ffen de per do na l'ar
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>> %Chiude Canto
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fio -- ri ri -- ce -- vi dor -- men -- do un ba -- cio d'a --
mor; se_'l ba -- cio t'of -- fen -- de per -- do -- na l'ar --
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Le Canzonete dei nostri veci/Dispensa IIII
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O bella che dormi
::sul letto di fiori,
ricevi dormendo
::un bacio d'amor.
Se'l bacio t'offende
::perdona l'ardire,
tu fingi dormire,
::sei moría d'amor.
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Le Canzonete dei nostri veci/La bella che dorme
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Candalua
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Luop2
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Luop2" /></noinclude> DI OLAO MAGNO GOTHO
ARCIVESCOVO DI VPSALA,
Sopra la sua Historia de le genti Settentrionali,
e de la natura delle cose Aquilonari.
PREFAZIONE
GLI antichi Filosofi una gran lode attribuirono a Democrito, il quale per lo smisurato amore, e desiderio che aveva di filosofare, circa ottanta anni continui sempre andò per il mondo vagando, e pervenuto all'età di cento ottanta anni, vide molte regioni, paesi, e Città. Imperochè in qualunque parte, o in qualunque nazione, egli pensava poter qualche cosa apprendere, colà subito se ne andava, accioche niente lasciasse, che per umana investigazione in qual si voglia luogo potesse esser conosciuto. La onde egli se ne andò in Babilonia, capo degli Assiri, accioche forse quivi riguardar potesse quelle mura, che con solfo, con ferro, e con mattoni cotti, furono per comandamento, e a spese de la Regina Semiramide fabricate. Quindi trapassò in Egitto, accioche quivi da li Sacerdoti imparasse la Geometria,& alcune altre cose, che allora a lui erano ascose . Di poi in Perside ascoltò li Magi, e li Caldei, da li quali imparò la Teologia , e la Astronomia. Ancora penetrò in India, accioche la loro disciplina da li Ginnosofisti imparasse. Quindi si trasferì in Etiopia di là dal mare Rosso, acciochè quivi con alcuni dotti uomini potesse abboccarsi. Ma non merita in ciò, questo solo da esser commendato. Perchè altri filosofi ancora, per diventare più savi, e dotti, non volsero starsi ascosi in un picciol angulo. Percioch'essi si imaginavano, come in vero era, la sapienza, e scienza da diversi luoghi, e da vari uomini, come da molti, che insieme abbiano ogni scienza assoluta, e ne la quale siano esperimentati, doversi cercare. Osiri Re d'Egitto, cercò quasi la maggior parte del mondo, perchè tanto si gloriava del suo padre, che ne la colonna, che sopra il suo sepolcro era, fece scrivere queste parole. Io sono Osiri Re , il più antico figliuolo di Saturno, il quale non lasciai luogo alcuno del mondo, dove io non penetrassi, insegnando tutte quelle cose, le quali io per l'utilità de I'umana generazione ritrovai ; Si come Diodoro Siculo nel suo primo libro testifica. Di questa lode era parimente desideroso Alessandro Magno, il quale tanto stimò avere la scienza di tutte le cose, che egli ordinò che Aristotile, eccellentissimo filosofo, investigasse la natura di tutte le cose, di quelle diligentissimamente trattasse, e scrivesse; e comandò che tutte quelle cose che a cotale investigazione fussero giovevoli, o necessarie ,gli fussero con ogni spesa de la sua Camera, e fisco provedute. Il perchè Aristotile, filosofo singularissimo, compose un’opera, divisa in cinquanta libri , de li quali , molti fino a questa nostra età, ne le scuole, e ne le catedre de dotti sono accettati, eletti, con gran maraviglia de li sapienti, anzi con incredibile utilità di cialcuno, di tempo in tempo perpetuamente fi studiano. Oltra dì questa, Omero con il suo grandissimo, e lunghissimo peregrinaggio, imparando la Cosmografia, e la Geometria (come scrive Ipparco) prima a ogn'altro la insegnò, il quale con grande acutezza di ingegno, il suo poema empi, e ornò d'ogni forte di dottrina, che poi la diede fuori publicamente, come cosa utilissima a tutti gli uomini studiosi. Ancora Hecateo Milesio, primo a tutti, componendo un libro del sito del Mondo, brevemente scrisse molte cose, ma molto note, lasciando agli altri quelle più oscure. Il quale però si deve ringraziare, perchè egli fece quello che puote, e con una breve opera eccitò gli ingegni de li posteri, e li svegliò a l’investigazione di cose piu copiose. E quello che egli brevemente aveva come in una somma raccolto, li suoi seguaci poi, con più lunghe parole, e trattati, lo amplificarono. E non solo nei loro libri trattarono, e compresero, genti, regioni, città, mari, fiumi, laghi, paludi, fonti, monti, animali, alberi, virgulti, li erbe, e così fatte cose, ma diverse usanze, e costumi di varie nazioni, e varie nature di uomini. Et ancora molti illustri, e preclari uomini, per virtù, per armi, per la sapienza, per ingegno, per dottrina, per arte, per industria , per opere, o per parole vi aggiunsero, e ne li suoi luoghi dimostrano molti degni fatti, e egregi, così in pace, come in guerra,
in modo<noinclude><references/></noinclude>
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Luop2
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ARCIVESCOVO DI VPSALA,
Sopra la sua Historia de le genti Settentrionali,
e de la natura delle cose Aquilonari.
