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Divina Commedia/Inferno/Canto XII
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Candalua
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=13 maggio 2026|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto dodicesimo|prec=../Canto XI|succ=../Canto XIII}}
''Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d’inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de’ tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.''
<poem>
Era lo loco ov’a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. {{r|3}}
Qual è quella {{§|ruina|ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,}}
o per tremoto o per sostegno manco, {{r|6}}
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: {{r|9}}
cotal di quel burrato era la scesa;
e ’n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa {{r|12}}
che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca. {{r|15}}
Lo savio mio inver’ lui gridò: "Forse
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse? {{r|18}}
Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene". {{r|21}}
Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella, {{r|24}}
vid’io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: "Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale". {{r|27}}
Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco. {{r|30}}
Io gia pensando; e quei disse: "Tu pensi
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi. {{r|33}}
Or vo’ che sappi che l’altra fïata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata. {{r|36}}
Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno, {{r|39}}
da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda {{r|42}}
più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso. {{r|45}}
Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia". {{r|48}}
Oh cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! {{r|51}}
Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ’l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta; {{r|54}}
e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia. {{r|57}}
Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette; {{r|60}}
e l’un gridò da lungi: "A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro". {{r|63}}
Lo mio maestro disse: "La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta". {{r|66}}
Poi mi tentò, e disse: "Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso. {{r|69}}
E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira. {{r|72}}
Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille". {{r|75}}
Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle. {{r|78}}
Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: "Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca? {{r|81}}
Così non soglion far li piè d’i morti".
E ’l mio buon duca, che già li er’al petto,
dove le due nature son consorti, {{r|84}}
rispuose: "Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. {{r|87}}
Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’officio novo:
non è ladron, né io anima fuia. {{r|90}}
Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, {{r|93}}
e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada". {{r|96}}
Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: "Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa". {{r|99}}
Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida. {{r|102}}
Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ’l gran centauro disse: "E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. {{r|105}}
Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni. {{r|108}}
E quella fronte c’ ha ’l pel così nero,
è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero {{r|111}}
fu spento dal figliastro sù nel mondo".
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
"Questi ti sia or primo, e io secondo". {{r|114}}
Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’una gente che ’nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse. {{r|117}}
Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: "Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola". {{r|120}}
Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
e di costoro assai riconobb’io. {{r|123}}
Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo. {{r|126}}
"Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema",
disse ’l centauro, "voglio che tu credi {{r|129}}
che da quest’altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema. {{r|132}}
La divina giustizia di qua punge
quell’Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge {{r|135}}
le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra". {{r|138}}
Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto dodicesimo|w=Inferno_-_Canto_dodicesimo}}
[[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv dvanáctý]]
[[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto XII]]
[[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto XII]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant XII]]
[[pt:A Divina Comédia/Inferno/XII]]
[[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь XII/ДО]]
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Discussione:Poesie sparse
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~2026-29083-46
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/* La poesia unisce i popoli */ nuova sezione
3835202
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text/x-wiki
{{Infotesto
| Progetto= letteratura
| Edizione = Gozzano: Tutte le poesie,<br/>A cura di Giacinto Spagnoletti<br/>Grandi Tascabili Economici Newton, n. 202.<br/>Newton Compton Editori, 1993
| Fonte = Sito internet [http://www.liberliber.it/mediateca/libri/g/gozzano/tutte_le_poesie/html/testo.htm LiberLiber]
| Eventuale nome del traduttore =
| Nome del primo contributore =[[Utente:Walter83|Walter83]], [[Utente:iPork|iPork]], [[Utente:Qualc1|Qualc1]]
| Note =
| Nome del rilettore =
}}
== manca una parola ==
Nel secondo verso della seconda strofa manca un « avete ». Il testo corretto è: « Un po’ di posto avete per me e per Giuseppe? » E infatti, in ogni strofa, il secondo verso è un verso di 14 sillabe, diviso in due settenari. In quel settenario mancano appunto le tre sillabe di « avete ». L’assenza di « avete » si ritrova in tutti i siti Internet. Risultato di ripetuti copia-incolla, ma sempre errore. Correggere, grazie. [[Speciale:Contributi/79.41.213.9|79.41.213.9]] 15:52, 1 gen 2023 (CET)
:Ehm, in effetti la proposta ha un suo senso. Peraltro una ricerca su Google sembra attestare una enorme diffusione del testo con l'endecasillabo al posto del martelliano ([https://www.google.com/search?q=%22Un+po%27+di+posto+per+me+e+per+Giuseppe%3F%22 981 risultati] contro i [https://www.google.com/search?q=%22Un+po%27+di+posto+avete+per+me+e+per+Giuseppe%3F%22 sette della versione con "avete"]) ma riconosco che questo non è un argomento valido, tale preminenza documenta solo il successo online di LiberLiber — e forse anche il nostro — nel tramandare un verso '''comunque errato'''. Correggo aggiungendo "avete", ma lamento la mancanza di una fonte affidabile a cui appoggiare tale correzione. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 17:28, 1 gen 2023 (CET)
::Ho avuto modo di riscontrare la poesia sul volume dei ''Meridiani'', testo critico a cura di Andrea Rocca, Milano Mondadori 1980, pp. 356-358. L'integrazione di "avete" è corretta. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 17:48, 1 gen 2023 (CET)
== La poesia unisce i popoli ==
"Piccolino morta mamma"è una poesia meravigiosa che io (anno 1941) ho imparato a memoria nelle elementari. La ricordo, malgrado la lunghezza delle strofe, ancora perfettamente e la recito con riverenza all'autore. Mi occupo di poesia qui all'estero dove vivo (Austria) e scrivo anche in lingua straniera, ma naturalmente, la poesia in lingua italiana, specialmente quella rimata, é la mia passione. La rima é musica per me.
La poesia va al cuore, e sarebbe bello se si tornasse nelle scuole allo studio delle poesie con più intensità. Se la poesia commuove vuol dire che i sentimenti esistono ancora.
La poesia supera i confini e unisce i popoli. Chi scrive non ha pregiudizi e convive in armonia ovunque.
Rita Falsone Santoro
rita.falsone@aon.at [[Speciale:Contributi/~2026-29083-46|~2026-29083-46]] ([[Discussioni utente:~2026-29083-46|discussione]]) 13:00, 14 mag 2026 (CEST)
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~2026-29083-46
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/* La poesia unisce i popoli */ Risposta
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{{Infotesto
| Progetto= letteratura
| Edizione = Gozzano: Tutte le poesie,<br/>A cura di Giacinto Spagnoletti<br/>Grandi Tascabili Economici Newton, n. 202.<br/>Newton Compton Editori, 1993
| Fonte = Sito internet [http://www.liberliber.it/mediateca/libri/g/gozzano/tutte_le_poesie/html/testo.htm LiberLiber]
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== manca una parola ==
Nel secondo verso della seconda strofa manca un « avete ». Il testo corretto è: « Un po’ di posto avete per me e per Giuseppe? » E infatti, in ogni strofa, il secondo verso è un verso di 14 sillabe, diviso in due settenari. In quel settenario mancano appunto le tre sillabe di « avete ». L’assenza di « avete » si ritrova in tutti i siti Internet. Risultato di ripetuti copia-incolla, ma sempre errore. Correggere, grazie. [[Speciale:Contributi/79.41.213.9|79.41.213.9]] 15:52, 1 gen 2023 (CET)
:Ehm, in effetti la proposta ha un suo senso. Peraltro una ricerca su Google sembra attestare una enorme diffusione del testo con l'endecasillabo al posto del martelliano ([https://www.google.com/search?q=%22Un+po%27+di+posto+per+me+e+per+Giuseppe%3F%22 981 risultati] contro i [https://www.google.com/search?q=%22Un+po%27+di+posto+avete+per+me+e+per+Giuseppe%3F%22 sette della versione con "avete"]) ma riconosco che questo non è un argomento valido, tale preminenza documenta solo il successo online di LiberLiber — e forse anche il nostro — nel tramandare un verso '''comunque errato'''. Correggo aggiungendo "avete", ma lamento la mancanza di una fonte affidabile a cui appoggiare tale correzione. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 17:28, 1 gen 2023 (CET)
::Ho avuto modo di riscontrare la poesia sul volume dei ''Meridiani'', testo critico a cura di Andrea Rocca, Milano Mondadori 1980, pp. 356-358. L'integrazione di "avete" è corretta. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 17:48, 1 gen 2023 (CET)
== La poesia unisce i popoli ==
"Piccolino morta mamma"è una poesia meravigiosa che io (anno 1941) ho imparato a memoria nelle elementari. La ricordo, malgrado la lunghezza delle strofe, ancora perfettamente e la recito con riverenza all'autore. Mi occupo di poesia qui all'estero dove vivo (Austria) e scrivo anche in lingua straniera, ma naturalmente, la poesia in lingua italiana, specialmente quella rimata, é la mia passione. La rima é musica per me.
La poesia va al cuore, e sarebbe bello se si tornasse nelle scuole allo studio delle poesie con più intensità. Se la poesia commuove vuol dire che i sentimenti esistono ancora.
La poesia supera i confini e unisce i popoli. Chi scrive non ha pregiudizi e convive in armonia ovunque.
Rita Falsone Santoro
rita.falsone@aon.at [[Speciale:Contributi/~2026-29083-46|~2026-29083-46]] ([[Discussioni utente:~2026-29083-46|discussione]]) 13:00, 14 mag 2026 (CEST)
:Non sono una esperta di computer e difficilmente m'impegno su cose di cui non ho assoluta conoscenza, anzi ho persino tralasciato di inserirmi su face-book proprio perchè contattare altre persone non sempre mi é possibile. Ho costituito un mio piccolo gruppo letterario e scrivo solo per diletto. [[Speciale:Contributi/~2026-29083-46|~2026-29083-46]] ([[Discussioni utente:~2026-29083-46|discussione]]) 13:09, 14 mag 2026 (CEST)
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Discussioni utente:Candalua
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Alex brollo
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/* Piccolo inconveniente del nuovo autoNs0 */ nuova sezione
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<div class="plainlinks" style="float:left; border: 1px solid #999;padding: .2em .3em .25em;margin: .3em .3em .3em 1em;">'''Archivio'''
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<div style="width:70%; margin: 0 auto; text-align: center; border: 2px solid #FFD595; padding: 5px; background-color: #FFF0D9;">
[[File:Nordkirchen-090806-9419-Capellerallee-Atlas.jpg|200px|center]]'''{{PAGENAME}}''' (non visibile nella foto in quanto sta reggendo sulle sue spalle Atlante che a sua volta regge il Mondo) <br/> è in '''''[[w:Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikipause|wikisinghiozzo permanente]]''''' per cause dipendenti da '''lavoro, donne & altri vizi vari.''' <br/>Chiedete pure, ma sappiate che potrei sparire da un momento all'altro...
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{{TOCright}}
== Fogna! ==
Caro Candalua,
come disse Jovanotti, ''Fogna! Non fmettere mai di fognare!''... e io fogno, o meglio, '''ſ'''ogno. Per diletto ho preso in considerazione un testo settecentesco con le esse lunghe, e mi sono messo di buzzo buono a cliccare con il [[Mediawiki:Gadget-fs.js|gadget f => s]] sulla casella con i due bottoni. Niente di sbagliato, ma mi chiedevo se per vecchi ''boomer-user'' come me fosse possibile usare la tastiera invece del mouse/trackpad: in pratica è possibile fare in modo che, attivato il gadget, oltre che cliccando sui bottoni, sia possibile effettuare la scelta tra effe ed esse cliccando sulla lettera corrispondente della tastiera? in tal modo potrei mantenere gli occhi sullo schermo invece di spostarli continuamente tra casella con bottoni e testo. Lo so, sono un triceratopo, ma lasciami fognare! Che ne pensi? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 14:26, 3 gen 2025 (CET)
:Cariffimo [[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliufMagifter]]! Fui tafti è fempre... ehm, sui tasti è sempre un po' difficile, ma ci poffo provare. Però dovrai aspettare un po', magari intanto dèdicati a qualcos'altro e poi ti farò fapere! [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:30, 3 gen 2025 (CET)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]]: il fogno diventa una folida realtà! Ora puoi usare i tasti f-s e ''fpaffartela'' con i ''tefti fettecentefchi!'' [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:47, 20 gen 2025 (CET)
:::''Maggico Candalua!'' fantaftico! '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 20:34, 20 gen 2025 (CET)
== Tks... ==
Mi sa che bisogna darci un occhio... -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 19:24, 12 gen 2025 (CET)
:@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: eh sì. Se vuoi dedicarti un po' anche a questo, ti segnalo un paio di gadget utili che forse non hai ancora visto:
:* Contributi aggregati: una volta attivato, lo trovi nel menu di destra quando sei sulla pagina di un utente o nei suoi contributi. Ti mostra un riassunto degli indici su cui ha lavorato, dal più recente, col conteggio delle modifiche.
:* Cerca errori ortografici: questo lo trovi sugli indici (a volte ci mette un po' a caricare) e cerca possibili errori in base a dei pattern. Ovviamente non li trova tutti, e spesso trova dei falsi positivi, ma è molto utile per trovare gli errori più comuni senza guardare le pagine ad una ad una. Io raccomando di usarlo almeno dopo ogni trascrizione o rilettura completata, per fare un check generale.
:[[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 03:20, 13 gen 2025 (CET)
::Provato Contributi aggregati... è il conto degli edit fatti nelle pagine relative a un indice? sulla tua PU non finisce più di caricare roba... :D Bello, ma è un altro componente che con dark non va :-( -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 13:06, 13 gen 2025 (CET)
:::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: eheh, penso sia dura trovare un indice su cui non ho messo le mani... Per tutti questi gadget io ho fatto un css comune con alcuni stili per finestre, bottoni ecc. (altri temo che siano ancora nel common), che trovi all'inizio della pagina di "gadget definition"... Forse si riesce a farne una versione dark, in modo da sistemare tutto in un colpo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 13:11, 13 gen 2025 (CET)
::::Allora forse avevo già fixato la cosa in locale mettendo a punto non ricordo più quale altro gadget che Alex mi aveva segnalato... il cerca&sostituisci, mi pare. -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 16:56, 13 gen 2025 (CET)
== "Pasticcio" pt. 2 ==
Ciao, ho appena fatto un edit che mi ha dato lo stesso problema che ho spiegato nella mia pagina di discussioni. Questa volta [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Autore:Gino_Fano&diff=prev&oldid=3457687 qui]. Sinceramente non mi è chiaro il motivo per cui succeda sta cosa, dato che quella roba cancellata non mi compare nell'editor. In più anche l'anteprima sembra corretta, non si nota nulla di strano fino a quando non salvo la pagina. Annullare l'edit non funziona, ci ho provato ma la pagina diventa vuota (letteralmente), quindi non ho neanche salvato. Potresti sistemare e spiegarmi la causa di questi problemi, così evito che succeda di nuovo? Francamente non mi era mai capitato. Grazie e scusa per il disturbo. [[User:Emyn Muil|Emyn Muil]] ([[User talk:Emyn Muil|disc.]]) 17:29, 13 gen 2025 (CET)
:@[[Utente:Emyn Muil|Emyn Muil]]: ciao, questi errori accadono ogni tanto ma non ho mai capito bene la causa, ne stiamo parlando anche adesso al bar. In questi casi, prova comunque a fare un edit "a vuoto" (cioè vai in modifica e salvi senza aver modificato nulla), questo dovrebbe ripristinare l'area dati. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:49, 20 gen 2025 (CET)
== Disambigue: problemi in vista ==
Caro Candalua,
il titolo è un po' enfatico perché non so se si tratti di un vero problema o meno. Ti espongo il caso, tu sicuramente capirai quale ingranaggio sotto la scocca dello script sia da regolare.
* Mi sto apprestando a spostare [[Poesie (Mamiani)/Inni Sacri]] a [[Inni sacri (Mamiani)]], si prospetta dunque la disambiguazione di [[Inni sacri]] tra quelli di Manzoni e questi di Mamiani.
* vado su [[Inni sacri]], attualmente sede degli inni di Manzoni, e trovo già una nota disambigua relativa a [[Il nome di Maria]]... ma questa nota disambigua non dovrebbe trovarsi solo tra [[Inni sacri/Il Nome di Maria]] e [[Nova polemica/Il nome di Maria]]? Il problema è già stato segnalato da qualche altra parte, ma non ricordo dove né quale sia l'origine di questo bugghetto. Secondo te è grave?
'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 19:41, 22 gen 2025 (CET)
:@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]]: lo so... il problema è che nelle disambigua spesso ci sono dei link in più rispetto ai testi da disambiguare. Devo capire come fare a scartarli. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 21:17, 22 gen 2025 (CET)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]]: credo di aver sistemato, adesso il gadget guarda anche se il link proviene da un template Testo, in modo da scartare altri link eventualmente presenti nella disambigua ma non pertinenti. Ovviamente bisogna usare Testo solo per i testi da disambiguare. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:02, 24 gen 2025 (CET)
:::Fantastico: sei un razzo del debug! Direi che la tua idea è la soluzione migliore. Purtroppo per un breve periodo ho usato dei "doppi template testo", ma ricordo che i casi problematici sono molto pochi. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 19:05, 24 gen 2025 (CET)
== Decesso di PersonalButtons.js ==
Da stamattina la mia "bottoniera", che contiene i bottoni definiti in [[Utente:Alex brollo/PersonalButtons.js]], non dà segni di vita. La console si lamenta dell'errore ''document.ready non è una funzione'' e incrimina startup.js. Hai idea di cosa potrebbe essere successo? Disgraziatamente sono consapevole che i miei script personali sono poco robusti, ma senza di loro sono morto... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:05, 27 feb 2025 (CET)
:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: io stamattina ho messo un po' in ordine il [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=MediaWiki%3AGadgets-definition&diff=3481359&oldid=3464390 Gadgets-definition], ma non credo che c'entri qualcosa. La tua bottoniera si appoggia a qualche altro script? Cos'è startup.js? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 13:32, 27 feb 2025 (CET)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Non ne ho idea, la console emette questo lamento ... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:21, 27 feb 2025 (CET)
:::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Comunque_ ho trovato deselezionato il gadget "Raccolta dei giocattoli", riattivandolo il problema è scomparso (e pure l'errore). Grazie comunque per l'attenzione. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:32, 27 feb 2025 (CET)
::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: uhm, strano: io ho spostato alcuni gadget, ma la raccolta dei giocattoli non l'ho toccata. Strano che si sia disabilitato per conto suo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:57, 27 feb 2025 (CET)
== Privilegio ==
Per favore, mi ridai i privilegi di admin dell'interfaccia, che mi sono scaduti? Ne farò un uso omeopatico.... :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:49, 20 mar 2025 (CET)
:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: rinnovati per un anno, così non hai più scuse per non toccare i gadget :D [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 07:54, 20 mar 2025 (CET)
== Request to delete [[MediaWiki:Cite_reference_link]] ==
Hello @[[Utente:Candalua|Candalua]] and sorry for posting in English.
[[meta:WMDE_Technical_Wishes|My team]] is currently working on some improvements regarding references and footnotes and we realized, that you added a custom version of [[MediaWiki:Cite_reference_link]] to this wiki once.
We recently [https://gerrit.wikimedia.org/r/c/mediawiki/extensions/Cite/+/1056448 updated] that message in the code. Due to the override on your project these updates are not be applied here. Since the [[MediaWiki:Cite_reference_link|custom version]] does not add any special formatting that seems to be needed here it would be best to delete that page.
Thank you and feel free to reach out if you have questions or need help.
[[User:Christoph Jauera (WMDE)|Christoph Jauera (WMDE)]] ([[User talk:Christoph Jauera (WMDE)|disc.]]) 12:20, 20 mar 2025 (CET)
:@[[Utente:Christoph Jauera (WMDE)|Christoph Jauera (WMDE)]]: ok, done. We'll keep hiding the brackets using font-size: 0 as suggested on gerrit. Thank you. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:16, 20 mar 2025 (CET)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Thanks again, I just realized that you also created <code>MediaWiki:Cite_reference_link</code> on [https://vec.wikisource.org/wiki/MediaWiki:Cite_reference_link vec.wikisource.org] it would be really helpful if you could delete that version there as well. At also seems to have no relevant custom changes :-). Best [[User:Christoph Jauera (WMDE)|Christoph Jauera (WMDE)]] ([[User talk:Christoph Jauera (WMDE)|disc.]]) 17:32, 20 mar 2025 (CET)
:::@[[Utente:Christoph Jauera (WMDE)|Christoph Jauera (WMDE)]]: done that too, thank you. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:46, 20 mar 2025 (CET)
== autoNs0 ==
Ciao, sembra ci sia un problema col tool: adesso inserisce il tag pages anche quando si entra in modifica, creando un duplicato [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 09:26, 5 apr 2025 (CEST)
:Aggiungo: il problema [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=L%27ug%C3%B9ri_de_sto_monno&curid=308599&diff=3499830&oldid=3453620 non si presentava ieri alle 14:10] ma [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Lum%C3%ACe_di_Sicilia_(Novella,_1926)&curid=949669&diff=3499972&oldid=3476273 capitava alle 18:59]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 09:29, 5 apr 2025 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: grazie; dovrei aver sistemato. Come avrai visto sto cercando di fare ordine nei gadget per riuscire a velocizzare il caricamento, e sono incorso in una svista. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:07, 5 apr 2025 (CEST)
== Correttore ortografico ==
Proseguendo da [[Discussioni_indice:Yambo,_Luna_paese_incomodo.djvu#Rilettura|qua]], (visto che là è OT), si ho presente le convenzioni sugli accenti, è una vera rottura di palle che in quel testo si usi '''í''' anzichè '''ì''' che c'è sulla tastiera... :-D Anche se forse visto che vedo una incomprensibile sezione memoregex che riguarda la ì, sarebbe più veloce per l'umano mettere delle ì e poi lasciare che sia qualche magia a correggerle... ok, vado a vedere che dice MediaWiki:Gadget-ErroriOrtografici.js per farmi una cultura ;-) ciao -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 10:08, 7 apr 2025 (CEST)
:@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: quella del memoregex è un'altra idea geniale del buon @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: con il gadget [[Aiuto:Strumenti per la rilettura|Strumenti per la rilettura]], hai un comando "Trova e sostituisci" (nel menu di sinistra) con cui puoi sostituire caratteri in una pagina e dirgli "Ricorda questa sostituzione". Nelle pagine successive la potrai applicare (insieme a tutte le altre sostituzioni già salvate da te o da altri) con il comando PostOCR o più rapidamente Alt+7. Attivando anche la [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli|bottoniera]] ti trovi in basso anche dei bottoni "salva regex", "carica regex", "esegui regex", che vengono comodi (specialmente il salva, con cui le regex vengono scritte in quella sezione che hai visto, così sei sicuro di non perderle — altrimenti mi pare che rimangano solo sul browser).
:P.S. questa è probabilmente una cosa che prima o poi dovremmo mettere su un gadget per conto suo, in modo che ci siano tutti i comandi in un box solo, più intuitivo per l'utente (lo dico più che altro per Alex, ma ne riparleremo nel bar tecnico). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:53, 8 apr 2025 (CEST)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Sì, l'idea di incorporare il "carica regex" e il "salva regex" nel Trova e sostituisci mi piace molto. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:04, 8 apr 2025 (CEST)
:::Rispondendo a [[Discussioni_utente:Damadicarta#c-Candalua-20250408073300-Damadicarta-20250407090100|questo]] ("strumento utile, già che ci sono, è il "Controlla interruzioni di pagina", dal menu Strumenti:")... nel menù strumenti non ho quella voce... :(. E ne approfitto per segnalare quella che penso sia un'altra problematica per gli utenti che si approcciano a WS: l'interfaccia è molto dispersiva, con comandi a destra, a sinistra, nel sottomenu, in basso, in alto... La UX è un inferno :-D<br>
:::Per es, non me ne voglia @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], ma perchè carica-salva-esegui regex sta in una barra in basso, mentre trova&sostituisci nel menù a sx (o nel menu panino se si nasconde il menu?). E' lo stesso script, o cmq lo stesso tipo di attività, no?<br>
:::Altro es. (per par condicio :-p ) perchè "Cerca errori ortografici" e "Controlla interruzioni di pagina" invece stanno nel menù strumenti a dx? Troppe cose sparpagliate ovunque.🤯
:::IMHO ci vorrebbe una razionalizzazione "per attività". :-) --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 14:31, 8 apr 2025 (CEST)
:::Fra l'altro Vector22, con i suoi spazi esagerati di default e il suo bianco-ovunque-e-senza-bordi peggiora pure la percezione di non capire dove si è e cosa si fa. Lo noto ora perchè "a casa mia" ho stretto tutti gli spazi inutili e messo bei bordini azzurri per delimitare certe cose, ma per l'utente "di default" sembra di navigare in un oceano di comandi sparsi dappertutto... Lo trovo molto "faticoso". --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 14:35, 8 apr 2025 (CEST)
::::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: eh, infatti sarebbe il punto a cui vorrei arrivare anch'io. Gli "Strumenti per la rilettura" e la "bottoniera" in basso sono tra i gadget più vecchi, e risalgono ad un'epoca in cui era più facile "attaccare roba" al di fuori dei menu standard, e in cui veniva più naturale riunire tante funzioni diverse. L'interfaccia era più basica e la trascrizione più laboriosa, per cui ci siamo scatenati ad inventare gadget che ci potessero aiutare (anche in maniera un po' disordinata, provando e riprovando). Adesso il paradigma è cambiato, perché è possibile caricare i singoli gadget selettivamente in base all'azione (view o edit) e al namespace, quindi è più conveniente avere gadget che fanno una cosa sola e che si caricano solo quando serve quella singola cosa. Quindi vorrei pian piano isolare le funzioni più utili, come il memoregex, e portarle verso questa direzione, anche per riuscire poi a metterci le mani più facilmente, senza timore di rompere altre cose.
::::Per il "Controlla interruzioni di pagina", il gadget è ErroriComuni che dovresti avere attivato; il comando si attiva solo in ns0 e solo in visualizzazione. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:21, 8 apr 2025 (CEST)
:::::Mah, ho appena finito di correggere i trattini e avere il tasto "esegui memoregex" subito in basso a portata di click senza passare da menù e voci varie è stato molto comodo. Per cui anche l'idea di concentrare tutti i comandi di correzione/verifica nella bottoniera non è male... Forse potrebbe essere una specie di menù con voci che si aprono verso l'alto? boh.
:::::Controlla interruzioni di pagina continuo a non vederlo anche se ErroriComuni è on. :-( [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 15:37, 8 apr 2025 (CEST)
::::::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]] Ti suggerirei di fare un viaggio esplorativo in Distributed proofreaders, il "laboratorio tipografico specializzato" del progetto Gutenberg. La filosofia di trascrizione è completamente diversa da quella di wikisource, ma la differenza fondamentale, secondo me, è che fa una sola cosa, mentre la nostra interfaccia è un adattamento di quanto serve a una miriade di progetti diversi, dominati da wikipedia. Mi pare di ricordare che nei pasticci che ho fatto, anni fa, ci sia qualche traccia di quell'interfaccia.
::::::Sarebbe poi interessantissimo esplorare per bene la wikisource tedesca, he ha avuto una evoluzione profondamente divergente, fino ad allontanarsi dall'interfaccia proofread. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 18:38, 8 apr 2025 (CEST)
:::::::<small>@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], Distributed proofreaders sarebbe [https://www.pgdp.net/c/]? Look molto anni '90 :D
:::::::de.ws in effetti non capisco come operi: l'interfaccia "a fronte" mi sembra concettualmente meglio. Il problema che sento io, come dicevo, è la dispersione "logica" degli strumenti e la difficoltà ad adattare l'interfaccia alle esigenze di lettura. Beninteso, non è una critica al vs lavoro, solo una suggestione. :-) Purtroppo non ho le competenze per fare qualcosa di concreto su questi aspetti. --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:27, 8 apr 2025 (CEST)</small>
::::::::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]] Il tuo link punta alla home page: sei andato fino all'interfaccia di editing? Penso che ci si debba registrare e travestire da volontario :-)
::::::::Io l'ho fatto, ho lavorato su un bel po' di pagine, anche se come utente con minimi privilegi (c'è molto rigore nel sito, gli utenti novizi possono fare solo cose elementari, sotto severo tutoraggio, su testi già selezionati e caricati dagli admin, per passare di livello occorre superare veri esami online... è un mondo del tutto diverso da mediawiki), ed è stata un'esperienza molto interessante e suggestiva.
::::::::Ma stiamo devastando la talk page di Candalua; mi scuso e ti propongo, se ti interessa, di parlarne altrove. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:46, 9 apr 2025 (CEST)
== Gadget Riassunto ultime modifiche ==
Ciao. Le righe tr.odd dovrebbero avere background-color: var(--background-color-backdrop-light) e non #efefef, altrimenti in dark restano bianco sporco. ;-) --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:35, 12 apr 2025 (CEST)
:Rammento [[mw:Recommendations for night mode compatibility on Wikimedia wikis]], praticamente la bibbia per questo tipo di operazioni. -- [[User:ZandDev|ZandDev]] ([[User talk:ZandDev|disc.]]) 14:42, 20 apr 2025 (CEST)
::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: {{Fatto}}
::@[[Utente:ZandDev|ZandDev]]: TrameOscure aveva iniziato a lavorare sul night mode, ma poi visti i suoi trascorsi wikipediani qualcuno non si fidava e abbiamo lasciato perdere. Ma se tu ci sai fare, non ti andrebbe di proporti per un flag temporaneo di ''interface administrator''? Io sto già facendo un lavorone di ottimizzazione dei gadget, oltre al consueto "lavoro sporco", e non riesco a stare dietro a tutto. Ovviamente ti farei comunque da "garante" di fronte alla comunità. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:21, 22 apr 2025 (CEST)
:::👍 Cmq sono sempre a disp. se a ''qualcuno'' sono passate -come spero- le ''psicosi-poco-[https://foundation.wikimedia.org/wiki/Policy:Universal_Code_of_Conduct/it UCoC-compliant]''. :-p -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:55, 22 apr 2025 (CEST)
== Richiesta di rivalutazione opera ora con ISBN ==
Gentile Candalua,
ti scrivo in merito alla precedente cancellazione della pagina ''[[Whelmity. Manifesto del pensiero strutturato]]'', da te motivata con la mancanza di una fonte editoriale verificabile.
Ti segnalo che l’opera è ora regolarmente '''pubblicata su Amazon KDP''' in formato cartaceo ('''ISBN: 979-8282754032''') e disponibile anche in formato eBook ('''ASIN: B0F7M6MQ51''').
È inoltre '''archiviata su Internet Archive con metadati completi''':
🔹 https://archive.org/details/whelmity-manifesto-del-pensiero-strutturato
🔹 [[openlibrary:works/OL43287365W|Open Library]]
L’opera è rilasciata con licenza '''Creative Commons BY-SA 4.0''', quindi compatibile con le linee guida di Wikisource.
Chiedo cortesemente se è possibile '''valutare la ripubblicazione''' o fornirmi ulteriori indicazioni per procedere correttamente.
Grazie per l’attenzione e il tempo dedicato,
<nowiki>--~~~~</nowiki> [[User:Marino car|Marino car]] ([[User talk:Marino car|disc.]]) 22:53, 8 mag 2025 (CEST)
== autoPt ==
Ciao, ho visto che hai tolto il comando dalla barra a sinistra. Mi pare di capire che lo hai fatto perchè la funzione non è necessaria: la parola viene riunita da sola. Ma ogni tanto non succede vedi [[Pagina:Storia della venerabile arciconfraternita della Misericordia 1871.djvu/11 |qui]. In questo caso cosa devo fare? ho letto che qualcuno si è messo il tasto da qualche parte, come di fa? Ciao e grazie Susanna [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 16:27, 11 mag 2025 (CEST)
:@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: c'è il bottone Pt nella barra in alto (che sarebbe il posto "ufficiale" dove mettere i nostri strumenti). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:11, 11 mag 2025 (CEST)
::Grazie, ora l'ho visto. Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 19:51, 11 mag 2025 (CEST)
== Filo d'Arianna per pag. di aiuto e ns:ws ==
Detto anche breadcrumb. Ho notato che [[:Template:Intestazione indice linee guida]] e [[:Template:Intestazione indice aiuto]] generano una inutile e brutta duplicazione del nome della pagina (vedi [[Aiuto:Guida del lettore|qua]] per es.). Non ne capisco lo scopo e visto che i due template hanno dei parametri non vorrei fare casino. Ma per es fr.ws mi sembra sia più pulito e comprensibile ([https://fr.wikisource.org/wiki/Aide:Cr%C3%A9er_un_fichier_DjVu es.]). Si può togliere questo "doppio/triplo titolo" o ha qualche scopo che non comprendo? -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 11:45, 12 mag 2025 (CEST)
:@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: anticamente c'erano degli stili che poi si erano persi in qualche pulizia. Ora li ho rimessi (con templatestyles). C'è da dire però che la cosa aveva maggiore senso quando si poteva nascondere il titolo "normale" delle pagine usando {{tl|Nascondi titolo}}: ora sembra molto più una ripetizione. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:09, 12 mag 2025 (CEST)
::Infatti anche quel template non lo capivo.. :D
::Però a sto punto leverei il box di ripetizione, anche perchè non funziona con la mod. scura... [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:45, 12 mag 2025 (CEST)
:::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: sì, quasi quasi... si potrebbe tenere solo le briciole di pane. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:51, 12 mag 2025 (CEST)
::::Esatto... Poi come hanno fatto i francesi mi sembra molto carino, con la casetta (o volendo col salvagente). -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:56, 12 mag 2025 (CEST)
== Linee punteggiate ==
Ciao. Di situazioni come [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Yambo_-_Manoscritto_trovato_in_una_bottiglia,_Roma,_Scotti,_1905.pdf/78&diff=next&oldid=3523999 questa] ce ne sono in millemila miliardi di pagine in 'sto libro.
Mezza riga di punti e mezza riga di testo... in proporzioni variabili. Non sapendo come ottenere l'effetto ho messo punto-spazio-punto-spazio-punto-testo o testo-punto-spazio-punto-spazio-punto a seconda dei casi senza cercare l'esatta resa grafica. Non ci sono mai spazi dopo il terzo punto perchè quella combinazione con spazio finale l'ho usata come regex per il template rigapunteggiata/16 --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 19:14, 16 mag 2025 (CEST)
== Ariosto ==
Ciao. Sono finalmente arrivato a creare le pagine Opera delle liriche dubbie. [[Opera:Madonna, qual certezza|Questa]] è la prima (corrispondente a [[:d:Q134486391|questo elemento Wikidata]]): quando hai tempo, ci sarebbe da modificare il template {{tl|Opera}} per mostrare il possibile autore anche qui da noi.-- [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 12:10, 17 mag 2025 (CEST)
:@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: ok, ho aggiunto la gestione del "possibile autore" (da testare cosa succede se sono più di uno). Ho creato [[:Categoria:Opere con possibili attribuzioni]] per radunare questi casi. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:04, 19 mag 2025 (CEST)
::Grazie mille, ti faccio sapere se trovo comportamenti inaspettati o ''bug''--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:08, 19 mag 2025 (CEST)
== Due domande "laterali" ==
Abbi pazienza se ti pongo due domande che con wikisource hanno poco a che fare (ma poi... chissà...).
Dopo decenni mi è tornata la voglia di preparare pagine web.
Ho scelto come editor Bluegriffon. OK? Altro?