PREFAZIONE
GLI antichi Filosofi una gran lode attribuirono a Democrito, il quale per lo smisurato amore, e desiderio che aveva di filosofare, circa ottanta anni continui sempre andò per il mondo vagando, e pervenuto all'età di cento ottanta anni, vide molte regioni, paesi, e Città. Imperochè in qualunque parte, o in qualunque nazione, egli pensava poter qualche cosa apprendere, colà subito se ne andava, accioche niente lasciasse, che per umana investigazione in qual si voglia luogo potesse esser conosciuto. La onde egli se ne andò in Babilonia, capo degli Assiri, accioche forse quivi riguardar potesse quelle mura, che con solfo, con ferro, e con mattoni cotti, furono per comandamento, e a spese de la Regina Semiramide fabricate. Quindi trapassò in Egitto, accioche quivi da li Sacerdoti imparasse la Geometria,& alcune altre cose, che allora a lui erano ascose . Di poi in Perside ascoltò li Magi, e li Caldei, da li quali imparò la Teologia , e la Astronomia. Ancora penetrò in India, accioche la loro disciplina da li Ginnosofisti imparasse. Quindi si trasferì in Etiopia di là dal mare Rosso, acciochè quivi con alcuni dotti uomini potesse abboccarsi. Ma non merita in ciò, questo solo da esser commendato. Perchè altri filosofi ancora, per diventare più savi, e dotti, non volsero starsi ascosi in un picciol angulo. Percioch'essi si imaginavano, come in vero era, la sapienza, e scienza da diversi luoghi, e da vari uomini, come da molti, che insieme abbiano ogni scienza assoluta, e ne la quale siano esperimentati, doversi cercare. Osiri Re d'Egitto, cercò quasi la maggior parte del mondo, perchè tanto si gloriava del suo padre, che ne la colonna, che sopra il suo sepolcro era, fece scrivere queste parole. Io sono Osiri Re , il più antico figliuolo di Saturno, il quale non lasciai luogo alcuno del mondo, dove io non penetrassi, insegnando tutte quelle cose, le quali io per l'utilità de I'umana generazione ritrovai ; Si come Diodoro Siculo nel suo primo libro testifica. Di questa lode era parimente desideroso Alessandro Magno, il quale tanto stimò avere la scienza di tutte le cose, che egli ordinò che Aristotile, eccellentissimo filosofo, investigasse la natura di tutte le cose, di quelle diligentissimamente trattasse, e scrivesse; e comandò che tutte quelle cose che a cotale investigazione fussero giovevoli, o necessarie ,gli fussero con ogni spesa de la sua Camera, e fisco provedute. Il perchè Aristotile, filosofo singularissimo, compose un’opera, divisa in cinquanta libri , de li quali , molti fino a questa nostra età, ne le scuole, e ne le catedre de dotti sono accettati, eletti, con gran maraviglia de li sapienti, anzi con incredibile utilità di cialcuno, di tempo in tempo perpetuamente fi studiano. Oltra dì questa, Omero con il suo grandissimo, e lunghissimo peregrinaggio, imparando la Cosmografia, e la Geometria (come scrive Ipparco) prima a ogn'altro la insegnò, il quale con grande acutezza di ingegno, il suo poema empi, e ornò d'ogni forte di dottrina, che poi la diede fuori publicamente, come cosa utilissima a tutti gli uomini studiosi. Ancora Hecateo Milesio, primo a tutti, componendo un libro del sito del Mondo, brevemente scrisse molte cose, ma molto note, lasciando agli altri quelle più oscure. Il quale però si deve ringraziare, perchè egli fece quello che puote, e con una breve opera eccitò gli ingegni de li posteri, e li svegliò a l’investigazione di cose piu copiose. E quello che egli brevemente aveva come in una somma raccolto, li suoi seguaci poi, con più lunghe parole, e trattati, lo amplificarono. E non solo nei loro libri trattarono, e compresero, genti, regioni, città, mari, fiumi, laghi, paludi, fonti, monti, animali, alberi, virgulti, li erbe, e così fatte cose, ma diverse usanze, e costumi di varie nazioni, e varie nature di uomini. Et ancora molti illustri, e preclari uomini, per virtù, per armi, per la sapienza, per ingegno, per dottrina, per arte, per industria , per opere, o per parole vi aggiunsero, e ne li suoi luoghi dimostrano molti degni fatti, e egregi, così in pace, come in guerra,
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<noinclude><pagequality level="3" user="Luop2" /></noinclude>DI OLAO MAGNO GOTHO
ARCIVESCOVO DI VPSALA,
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PREFAZIONE
GLI antichi Filosofi una gran lode attribuirono a Democrito, il quale per lo smisurato amore, e desiderio che aveva di filosofare, circa ottanta anni continui sempre andò per il mondo vagando, e pervenuto all'età di cento ottanta anni, vide molte regioni, paesi, e Città. Imperochè in qualunque parte, o in qualunque nazione, egli pensava poter qualche cosa apprendere, colà subito se ne andava, accioche niente lasciasse, che per umana investigazione in qual si voglia luogo potesse esser conosciuto. La onde egli se ne andò in Babilonia, capo degli Assiri, accioche forse quivi riguardar potesse quelle mura, che con solfo, con ferro, e con mattoni cotti, furono per comandamento, e a spese de la Regina Semiramide fabricate. Quindi trapassò in Egitto, accioche quivi da li Sacerdoti imparasse la Geometria,& alcune altre cose, che allora a lui erano ascose . Di poi in Perside ascoltò li Magi, e li Caldei, da li quali imparò la Teologia , e la Astronomia. Ancora penetrò in India, accioche la loro disciplina da li Ginnosofisti imparasse. Quindi si trasferì in Etiopia di là dal mare Rosso, acciochè quivi con alcuni dotti uomini potesse abboccarsi. Ma non merita in ciò, questo solo da esser commendato. Perchè altri filosofi ancora, per diventare più savi, e dotti, non volsero starsi ascosi in un picciol angulo. Percioch'essi si imaginavano, come in vero era, la sapienza, e scienza da diversi luoghi, e da vari uomini, come da molti, che insieme abbiano ogni scienza assoluta, e ne la quale siano esperimentati, doversi cercare. Osiri Re d'Egitto, cercò quasi la maggior parte del mondo, perchè tanto si gloriava del suo padre, che ne la colonna, che sopra il suo sepolcro era, fece scrivere queste parole. Io sono Osiri Re , il più antico figliuolo di Saturno, il quale non lasciai luogo alcuno del mondo, dove io non penetrassi, insegnando tutte quelle cose, le quali io per l'utilità de I'umana generazione ritrovai ; Si come Diodoro Siculo nel suo primo libro testifica. Di questa lode era parimente desideroso Alessandro Magno, il quale tanto stimò avere la scienza di tutte le cose, che egli ordinò che Aristotile, eccellentissimo filosofo, investigasse la natura di tutte le cose, di quelle diligentissimamente trattasse, e scrivesse; e comandò che tutte quelle cose che a cotale investigazione fussero giovevoli, o necessarie ,gli fussero con ogni spesa de la sua Camera, e fisco provedute. Il perchè Aristotile, filosofo singularissimo, compose un’opera, divisa in cinquanta libri , de li quali , molti fino a questa nostra età, ne le scuole, e ne le catedre de dotti sono accettati, eletti, con gran maraviglia de li sapienti, anzi con incredibile utilità di cialcuno, di tempo in tempo perpetuamente fi studiano. Oltra dì questa, Omero con il suo grandissimo, e lunghissimo peregrinaggio, imparando la Cosmografia, e la Geometria (come scrive Ipparco) prima a ogn'altro la insegnò, il quale con grande acutezza di ingegno, il suo poema empi, e ornò d'ogni forte di dottrina, che poi la diede fuori publicamente, come cosa utilissima a tutti gli uomini studiosi. Ancora Hecateo Milesio, primo a tutti, componendo un libro del sito del Mondo, brevemente scrisse molte cose, ma molto note, lasciando agli altri quelle più oscure. Il quale però si deve ringraziare, perchè egli fece quello che puote, e con una breve opera eccitò gli ingegni de li posteri, e li svegliò a l’investigazione di cose piu copiose. E quello che egli brevemente aveva come in una somma raccolto, li suoi seguaci poi, con più lunghe parole, e trattati, lo amplificarono. E non solo nei loro libri trattarono, e compresero, genti, regioni, città, mari, fiumi, laghi, paludi, fonti, monti, animali, alberi, virgulti, li erbe, e così fatte cose, ma diverse usanze, e costumi di varie nazioni, e varie nature di uomini. Et ancora molti illustri, e preclari uomini, per virtù, per armi, per la sapienza, per ingegno, per dottrina, per arte, per industria , per opere, o per parole vi aggiunsero, e ne li suoi luoghi dimostrano molti degni fatti, e egregi, così in pace, come in guerra,
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" /></noinclude>colla bocca contra i guanciali per non essere sentita a piangere. Il letto le pareva pieno di triboli e di spine, non trovava requie nè posa in nessun lato; levavasi a sedere come per riavere il respiro, poi si ricacciava sotto le coltri, o a piangere, a piangere di nuovo sconsolatamente.
Le parea di vedere la figlia del Rusconi tutta bella e superba cavalcare sugli spaldi di Como; e Ottorino galopparle leggiadramente al fianco, e si ricambiassero fra loro parole e vezzi.... Faceva ogni sforzo per iscacciare
quelle immagini, gettavasi faticosamente col pensiero di qua e di là, lo costringeva con tutta l’intensione del suo spirito a scorrere il passato, a lanciarsi nell’avvenire per cercarvi un punto su cui aggirarsi, una prominenza, dirò così, che gli desse un appicco da potervisi afferrare, ma il passato, ma l’avvenire era tutto languido, tutto morto, tutto eguale: non trovava nella vita, non vedeva nel mondo che un termine; ogni tragetto, ogni scappatoja per cui si
mettesse la sua mente, andava e riusciva a quello; e i primi crudeli fantasmi non messi in fuga mai, ma solo debolmente respinti per un istante, tornavano più infesti, più perfidiosi da tutte le bande ad immagine d’un esercito vincitore, che soverchiate le mura, sfondate le porte, entra a furia in una città presa d’assalto.
Pure alla fine vinta dalla stanchezza e dal travaglio, si smarrì in un lento sopore pieno di sogni immaginosi e appassionati. Ma che direste? che alla mattina quando si destò, che fu un pezzo innanzi l’alba, trovossi in fondo al cuore una certa calma, una speranza, un conforto, senza saper d’onde le fosser cascati; solo che ritornando sulla sua cura, le balzò fuori da un cantuccio della mente, dove a quel che parea vi stava appiattata da un pezzo, un’idea la quale nella prima sfuriata della passione non aveva potuto farsi innanzi, ma che la notte nel sonno doveva poi essersi levata da sè cheta cheta, e datasi dattorno bravamente a metter acqua su quel gran fuoco, che aveva trovato acceso in casa.
L’idea era questa che tutto quello che le avea detto la madre intorno ad Ottorino potea non esser vero, che non bisognava correre a precipizio a condannarlo. Così diritto, così buono, com’egli è, dicea fra sè stessa, dopo tanti giuramenti! Con tutto questo il primo pensiero le dava ancora martello, ed ella, capite bene, che avrebbe desiderato di levarselo dal cuore. Se avesse potuto trovarsi con suo padre, le sarebbe stato agevole di trattarlo bellamente e senza farsi scorgere al punto ch’ei le avesse a schiarire quell’oscurità; ma il padre usciva all’alba, e s’ella non voleva seguitarlo alla caccia, non l’avrebbe veduto più fino<noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||marco visconti.|}}</noinclude>colla bocca contra i guanciali per non essere sentita a piangere. Il letto le pareva pieno di triboli e di spine, non trovava requie nè posa in nessun lato; levavasi a sedere come per riavere il respiro, poi si ricacciava sotto le coltri, o a piangere, a piangere di nuovo sconsolatamente.
Le parea di vedere la figlia del Rusconi tutta bella e superba cavalcare sugli spaldi di Como; e Ottorino galopparle leggiadramente al fianco, e si ricambiassero fra loro parole e vezzi.... Faceva ogni sforzo per iscacciare
quelle immagini, gettavasi faticosamente col pensiero di qua e di là, lo costringeva con tutta l’intensione del suo spirito a scorrere il passato, a lanciarsi nell’avvenire per cercarvi un punto su cui aggirarsi, una prominenza, dirò così, che gli desse un appicco da potervisi afferrare, ma il passato, ma l’avvenire era tutto languido, tutto morto, tutto eguale: non trovava nella vita, non vedeva nel mondo che un termine; ogni tragetto, ogni scappatoja per cui si
mettesse la sua mente, andava e riusciva a quello; e i primi crudeli fantasmi non messi in fuga mai, ma solo debolmente respinti per un istante, tornavano più infesti, più perfidiosi da tutte le bande ad immagine d’un esercito vincitore, che soverchiate le mura, sfondate le porte, entra a furia in una città presa d’assalto.
Pure alla fine vinta dalla stanchezza e dal travaglio, si smarrì in un lento sopore pieno di sogni immaginosi e appassionati. Ma che direste? che alla mattina quando si destò, che fu un pezzo innanzi l’alba, trovossi in fondo al cuore una certa calma, una speranza, un conforto, senza saper d’onde le fosser cascati; solo che ritornando sulla sua cura, le balzò fuori da un cantuccio della mente, dove a quel che parea vi stava appiattata da un pezzo, un’idea la quale nella prima sfuriata della passione non aveva potuto farsi innanzi, ma che la notte nel sonno doveva poi essersi levata da sè cheta cheta, e datasi dattorno bravamente a metter acqua su quel gran fuoco, che aveva trovato acceso in casa.