E se oltre a creare pagine web locali, volessi metterle in rete, hai qualche suggerimento? Non mi serve un dominio "mio". [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:54, 22 mag 2025 (CEST)
== Info ==
Ho "perso un pezzo" nella discussione sulle Ville, si può far sparire il dato? Grazie :-) -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 11:47, 9 giu 2025 (CEST)
:@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: intendi il tuo IP, vero? ho provveduto a mascherarlo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 11:53, 9 giu 2025 (CEST)
== Modifica gadget ==
Fatta una piccola modifica a [[Mediawiki:Gadget-common.js]], funzione newAutoRi, in modo che funzioni anche se il parametro pagina contiene un tl rl (visualizzazione come numero romano). Visto che sono estremamente arrugginito e che ti stai occupando di risistemare gli script ti avviserò ad ogni mia cauta modifica. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:30, 16 giu 2025 (CEST)
== Pg aggiunto in modo strano ==
[https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Come_si_possa_diventare_artisti_cinematografici_1914-PaoloAzzurri.pdf/30&diff=next&oldid=3542341 Questo] mi si è aggiunto facendo Alt+7, immagino che venga da una MemoRegex di chissà quale altro indice! Grazie [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 14:10, 3 lug 2025 (CEST)
:@[[Utente:Cruccone|Cruccone]]: purtroppo è un bug noto. Succede a volte quando si cambia indice, probabilmente perché non trova un memoregex sull'indice nuovo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:41, 3 lug 2025 (CEST)
== OCR Google ==
Ciao, mi dicono che hai tolto il pulsante tra i gadgets. A me è molto utile spesso, es. di [[Pagina:Matilde Serao Evviva la vita 1919.pdf/76| questa pagina]] non vedo il testo se non uso il tasto OCRGoogle. Come faccio ad attivarlo per me? Ciao e grazie Susanna [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 19:00, 27 lug 2025 (CEST)
:@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: ciao, l'ho disattivato perché è da qualche anno che è stato sostituito da uno strumento "ufficiale", che è il bottone "Trascrivi testo": puoi usare quello d'ora in poi. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 20:13, 27 lug 2025 (CEST)
::Grazie. Come faccio ad attivarlo? devo inserire una istruzione nel mio common.js? me la puoi indicare? Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 15:15, 28 lug 2025 (CEST)
:::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: non è un gadget, è un componente standard, quindi dovresti già vederlo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:38, 28 lug 2025 (CEST)
::::Non lo vedo; potresti guardare il mio common.js per capire se lì ho fatto pasticci? [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 17:24, 28 lug 2025 (CEST)
:::::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: ho visto che avevi tentato di riaggiungerti il bottone OCRGoogle, ma in quel modo non poteva funzionare, ora forse sì. Comunque, riusciresti a caricare uno screenshot dove si veda l'intera pagina quando vai in modifica? Va bene su Commons, o qualunque altra piattaforma dove ti sia comodo. Vorrei davvero capire come ti appare il sito, perché senz'altro c'è qualcosa di strano. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 18:10, 28 lug 2025 (CEST)
::::::ecco una [https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pagina_Serao.png pagina normale] e [https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pagina_Serao_con_eis.png una con eis] del testo Serao che per problemi strano non mi visualizza la pagina. Per questo qui mi serviva assolutamente la funzione ORCGoogle. Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 18:35, 28 lug 2025 (CEST)
:::::::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: non sono riuscito a replicare del tutto la tua situazione, comunque vedo che stai ancora usando il tema "Vector legacy"... io ti consiglierei, per cominciare, di passare a quello nuovo, andando su Preferenze -> Aspetto e scegliendo "Vector (2022)". Poi può essere che tu abbia attivato qualche gadget "strano" che magari nasconde o copre il bottone trascrivi... [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:11, 28 lug 2025 (CEST)
== Problemi OCR Google ==
Con la mia utenza l'accoppiata pulsante OCR Google - eis funziona, ma non funziona per @Giaccai nè per la mia utenza secondaria. Da cosa può dipendere? Puoi aiutarci? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:16, 1 ago 2025 (CEST)
:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: la tua utenza non so, ma hai visto lo screenshot dell'ambiente di @[[Utente:Giaccai|Giaccai]] che ha postato qui sopra? È come fare un tuffo nel passato... ha ancora la vecchia Vector e altri gadget strani che non usa più nessuno, tipo "Blocca la sidebar" e "Resize.menu"... e le mancano alcune cose indispensabili, tipo Section (e infatti non sa mai come gestire i capitoli che iniziano a metà pagina...). Io ho cercato di replicare la situazione sulla mia utenza, ma non ci sono nemmeno riuscito del tutto. Bisognerebbe fare un "riallineamento" con la situazione generale degli altri utenti, sennò ci sono troppe cose che potrebbero influire, e facciamo anche fatica a capirci. Avrei bisogno di vedere l'elenco completo dei gadget attivi, e magari anche i tab "Aspetto" e "Casella di modifica" delle Preferenze, forse anche lì c'è qualcosa che può influire, tipo il visual editor. E ovviamente sbiancare tutti gli script personali. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:37, 1 ago 2025 (CEST)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Grazie. Provo a operare con più diligenza sulla mia utenza secondaria. Poi suggerisco a @[[Utente:Giaccai|Giaccai]] le contromisure. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:43, 1 ago 2025 (CEST)
:::@Trovato il problema in [[Utente:Alex brollo bis]]: era attivato il gadget eis test, non aggiornato con le istruzioni di caricamento di OCR Google. Adesso è allineato all'eis generale. @Giaccai : Chissà, forse adesso ti funziona... prova ad attivare Vector 2022. E per attivare l'aggiornamento dei tuoi gadget, disattivane qualcuno, e salva; se poi lo rivuoi puoi riattivarlo e salvare di nuovo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:06, 1 ago 2025 (CEST)
::::caro Alex, ho già attivato Vector 2022 prima di scriverti. Ho cancellato diversi gadget, ho cambiato browser, ma tutto resta come prima, non vedo il tasto OCR standard e neanche il tasto OCR Google. Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 20:35, 1 ago 2025 (CEST)
:::::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]] Uffa. :( Riprovo... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:28, 2 ago 2025 (CEST)
== Ancora su Giaccai e Google-OCR ==
Mistero. Dall'utenza di Giaccai, lanciando in modifica dalla console <code>mw.loader.load('//wikisource.org/w/index.php?title=MediaWiki:GoogleOCR.js&action=raw&ctype=text/javascript');</code>, non succede niente. Da tutte le mie utenze, compare immediatamente il pulsante Google OCR funzionante. Nonostante l'azzeramento di script personali (common.js, PersonalButtons.js) non cambia nulla. E' come se ''Giaccai non potesse vedere //wikisource.org''. Ho gettato la spugna. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 22:39, 10 ago 2025 (CEST)
:PS: Giaccai dice che entrando in modifica nsPagina si apriva un box con F8 F7 F6.... non l'ho visto e non ho capito cosa sia e da dove venga. :(. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 23:09, 10 ago 2025 (CEST)
::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: c'è un'ultima cosa, un pochino drastica, che Giaccai potrebbe fare: aprendo il browser in incognito, crearsi una seconda utenza Giaccai2 e vedere se da lì le cose funzionano. Se neanche così va... allora è proprio stregato il suo pc. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:31, 21 ago 2025 (CEST)
:::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]] Prova anche il suggerimento di Candalua.... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:41, 21 ago 2025 (CEST)
::::Ho aperto una nuova utenza con lo stesso risultato (ma senza aprire il browser in incoglino perchè non so come fare) Ho provato le due utenze su un altro pc un Mac, ma in nessun caso vedo il tasto OCR. Sul mio pc ho Linux Mint Mate. Mi rassegno? Grazie molto a entrambi per la pazienza, buona giornata [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 11:15, 22 ago 2025 (CEST)
:::::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: scusa, ma vedi proprio tutto identico da un'utenza all'altra? Non c'è nessuna differenza per esempio tra i bottoni della barra di modifica, o tra i comandi del menu? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 22:23, 25 ago 2025 (CEST)
== Flag AI ==
Sarei propenso a richiedere il flag di AI per sistemare robette qua e la che confliggono con la modalità scura in modo che possa finalmente essere funzionale e consistente nonchè abilitata anche per non-loggati.
Inoltre vorrei fare qualche altro fix funzional/estetico a vector22 (che di default sembra un'interfaccia per mobile e non per pc...🙄). Visto che nulla s'è mosso in 8 mesi, e che certe obiezioni dovrebbero essere superate, ti pare inopportuno che riproponga la cosa al bar da qui a qualche tempo? -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 20:30, 20 ago 2025 (CEST)
:@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: sembra anche a me che i tempi possano essere maturi. Mi pare che, superato qualche piccolo screzio iniziale, tu abbia dimostrato di portare un contributo utile al progetto, e di saper collaborare con gli altri utenti. Nella richiesta, dettaglia bene il perimetro del tuo intervento: sistemare la modalità scura va bene, ma se hai visto altre fix da fare, spiega bene quali sono e cosa comportano, ed eventualmente rimandale ad una seconda richiesta. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:28, 21 ago 2025 (CEST)
::"Utile" è un parolone... in realtà il mio contributo è abbastanza limitato e per niente paragonabile a quello di moltissimi altri che trascrivono decine di pagine al giorno 😨, ed è anche un po' di contorno e ''sui generis'' ([https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Speciale%3AContributi&target=TrameOscure&namespace=12&tagfilter=&start=&end=&limit=50 propedeutico]?).
::Le "altre" fix sono abbastanza piccolezze, riguardano la compattazione dei menu (che allo stato sembrano spaziati da touch e se si tiene lo zoom a >100% sono pure da scrollare...) e un elegante bordino 1px azzurro (come sotto l'header, che era un'aggiunta mia) per scontornarli: mera estetica ma IMHO decisamente migliorativa percettivamente specie per chi apprezzava vector legacy o addirittura roba più datata e meno piatta/vuota/lattiginosa. Semmai produco uno screenshot.
::Provvedo appena ho ragionevolmente tempo di dedicarmi alla cosa, anche perchè devo prima estrapolare dalle mie millemila modifiche in locale quelle da trasferire. :-) -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 17:24, 21 ago 2025 (CEST)
== Bug VisualEditor? ==
Sono incappato in un problema di VisualEditor che non avevo notato in passato.
Se si edita una sezione di una pagina (es [[Aiuto:Guida alla pubblicazione di un testo/Pubblicizzare il testo|m'è successo qua]] con "modifica sorgente" a lato del titolo di sezione, viene caricata come wikitesto raw solo la sezione. Se si fa qualche modifica e si passa a "modifica" tramite la scritta in altro (non l'icona dell'occhio e della penna), si passa al WYSIWYG di quella sola sezione, ma salvando, di tutta la pagina resta veramente ''solo'' quella sezione. In pratica VE carica e visualizza solo una porzione della pagina, ma salvando considera che il salvataggio sia di ''tutta'' la pagina.<br>
La cosa non si verifica se lo switch viene fatto con le icone occhio/penna.<br>
Non so se è materia di cui ti occupi tu (forse no), ma di certo ne capisci più di me. -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:20, 24 ago 2025 (CEST)
== Problemi capolettera ==
Ciao, ho un problema in [[Pagina:Gemelli Careri - Viaggi per Europa, Vol. I, Napoli, Roselli, 1701.djvu/27|questa pagina]]: sostanzialmente, non funziona l'"a capo". Dopo diversi scervellamenti, ho notato che togliendo il tl Capolettera non ci sono problemi e va a capo tranquillamente. E' possibile ci sia qualche bug? Grazie dell'aiuto! [[User:Modafix|Modafix]] ([[User talk:Modafix|disc.]]) 10:29, 29 set 2025 (CEST)
:Ciao @[[Utente:Modafix|Modafix]]! Era il PieDiPagina che causava questo comportamento strano... aggiungendoci prima un ritorno a capo, è andato a posto. Comunque, credo che nella trasclusione i paragrafi sarebbero venuti giusti lo stesso, che è quello che conta di più. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:47, 29 set 2025 (CEST)
::Grazie ancora! :) [[User:Modafix|Modafix]] ([[User talk:Modafix|disc.]]) 10:54, 29 set 2025 (CEST)
== Piccolo e irrilevante bug di autoNs0 ==
In Critica della ragion pura, la struttura del Sommario è particolarmente complessa, con sovrabbondanza di livelli di sottopagine, e autoNs0 si confonde compilando (in alcuni casi) campi prec e succ "rotti". Non è una problema rilevante, vista l'eccezionalità del caso, ma visto che ho incontrato il problema ho pensato che fosse il caso di segnalartelo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:39, 10 ott 2025 (CEST)
:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: eh, mi pare che regga fino a 5 livelli, e quindi vedo che si arriva addirittura a 8... :D Era stato già complicato gestirne 5, quindi senz'altro lo lascerò così. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:35, 10 ott 2025 (CEST)
== Notice of expiration of your interface-admin right ==
<div dir="ltr">Hi, as part of [[:m:Special:MyLanguage/Global reminder bot|Global reminder bot]], this is an automated reminder to let you know that your permission "interface-admin" (Amministratori dell'interfaccia) will expire on 2025-11-04 09:54:42. Please renew this right if you would like to continue using it. <i>In other languages: [[:m:Special:MyLanguage/Global reminder bot/Messages/default|click here]]</i> [[User:Leaderbot|Leaderbot]] ([[User talk:Leaderbot|disc.]]) 20:42, 28 ott 2025 (CET)</div>
== maggiore rispetto e spiegazioni di cancellazioni voci ==
Ciao, ho per due volte consecutive inserito una voce riferita a uno scrittore e giornalista che tu hai, nel primo caso cancellato, e nel secondo addirittura bannato.
Puoi essere così gentile da spiegarmi i motivi e, soprattutto, capire perché non ci si rivolge all'autore della VOCE e/o DISCUSSIONE, fosse anche in privato, per spiegare l'azione?
E' una questione di rispetto verso chi ha interesse per questa enciclopedia, oltre che alla fonte riportata
Grazie, attendo un tuo opportuno riscontro
Gianbattista Sforza [[User:Gianbattista Sforza|Gianbattista Sforza]] ([[User talk:Gianbattista Sforza|disc.]]) 12:19, 24 nov 2025 (CET)
:@[[Utente:Gianbattista Sforza|Gianbattista Sforza]]: il motivo è chiaramente indicato nell'operazione di cancellazione: "Pagina costituita unicamente da collegamenti esterni e spam promozionale". Wikisource non è il luogo dove inserire il curriculum vitae di uno scrittore contemporaneo per cercare di dargli visibilità. In particolare è vietato l'inserimento di link a siti personali o che comunque pubblicizzano un autore a fini commerciali. La biografia si può eventualmente inserire su Wikipedia, sempre se lì la ritengono meritevole di interesse enciclopedico, cosa di cui dubito. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:49, 24 nov 2025 (CET)
::va bene, grazie [[User:Gianbattista Sforza|Gianbattista Sforza]] ([[User talk:Gianbattista Sforza|disc.]]) 16:13, 24 nov 2025 (CET)
== Ancora sul nuovo Trova e sostituisci ==
Dopo parecchie settimane di uso intensivo del nuovo Trova e sostituisci, su testi in prosa, sono entusiasta. Adesso sono alle prese con un testo poetico in versi, e trovo un intoppo: la rinuncia a Strumenti di rilettura, ed in particolare dello script per la numerazione dei versi, mi crea qualche difficoltà.
Immagino che il problema stia principalmente nella routine cleanup, che in Strumenti richiama (fra le altre cose) il vecchio Trova e sostituisci, mentre il nuovo ridefinisce la routine.
Provo a creare un "clone" di [[MediaWiki:Gadget-RegexMenuFramework.js]] cancellando ogni riferimento a cleanup, ad uso personale, in modo da aggirare i conflitti. Ma temo di aver perso qualche abilità critica. Tu hai in progetto di risolvere? Tienimi informato, per favore. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:33, 10 dic 2025 (CET)
:Fatto, procedo con il test. Il gadget clone è [[MediaWiki:Gadget-RegexMenuFrameworkNew.js]], sembra funzionare. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:17, 10 dic 2025 (CET)
::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: purtroppo ci sto lavorando molto saltuariamente, anche per una certa incertezza su come procedere. Vorrei portare in Trova&Sostituisci il vecchio cleanup e il RigaIntestazione, ma senza portarmi dietro pacchi di codice legacy, e non è facile. Poi bisognerebbe capire che fare degli altri Strumenti per la rilettura. Comunque non ci dovrebbero essere conflitti, solo lo shortcut, ma il Trova&Sostituisci è in grado di accorgersi se hai gli Strumenti attivati e nel caso rinuncia a prendersi lo shortcut. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:12, 10 dic 2025 (CET)
:::Io sono appagato, il nuovo gadget si attiva e fa tutto, e non collide con il nuovo Trova e sostituisci. Mi rendo conto che è uno script caotico, ma è quello che mi serviva... ti chiedo solo di verificare che non parta di default. E ancora complimenti per il nuovo Trova e sostituisci. :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:35, 10 dic 2025 (CET)
::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: eh sì, avevi lasciato il default. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 16:23, 10 dic 2025 (CET)
:::::Trovato un bug, c'è qualcosa che non va nella gestione di RigaIntestazione (in Telesilla) scatenato da <code>Alt+7</code>. Indagherò fino allo sfinimento. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 23:06, 13 dic 2025 (CET)
::::::Mi pare che il problema si verifichi ''solo sotto eis''. Non è molto ma è un indizio. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 23:12, 13 dic 2025 (CET)
:::::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: ieri sera ho introdotto in trova&sostituisci anche la riga intestazione automatica, non so se può interferire. Come le altre funzioni, è disattivabile aprendo il gadget. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 23:27, 13 dic 2025 (CET)
::::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Ritorno a Telesilla e verifico. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:27, 14 dic 2025 (CET)
:::::::::Sembra che ci siamo.
:::::::::* Sotto Modifica non-eis Alt+7 funziona ma con una piccola differenza rispetto all'algoritmo originale.
:::::::::* Sotto Modifica eis Al7+7 si imbizzarrisce.
:::::::::La differenza rispetto all'algoritmo originale è che l'algoritmo nuovo è ''forzante'', ossia modifica RigaIntestazione anche se RigaIntestazione c'è già. Il vecchio algoritmo invece è "non forzante", non scatta se RigaIntestazione c'è già. Nella mia bottoniera c'è una versione del vecchio script nella versione ''forzante'', che uso solo quando un RigaIntestazione esistente va modificato, altrimenti Alt+7 chiamava ''lo script non forzante''-
:::::::::Provo ad aprire il nuovo Trova e sostituisci per cercare di capire il codice. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:04, 14 dic 2025 (CET)
::::::::::Come immaginavo, trovo un algoritmo autoRI() nuovo di pacca dentro il gadget; me lo studio con calma. Di certo il problema sta lì. Nel frattempo, devo solo ricordarmi di cliccare il mio pulsante autoRi ''forzante'' prima di salvare la pagina, se serve, e posso lavorare tranquillo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:10, 14 dic 2025 (CET)
:::::::::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: in effetti credo sia meglio non sovrascrivere Riga intestazione se già presente. Modificherò in tal senso. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:11, 14 dic 2025 (CET)
::::::::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Grazie! Problema quasi risolto (sotto eis basta ricordarsi di generare il RigaIntestazione giusto prima di chiamare postOcr). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:22, 25 dic 2025 (CET)
== Minuscolo miglioramento di Trova errori ortografici? ==
Lanciando:
$("#errori-ortografici-list a").attr("target","errore")
in console, dopo caricata tutta la lista di errori, ottengo che la pagina che si apre dal link usi sempre la stessa scheda del browser. E' un trucco che trovo comodo per evitare che la lista delle schede aperte si allunghi in modo fastidioso (almeno per me). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:52, 25 feb 2026 (CET)
== Caratteri nascosti o invisibili nei titoli ==
Caro Candalua,
ho letto da qualche parte che in un titolo possono inserirsi caratteri invisibili che creano problemi. Io nei miei pergrinaggi ho trovato questo:
*Primo caso: [[Lettre à M. C*** sur l’unite de temps et de lieu dans la tragédie]] non è lo stesso titolo di [[Lettre à M. C*** sur l'unite de temps et de lieu dans la tragédie]]: sono due pagine differenti, ma non ho capito dove stia la differenza nel titolo, come possa scovarla e quindi disfarmi el doppione inutile (tra l'altro mi piacerebbe scoprire quanti altri di simili doppioni abbiamo nel nostro progetto).
*Secondo caso: se guardi il template di navigazione in [[Il buon vino]] noterai che la parte tra parentesi in [[L'allodola (de Tourtoulon)]] non "scompare", e lo stesso vale sia in [[Antologia provenzale/Linguadoca]] quando il titolo è dentro un template:Testo. Sospetto che ci sia un carattere invisibile che interferisce con gli automatismi di mediawiki.
Sto pensando correttamente o mi sto creando un film fantasy? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 16:51, 7 mar 2026 (CET)
:Caro @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]],
:* la differenza, scovata con occhio allenato, sta nell'apostrofo: il primo titolo ce l'ha tipografico. Ho già cercato di impedire la creazione di pagine con questo apostrofo e altri caratteri strani, imponendo una regola in [[MediaWiki:Titleblacklist]], ma ci sono riuscito solo per gli utenti normali: per gli admin la regola non scatta e non interviene nessun avviso, quindi è facile non accorgersene. Si può trovare [https://lists.toolforge.org/itwikisource/Testi/Testi_con_caratteri_speciali qui] una lista di pagine con apostrofi tipografici o lineette lunghe: per fortuna sono solo una manciata.
:* per le parentesi, la regola che abbiamo usato è: nascondi la parte tra parentesi solo se inizia per lettera maiuscola. Questo per evitare di nascondere cose legittime tipo ''[[Così è (se vi pare)]]''. Ovviamente anche qui c'è il caso limite... il "de" nobiliare non fa veramente parte del cognome e quindi è giusto che in questo caso sia minuscolo. Si può tuttavia ovviare usando direttamente un wikilink: [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_buon_vino&diff=3643755&oldid=3639092], soluzione un po' singolare e da non generalizzare, ma che si può usare in casi come questo. Nel template Testo, invece, c'è già un secondo parametro per sostituire il titolo.
:[[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:45, 9 mar 2026 (CET)
::Mi cospargo il capo di cenere: sul primo caso ci sarei dovuto arrivare da solo.... Per il secondo, ho imparato qualcosa di nuovo. In ogni caso mi ero fatto un film fantasy. Grazie per la pazienza nello spiegarmi questi particolari tecnici. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 14:17, 9 mar 2026 (CET)
:::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]]: figurati! tra l'altro, mi accorgo adesso che dovrebbe essere ''unité'', non ''unite''. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:50, 9 mar 2026 (CET)
== Problema con il salvataggio memoRegex ==
[https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_indice:Porta_-_Poesie_milanesi.djvu&oldid=3653615 In questa pagina Discussioni indice], a seguito di un salvataggio memoRegex, ho notato due problemi:
* è stata aggiunta una nuova copia della sezione memoRegex invece di sostituire quella esistente;
* una discussione con Edo è sparita (era già successo in precedenti modifiche della pagina e sono impazzito per ritrovala).
Adesso che lo so ci sto attento, ma cosa c'è che non va? Sto lavorando sotto eis. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:41, 29 mar 2026 (CEST)
:@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: mi sa che hai trovato un bug che si verifica ''solo se ci sono altre sezioni prima del memoRegex, almeno una delle quali abbia una sottosezione''. Non esattamente una casistica molto frequente! Dovrei averlo sistemato, comunque spostare la memoRegex in cima alla pagina senz'altro taglia la testa al toro :) [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:45, 29 mar 2026 (CEST)
::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Infatti avevo trovato questa soluzione. La causa, la mia fissazione di scrivere immediatamente un minimodi doc di documentazione ''prima '' di cominciare a editare nsPagina. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 19:57, 29 mar 2026 (CEST)
== You may be an eligible candidate for the U4C election ==
<div lang="en" dir="ltr" class="mw-content-ltr">
Greetings,
The [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee|Universal Code of Conduct Coordinating Committee (U4C)]] seeks candidates for the 2026 election. The U4C is the global committee responsible for overseeing enforcement of the [[foundation:Special:MyLanguage/Policy:Universal Code of Conduct|Universal Code of Conduct]]. Elections are held annually, if elected a committee member serves for two years.
This year the U4C requires candidates to hold administrator rights on at least one wiki, which is why you are being contacted as you appear to hold this right. There are other requirements, such as candidates must be at least 18 years old and may not be employed by the Wikimedia Foundation or other related chapters and affiliates. You can find more information in the [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee/Election/2026#Call_for_Candidates|call for candidates on Meta-wiki]]. Additionally, the committee's working language is English; some ability to communicate in English is required.
The election opens on 18 May, if you are eligible and interested you have until 10 May to submit your candidacy. There will week between for candidates to answer questions from the community. Voting takes place privately in [[m:Special:MyLanguage/SecurePoll|SecurePoll]], successful candidates must receive at least 60% support. More information is available on [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee/Election/2026|the 2026 Elections page]], including timelines and other candidacy information. If you read over the material and consider yourself qualified, please consider submitting your name to run for the committee. If you think someone else in your community might be interested and qualified, please encourage them to run.
In partnership with the U4C -- [[m:User:Keegan (WMF)|Keegan (WMF)]] ([[m:User_talk:Keegan (WMF)|talk]]) 20:33, 28 apr 2026 (CEST) </div>
<!-- Messaggio inviato da User:Keegan (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=User:Keegan_(WMF)/test&oldid=30471754 -->
== Piccolo inconveniente del nuovo autoNs0 ==
L'eliminazione di fromsection="" e tosection="" va benissimo, ma dovrebbe scattare solo al salvataggio, e non in anteprima. Non so se è solo mia abitudine, ma io sistematicamente dò un'occhiata all'anteprima per compilare i due parametri lasciandoli vuoti, poi mi regolo per la loro compilazione (soprattutto per il tosection). Per ora uso una piccola furbata: ho notato che lo script cancella tosection="", ma non tosection=" "... e così lo frego. :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:37, 14 mag 2026 (CEST)
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Autore:Giacomo Puccini
102
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2026-05-13T19:58:50Z
Panz Panz
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Giacomo
| Cognome = Puccini
| Attività = compositore
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere musicate ==
* {{testo|Le Villi}}
* {{testo|La bohème}}
* {{Testo|Inno a Roma (Salvatori)|Inno a Roma}}
== Partiture ==
* {{testo|E l'uccellino...}}
*{{testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Amore_o_grillo}}
== Opere su Giacomo Puccini ==
* {{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 2/Puccini nella critica d'oggi}}
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=== Titolo ===
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== Prima colonna ==
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==Seconda colonna==
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MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 100% in CIMA
Numero massimo 5 testi
-------------------------------------->
* {{testo|Chi vuol fiabe, chi vuole?}}
* {{testo|Onori funebri alla salma di Filippo Costa}}
* {{testo|Al rombo del cannone}}
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* {{testo|La Politica Estera dei Soviets}}
<!--------------------------------------
MODIFICARE QUA SOPRA
--------------------------------------->
<div style="margin-top: 0;"></div>
<b>Ultimi testi trascritti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 75% in CIMA
Numero massimo: 5 testi
NON TOGLIERE I TESTI SE DIVENTANO RILETTI!
------------------------------------->
* {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}}
* {{Testo|Saggi (Algarotti)}}
* {{Testo|Il Libro dei Re - Volume I}}
* {{Testo|Il ritorno dalla Russia}}
<!--* {{Testo|Racconti (Maupassant)}} Riletto! -->
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bibliografia}}|271}}</noinclude>
{{no rientro}}'''''The Numismatic Chronicle'''''. Fascicolo IV, 1890.
''Evans'' (Arthur J.) , Some new Artists’ Signatures on Sicilian Coins.
''Warwick Wroth'', Greek coins acquired by the British Museum in 1889.
Bibliografia. — Miscellanea. — Atti della Soc. Num. di Londra. (2 tavole).
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{indentatura}}'''''Zeitschrift für Numismatik'''''. Fascicoli III, IV, 1890.
{{Ac|Alfred von Sallet|''Sallet'' (A. von)}}, Die Erwerbungen des Königlichen Münzcabinets vom 1 april 1888, bis 1 april 1889.
''Alexi'' (S.), Die Münzmeister der Calimala- und Wechslerzunft in Florenz.
''Nützel'' (H.), Muhammedanischer Münzfund von Pinnow.
''Friedensburg'' (F.), Die Schlesischen Münzen König Ferdinands vor 1546. — Nachtrag.
''Dressel'' (H.), Titakazos.
''Scheuner'' (Rud.), Ein Groschenfund in der Oberlausitz.
''Dannenberg'' (H.), Zur Pommerschen und Mecklenburgischen Münzkunde, IX.
Bibliografia. — Necrologia. — Indice. (2 tavole).
</div>
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{no rientro}}'''''Annuaire de la Société française de Numismatique'''''.
{{Ct|t=0|v=0.5|Gennaio-Febbraio 1891.}}
{{indentatura}}''Vallentin'' (Roger), Treizain du Mariage de Claude Vanisse, conseiller au Parlement de Province.
''Bélfort'' (A. de), Monnaies mérovingiennes.
''Vercoutre'' (A.), Les types du Denier frappé par Cassius Coecianus.
''Sambon'' (A. J.), Monnayage de Charles I d’Anjou dans l’Italie Méridionale.
''Blanchet'' (A.), Notes de Numismatique.
</div>
Cronaca, Bibliografia, ecc. (2 tavole).
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
<div class=indent>
{{no rientro}}'''''Revue Numismatique''''', Primo trimestre 1891.
{{indentatura}}
S. A. le prince ''Pierre de Saxe-Cobourg'', Monnaies grècques inédites ou peu connues.
''Saglio'' (Edouard), Sur un denier d’Hostilius Saserna et sur le culte primitif de Diane en Italie.<noinclude></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|270|{{Sc|bibliografia}}|}}</noinclude>{{Centrato|{{larger|PERIODICI.}}}}
{{indentatura}}
'''''Numismatische Zeitscrift'''''. II semestre 1889.
''Kenner'' (dott. Friedrich), Römische Goldmünzen aus der Sammlung Weifert in Belgrad.
''Drexler'' (dott. W.), Nachtrag zum Isis- und Sarapis-Cultus in Kleinasien.
''Markl'' (Andreas), Serdica oder Antiochia?
''Raimann'' (dott. F. v.) Zwei österreichische Münzfunde.
''Luschin von Ebengreuth'' (dott. Arnold), Kleine Beiträge zur österreichischen Münzkunde des 15. Jahrhunderts.
''Belhàzy'' (Johann von) Ein Fund ungarischer Denare bei Szerencs.
</div>
Miscellanea. — Bibliografia. — (4 Tavole).
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{no rientro}}'''''Revue Numismatique'''''. IV trimestre 1890.
''Babelon'' (E.), Alabanda et Antioche de Carie.
''Rondot'' (Natalis), La monnaie de Vincy ou de Nouville dans le Lyonnais.
''Caroti'' (E.), Monnaies semi-royales frappées au Puy. — Un denier de Chateauvillain, sir de Bourbon-Lancy.
{{AutoreCitato|Aloïss Heiss|''Heiss'' (Aloïss)}}, Jean de Candida, médailleur et diplomate sous Louis XI, Charles VIII et Louis XII.
''Blanchet'' (J. A.), Remarques relatives aux signes gravés sur les médaillons contorniates.
Cronaca. — Bibliografia. (7 tavole).
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{no rientro}}'''''Annuaire de la Société française de Numismatique'''''.
{{Ct|t=0|v=0|Novembre-Dicembre 1890.}}
''Blanchard'' (L.), Le rapport de l’or à l’argent sous Saint Louis et ses successeurs.
''Mater'' (D.), Numismatique de Berry. — L’Atelier de Bourges sous les premiers Capétiens.
''Robert'' (P. Ch.), Monnaies et médailles des Évèques de Metz.
''Froehner'', Variétés numismatiques.
Cronaca. — Bibliografia.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|272|{{Sc|bibliografia}}|}}
{{indentatura}}</noinclude>''Guiffrey'' (J.), Les médailles des Carrare, seigneurs de Padoue, exécutées vers 1390.
''Babelon'' (E.), Quatre médaillons de bronze d’Asie-Mineure.
''Prou'' (M.), Monnaies d’argent du VI siècle, avec la légende ''Dono Dei''.
''Costan'' (A.), La concession monétaire de Charles le Chauve à l’église de Besançon.
''Blanchet'' (J-A.), Le livre du changeur Duhamel.
</div>
Cronaca, Bibliografia. (Quattro tavole).
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{indentatura}}'''''Revue belge de Numismatique''''', Primo fascicolo 1891.
''Babelon'' (Ernest), Bacchius Judaeus.
''Rouyer'' (J.), Points divers de l’histoire métallique des Pays-Bas. Description des jetons intéressant les Pays-Bas, dont le coins sont conservés à l’hôtel des monnaies à Paris.
''Chestret de Haneffe'' (Le Baron de), Notice sur P-J. Jacoby, graveur liégeois du XVIII siècle.
''Naveau'' (Leon), Cinq décorations inédites de la Révolution liégeoise.
</div>
Miscellanea. (Cinque tavole).
{{Ct|t=1|v=1|Secondo fascicolo 1891.}}
{{indentatura}}
Mort de S. A. B. Monseigneur le Prince Baudoin.
''Vallentin'' (Roger), Deux lacunes de la numismatique papale d’Avignon.
''Chautard'' (J.), Étude sur les jetons au point de vue de la reproduction du type du revers (deuxième article).
''Dancoisne'', Tessères romaines de plomb.
''Cumont'' (Georges), Monnaies, récemment découvertes dans les cimitières francs d’Éprave (province de Namur).
''De Witte'' (Alphonse), Doubles gros botdragers d’Adolphe III de la Marck, comte de Clèves.
''Cumont'' (Georges), Un cachet inédit grave par Théodore van Berckel.
''De Jonghe'' (M. le V.<sup>te</sup> B.), Un esterlin de convention de Jean I, duc de Brabant (1261-1294) et de Thierry VII comte de Clèves (1277-1306). </div>
Necrologie, Miscellanea. (Quattro tavole).
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{{indentatura}}</noinclude>
''Guiffrey'' (J.), Les médailles des Carrare, seigneurs de Padoue, exécutées vers 1390.
''Babelon'' (E.), Quatre médaillons de bronze d’Asie-Mineure.
''Prou'' (M.), Monnaies d’argent du VI siècle, avec la légende ''Dono Dei''.
''Costan'' (A.), La concession monétaire de Charles le Chauve à l’église de Besançon.
''Blanchet'' (J-A.), Le livre du changeur Duhamel.
</div>
Cronaca, Bibliografia. (Quattro tavole).
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{indentatura}}'''''Revue belge de Numismatique''''', Primo fascicolo 1891.
''Babelon'' (Ernest), Bacchius Judaeus.
''Rouyer'' (J.), Points divers de l’histoire métallique des Pays-Bas. Description des jetons intéressant les Pays-Bas, dont le coins sont conservés à l’hôtel des monnaies à Paris.
''Chestret de Haneffe'' (Le Baron de), Notice sur P-J. Jacoby, graveur liégeois du XVIII siècle.
''Naveau'' (Leon), Cinq décorations inédites de la Révolution liégeoise.
</div>
Miscellanea. (Cinque tavole).
{{Ct|t=1|v=1|Secondo fascicolo 1891.}}
{{indentatura}}
Mort de S. A. B. Monseigneur le Prince Baudoin.
''Vallentin'' (Roger), Deux lacunes de la numismatique papale d’Avignon.
''Chautard'' (J.), Étude sur les jetons au point de vue de la reproduction du type du revers (deuxième article).
''Dancoisne'', Tessères romaines de plomb.
''Cumont'' (Georges), Monnaies, récemment découvertes dans les cimitières francs d’Éprave (province de Namur).
''De Witte'' (Alphonse), Doubles gros botdragers d’Adolphe III de la Marck, comte de Clèves.
''Cumont'' (Georges), Un cachet inédit grave par Théodore van Berckel.
''De Jonghe'' (M. le V.<sup>te</sup> B.), Un esterlin de convention de Jean I, duc de Brabant (1261-1294) et de Thierry VII comte de Clèves (1277-1306). </div>
Necrologie, Miscellanea. (Quattro tavole).
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marco Plassio" />{{RIalt||— 7 —|}}</noinclude><p>Ma prima di accennare al poco bene che ha fatto, prima di parlare di sè stesso, il Comitato sente che questa è propizia e desiderata occasione di compiere un’altro dovere, un sacro dovere che noi tutti, o Signori, sentiamo profondamente nell’animo; un caro dovere di ricordanza, di affetto, di gratitudine, che i nostri cuori adempiranno opportunamente in questo stesso giorno, che la Società nostra inaugura la sua trasformazione, per la quale, deposta la gramaglia del dolore, il sommesso e concitato lamento del vinto, gli ardenti e arrisicati propositi dello schiavo, assume la veste della letizia, l’inno del vincitore, l’operoso ed ordinato lavoro di una patria associazione.</p>
Egli è ben vero; le sventure e le gioje della nostra piccola ma non oscura città si perdono nel mare di sventure che sommerse per tanti secoli e per poco non affogò la Nazione, nel torrente di gioja che ora la inonda e la vivifica dai gioghi dell’Alpi all’estrema punta di Sicilia; i nostri piccoli fatti si confondono e scompaiono nella serie portentosa di eventi pei quali la provvidenza richiama l’Italia ad insperati e gloriosi destini; ma come senza il concorso anche delle picciole parti non può il tutto comporsi, così i nostri fatti concorsero nella lor picciolezza a spingerci verso la sublime meta che abbiamo raggiunta. — La Nazione scriverà a caratteri indelebili nelle pagine della sua epopea la lealtà e il valore di un {{AutoreCitato|Vittorio Emanuele II di Savoia|Re}} miracoloso, la civile sapienza, la politica sagacia di un {{AutoreCitato|Camillo Benso, conte di Cavour|ministro}} patriotta, l’ardimento, la modestia favolosa di un {{AutoreCitato|Giuseppe Garibaldi|eroe}} popolare, le gesta dell’esercito, le imprese dei volontari, la prudenza e l’annegazione dei rettori, la fede e la costanza del popolo. — Noi in questa riunione di famiglia, senza pompa e senza ostentazione vi rammenteremo con cittadina compiacenza le fatiche dei nostri, portando la nostra pietra all’edificio della Nazionale riconoscenza.
Ci conviene indietreggiare di 12 anni, fino ai giorni di squallore che succedettero ai disastri nazionali di Novara, di Roma, di Venezia. Il colpo era così tremendo da parer l’ultimo crollo d’ogni italiana speranza; invece fu quella l’aurora della italiana salute. Perocchè, colma la misura, le sventure cominciavano ad ammaestrarci. Noi eravamo sconfitti, perchè divisi e discordi, pugnanti per lo stesso principio ma con diversità di direzione, di mezzi, d’intendimenti; pugnanti più coll’ardore e la foga<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Wherwolf" />{{RigaIntestazione|196||}}</noinclude>ore 4. Nascerebbe difficoltà di scontrarsi al minuto preciso sul crocicchio della linea maestra, per l’ ''incertezza'' della velocità dei cavalli talora stanchi, talora troppo o troppo poco carichi; il che forzerebbe ad anticipare per buona regola ed in via ordinaria una mezz’ora. Si dovrebbe calcolare il tempo perduto nel doppio passaggio dall’uno all’altro veicolo sì per le persone che per le robe; oppure nel distacco o nell’attacco dei cavalli al medesimo veicolo. Si dovrebbe calcolare il tempo perduto nei fortuiti incontri e scambj con altri viaggiatori sulla rotaja dei bracci la quale per la debolezza dell’introito non converrebbe a farsi doppia. Cosicché camminando ogni cosa a dovere si richiederebbero a questa corsa 8 ore; mentre sull’unica e semplice linea delle 6 città la distanza essendo di ''astratte'' miglia 59 si trasvolerebbe in poco più di ore 3. Tra Brescia e Vicenza si tratta d’una differenza non minore di 30 miglia astratte, 8 delle quali sulla linea maestra e 22 sui bracci.
Sulla ''linea delle campagne'', per venire da Bergamo a Milano bisognerebbe discendere fin presso a Pianengo che è più di tre miglia dentro la provincia di Lodi e Crema; poi di là risalire a Milano. Questa corsa di saliscendi sulla linea ferrata riescirebbe di 39 miglia astratte, mentre l’asse rettilineo dell’attuale strada regia è di miglia 24 astratte. Lo spazio percorso dalla linea ferrata sarebbe dunque il 60 per 100 più dello spazio astratto percorso dalla strada postale; il tempo e la spesa sarebbero a un dipresso nella stessa misura che stanno al presente; l’incomodo, l’incertezza e la rarità delle corse regolari sarebbe assai maggiore. E si noti che la presente strada postale si potrebbe rettificare assai, ed approssimare al detto asse astratto di miglia 24, potendosi guadagnare un buon miglio sul solo gomito di Crescenzago. A che gioverebbe allora la strada di ferro? E come trovare un ricavo dove non si arreca un giovamento e un servigio? Sulla linea delle città il braccio di Bergamo si accorcerebbe di 5 miglia, e di 11 miglia la distanza totale da Bergamo a Milano.
Si nega adunque che la linea della campagna presa nel suo<noinclude>
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Pagina:Osservazioni alle Ricerche sul progetto di una strada di ferro da Milano a Venezia colle relative risposte.djvu/9
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<noinclude><pagequality level="4" user="Wherwolf" />{{RigaIntestazione|||201}}</noinclude><noinclude>''bile'' </noinclude>che un paese non deve spendere i suoi milioni in una impresa sterile e dannosa.
:::''Oss''. VI. Si esterna il timore allo stesso paragrafo sul pregiudizio che deriverebbe alle città di Brescia, Verona e Vicenza, vuotandosi in quelle degli edifizj giù costruiti, per fabbricarne dei nuovi in un paesello senza nome, e per stabilirvi degli emporj a danno delle predette città. Queste rimanendo centri amministrativi e commerciali ''non vedranno diminuire ma bensì aumentare la loro prosperità'' con quella del commercio in generale, e coll’accelerazione delle comunicazioni a spese minori. Nei punti d’intersezione dei tronchi colla strada principale si stabiliranno ''bensì alberghi, magazzini di deposito temporario e qualche casa di spedizione'', cogli edifizj necessarj per pochi impiegati, ed i corrispondenti artieri, ma gli emporj rimarranno fermi e concentrati sui punti attuali, ove un gran numero di abitanti gli rende necessarj, ed ove per la stessa ragione le merci continueranno ad affluire. L’aumento della popolazione non fa neppure temere che quella delle predette tre città potesse risentirsi dallo stabilimento di qualche centinajo di persone sopra i tre punti d’intersezione, poichè gli abitanti de’ nuovi borghi potranno raccogliersi da tutta la superficie del regno Lombardo-Veneto, e non soltanto dalle cennate tre città.
''Risp''. Il dire che col deviarsi la corrente del commercio e desertarsi le case e i magazzini le città "''vedranno aumentare la loro prosperità''" è una vera contraddizione in termini. Non solo gli ''alberghi'', i ''magazzini'' e le ''case di spedizione'' e gli ''edificj'' per ''gli impiegati e gli artieri'' si dovranno collocare lungo la linea delle campagne: ma ciò si farà in processo di tempo di molte ''manifatture''; giacchè una qualunque differenza nella facilità e nel prezzo dei trasporti toglierebbe molte volte di poter sostenere la concorrenza delle fabriche rivali. Cosicchè ''sarebbero''<noinclude>
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{{xx-larger|F}}amose, come è noto ne’ tempi antichi, e celebrate furono in ogni parte la cucina di Sicilia, la nostra mensa, e le nostre vivande. Gli stranieri veniano tra noi ad apprender l’arte di condire i cibi, e il nostro Labdaco fu il maestro de’ cucinieri i più rinomati della Grecia <ref>''Antippo presso {{AutoreCitato|Ateneo di Naucrati|Aten.}} lib.'' 9'', cap.'' 15'', pagina'' 404'', ed. Casaubono''.</ref>: anzi da Sicilia quasi per moda, e a segno di grandezza chiamavano i loro cuochi i personaggi più ricchi tra i Greci, o in grazia degli Ateniesi scrisse Miteco il Cucinier Siciliano <ref>''{{AutoreCitato|Platone|Plat.}} in Gorg. Il titolo era Όψοποιΐα Σικελικἡ''.</ref>. Era così comune e generale il pregio, in cui si tenea la nostra cucina, che i comici, i quali sogliono gli usi motteggiare e i costumi de’ tempi, spesso ricordano le vivande preparate alla maniera di Sicilia, e d’ordinario recano in iscena de’ cuochi siciliani, o in Sicilia ammaestrati. Alessi, fra gli altri, introduce un cuoco, che menando gran vanto, va egli dicendo: «''Ho io appreso così bene a cuocere le vivande in Sicilia, che per il piacere farò ai commensali morsicare i tegami ed i piattelli'' <ref>''Presso Aten. I,'' 4'', c.'' 20'', p.'' 169.</ref>.„
Quest’arte venne tra i Siciliani a tanta fama, perchè erano opulenti e pieni di lusso: mangiavano essi due volte al giorno, e sempre a sazietà, <noinclude>
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</noinclude>ricercavan de’ manicaretti, e la varietà amavan de’ cibi <ref>''Lett. di Plat. presso Aten. l.'' 12'', c.'' 6'', p.'' 527.</ref>; ma come erano coltissimi le arti e le scienze volgeano a loro comodo, e raffinavano col favore di queste gli stessi piaceri della vita. Sibari e Siracusa vivenno forse con eguale mollezza, ma questa, e non quella, facea coll’ingegno e la coltura più lieti i desinari. Panfilio sedendo a mensa non parlava che in versi <ref>''Aten. l.'' 1'', c.'' 4'', p.'' 4.</ref>, Carmo adattava alle vivande, non senza grazia, un verso di {{AutoreCitato|Omero|Omero}} o di {{AutoreCitato|Euripide|Euripide}} o d’altro poeta <ref>''Aten. loc. cit.''</ref>, e in Sicilia furono trovati alcuni giocolini, che poteano dopo cena tenere in festa la brigata <ref name="Cottabo">''Il più famoso tra questi giuochi era il Cottabo, il quale consistea in colpire col vino lanciato in alto artificiosamente un piccolissimo piattello attaccato alla estremità d’un’asta orizzontale in equilibrio. — S’alzava sopra un piede una colonnetta, che si chiamava il'' candelabro ''alla cui cima si tenea fermata nel mezzo per un perno quell’asta, la quale ad una estremità attaccato portava il piattellino, che era detto'' la plastinge''; di modo che l’asta formava una bilancetta in equilibrio, le cui braccia si moveano intorno al perno. Attaccata al''</ref>. Non è dunque da<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Lmelk" />{{RigaIntestazione|7|NOTIZIE SULLA VITA|8}}</noinclude><noinclude>{|width=100%
|valign="top" style="font-size:.7em;"|</noinclude>maravigliare se gl’ingegni i più gentili tra i nostri, sia che coltivasser le muse o pur la filosofia, non abbiano preso a sdegno di vogliersi alla cucina, e al piacer dei conviti. Nette, decenti, odorose erano le stanze, nelle quali si preparavano le vivande: ''All’odor che si sente'', dice {{AutoreCitato|Cratino|Cratino}}, o ''vi è chi vende incenso, o un cuoco di Sicilia''<ref>''Presso {{AutoreCitato|Ateneo di Naucrati|Aten.}}'' l. 15, c. p. 661.</ref>. I filosofi stessi, che non amavano in quei tempi la severità, dettavano ancora sull’arte di condire i cibi delle lezioni nelle cucine de’ grandi. Aristippo, ch’era, come oggi dicesi, un uomo di spirito e di mondo, tenea gran cura della mensa del giovine
<ref follow="Cottabo">''fusto del candelabro sporgea una piccola sbarra, sulla cui estremità al di sotto della plastinge era posata una statuetta di bronzo chiamata il ''mane'', e sottoposto eravi un vaso di rame. Il candelabro, la plastinge, il mane, e quel vaso si diceano Cottabo. I bicchieri propri per questo giuoco erano gli anchili, e li chiamavano ''cottabidi''. Ciascuno de’ giuocatori vi bevea prima il vino, e ne lasciava solamente sul fondo un picciolissimo residuo, che prendea il nome di ''lalage''. Ora tutta l’arte era a lanciare il lalage in sì fatto modo in alto, che cadendo iva a colpire la plastinge, e questa il mane, che rovesciando nel catino col suono dava segno del colpo. Ma nella vittoria si avea pure riguardo all’eleganza, colla quale era il giuoco eseguito. Appoggiato sul gomito sinistro dovea il giuocatore curvare dolcemente la destra, stringendo l’anchile colle dita situate nel modo come fanno i sonatori di tibia, lanciava il lalage in alto. Questa maniera di cottabo si diceva anche ''cotacto'' per distinguerlo dall’altra che venia eseguita nel seguente modo. — si metteva nel mezzo della stanza un catino pieno d’acqua, in cui vuoti stavano a galleggiare de’ vasellini. Allora tutto il giuoco era diretto a lanciare da’ ''carchesii'', che vi adopravano in vece di anchili, il lalage in modo, che cadendo colpisse e sommergesse quei vasellini. Chi più ne sommergeva era il vincitore. ― Tale ardore aveano i Greci pel cottabo, che fabbricavano delle stanze a questo oggetto, e le faceano rotonde, affinchè i giuocatori, sedendo in giro, fossero ad eguale distanza dal Cottabo situato nel mezzo. E vi erano di quelli, che della loro destrezza, e leggiadria in questo giuoco, pigliavano vanto più che altri non faceano della loro perizia nel saettare.''</ref><noinclude><references/>
|valign="top" style="font-size:.7em;"|</noinclude>Dionisio, speculava della nuova vivanda ed occupavasi del loro condimento. Si filosofava dunque in Sicilia anche cucinando, e bella mostre faceasi di sapere, e di leggiadria parlando di cibi di leccumi. Però ad Eraclide, e un certo Dionisio, e tanti altri si ricordan tra noi che presero a scrivere dell’arte di raffinar la cucina, e ben condurre le vivande.
Tra questi tutti levò principalmente il grido Archestrato, che scrisse un poema col titolo di ''Gastronomia'' o ''Gastrologia'', del quale ci restano ancora non pochi frammenti presso Ateneo. Fu egli un colto e spiritoso poeta, il quale di eleganza vestì e di vaghezza l’armamento della cucina; ma, già famoso a’ suoi tempi, non fu poi presso alcuni in egual pregio tenuto.
Archestrato fu certamente Siciliano, ma ignorasi se di Siracusa, o pur di Gela: forse era egli da Siracusa; ma Ateneo sulle prime ne dubita, e più presto quindi lo chiama Geloo per pigliare il destro di pungerlo, come si fa, con una arguzia, dicendolo di ''Gela o piuttosto di Catagela''<ref>''Aten. l.'' 3, ''c.'' 30, ''p,'' 116, ''e l.'' 7, p. 294.</ref>, che vale, degno di riso: vano giuoco di parole, ed epigramma, per quanto pare, non molto faceto.
L’incertezza, in cui fu posta la sua patria, non fu la sola ingiuria che ebbe a soffrire il suo nome e la sua memoria. Archestrato ebbe la disgrazia di cader nelle mani di alcuni melanconici, che affettando rigore e stoicismo in più modi Io straziarono; il sue poema fu chiamato da quel miserello di Crisippo la ''Metropoli della filosofia di Epicuro'', e fu proscritto dal medesimo al par de’ poemi lascivi di Filenide; i suoi versi furono detti per derisione i ''versi dorati'', o pur la ''Teogonia deli ghiottoni'', e i tltoli, de’ quali venne onorato, furono tutti ingiuriosi e ridevoli: ''il Ghiotto, l’Emulator di Sardanapalo, l’ingegnoso cuciniere, il general delle mense l’Esiodo de’ leccardi, il Teognide de’ golosi’; o per ironia ''il sapiente, il sottile, il preclaro poeta, il Pitagorico'', o altro simile. È sì continuo presso Ateneo l’uso di unire al nome di Archestrato una qualche villania, che alcuni son venuti nel sentimento Archestrato autore dell’opera de’ ''sonatori di tibia'', essere stato diverso dal nostro, poichè senza aggiunta d’ingiuria quello vi trovano ricordato. Io non voglio definire di qual momento sia una sì fatta ragione, ma, egli è certo, che Archestrato solo si ebbe la mala ventura. — Egli corse per la Grecia e pe’ luoghi i più colti della terra allor conosciuta per istruirsi, come<noinclude><references/>
|}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Vitaida" />{{RigaIntestazione|39|ARCHESTRATO, NOTE|40}}
{|width=100%
|valign=top width=50% style="font-size:.7em;"|</noinclude><section begin="45" />chiamar questo pesce usò della voce de’ Toni, ai quali dice egli, che era assai gradito.
Rondelet è incerto tra più pesci a quale oggi si debba riferire il σαῦρος de’ Greci o ''lacertus'' dei Latini; e Belon ne ha fatto un genere che racchiude più e più specie. Ma Camus avendo riguardo ai cenni che ne fa Aristotile, ed alla maniera con cui lo netta, taglia e prepara il coco del Comico Alessi presso Aten. l. 7, c. 20, p. 322, è di avviso, che il ''sauros'' sia lo ''scomber tracurus'' di Linneo, in siciliano ''sauru''. Se così fosse, come verisimile, si verrebbe tra noi a conservare lo stesso nome a tal pesce, che avea presso i Greci.<section end="45" />
(46) <section begin="46" />''Aten. lib.'' 7, ''cap.'' 12, ''pag.'' 295.
S’ignora che pesce sia il Glauco degli antichi. Il P. Ardouin, (de’ pesci lib. 8, cap. 15, 17) dice ''Rondeletius raria glauci genera ac nomina describit, sed ex conjectura ingenii tantum haud satis tuta. Lupo omnino similis esse dicitur a Xenocrate apud Oribasium.''<section end="46" />
(47) <section begin="47" />''Aten. lib.'' 7, ''cap.'' 10, ''pag.'' 238, e ''cap.'' 24, ''pag.'' 330.
Il passere ψῆττα de’ Greci corrisponde, come dice Ateneo, al rombo de’ Romani, nome che questi, al dir di Casaubono, presero da’ Siciliani che lo chiamavano ''rombos''; oggi si nomina tra noi ''rammulu'', o ''rammulu imperiali'', ch’è il più grande; ma Rondelet e Gesnero sono d’opinione, che sia propriamente la ''pleuronectes platessa'' di Linn.; in Siciliano ''passaru'', pesce del medesimo genere del rombo o sia ''pleuronectes rhombus'' di Linneo.<section end="47" />
(48) <section begin="48" />''Aten. lib.'' 7, ''cap.'' 14, ''pag.'' 302.<section end="48" />
(49) <section begin="49" />''Aten. lib.'' 7, ''cap.'' 15, ''pag.'' 303.<section end="49" />
(50) <section begin="50" />''Aten. lib.'' 7, ''cap.'' 7, ''pag.'' 284.<section end="50" />
<noinclude>|valign=top width=50% style="font-size:.7em;"|
</noinclude>Si pensa che il pesce, che non si può nominare nel verso esametro, sia l’''antacaeum'', che ha la seconda sillaba breve come Ovidio si lagnava del ''tuticanus''.
(51) <section begin="51" />''Aten. lib.'' 7, ''cap.'' 18, ''pag.'' 315.<section end="51" />
(52) <section begin="52" />''Aten. lib.'' 3, ''cap.'' 30, ''pag.'' 117.
La saperda, secondo Esichio, era il nome che si assegnava al pesce coracino, o corvo, nelle coste del Ponto. Il salume oreo era formato da quella parte del tonno che sta vicino alla coda.<section end="52" />
(53) <section begin="53" />''Aten. lib.'' 9, ''cap.'' 14, ''pag.'' 399.<section end="53" />
(54) <section begin="54" />''Aten. lib.'' 9, ''cap.'' 8, ''pag.'' 384.<section end="54" />
(55) <section begin="55" />''Aten. lib.'' 2, ''cap.'' 15, ''pag.'' 36.
I Greci chiamavano δροπετεῖς le olive, che si maturano all’albero, e però i Romani le chiamavano ''druppae''. I Greci poi chiamavano ''colymibadas'' le olive in salamoja, che molto pregiavano. Si vegga Aten. nel luogo cit.<section end="55" />
(56) <section begin="56" />''Aten. lib.'' 3, ''cap.'' 22, ''pag.'' 101.<section end="56" />
(57) <section begin="57" />''Aten. lib.'' 1, ''cap.'' 23, ''pag.'' 29.
Si è aggiunta la parola vetusta a Biblo perchè in verità era questa una città antichissima di Fenicia, ma è da pigliare in considerazione, secondo Ateneo, che quando Archestrato parla nel vers. 13 del vino fenicio, non intende far parola del vino di Biblo, ma d’un vino che si facea nell’oriente da’ datteri, e si chiamava fenicio o sia palmeo da φοῖνιξ, palma (Plin. lib. 13 e 14). Questo vino da principio era essai dolce, ma subito si guastava.
Non si può finalmente definire a qual vino si riferisca la parola ἑτέρου del vers. 16, perchè Ateneo rapporta il frammento con alcuni versi mancanti prima che si faccia menzione del vino tasio.<section end="57" />
|}
{{Centrato}}FINE</div><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Colonna}}{{noindent|{{Sc|sì, la fotografia mantiene un rapporto privilegiato}} con il reale. Rispetto al disegno per esempio, o ad altri medium, è meno compromessa con l’interpretazione di un rendiconto visivo. Le fotografie, più che rendiconti, sono pezzi di realtà. Se dubitiamo di una cosa e ci mostrano la fotografia, questa ne attesta la reale verità. Grazie all’effetto di credibilità del mezzo, viene obliterata l’esistenza di una data cosa. La fotografia dimostra qualcosa che c’è o che c’è stato realmente.}}
{{Rule|5em}}
{{Sc|la fotografia è la matrice del contemporaneo}} e non è più mera riproduzione del reale o dell’opera d’arte, ma un comportamento, un modo di stare al mondo che apre a molte cose. È l’esercizio di un proprio essere nei confronti del mondo.
{{noindent|Oggi la specificità del mezzo fotografico si è contaminata con altri media, aggiornandosi e rinnovando in un certo senso il proprio statuto. Intendo una fotografia al di fuori dei confini e dell’ovvio. Proprio in virtù di questo userei, piuttosto che la parola `fotografia’, il termine `fotografico’, che è un’idea di fotografia che va aldilà della carta stampata. È questo specifico fotografico ad essere in grado di esprimere la complessità del contemporaneo. Esercito una fotografia `allargata’, in dialogo con altri media e con gli input del mondo. È una fotografia complessa perché complesso è il tempo che stiamo vivendo. E con `complesso’ intendo che si completa o comprende altre cose che sono per nascita al di fuori di sé.}}
{{noindent|Non si fa fotografia solo asserragliandosi dietro l’obiettivo della macchina, ma anche standoci davanti, delegando il click, o usando la fotografia come oggetto. Fotografo non è soltanto colui che registra ma anche colui che inventa con il fotografico (''Sticker'', 2007).}}
{{noindent|Personalmente mi piace giocare con il senso di morte che è implicito nella fotografia, inventando nel connubio tra bidimensionale e tridimensionale, riportando in vita gli accadimenti e facendo entrare quel fantasma in un altro corpo, concedendogli così una seconda possibilità di esperienza, movimento, spazio e tempo.}}
{{noindent|Quando guardo una fotografia non mi fermo solo alla sua superficie visiva, ma cerco di intuire che cosa vuole rivelare. Si innesca così una forma di moto e un’immagine ne traina un’altra; immagine e immaginazione mi portano al movimento.}}
{{noindent|Non penso che la fotografia sia statica, al suo interno tante cose si muovono, basta saperle vedere.}}
{{Rule|5em}}
{{Sc|gran parte dei miei lavori}} nascono dalla suggestione esercitata da una fotografia. In principio vi è sempre un’immagine fotografica, su cui intervenire come a voler innescare una continuità o un cortocircuito, con un conseguente effetto di straniamento. Nell’immagine cerco un nutrimento per il mio lavoro. Inizialmente l’ho trovato negli album privati (''Offside'', 2007), poi negli archivi storici (''Propp'', 2008) e nel fotografico di massa (''Rubik'', 2008). Il prelievo, la memoria, l’archivio, il tempo, la presenza, l’assenza sono tutti caratteri che discendono dalla fotografia e che sono stati toccati all’interno della mia ricerca, visiva e performativa. La fotografia è un incitamento all’immagine e l’immagine lo è all’immaginazione. Nell’immagine trovo le notizie, le informazioni utili alla costruzione del mio lavoro e avverto questi passaggi in maniera dinamica,
{{AltraColonna}}forse per questo mi esprimo anche attraverso la performance, ovvero attraverso una fotografia in forma di azione (in-forma-azione). La mia fotografia ha un carattere performativo, può muoversi, e questo mi piace (''Ada città'', 2008).
{{Rule|5em}}
{{Sc|ciò che mi interessa}} del linguaggio specifico della fotografia è la possibilità di estendere gli spazi e il tempo, oltreché vestire un altro da sé. Mi entusiasma poter far vivere insieme bidimensionale e tridimensionale; passato e presente; realtà e finzione. Nel mio ultimo lavoro (''DK'', 2009), grazie alla specificità dei mezzi usati, ho rinnovato il valore di attestazione di verità della fotografia, in parallelo a quello dell’invenzione artificiosa, creando un immaginario credibile e viceversa rendendo il reale fiction. La fotografia può farci diventare qualcosa che non siamo, è un cubo magico che ci ri-combina in nuovi scenari, altre esperienze di vita. Essa ci permette di entrare in contatto con una o più realtà e di avanzare pretese su di esse (''Rubik'', 2008).
{{noindent|Considero la fotografia sia sotto l’aspetto concettuale che formale e lavoro affinché questi due versanti convivano. Perciò possiamo parlare del tipo di macchina usata, del negativo, della qualità di stampa, della carta, del supporto; ma anche di una fotografia che è performativa, oggettiva, ambientale, di scena, pubblica. A seconda dei casi adopero una fotografia che mira alla massima qualità tecnica ed estetica, altre volte invece è la sua funzione esecutiva a prevalere in quanto delegata al pubblico, che diventa parte in causa nella costruzione dell’opera stessa con tutto il rischio che ne consegue (''Saluti a Modigliana'', 2007).}}
{{Rule|5em}}
{{Sc|privilegio la fotografia analogica}}, soprattutto per la sua carica emotiva (''Lina'', 2004; ''Le petit'', 2006). L’analogico conserva ancora degli aspetti vicini alla magia e riesce sempre a stupirmi. Il mio lavoro sarebbe stato lo stesso anche senza l’avvento delle nuove tecnologie digitali, tant’è che con l’analogico riesco ad `’imitare’ questi linguaggi comuni. Nel lavoro dal titolo ''Offside'', 2007, per esempio, la mimesi, l’innesto della figura all’interno di un’immagine, avviene realmente e la finzione svela i suoi trucchi mostrando a uno sguardo più attento un rialzo di plexiglass trasparente, con cui il corpo si aiuta per inseguire l’appiattimento bidimensionale, o viceversa, per riportare quell’immagine al presente, annullando così le resistenze spazio temporali. L’immagine fatta a fondale e un reale poster in PVC e in scala 1:1, di circa 4mt x 3mt, sorretto da due americane nascoste ai lati. Sarebbe stato più facile usare Photoshop, ma non avrei avuto la possibilità di calarmi in prima persona negli avvenimenti con il carattere e la personalità (''Gap'', 2008).
{{noindent|Il digitale mi interessa nella costruzione del video, nel rapporto tra un’immagine e l’altra (''Senza titolo #2'', 2001; ''Gap'', 2008). L’analogico quasi sempre ha il sopravvento nel risultato finale, quando questo finale è invece in digitale, accade per la volontà di sottolineare un uso pubblico e democratico della fotografia. Inoltre il digitale mi è di grande aiuto per la preparazione e costruzione degli apparati più propriamente oggettivi o di scena (''Poster'', 2006), o ancora quando voglio accostare alla fotografia un visivo più freddo, più vicino a un’idea essenziale di pensiero e di schema (''Propp'', 2008).
{{FineColonna}}
{{Rule|2em}}
{{Ct|{{Sc|{{Ac|Cristian Chironi|cristian chironi}}}}}}
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{{Sc|la fotografia è la matrice del contemporaneo}} e non è più mera riproduzione del reale o dell’opera d’arte, ma un comportamento, un modo di stare al mondo che apre a molte cose. È l’esercizio di un proprio essere nei confronti del mondo.
{{noindent|Oggi la specificità del mezzo fotografico si è contaminata con altri media, aggiornandosi e rinnovando in un certo senso il proprio statuto. Intendo una fotografia al di fuori dei confini e dell’ovvio. Proprio in virtù di questo userei, piuttosto che la parola `fotografia’, il termine `fotografico’, che è un’idea di fotografia che va aldilà della carta stampata. È questo specifico fotografico ad essere in grado di esprimere la complessità del contemporaneo. Esercito una fotografia `allargata’, in dialogo con altri media e con gli input del mondo. È una fotografia complessa perché complesso è il tempo che stiamo vivendo. E con `complesso’ intendo che si completa o comprende altre cose che sono per nascita al di fuori di sé.}}
{{noindent|Non si fa fotografia solo asserragliandosi dietro l’obiettivo della macchina, ma anche standoci davanti, delegando il click, o usando la fotografia come oggetto. Fotografo non è soltanto colui che registra ma anche colui che inventa con il fotografico (''Sticker'', 2007).}}
{{noindent|Personalmente mi piace giocare con il senso di morte che è implicito nella fotografia, inventando nel connubio tra bidimensionale e tridimensionale, riportando in vita gli accadimenti e facendo entrare quel fantasma in un altro corpo, concedendogli così una seconda possibilità di esperienza, movimento, spazio e tempo.}}
{{noindent|Quando guardo una fotografia non mi fermo solo alla sua superficie visiva, ma cerco di intuire che cosa vuole rivelare. Si innesca così una forma di moto e un’immagine ne traina un’altra; immagine e immaginazione mi portano al movimento.}}
{{noindent|Non penso che la fotografia sia statica, al suo interno tante cose si muovono, basta saperle vedere.}}
{{Rule|5em}}
{{Sc|gran parte dei miei lavori}} nascono dalla suggestione esercitata da una fotografia. In principio vi è sempre un’immagine fotografica, su cui intervenire come a voler innescare una continuità o un cortocircuito, con un conseguente effetto di straniamento. Nell’immagine cerco un nutrimento per il mio lavoro. Inizialmente l’ho trovato negli album privati (''Offside'', 2007), poi negli archivi storici (''Propp'', 2008) e nel fotografico di massa (''Rubik'', 2008). Il prelievo, la memoria, l’archivio, il tempo, la presenza, l’assenza sono tutti caratteri che discendono dalla fotografia e che sono stati toccati all’interno della mia ricerca, visiva e performativa. La fotografia è un incitamento all’immagine e l’immagine lo è all’immaginazione. Nell’immagine trovo le notizie, le informazioni utili alla costruzione del mio lavoro e avverto questi passaggi in maniera dinamica,
{{AltraColonna}}forse per questo mi esprimo anche attraverso la performance, ovvero attraverso una fotografia in forma di azione (in-forma-azione). La mia fotografia ha un carattere performativo, può muoversi, e questo mi piace (''Ada città'', 2008).
{{Rule|5em}}
{{Sc|ciò che mi interessa}} del linguaggio specifico della fotografia è la possibilità di estendere gli spazi e il tempo, oltreché vestire un altro da sé. Mi entusiasma poter far vivere insieme bidimensionale e tridimensionale; passato e presente; realtà e finzione. Nel mio ultimo lavoro (''DK'', 2009), grazie alla specificità dei mezzi usati, ho rinnovato il valore di attestazione di verità della fotografia, in parallelo a quello dell’invenzione artificiosa, creando un immaginario credibile e viceversa rendendo il reale fiction. La fotografia può farci diventare qualcosa che non siamo, è un cubo magico che ci ri-combina in nuovi scenari, altre esperienze di vita. Essa ci permette di entrare in contatto con una o più realtà e di avanzare pretese su di esse (''Rubik'', 2008).
{{noindent|Considero la fotografia sia sotto l’aspetto concettuale che formale e lavoro affinché questi due versanti convivano. Perciò possiamo parlare del tipo di macchina usata, del negativo, della qualità di stampa, della carta, del supporto; ma anche di una fotografia che è performativa, oggettiva, ambientale, di scena, pubblica. A seconda dei casi adopero una fotografia che mira alla massima qualità tecnica ed estetica, altre volte invece è la sua funzione esecutiva a prevalere in quanto delegata al pubblico, che diventa parte in causa nella costruzione dell’opera stessa con tutto il rischio che ne consegue (''Saluti a Modigliana'', 2007).}}
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{{Sc|privilegio la fotografia analogica}}, soprattutto per la sua carica emotiva (''Lina'', 2004; ''Le petit'', 2006). L’analogico conserva ancora degli aspetti vicini alla magia e riesce sempre a stupirmi. Il mio lavoro sarebbe stato lo stesso anche senza l’avvento delle nuove tecnologie digitali, tant’è che con l’analogico riesco ad `’imitare’ questi linguaggi comuni. Nel lavoro dal titolo ''Offside'', 2007, per esempio, la mimesi, l’innesto della figura all’interno di un’immagine, avviene realmente e la finzione svela i suoi trucchi mostrando a uno sguardo più attento un rialzo di plexiglass trasparente, con cui il corpo si aiuta per inseguire l’appiattimento bidimensionale, o viceversa, per riportare quell’immagine al presente, annullando così le resistenze spazio temporali. L’immagine fatta a fondale e un reale poster in PVC e in scala 1:1, di circa 4mt x 3mt, sorretto da due americane nascoste ai lati. Sarebbe stato più facile usare Photoshop, ma non avrei avuto la possibilità di calarmi in prima persona negli avvenimenti con il carattere e la personalità (''Gap'', 2008).
{{noindent|Il digitale mi interessa nella costruzione del video, nel rapporto tra un’immagine e l’altra (''Senza titolo #2'', 2001; ''Gap'', 2008).}} L’analogico quasi sempre ha il sopravvento nel risultato finale, quando questo finale è invece in digitale, accade per la volontà di sottolineare un uso pubblico e democratico della fotografia. Inoltre il digitale mi è di grande aiuto per la preparazione e costruzione degli apparati più propriamente oggettivi o di scena (''Poster'', 2006), o ancora quando voglio accostare alla fotografia un visivo più freddo, più vicino a un’idea essenziale di pensiero e di schema (''Propp'', 2008).
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{{Ct|t=1|v=1|GLI STRALI D’AMORE}}
{{Ct|t=1|v=2|f=120%|AL SIG. GIO. AGOSTINO SPINOLA.}}
<poem>
Già fu stagion, che gli amorosi strali
Piaga facean, che conduceva a morte
Senza alcun scampo, ed i piagati amanti
In lunga pena di sospiri accesi
{{R|5}}Perdean la pace dell’amato sonno,
E sempre afflitti da pensier nojosi
Volgeano il guardo nubiloso a terra:
Quinci d’Amore era odïato il nome
Siccome orrendo; e l’universo udiva
{{R|10}}Farsi ognora d’intorno alte querele.
Su ciò pensando, e del figliuolo a’ biasmi
Volgendo l’alma empiea di duolo il petto
Venere bella, ed aggiogando al carro
Con bei legami d’ôr l’alme colombe,
{{R|15}}Le va battendo per gli aerei campi,
E da Citera in Cipro ella pervenne:
Ivi nel grembo d’una valle ombrosa
Tra verdi mirti, al mormorar dell’aure,
Trovò la madre il ricercato infante:
{{R|20}}Egli con l’onde d’un argenteo fiume,
Su durissima cote iva affinando
L’armi dell’invincibile faretra;
Ed a lui con sembiante, ove lampeggia
E di pietate, e di disdegno un raggio,
{{R|25}}Aprendo varco tra nettaree rose
A dolcissime voci, ella dicea:
Ancor non sazio delle piaghe altrui
Orribili cotanto, ecco t’affanni
A dar più filo alle saette acute?
{{R|30}}Mio figlio, no: che? ti produsse l’onda
Del mare irato, e le nevose cime,
E l’aspre balze de’ Caucasei monti?
Se non ti cale degli amari pianti,
Che versa il mondo, e s’a te poco incresce,
{{R|35}}Che senta la tua corte alto cordoglio
Per tue quadrella, or non ti frena almeno
Nel gran furor la non usata infamia
Che t’accompagna? e non avvampi udendo
Bestemmiar coteste armi? io certamente
{{R|40}}Raccolgo ognora e di pietate, e d’ira
Immense strida; e non ascolto voce,
Che senza oltraggi al mondo oggi ti nomi.
Ti pregi forse esser mostrato a dito
Siccome peste de’ mortali? e godi,
{{R|45}}Che sotto la tua destra ognun s’affligga?
Sì tra perle e rubini ella favella
Con tal sembiante, ch’ammorzar può l’ira
D’una orba tigre, e disgombrar le nubi
Da i zaffiri dell’aria, e far tranquilla
{{R|50}}Nell’Oceán spumante ogni tempesta.
A lei rivolto, e con dimessa fronte,
Girando i suoi begli occhi, apre un sorriso
Di là dal modo dell’uman costume,
Dolce a vedersi il Dioneo fanciullo,
{{R|55}}E poi la man di rose al molle petto
Lieve accostò, quasi giurar volesse,
Indi il volo disciolse a cotai voci:
Perdere i dardi, e dell’amabile arco
Possa vedermi disarmato il tergo,
{{R|60}}E vada altri signor di mia faretra,
Se dell’immense colpe, onde m’accusi
Non son lontano: ahi sì veloce ai biasmi
Sciogli la lingua, o genitrice, e carchi
Me, tuo figliuol, di sì gran colpe a torto?
{{R|65}}Gli strali miei son di fin oro, in Stige
Io non gli tempro ad inasprir le piaghe;
D’atro aconito io non gli attosco, e quali
A me già fur commessi, io gli saetto:
Se pur t’aggrada, ed a giustizia stimi
{{R|70}}Ben convenirsi, che rimanga ignuda
La destra mia d’ogni possanza al mondo;
Se tu, ch’intenta alle mie glorie l’alma
Aver dovresti, e d’avanzar miei pregi,
Non mai pentirti, ami ch’io giaccia inerme,
{{R|75}}Ed insegna d’onor non mi rimanga,
Ecco gli strali bestemmiati, e l’arco
Abbominato: a tuo voler gli spezza,
Ardi la formidabile faretra,
Ed i titoli miei l’abisso involva.
{{R|80}}Ei così disse; e l’Acidalia Diva
Fra le braccia d’avorio il si raccoglie
Teneramente e lampeggiando un riso
Con bei baci di néttare il vezzeggia,
E gli dicea: vadano in mar sommerse
{{R|85}}Le fallaci bugie de’ tuoi pensieri:
Io non vo’, che tua destra si disarmi,
Ma vo’, che l’armi tue, come gioconde
Sieno bramate da’ leggiadri amanti;
Fidami tua faretra, e come in cielo
{{R|90}}S’apran le porte alla seconda aurora,
Vientene a me volando in Amatunta:
Sul fin delle parole in man si reca
Salendo il carro gli amorosi strali,
E sferza le colombe, ed esse aprendo
{{R|95}}L’ali di neve trascorreano i nembi,
E spirando d’intorno aure di croco
Venner della speranza all’alto albergo:
Mirabil monte, a cui mai sempre spiega
Febo in serena fronte i raggi d’oro,
{{R|100}}Nè mai sostien, ch’egli patisca oltraggio
Dal folto orror della Cimmeria notte;
Ma di lucidi fiumi amate rive,
Ma lucide aure, e su dipinte piagge
Di colori, e d’odor varie vaghezze
{{R|105}}Sempre ha d’intorno, e sulle fresche fronde
Iti sospira Filomena, ed Iti
Iti la terra, ed Iti il ciel sospira,
Alternando dolente a quei dolori
Soavemente. Infra delizie tante
{{R|110}}La bella Ninfa de’ mortali amica
Chiusa soggiorna; e dal seren del core
Le sorge un lume di letizia in volto,
Che di caro sorriso empie i rubini
Dell’alma bocca, e dagli sguardi vibra
{{R|115}}Il più soave fra mortali ardore.
In verdissima seta ella è succinta,
Leggiadra gonna, e le fiorisce in testa
Ghirlanda, che disprezza i fieri orgogli
D’ogni aspro verno; e non risorge aurora.
{{R|120}}Nè mai tramonta Sol, ch’ella non stanchi
Con le dita di rose eburnea cetra,
A lei sposando armonïose note;
E pur allor cantò, come tradita
Dal re d’Atene in solitaria piaggia
{{R|125}}Sparse Arïanna alte querele al vento,
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/249
108
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2026-05-14T06:31:30Z
Dr Zimbu
1553
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3835088
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|236|{{sc|poesie}}}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Non si mirando intorno altro che morte:
Ma poscia sposa di sublime amante
Ebbe regno superbo, ebbe corona,
Non mai goduta da mortal donzella.