L’idea era questa che tutto quello che le avea detto la madre intorno ad Ottorino potea non esser vero, che non bisognava correre a precipizio a condannarlo. Così diritto, così buono, com’egli è, dicea fra sè stessa, dopo tanti giuramenti! Con tutto questo il primo pensiero le dava ancora martello, ed ella, capite bene, che avrebbe desiderato di levarselo dal cuore. Se avesse potuto trovarsi con suo padre, le sarebbe stato agevole di trattarlo bellamente e senza farsi scorgere al punto ch’ei le avesse a schiarire quell’oscurità; ma il padre usciva all’alba, e s’ella non voleva seguitarlo alla caccia, non l’avrebbe veduto più fino<noinclude>{{PieDiPagina||— 76 —}}</noinclude>
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Pagina:Grossi - Marco Visconti, 1875.pdf/116
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Ma chi avesse osservato quel volto al sopravvenire dell’ira trasfigurarsi in un tratto; il pallore abituale smarrire in una smortezza più cupa, la fronte corrugarsi, farsi scuri gli occhi e brillare d’un lampo sinistro, gli sarebbe
parso di vedere la superficie liscia e tranquilla d’un lago, quando un gruppo di venti la percuote d’improvviso e vi suscita la tempesta.
Aveva indosso un robone di velluto nero aperto dinanzi e foderato di vajo, con sotto una veste di seta, stretta in cintura da una fascia, con un ricco fibbiaglio d’oro, e nella cintura un pugnale largo col manico tempestato di
rubini; uno di que’ pugnali che si chiamavano allora ''misericordie'', perchè atterrato che fosse il nemico, serviva a spacciarlo, dandogli, come si dice, il colpo di grazia.
Il capo lo portava scoperto, e si vedevano i capelli neri, divisi su la fronte ampia e maestosa, discendergli ugualmente dai due lati sino al confine dell’orecchio; segnando i contorni del viso.
Quando ei vide Ottorino che entrava, gli fece un cenno colla mano, invitandolo a sedersi, e gli disse: — Un momento e son da te; — quindi s’accostò al segretario, il quale con la penna sospesa guardava in volto il suo signore, e faceva atto di volersi ritirare. — No, no, — gli disse — andate pure innanzi, qui il mio cugino ha da sapere ogni cosa, — e continuava dettando le ultime frasi d’una lettera da mandarsi a Bologna al legato del papa. La lettera era nel rozzo latino di quel tempo, e le parole che la chiudevano, quelle che furono intese da Ottorino, tradotte come ci vien fatto, suonano cosi:
«Castel Seprio e la Martesana conoscono ancora la mia voce (questi distretti erano feudi di Marco), gli amici della repubblica non sono spenti, il leone dorme, ma quand’io l’abbia svegliato farà intendere i suoi ruggiti fino al Vaticano; lo sbarbato ebrioso (con questi appellativi si soleva in Milano denotare Lodovico il Bavaro) se ne morderà presto le mani. Viva la Chiesa, e muojano i traditori della patria! è l’antico mio grido di guerra.»
Per intendere la forza di quest’ultime parole, bisogna sapere che Marco le avea gridate otto anni prima nel punto che, sconfitte le genti del papa, s’avventava addosso ad alcuni fuorusciti milanesi che combattevano fra esse. Parole che acquistarono a quel tempo molta celebrità, e che lasciavano comprendere fin d’allora che nel segreto il Visconti non era nemico della Chiesa quantunque
le stesse contro coll’armi in mano.<noinclude><references/></noinclude>
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Ma chi avesse osservato quel volto al sopravvenire dell’ira trasfigurarsi in un tratto; il pallore abituale smarrire in una smortezza più cupa, la fronte corrugarsi, farsi scuri gli occhi e brillare d’un lampo sinistro, gli sarebbe
parso di vedere la superficie liscia e tranquilla d’un lago, quando un gruppo di venti la percuote d’improvviso e vi suscita la tempesta.
Aveva indosso un robone di velluto nero aperto dinanzi e foderato di vajo, con sotto una veste di seta, stretta in cintura da una fascia, con un ricco fibbiaglio d’oro, e nella cintura un pugnale largo col manico tempestato di
rubini; uno di que’ pugnali che si chiamavano allora ''misericordie'', perchè atterrato che fosse il nemico, serviva a spacciarlo, dandogli, come si dice, il colpo di grazia.
Il capo lo portava scoperto, e si vedevano i capelli neri, divisi su la fronte ampia e maestosa, discendergli ugualmente dai due lati sino al confine dell’orecchio; segnando i contorni del viso.
Quando ei vide Ottorino che entrava, gli fece un cenno colla mano, invitandolo a sedersi, e gli disse: — Un momento e son da te; — quindi s’accostò al segretario, il quale con la penna sospesa guardava in volto il suo signore, e faceva atto di volersi ritirare. — No, no, — gli disse — andate pure innanzi, qui il mio cugino ha da sapere ogni cosa, — e continuava dettando le ultime frasi d’una lettera da mandarsi a Bologna al legato del papa. La lettera era nel rozzo latino di quel tempo, e le parole che la chiudevano, quelle che furono intese da Ottorino, tradotte come ci vien fatto, suonano cosi:
«Castel Seprio e la Martesana conoscono ancora la mia voce (questi distretti erano feudi di Marco), gli amici della repubblica non sono spenti, il leone dorme, ma quand’io l’abbia svegliato farà intendere i suoi ruggiti fino al Vaticano; lo sbarbato ebrioso (con questi appellativi si soleva in Milano denotare Lodovico il Bavaro) se ne morderà presto le mani. Viva la Chiesa, e muojano i traditori della patria! è l’antico mio grido di guerra.»
Per intendere la forza di quest’ultime parole, bisogna sapere che Marco le avea gridate otto anni prima nel punto che, sconfitte le genti del papa, s’avventava addosso ad alcuni fuorusciti milanesi che combattevano fra esse. Parole che acquistarono a quel tempo molta celebrità, e che lasciavano comprendere fin d’allora che nel segreto il Visconti non era nemico della Chiesa quantunque
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Ma chi avesse osservato quel volto al sopravvenire dell’ira trasfigurarsi in un tratto; il pallore abituale smarrire in una smortezza più cupa, la fronte corrugarsi, farsi scuri gli occhi e brillare d’un lampo sinistro, gli sarebbe
parso di vedere la superficie liscia e tranquilla d’un lago, quando un gruppo di venti la percuote d’improvviso e vi suscita la tempesta.