{{R|130}}Appena chiuse le rosate labbra,
Che Citerea le fu da presso; e poscia
Ch’ebbono posto all’accoglienze fine,
Venere bella a così dir le prese:
Ninfa gentil, che de gli umani cori
{{R|135}}Sempre pietosa il loro mal consoli
Per via ch’a sofferir fassi men grave,
Queste del mio figliuolo aspre saette
Giungono altrui nell’anima sì forte,
Che ’l mondo duolsi, e con querele eterne
{{R|140}}Ei ne bestemmia il vïolento arciero;
Onde io m’attristo; or tu gentil, che tempri
Co’ bei segreti tuoi l’umane angosce,
Ungi queste armi d’alcuna erba, o note
Mormora sopra lor, che sian possenti
{{R|145}}A svenenarle, e n’avrà pace il mondo,
E tu gran fama di pietate, ed io
Non mi sciorrò giammai da’ merti tuoi.
A questi prieghi la gentil donzella
Diede risposta prontamente, e disse:
{{R|150}}Nè tu di cosa indegna unqua desire
Aver potresti, ed alle tue vaghezze
Io non posso venir giammai ritrosa:
Al fin delle parole ella raccolse
I fieri dardi, e d’un licor gli sparse
{{R|155}}Meraviglioso alla mortal credenza:
Con questo tempra ogni cordoglio, e scema
Ogni orribile angoscia; onde il martíre
Non lascia in preda a morte alma dolente:
Sì medicata la terribil punta
{{R|160}}De gli aurei strali, a Citerea gli porse.
Ella partissi, e ritornando al regno
Poi ridonogli all’amoroso infante;
Ed ei piagando altrui non diè ferita,
Che fosse a sopportar senza diletti.
{{R|165}}Aggia qui fin la dilettosa istoria;
E se giammai ne i campi d’Anfitrite
Trascorrerai, Gian Agostin, co’ remi
Cercando l’aure volatrici allora,
Che latra il can dalle stellanti piagge,
{{R|170}}O se giammai sovra fiorita erbetta,
Cui purissima Najade rinfreschi,
Ti schermirai dalla stagione ardente,
Rivolgi ivi la mente al mio Parnaso:
Che se di pochi fiori oggi t’onora,
{{R|175}}Tesserà forse un dì maggior ghirlanda.
</poem><section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|f=120%|XV}}
{{Ct|t=1|v=1|IL DIASPRO}}
{{Ct|t=1|v=1|f=120%|AL SIG. GIO. FRANCESCO BRIGNOLE.}}
{{Ct|t=1|v=2|f=80%|MARCHESE DI GROPPOLI.}}
<poem>
Un dì sull’apparir dell’alma Aurora
Per la stagion d’april, che l’alme espone
Al bello ardor dell’Acidalia stella,
Amor disposto a guerreggiar ne i cori,
{{R|5}}L’armi provò di sua faretra: ei trasse
Ad una ad una fuor l’auree quadrella,
E mentre ei tocca coll’eburnee dita
La cruda punta di quei dardi, incauto
Un se ne punse, e leggiermente afflitto
{{R|10}}Dalla rosata man sangue cosparse:
Immantenente ei rinversò dagli occhi
Tepido rivo; e sbigottito in volto
Per l’insolita piaga, ei sciolse il volo
Inverso Febo, a ricercar conforto:
{{R|15}}Poco penò sulle volubil piume,
Che fu per entro il quarto cielo, e scorsa
Del biondo Apollo l’ammirabil stanza,
Ei trapassò della gemmata porta
La soglia d’oro, nè fermò le penne,
{{R|20}}Che fu da presso al luminoso Nume.
Erano al carro fiammeggiante, ardente
Di topazzi, d’elettri e di piropi
Legati i gran corsieri, Eto, Piroo,
Eoo, Flegonte; e dell’ambrosia eterna
{{R|25}}Dalle nari spandeano aure immortali;
E mal soffrendo del cammin l’indugio,
Calpestavan con unghia di diamante
Il chiaro smalto dell’etereo campo;
E de’ fulgidi freni il gran tesoro
{{R|30}}Avea già Febo nella manca, e pronto
Moveasi omai per l’infinito spazio
Delle strade stellanti allor, ch’ei scerse
Il tristo aspetto dell’Idalio arciero:
Subito allor l’infaticabil destra
{{R|35}}Egli ritenne, ed arrestò la sferza,
Che minacciava alle nettaree groppe:
E vêr l’eccelso peregrin movendo
Con lietissima fronte, in bel sembiante,
Fece sentir queste parole alate:
{{R|40}}Onde oggi vieni? e qual cagion t’adduce
A questi alberghi? è già non picciol tempo,
Che non gli festi di tua vista degni,
Unico re dell’invincibile arco,
Che pur sovra ogni cor ti dona impero:
{{R|45}}Ma perchè gli occhi molli, e ’l bel tesoro
Veggio turbarsi dell’amabil fronte?
A cui di Citerea rispose il figlio,
Alzando il dito sanguinoso, e disse:
Mira, che forte piaga, e che ruscello
{{R|50}}Sgorga di sangue: io rivedendo il filo
Di mie quadrella, e colle proprie dita
Amando farmi del lor taglio esperto,
Mi son trafitto; e tuttavia trabocca
L’onda vermiglia della piaga acerba;
{{R|55}}Ma tu, Signor dell’arte, onde salute
Viene agl’infermi, al cui saper son conte
Di ciascun’erba le virtù segrete:
Nè chiusa valle, o solitario giogo
Nobil foglia produce, i cui licori
{{R|60}}Siano alla vista di tua mente ignoti,
Alcun conforto a’ miei dolor comparti,
E frena il sangue, e la ferita chiudi,
Onde io sono infelice, e de’ tuoi doni
Non pur meco sarà lunga memoria,
{{R|65}}Ma non giammai porragli in cieco obblio
La bella qui fra voi mia genitrice.
Così diceva, e sulle guance adorne
L’ostro per lo cordoglio impallidiva;
A cui rispose dell’eterea luce
{{R|70}}Il non mai stanco guidatore eterno:
Io non dirò per aggravar parlando
La doglia, onde vai carco; e con mie voci
Rinnovare al presente ingiurie antiche,
</poem><section end="s2" /><noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Osservazioni intorno alle vipere.djvu/77
108
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2026-05-14T08:22:44Z
Cruccone
53
/* Pagine SAL 100% */
3835119
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||DI FRANCESCO REDI.|79}}</noinclude>{{Pt|larmente|particolarmente}} nelle Vipere, e tanto più, che {{AutoreCitato|Nicandro|Nicandro}} dettolo avea, e trovasi confermato da {{AutoreCitato|Galeno|Galeno}} in più luoghi, da {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}, da {{Wl|Q540679|Paolo Egineta}}, da {{Wl|Q2601875|Serapione}}, da {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}}, e da {{AutoreCitato|Tito Lucrezio Caro|Lucrezio}}, che filosofando cantò
<poem>''Est itaque, vt serpens hominis quæ tacta salivis''
''Disperit, ac sese mandendo conficit ipsa.''
</poem>
E questi Antichi sono stati secondati da molti Moderni, e particolarmente dal Cardinal {{Wl|Q3068727|Ponzetto}}, da {{Wl|Q20747490|Bertruccio}} Bolognese, dal {{AutoreCitato|Conrad Gessner|Gesnero}}, dal {{AutoreCitato|Abraham Zacuto|Zacuto}}, da {{AutoreCitato|Tommaso Campanella|Tommaso Campanella}}, da {{Wl|Q55225000|Marc’Antonio Alaimo}}, da {{Wl|Q118611761|Lelio Bisciola}}, e dal dottissimo, e celebratissimo {{AutoreCitato|Ulisse Aldrovandi|Ulisse Aldrovando}}, il quale non solo tenne per fermo, che la saliva dell’uomo ammazz’i Serpenti, ma volle anco discorrervi sopra, e darne la ragione, riducendola in fine, a quel vano, e chimerico nome della tanto decantata antipatia; Ma {{AutoreIgnoto|Pier Giovanni Fabro}}, e {{AutoreCitato|Marco Aurelio Severino|Marc’Aurelio Severino}} poco prezzandola, addussero per efficacissima cagione il Sale Armoniaco, del quale pienissima dissero ogni sorte di saliva, ma sopra tutte l’umana. Io rinchiusi dunque sei Vipere scelte in una grande<noinclude>
<references/></noinclude>
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Modulo:Autore
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Candalua
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Scribunto
text/plain
-- elemento su Wikidata
local item = mw.wikibase.getEntityObject()
local c = require('Modulo:Common')
local d = require('Modulo:Date')
local controlloAutorita = require('Modulo:Controllo di autorità')
local p = {}
-- lingua predefinita
local lang = mw.language.getContentLanguage()
local attrs = {
nome = 'Nome',
cognome = 'Cognome',
professioneNazionalita = 'Professione e nazionalità'
}
function p.autodetect(frame)
local aut = frame:getParent().args[1]
local t = mw.title.getCurrentTitle().text
if aut == nil or aut == '' then
local m = string.match(t,'^Libri di (.+)$')
if m == nil then
m = string.match(t,'^Testi di (.+)$')
end
if m == nil then
m = string.match(t,'in cui è citato (.+)$')
end
if m ~= nil then
return m
end
end
return aut
end
function p.dato(frame)
local page = mw.title.new(frame:getParent().args[1], 102)
local c = string.gsub(page:getContent(), '^(.*%{%{%s*[Aa]utore)(\n*%|.-%}%}).*$', '{{DatoAutore/dato|dato='..frame:getParent().args[2]..'%2')
return frame:preprocess(c)
end
function p.prendiDato(frame)
return frame:getParent().args[attrs[frame:getParent().args.dato]]
end
-- controllo di autorita'
function cda()
if item then return controlloAutorita.box(item) end
end
-- stringa da restituire
local output = ''
local outputCat = '' --le categorie le metto qui, per tenerle separate e metterle poi in fondo al testo generato
function add(str)
output = output..str
end
-- aggiunge una categoria (solo in ns Autore)
function addCat(name)
if c.isNSAutore() then
outputCat = outputCat .. c.category(mw.text.trim(name))
end
end
-- richiama un template che ha il compito di aggiungere una o più categorie (solo in ns Autore)
function addTmp(title, args)
if c.isNSAutore() then
outputCat = outputCat .. c.template(title, args)
end
end
--ritorna true se autore umano, false altrimenti
function p.isHuman()
return c.instanceof(5)
end
--data una stringa di solo testo contenente giono e mese, ritorna il link a quel giorno e mese
function linkGiornoMese(giornoMese)
if giornoMese then return c.template('DataGiorno', {giornoMese} )
else return '' end
end
--data una stringa di solo testo contenente l'anno, ritorna il link a quell'anno
function linkAnno(anno)
if anno then return c.template('Autore/Anno', {anno} )
else return '' end
end
--data una stringa di solo testo contenente il secolo, ritorna il link a quel secolo
function linkSecolo(secolo)
local stringa = ''
if secolo then
for sec in string.gmatch(secolo, '([^/]+)') do
if stringa ~= '' then
stringa = stringa .. '/'
end
local catname = 'Autori del '
if sec == 'Antichità' then
catname = 'Autori dell\''
end
stringa = stringa .. c.category(catname..sec, sec, true)
end
end
return stringa
end
-- crea un collegamento a una categoria (non vuota) relativa all'autore
function catLink(cat, icon)
local fcat = mw.ustring.format(cat, nomeAutore)
if c.pagesInCat(fcat) > 0 then
add('<div>[[File:'..(icon or 'Nuvola filesystems folder open.png')..'|20px|alt=Icona categoria]] \'\''
..c.category(fcat, mw.ustring.format(cat, (args.Nome or '')..' '..(args.Cognome or '')), true)
..' ('..c.pagesInCat(fcat)..')\'\'</div>')
end
end
-- l'autore è maschio o femmina?
function p.sesso()
return c.getLabelFromValue(c.getClaimValue(c.getSingleClaimByProperty('P21')))
end
-- ritorna l'immagine che rappresenta l'autore (la prima, se ce ne sono più di una)
function p.immagine()
if p.isHuman() then
return c.getSingleClaimValueByProperty('P18') -- immagine
or c.getSingleClaimValueByProperty('P94') -- coat of arms image
or c.getSingleClaimValueByProperty('P41') -- bandiera
else
return c.getSingleClaimValueByProperty('P41') -- bandiera
or c.getSingleClaimValueByProperty('P94') -- coat of arms image
or c.getSingleClaimValueByProperty('P18') -- immagine
end
end
function p.attivita(full)
local list = {}
for str in mw.text.gsplit(full, '/', true) do
table.insert(list, lang:lcfirst(str))
end
return mw.text.listToText(list)
end
--ritorna una lista di note <ref>testo</ref> leggendo P854 (Reference URL) e P248 (stated in)
function getRefList(references)
refList = ''
local n = 0;
for i, r in pairs(references or {}) do
if n < 5 and r.snaks then
local refURL = r.snaks.P854
local refStatedIn = r.snaks.P248
local refLink, refText, refLabel
if refStatedIn and not c.empty(refStatedIn) then
source = 'Q'..refStatedIn[1].datavalue.value["numeric-id"]
refLabel = mw.wikibase.label(source)
if refLabel ~= '0' then
refText = refLabel
end
if source == 'Q1128537' then
dbiLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P1986')
if dbiLink then
refText = '[http://www.treccani.it/enciclopedia/' .. dbiLink .. '_(Dizionario-Biografico) ' .. mw.wikibase.label(source) .. ']'
end
elseif source == 'Q30237471' then
dbfLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P7203')
if dbfLink then
refText = '[http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/' .. dbfLink .. ' ' .. mw.wikibase.label(source) .. ']'
end
elseif source == 'Q36578' then
gndLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P227')
if gndLink then
refText = '[http://d-nb.info/gnd/' .. gndLink .. ' ' .. mw.wikibase.label(source) .. ']'
end
elseif source == 'Q19938912' then
bnfLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P268')
if bnfLink then
refText = '[http://catalogue.bnf.fr/ark:/12148/cb' .. bnfLink .. ' Bibliothèque nationale de France]'
end
elseif source == 'Q576951' then
sbnLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P396')
if sbnLink then
refText = '[https://opac.sbn.it/nome/' .. sbnLink .. ' Servizio Bibliotecario Nazionale]'
end
elseif source == 'Q1201876' then
olLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P648')
if olLink then
refText = '[https://openlibrary.org/works/' .. olLink .. ' OpenLibrary]'
end
elseif source == 'Q5375741' then
britLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P1417')
if britLink then
refText = '[https://www.britannica.com/' .. britLink .. ' Encyclopædia Britannica]'
end
elseif source == 'Q237227' then
brockLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P5019')
if brockLink then
refText = '[https://brockhaus.de/ecs/enzy/article/' .. brockLink .. ' Brockhaus Enzyklopädie]'
end
elseif source == 'Q2629164' then
isfdbLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P1233')
if isfdbLink then
refText = '[http://www.isfdb.org/cgi-bin/ea.cgi?' .. isfdbLink .. ' Internet Speculative Fiction Database]'
end
elseif source == 'Q23023088' then
vegeLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P2191')
if vegeLink then
refText = '[https://www.fantascienza.com/catalogo/NILF' .. vegeLink .. ' Catalogo Vegetti della letteratura fantastica]'
end
end
--cerco l'url della fonte in "described by source" (P1343)
describedBySource = c.getClaimByPropertyAndValue('P1343', source)
if describedBySource and describedBySource.qualifiers then
sourceURL = describedBySource.qualifiers.P854
if sourceURL and not c.empty(sourceURL) then
refURL = sourceURL
end
end
end
if refURL and not c.empty(refURL) then
if refLabel == nil then
refLabel = 'Fonte'
end
refLink = refURL[1].datavalue.value
refText = '['..refLink..' '..refLabel..']'
end
if refText then
n = n + 1
refList = refList .. mw.getCurrentFrame():extensionTag( 'ref', refText, { name = refText } )
end
end
end
return refList
end
--ritorna le 4 componenti della data formattate, più la stringa finale con i link e l'eventuale "circa"
local function getFormattedDate(value, prima, dopo, isEsatta, refList)
local data = {
dayMonth = '',
decade = '',
year = '',
century = '',
stringa = '',
esatta = isEsatta,
calendar = nil,
precision = nil
}
date = d.getDate(value)
if date then
data.calendar = date.calendar
data.precision = date.precision
if date.precision >= 9 and date.precision <= 11 then
data.year = d.formatYear(date)
end
--precision: 7 - century, 8 - decade, 9 - year, 10 - month, 11 - day
if date.precision == 7 then
data.stringa = linkSecolo(d.formatCentury(date)) -- "XVI secolo"
elseif date.precision == 8 then
data.decade = d.formatDecade(date)
data.stringa = data.decade .. ' del ' .. linkSecolo(d.formatCentury(date)) -- "anni 50 del XVI secolo"
elseif date.precision == 9 then
data.stringa = linkAnno(d.formatYear(date)) -- "1556"; "24 a.C."
elseif date.precision == 10 then
data.dayMonth = d.formatMonth(date)
data.stringa = linkGiornoMese(data.dayMonth) .. ' ' .. linkAnno(d.formatYear(date)) -- agosto 1556
elseif date.precision == 11 then
data.dayMonth = d.formatDayMonth(date)
data.stringa = linkGiornoMese(data.dayMonth) .. ' ' .. linkAnno(d.formatYear(date)) -- 1° agosto 1556
end
--mostra il tipo di calendario (solo per precisioni almeno di mese, e solo per il periodo in cui alcuni usavano ancora il giuliano)
if date.precision >= 10 and date.year and date.year >= 1582 and date.year <= 1924 then
data.stringa = data.stringa .. '<sup>' .. d.linkCalendar(value.calendarmodel) .. '</sup>'
end
--la frasetta prima e dopo la data
if prima then data.stringa = prima .. ' ' .. data.stringa end
if dopo then data.stringa = data.stringa .. ' ' .. dopo end
--aggiungo le note (TODO: per il momento escludo il ns Opera per evitare le note "inutili", da vedere come sistemare meglio)
if c.notEmpty(data.stringa) and c.isNSAutore() then
data.stringa = data.stringa .. getRefList(refList)
end
--categoria di controllo per date < 15 Oct 1582 ma segnate come GREGORIANE
if date.precision >= 10 and date.year and date.year <= 1582 and date.calendar == 'gregoriano' then
if date.year < 1582 or tonumber(date.month) < 10 or
(date.precision == 11 and tonumber(date.month) == 10 and tonumber(date.day) < 15) then
addCat('Autori con date fino al 1582 segnate come gregoriane')
end
end
end
return data
end
--ritorna la lista di tutte le date per la proprietà indicata (P569=nascita, P570=morte), con la stringa finale
function getAllDates(property)
local list = {} --lista di tutte le date
local stringa --stringa con il testo finale con i link, e concatenato da "o" oppure "tra il e il"
claims = c.sortClaimsByDate(c.getClaimsByProperty(property) or {})
for index, claim in pairs(claims) do
local val = c.getClaimValue(claim)
local preStringa = ''
local sourceAccuracy = c.getQualifierValueFromClaim(claim, 'P1480')
local circa
-- non mostrare l'inutile "calendario non specificato, si presume gregoriano" e altre amenità simili
if sourceAccuracy and sourceAccuracy.id ~= 'Q26877139' and sourceAccuracy.id ~= 'Q26877143' and sourceAccuracy.id ~= 'Q27055388' then
circa = c.getLabelFromValue(sourceAccuracy);
end
local ante = c.getQualifierValueFromClaim(claim, 'P1326')
local post = c.getQualifierValueFromClaim(claim, 'P1319')
if val then
preStringa = getFormattedDate(val, nil, circa, (circa == nil), nil).stringa .. ', '
end
if ante and post then
--caso "tra il"
local list = {}
table.insert(list, getFormattedDate(post, nil, nil, true, nil))
table.insert(list, getFormattedDate(ante, nil, nil, true, claim.references))
stringa = preStringa .. 'tra il ' .. list[1].stringa .. ' e il ' .. list[2].stringa
--in questo caso ritorniamo direttamente questa coppia di date con la stringa "tra il"
return list, stringa
elseif ante ~= nil and post == nil then
--caso ante
table.insert(list, getFormattedDate(ante, preStringa .. 'prima del', nil, false, claim.references))
elseif ante == nil and post ~= nil then
--caso post
table.insert(list, getFormattedDate(post, preStringa .. 'dopo il', nil, false, claim.references))
elseif val then
--caso normale
table.insert(list, getFormattedDate(val, nil, circa, (circa == nil), claim.references))
end
end
--se ci sono 2 date con stesso anno ma una più precisa dell'altra (cioè anche giorno/mese), allora nella stringa mostriamo solo quella più precisa
if c.size(list) == 2 and
list[1].precision >= 9 and list[2].precision >= 9 and list[1].year == list[2].year and list[1].calendar == list[2].calendar and list[1].precision ~= list[2].precision then
if list[1].precision > list[2].precision then
stringa = list[1].stringa
else
stringa = list[2].stringa
end
else
--a questo punto va costruita la stringa finale con gli "o" tra le varie date
local stringaList = {}
for i, e in pairs(list) do
if c.notEmpty(e.stringa) then table.insert(stringaList, e.stringa) end
end
stringa = mw.text.listToText(stringaList, ' o ', ' o ')
end
--default se non ci sono valori
if stringa == '' then stringa = '...' end
return list, stringa
end
--ritorna tutte le date di nascita (o di fondazione/creazione)
function getBirthDates()
local dates, stringa = getAllDates('P569') --data di nascita
if c.empty(dates) then
dates, stringa = getAllDates('P571') --data di fondazione
end
return dates, stringa
end
--ritorna tutte le date di morte (o di scioglimento/chiusura)
function getDeathDates()
local dates, stringa = getAllDates('P570') --data di morte
if c.empty(dates) then
dates, stringa = getAllDates('P576') --data di scioglimento
end
return dates, stringa
end
--ritorna le date del floruit
function getFloruitDates()
--property floruit
local dates, stringa = getAllDates('P1317')
if c.size(dates) == 2 then
stringa = 'tra il '..dates[1].stringa..' e il '..dates[2].stringa
else
--properties work period start/end
dateStart, stringaStart = getAllDates('P2031')
dateEnd, stringaEnd = getAllDates('P2032')
if c.size(dateStart) == 1 and c.size(dateEnd) == 1 then
dates = {}
table.insert(dates, dateStart[1])
table.insert(dates, dateEnd[1])
stringa = 'tra il '..stringaStart..' e il '..stringaEnd
end
end
return dates, '\'\'[[:w:Floruit|floruit]]\'\' '..stringa
end
--data una lista di date, ritorna la data più precisa possibile che si possa individuare con certezza, oppure nil
--es: se abbiamo una sola data, senza "circa", ritorna quella
--se abbiamo 2 date, senza "circa", con stesso anno e giorno diverso: ritorna la data col solo anno
function getDataCerta(dates)
--se c'è una data incerta ritorna nil
for i, d in pairs(dates) do
if not d.esatta then return nil end
end
--se c'è una sola data che arriva almeno all'anno, ritorna quella
if c.size(dates) == 1 and dates[1].year ~= '' then
--se la precisione è inferiore al giorno, ritorna solo l'anno
if dates[1].precision < 11 then dates[1].dayMonth = nil end
return dates[1]
elseif c.size(dates) > 1 then
--se le diverse date non concordano almeno sull'anno, non c'è una data certa
local anno = dates[1].year
for i, d in pairs(dates) do
if anno ~= d.year then return nil end
end
local dataCerta = dates[1]
--se le date sono 2, una gregoriana e l'altra giuliana, ritorna la gregoriana
if c.size(dates) == 2 and dates[1].calendar ~= dates[2].calendar then
if dates[2].calendar == 'gregoriano' then dataCerta = dates[2] end
--se la precisione è inferiore al giorno, ritorna solo l'anno
if dataCerta.precision < 11 then dataCerta.dayMonth = nil end
return dataCerta
end
--se ho più date, ritorna solo l'anno
dataCerta.dayMonth = nil
return dataCerta
end
end
--cerca di calcolare i secoli in cui l'autore era attivo, sulla base delle date di nascita/morte o del floruit
function p.getSecoloAttivita()
--cerca le date di nascita e morte esatte
local startDates = d.getDatesFromProperty('P569', 'asc')
local endDates = d.getDatesFromProperty('P570', 'desc')
--oppure cerca le date di fondazione / cessazione
if c.empty(startDates) then startDates = d.getDatesFromProperty('P571', 'asc') end
if c.empty(endDates) then endDates = d.getDatesFromProperty('P576', 'desc') end
local floruitDates = d.getDatesFromProperty('P1317')
--se non ci sono cerca "ante" e "post"
if c.empty(startDates) then
ap = d.getAnteOrPostFromProperty('P569')
if ap then table.insert(startDates, ap) end
end
if c.empty(endDates) then
ap = d.getAnteOrPostFromProperty('P570')
if ap then table.insert(endDates, ap) end
end
if c.empty(startDates) then
ap = d.getAnteOrPostFromProperty('P571')
if ap then table.insert(startDates, ap) end
end
if c.empty(endDates) then
ap = d.getAnteOrPostFromProperty('P576')
if ap then table.insert(endDates, ap) end
end
--se ancora non trovi nulla cerca work period start/end
if c.empty(startDates) then startDates = d.getDatesFromProperty('P2031', 'asc') end
if c.empty(endDates) then endDates = d.getDatesFromProperty('P2032', 'desc') end
mw.log('calcolo il secolo di attivita...')
mw.log('start: ' .. c.printElement(startDates))
mw.log('end: ' .. c.printElement(endDates))
mw.log('floruit: ' .. c.printElement(floruitDates))
local startDate = c.first(startDates)
local endDate = c.first(endDates)
if not startDate and endDate then
startDate = c.deepcopy(endDate)
startDate = d.addYears(startDate, -25) --ipotizziamo che sia vissuto almeno 25 anni
elseif not endDate and startDate then
endDate = c.deepcopy(startDate)
--gli autori senza data di morte e nati nel XX secolo si suppongono viventi nel XXI
if not p.isHuman() or (startDate and startDate.century and startDate.century == 20) then
endDate.century = 21
endDate.year = 2050
else
endDate = d.addYears(endDate, 25) --ipotizziamo che sia vissuto almeno 25 anni
end
end
if c.empty(startDate) and not c.empty(floruitDates) then
startDate = floruitDates[1]
else
if p.isHuman() and startDate and startDate.precision and startDate.precision >= 9 and startDate.year then
--supponiamo che un autore non sia "attivo" prima dei 15 anni di eta' + 5 anni di "tolleranza".
--(Es. se ha pubblicato dal 1896 al 1950 lo consideriamo solo nel XX secolo)
startDate = d.addYears(startDate, 20)
end
end
if c.empty(endDate) and not c.empty(floruitDates) then
if #floruitDates > 1 then endDate = floruitDates[2]
else endDate = floruitDates[1] end
else
if p.isHuman() and endDate and endDate.precision and endDate.precision >= 9 and endDate.year then
--5 anni di "tolleranza" (se un autore è morto nel 1901 non ha senso considerarlo "del XX secolo")
endDate = d.addYears(endDate, -5)
end
end
local centuries = {}
if not c.empty(startDate) and not c.empty(endDate) and endDate.century and startDate.century then
mw.log('start common: ' .. c.printElement(startDate))
mw.log('end common: ' .. c.printElement(endDate))
mw.log('secoli: ' .. tostring(startDate.century) .. '-' .. tostring(endDate.century))
mw.log('secolo di attivita: ' .. tostring(startDate.century))
-- se aggiungendo la tolleranza alla nascita siamo finiti nel secolo successivo alla morte, lo scartiamo
if startDate.century > endDate.century then
startDate = endDate
end
table.insert(centuries, d.formatCentury(startDate))
while #centuries < 10 and (endDate.century ~= startDate.century or endDate.ac ~= startDate.ac) do
if startDate.ac then
startDate.century = startDate.century - 1
if startDate.century == 0 then
startDate.ac = false
startDate.century = 1
end
else
startDate.century = startDate.century + 1
end
mw.log('secolo di attivita: ' .. tostring(startDate.century))
table.insert(centuries, d.formatCentury(startDate))
end
end
return centuries
end
function getSitelinksOrLabelsFromPropertyValues(propertyId, siteId, langCode)
local claims = c.getClaimsByProperty(propertyId) or {}
local sitelinksOrLabels = {}
local found = false
for _, claim in ipairs(claims) do
if not found and claim and claim.mainsnak and claim.mainsnak.datavalue then
local qid = 'Q'..claim.mainsnak.datavalue.value['numeric-id']
local entity = mw.wikibase.getEntity(qid)
-- check if entity is a "birth house", "museum", "arrondissement", i.e. something which is not a "town"
local s = c.set{ 'Q19979289', 'Q33506', 'Q1307276', 'Q3947', 'Q16560', 'Q3950', 'Q2087181', 'Q702842', 'Q27686', 'Q23413', 'Q79007', 'Q751876', 'Q2116450', 'Q615980', 'Q2026833', 'Q211690', 'Q1907114', 'Q46124', 'Q21752084', 'Q879050', 'Q16917', 'Q15848826' }
if entity.claims then
local instOf = entity.claims["P31"]
if instOf then
for i, cl in pairs(instOf) do
local pl = 'Q'..cl.mainsnak.datavalue.value['numeric-id']
if s[pl] then
local cla = c.first(entity.claims["P276"]) -- location
if not cla then cla = c.first(entity.claims["P131"]) end -- located in the administrative territorial entity
if not cla then cla = c.first(entity.claims["P3842"]) end -- located in present-day administrative territorial entity
if cla then
local value = c.getClaimValue(cla)
if value and value["numeric-id"] then
entity = mw.wikibase.getEntity('Q'..value["numeric-id"])
found = true;
break;
end
end
end
end
end
end
local sitelinkOrLabel = entity:getSitelink(siteId)
if not sitelinkOrLabel then
local itLabel = entity:getLabel(langCode)
if itLabel then
langCode = 'it'
sitelinkOrLabel = itLabel
isLink = false
end
end
if not sitelinkOrLabel then
sitelinkOrLabel = entity:getSitelink('enwiki')
langCode = 'en'
end
if not sitelinkOrLabel then
sitelinkOrLabel = entity:getSitelink('frwiki')
langCode = 'fr'
end
if not sitelinkOrLabel then
sitelinkOrLabel = entity:getSitelink('eswiki')
langCode = 'es'
end
if not sitelinkOrLabel then
sitelinkOrLabel = entity:getSitelink('dewiki')
langCode = 'de'
end
local isLink = true
if not sitelinkOrLabel then
langCode = 'it'
sitelinkOrLabel = entity:getLabel(langCode) or entity:getLabel('mul') or entity:getLabel('en') or entity:getLabel('fr') or entity:getLabel('de')
isLink = false
if not entity:getLabel(langCode) then
addCat('Etichetta mancante su Wikidata')
end
end
if sitelinkOrLabel then
table.insert(sitelinksOrLabels, {text = sitelinkOrLabel, isSitelink = isLink, lang = langCode})
end
end
end
return sitelinksOrLabels
end
function getPlaceOfBirth()
local places = getSitelinksOrLabelsFromPropertyValues('P19', 'itwiki', 'it')
if c.size(places) > 1 then
addCat('Autori con luogo di nascita incerto')
elseif c.size(places) == 1 and places[1].isSitelink then
addCat('Nati a '..places[1].text)
end
for k, v in pairs(places) do
if v.isSitelink then
places[k] = c.link(v.text, v.text:gsub(' %(%D+%)', ''), v.lang .. ':w')
else
places[k] = v.text
addCat('Autori con luogo di nascita o morte non presente in Wikipedia')
end
end
return c.concat(places, ' o ')
end
function getPlaceOfDeath()
places = getSitelinksOrLabelsFromPropertyValues('P20', 'itwiki', 'it')
mw.log('luogo morte: '..c.printElement(places))
if c.size(places) > 1 then
addCat('Autori con luogo di morte incerto')
elseif c.size(places) == 1 and places[1].isSitelink then
addCat('Morti a '..places[1].text)
end
for k, v in pairs(places) do
if v.isSitelink then
places[k] = c.link(v.text, v.text:gsub(' %(%D+%)', ''), v.lang .. ':w')
else
places[k] = v.text
addCat('Autori con luogo di nascita o morte non presente in Wikipedia')
end
end
return c.concat(places, ' o ')
end
--funzione che recupera i dati dell'autore, richiamabile anche con un item qualunque
function p.getDatiAutore(autoreItem)
item = autoreItem or item
c.setItem(item)
local dati = {}
--DATI ANAGRAFICI da Wikidata
dati.nomeCognome = c.getLabel()
dati.isHuman = p.isHuman()
dati.gender = p.sesso()
dati.immagine = p.immagine()
dati.birthDates, dati.birthStringa = getBirthDates()
dati.deathDates, dati.deathStringa = getDeathDates()
dati.birthPlaceList = c.getLabelsFromPropertyValues('P19')
dati.deathPlaceList = c.getLabelsFromPropertyValues('P20')
dati.birthPlace = c.concat(dati.birthPlaceList, ' o ')
dati.deathPlace = c.concat(dati.deathPlaceList, ' o ')
dati.floruitDates, dati.floruitStringa = getFloruitDates()
--pseudonimo P742
dati.pseudonimi = c.sublist(c.getClaimValuesByProperty('P742'), 1, 5)
table.sort(dati.pseudonimi)
dati.numeroPseudonimi = c.size(dati.pseudonimi)
dati.stringaPseudonimo = c.concat(dati.pseudonimi, "''', '''", "''' e '''")
--nome reale (birth name) P1477
dati.nomiReali = c.getClaimValuesByProperty('P1477')
table.sort(dati.nomiReali)
dati.stringaNomeReale = c.concat(dati.nomiReali, "''' o '''")
--alias (da cui vanno esclusi i precedenti campi e il nome "principale")
dati.alias = c.sublist(c.getLabelAndAliases(), 1, 5) --max 5 alias
c.subtractTable(dati.alias, dati.pseudonimi)
c.subtractTable(dati.alias, dati.nomiReali)
c.subtractTable(dati.alias, {dati.nomeCognome})
table.sort(dati.alias)
dati.stringaAlias = c.concat(dati.alias, "''', '''", "''' e '''")
--anni di nascita e morte esatti
dataNascitaCerta = getDataCerta(dati.birthDates)
dataMorteCerta = getDataCerta(dati.deathDates)
if dataNascitaCerta then
dati.annoNascita = dataNascitaCerta.year
dati.ricorrenzaNascita = dataNascitaCerta.dayMonth
end
if dataMorteCerta then
dati.annoMorte = dataMorteCerta.year
dati.ricorrenzaMorte = dataMorteCerta.dayMonth
end
--link al Diz. Biogr. degli Italiani
dati.dbiLink = c.getSingleClaimValueByProperty('P1986')
--link a LiberLiber
dati.liberLiber = c.getSingleClaimValueByProperty('P7208')
return dati
end
function p.autore(frame)
if frame == nil or frame:getParent() == nil then
error('Nessun frame rilevato')
end
-- parametri passati al template Autore
args = c.getParameters(frame)
if args.Wikidata then
item = mw.wikibase.getEntityObject(args.Wikidata)
c.setItem(item)
end
naz = (args['Nazionalità'] or ''):gsub(" naturalizzato ", "/"):gsub(" naturalizzata ", "/"):gsub(",", ""):gsub("-", "/")
-- nome dell'autore: Nome, Cognome e Disambigua
local nomeCognome = mw.text.trim((args.Nome or '')..' '..(args.Cognome or ''))
if nomeCognome == '' then error('Nome autore non valido') end
-- nome UNIVOCO dell'autore: Nome, Cognome e Disambigua
nomeAutore = mw.text.trim(nomeCognome..' '..(args.Disambigua or ''))
--cognome, nome (per ordinamenti)
local cognonome = args.Cognome or ''
if cognonome ~= '' then cognonome = cognonome ..' , ' end
cognonome = c.stripAccents( cognonome .. (args.Nome or '') )
add(c.template('DEFAULTSORT', {cognonome} ))
local spanDati = mw.html.create('span'):attr('id', 'dati')
for k, v in pairs(attrs) do
spanDati:attr('data-'..k, (args[v] or ''))
end
add(tostring(spanDati))
-- DATI ANAGRAFICI
local secoloAttivita = p.getSecoloAttivita()
local secolo = c.concat(secoloAttivita, '/')
mw.log('Secolo di attivita da wikidata: ' .. secolo)
dati = p.getDatiAutore()
mw.log(c.printElement(dati))
--DATI ANAGRAFICI da Wikidata
local birthPlace = getPlaceOfBirth()
local deathPlace = getPlaceOfDeath()
--pseudonimo P742
local pseudonimi = c.getClaimValuesByProperty('P742')
c.subtractTable(pseudonimi, {nomeCognome})
pseudonimi = c.sublist(pseudonimi, 1, 5)
table.sort(pseudonimi)
local numeroPseudonimi = c.size(pseudonimi)
local stringaPseudonimo = c.concat(pseudonimi, "''', '''", "''' e '''")
--nome reale (birth name) P1477
local nomiReali = c.getClaimValuesByProperty('P1477')
table.sort(nomiReali)
local stringaNomeReale = c.concat(nomiReali, "''' o '''")
--alias (da cui vanno esclusi i precedenti campi e il nome "principale")
local alias = dati.alias
if (dati.nomeCognome ~= nomeCognome) then
table.insert(alias, dati.nomeCognome)
end
c.subtractTable(alias, pseudonimi)
c.subtractTable(alias, nomiReali)
c.subtractTable(alias, {nomeCognome})
table.sort(alias)
local stringaAlias = c.concat(alias, "''', '''", "''' e '''")
--inizio CATEGORIE
-- CAT: AUTORI NATI/MORTI NELL'ANNO
if dati.annoNascita and dati.annoNascita ~= '' then
addCat('Nati nel '..dati.annoNascita)
end
if c.size(dati.birthDates) > 1 then
local data1 = dati.birthDates[1]
local data2 = dati.birthDates[2]
if c.size(dati.birthDates) > 2 or data1.calendar == data2.calendar then
if data1.precision >= 9 and data2.precision >= 9 and data1.year == data2.year and data1.precision ~= data2.precision then
addCat('Autori con date di nascita aventi diversa precisione')
else
addCat('Autori con data di nascita incerta')
end
end
end
if dati.annoMorte and dati.annoMorte ~= '' then
addCat('Morti nel '..dati.annoMorte)
end
if c.size(dati.deathDates) > 1 then
local data1 = dati.deathDates[1]
local data2 = dati.deathDates[2]
if c.size(dati.deathDates) > 2 or dati.deathDates[1].calendar == dati.deathDates[2].calendar then
if data1.precision >= 9 and data2.precision >= 9 and data1.year == data2.year and data1.precision ~= data2.precision then
addCat('Autori con date di morte aventi diversa precisione')
else
addCat('Autori con data di morte incerta')
end
end
end
if p.isHuman() and dati.ricorrenzaNascita and dati.ricorrenzaNascita ~= '' then
if dati.ricorrenzaNascita:sub(1, 2) == '8 ' or dati.ricorrenzaNascita:sub(1, 3) == '11 ' then
addCat("Nati l'"..dati.ricorrenzaNascita)
else
addCat('Nati il '..dati.ricorrenzaNascita)
end
end
if p.isHuman() and dati.ricorrenzaMorte and dati.ricorrenzaMorte ~= '' then
if dati.ricorrenzaMorte:sub(1, 2) == '8 ' or dati.ricorrenzaMorte:sub(1, 3) == '11 ' then
addCat("Morti l'"..dati.ricorrenzaMorte)
else
addCat('Morti il '..dati.ricorrenzaMorte)
end
end
-- CAT: AUTORI-INIZIALE
addCat('Autori')
local primaLettera = mw.ustring.upper(c.template('Prima lettera', { (args.Cognome or '')..(args.Nome or '') } ))
addCat('Autori-'..primaLettera)
if dati.gender and dati.gender == 'femmina' then
addCat('Autrici')
end
-- CAT: AUTORI OMONIMI (cioè che usano il campo Disambigua per distinguersi da omonimi)
if args.Disambigua then addCat('Autori omonimi') end
-- CAT: AUTORI DEL SECOLO
if secolo == '' then addCat('Autori senza secolo indicato')
else
if lang:ucfirst(secolo) == 'Antichità' then addCat('Autori dell\'Antichità')
else addTmp('Autore/CategorieSecolo', { secolo, cognonome }) end
-- CAT: AUTORI PER NAZIONALITÀ E SECOLO
for n in string.gmatch(naz, "([^/]*)") do
local plur = c.template('Autore/PluraleNazionalità', { n } )
if plur and plur ~= '' then
if lang:ucfirst(secolo) == 'Antichità' then
addCat('Autori '..plur.." dell'Antichità")
else
addTmp('Autore/CategorieSecolo', { secolo, cognonome, plur })
end
end
end
end
-- CAT: AUTORI PER ATTIVITÀ
local att = args['Attività']
if att then
addTmp('Autore/CategorieAttività', { att, cognonome })
-- CAT: AUTORI PER ATTIVITÀ E SECOLO
if lang:ucfirst(secolo) == 'Antichità' then
addTmp('Autore/CategorieAttività', { att, cognonome, 'dell\'Antichità' })
else
addTmp('Autore/CategorieAttivitàSecolo', { att, secolo, cognonome })
end
else
addCat('Autori senza attività')
end
-- CAT: AUTORI PER NAZIONALITÀ
if naz and naz ~= '' then
mw.log("nazionalità: "..naz)
for n in string.gmatch(naz, "([^/]*)") do
if n and n ~= '' then
local plur = c.template('Autore/PluraleNazionalità', { mw.text.trim(n) } )
mw.log("plurale nazionalità: "..plur)
if plur and plur ~= '' then
addCat('Autori '..plur)
-- AUTORI PER ATTIVITÀ + NAZIONALITÀ
if att then addTmp('Autore/CategorieAttività', { att, cognonome, plur }) end
else
addCat('Autori di nazionalità non censita')
end
end
end
else
addCat('Autori senza nazionalità')
end
-- CAT: AUTORI CON/SENZA OPERE
if (c.pagesInCat('Testi di '..nomeAutore) + c.pagesInCat('Traduzioni di '..nomeAutore)) > 0 then
addCat('Autori con opere su Wikisource')
else
addCat('Autori senza opere su Wikisource')
end
-- CAT: AUTORI DI TESTI MUSICALI
if c.pagesInCat('Testi musicati da '..nomeAutore) > 0 then
addCat('Autori di testi musicali')
end
-- CAT: AUTORI CITATI IN OPERE PUBBLICATE
if c.pagesInCat('Testi in cui è citato '..nomeAutore) > 0 then
addCat('Autori citati in opere pubblicate')
elseif c.pagesInCat('Pagine in cui è citato '..nomeAutore) > 0 then
addCat('Autori citati in pagine non transcluse')
end
-- CAT: AUTORI SENZA DATI BIOGRAFICI
if ((args['Professione e nazionalità'] or '')..