Aveva indosso un robone di velluto nero aperto dinanzi e foderato di vajo, con sotto una veste di seta, stretta in cintura da una fascia, con un ricco fibbiaglio d’oro, e nella cintura un pugnale largo col manico tempestato di
rubini; uno di que’ pugnali che si chiamavano allora ''misericordie'', perchè atterrato che fosse il nemico, serviva a spacciarlo, dandogli, come si dice, il colpo di grazia.
Il capo lo portava scoperto, e si vedevano i capelli neri, divisi su la fronte ampia e maestosa, discendergli ugualmente dai due lati sino al confine dell’orecchio; segnando i contorni del viso.
Quando ei vide Ottorino che entrava, gli fece un cenno colla mano, invitandolo a sedersi, e gli disse: — Un momento e son da te; — quindi s’accostò al segretario, il quale con la penna sospesa guardava in volto il suo signore, e faceva atto di volersi ritirare. — No, no, — gli disse — andate pure innanzi, qui il mio cugino ha da sapere ogni cosa, — e continuava dettando le ultime frasi d’una lettera da mandarsi a Bologna al legato del papa. La lettera era nel rozzo latino di quel tempo, e le parole che la chiudevano, quelle che furono intese da Ottorino, tradotte come ci vien fatto, suonano cosi:
«Castel Seprio e la Martesana conoscono ancora la mia voce (questi distretti erano feudi di Marco), gli amici della repubblica non sono spenti, il leone dorme, ma quand’io l’abbia svegliato farà intendere i suoi ruggiti fino al Vaticano; lo sbarbato ebrioso (con questi appellativi si soleva in Milano denotare Lodovico il Bavaro) se ne morderà presto le mani. Viva la Chiesa, e muojano i traditori della patria! è l’antico mio grido di guerra.»
Per intendere la forza di quest’ultime parole, bisogna sapere che Marco le avea gridate otto anni prima nel punto che, sconfitte le genti del papa, s’avventava addosso ad alcuni fuorusciti milanesi che combattevano fra esse. Parole che acquistarono a quel tempo molta celebrità, e che lasciavano comprendere fin d’allora che nel segreto il Visconti non era nemico della Chiesa quantunque le stesse contro coll’armi in mano.<noinclude>{{PieDiPagina||— 96 —}}</noinclude>
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Ma chi avesse osservato quel volto al sopravvenire dell’ira trasfigurarsi in un tratto; il pallore abituale smarrire in una smortezza più cupa, la fronte corrugarsi, farsi scuri gli occhi e brillare d’un lampo sinistro, gli sarebbe
parso di vedere la superficie liscia e tranquilla d’un lago, quando un gruppo di venti la percuote d’improvviso e vi suscita la tempesta.
Aveva indosso un robone di velluto nero aperto dinanzi e foderato di vajo, con sotto una veste di seta, stretta in cintura da una fascia, con un ricco fibbiaglio d’oro, e nella cintura un pugnale largo col manico tempestato di
rubini; uno di que’ pugnali che si chiamavano allora ''misericordie'', perchè atterrato che fosse il nemico, serviva a spacciarlo, dandogli, come si dice, il colpo di grazia.
Il capo lo portava scoperto, e si vedevano i capelli neri, divisi su la fronte ampia e maestosa, discendergli ugualmente dai due lati sino al confine dell’orecchio; segnando i contorni del viso.
Quando ei vide Ottorino che entrava, gli fece un cenno colla mano, invitandolo a sedersi, e gli disse: — Un momento e son da te; — quindi s’accostò al segretario, il quale con la penna sospesa guardava in volto il suo signore, e faceva atto di volersi ritirare. — No, no, — gli disse — andate pure innanzi, qui il mio cugino ha da sapere ogni cosa, — e continuava dettando le ultime frasi d’una lettera da mandarsi a Bologna al legato del papa. La lettera era nel rozzo latino di quel tempo, e le parole che la chiudevano, quelle che furono intese da Ottorino, tradotte come ci vien fatto, suonano cosi:
«Castel Seprio e la Martesana conoscono ancora la mia voce (questi distretti erano feudi di Marco), gli amici della repubblica non sono spenti, il leone dorme, ma quand’io l’abbia svegliato farà intendere i suoi ruggiti fino al Vaticano; lo sbarbato ebrioso (con questi appellativi si soleva in Milano denotare Lodovico il Bavaro) se ne morderà presto le mani. Viva la Chiesa, e muojano i traditori della patria! è l’antico mio grido di guerra.»
Per intendere la forza di quest’ultime parole, bisogna sapere che Marco le avea gridate otto anni prima nel punto che, sconfitte le genti del papa, s’avventava addosso ad alcuni fuorusciti milanesi che combattevano fra esse. Parole che acquistarono a quel tempo molta celebrità, e che lasciavano comprendere fin d’allora che nel segreto il Visconti non era nemico della Chiesa quantunque le stesse contro coll’armi in mano.<noinclude>{{PieDiPagina||— 96 —}}</noinclude>
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Cruccone
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{{ct|t=2|v=1|ASCESA SUL LEGNONE}}
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{{ct|v=2|I.}}
{{Blocco centrato/inizio}}<poem> Provasti mai, diletto Ercole mio,
L’erta salir delle nevose alpine
Vette, d’onde a’ tuoi sguardi in miro aspetto
S’offre natura? Tu dell’Eridáno
Solo cresciuto alle feconde piaggie
Miri da lungi a nubi somiglianti
Le nostre cime fondersi col cielo.
Oh! quante volte anch’io, s’alcuna nebbia
Non mi turbava il guardo, dagli antichi
Spaldi della Lombarda Atene scòrsi
Le mie montagne e il cor n’era commosso!
Grato, penso, ti fia se in pochi versi
Ti narrerò come l’eccelsa cima
Del Legnone salissi, che tra’ primi
Estolle al cielo la superba cresta.
Dal sol fuggiva il Nuovo Mondo, e ancora
Sulle ridenti insubriche contrade
Spandea la Luna la sua mesta luce;
Venere anch’essa in fondo all’orizzonte
Brillava, nunzia del vicino giorno,
Quando Aurora dal roseo viso apparve
A ridestar dal sonno il quieto mondo.
Balzammo allor, chè meco era il fratello,
Non dalle molli piume, poi che il fieno
Solo, ristoro a nostre stanche membra
Porse cortese nel montano albergo
Ove ascesi eravam la sera innante.
Di fresco latte confortato, baldo
Per l’erto calle io mossi il piè, col guardo
Prima fisando la lontana vetta.