(args['Attività'] or '')..
(args['Nazionalità'] or '') ) == '' then
addCat('Autori senza dati biografici')
end
-- CAT: AUTORI VIVENTI
if dati.annoMorte == nil and tonumber(dati.annoNascita) ~= nil and tonumber(dati.annoNascita) >= 1900 then
addCat('Autori viventi')
end
local wp = c.wikipedia()
local com = c.commons()
local wq = c.wikiquote()
-- CAT: AUTORI SENZA VOCE SUI VARI PROGETTI
if (wp or '') == '' then
addCat('Autori senza voce su Wikipedia')
if (naz and (naz:lower() == 'italiano' or naz:lower() == 'italiana')) then
addCat('Autori italiani senza voce su Wikipedia')
end
elseif (wp and wp ~= 'it') then
addCat('Autori con voce su Wikipedia non in italiano')
if (naz and (naz:lower() == 'italiano' or naz:lower() == 'italiana')) then
addCat('Autori italiani con voce su Wikipedia non in italiano')
end
end
if (wq or '') == '' then addCat('Autori senza voce su Wikiquote') end
if (com or '') == '' then addCat('Autori senza voce su Commons') end
if c.sitelink('vecwikisource') then
addCat('Autori presenti sul Wikisource veneto')
end
-- AUTORI SENZA ELEMENTO SU WIKIDATA
if not item then
add(c.template('Pagina non collegata a Wikidata', {}))
addCat('Autori non collegati a Wikidata')
end
if not dati.gender and p.isHuman() then
addCat('Autori senza proprietà sesso su Wikidata')
end
if nomeAutore ~= mw.title.getCurrentTitle().text then
addCat('Nome autore non corretto')
end
--FINE CATEGORIE
-- INIZIO BOX
add('<div class="boxAutore">');
-- IMMAGINE AUTORE con CATEGORIE
if dati.immagine then
add('[[File:'..dati.immagine..'|140px|right|alt=Immagine di '..(args.Nome or '')..' '..(args.Cognome or '')..']]')
addCat('Autori con immagine')
else
addCat('Autori senza immagine')
end
--INIZIO TESTO "Nome Cognome (1900-2000), scrittore italiano"
-- NOME E COGNOME
add(tostring(mw.html.create('b'):css('white-space', 'nowrap'):wikitext(nomeCognome)))
--date di nascita e morte
local datiAnagraficiMancanti = false
if dati.birthStringa == '...' and dati.deathStringa == '...' then
-- CAT: AUTORI SENZA DATI ANAGRAFICI
addCat('Autori senza dati anagrafici')
datiAnagraficiMancanti = true
if secolo and secolo ~= '' and c.empty(dati.floruitDates) then
if not dati.gender or secolo == 'Antichità' then
add(' ('..linkSecolo(secolo)..')')
end
end
if (birthPlace and birthPlace ~= '') or (deathPlace and deathPlace ~= '') then
if birthPlace and birthPlace ~= '' then dati.birthStringa = birthPlace .. ', ' .. dati.birthStringa end
if deathPlace and deathPlace ~= '' then dati.deathStringa = deathPlace .. ', ' .. dati.deathStringa end
add(' ('..dati.birthStringa..' – '..dati.deathStringa..')')
end
elseif dati.birthStringa == dati.deathStringa and (not birthPlace or birthPlace == '') and (not deathPlace or deathPlace == '') then
add(' ('..dati.birthStringa..')')
else
if birthPlace and birthPlace ~= '' then dati.birthStringa = birthPlace .. ', ' .. dati.birthStringa end
if deathPlace and deathPlace ~= '' then dati.deathStringa = deathPlace .. ', ' .. dati.deathStringa end
add(' ('..dati.birthStringa..' – '..dati.deathStringa..')')
end
--floruit (solo in mancanza di date certe)
if not c.empty(dati.floruitDates) and ((not dati.ricorrenzaNascita or dati.ricorrenzaNascita == '') or (not dati.ricorrenzaMorte or dati.ricorrenzaMorte == '')) then
add(', '..dati.floruitStringa)
elseif datiAnagraficiMancanti and secolo and secolo ~= '' then
if dati.gender and secolo ~= 'Antichità' then
add(', '..'\'\'[[:w:Floruit|floruit]]\'\' '..linkSecolo(secolo))
end
end
local oa = 'o/a'
if dati.gender then
if dati.gender == 'maschio' then oa = 'o'
elseif dati.gender == 'femmina' then oa = 'a' end
end
-- EVENTUALE ALTRO NOME
if stringaAlias ~= '' then
add(', not'..oa..' anche come \'\'\''..stringaAlias..'\'\'\'')
end
-- EVENTUALE PSEUDONIMO
if stringaPseudonimo ~= '' then
add(', not'..oa..' anche con ')
if numeroPseudonimi > 1 then add('gli pseudonimi')
else add('lo pseudonimo') end
add(' di \'\'\''..stringaPseudonimo..'\'\'\'')
addCat('Autori conosciuti con uno pseudonimo')
end
-- EVENTUALE NOME REALE
if stringaNomeReale ~= '' and stringaNomeReale ~= nomeCognome then
add(', nat'..oa..' \'\'\''..stringaNomeReale..'\'\'\'')
end
-- DATI BIOGRAFICI
if args['Professione e nazionalità'] then
add(', '..lang:lcfirst(args['Professione e nazionalità']))
elseif args['Attività'] then
add(', '..p.attivita(args['Attività']))
if args['Nazionalità'] then add(' '..args['Nazionalità']) end
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|59}}</noinclude>tra essi il {{AutoreCitato|Juan Eusebio Nieremberg|Nierembergio}}, l’{{AutoreCitato|Jean Baptiste van Helmont|Elmonzio}}, il {{AutoreCitato|Philipp Jakob Sachs|Sachs}}, ed il {{AutoreCitato|Athanasius Kircher|Chircher}} attribuiscono tal virtude a questa odorifera erba; e gliele attribuisce parimente il celebratissimo Padre {{AutoreCitato|Honoré Fabri|Onorato Fabri}} nel 2. lib. delle piante prop. 84, opinando che nel bassilico si trovino insieme, e le semenze degli scorpioni, e le disposizioni necessarie per farle nascere, e Volfango Oeffero, citato nella {{TestoAssente|Gammarologia}} del Sachs, racconta, che a’ nostri tempi un certo speziale più saccente degli altri nel paese d’Austria aveva trovato il modo di far nascere artifiziosamente quelle paurose bestiuole. Del mese di Luglio, e d’Agosto, essendo il sole in Granchio, pestava ben bene il bassilico, e con esso così pestato spalmava, alla grossezza di tre dita, un tegolo rovente, lo copriva subito con un’ altro simil tegolo, e stuccava le congiunture con loto fatto di sabbione, e di sterco di cavallo; quindi metteva que’ tegoli in cantina per lo spazio di un mese, e poscia aprendogli vi trovava dentro gli scorpioni belli e nati; onde quel buon’ uomo se ne serviva a tutti quegli usi pe’ quali gli scorpioni son bisognevoli nella medicina.
Vn’invecchiata, ancorchè falsa opinione, fa gran forza nelle menti degli uomini; perciò maraviglia non è, se Iacopo Ollerio, medico di {{Pt|altis-|}}<noinclude>{{RigaIntestazione||H 2|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|60|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>{{Pt|simo|altissimo}} grido, nel primo libro della {{TestoAssente|Pratica medicinale}} si credesse, che per aver soverchiamente odorato il bassilico, nascesse uno scorpione nel cervello di un cert’uomo italiano:
<poem>''Forse era ver, ma non però credibile''
''A chi del senso suo fosse signore.''</poem>
E se l’{{Wl|Q3159118|Ollerio}} avesse dato fede a quel, che del bassilico fu scritto da {{AutoreCitato|Galeno|Galeno}} nel secondo libro delle {{TestoAssente|potenze degli alimenti}}, non si sarebbe lasciata scappar dalla penna una baia cotanto incredibile. Fu piu di lui accurato, ed avveduto, e però più commendabile {{Wl|Q1575280|Giovan Michele Fehr}} citato nella {{TestoAssente|Gammarologia}} del litteratissimo {{AutoreCitato|Philipp Jakob Sachs|Sachs}}; imperocchè, avendo letto in Galeno, che dal bassilico non son generati gli scorpioni, volle con tutte le circostanze richieste farne la prova, e ritrovò che Galeno era veridico, e tutti gli altri menzogneri; si come lo sono ancora tutti coloro, i quali affermano, che non è solo il bassilico a saper produrre queste bestiuole; ma che le produce il crescione, ed ogni sorta di legno fracido, e corrotto: anzi {{AutoreCitato|Fortunio Liceti|Fortunio Liceto}} racconta, che Iacopo Antonio Marta Napoletano faceva nascere gli scorpioni dalla terra, inaffiandola col sugo della cipolla, e un di questi forse, o qual si sia altro simile, era quel maraviglioso, e gran segreto, di cui fa menzione {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}}. {{Pt|Mi-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|61}}</noinclude>{{Pt|glior|Miglior}} pensiero fu quello del grande {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotile}}, che insegnò esser generati gli scorpioni dalla congiunzione de’ maschi, e delle femmine; le quali non figliano poi l’uova, come costumano molti altri insetti, ma bensì partoriscono gli scorpioncini vivi, e secondo la loro spezie perfetti. Il che non fu negato ne da {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}} nel capitolo venticinque del libro undecimo, ne da {{AutoreCitato|Claudio Eliano|Eliano}} nel libro sesto del capitolo ventesimo, e fu minutamente osservato da {{Wl|Q131282828|Tommaso Furenio}}, e dall’eruditissimo {{AutoreCitato|Johan Rode|Giovanni Rodio}} nelle sue Osservazioni medicinali. Ancora io provando, e riprovando ne feci l’esperienza; ed essendomi stata portata una gran quantità di scorpioni dalle montagne di Pistoia, scelsi alcune femmine, le quali, più grandi, e più grosse de’ maschi, benissimo si distinguono da essi maschi, ed il giorno venti di Luglio separatamente le serrai, senza dar lor cosa alcuna da potersi cibare, in alcuni vasi di vetro, ne’ quali alcune morirono avanti al parto; ma una il dì cinque di Agosto partorì non undici scorpioncini, come crederono Plinio, ed Aristotile; ma bensì trentotto benissimo formati, e di colore bianco lattato, che di giorno in giorno si cangiava in color di ruggine; ed un’altra femmina, in un’altro vaso rinchiusa, il dì sei del suddetto mese ne figliò venzette dello stesso {{Pt|co-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|62|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>{{Pt|lore|colore}} de’ primi; e tanto gli uni, quanto gli altri stavano appiccati sopra il dorso, e sotto il ventre della madre, ed il giorno decimonono erano tutti vivi; ma da lì avanti ne cominciò ogni giorno a morir qualcheduno; e due soli arrivarono ad esser vivi il giorno ventiquattro di Agosto; il quale passato, furono anch’essi da me trovati morti. In quel tempo io volli medesimamente vedere, come nel ventre della madre avanti al parto questi insetti si stessero: perlochè ne sparai molte, e trovai diverso il loro numero, ma però mai minore di venzei, nè maggiore di quaranta, e stanno tutti attaccati insieme in una lunga filza, vestiti di una sottilissima, e quasi invisibile membrana, dentro alla quale si veggono benissimo distinti, e separati, per un ristrignimento simile ad un sottilissimo filo, ch’ella fa tra l’uno scorpione, e l’altro. Con questa occasione io mi accorsi non esser vero quel che {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotile}}, ed {{AutoreCitato|Antigono di Caristo|Antigono Caristio}} raccontano, che le madri sono ammazzate da’ nati figliuoli; ne quel, che scrisse {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}; che i figliuoli sono tutti dalla madre uccisi, eccetto che uno, il quale più scaltrito degli altri si salva sopra il dorso di essa madre, ponendosi in luogo, dove non possa esser ferito ne dal morso, ne dal pungiglione della coda; e questo dappoi vendicatore de’ fratelli ammazza la {{Pt|pro-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|63}}</noinclude>{{Pt|pria|propria}} genitrice. Osservai se dopo questa prima figliatura, passati alcuni giorni, altri scorpioncini dalla stessa madre fossero partoriti, conforme racconta il {{AutoreCitato|Johan Rode|Rodio}} essergli intervenuto, che ne vide gran numero della grandezza de’ lendini: ma io per qualsisia diligenza non potei mai imbattermi a vedergli: e di piu avendo aperto il ventre a molte femmine pregne, non vi ho mai trovato altro, che quella bianca filza di scorpioncini tutti di ugual grandezza, e sempre quasi dello stesso numero da venzei, come dissi, a quaranta: puo nulla di meno essere avvenuto, che quelle, che io avea per le mani, avessero fatte per lo passato molte altre figliature, e che io sempre mi fossi imbattuto nell’ultima, che perciò lascio a ciascuno la libertà di credere in questo, ciò che piu gli sia per essere a piacere. Non vorrei già che voi, Signor Carlo, credeste, che nella nostra Italia fosse così poca dovizia di scorpioni, come pare, che ne’ suoi tempi l’accennasse {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}} nel libro undecimo della Storia naturale, dicendo: ''Saepè Psylli, qui reliquarum uenena terrarum inuehentes, quaestus sui causa peregrinis malis impleuere Italiam, hos quoq; importare conati sunt. Sed uiuere intra Siculi coeli regionem non potuere. Visuntur tamen aliquando in Italia, sed innocui''; imperciocchè oggigiorno nella sola città di Firenze se ne {{Pt|consumeran-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|64|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>{{Pt|no|consumeranno}} ogni anno, per far l’olio contro veleni, vicino a quattrocento, e forse piu libbre. Io credo però, che {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}} avesse ragione, quando affermò, che quegli, che si trovano in Italia sono innocenti, e non velenosi; imperocchè infinite volte ho veduto quei contadini, che in Firenze pel sollione gli portano a vendere, liberamente maneggiargli, e razzolar colle mani ignude ne’ sacchetti pieni, ed esserne sovente punti, e sempre senza un minimo ribrezzo di veleno: E pure tutti questi scorpioni di Toscana son di quegli, che anno sei nodi, o vertebre, che voglian dire, nella coda, i quali per sentimento di {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}} son molto più velenosi degli altri.
Se si trovino scorpioni, che abbiano piu, o meno di sei vertebre nella coda, io non lo so; perchè non ne ho mai veduti di tal fatta; so bene, che gli scrittori non ben si accordano fra di loro; e Plinio racconta trovarsene di quegli, che ne anno sette, e di quegli, che ne anno sei; ed i primi da lui, al contrario di quel, che disse Avicenna, sono chiamati piu mortiferi degli altri. {{AutoreCitato|Strabone|Strabone}} similmente, ed i Talmudisti citati da {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Samuel Bociarto}} nel Ierozoico ne noverano di sette vertebre, e {{AutoreCitato|Nicandro|Nicandro}} pare, che faccia menzione di una certa razza di scorpioni, che ne ha nove: {{Pt|Σφόνδυ}}
{{nop}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||''DI FRANCESCO REDI.''|65}}</noinclude><poem> Σφόνδυλοι ἐννεάδεσμοι ὑπερ τείρουσι κεραίης</poem>
ancorchè il di lui Greco Scoliaste, come eruditissimamente osservarono il {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bociarto}}, il {{AutoreCitato|Jean de Gorris|Gorreo}} e l’{{AutoreCitato|Ulisse Aldrovandi|Aldrovando}}, dica in questo verso di {{AutoreCitato|Nicandro|Nicandro}} la voce ἐννεάδεσμοι significare lo stesso che πολύδεσμοι. Quindi soggiugne lo Scoliaste: Οὔτε οὖν διὰ τὸ ἐννέα δέσμους ἔχειν ὥς φησιν ἀντίγονος, τὸ ἐννεάδεσμοι εἶπεν, οὔτε διὰ τὸ ἐννεασπονδύλους, ὥς φησι δημήτριος. τοὺς γὰρ σπονδύλους ὁ σκόρπιος οὐ πλείους ἔχων τῶν ἑπτὰ ὁρᾶται, ἀλλὰ καὶ αὐτοὺς σπανίους, καθὰ φησιν ἀπολλόδωρος, cioè: ''usa la voce'' ἐννεάδεσμοι, ''non perchè gli scorpioni abbiano nove congiunture, come dice {{AutoreCitato|Antigono di Caristo|Antigono}}; nè, perchè abbiano noue uertebre, come uuole {{AutoreIgnoto|Demetrio}}; imperocchè non si vede mai scorpione, che abbia più che sette uertebre; il che auuien di rado, per quanto scrive {{AutoreCitato|Apollodoro (medico)|Apollodoro}}''. E per prova di questo pensiero dello Scoliaste molti pellegrini luoghi di vari scrittori apporta il Bociarto, i quali voi molto bene avrete veduti appresso quel grandissimo letterato, onde per brevità maggiore gli tralascio.
Non voglio già tralasciar di dirvi, che, siccome tutti quegli scorpioni dell’Italia, che da me sono stati osservati, anno sei sole vertebre, o spondili, o nodi nella coda, così parimente gli scorpioni dell’Egitto non ne anno più di sei, come ho potuto vedere in alcuni, che l’anno 1657. da quel paese furon mandati al Serenissimo {{Pt|Granduca}}<noinclude>{{RigaIntestazione||I|}}
[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|66|''ESPERIEN. INT. AGL’INSETTI''|}}</noinclude>Granduca mio Signore. Vi è però tra gli Egizi, ed i nostrali non poca differenza: imperocchè quantunque, e quegli, e questi sien dello stesso colore nericcio, quegli d’Egitto son di gran lunga piu grandi, e più grossi di questi; ed avendo messo nelle bilancine uno di quegli d’Egitto trovai, che così secco, e netto da tutte le ’nteriora pesava venti grani; ed uno di questi d’Italia, morto pochi giorni avanti, appena arrivava a cinque. Gli spondili, o le vertebre della coda di que’ d’Egitto son tutte quasi di lunghezza, e di grossezza uguali tra di loro; ed appena si scorge, che quanto piu son lontane dal dorso piu si allungano: ma negli scorpioni de’ nostri paesi la quinta vertebra avanti al pungiglione è sempre il doppio più lunga di tutte l’altre.
Ho veduto un’altra spezie di scorpioni alquanto differente dalle due suddette, e me l’ha mandata dal Regno di Tunisi, dov’al presente si trova, il dottor Giovanni Pagni celebre professore di medicina nella famosa Accademia Pisana. Tutto ’l Regno di Tunisi produce fecondissimamente questi scorpioni, chiamati in lingua Barbaresca ''Akrab''; ma particolarmente se ne trova un’infinita moltitudine in una piccola Città, detta ''Kisijan''; e son molto più lunghi, e molto più grossi di que’ d’Egitto. Ne pesai due de’ vivi, e ciascuno di {{pt|essi}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Margherita" />{{RigaIntestazione||— 16 —|}}</noinclude>nuta; gli occhi suoi si aprivano; il suo cuore per la prima volta sentiva in sè l’amor di Gesù; lo Spirito Santo, il Consolatore le insegnava pur ora, che poteva chiamare Iddio suo Padre, e credersi amata da Colui che aveva sempre temuto come Giudice.
— Dunque... posso io credere... che Gesù mi ha salvata? mi disse ella esitando, e come se avesse temuto di affermarlo.
— Ne dubitereste voi? ripresi io. Vi separereste voi stessa dal sacrificio del Redentore?
— No! No! M’è troppo dolce il crederlo. Oh! perchè non l’ho io conosciuto prima?
Per alcuni momenti ella tacque. L’anima sua contemplava questa verità. Ella pareva presa di stupore e di tenerezza! Alla fine, giungendo le mani e piangendo di gioia, disse, riguardandomi: Dunque sono stata salvata! Il nostro Signore Gesù m’aveva ricomprata, ed io non lo sapeva! Oh che nuova, Dio mio! che buona nuova! Oh quanto è confortato il cuor mio! Quanto sono felice!
A queste parole ella si piegò e chinò la testa, come per riposarsi dopo una lunga fatica. Le lagrime le cadevano sulle mani giunte, e sull’ abito, e nei suoi singhiozzi si mischiavano i nomi di Padre, Gesù Salvatore!
— Dunque io sono salvata! ripetè, guardandomi ancora. Dunque Gesù ha pagato il mio debito! Tutto il mio debito! Lo pagava quando era su quella Croce, dove io l’ho veduto tante volte, senza conoscerlo mai! — Dio mio! Dio mio! esclamò ella, levando gli occhi al cielo. Dunque Tu hai avuto pietà di questa povera vecohia! Tu non hai voluto ch’io scendessi sotto terra, senza<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|282||}}</noinclude>
{{Centrato|IV.}}
''Ne-Ne-Hofra discese il Nilo in una galera tutta oro e gemme, scortata da una flotta di barche variopinte. Tutta la Nubia e l’Egitto, miriadi di persone dalle terre dei Monti della Luna, erano accorse alle sponde del fiume per veder passare il corteo.''
''Attraverso un’allea di sfingi e una doppia fila di leoni alati, essa fu portata dinanzi al trono d’Orete. Egli la rialzò, la fece sedere al suo fianco, le cinse il braccio con l’ureo, la baciò e la fece sua regina.''
''Ciò non bastava al saggio Orete; egli voleva l’amore, e che la regina fosse felice nell’amor suo. Quindi la trattò con grande dolcezza, le mostrò tutti i suoi beni, città, popoli, palazzi, i suoi eserciti e le sue flotte; la condusse attraverso i sotterranei dove erano ammucchiati i suoi gioielli, dicendo: — «O Ne-Ne-Hofra! Dammi un bacio d’amore, e tutto questo è tuo.» — ''
''Ed essa, pensando che se non lo amava allora, avrebbe potuto amarlo in seguito, lo baciò non una, ma tre volte, nonostante i suoi centodieci anni.''
''Il primo anno fu felice, e sembrò assai breve; il terzo anno fu molto infelice, e le sembrò assai lungo. Allora comprese che ciò che essa credeva fosse amore per Orete, non era che ammirazione per la sua potenza. La gioia si partì dal suo cuore, lacrime sgorgavano continuamente dai suoi occhi e le rose delle sue guance s’incenerirono, essa languiva ed appassiva lentamente. Alcuni dissero che le Erinni la perseguitavano per la sua crudeltà contro qualche amante; altri, che era colpita dall’invidia di un dio, geloso di Orete. Qualunque fosse la ragione, tutti i rimedi degli astrologhi e dei maghi, riuscirono vani; Ne-Ne-Hofra era condannata a morire.''
''Orete scelse una cripta nella montagna, dove erano le tombe delle regine, e avendo chiamato i primi artefici di Menfi, ordinò loro di costruire un sepolcro più magnifico dei Mausolei dei Re.''
''— «O mia regina, bellissima come {{Ec|ator|Ator}}!» — diceva il re, a cui i centotredici anni non avevano spento le fiamme d’amore. — «Dimmi, ti prego, il male di cui soffri. Tu muori davanti ai miei occhi!» — ''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||283}}</noinclude>{{nop}}
''— «Tu non mi amerai di più se io te lo dicessi» — essa rispose tremando di paura.''
''— «Non amarti? Io ti amerò ancor di più! Io lo giuro per i genii di Amente e per l’occhio di Osiride! Parla!» — egli disse con la passione di un amante, con l’autorità di un re.''
''— «Ascolta allora.» — essa rispose; — » In una caverna presso Essuan vive un anacoreta, il più vecchio e il più santo della sua classe. Egli si chiama Menofa, e fu mio maestro ed amico. Chiamalo, Orete, ed egli ti dirà ciò che tu desideri sapere; egli ti aiuterà parimenti a trovare un rimedio al mio male.» — ''
''Orete si dipartì giubilante: Gli pareva di aver cento anni di meno.''
{{Centrato|V.}}
''— «Parla!» — disse Orete a Menofa, nel palazzo di Menfi.''
''E Menofa rispose; — «Potentissimo sovrano, se tu fossi giovine io non ti risponderei, perchè mi preme ancora la vita; così invece ti risponderò che la regina, come ogni altro mortale, paga il fio di un delitto.» — ''
''— «Di un delitto!» — urlò il re.''
''Menofa si inchinò profondamente.''
''— «Sì, un delitto contro se stessa.» — ''
''— «Non sono d’umore di sciogliere enigmi.» — ''
''— «Ciò che dico non è un enigma. Ne-Ne-Hofra crebbe sotto i miei occhi, e confidava ogni particolare della sua vita a me, fra gli altri che essa amava un tale Barbec, figlio del giardiniere di suo padre.» — ''
''La fronte di Orete si rasserenò.''
''— «Con quell’amore in petto, o re, essa venne alle tue braccia. Di quell’amore sta per morire.» — ''
''— «Dove è il figlio del giardiniere? — chiese Orete.''
''— «Ad Essuan.» — ''
''Il re uscì ed impartì due ordini. A un ufficiale disse: — «Va ad Essuan e conducimi qui un giovine di nome Barbec. Lo troverai nel giardino del padre di Ne-Ne-Hofra.''
''A un’altro disse: — «Raccogli operai, animali e utensili e costruisci per me nel lago Chemmis un’isola con un tempio, un palazzo, e un giardino pieno di fiori e''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||283}}</noinclude>{{nop}}
''— «Tu non mi amerai di più se io te lo dicessi» — essa rispose tremando di paura.''
''— «Non amarti? Io ti amerò ancor di più! Io lo giuro per i genii di Amente e per l’occhio di Osiride! Parla!» — egli disse con la passione di un amante, con l’autorità di un re.''
''— «Ascolta allora.» — essa rispose; — » In una caverna presso Essuan vive un anacoreta, il più vecchio e il più santo della sua classe. Egli si chiama Menofa, e fu mio maestro ed amico. Chiamalo, Orete, ed egli ti dirà ciò che tu desideri sapere; egli ti aiuterà parimenti a trovare un rimedio al mio male.» — ''
''Orete si dipartì giubilante: Gli pareva di aver cento anni di meno.''
{{Centrato|V.}}
''— «Parla!» — disse Orete a Menofa, nel palazzo di Menfi.''
''E Menofa rispose; — «Potentissimo sovrano, se tu fossi giovine io non ti risponderei, perchè mi preme ancora la vita; così invece ti risponderò che la regina, come ogni altro mortale, paga il fio di un delitto.» — ''
''— «Di un delitto!» — urlò il re.''
''Menofa si inchinò profondamente.''
''— «Sì, un delitto contro se stessa.» — ''
''— «Non sono d’umore di sciogliere enigmi.» — ''
''— «{{Ec|Cio|Ciò}} che dico non è un enigma. Ne-Ne-Hofra crebbe sotto i miei occhi, e confidava ogni particolare della sua vita a me, fra gli altri che essa amava un tale Barbec, figlio del giardiniere di suo padre.» — ''
''La fronte di Orete si rasserenò.''
''— «Con quell’amore in petto, o re, essa venne alle tue braccia. Di quell’amore sta per morire.» — ''
''— «Dove è il figlio del giardiniere? — chiese Orete.''
''— «Ad Essuan.» — ''
''Il re uscì ed impartì due ordini. A un ufficiale disse: — «Va ad Essuan e conducimi qui un giovine di nome Barbec. Lo troverai nel giardino del padre di Ne-Ne-Hofra.''
''A un’altro disse: — «Raccogli operai, animali e {{Ec|untensili|utensili}} e costruisci per me nel lago Chemmis un’isola con un tempio, un palazzo, e un giardino pieno di fiori e''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|284||}}</noinclude>''alberi, che galleggi liberamente dove il vento la sospinge. Costruisci l’isola, e che essa sia finita al tempo della luna piena.»''
''Poi disse alla regina:''
''«Rallegrati. Io so tutto, e ho mandato a chiamare Barbec.»''
''Ne-Ne Hora gli baciò le mani.''
''— «Tu lo avrai tutto per te sola un anno intiero, e nessuno disturberà i vostri amori.»''
''Essa gli baciò i piedi; egli la rialzò, le diede un bacio. Le rose tornarono sulle guancie, lo scarlatto alle labbra, il riso al suo cuore.''
{{Centrato|VI.}}
''Per un anno Ne-Ne-Hofra e Barbec il giardiniere, galleggiarono in balìa degli zefiri sull’azzurro lago di Chemmis. L’isola era una meraviglia, e per un anno, un anno intero, vi dimorarono come in paradiso, non vedendo nessuno. Poi la regina ritornò al palazzo di Menfi.''
''— «Chi ami tu di più, ora?» chiese il re.''
''Essa gli baciò la guancia e disse: — «Riprendimi, buon re, io sono risanata.» — ''
''Orete rise, malgrado i suoi centoquattordici anni.''
''— «Dunque Menofa aveva ragione» — egli disse. — «Ah, ah! Il rimedio per l’amore è l’amore.» — ''
''— «Così è» — essa rispose.''
''— «Tutto ad un tratto la sua fronte si corrugò e la sua voce divenne terribile:''
''— «Io non lo trovai così» — disse.''
''Essa lo guardò atterrita.''
''— «Donna rea!» — egli continuò — «La tua offesa ad Orete l’uomo, io perdono; ma la tua offesa ad Orete il re, deve esser punita.» — ''
''Essa gli si postrò ai piedi.''
''— «Silenzio,» — egli disse: — «Tu sei morta!» — ''
''Egli battè le mani, e una terribile processione sfilò nella stanza, una processione di parachisti, o imbalsamatori, ciascuno con qualche strumento della sua arte disgustosa.''
''Il re indicò Ne-Ne Hofra.''
''— «Essa è morta. Fate il vostro dovere.» — ''
''Dopo settantadue giorni, Ne-Ne Hofra, bella come Ator,''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|284||}}</noinclude>''alberi, che galleggi liberamente dove il vento la sospinge. Costruisci l’isola, e che essa sia finita al tempo della luna piena.»''
''Poi disse alla regina:''
''«Rallegrati. Io so tutto, e ho mandato a chiamare Barbec.»''
''Ne-Ne Hora gli baciò le mani.''
''— «Tu lo avrai tutto per te sola un anno intiero, e nessuno disturberà i vostri amori.»''
''Essa gli baciò i piedi; egli la rialzò, le diede un bacio. Le rose tornarono sulle guancie, lo scarlatto alle labbra, il riso al suo cuore.''
{{Centrato|VI.}}
''Per un anno Ne-Ne-Hofra e Barbec il giardiniere, galleggiarono in balìa degli zefiri sull’azzurro lago di Chemmis. L’isola era una meraviglia, e per un anno, un anno intero, vi dimorarono come in paradiso, non vedendo nessuno. Poi la regina ritornò al palazzo di Menfi.''
''— «Chi ami tu di più, ora?» chiese il re.''
''Essa gli baciò la guancia e disse: — «Riprendimi, buon re, io sono risanata.» — ''
''Orete rise, malgrado i suoi centoquattordici anni.''
''— «Dunque Menofa aveva ragione» — egli disse. — «Ah, ah! Il rimedio per l’amore è l’amore.» — ''
''— «Così è» — essa rispose.''
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''Essa gli si postrò ai piedi.''
''— «Silenzio,» — egli disse: — «Tu sei morta!» — ''
''Egli battè le mani, e una terribile processione sfilò nella stanza, una processione di ''parachisti'', o imbalsamatori, ciascuno con qualche strumento della sua arte disgustosa.''
''Il re indicò Ne-Ne Hofra.''
''— «Essa è morta. Fate il vostro dovere.» — ''
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''Poi disse alla regina:''
''«Rallegrati. Io so tutto, e ho mandato a chiamare Barbec.»''
''Ne-Ne Hora gli baciò le mani.''
''— «Tu lo avrai tutto per te sola un anno intiero, e nessuno disturberà i vostri amori.»''
''Essa gli baciò i piedi; egli la rialzò, le diede un bacio. Le rose tornarono sulle guancie, lo scarlatto alle labbra, il riso al suo cuore.''
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''Per un anno Ne-Ne-Hofra e Barbec il giardiniere, galleggiarono in balìa degli zefiri sull’azzurro lago di Chemmis. L’isola era una meraviglia, e per un anno, un anno intero, vi dimorarono come in paradiso, non vedendo nessuno. Poi la regina ritornò al palazzo di Menfi.''
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''— «Dunque Menofa aveva ragione» — egli disse. — «Ah, ah! Il rimedio per l’amore è l’amore.» — ''
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||285}}</noinclude><section begin="s1" />''fu condotta nella cripta per lei scelta l’anno prima, e messa a dormire insieme alle sue regali compagne. Ma nessun funebro corteo in suo onore attraversò il sacro lago.''
Alla conclusione del racconto, Ben Hur era seduto ai piedi dell’Egiziana, e la mano con cui essa guidava il timone era stretta nella sua.
— «Menofa aveva torto.» — egli disse.
— «Perchè?» —
— «L’amore vive amando.» —
— «Dunque non vi è rimedio contro di esso?» —
— «Si, Orete lo trovò.» —
— «Quale?» —
— «La morte.» —
— «Tu sei un buon ascoltatore, o figlio di Arrio.»
E così conversando e raccontando favole e novelle ingannarono le ore. Quando scesero a terra, essa disse:
— «Domani andiamo in città,» —
— «Ma ti troverai ai giuochi?» — egli chiese.
— «Oh, sì.» —
— «Ti manderò i miei colori.» —
E così si divisero.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO IV.'''}}
Ilderim ritornò al dovar il giorno appresso circa all’ora terza. Quando smontò, un uomo della sua tribù lo accostò e gli disse: — «O sceicco, mi fu consegnato questo plico con l’ordine di recarlo a te, affinchè tu lo legga immediatamente. Se c’è risposta, devo attendere la tua buona grazia.» —
Ilderim aprì subito il pacco, il sigillo del quale era già stato rotto.
L’indirizzo diceva: ''A Valerio Grato, Cesarea.''
— «Abaddon lo pigli!» — mormorò lo sceicco, scorgendo che la lettera era in latino.
Se l’Epistola fosse stata in Greco o in Arabo, egli non avrebbe avuto difficoltà nel leggerla. Così potè tutto al più decifrare la firma, scritta in grandi caratteri Romani — MESSALA, — che lesse strizzando l’occhio.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Ben Hur/Libro Quinto/Capitolo III
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||387}}</noinclude>
{{Centrato|'''CAPITOLO V.'''}}
Lo sceicco aspettò, ben soddisfatto, finchè Ben Hur, ebbe terminate le esercitazioni del mattino.
— «Questo pomeriggio, o sceicco, potrai riprenderti Sirio» — disse Ben Hur, accarezzando il collo del vecchio cavallo. — «Lo puoi riprendere, e darmi il cocchio.» —
— «Così presto?» — chiese Ilderim.
— «Con cavalli come i tuoi basta una giornata. Non hanno paura; hanno l’intelligenza di un uomo, ed amano l’esercizio. Questo, egli scosse le redini sul dorso al più giovine dei quattro, — tu lo chiamasti Aldebran, credo, — è il più veloce. In un giro di stadio avanzerebbe gli altri di tre lunghezze.» —
Ilderim si lisciò la barba, con gli occhi scintillanti.
— «Aldebran è il più veloce» — disse. — «E il più
tardo?» —
— «Eccolo.» — Ben Hur scosse le redini sopra Antares. — «Ma egli vincerà, perchè, vedi, sceicco, egli correrà tutto il giorno, e in sul calar del sole potrà raggiungere la sua massima velocità.» —
— «Hai nuovamente ragione» — disse Ilderim.
— «Io ho un solo dubbio, o sceicco.» —
Lo sceicco si fece serio.
— «Nella sua avidità di trionfare, un Romano transige anche con l’onore. Nei loro giuochi, — in tutti i loro giuochi, praticano una infinità di tranelli e di frodi; nelle gare dei cocchi, la loro furfanteria non risparmia nè i cavalli, nè l’auriga, nè il padrone. Quindi, buon sceicco, bada bene a quanto tu fai. Finchè la gara non sia terminata, non lasciare che nessun estraneo si avvicini ai cavalli. Per esser più sicuri, fa di più; — metti una guardia armata che li invigili notte e giorno. Allora non avrò paura per l’esito.» —
Alla porta della tenda smontarono.
— «Ciò che tu dici sarà fatto. Per lo splendore di Dio, nessuna mano dovrà avvicinarsi a loro tranne quella dei fedeli. Stanotte medesima porrò le sentinelle. Ma guarda, figlio di Arrio,» — Ilderim estrasse il plico dalla cintura e<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|288||}}</noinclude>lo svolse lentamente, sedendo sopra il divano, — guarda, figlio di Arrio, e aiutami col tuo latino.» —
Egli consegnò il dispaccio a Ben Hur.
— «Ecco; leggi, leggi ad alta voce, traducendo le
parole nella lingua de’ tuoi padri. Il latino è un abbominio.» —
Ben Hur era di buon umore e intraprese la lettura con leggerezza.
''Messala a Grato!'' Si arrestò. Ebbe come un presentimento e il cuore gli cominciò a palpitare fortemente. Ilderim osservò la sua agitazione.
— «Dunque? Aspetto.» —
Ben Hur domandò scusa e ricominciò la lettura del papiro, che il lettore avrà già indovinato essere una copia della lettera con tanta cura spedita da Messala a Grato, la mattina dopo l’orgia nel palazzo.
I primi paragrafi erano solo notevoli in quanto che rivelavano che lo scrittore non aveva perduto quelle qualità di scherno e d’ironia che adornavano il suo dire giovanile. Ma quando il lettore arrivò ai passi intesi a rammentare a Grato la famiglia dei Hur, la sua voce tremò, e due volte dovette arrestarsi, per riprendere padronanza di sè. Con uno sforzo continuò. — «Richiamerò anche le disposizioni che prendesti riguardo ai membri della famiglia Hur» — qui la voce del lettore fu rotta come da un singhiozzo — «affinchè il silenzio della tomba ci assicurasse il tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo stesso tempo il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la coscienza.» —
Ben Hur non potè continuare. Il papiro scivolò dalle sue mani ed egli si coprì il volto.
— «Sono morte — morte. Io sono solo!» —
Lo sceicco era stato muto ma commosso spettatore del dolore del giovine.
Egli si alzò e disse: — «Figlio di Arrio, io devo chiederti perdono. Leggi la lettera da solo. Quando ti sarai riavuto abbastanza per comunicarmi il resto del contenuto, mandami a chiamare.» —
Egli uscì dalla tenda. Il pensiero delicato era degno di lui.
Ben Hur si gettò sul divano e si abbandonò alla foga della sua passione.
Quando si fu rimesso alquanto, si ricordò che parte della lettera non gli era ancora conosciuta, e ne riprese la {{Pt|let-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||289}}</noinclude>{{Pt|tura.|lettura.}} — «Ti ricorderai di ciò che hai fatto della madre e della figlia del malfattore, e se ora cedo alla curiosità di sapere se vivano o siano morte....» — Ben Hur trasalì, rilesse il passo:
— «Egli non sa se siano morte; egli non sa!» — esclamò, — «Benedetto sia il nome del Signore! C’è ancora un po’ di speranza.» — Sorretto da questo pensiero continuò la lettura fino al fondo.
— «Non sono morte» — egli disse, dopo breve riflessione: — «Non sono morte; altrimenti egli lo saprebbe.» —
Una seconda lettura, più attenta della prima, lo confermò in questa opinione. Allora mandò a chiamare lo sceicco.
— «Quando venni la prima volta alla tua tenda ospitale, o sceicco» — egli incominciò con calma, quando l’arabo ebbe preso posto sul divano, e furono soli, — «io non aveva l’intenzione di parlarti della mia vita, tranne che di quella parte necessaria per provarti la mia destrezza ed esperienza nel guidare i cavalli. Non volli comunicarti la mia storia. Ma il caso che ha fatto pervenire questa lettera nelle mie mani, è così strano, che io sento il dovere di rivelarti ogni cosa. Mi conforta in questo proposito il fatto che siamo entrambi minacciati dal medesimo nemico, contro il quale è necessario che procediamo d’accordo. Io ti leggerò la lettera e ti darò la spiegazione, dopo la quale comprenderai facilmente il motivo della mia emozione. Se la considerasti debolezza o sentimentalità infantile, saprai ricrederti o scusarmi.» —
Lo sceicco ascoltò in assoluto silenzio finchè Ben Hur arrivò al paragrafo in cui si faceva speciale menzione della sua persona. — «Io incontrai ieri l’Ebreo nel boschetto di Dafne» — diceva la lettera — «e se egli non vi è, tuttavia dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè ti sarà facile tenerlo d’occhio. Anzi, se tu mi chiedessi dove sia in questo momento, io giuocherei che egli si trova nell’Orto delle Palme.» —
— «Ah!» — esclamò Ilderim, afferrandosi la barba.
— «Nell’Orto delle Palme,» — ripetè Ben Hur. — «sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim....» —
— «Traditore! Io?» — gridò il vecchio con voce fattasi acuta, mentre il labbro e la barba tremavano d’ira, e le vene della fronte e del collo si gonfiavano come per scoppiare.
— «Un momento, sceicco» — fece Ben Hur. — «Tale è l’opinione di Messala, ascolta la sua minaccia»:.... sotto<noinclude><references/>
{{PieDiPagina|||19}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|290||}}</noinclude>la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim, il quale non sfuggirà a lungo alle nostre mani. Non ti sorprenda se Massenzio, come passo preliminare faccia imbarcare l’Arabo sulla prima galera di ritorno, e lo mandi a Roma.» —
— «A Roma! Me — Ilderim, — sceicco di diecimila cavalieri con lancie — me a Roma!» — Balzò in piedi, le mani tese, le dita che si aprivano e si stringevano con moto convulso, gli occhi scintillanti come quelli di un serpente.
— «O Dio! — no, per tutti gli Dei, tranne per quelli di Roma! — quando finirà questa insolenza? Un uomo libero son io; libero è il mio popolo. Dobbiamo morire schiavi, o, peggio, dovrò io condurre la vita di un cane che striscia ai piedi del suo padrone? Devo leccare la sua mano perchè non mi batta? Ciò che è mio non è più mio, per l’aria che respiro devo dipendere da Roma. Oh, se fossi giovine un’altra volta! Oh se potessi scrollare dalle mie spalle venti anni, — o dieci, — o cinque!» —
Strinse i denti, ed agitò le braccia sopra il capo; poi, sotto l’impulso di una nuova idea, fece due passi verso Ben Hur e gli afferrò con veemenza il braccio.
— «Se io fossi come te, figlio di Arrio — giovine, forte, destro nelle armi; se avessi un torto come il tuo che mi spronasse alla vendetta, un torto tale da santificare l’odio — giù le maschere! Figlio di Hur, figlio di Hur, io dico!» —
A quel nome il sangue di Ben Hur quasi si arrestò nelle vene; stupito, confuso, egli fissò gli occhi in quelli dell’Arabo, ora vicini ai suoi, e animati da una fiamma selvaggia.
— «Figlio di Hur, io dico, se io fossi, come te, coi tuoi torti, coi tuoi ricordi, io non avrei, non potrei aver pace. Alle mie sofferenze aggiungerei quelle del mondo, e mi dedicherei alla vendetta. Per mare e per terra, in ogni paese, predicherei la rivolta contro il Romano. Ogni guerra di indipendenza mi troverebbe fra i combattenti, in ogni battaglia contro Roma brillerebbe la mia spada. Diventerei Parto, in mancanza di meglio. Che se anche gli uomini mi venissero meno, non interromperei i miei sforzi, no. Per lo splendore di Dio! Andrei fra i lupi, le tigri e i leoni nella speranza di aizzarli contro il comune nemico. Ogni arma sarebbe lecita, ogni eccidio giustificato, purchè le vittime fossero Romane. Alle fiamme tutto ciò che è<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||291}}</noinclude>Romano! Di notte pregherei gli Dei, i buoni e i cattivi egualmente, che mi prestassero i loro terrori, le loro tempeste, le carestie, il freddo, il caldo, e tutti gli innominabili veleni che essi lasciano liberi nell’aria, e tutto, tutto scaraventerei sul capo ai Romani. Oh, io non potrei dormire! Io, io....» —
Lo sceicco si fermò per mancanza di respiro, e rimase muto, ansando, pallido, coi pugni serrati.
Di tutto questo appassionato scoppio d’ira Ben Hur non ritenne che una vaga impressione di occhi fiammeggianti, di una voce stridula, di una collera troppo intensa per essere espressa con coerenza, a parole. Per la prima volta in otto anni il misero giovane era stato chiamato col suo vero nome. Un uomo almeno lo conosceva e lo riconosceva senza chiedere prove, e questi era un Arabo del deserto!
Come era egli venuto a questa cognizione? La lettera? No. Essa parlava delle crudeltà inflitte alla sua famiglia, narrava la storia delle proprie sofferenze, ma non diceva che egli era la vittima provvidenzialmente sfuggita all’ira Romana. Questo anzi egli avrebbe voluto spiegare allo sceicco dopo terminata la lettura. La gioia e la speranza gli fiorirono in cuore, e con calma forzata domandò:
— «Buon sceicco, dimmi, come venisti in possesso di questa lettera?» —
— «La mia gente custodisce le strade fra le città» — rispose Ilderim bruscamente. — «La tolsero ad un corriere.» —
— «Sanno che quella gente è tua?» —
— «No. Davanti al mondo figurano come predoni, che è mio dovere di prendere ed impiccare.» —
— «Un’altra domanda, sceicco. Tu mi chiamasti figlio di Hur — il nome di mio padre. Io mi credeva sconosciuto da tutti. Come apprendesti il mio nome?» —
Ilderim esitò; poi, rinfrancandosi rispose. — «Io ti conosco, ma non sono libero di dirti altro.» —
— «Qualcheduno ti tiene sotto padronanza?» —
Lo sceicco tacque e fece per andarsene; ma osservando la disillusione di Ben Hur, ritornò indietro, e disse: — «Non parliamone più per ora. Io vado in città; quando ritorno ti parlerò liberamente. Dammi la lettera» — Ilderim ripiegò con cura i papiri e li rimise subito nella loro busta.
— «Che cosa dici» — egli chiese con energia — «della mia proposta? Io ti esposi ciò che farei ne’ tuoi panni, e tu non mi hai ancora risposto.» —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|292||}}</noinclude><section begin="s1" />{{nop}}
— «Io voleva risponderti, sceicco, e ti risponderò.» — Il volto di Ben Hur si contrasse come sotto lo sforzo di un imperiosa volontà. — «Tutto ciò che tu hai detto, io farò, — almeno tutto quanto umanamente è possibile. Io ho dedicata la mia vita alla vendetta. Per cinque anni questa fu il mio unico pensiero. Senza tregua, senza riposo, sprezzando gli allettamenti di Roma e le tentazioni della gioventù, ho impiegato tutte le forze dell’animo mio a questo unico scopo. La mia educazione ebbe per meta ultima la vendetta. Praticai i più famosi maestri — non quelli di rettorica e di filosofia — ahimè! Non aveva tempo per questi. Le arti essenziali all’uomo d’armi erano la mia occupazione; vissi con gladiatori e con vincitori dell’arena; con centurioni nei campi Romani. E tutti furono orgogliosi di avermi a scolaro. O sceicco, io sono un soldato; ma per attuare i sogni ch’io nutrivo, avevo bisogno di essere un generale. Con questo intento mi sonno arruolato nella guerra contro i Parti; quando essa sarà terminata, allora, se il Signore mi darà vita e forza, — allora» — egli alzò i pugni stretti, e parlò con veemenza — «allora, quando sarò un nemico perfezionato alla scuola di Roma, Roma dovrà pagarmi tutti i miei torti col sangue de’ suoi figli. Questa è la mia risposta, sceicco.» —
Ilderim gli gettò le braccia al collo e lo baciò, dicendo con voce bassa, quasi strozzata dall’emozione: — «Se il tuo Dio non ti aiuterà in questo, figlio di Hur, egli sarà morto. Senti ciò che ti prometto, che ti giuro, se vuoi: «Tu avrai me stesso, e tutto ciò che io posseggo — uomini, cavalli, cammelli, — e il deserto per preparare i tuoi piani. Io lo giuro! E per ora basta. Mi vedrai, o udrai di me, prima di sera» —
Voltandosi bruscamente, lo sceicco uscì dalla tenda, e di lì a poco si trovò sulla via verso la città.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO VI.'''}}
La lettera intercettata era per più ragioni importante per Ben Hur. Era una confessione che l’autore di essa era stato complice nella soppressione della famiglia; che egli aveva sanzionato il piano proposto da Valerio Grato a questo scopo; che egli aveva ricevuto parte dei beni confiscati<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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— «Io voleva risponderti, sceicco, e ti risponderò.» — Il volto di Ben Hur si contrasse come sotto lo sforzo di un imperiosa volontà. — «Tutto ciò che tu hai detto, io farò, — almeno tutto quanto umanamente è possibile. Io ho dedicata la mia vita alla vendetta. Per cinque anni questa fu il mio unico pensiero. Senza tregua, senza riposo, sprezzando gli allettamenti di Roma e le tentazioni della gioventù, ho impiegato tutte le forze dell’animo mio a questo unico scopo. La mia educazione ebbe per meta ultima la vendetta. Praticai i più famosi maestri — non quelli di rettorica e di filosofia — ahimè! Non aveva tempo per questi. Le arti essenziali all’uomo d’armi erano la mia occupazione; vissi con gladiatori e con vincitori dell’arena; con centurioni nei campi Romani. E tutti furono orgogliosi di avermi a scolaro. O sceicco, io sono un soldato; ma per attuare i sogni ch’io nutrivo, avevo bisogno di essere un generale. Con questo intento mi sonno arruolato nella guerra contro i Parti; quando essa sarà terminata, allora, se il Signore mi darà vita e forza, — allora» — egli alzò i pugni stretti, e parlò con veemenza — «allora, quando sarò un nemico perfezionato alla scuola di Roma, Roma dovrà pagarmi tutti i miei torti col sangue de’ suoi figli. Questa è la mia risposta, sceicco.» —
Ilderim gli gettò le braccia al collo e lo baciò, dicendo con voce bassa, quasi strozzata dall’emozione: — «Se il tuo Dio non ti aiuterà in questo, figlio di Hur, egli sarà morto. Senti ciò che ti prometto, che ti giuro, se vuoi: «Tu avrai me stesso, e tutto ciò che io posseggo — uomini, cavalli, cammelli, — e il deserto per preparare i tuoi piani. Io lo giuro! E per ora basta. Mi vedrai, o udrai di me, prima di sera» —
Voltandosi bruscamente, lo sceicco uscì dalla tenda, e di lì a poco si trovò sulla via verso la città.
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La lettera intercettata era per più ragioni importante per Ben Hur. Era una confessione che l’autore di essa era stato complice nella soppressione della famiglia; che egli aveva sanzionato il piano proposto da Valerio Grato a questo scopo; che egli aveva ricevuto parte dei beni confiscati<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Ben Hur/Libro Quinto/Capitolo V
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||293}}</noinclude>e che godeva ancora in quel momento; che egli temeva la improvvisa comparsa di quegli ch’egli chiamava il principale malfattore; nella quale vedeva una minaccia per la sicurezza propria e quella di Grato; infine che egli era pronto ad eseguire qualunque disegno che il fertile cervello del procuratore di Giudea avrebbe saputo escogitare, per togliere di mezzo il comune nemico.
Specialmente quest’ultima considerazione, l’avviso di un pericolo vicino, diede molto a pensare a Ben Hur, rimasto solo nella tenda dopo la partenza di Ilderim. I suoi avversari erano personaggi potenti ed astuti. Se essi lo temevano, egli aveva maggior ragione di temerli. Cercò di chiarirsi bene la situazione e di riflettere sul modo in cui l’odio di essi avrebbe potuto esplicarsi, ma i suoi pensieri venivano costantemente turbati dalla visione della madre e della sorella. Poco importava se il fondamento di questa sua persuasione era debole, riposando essa interamente sul fatto che Messala non aveva appreso la loro morte; la gioia che egli provava, soffocava ogni dubbio. Finalmente aveva trovato una persona la quale sapeva dove esse erano celate, e, nella esaltazione del momento, la loro scoperta gli sembrava già vicina, un evento di prossima attuazione. Con tutti questi pensieri e sentimenti pensava con una specie di mistica certezza che Iddio stava per presceglierlo al compimento di una grande missione.
Di tanto in tanto, richiamando le parole di Ilderim, egli si meravigliava donde l’arabo avesse tratte le informazioni sul suo conto; non da Malluch certamente; non da Simonide, l’interesse del quale stava al contrario nel celare ogni cosa. Messala? L’idea era ridicola. Ogni congettura approdava al medesimo risultato negativo. — «Meno male» — egli pensava consolandosi che da qualunque fonte lo sceicco avesse appreso il suo nome e i particolari della sua vita, non poteva essere che da un amico, il quale, come tale, si sarebbe a suo tempo dichiarato. — «Un po’ di pazienza, un po’ di attesa» — forse la gita dello sceicco in città aveva relazione con l’affare; possibilmente la lettera favorirebbe una completa rivelazione.
E paziente egli sarebbe stato se solamente egli avesse potuto accertarsi che Tirzah e sua madre lo attendevano in circostanze tali da permettere anche ad esse le medesime speranze che egli nutriva; se, in altre parole, la coscienza non lo pungesse con mille accuse per la sua inazione.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|294||}}</noinclude>{{nop}}
Per isfuggire a questi rimorsi, egli si diede a passeggiare sotto gli alberi dell’Orto, ora fermandosi a osservare i raccoglitori di datteri, ora a seguire i voli degli uccelli che andavano a nascondersi nel fogliame delle palme, ora le corse dello sciame delle api, che ronzando circondavano i cespugli fioriti e carichi di bacche.
Più a lungo indugiò lungo le sponde del lago. Quelle limpide acque, appena increspate dal vento, che venivano con mormorio sommesso a lambire voluttuosamente le rive, gli richiamavano l’immagine dell’Egiziana e la sua meravigliosa bellezza, e il ricordo di quella sera allietata dalle parole e dal canto di lei, gli riempiva il cuore di una grande dolcezza. Ripensava al fascino dei suoi modi, all’armonìa del suo riso, alle sue lusinghe e alle sue blandizie, al tepore molle di quella manina che stringeva la sua sopra il pomo del timone. Da lei il suo pensiero correva a Balthasar, e alla sua miracolosa narrazione; e da lui al Re dei Giudei, che il santo uomo con tanta profondità di convinzione diceva vivo e annunziava vicino. E qui la sua mente si arrestò, indagando il mistero di quello strano personaggio, e traendo da quelle riflessioni la soddisfazione di cui andava in cerca. Nulla è più facile della confutazione di un pensiero contrario ai nostri desideri, e Ben Hur rifiutò energicamente la definizione data da Balthasar del regno che doveva venire. Il concetto di un regno spirituale, se non era intollerabile alle dottrine Sadducee di cui era imbevuto, gli sembrava una deduzione tratta dalle profondità di una fede troppo astratta e sognatrice. Un regno della Giudea, ah sì, quello era più comprensibile; un tale regno era già esistito e per la stessa ragione potrebbe ritornare! E accarezzava il suo orgoglio il pensare un regno nuovo, più vasto nei suoi dominii, più ricco e più splendido dell’antico; un Re sotto il quale egli troverebbe e servizio e vendetta. In questa condizione d’animo egli ritornò al ''dovar''.
Terminata la colazione, per occupare il pomeriggio. Ben Hur fece condurre davanti alla tenda il cocchio che egli sottopose ad un attento esame. Questa parola non rende che poveramente lo studio e la cura ch’egli pose nell’osservare ogni minimo particolare del veicolo. Con una soddisfazione che apparirà più comprensibile in seguito, vide che il modello era Greco, a suo avviso preferibile a quello Romano. Era più ampio nello spazio fra ruota e ruota, più basso di sala e più pesante; ma lo svantaggio del peso<noinclude><references/></noinclude>
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Per isfuggire a questi rimorsi, egli si diede a passeggiare sotto gli alberi dell’Orto, ora fermandosi a osservare i raccoglitori di datteri, ora a seguire i voli degli uccelli che andavano a nascondersi nel fogliame delle palme, ora le corse dello sciame delle api, che ronzando circondavano i cespugli fioriti e carichi di bacche.
Più a lungo indugiò lungo le sponde del lago. Quelle limpide acque, appena increspate dal vento, che venivano con mormorìo sommesso a lambire voluttuosamente le rive, gli richiamavano l’immagine dell’Egiziana e la sua meravigliosa bellezza, e il ricordo di quella sera allietata dalle parole e dal canto di lei, gli riempiva il cuore di una grande dolcezza. Ripensava al fascino dei suoi modi, all’armonìa del suo riso, alle sue lusinghe e alle sue blandizie, al tepore molle di quella manina che stringeva la sua sopra il pomo del timone. Da lei il suo pensiero correva a Balthasar, e alla sua miracolosa narrazione; e da lui al Re dei Giudei, che il santo uomo con tanta profondità di convinzione diceva vivo e annunziava vicino. E qui la sua mente si arrestò, indagando il mistero di quello strano personaggio, e traendo da quelle riflessioni la soddisfazione di cui andava in cerca. Nulla è più facile della confutazione di un pensiero contrario ai nostri desideri, e Ben Hur rifiutò energicamente la definizione data da Balthasar del regno che doveva venire. Il concetto di un regno spirituale, se non era intollerabile alle dottrine Sadducee di cui era imbevuto, gli sembrava una deduzione tratta dalle profondità di una fede troppo astratta e sognatrice. Un regno della Giudea, ah sì, quello era più comprensibile; un tale regno era già esistito e per la stessa ragione potrebbe ritornare! E accarezzava il suo orgoglio il pensare un regno nuovo, più vasto nei suoi dominii, più ricco e più splendido dell’antico; un Re sotto il quale egli troverebbe e servizio e vendetta. In questa condizione d’animo egli ritornò al ''dovar''.
Terminata la colazione, per occupare il pomeriggio, Ben Hur fece condurre davanti alla tenda il cocchio che egli sottopose ad un attento esame. Questa parola non rende che poveramente lo studio e la cura ch’egli pose nell’osservare ogni minimo particolare del veicolo. Con una soddisfazione che apparirà più comprensibile in seguito, vide che il modello era Greco, a suo avviso preferibile a quello Romano. Era più ampio nello spazio fra ruota e ruota, più basso di sala e più pesante; ma lo svantaggio del peso<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||295}}</noinclude>maggiore sarebbe più che compensato dalla resistenza dei suoi Arabi. In generale i costruttori di cocchi in Roma fabbricavano solamente veicoli da corsa, sacrificando la sicurezza alla leggerezza, e la resistenza alla grazia; mentre i carri di Achille e del ''Re degli uomini designati per la guerra e i suoi pericoli'' erano ancora i tipi preferiti nelle gare Istmiche e d’Olimpia.
Poi attaccò i cavalli e li guidò sul campo delle esercitazioni, dove per parecchie ore li tenne sotto il giogo, obbligandoli ad ogni genere di evoluzioni. Quando ritornò al padiglione sul far della sera, il suo animo si era calmato e aveva deciso di sospendere ogni passo riguardo a Messala fin dopo la giornata delle corse. Il piacere di misurarsi col suo nemico al cospetto di tutto l’Oriente era una voluttà di cui egli non sapeva privarsi. La sua fiducia nella propria abilità e nel risultato finale era assoluta. Quanto ai cavalli, essi sarebbero stati i suoi compagni nella gloriosa impresa.
— «Ch’egli stìa all’erta! Ch’egli badi! Nevvero, Antares, Aldebran? Nevvero Rigel, buon cavallo? E tu Altair, Re dei corsieri, non dovrà egli temerci? Buoni, buoni!» —
Così parlava ai cavalli negli intervalli di riposo, andando dall’uno all’altro, e accarezzando loro le guancie e i colli.
Sul far della notte Ben Hur sedeva davanti alla porta della tenda, aspettando Ilderim, non ancora ritornato dalla città. Non provava impazienza, nè dubbio, nè timore. Lo sceicco almeno avrebbe parlato. Anzi, fosse la soddisfazione dell’ottimo lavoro prestato dai cavalli, o la dolce stanchezza che succede a una giornata di tanta fatica, o la cena a cui aveva fatto largo onore, o la reazione, che, per una provvida legge di natura tien sempre dietro al momento di depressione e di tristezza, il giovane si trovava di ottimo umore, e quasi felice. Gli sembrava che la Provvidenza lo avesse preso sotto la sua speciale protezione.
Finalmente si udì lo scalpitare di un cavallo, e Malluch smontò davanti alla tenda.
Ben Hur non fece domande, ma entrò nel recinto dove pascolavano i cavalli. Aldebran gli si avvicinò, come profferendo i suoi servigi. Egli lo accarezzò affettuosamente, ma passò a scegliere un altro cavallo, non uno dei quattro: questi erano sacri alla gara. In breve tempo i due cavalieri percorrevano rapidamente e in silenzio la via della città.
Prima d’arrivare al Ponte Seleucio, essi attraversarono il fiume su di una barca, e penetrarono nella città dal lato<noinclude><references/></noinclude>
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Poi attaccò i cavalli e li guidò sul campo delle esercitazioni, dove per parecchie ore li tenne sotto il giogo, obbligandoli ad ogni genere di evoluzioni. Quando ritornò al padiglione sul far della sera, il suo animo si era calmato e aveva deciso di sospendere ogni passo riguardo a Messala fin dopo la giornata delle corse. Il piacere di misurarsi col suo nemico al cospetto di tutto l’Oriente era una voluttà di cui egli non sapeva privarsi. La sua fiducia nella propria abilità e nel risultato finale era assoluta. Quanto ai cavalli, essi sarebbero stati i suoi compagni nella gloriosa impresa.
— «Ch’egli stìa all’erta! Ch’egli badi! Nevvero, Antares, Aldebran? Nevvero Rigel, buon cavallo? E tu Altair, Re dei corsieri, non dovrà egli temerci? Buoni, buoni!» —
Così parlava ai cavalli negli intervalli di riposo, andando dall’uno all’altro, e accarezzando loro le guancie e i colli.
Sul far della notte Ben Hur sedeva davanti alla porta della tenda, aspettando Ilderim, non ancora ritornato dalla città. Non provava impazienza, nè dubbio, nè timore. Lo sceicco almeno avrebbe parlato. Anzi, fosse la soddisfazione dell’ottimo lavoro prestato dai cavalli, o la dolce stanchezza che succede a una giornata di tanta fatica, o la cena a cui aveva fatto largo onore, o la reazione, che, per una provvida legge di natura tien sempre dietro al momento di depressione e di tristezza, il giovane si trovava di ottimo umore, e quasi felice. Gli sembrava che la Provvidenza lo avesse preso sotto la sua speciale protezione.
Finalmente si udì lo scalpitare di un cavallo, e Malluch smontò davanti alla tenda.
Ben Hur non fece domande, ma entrò nel recinto dove pascolavano i cavalli. Aldebran gli si avvicinò, come profferendo i suoi servigi. Egli lo accarezzò affettuosamente, ma passò a scegliere un altro cavallo, non uno dei quattro: questi erano sacri alla gara. In breve tempo i due cavalieri percorrevano rapidamente e in silenzio la via della città.
Prima d’arrivare al Ponte Seleucio, essi attraversarono il fiume su di una barca, e penetrarono nella città dal lato<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|296||}}</noinclude><section begin="s1" />occidentale. Il cammino era più lungo, ma Ben Hur lo accettò senza far parola, pensando che fosse una precauzione necessaria.
Passarono il molo di Simonide, e, davanti alla porta del grande magazzeno, Malluch fermò il suo cavallo.
— «Siamo giunti» — egli disse — «smonta.» —
Ben Hur riconobbe la località.
— «Dov’è lo sceicco?» —
— «Vieni con me. Te lo mostrerò.» —
Un custode prese i cavalli, e quasi prima che Ben Hur si rendesse chiaramente conto di quanto avveniva, egli si trovò di nuovo davanti alla porta della casa sopra il terrazzo, e intese una voce: — «In nome di Dio, entrate.» —
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO VII.'''}}
Malluch si fermò alla porta; Ben Hur entrò da solo.
La stanza era quella medesima in cui aveva per la prima volta veduto Simonide, e nulla era mutato della sua apparenza, tranne che, presso alla poltrona del vecchio, era stato posto un grande candelabro di bronzo con molte braccia da cui pendevano numerose lampade d’argento, tutte accese. La luce era chiara e illuminava i tavolati delle pareti, la cornice dorata, e la volta di mica viola.
Fatti due passi Ben Hur si arrestò.
Tre persone erano presenti e lo guardavano. — Simonide, Ilderim ed Ester. Egli girò gli occhi dall’uno all’altro come per trovar risposta alla domanda mezzo formulata dal suo cervello: — «Che cosa vogliono da me questi tre?» — A questa tenne subito dietro un’altra: — «Sono amici o nemici?» —
Finalmente i suoi sguardi si fermarono su Ester. I due uomini gli avevano risposto con espressione bonaria, ma ciò ch’egli lesse nel volto della fanciulla era qualche cosa di più spirituale, che, quantunque sfuggisse ad ogni definizione, penetrò profondamente nell’animo suo. Ebbe per un istante la visione di un altro viso, quella dell’Egiziana, ma si dileguò subito.
— «Figlio di Hur.» —
Egli si voltò verso Simonide.
— «Figlio di Hur» — ripetè il negoziante, sillabando<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Passarono il molo di Simonide, e, davanti alla porta del grande magazzeno, Malluch fermò il suo cavallo.
— «Siamo giunti» — egli disse — «smonta.» —
Ben Hur riconobbe la località.
— «Dov’è lo sceicco?» —
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Un custode prese i cavalli, e quasi prima che Ben Hur si rendesse chiaramente conto di quanto avveniva, egli si trovò di nuovo davanti alla porta della casa sopra il terrazzo, e intese una voce: — «In nome di Dio, entrate.» —
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO VII.'''}}
Malluch si fermò alla porta; Ben Hur entrò da solo.
La stanza era quella medesima in cui aveva per la prima volta veduto Simonide, e nulla era mutato della sua apparenza, tranne che, presso alla poltrona del vecchio, era stato posto un grande candelabro di bronzo con molte braccia da cui pendevano numerose lampade d’argento, tutte accese. La luce era chiara e illuminava i tavolati delle pareti, la cornice dorata, e la volta di mica viola.
Fatti due passi Ben Hur si arrestò.
Tre persone erano presenti e lo guardavano. — Simonide, Ilderim ed Ester. Egli girò gli occhi dall’uno all’altro come per trovar risposta alla domanda mezzo formulata dal suo cervello: — «Che cosa vogliono da me questi tre?» — A questa tenne subito dietro un’altra: — «Sono amici o nemici?» —
Finalmente i suoi sguardi si fermarono su Ester. I due uomini gli avevano risposto con espressione bonaria, ma ciò ch’egli lesse nel volto della fanciulla era qualche cosa di più spirituale, che, quantunque sfuggisse ad ogni definizione, penetrò profondamente nell’animo suo. Ebbe per un istante la visione di un altro viso, quella dell’Egiziana, ma si dileguò subito.
— «Figlio di Hur.» —
Egli si voltò verso Simonide.
— «Figlio di Hur» — ripetè il negoziante, sillabando<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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{{ct|f=80%|L=0px|v=1|Edizione critica dell'Istituto Gramsci}}
{{ct|f=80%|L=0px|v=20|A cura di [[Autore:Valentino Gerratana|Valentino Gerratana]]}}
{{ct|f=80%|L=0px|v=|Giulio Einaudi editore{{spazi|10}} 1977}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Divudi85" /></noinclude>[[File:Per la posa della prima pietra della nuova stazione (page 5 crop).jpg|senza_cornice|400px|centro]]
Queste poche pagine che la «Commissione stampa» del Comitato generale cittadino dei festeggiamenti per la posa della prima pietra della nuova stagione di Prato, ha messo insieme, non hanno affatto la pretesa di offrire una storia minuta e documentata della lunga pratica ferroviaria appena negli ultimi mesi pervenuta alla sua fase conclusiva, e neppure hanno lo scopo di gridare l’''osanna'' o il ''crucifice'' a vivi o a morti, ricordando gli ostacoli non sempre disinteressati che hanno impicciato il disbrigo della vertenza e la realizzazione del progetto; no: esse si prefiggono un intento molto più modesto e molto più nobile:
vogliono additare al popolo quanto costi di sacrifìcio, di tenacia e di volontà ogni passo in avanti sulla via del progresso, e vogliono esaltare, contemporaneamente, la grandezza pia del lavoro che nell’esaudimento delle aspirazioni legittime di una città o di una provincia integra e coordina il benessere e il divenire della Nazione.
La strada della civiltà è bagnata di lacrime e macchiata di sangue: per salire uno scalino, per toccare una vetta, per aggiungere un anello minuscolo alla maglia che simboleggia la difesa attiva opposta dall’uomo alla forza bruta dalla natura, molte volte generazioni intere hanno dovuto e devono vuotarsi le vene e lasciar lembi di carne nel lento e doloroso cammino: un destino fiero ed avaro grava sulla affaticante umanità e nulla concede, nulla dona, nulla consente tra i benefici e i sorrisi che fanno cara e<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Silvio Gallio" />{{RigaIntestazione||— 7 —|}}</noinclude>Risalgono a questo anno 1883 la costituzione del Comitato pratese presieduto da Giovanni Ciardi — che fa rappresentante di Prato al Parlamento per lo scorcio della XIII<sup>a</sup> legislatura e per tutta la XIV<sup>a</sup> — , la costituzione di un Comitato fiorentino che ebbe per presidente onorario Ubaldino Peruzzi e per presidente effettivo Luciano Luciani, nonché l’adesione della amministrazione comunale, della Camera di Commercio fiorentine e del Comune di Greve alla iniziativa presa dalla Deputazione provinciale di Bologna di affidare all’ing. Giovanni Luigi Protche — l’ideatore della Porrettana — l'incarico di riferire «sulla linea proposta dall’ing. cav. Antonio Zannoni, sulla valutazione approssimativa della medesima ed anche rispetto alla possibilità e convenienza di altri tracciati rispondenti allo scopo del più breve ed utile allacciamento di Bologna con Firenze e Roma».