Saliva, ed un leggiero zeffiretto
M’alleviava il cammino; l’occhio mio
Lieto mirava i fior, che inver leggiadri
E tinti di vaghissimi colori
Empievan l’aere di soave effluvio.
Tu ne vedevi d’azzurrini e rossi
Su’ le più brulle e più scoscese cime:
Coglieane, e vivo nel mio cor sentiva
Il desio di poterli offrire a Lei!...
E, l’animo commosso, sospirava!...
Ancor salivo la montagna: il sole
Co’ suoi raggi lucenti, omai le creste
Tutte copria di porporino ammanto
E rattamente a noi venendo incontro
Presto ci avvolse in un’ondata d’oro.
E ancor salivo: di sudor grondante
Era il mio volto, ma alla grande arsura
Grato m’era sollievo l’argentina
Linfa, che fresca e pura zampillava
Dal verde sen del monte ricoperta
Or dall’ammanto di muscose zolle,
Or da spelonca di perenni ghiacci.<ref>L’acqua che esce dai nevai, si scava delle grotte sotto la neve ed il ghiaccio.</ref>
Salivo ancora, e la sublime vetta
Sembrava sempre sempre allontanarsi.
Omai dispare ogni vestigio umano
Dal nostro calle, e sol scoscese rupi
Innanzi a noi s’innalzan minacciose
Quasi mostri a contenderci la cima.
Sol pochi arbusti allignano su questi
Ripidi scogli, misero alimento
Agli agili camosci, agli orsi; quivi
Solo fa il nido l’aquila superba.
Su questi ermi dirupi i nostri passi
Volgemmo a stento, ognor presta la mano
Ad aiutare il vacillante piede.
Quando talora in piccola caverna
Noi posavamo il fianco, intorno gli occhi
Volgendo sovra il sottostante suolo,
L’alma stupiva, in rimirar da lungi
Grandi vedute in sempre nuovi aspetti.
Ben cinque delle dodici sorelle
Che intorno al sole carolando vanno
Eran trascorse, quando alfin giungemmo
Sulla sublime desïata vetta.</poem><noinclude>{{Fine blocco}}{{RuleLeft|4em}}</noinclude>
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Luop2
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<noinclude><pagequality level="3" user="Luop2" /></noinclude>HISTORIA
DI OLAO MAGNO GOTHO
ARCIVESCOVO DI VPSALA,
De li modi, e costumi, e de la natura, e uso di guerregiare, de le genti, e popoli Settentrionali.
LIBRO PRIMO
''Del Sito de la Biarmia, e de li costumi suoi'' Cap.I
LA BIARMIA, Adunque è vna regione Settentrionale, il cui Zenit, è apunto nel polo Artico, e il suo orizonte, è il medesimo, che il Circuito equinozziale, il qual circulo, segando il Zodiaco in due parti uguali, causa, che vna metà d'vn’anno intero, sia solo un giorno artifiziale, e l'altra metà, vna notte. Tale che in questo modo tutto vn'anno, in quel luogo, non è più grande, che vn giorno naturale. Ma conciosia, che in quelle parti, il Sole non si abbassi mai più, che XXIII. gradi sotto l'orizonte ; Dice l'Autore della Sfera, si può dire, che quivi sia continuamente giorno, senza l'ombra della notte. Perchè in ogni Climate del mondo, nasce il giorno, prima che il Sole surga sopra l'orizonte per XVIII. gradi, fecondo l'opinione d i Tolomeo, overo secondo alcuni altri, per XXX. gradi, che tanto vuol dire, quanto lo spazio, e la quantità d'vn segno celeste. Fin qui certamente quello Autore de la Sfera ha parlato e filosofato convenientemente
e secondo la Natura, Ma quello che soggiunge di poi, è per certo ingiurioso alla Natura, e non si può comportare, la quale doveva egli giudicare molto più prudente, circa la conservazione de l'vniverso, che non fece. Imperoche oscurando egli, con le sue parole, quella celeste luce, che mai non manca, e che a quei popoli, é per benefizio di natura concessa: mostrando quivi essere perpetua caligine, e nubi continue; Dice, che il raggio del Sole , che in quelle parti risplende, è di così debol virtù, che egli non può consumare, e purgare gli umidi vapori, e le spesse esalazioni che dalla terra si levano. Tale che in quella regione (dice egli) non v'è mai l'aere sereno, nè mai vi è giorno. Questa fu l'opinione di quello Autore. Ma contra di lui li levano due grandi filosofi, Plinio, e Solino; li quali affermano, che per la continua presenza del lume del Sole in quelle parti, tutte le cose fono grandemente offese da vn intollerabile ardore del Sole; e così questi e quello, temerariamente accusando, e dannando la Natura, e dal troppo freddo de le nevi discacciandola, e spingendola, in vno smisurato caldo del Sole, hanno gravemente errato: e ad altri parimente hanno porta occasione di errare; li quali se più profondamente avessero considerata la providenza di Dio, e la moderanza de la natura, arebbero<noinclude><references/></noinclude>
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Luop2
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DI OLAO MAGNO GOTHO
ARCIVESCOVO DI VPSALA,
De li modi, e costumi, e de la natura, e uso di guerregiare, de le genti, e popoli Settentrionali.