L’ing. Protche accolse l'invito, e in data 23 novembre 1884 consegnò contemporaneamente alla Deputazione provinciale di Bologna e al Comitato fiorentino, la relazione pubblicata in apposito supplemento ne ''La Nazione'' del 30 e che segnò il passo veramente decisivo per la risoluzione del poderoso problema.
Alla Memoria, che contemplava il progetto di massima, dell’ing. Protche seguirono, poi, studi più particolareggiati compiuti dagli ing. Ulisse Minarelli e Antonio Dallolio e per i quali il Comune di Prato, primo fra gli altri Comuni e fra gli altri Enti, contribuì con la somma di lire cinquemila.
Il progetto dell’ing. Protche — mancato al mondo il 31 Marzo del 1886 — così completato dagli esami aggiuntivi degli ing. Minarelli e Dallolio, venne presentato al Ministro dei lavori pubblici, on. {{Wl|Q3750031|Genala}}, l'11 Gennaio dell'87, da una Commissione di cui facevano parte per Prato<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Silvio Gallio" />{{RigaIntestazione||— 9 —|}}</noinclude>
dei deputati su ricordati, presentò alla Camera il progetto Protche rettificato, chiedendo uno stanziamento di 174 milioni di lire contro 136 milioni stanziati per il tracciato del Sasso.
Approvato il progetto di legge alla Camera ed al Senato, non mancava altro che tradurlo in pratica!....
Ma, passarono inutilmente i mesi e passarono inutilmente gli anni non ostante i continui richiami delle regioni e delle città interessate e non ostante gli appelli e le sollecitazioni dei Deputati di Bologna e di Prato.
La conflagrazione mondiale sorprese il vasto disegno in una fase semiletargica, mentre i lavori, iniziati così per dire, procedevano con esasperante lentezza: occorse il risveglio posteriore al conflitto, occorse che le deficienze e le insufficienze della Porrettana durante la guerra fossero palesi anche ai ciechi, occorse che la disoccupazione battesse preoccupante alle porte dei più indifferenti, occorse la solerzia di un concittadino assurto all’alta carica di Sottosegretario ai lavori pubblici, l’on. Bertini, perchè, una buona volta, la esecuzione tanto aspettata avesse, davvero, serio principio e perchè dal campo vago e indeterminato delle parole si pervenisse al campo meno lato e meno impreciso dei fatti.
Solo con gli ultimi mesi del 1920 e, più specificatamente, solo con la data odierna, la opera superba, dopo quasi vent’anni stolidamente perduti, si è avviata a sicura e ormai certa risoluzione!
{{ct|t=1|v=1|⁂}}
Così, a volo, abbiamo passato in rassegna lo svolgimento della pratica per la direttissima Firenza-Bologna, ma sarebbero occorsi troppo spazio e troppo tempo per accennare, anche sommariamente, gli ostacoli che si dovettero superare, gli inciampi — e non tutti giustificati nè<noinclude></noinclude>
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Autore:Alfredo Parente
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{{Autore
| Nome = Alfredo
| Cognome = Parente
| Attività = storico/critico musicale
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==Opere==
*{{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 2/Teatri e concerti/La bisbetica domata}}
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La Costa d'Avorio/24. I fabbricatori di pioggia
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<noinclude><pagequality level="4" user="Accolturato" />{{RigaIntestazione|||11}}</noinclude>
più arretrati) i rispettabilissimi miei Amici, ambidue tra i più benemeriti delle Scienze Politico-Morali, e dell’Umanità, SS. Cav. Consigliere Mittermaier Professore di Diritto nell’Università di Heidelberg, e Conte Carlo Ilarione Petitti de Roreto Consigliere di Stato di S. M. Sarda, che alle suddette Guardie fin qui conservate, e che appartenevano all’antico Corpo Civile, saranno tra pochi giorni sostituite delle Guardie Militari scelte tra gli Individui sperimentati nei Reggimenti, e adattati a questo nuovo geloso Servizio.
Volendo dare un cenno anche del sistema Vittuario e di Vestiario dei Reclusi, dirò che si osservano le Sovrane Disposizioni de’ 18 Settembre 1840 le quali prescrivono che la Razione giornaliera del pane per i Maggiori sia di once 20, ed once 16 per i Minori<ref>Le 20 once Toscane corrispondono a Grammi Francesi 488, e le once 16 a grammi 453.</ref> ). Che una Minestra di magro sia di tre once in stato di aridità, alternando Paste, Riso, Zuppa, eccettuati la Domenica e il Giovedì, nei quali giorni la Minestra è da grasso con tre once di carne di bove senza osso, e un quartuccio di vino.
È riserbata la concessione di qualche miglioramento nel Vitto, o nel caso di premio per buona condotta, e operosità da determinarsi dal Soprintendente, e da posare sulla loro Massa. Ogni altra facilitazione che avesse origine diversa, ed estranea alla Casa Correzionale è rigorosamente proibita.
Questo Miglioramento quando è concesso consiste in qualche mezzo libbra di pane, un poco di vino, una discreta porzione di fagioli, o patate, e
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<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione|88|{{smaller|''Capitolo dodicesimo''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Non l’abbandonerà, Antao, ma cercherà di certo di portarsela seco nella sua fuga.
— Ed allora se lo uccidiamo mentre si trova in alto, la ragazza cadrà.
— Cercheremo di farlo scendere. È isolato l’albero sul quale avete scorto il nido?...
— Sì, Alfredo.
— Allora abbiamo la speranza di costringerlo a calarsi a terra. Ci siamo, Asseybo?... —
Il negro, che si era bruscamente arrestato, non rispose; pareva che ascoltasse qualche lontano rumore.
— Hai udito qualche grido?... — chiese il portoghese.
— Dei nitriti, — rispose il negro.
— Dove?... — chiese Alfredo.
— Laggiù, padrone.
— In mezzo al bosco?
— Sì, ma mi parvero assai lontani.
— Saranno i nostri cavalli che cercano di ritornare al campo.
— Lo credo anch’io, padrone.... Udite?... —
I due cacciatori tesero gli orecchi, ma invece di nitriti udirono quel sordo rullìo che producono i gorilla quando si battono il petto.
— Il ''mpungu'', — disse Alfredo.
— E ci è vicino, — aggiunse Antao.
— Spegniamo le torce ed avanziamoci con precauzione. Non bisogna allarmare il mostro od è capace di strangolare la povera giovane. —
Le torce furono spente ed i tre uomini procedendo carponi per non urtare contro i rami bassi degli alberi, poco dopo giungevano sotto un grande sicomoro il quale s’alzava isolato in mezzo ad una piccola radura.
— È lassù, — disse Asseybo, con un filo di voce.
— Sta bene, — rispose Alfredo, con voce tranquilla. — Il mostro non ci sfugge più!
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|172|{{smaller|''Capitolo ventiquattresimo''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Io non lo so, ma ormai non ho più alcun dubbio. Per fermarci, onde avere il tempo di giungere nel Dahomey prima di noi, egli ha suggerito a questi negri l’idea di tenderci un agguato nella foresta.
— Doveva adunque essersi accorto della nostra presenza in questa regione.
— Di certo, Antao.
— Il miserabile!... Ma che gambe hanno quei dahomeni?... Ci siamo avanzati a marce forzate, galoppando dall’alba al tramonto ed egli ha potuto giungere qui prima di noi!... Che avesse avuto un cavallo?...
— Lo suppongo.
— E cosa conti di fare ora?... Se quell’uomo giunge nel Dahomey prima di noi, metterà in guardia Kalani e ci troveremo addosso quelle bande sanguinarie.
— Certo, Antao. Se non riusciamo ad acquistare prontamente la libertà, perderemo la vita alle frontiere del Dahomey.
— Ma come faremo a sbarazzarci di queste mignatte?... Noi non siamo in grado di far piovere.
— Cercheremo d’ingannarli.
— In quale modo?
— Lo si vedrà; credo però d’aver una buona idea e se riesco a persuaderli, domani saremo liberi.
— Agisci senza ritardi, Alfredo. —
Il cacciatore si rivolse verso il capo negro che aspettava sempre una risposta e gli disse:
— Odimi, capo. Noi ti accontenteremo e faremo cadere dal cielo tanta pioggia da innaffiare abbondantemente la terra e da farti fare dei raccolti prodigiosi, ma voglio prima sapere una cosa da te.
— Parla, uomo bianco, — disse il negro.
— L’uomo che ti disse che noi sappiamo fabbricare la pioggia, quando è giunto qui?...
— Ieri mattina.
— Montava un cavallo?...
— Sì, ma l’aveva ridotto in condizioni così miserande, che appena giunto morì. Lo abbiamo mangiato ieri sera e ti assicuro che era eccellente.
— Quando è ripartito quell’uomo?...
— Poco prima che i miei guerrieri ti conducessero qui.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''I fabbricatori di pioggia''}}|173|riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Era giovane?...
— Sì, giovane e robusto.
— Credi che sia già molto lontano?...
— Lo dubito perchè aveva una gamba ferita che lo faceva zoppicare. Aveva ricevuto un colpo di lancia da non so quali negri e mi parve che soffrisse assai.
— Grazie, capo, — disse Alfredo respirando.
— Farai cadere ora la pioggia?... — chiese il negro, con ansietà. — Il sole minaccia di abbruciare tutti i nostri raccolti e l’acqua manca nelle fonti, sicchè non sappiamo come abbeverare il nostro bestiame.
— Sì, ma per far venire le nubi mi occorrono molte cose che io qui non posso trovare.
— I miei sudditi sono tutti a tua disposizione. Ordina e avrai tutto quello che vorrai.
— I tuoi sudditi non possono trovare certe piante che io solo conosco.
— Ti occorrono delle piante?...
— Sì.
— Per cosa farne?...
— Devo farle bollire in una grande pentola ed il fumo che si alzerà nell’aria, basterà per far accorrere da tutti i punti dell’orizzonte delle nubi gravide di pioggia.
— Sai dove trovarle?...
— Sì, nella grande foresta.
— Ti condurremo colà con una scorta numerosa e bene armata.
— No, numerosa. Deve essere composta di soli dodici guerrieri giovani o le nubi si spaventeranno e non verranno.
— Ed io non potrei venire?... Vorrei imparare anch’io a fabbricare la pioggia, — disse il capo.
— Verrai anche tu e ti mostrerò come si deve fare.
— Io ti regalerò quattro buoi e tanta birra quanta ne vorrai.
— Grazie capo, ma voglio anche la libertà. Sono atteso al mio paese e tu sai che i bianchi abitano molto lontano.
— Ti prometto la libertà, ma dopo che sarà caduta la pioggia.
— Voglio anche le mie armi, perchè mi sono necessarie per chiamare le nubi.
— Le porteremo con noi.
— Allora slegaci, cerca i dodici guerrieri e partiamo subito.<noinclude><references/></div></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|174|{{smaller|''Capitolo ventiquattresimo''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
— Fra mezz’ora saremo in cammino, — disse il capo, con viva gioia.
Ad un suo cenno Alfredo ed Antao furono slegati, condotti nella capanna reale e serviti di birra, di carne di bue arrostita e di focacce di sorgo; ma alla porta si erano collocati dieci uomini per impedire loro di prendere il largo prima di aver fatto cadere la pioggia.
— Sono curioso di sapere come finirà quest’avventura, — disse Antao fra un boccone ed un sorso di birra. — Come faremo a sbarazzarci del vecchio negro e della sua scorta?...
— Vedrai che tutto finirà bene, — rispose Alfredo. — Noi li condurremo verso l’accampamento e vedremo allora se sapranno resistere ai fucili di Asseybo e dei dahomeni. Il mio servo è astuto e chissà che a sua volta non prepari un’imboscata.
— Lo speri.
— Sono certo che Asseybo ci ha seguìti da lontano, per vedere dove ci hanno condotti. Egli è d’una affezione a tutta prova.
— Che abbia già avvertito la ragazza ed i dahomeni?
— Non ne dubito, Antao. Egli deve essere tornato all’accampamento per concertarsi con Urada.
— Staremo attenti per approfittare della paura e della sorpresa di questi superstiziosi negri che si ostinano a crederci fabbricatori di pioggia. Strana idea che si sono cacciati in capo.
— Non è da farne meraviglia, Antao. Vi sono molti dei loro sacerdoti o stregoni che pretendono di essere ''fabbricatori di pioggia'', come li chiamano questi negri.
— Una professione un po’ difficile.
— Ma fruttifera, Antao. D’altronde quei furboni si prendono molto tempo prima di farla cadere, pretendendo di dover prima cercare delle piante difficili a trovarsi. Finchè fingono di cercare per mesi e mesi, la pioggia finisce col venire e si addossano il merito di essere stati loro.
— Son dei volponi astuti.
— Che sfruttano abilmente l’ingenuità di questi poveri diavoli di negri. Ah!... Ecco la scorta!... Partiamo, Antao, e andiamo a frugare la foresta. Avremo da ridere. —
Il capo, vestito di gala, coll’elmetto adorno di piume, le braccia e le gambe cariche di braccialetti d’avorio e di perle di vetro, e con un sottanino nuovo di color rosso, li attendeva al di fuori, assieme a dodici giovani guerrieri armati di lance e di coltelli.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''I fabbricatori di pioggia''}}|175|riga=si}}</noinclude><nowiki />
I due bianchi vuotarono un’ultima zucca di birra e uscirono, dicendo:
— Partiamo. —
Prima però di mettersi in marcia guardarono se i guerrieri portavano le loro carabine e le videro infatti indosso al più giovane della scorta, unitamente alle cartucciere.
La piccola banda lasciò il villaggio con passo sollecito, sfilando fra due ali di popolo, il quale però manteneva un silenzio religioso e s’avanzò fra le alte erbe della pianura, già quasi bruciate dal sole.
La traversata di quel terreno scoperto, dove regnava un calore infernale, essendo appena il mezzodì, si compì senza incidenti e verso le tre pomeridiane il drappello giungeva nella grande foresta.
Dopo un breve riposo, i due bianchi diedero nuovamente il segnale della partenza studiandosi di avvicinarsi al fiume, essendo certi che seguendo il suo corso non avrebbero tardato a giungere in prossimità del loro accampamento.
Pur camminando, per meglio ingannare il capo e la scorta, fingevano di cercare le miracolose piante che dovevano servire ad attirare le nubi, fermandosi di tratto in tratto a frugare certi cespugli e mandando alte grida di trionfo quando riuscivano a scoprire qualche ciuffo d’erbe. Il capo e la scorta, per non mostrarsi meno soddisfatti, mandavano a loro volta acute urla, con grande piacere di Alfredo, il quale era certo, con quel baccano, di attirare l’attenzione di Asseybo e dei suoi uomini.
Verso sera, i due bianchi che avevano raccolte alcune pianticelle, diedero il segnale della fermata presso le rive del fiume, in un luogo che secondo i loro calcoli non doveva essere molto lontano dall’accampamento.
Il capo negro volendo manifestare la sua gioia pel felice esito della spedizione, avendolo ormai Alfredo assicurato che all’indomani avrebbero trovato anche le altre piante, fece fare una larga distribuzione di birra a tutti, vuotando quasi tutte le zucche che aveva fatte portare dalla scorta.
Accesi parecchi fuochi e terminata la cena composta di focacce, miele di api selvatiche, burro e frutta, si accomodarono fra le erbe per gustare un po’ di riposo. Quattro guerrieri dovevano però vegliare per turno per tener lontano le fiere, ma soprattutto per impedire ai due bianchi di fuggire prima d’aver mantenuta la promessa.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|176|{{smaller|''Capitolo ventiquattresimo''}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Avevano appena chiusi gli occhi, quando una detonazione improvvisa venne a spargere l’allarme, facendoli balzare tutti in piedi.
— Un segnale di Asseybo?... — chiese Antao ad Alfredo.
— Lo credo, — rispose questi. — Egli ha voluto segnalare di tenerci pronti a tutto.
— Che si prepari ad assalire i negri?
— Giungerebbe in buon punto. Il vecchio capo ed i suoi giovani guerrieri mi sembrano spaventati.
— Stiamo attenti ad afferrare le nostre carabine.
— Il negro che le custodisce non lo lascerò fuggire, Antao. —
Mentre così parlavano, il capo ed i suoi uomini si consigliavano, a quanto pareva, sul da farsi. Sembravano assai impressionati e guardavano sospettosamente i due prigionieri.
Forse cominciavano a temere anche essi una sorpresa.
— Uomo bianco, — disse il vecchio negro, avvicinandosi ad Alfredo. — Hai udito?...
— Sì, un colpo di fucile.
— Chi credi che lo abbia sparato?
— Forse qualche cacciatore.
— Ma i negri di questa regione non posseggono armi da fuoco.
— Può essere qualche negro del Dahomey. Tu sai che i soldati di Geletè sono armati di fucili.
— È vero, ma Abomey non è vicina. Cosa mi consigli di fare?... —
Alfredo stava per dargli qualche risposta, quando tutto d’un tratto, in mezzo ad un fitto macchione di cespugli, si vide balenare una luce intensa, seguìta da una detonazione così formidabile che pareva dovesse crollare l’intera foresta.
I negri della scorta ed il loro capo si sentirono atterrare da una spinta irresistibile, ma subito si rialzarono fuggendo in pieno disordine da tutte le parti, gettando via le armi e mandando urla di pazzo terrore.
Alfredo ed Antao, passato il primo istante di sorpresa, erano pure balzati in piedi, tenendo però in pugno le loro carabine che erano state abbandonate sul terreno.
Stavano per fuggire verso il fiume, quando udirono una voce gridare:
— Presto, padrone!... Qui, venite qui!... I cavalli sono pronti. —
Si volsero e videro Asseybo, seguìto da uno dei due dahomeni.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|120|{{sc|consigli a un poeta giovane}}||riga=si}}</noinclude>
{{Centrato|X.}}
<poem>
Pensa che il plauso della turba sciocca
Altro non è che voto e instabil suono,
Che giunge e passa, e sol di rado tocca
A quei che degni di più gloria sono.
Pensa che lode d’incomposta bocca
È vitupero al generoso e al buono;
Pensa che alfine con viltà dirocca
Chi fu vilmente sollevato in trono.
Perciò tu movi, sotto chiari o bui
Cieli, al tuo segno, in mezzo a guerre e paci,
E di’ tuo verbo e non badare a cui.
Se pia la Musa non soccorra, taci;
E non curarti di piacere altrui
Se prima a te, fido censor, non piaci.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Arturo Graf - Le Danaidi.djvu/133
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|consigli a un poeta giovane}}|121|riga=si}}</noinclude>
{{Centrato|XI.}}
<poem>
Se ti dimandi il fariseo: — Che è questa
Tua poesia nella cui lode abbondi?
Quale suo pregio? e che guadagno appresta? Certo
e superbo di tua fè rispondi:
— Poesia è virtù che manifesta
E stringe il vero in simboli profondi;
È fuoco sacro sub" aitar di Vesta,
Luce di tempi, sinfonia di mondi.
Poesia è d’amor gioja ed ebrezza;
Pianto e riso che affanna e che consola;
Libertà che castiga ed accarezza.
Poesia è pensier che canta e vola;
E sogno e forma d’immortal bellezza;
È l’anima dell’uom fatta parola.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Arturo Graf - Le Danaidi.djvu/134
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|122|{{sc|consigli a un poeta giovane}}||riga=si}}</noinclude>
{{Centrato|XII.}}
<poem>
{{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} amò Beatrice e l’immortale
Canto di Maro e la Città del Giglio;
Ebbe per sua leanza onor d’esiglio,
E il pan conobbe che più sa di sale.
Dell’amor, del dolor fattosi scale,
Tra speme lunga e prossimo periglio,
Transumanò suo cuore e suo consiglio
E al pugnato destin si rese eguale.
Come un forte metal, flessile e terso,
La parola temprò, scolpì l’inciso.
Dedusse in lama il martellato verso.
Poi vasto, vario, indomito, preciso,
Descrisse fondo a tutto l’universo
E la gloria svelò del paradiso.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|tristezza di novembre}}|123|riga=si}}</noinclude>
{{Centrato|{{larger|LA MALA PIANTA}}}}
{{Centrato|{{Rule|3em}}}}
<poem>
La prima neve imbianca
La sommità del colle:
Scende una pace stanca
Sulle mietute zolle.
Di trilli e di richiami
Più non risuona il bosco...
Oh, lo squallor dei rami
Nell’aer freddo e fosco!
La dïafana spera
Dello stagno sopporta
Qualche piuma leggiera
E qualche foglia morta,
E fa veder, raccolti
Nell’orbe che la chiude,
Gli spettri capovolti
Delle arbori ignude.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|tristezza di novembre}}|123|riga=si}}</noinclude>
{{Centrato|{{larger|TRISTEZZA DI NOVEMBRE}}}}
{{Centrato|{{Rule|3em}}}}
<poem>
La prima neve imbianca
La sommità del colle:
Scende una pace stanca
Sulle mietute zolle.
Di trilli e di richiami
Più non risuona il bosco...
Oh, lo squallor dei rami
Nell’aer freddo e fosco!
La dïafana spera
Dello stagno sopporta
Qualche piuma leggiera
E qualche foglia morta,
E fa veder, raccolti
Nell’orbe che la chiude,
Gli spettri capovolti
Delle arbori ignude.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|124|{{sc|tristezza di novembre}}||riga=si}}</noinclude><poem>
Fuor della rupe cava
Querulo il fonte sgorga;
Ma fiore più non lava
Che in suo margine sorga.
L’aere impigrito e denso
Smorza la luce e il suono;
Spira ogni cosa un senso
Di tedio e d’abbandono.
D’una tristezza greve
L’anima mia s’ingombra:
Ecco la prima neve,
Ecco il silenzio e l’ombra.
Tornerai tu, se l’ôra
Blanda t’inviti, o maggio?
Rinverdiranno ancora
L’olmo, la quercia, il faggio?
Rinverdiran quei salci
Che dalla sponda a gara
Lentano i molli tralci
Sull’acqua muta e chiara?
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Arturo Graf - Le Danaidi.djvu/137
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Dr Zimbu
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|tristezza di novembre}}|125|riga=si}}</noinclude><poem>
Si copriran di novi
Fiori la piaggia e il brolo?
Rispunterà tra’ rovi
Il tenero giaggiolo?
Come novella sposa
Che s’alzi alla mattina,
Risorgerà la rosa
Dalla sua verde spina?
Faran da stranii lidi
Le rondini ritorno?
Pigoleranno i nidi
Al rinnovar del giorno?
O dolce primavera,
E tu che tanto amai,
Solitudine austera,
Vi rivedrò più mai?
D’una tristezza greve
L’anima mia s’ingombra:
Ecco la prima neve,
Ecco il silenzio e l’ombra.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|126|{{sc|letizia d’aprile}}||riga=si}}</noinclude>
{{Centrato|{{larger|LETIZIA D’APRILE}}}}
{{Centrato|{{Rule|3em}}}}
<poem>
Dunque, se a vita i nidi
E le piante ridesti,
Anche, benigna, ai mesti,
primavera, ridi?
E a chi deluso e stanco
In nuda zolla siede,
move incerto il piede
Ed ha la noja al fianco?
E a chi la fine scorse
Di tutte cose umane,
E vive del dimano,
Anzi dell’oggi, in forse?
O santa primavera,
Com’è dolce il tuo riso!
Come per te l’alliso
Cor si rinnova e spera!
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|letizia d’aprile}}|127|riga=si}}</noinclude><poem>
E fuggon dalla mente
Le ricordanze amare,
E tornano le care
Imagini redente!
E risorgon gli affetti
Soavi di natura
Che la gravosa cura
Aveva oppressi e stretti! —
Nell’aer puro e fresco,
Tra ombre e tra fulgori,
Son nugoli di fiori
Il mandorlo ed il pesco.
E dalla sponda al colle
Luccica e ride il prato,
Tutto di fior stellato
E rugiadoso e molle.
Nata insiem con l’aurora,
Nell’erba, di lontano,
Occultandosi invano,
La mammoletta odora;
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|128|{{sc|letizia d’aprile}}||riga=si}}</noinclude><poem>
Mentre, ancor dubitosa
Dei venti e delle brine,
Cauta in mezzo alle spine
Affacciasi la rosa.
Dalla sdrucita invoglia,
Che si raggrinza e sperde,
Immacolata e verde
Sguscia la nova foglia;
E già pullula il vecchio
Olmo tra groppo e groppo,
E già frondeggia il pioppo
Lento, dell’acqua a specchio.
Musando attenta, incerta,
Per brecce e chiassajuole,
Torna a scaldarsi al sole
La timida lucerta;
Ma gli uccelletti arditi
Vanno a rota per l’aria,
Che dolcemente svaria
Di trilli e di garriti.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|letizia d’aprile}}|129|riga=si}}</noinclude><poem>
Un zefiro giulivo
Corre la valle e il monte,
Canta nel sasso il fonte,
Splende tra ’l verde il rivo.
Tutto si sveglia e freme,
Palpita, anela, brilla;
Nel lume che sfavilla
Tutto gioisce insieme.
Ah, non è ver ch’io sia
Interamente morto:
Qualcuno è in me risorto...
Sì, sì! l’anima mia!
O santa primavera,
Poichè t’ha riveduta,
Ecco, la stanca e muta
Anima canta e spera.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Decurtins - Rätoromanische chrestomathie, III.djvu/19
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OrbiliusMagister
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Prova di trascrizione con Claude.ai: epic fail.
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Mizardellorsa" />{{RigaIntestazione|10|Die Weisen}}</noinclude><score sound="1">
\relative c''
\new Staff { \clef treble \key c \major \time 4/4 \autoBeamOff
a4. b8 c4 d | e4 d c b | a4 g8[ a] b4 c | d2 c4 b | a4. g8 f4 e | d4 e f g | a1 | \break
c4 b a g | a4 b c d | e4. d8 c4 b | a4 g f e | d4 e f g | a2 g4 f | e1 \bar "||"
}
\addlyrics {
la la la la la;
Onn pu -- de -- vel ir cun mats e mat -- tauns, Ed
uonn stoi star cun purs e dun -- nauns,
la la la la la.
}
</score>
----
=== 33. ===
''(Vgl. II. 70a, p. 324.)''
<score>
\relative c'' {
\clef treble
\key d \major
\time 3/4
\tempo "Moderau."
% Rigo 1: "O Ti miu Diu ca-re! co quei mai pli va Ded i-ra egl"
fis4 e8[ fis] g4 |
a4. g8 fis4 |
e4 fis g |
a2 b4 |
fis4. e8 d4 |
e4 fis g |
a2. |
b4 a g |
fis2 e4 |
d2. \bar "" \break
% Rigo 2: "ies-ter a ma-ri-da; Onn sa-ve-vel jeu i-ra cun mats e mat-"
a'4 b cis |
d4. cis8 b4 |
a4 b cis |
d2 e4 |
cis4. b8 a4 |
b4 cis d |
e2. |
d4 cis b |
a4. g8 fis4 |
e2. \bar "" \break
% Rigo 3: "tauns, Et uonn stoi jeu sta-re cun purs e dun-nauns."
fis4 g a |
b4. a8 g4 |
fis4 e d |
e4 fis g |
a2 b4 |
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fis4 g a |
b2 a4 |
g4 fis e |
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}
\addlyrics {
O Ti miu Diu ca -- re! co quei mai pli va
Ded i -- ra egl
ies -- ter a ma -- ri -- da;
Onn sa -- ve -- vel jeu i -- ra cun mats e mat --
tauns, Et uonn stoi jeu sta -- re cun purs e dun -- nauns.
}
</score>
----
=== 34. ===
''(Vgl. II. 71c. n. 328.)''
Dun-na, dun-na, va a ca-sa! Ji Tiu um ei mal-mal-seuns; Sche sai
<score>
\relative c' {
\clef treble
\key c \major
\time 2/4
% "es-ser, sche sai es-ser, Stoi sal-tar, ir treis a-vont."
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a8 g f e |
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f8 e d c |
d4 e |
f8 g a4 |
g2 \bar "||"
}
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es -- ser, sche sai es -- ser,
Stoi sal -- tar,
ir treis a -- vont.
}
</score>
----
=== 35. ===
''(Vgl. II. 72, p. 328.)''
<score>
\relative c' {
\clef treble
\key f \major
\time 3/4
\tempo "Ruaselvel."
% Rigo 1: "Sai buc nu' ir, sai buc nu' star, Ru-aus el"
c8[ d] f4 g |
a4. bes8 a4 |
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f2 g4 |
a8[ bes] c4 bes |
a4. g8 f4 |
e4 f g |
a2. \bar "" \break
% Rigo 2: "mun sai buc en-flar."
f4 g a |
bes4. a8 g4 |
f4 e d |
e4 f g |
f2. \bar "||"
}
\addlyrics {
Sai buc nu' ir,
sai buc nu' star,
Ru -- aus el
mun sai buc en -- flar.
}
</score><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Foscolo, Ugo – Prose, Vol. I, 1912 – BEIC 1822978.djvu/90
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Cruccone
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/* Pagine SAL 100% */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|84|{{Sc|ii - ultime lettere di iacopo ortis}}|}}</noinclude><section begin="s1" />
mi hanno piú volte gettato quasi in braccio al delitto..., io guardo il passato tremando e mi rassicuro vedendomi in porto. Sovente mi prostro a ringraziar la natura, che ci fa vincere la prepotenza delle circostanze e c’insegna ad alzarci sopra la nostra educazione. Ma pochi nondimeno son gli uomini prediletti a questa fortuna. Oh quanti si sono appressati al sepolcro, sdegnando la vita, nella quale, seguendo un corso opposto a quello che loro ha segnato la natura, hanno sentito tutti i mali dell’esistenza senza godere d’un sol bene! Quanti altri, costretti a mascherare la loro anima generosa sotto governi licenziosi o tirannici, si sono abituati a cercare la gloria anche per mezzo della scelleraggine, simili a que’ conquistatori che s’innalzano un trofeo di cadaveri e a que’ principi che nuotano al trono per un mare di sangue.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{ct|f=100%|v=1|t=1|LETTERA VI}}
{{a destra|21 settembre.}}
E così, com’io ti diceva, mi rallegro vedendo che, se la sorte ha in questi contadini represse le grandi virtú, vi ha represso anche i vizi.
Quando sull’alba escono i piú giovani con le gregge, e con l’aratro i piú vecchi, io m’accompagno con uno di questi, il quale mi parla di mio nonno, che ha fabbricato questa piccola casa, e di mio padre, che si compiaceva di piantare i gelsi ed i pini su le balze piú sterili della collina. E dico fra me: — Felice colui, che, ignoto alla fama, lascia in ereditá a que’ pochi, che lo conoscevano, alcuna rimembranza di riconoscenza e di amore. —
Del resto, credo che il desiderio, nato con noi, di conoscere la storia de’ tempi andati sia figlio del nostro amor proprio, che vorrebbe illudersi e prolungar l’esistenza, unendoci agli uomini e alle cose che non esistono piú e rendendoli, per così dire, di nostra proprietá. Ama la immaginazione dell’uomo di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo. Con qual<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/332
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|332|DELLE STORIE|}}</noinclude>gione ia Urbino, e fatta vedere la sua testa (per torre ogni speranza) a’ soldati Vitelliani che lo facevano andato in Germania a mandar qua eserciti nuovi e vecchi. E vistol morto, si diedero al disperato. All’esercito Flaviano non può dirsi quanto, finito Valente, paresse finita la guerra. Nacque Valente in Anagni, di famiglia cavalleresca: fu di costumi malvagi, d’ingegno non malo: faceva il faceto; fu strione a’ giuochi Giovenàli, al tempo di Nerone quasi necessitato: poi fece per gusto il giullare con più garbo che onestà. Legato d’una legione favorì Verginio e l’infamò; avendo corrotto Fonteio Capitone a far tradimento o per non aver potuto corromperlo, l’ammazzò. Tradì Galba: fu fedele a Vitellio: e la fellonia degli altri lui illustrò.
LXIII. I soldati di Vitellio, perdute le speranze da ogni banda, volendo passare all’altra parte (anche ciò non fu senza infamia), scesero nel piano di Narni a bandiere spiegate. L’esercito Flaviano si mise, come per combattere, in ordini stretti in su la strada; e ricevè in mezzo i Vitelliani, a’ quali Antonio Primo parlò umanamente, e gli allogò parte a Narni e parte a Terni: e con essi alcune delle legioni vincitrici, per esser loro a ridosso se non stesser quieti. Primo e Varo allora non mancarono di mandar più volte a offerire a Vitellio salvezza, danari e le delizie di Terra di Lavoro, se egli, posate l’armi, rimetteva sè e i figliuoli in Vespasiano. Il medesimo scrisse Muciano; del che Vitellio talora fidandosi, parlava del numero de’ servi e del luogo da eleggersi. Tanto era stordito, che se gli altri non si ricordavano che egli era principe l’ei se l’avrebbe dimenticato.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|332|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|gione|prigione}} in Urbino, e fatta vedere la sua testa (per torre ogni speranza) a’ soldati Vitelliani che lo facevano andato in Germania a mandar qua eserciti nuovi e vecchi. E vistol morto, si diedero al disperato. All’esercito Flaviano non può dirsi quanto, finito Valente, paresse finita la guerra. Nacque Valente in Anagni, di famiglia cavalleresca: fu di costumi malvagi, d’ingegno non malo: faceva il faceto; fu strione a’ giuochi Giovenàli, al tempo di Nerone quasi necessitato: poi fece per gusto il giullare con più garbo che onestà. Legato d’una legione favorì Verginio e l’infamò; avendo corrotto Fonteio Capitone a far tradimento o per non aver potuto corromperlo, l’ammazzò. Tradì Galba: fu fedele a Vitellio: e la fellonia degli altri lui illustrò.
LXIII. I soldati di Vitellio, perdute le speranze da ogni banda, volendo passare all’altra parte (anche ciò non fu senza infamia), scesero nel piano di Narni a bandiere spiegate. L’esercito Flaviano si mise, come per combattere, in ordini stretti in su la strada; e ricevè in mezzo i Vitelliani, a’ quali Antonio Primo parlò umanamente, e gli allogò parte a Narni e parte a Terni: e con essi alcune delle legioni vincitrici, per esser loro a ridosso se non stesser quieti. Primo e Varo allora non mancarono di mandar più volte a offerire a Vitellio salvezza, danari e le delizie di Terra di Lavoro, se egli, posate l’armi, rimetteva sè e i figliuoli in Vespasiano. Il medesimo scrisse Muciano; del che Vitellio talora fidandosi, parlava del numero de’ servi e del luogo da eleggersi. Tanto era stordito, che se gli altri non si ricordavano che egli era principe l’ei se l’avrebbe dimenticato.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/334
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|334|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|trava|}entrava} in Roma senza sangue. Ma i più fedeli a Vitellio, più gli dannavano le condizioni di quella pace brutta, non sicura a discrezione del vincitore: „Il quale„ (dicevano) „non esser tanto superbo ch’ei patisse che tu vivessi privato, nei vinti lo patirieno; così la misericordia ti arrecherebbe pericolo. Sii vecchio, sii stucco dei beni e de’ mali; ma Germanico tuo figliuolo, che nome, che stato avrebbe? Offerisconti danari, corte, paradisi; ma come Vespasiano fosse in sella, non terrebbe sicuro sè, nè gli amici, nè gli eserciti, sino a che non vedesse spento il tuo seme emolo. Agro è lor saputo tener vivo per tutti i casi Valente in prigione; non che Primo e Fusco e Muciano, principal di quella parte, avesser licenza di far altro di te che ucciderti. Non la perdonò Cesare a Pompeo, non Augusto ad Antonio, se già più alti spiriti di loro non porta Vespasiano stato cortigiano di Vitellio, quando egli era Consolo con Claudio. Che non più tosto muoverti, come la censura, e i tre consolati di tuo padre, tanti onori di tua nobil famiglia, ricercherebbono a prendere dalla disperazione ardimento? I soldati ti tengono il fermo: t’avanza il favor del popolo. Peggio non può avvenirci che in questo modo gittarci via. O vinti o arresi, morti siamo: è pur meglio con virtù, che con istrazj e scherni, render l’ultimo fiato„.
LXVII. Vitellio era sordo a’ forti consigli. Scoppiavagli il cuore, persistendo nell’armi, d’aver a lasciare il vincitore più crudo a sua moglie e figliuoli. La vecchia madre pochi dì prima morì a tempo, che non vide rovinata la casa sua. Del principato del figliuolo non cavò altro che pianto e nome di bontà.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|334|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|trava|entrava}} in Roma senza sangue. Ma i più fedeli a Vitellio, più gli dannavano le condizioni di quella pace brutta, non sicura a discrezione del vincitore: „Il quale„ (dicevano) „non esser tanto superbo ch’ei patisse che tu vivessi privato, nei vinti lo patirieno; così la misericordia ti arrecherebbe pericolo. Sii vecchio, sii stucco dei beni e de’ mali; ma Germanico tuo figliuolo, che nome, che stato avrebbe? Offerisconti danari, corte, paradisi; ma come Vespasiano fosse in sella, non terrebbe sicuro sè, nè gli amici, nè gli eserciti, sino a che non vedesse spento il tuo seme emolo. Agro è lor saputo tener vivo per tutti i casi Valente in prigione; non che Primo e Fusco e Muciano, principal di quella parte, avesser licenza di far altro di te che ucciderti. Non la perdonò Cesare a Pompeo, non Augusto ad Antonio, se già più alti spiriti di loro non porta Vespasiano stato cortigiano di Vitellio, quando egli era Consolo con Claudio. Che non più tosto muoverti, come la censura, e i tre consolati di tuo padre, tanti onori di tua nobil famiglia, ricercherebbono a prendere dalla disperazione ardimento? I soldati ti tengono il fermo: t’avanza il favor del popolo. Peggio non può avvenirci che in questo modo gittarci via. O vinti o arresi, morti siamo: è pur meglio con virtù, che con istrazj e scherni, render l’ultimo fiato„.