LIBRO PRIMO
''Del Sito de la Biarmia, e de li costumi suoi'' Cap.I
LA BIARMIA, Adunque è vna regione Settentrionale, il cui Zenit, è apunto nel polo Artico, e il suo orizonte, è il medesimo, che il Circuito equinozziale, il qual circulo, segando il Zodiaco in due parti uguali, causa, che vna metà d'vn’anno intero, sia solo un giorno artifiziale, e l'altra metà, vna notte. Tale che in questo modo tutto vn'anno, in quel luogo, non è più grande, che vn giorno naturale. Ma conciosia, che in quelle parti, il Sole non si abbassi mai più, che XXIII. gradi sotto l'orizonte ; Dice l'Autore della Sfera, si può dire, che quivi sia continuamente giorno, senza l'ombra della notte. Perchè in ogni Climate del mondo, nasce il giorno, prima che il Sole surga sopra l'orizonte per XVIII. gradi, secondo l'opinione d i Tolomeo, overo secondo alcuni altri, per XXX. gradi, che tanto vuol dire, quanto lo spazio, e la quantità d'vn segno celeste. Fin qui certamente quello Autore de la Sfera ha parlato e filosofato convenientemente
e secondo la Natura, Ma quello che soggiunge di poi, è per certo ingiurioso alla Natura, e non si può comportare, la quale doveva egli giudicare molto più prudente, circa la conservazione de l'vniverso, che non fece. Imperoche oscurando egli, con le sue parole, quella celeste luce, che mai non manca, e che a quei popoli, é per benefizio di natura concessa: mostrando quivi essere perpetua caligine, e nubi continue; Dice, che il raggio del Sole , che in quelle parti risplende, è di così debol virtù, che egli non può consumare, e purgare gli umidi vapori, e le spesse esalazioni che dalla terra si levano. Tale che in quella regione (dice egli) non v'è mai l'aere sereno, nè mai vi è giorno. Questa fu l'opinione di quello Autore. Ma contra di lui li levano due grandi filosofi, Plinio, e Solino; li quali affermano, che per la continua presenza del lume del Sole in quelle parti, tutte le cose fono grandemente offese da vn intollerabile ardore del Sole; e così questi e quello, temerariamente accusando, e dannando la Natura, e dal troppo freddo de le nevi discacciandola, e spingendola, in vno smisurato caldo del Sole, hanno gravemente errato: e ad altri parimente hanno porta occasione di errare; li quali se più profondamente avessero considerata la providenza di Dio, e la moderanza de la natura, arebbero<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Olao Magno Historia delle genti et della natura delle cose settentrionali 1565.pdf/58
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Luop2
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Luop2" /></noinclude>arebbero parlato più covenientemente, e così non sarebbeno dati in Scilla, e in Cariddi, come hanno fatto. Ora; questa Provincia detta Biarmia de la quale al presente ragioniamo:
secondo vn Autore detto Sassone, Sialandico : Si divide in Biarmia Vlteriore, e Citeriore. Ne la Biarmia Citeriore sono monti sempre coperti di perpetue nevi, ma però non nocevoli, ne li quali non si sente mai il caldo de le State: tra questi monti sono boschi foltissimi, e bandite, e paesi fertilissimi, e abondanti di pascoli, e in altri luoghi, è piena di nuove, e inusitate fiere, e bestie maravigliose. Si come più di sotto, si mostrerà, nel libro, nel quale tratteremo degli animali. Sono in quel paese spessi i fiumi, li quali per le molte pietre, che nel lor fondo si ritruovano, sempre corrono con gran romore, e sono spumanti, e pieni di gorghi. Ne la Biarmia detta Vlteriore, sono alcuni popoli di natura, e novità mostruosa, a li quali chi volesse passare arebbe gran dificultà, per le le strade incerte, e per li molti, e insuperabili pericoli, ne li quali si incorre: e in somma cosa malagevole pur assai a gli uomini a penetrare ne'lor paesi:perchè la maggior parte della strada, che conduce in quelle parti, è sempre ripiena, e occupata di altissime nevi, le quali se pure alcuno volesse trapassare è mestieri, che le passi in un carro tirato da Cervi, li quali in quel paese si avvezzano a sottomettersi al giogo, e ne hanno tanta copia quanta in Italia degli Asini, con li quali poi con incredibil celerità correndo sopra le nevi, con tanta leggierezza le premono, che senza danno, o pericolo alcuno , le più alte sommità de i monti , orridi per estremo freddo, e per ghiaccio durissimo, velocemente trapassano. Sassone, da noi di sopra allegato, fa mentione, che già in quei luoghi, tenne la stanza sua, un certo Memmingo Satiro delle selve, abondante di incredibil e preciosissime ricchezze, e di infinito tesoro. Alquale, con il corso dei Cervi domati, e legati al carro, essendo pervenuto Otero Re di Svetia, fatto ricco, di grandi spoglie, e di infinite ricchezze, felice, e fortunato finalmente di quel paese si partì . Nondimeno, l'vno, e l'altro di questi paesi, contenendo in sè molte valli, e campi, se fussero siminate quelle terre senza dubio alcuno, che darebbero gran frutto: ma la gran copia, e infinita moltitudine di pesci, che in ogni luogo si prendono, e la spessa, e abondante cacciagione, di diverse fiere, cagiona, che in quelle parti non si desidera troppo l'uso del pane: Quando li Biarmesi hanno a' combattere, il più de le volte, in cambio de le armi, usano certe loro arti, e versi, e parole, con le quali fanno, che il Cielo tutto si risolve in pioggia, e fogliano il tranquillo, e chiaro aspetto de l'aere, tutto per turbare, con dannose inondazioni di impetuose acque e tempeste. Sono li Biarmi idolatri, e a guisa, che gli Sciti fanno, vivono ne' li Carri, e sono peritissimi nell'arte di ammaliare, e guastare gli fanciulli. Imperochè essi, o con gli occhi, o con le parole, o con qualche altra forte di malia, legano gli uomini, che tolta loro ogni libertà, escono di mente, e spesso li conducono in una magrezza estrema, tale che a poco, a poco, consumandosi, se ne muoiono. Solino afferma, che quelli si fatti malefici, si ritrovano in Africa: e Plinio scrive, che ne sono in Tribale, li quali se troppo affettuosamente lauderanno vn bello albero, d'vn fertile campo di grano, vn vagho fanciullo, vn leggiadro cavallo, overo le pecore, che siano grasse, e ben curate, subito si muoiono. Ma di questi, e simili malefici, e de li loro incanti, e de gli istrumenti, che usano: più di sotto se ne dirà apieno.
''''De la Finmarchia, e delle sue genti'''' Cap.II
LA FINMARCHIA, è una regione Settentrionale, de la parte di Norvegia, la quale per la sua grandezza, e dignità, fu già degna d'esser detta Reame. Questa Provincia; Se bene è ne la più fredda parte di tutto il mondo, e se bene l'abitazione, e stanza di quel paese è orrida oltremodo; nondimeno ella ha in sè uomini membruti, e robusti, e di grande animo, li quali valorosamente sogliono difendersi da ogni oltraggio de'nimici, si come di sotto si mostrerà, trattando delle guerre de popoli di Finmarchia. L'aere, et il Cielo, di quella regione, si come tutte l'altre vicino a lei, è molto freddo d'ogni tempo, e sempre sereno e chiaro<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Ars et Labor, 1907 vol. II.djvu/320
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude>GRANDE SUCCESSO!!!
VÉDOVA ALLEGRA
(DIE LU5TIQE WITWE)
OPERETTA IN TRE ATTI
DI
VICTOR LÉON e LEO 5TERN
MUSICA DI
Opera Gohfl&ta
PEn PI^NOFO^TE SOLO, IN-8
Netti Fr. 6.—
RAPPRESENTATA PER CIRCA 50 SERE
AL TEATRO DAL VERME DI MILANO
L. DOBLINGER (Bernhard Herzmansky) Vienna
EDITORE - PROPRIETARIO
IN VENUTA PRESSO: G. RICORDI & G.
MILANO — ROMA — NAPOLI — PALERMO<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude>
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Autore:Auguste M. Fechner
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| Nome = Auguste M.
| Cognome = Fechner
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''Proprietà G., RICORDI & C. Editori-Stampatori, MILANO.''
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Allora egli si pose dinanzi al Conte, e col tuono e colla maniera gelata d’uno che reciti una predica imparata a memoria, cominciava: — Quantunque Lupo... Sebbene quel traviato di mio fratello... — Ma il padre afferrandolo per una spalla gli diede una strappata e gli gridò: — Lascia ch’ei vada in nome di Dio. —
Il padrone sgabellato tirò innanzi, e Bernardo rimase lì goffo al suo posto, ritto ritto, lungo lungo, colle braccia distese giù per le coscie, guardandogli dietro colla bocca aperta.<noinclude><references/></noinclude>
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Allora egli si pose dinanzi al Conte, e col tuono e colla maniera gelata d’uno che reciti una predica imparata a memoria, cominciava: — Quantunque Lupo... Sebbene quel traviato di mio fratello... — Ma il padre afferrandolo per una spalla gli diede una strappata e gli gridò: — Lascia ch’ei vada in nome di Dio. —
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Allora egli si pose dinanzi al Conte, e col tuono e colla maniera gelata d’uno che reciti una predica imparata a memoria, cominciava: — Quantunque Lupo... Sebbene quel traviato di mio fratello... — Ma il padre afferrandolo per una spalla gli diede una strappata e gli gridò: — Lascia ch’ei vada in nome di Dio. —
Il padrone sgabellato tirò innanzi, e Bernardo rimase lì goffo al suo posto, ritto ritto, lungo lungo, colle braccia distese giù per le coscie, guardandogli dietro colla bocca aperta.
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<noinclude><pagequality level="1" user="BuzzerLone" /></noinclude>punta con un brivido d’amore a quella devota melodia che il vento mi portava in alto or più or meno distinta, tremolante e soave; ricordatevi di me! Brevi sono i giorni che Iddio mi ha numerati! e quando vi giugnerà la novella che il mio corso è finito, date una lagrima alla memoria della povera Bice, che nata e cresciuta fra voi, sperava di posare il suo capo, stanco dai travagli della vita, nella dolce sua terra, fra le lagrime e il compianto dei suoi cari. —
Il Conte, Ermelinda, stupiti e come soggiogati da quello spirito prepotente che parea parlar sulla bocca della loro figlia, la stavan guardando senza osare d’interromperla; ma quand’ella trascorse colle ultime parole a rilevare il vivo, intimo presentimento della sua prossima fine, non potendo più frenarsi, diedero ambedue in un gran pianto.
La moglie del barcaiuolo, a cui il dire della fanciulla era rivolto, fuor di sè per la maraviglia, per la compassione, per la dolcezza del sentir parlare de’ suoi cari luoghi con quell’accento inspirato di mestizia e d’amore, cercava, singhiozzando anch’essa, di prender la mano della fanciulla; gliela prese finalmente, la trasse a sè con molle violenza, e v’impresse le labbra.
Stettero alcuni momenti in silenzio: Bice sola non piangeva; la sovrabbondanza medesima dell’affetto le faceva intoppo alle lagrime che stavano per prorompere. Alla fine, al cader di quel fisso entusiasmo che l’avea rapita, si sentì tutta intenerire, strinse alla vecchia la mano che tenea la sua, e le disse un’altra volta: — Addio, raccomandatemi al Signore; e intanto che quella usciva, corse in braccio alla madre, nascose la faccia nel seno di lei, e l’inondò di lagrime infocate.
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Il Conte, Ermelinda, stupiti e come soggiogati da quello spirito prepotente che parea parlar sulla bocca della loro figlia, la stavan guardando senza osare d’interromperla; ma quand’ella trascorse colle ultime parole a rilevare il vivo, intimo presentimento della sua prossima fine, non potendo più frenarsi, diedero ambedue in un gran pianto.
La moglie del barcaiuolo, a cui il dire della fanciulla era rivolto, fuor di sè per la maraviglia, per la compassione, per la dolcezza del sentir parlare de’ suoi cari luoghi con quell’accento inspirato di mestizia e d’amore, cercava, singhiozzando anch’essa, di prender la mano della fanciulla; gliela prese finalmente, la trasse a sè con molle violenza, e v’impresse le labbra.
Stettero alcuni momenti in silenzio: Bice sola non piangeva; la sovrabbondanza medesima dell’affetto le faceva intoppo alle lagrime che stavano per prorompere. Alla fine, al cader di quel fisso entusiasmo che l’avea rapita, si sentì tutta intenerire, strinse alla vecchia la mano che tenea la sua, e le disse un’altra volta: — Addio, raccomandatemi al Signore; e intanto che quella usciva, corse in braccio alla madre, nascose la faccia nel seno di lei, e l’inondò di lagrime infocate.
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Il Conte, Ermelinda, stupiti e come soggiogati da quello spirito prepotente che parea parlar sulla bocca della loro figlia, la stavan guardando senza osare d’interromperla; ma quand’ella trascorse colle ultime parole a rilevare il vivo, intimo presentimento della sua prossima fine, non potendo più frenarsi, diedero ambedue in un gran pianto.
La moglie del barcaiuolo, a cui il dire della fanciulla era rivolto, fuor di sè per la maraviglia, per la compassione, per la dolcezza del sentir parlare de’ suoi cari luoghi con quell’accento inspirato di mestizia e d’amore, cercava, singhiozzando anch’essa, di prender la mano della fanciulla; gliela prese finalmente, la trasse a sè con molle violenza, e v’impresse le labbra.
Stettero alcuni momenti in silenzio: Bice sola non piangeva; la sovrabbondanza medesima dell’affetto le faceva intoppo alle lagrime che stavano per prorompere. Alla fine, al cader di quel fisso entusiasmo che l’avea rapita, si sentì tutta intenerire, strinse alla vecchia la mano che tenea la sua, e le disse un’altra volta: — Addio, raccomandatemi al Signore; e intanto che quella usciva, corse in braccio alla madre, nascose la faccia nel seno di lei, e l’inondò di lagrime infocate.
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