LXVII. Vitellio era sordo a’ forti consigli. Scoppiavagli il cuore, persistendo nell’armi, d’aver a lasciare il vincitore più crudo a sua moglie e figliuoli. La vecchia madre pochi dì prima morì a tempo, che non vide rovinata la casa sua. Del principato del figliuolo non cavò altro che pianto e nome di bontà.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/339
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|339}}</noinclude>{{Pt|glio|Campidoglio}} nella guerra civile, ma per inganno privato; ora alla scoperta assediato, alla scoperta abbruciato; e qual guerra cagionò l qual pregio di tanto male? Salvar la patria forse? Gettonne per boto i fondamenti il Re Tarquinio Prisco, per la guerra sabina, non dicevoli allora alle deboli forze di Roma, ma risguardò la speranza della futura grandezza. Alzaronlo Servio Tullio con l’aiuto dei collegati, e Tarquinio Superbo, presa Suessa Pomezia con le spoglie nemiche. Ma la gloria dell’averlo compiuto fu serbata a Roma libera. Cacciati i Re, Orazio Pulvillo nel suo consolato secondo, lo dedicò con tal magnificenza, che poi la smisurata potenza del popol romano lo potè adornare, non accrescere. Quattrocento venticinque anni dappoi nel consolato di L. Scipione e C. Norbano, arse di nuovo e fu rifatto sopra la medesima pianta. Sulla vittorioso n’ebbe la cura, e nonlo dedicò (ciò solo alla sua felicità fu negato); ma Lutazio Catulo, il cui nome, tra tante memorie di Cesare, vi si lesse insino a Vitellio. Sì fatto tempio allora ardeva,
LXXIII. con più paura delli assediati, che de’ Vitelliani, forti ne’pericoli e astuti’ dove in quelli erano i soldati timidi, il Capo dappoco, che non trovava spedienti da sè, nè prendeva que’ d’altri: correva qua e là alle grida de’ nimici: comandava quel che aveva vietato e vietava il cqmandato; e quel che nelle cose disperate avviene, ognun comandava e niuno eseguiva. All’ultimo gittate giù l’armi guardavano dove e come fuggire. Entrano con furore i Vitelliani: e mettono ogni cosa a ferro e fuoco e sangue. Pochi di que’soldati, che ardiron combattere, tra’quali Cornelio Marziale, Emilio Pacense,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|339}}</noinclude>{{Pt|glio|Campidoglio}} nella guerra civile, ma per inganno privato; ora alla scoperta assediato, alla scoperta abbruciato; e qual guerra cagionò? qual pregio di tanto male? Salvar la patria forse? Gettonne per boto i fondamenti il Re Tarquinio Prisco, per la guerra sabina, non dicevoli allora alle deboli forze di Roma, ma risguardò la speranza della futura grandezza. Alzaronlo Servio Tullio con l’aiuto dei collegati, e Tarquinio Superbo, presa Suessa Pomezia con le spoglie nemiche. Ma la gloria dell’averlo compiuto fu serbata a Roma libera. Cacciati i Re, Orazio Pulvillo nel suo consolato secondo, lo dedicò con tal magnificenza, che poi la smisurata potenza del popol romano lo potè adornare, non accrescere. Quattrocento venticinque anni dappoi nel consolato di L. Scipione e C. Norbano, arse di nuovo e fu rifatto sopra la medesima pianta. Sulla vittorioso n’ebbe la cura, e non lo dedicò (ciò solo alla sua felicità fu negato); ma Lutazio Catulo, il cui nome, tra tante memorie di Cesare, vi si lesse insino a Vitellio. Sì fatto tempio allora ardeva,
LXXIII. con più paura delli assediati, che de’ Vitelliani, forti ne’pericoli e astuti’ dove in quelli erano i soldati timidi, il Capo dappoco, che non trovava spedienti da sè, nè prendeva que’ d’altri: correva qua e là alle grida de’ nimici: comandava quel che aveva vietato e vietava il comandato; e quel che nelle cose disperate avviene, ognun comandava e niuno eseguiva. All’ultimo gittate giù l’armi guardavano dove e come fuggire. Entrano con furore i Vitelliani: e mettono ogni cosa a ferro e fuoco e sangue. Pochi di que’soldati, che ardiron combattere, tra’quali Cornelio Marziale, Emilio Pacense,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|340|DELLE STORIE|}}</noinclude>
Casperio Nigro, Didio Sceva, più segnalati, n’andarono in pezzi. Accerchiano Flavio Sabino, che era disarmato e non fuggiva; e Quinzio Attico Consolo che si faceva conoscer per l’ombra del grado, e per li sciocchi bandi mandati nel popolo pieni d’onori di Vespasiano e vituperj di Vitellio: gli altri per vari modi scapparono travestiti da schiavi, trafugati da’ loro creati, tra le some nascosti. Alcuni saputo il nome e contrassegno de’ Vitelliani, lo davano e chiedevano; e sotto tale audacia coperti passavano.
LXXIV. Domiziano alla prima furia si nascose in cella del tempiere: un accorto liberto gli mise la cotta; e mescolato tra la turba de’ sacerdoti passò via, sconosciuto insino al Velabro e a casa Cornelio Primo, creatura di suo padre; il qual suo padre poi, regnando esso Domiziano, rovinata la casa, vi fece un tempietto con l’altare a Giove Conservadore, e ’l suo caso vi scrisse in marmo: e fatto Imperadore sagrò un gran tempio a Giove Custode, con sè ingrembogli. Sabino e Attico in catena furon menati a Vitellio, che non fece loro mal viso nè cattive parole; adirandosene quei che pretendevan ragione di ammazzarli, e chiedevano premio di loro opere. Con grida cominciate da’ più vicini, l’infima plebe minacciando e adulando insieme, chiedeva Sabino al supplizio. Cominciando Vitellio in su le scalee del palagio a raccomandarlo, il fecer chetare. Allora fu Sabino ferito, lacerato, dicapitato, strascinato alle Gemonie il tronco.
LXXV. Tal fine fece quest’uomo, certo da non disprezzare. Trentacinqu’anni militò per la repubblica, fuori e dentro chiaro. Non lo sapresti dir reo, nè ingiusto: favellava troppo: ciò solo gli fu apposto in sette anni che governò la Mesia e dodici Roma<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|330|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|dando|guardando}} ch’ei non vedesse, poi senza tale rispetto indifferentemente; talchè Vitellio dall’impresa non riuscibile si tolse giù per vergogna.
LIX. Questa paurosa partita di Vitellio accrebbe tanto favore a parte Flavia, quanto fu terrore d’Italia quando ei prese Bevagna, e mostrò aver rinovata la guerra. I Sanniti, Peligni e Marsi, co’ Capuani, rivoltatisi prima di loro, facevano in tutta la guerra a chi me’ servire, come per lo nuovo Signore si fa. Ma nel passar l’Appennino, la cruda vernata afflisse l’esercito e quasi disordinò, per le grandissime nevi; e videsi a quanto rischio si metteva se la fortuna non faceva tornare addietro Vitellio; la quale spesso a’ Flaviani giovò, non meno che la ragione. Riscontrai li quivi Petilio Ceriale, fuggito per la pratica del paese, dalle guardie di Vitellio, vestito da villano: era parente stretto di Vespasiano e soldato di conto; però fu ricevuto tra’ Capi. Anche Flavio Sabino e Domiziano si potetter fuggire, scrivono molti; avendo loro Antonio con vari inganni fatto penetrare messaggi, che li mostraron modo a salvarsi; ma a Sabino infermità tolse forza e animo. Domiziano avea cuore; ma Vitellio gli crebbe guardie: promisero fuggir seco, ma non se ne fidò; e Vitellio per amor de’ propri parenti non intendea fargli male.
LX. Vennero i Capitani a Carsole, ove si riposarono alcuni giorni, finchè l’esercito gli raggiugnesse. Pareva luogo da porvi il campo: scopriva gran paese, da potervi condurre le vettovaglie dalle terre grasse addietro, e trattar tradimento co’Vitelliani, dieci miglia distanti. Questo non voleva il soldato; ma vittoria e non pace: nè pur tutta la gente aspettare,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|331}}</noinclude>per aver meno compagni alla preda sicura. Antonio gli ratinò a parlamento, ammonendogli: „Che Vitellio aveva ancor delle forze; poco stabili con l’aver tempo, terribili messe in necessità. I principj delle guerre civili lasciasi alla fortuna: consiglio e ragione conducono la vittoria. Già s’era ribellata l’armata Misena e la bellissima Terra di Lavoro; nè a Vitellio altro rimaso al Mondo che quant’è tra Terracina e Narni. S’era acquistato nel combatter Cremona assai gloria; nel distruggerla troppo odio; non agognassero Roma, anzi presa che salva. Util maggiore e ornamento eccessivo sarebbe loro il conservare il senato e popol romano senza sangue.„
LXI. Da tali e simiglianti parole, rimasero mitigati quegli animi. Comparsero le legioni; e per la fama e terrore del cresciuto esercito, i soldati di Vitellio vacillavano: a guerra niuno confortava; molti a passare di là; gareggiando a donare suo’ fanti e cavalli al vincitore, e grato farlosi. Da questi si seppe ne’vicini campi esser Terni guardata da quattrocento cavalli. Varo mandatovi con gente spedita, pochine ammazzò, che combatterono: molti, gittate in terra l’armi, chiederon mercè: altri rifuggitisi in campo empievano di spavento, contando della virtù e numero de’ nimici gran miracoli per iscemarsi vergogna della perduta Terni. Nè erano le falte de’ Vitelliani punite, ma ben pagate dall’altra parte, alla quale per colmo di perfidia a gara passavano molti Tribuni e Centurioni, perchè i soldati privati tennero duro per Vitellio, sino a che Prisco e Alfeno, abbandonato il campo e tornati a Vitellio, fecero che a niuno fu vergogna passare all’altra parte.
LXII. In que’ giorni Fabio Valente fu morto {{Pt|pri-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|333}}</noinclude>
LXIV. Ma i primi di Roma segretamente mettevan su Flavio Sabino Prefetto a farsi partecipe di questa vittoria e fama: „Avere i soldati guardiani di Roma suoi propri: quei della notte non gli mancherieno: i loro schiavi, la fortuna della parte, e riuscir ogni cosa a chi vince. A Primo e Varo, non cedesse di gloria. A Vitellio rimanere pochi soldati e spaventati dalle male nuove per tutto: il popolo esser leggieri e volterebbe, facendosene egli Capo, le medesime adulazioni a Vespasiano. Vitellio, sì scaduto, non potersi più reggere. Quando ella gli andasse bene, la guerra si riconoscerebbe finita da chi pigliasse Roma. Ciò convenire a Sabino per salvar l’Imperio al fratello; ciò a Vespasiano, per far gli altri cedere e Sabino„.
LXV. Egli debole per la vecchiaia, non ci andava di buone gambe. Altri credevano in segreto che per invidia tardasse la fortuna al fratello, che minor d’età niello stato privato, era avanzato da lui in riputazione e ricchezze. E tenevasi che Sabino gli avesse mantenuto il credito, preso in pegno sua casa e poderi; onde temeasi che tra loro bollissero occulti umori, benchè salvassero F apparenza. Altri la pigliavano più dolcemente: che quest’uomo abborrisse le crudeltà e’l sangue; però spesso in casa sua trattò con Vitellio di posar l’arme e far pace. Le condizioni, si disse, fermò nel tempio d’Apolline con due testimoni Guvio Rufo e Silio Italico: quegli ch’eran discosto notavano i visaggi: Vitellio avvilito e abbietto; Sabino non oltraggioso e volto a compassione.
LXVI. E se Vitellio agevolmente disponeva i suoi, come egli s’abbiosciò, l’esercito di Vespasiano {{Pt|en-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|333}}</noinclude>
LXIV. Ma i primi di Roma segretamente mettevan su Flavio Sabino Prefetto a farsi partecipe di questa vittoria e fama: „Avere i soldati guardiani di Roma suoi propri: quei della notte non gli mancherieno: i loro schiavi, la fortuna della parte, e riuscir ogni cosa a chi vince. A Primo e Varo, non cedesse di gloria. A Vitellio rimanere pochi soldati e spaventati dalle male nuove per tutto: il popolo esser leggieri e volterebbe, facendosene egli Capo, le medesime adulazioni a Vespasiano. Vitellio, sì scaduto, non potersi più reggere. Quando ella gli andasse bene, la guerra si riconoscerebbe finita da chi pigliasse Roma. Ciò convenire a Sabino per salvar l’Imperio al fratello; ciò a Vespasiano, per far gli altri cedere e Sabino„.
LXV. Egli debole per la vecchiaia, non ci andava di buone gambe. Altri credevano in segreto che per invidia tardasse la fortuna al fratello, che minor d’età niello stato privato, era avanzato da lui in riputazione e ricchezze. E tenevasi che Sabino gli avesse mantenuto il credito, preso in pegno sua casa e poderi; onde temeasi che tra loro bollissero occulti umori, benchè salvassero l’apparenza. Altri la pigliavano più dolcemente: che quest’uomo abborrisse le crudeltà e’l sangue; però spesso in casa sua trattò con Vitellio di posar l’arme e far pace. Le condizioni, si disse, fermò nel tempio d’Apolline con due testimoni Guvio Rufo e Silio Italico: quegli ch’eran discosto notavano i visaggi: Vitellio avvilito e abbietto; Sabino non oltraggioso e volto a compassione.
LXVI. E se Vitellio agevolmente disponeva i suoi, come egli s’abbiosciò, l’esercito di Vespasiano {{Pt|en-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|338|DELLE STORIE|}}</noinclude>cavaliere: salire al monte schierati alle prime porte di Campidoglio. Già v’erano logge a marritta di chi sale. Gli assediati escon fuori in su quelle tetta; e con tegoli e sassi ne cacciano i Vitelliani, che altro non aveano che spade, nè tempo a mandar per mangani o saettume. Lanciano il fuoco nella prima parte della loggia e gli van dietro. E già aveva arso la porta: non potettero entrare perchè Sabino la turò, in vece di muro, con le statue, splendori delli antichi, di qualunque luogo sbarbate. Allora assaliscono per due altre sprovvedute vie: lungo il boschetto dell’Asilo, e pe’cento scaglioni, onde si sale a Tarpeo. Era improvviso l’uno e l’altro assalto; quello per lo boschetto più da vicino, più fiero e senza riparo; montandosi per li congiunti edificj, alzati per la lunga pace al piano di Campidoglio. Qui si dubita se il fuoco fu messo da quei di fuori, o pur, come si crede più, da que’di dentro, per discostarsi i nimici già alle costole. Parte di quel fuoco s’appiccò alle logge dinanzi al tempio; la fiamma s’avventò all’aquile di legname antico che reggevano il frontespizio, e furono esca all’arsione, così seguita a porte chiuse, del Campidoglio non difeso, non saccheggiato.
LXXII. Fatto di tutti i fatti, da che Roma è Roma, dolentissimo e bruttissimo; non di nimico barbaro, ma quando ci erano (se meritato l’avessimo) propizj gl’Iddii, che quel seggio di Giove ottimo massimo, piantato dai nostri maggiori con buoni augurj, pegno sicuro del nostro Imperio, cui nè Porsena, quando la città si rese, nè i Galli, quando la presero, avrebber potuto contaminare, dal furor dei principi sprofondasse! Arse anche prima {{Pt|Campido-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|336|DELLE STORIE|}}</noinclude>
tenessero i soldati a freno. Come se adunque a Vespasiano tutta la repubblica fusse caduta in grembo, i primi Senatori, i più de’ Cavalieri, tutti i soldati di Roma, e la guardia di notte, empieron la casa di Sabino; ove fu riferito dell’affezion del popolo, e come i soldati Germani minacciavano. Ma Sabino era passato tanto oltre, che non poteva tornar indietro: e ciascuno per paura di sè, e per non esser da’ Vitellani assaliti sparsi e deboli, lo spignevano tardo e lento all’arme; ma come in tali casi avviene, fu buono ognuno a consigliare e pochi a entrar nel pericolo. Scendendo Sabino con armati, l’affrontano dal Lago Fondano valorosissimi Vitelliani, i quali, dopo sprovveduta e breve scaramuccia, rimasero al disopra. Sabino spaventato si ritirò per la più sicura in rocca di Campidoglio co’ suoi soldati, e qualche Senatore e Cavaliere. Non posso dire i nomi, per li molti che si fecer di quelli quando Vespasiano ebbe vinto. Vi si rinchiusero insino delle donne, e per la più notabile, Gracilia Verulana, non per seguitar figliuoli nè parenti, ma la guerra. L’assedio de’ Vitelliani fu sì largo, che Sabino la notte per luoghi non guardati vi fece entrar i figliuoli suoi e Domiziano suo nipote, e uscir un messaggio a’Capi Flaviani, a chieder soccorso perchè le cose erano strette. Non vi fu quella notte romore, e poteva uscirsene, essendo i soldati di Vitellio feroci al combattere, ma alle fatiche e vigilie poco intenti; e una subita vernina pioggia non gli lasciava vedere nè udire.
LXX. La mattina a dì, innanzi che si cominciasse a rompere mandò Cornelio Marziale di Primopilo a Vitellio si lamentarsi: „che questi non erano dei<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|337}}</noinclude>patti; far le viste di lasciar l’Imperio per ingannare tante persone illustri; e perchè altro essersi egli sceso di ringhiera e avviato verso casa il fratello in testa alla piazza a mostrarsi al popolo e non verso Aventino a casa la moglie, come conveniva, volendo esser privato e fuggire ogni apparenza di principe? Tutto il contrario aver fatto; tornatosene in palagio, rocca dell’Imperio; mandato indi masnade a coprir la più calcata contrada di Roma di morti innocenti combattere anche Campidoglio. Essere stato sempre in toga e un Senatore, come gli altri; mentre Vespasiano e Vitellio contendono con battaglie di legioni, sforzamenti di città, arrendimenti di soldati. Il fratello pur di Vespasiano, quando già Spagna, Germania, Brettagna, erano rivolte, essere stato saldo in fede sino a che chiamato fu all’accordo. La pace e concordia esser ai vinti utile; a’vincitori solamente onorevole. Se si pentiva delle capitolazioni, non perseguitasse lui col ferro, ’come fatto avea con poca fede, non il figliuolo di Vespasiano, a pena fuor di fanciullo. Uccidere un vecchio e un giovanetto che pro? Alle legioni mostrasse il viso: ivi dell’Imperio combattesse: il restante sarebbe di chi vincesse„. Vitellio rispose timoroso poche parole, incolpando il troppo ardire de’ soldati: non averlo potuto tener la modestia sua; e rimandò Marziale per un uscio segreto, acciò i soldati non l’ammazzassero, come mezzano di odiata pace. Egli non potendo più comandare nè proibire, non era più Imperadore, ma pietra di scandolo.
LXXI. Appena rientrato Marziale in Campidoglio, eccoti soldati infuriati senza Capo, ciascun dassè, correre in frotte in piazza, a’ tempj che le stanno a<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|335}}</noinclude>Ai diciotto di dicembre, udita la rivolta della legione e gente datesi a Narni, s’uscì di palagio vestito di nero in mezzo alla mesta famiglia col figlioletto in lettighina, che sembrava un mortorio. Il popolo, che gli era lusinghevole fuor di tempo, i soldati cheti e in cagnesco.
LXVIII. Non è cuore umano che non fusse intenerito a vedere il romano Principe, dianzi padron del Mondo, abbandonato il trono della sua grandezza, per mezzo della città e del popolo, uscirsi dell’Imperio. Cosa non veduta, non udita più unque. Fu Cesare Dettatore di repente ucciso; Caio in occulto tradito; Nerone nascoso di notte in villa sconosciuta" Pisone e Galba caddero quasi in battaglia; ma Vitellio, in suo parlamento, tra’ suoi soldati, a vista delle donne, dopo alcune parole e a sua fortuna convenienti: che per la pace e ben pubblico cedeva: avessono almeno di lui memoria e compassione de’suoi innocenti, fratello, moglie e piccoli figliuoli; e ora a tutti, ora a uno a uno porgendo Germanico, lo raccomandava; finalmente soffocato dal piagnere, si trasse da canto il pugnale, e lo diede a Cecilio semplice Consolo, quasi dandogli la podestà sopra la vita e morte de’ cittadini. Recusandolo egli, nè consentendolo gli uditori, si partì per portare nel tempio della Concordia le insegne dell’imperio e tornarsene a casa del suo fratello. Raddoppiaron le grida: „Non in casa privata: in palagio„. E chiuser le strade, da quella in fuori che va in Via Sagra. Allora egli non sapendo che farsi, tornò in palagio.
LXIX. Già era sparso che egli renunziava l’Imperio; e Flavio Sabino avea scritto ai Tribuni che<noinclude></noinclude>
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LXVIII. Non è cuore umano che non fusse intenerito a vedere il romano Principe, dianzi padron del Mondo, abbandonato il trono della sua grandezza, per mezzo della città e del popolo, uscirsi dell’Imperio. Cosa non veduta, non udita più unque. Fu Cesare Dettatore di repente ucciso; Caio in occulto tradito; Nerone nascoso di notte in villa sconosciuta; Pisone e Galba caddero quasi in battaglia; ma Vitellio, in suo parlamento, tra’ suoi soldati, a vista delle donne, dopo alcune parole e a sua fortuna convenienti: che per la pace e ben pubblico cedeva: avessono almeno di lui memoria e compassione de’suoi innocenti, fratello, moglie e piccoli figliuoli; e ora a tutti, ora a uno a uno porgendo Germanico, lo raccomandava; finalmente soffocato dal piagnere, si trasse da canto il pugnale, e lo diede a Cecilio semplice Consolo, quasi dandogli la podestà sopra la vita e morte de’ cittadini. Recusandolo egli, nè consentendolo gli uditori, si partì per portare nel tempio della Concordia le insegne dell’imperio e tornarsene a casa del suo fratello. Raddoppiaron le grida: „Non in casa privata: in palagio„. E chiuser le strade, da quella in fuori che va in Via Sagra. Allora egli non sapendo che farsi, tornò in palagio.
LXIX. Già era sparso che egli renunziava l’Imperio; e Flavio Sabino avea scritto ai Tribuni che<noinclude></noinclude>
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Vera storia di due amanti infelici ovvero Ultime lettere di Iacopo Ortis (1912)/Lettera V
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|691|riga=s}}</noinclude>sede operata dalle forze francesi il giorno 4 di luglio alle ore 6 pomeridiane.
::» Roma, nel Campidoglio, 4 luglio 1849.
{{blocco a destra|
<poem style="text-align:center;">
» Per l’intera Assemblea
» ''Il Presidente di sezione,''
» {{Wl|Q157521|{{Sc|C. Bonaparte}}}}.
» Il Segretario
» {{AutoreCitato|Quirico Filopanti|{{Sc|Quirico}} ''professor'' {{Sc|Filopanti}}}}.»<ref>Vedi {{AutoreCitato|Federico Torre|Torre}}, vol. II, pag. 281.</ref>
</poem>
}}
Il generale Rostolan facendo uso dei poteri conferitigli, emanò il giorno seguente 5 di luglio le opportune disposizioni per lo stato di assedio della città di Roma.
Veniva quindi interdetto ogni assembramento nelle vie pubbliche; e se formatosi, doveva essere sciolto colla forza. La ritirata sarebbesi sonata alle ore 9 pomeridiane. La circolazione nella città doveva cessare alle ore {{nowrap|9 <sup>1</sup>/<sub>2</sub>.}} Potevano percorrerla nella notte soltanto i medici e i pubblici funzionarî muniti di un ''lascia-passare'' firmato dall’autorità militare. In quella stessa ora i luoghi di riunione dovevan chiudersi. Si diceva che i circoli politici che, non ostante il proclama del generale in capo, non fossero già chiusi lo sarebbero stati con la forza. Minacciavasi infine di punire immediatamente con modo esemplare ogni violenza, ogn’insulto contro i soldati francesi o contro le persone che avevano con loro amichevoli relazioni, ed ogni impedimento recato all’approvigionamento. Terminava con queste parole:
«Abitanti di Roma! Voi volete l’ordine, io saprò garantirvelo. Coloro che sognassero di prolungare la vostra oppressione, troverebbero in me una severità inflessibile.
::» Roma 5 luglio 1849.
{{blocco a destra|
<poem style="text-align:center;">
» ''Il Generale di Divisione'',
» ''Governatore di Roma''
» {{Sc|Rostolan}}.»<ref>Vedi ''Raccolta'', ec., pag. 5.</ref></poem>}}
{{nop}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|697|riga=s}}</noinclude>
Le ruberie che sotto il nome di perquisizioni eransi nei mesi decorsi commesse, incominciarono a scuotere coloro che le avevan sofferte, sicchè venne fuori il giorno 8 una ordinanza del prefetto di polizia Francesco Chapuis, colla quale i sacri vasi, gli arredi di chiesa e le campane tolte agli stabilimenti religiosi di Roma, ed esistenti ancora, venivan messi a disposizione dei direttori di quegli stabilimenti ai quali appartenevano.<ref>Vedi ''Raccolta'' ec., pag. 11.</ref>
Un atto di ordine e di giustizia si rinvenne nello aver comandato lo stesso prefetto di polizia il dì 8 luglio che tutti gli antichi presidenti dei rioni di Roma riassumessero da quel giorno le loro funzioni.<ref>Vedi detta, pag. 11.</ref>
Altro atto di ordine e di giustizia riparatrice fu quello col quale il suindicato prefetto di polizia ingiungeva il 9 a tutti i detentori di oggetti requisiti dal cessato governo di farne la denunzia, entro 3 giorni a datare dall’atto stesso, alla prefettura generale di polizia, e stabiliva che l’infrazione a tale ordine sarebbesi considerata e punita come furto qualificato.<ref>Vedi detta, pag. 13.</ref> Più tardi venne creata una commissione di ricuperamento e restituzione degli oggetti requisiti, la quale si compose dei seguenti:
{| align=center
|colspan=3|{{Sc|Prefetto di polizia}} ''Presidente''
|-
|''Principe'' ||{{Sc|Don Girolamo Odescalchi}}||rowspan=4 valign=middle|[[File:Bracket right 4.png|7px]] ''Membri''
|-
|''Cavaliere'' ||{{Sc|Ferdinando De' Cinque}}
|-
|''Avvocato'' ||{{Sc|Pietro Bertini}}
|-
|align=center|» ||{{Sc|Francesco Tomassetti}}
|-
|{{Sc|Domenico}} ||{{Sc|Farina}} ''Segretario''.<ref>Vedi il ''Giornale di Roma'' del 20 luglio.</ref>
|}
Occupossi indefessamente quella commissione nell’esercizio del suo mandato. Gli oggetti ricuperati furono, come altrove ci è occorso di raccontare, nientemeno che 2,954, di cui esistono sedici note che si affissero al pubblico.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|697|riga=s}}</noinclude>
Le ruberie che sotto il nome di perquisizioni eransi nei mesi decorsi commesse, incominciarono a scuotere coloro che le avevan sofferte, sicché venne fuori il giorno 8 una ordinanza del prefetto di polizia Francesco Chapuis, colla quale i sacri vasi, gli arredi di chiesa e le campane tolte agli stabilimenti religiosi di Roma, ed esistenti ancora, venivan messi a disposizione dei direttori di quegli stabilimenti ai quali appartenevano.<ref>Vedi ''Raccolta'' ec., pag. 11.</ref>
Un atto di ordine e di giustizia si rinvenne nello aver comandato lo stesso prefetto di polizia il dì 8 luglio che tutti gli antichi presidenti dei rioni di Roma riassumessero da quel giorno le loro funzioni.<ref>Vedi detta, pag. 11.</ref>
Altro atto di ordine e di giustizia riparatrice fu quello col quale il suindicato prefetto di polizia ingiungeva il 9 a tutti i detentori di oggetti requisiti dal cessato governo di farne la denunzia, entro 3 giorni a datare dall’atto stesso, alla prefettura generale di polizia, e stabiliva che l’infrazione a tale ordine sarebbesi considerata e punita come furto qualificato.<ref>Vedi detta, pag. 13.</ref> Più tardi venne creata una commissione di ricuperamento e restituzione degli oggetti requisiti, la quale si compose dei seguenti:
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|''Principe'' ||{{Sc|Don Girolamo Odescalchi}}||rowspan=4 valign=middle|[[File:Bracket right 4.png|7px]] ''Membri''
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Occupossi indefessamente quella commissione nell’esercizio del suo mandato. Gli oggetti ricuperati furono, come altrove ci è occorso di raccontare, nientemeno che 2,954, di cui esistono sedici note che si affissero al pubblico.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|708|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>
Queste persone, meno una o due, accettaron tutte, e figurarono nel municipio che chiamossi provvisorio.
Nulla diremo dell’operato di questa commissione. Il pubblico però la giudicò favorevolmente. Rammentiamo soltanto che il da fare dopo tanto scompiglio fu immenso: perchè alle solite attribuzioni municipali si dovè aggiungere ancor l’altra di provvedere d’alloggio più di 30,000 Francesi, liquidare le occupazioni forzate di tanti locali, e ascoltare interminabili reclami. Gli altri municipî si ebber pure le rose, ma noi non avemmo che spine. Oltre a ciò gloria veruna; niuna rimunerazione onorifica. L’aura popolare di coloro soprattutto che parlano, scrivono, e tiranneggiano a posta loro la pubblica opinione, non poteva essere per noi che ascrivemmo fra’ cittadini romani il generale Oudinot, e tanto a lui quanto al conte di Montalembert decretammo medaglie onorifiche. I nostri amici ci stimavano sì, ma camuffavan la loro stima in un prudente riserbo. Tutto ciò coi tempi che correvano allora, e che corrono adesso, si comprende agevolmente.
Ora passando ad un altro particolare, rammenteremo come sotto la data del 25 di giugno, nel [[Storia della rivoluzione di Roma (vol. III)/Capitolo XVIII|capitolo XVIII]], parlammo della protesta de’ consoli al generale Oudinot per farlo desistere dal bombardamento, e dicemmo quanto ai danni designati, che se pure non ne fu inventata la esistenza, furon per lo meno esagerati, potendo di ciò far fede lo stato delle chiese, de’ monumenti, dei palazzi, e de’ musei.
Ora in comprova del nostro asserto viene una dichiarazione dell’incaricato di affari del regno di Würtemberg commendatore Carlo Kolb. Egli pertanto scrisse il 13 di luglio una lettera al generale Oudinot, ove diceva che durante l’assedio di Roma il partito che dominava in questa città pubblicava che il cannoneggiamento delle batterie francesi aveva prodotto la distruzione irreparabile di monumenti; che la fede prestata a simili asserzioni, la esattezza delle quali non si poteva allora verificare, indusse il corpo consolare a dirigere a lui una lettera ove se ne riproduceva<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|709|riga=s}}</noinclude>la sostanza; ma che avendo potuto convincersi che il cannone francese non aveva distrutto alcun monumento, e che non aveva danneggiato nell’interno della città se non i muri di qualche abitazione, si faceva un dovere di tornare a parlare di detta lettera che aveva sottoscritta ancor lui, affinchè col tacere non gli si attribuisse il proposito di sostenere un fatto inesatto.<ref>Vedi il ''Giornale di Roma'' del 4 di agosto 1849.</ref>
Da tutto ciò emerge che siccome il promotore di detta lettera, la quale equivalse ad una protesta, fu il vice console o agente consolare di sua maestà britannica in Roma Giovanni Freeborn, e che egli indusse o trascinò gli altri a sottoscriverla, senza esame e senza una previa verifica, così la tenerezza inglese pei monumenti romani non fu in realtà se non la gelosia inglese verso la Francia, ed il desiderio di distruzione del papato romano, unica meta dei protestanti nella mercantessa Albione.
Ora che abbiamo accennato quelle disposizioni governative atte a somministrare una qualche idea del modo col quale venne retta la cosa pubblica in que’ giorni di semi-interregno, o transizione fra il distrutto e il da ricostruirsi, non ci resta che a parlare delle altre che si emanarono per solennizzare il giorno 15, destinato alla ripristinazione del governo pontificio ed all’inalberamento degli stemmi.
A tal effetto pertanto si dirigeva il giorno 14 dal generale Oudinot un proclama ai Romani, nel quale parlava della restaurazione della sovranità temporale del capo della Chiesa nella capitale dei mondo cristiano. A noi per verità sembra che avrebbe dovuto dire in vece cattolico, perchè cristiani sono anche i protestanti, sien luterani, calvinisti, metodisti, o frazione, o parte, o tutto di quella interminabil caterva di dissenzienti che pur si dicono e sono cristiani, perchè credono nel Cristo.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|710|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>
Nondimeno fu questa la prima volta che i Francesi nel 1849 estricatisi dagli arzigogoli e dalle anfibologie di linguaggio ci disser chiaramente che il governo pontificio ristabilivasi, ossia ''la sovranità temporale del capo della Chiesa''.<ref>Vedi ''Sommario'', n. 101.</ref> Mai non si vide tanto chiara, quanto nel proceder de’ Francesi qui da noi, la verità di quella massima del non potersi cioè servire a due padroni, che erano nel caso nostro il papa e la rivoluzione della quale si volevano (lo diremo con un francesismo) ''ménager les exigences''.
Inoltre lo stesso Oudinot informava il pubblico, con un ordine generale del 14, che l’indomani domenica 15 luglio sarebbesi cantato nella basilica vaticana un ''Te Deum'' in rendimento di grazie pel felice esito delle armi francesi, e per lo ristabilimento dell’autorità pontificia. Tutti i corpi di guarnigione in Roma avrebbero assistito a questa cerimonia religiosa che doveva aver luogo alle 4 pomeridiane. Si annunziava una grande rivista dopo il ''Te Deum''. Le truppe romane vi sarebbero state presenti prendendo la sinistra dei corpi francesi di simile arma. Una salva di cento colpi di cannone poi tirati dal castello sant’Angelo avrebbe annunziato alla città l’istante in cui sarebbesi inalberata la bandiera pontificia. Dovevano illuminarsi nella sera gli edifizî pubblici. Terminava dicendo che a nome del governo francese si sarebber distribuiti soccorsi agl’indigenti ne’ loro domicilî.<ref>Vedi ''Raccolta'' ec., pag. 17.</ref>
Ed il prefetto di polizia francese emetteva il 14 un’ordinanza in cui davansi le disposizioni relative alle carrozze stante la pubblica festa militare e religiosa del giorno seguente, e la illuminazione nella sera della cupola di san Pietro.<ref>Vedi detta, pag. 19.</ref>
Questo fu l’ultimo atto del prefetto di polizia Chapuis, perchè il 15 per motivo di salute si ritirò, e gli venne surrogato capo di battaglione Le Rouxeau.<ref>Vedi ''Giornale di Roma'' del 16 luglio.</ref><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|711|riga=s}}</noinclude>
La commissione provvisoria municipale poi in un atto che pubblicava in quella occasione, il 15 luglio, faceva noto di avere accettato l’officio di provvedere temporaneamente ai comunali interessi; prometteva di non risparmiare studio e fatica per soddisfare ai bisogni de’ Romani ed apparecchiare a quelli che dovevan succederle una via più spedita di migliorare le loro sorti; dimandava il concorso operoso di tutt’i buoni e la cooperazione sincera di tutte le classi della società; ed annunciando il ristabilimento dell’autorità temporale del sommo pontefice negli stati della Chiesa, diceva ai Romani: «Voi saprete corrispondere all’invito dell’autorità che ci regge, e dimostrare col fatto la vostra riconoscenza a quella nazione generosa, che offrendosi amica vi rassicura in quest’oggi che non sarà delusa la vostra fiducia.»<ref>Vedi ''Raccolta'' ec., pag. 20. — Vedi il ''Giornale di Roma'' del 16 luglio.</ref>
In seguito di queste disposizioni si videro fin dal mattino del 15 segnali di gioia in parte vera e sincera, in parte apparente e interessata, mediante i soliti addobbi o parature di finestre e balconi in molte delle vie principali della città. Diciamo in parte ''vera'', in parte ''apparente'', perchè lumi, fiori, parati ed altri segni esterni per gratificarsi il potere non li valutiamo gran cosa. Accade in casi moltiplici, e diremmo nel più dei casi, che l’apparenza non si trova all’unisono con la spontaneità e la sincerità. Onde crediamo che moltissimi attaccati al papa non misero i parati perchè tementi ancora le ire de’ repubblicani, ed altri viceversa di poco netta coscienza lo fecero astutamente, per propiziarsi il potere ripristinato.
Alle 2 pomeridiane mossero le truppe francesi alla volta del Vaticano, e si collocaron sulla piazza. Alcuni distaccamenti di varie armi entrarono nel tempio principale de’ cattolici, ad accrescerne l’ornamento; e varî corpi militari si estesero lungo la via del Borgo Nuovo sino al castel<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|712|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>sant’Angelo. Le truppe romane preser posto accanto al colonnato verso la porta Angelica.
Alle 3 <sup>1</sup>/<sub>2</sub> la bandiera pontificia fu inalberata sul castello sant’Angelo e sulla torre del Campidoglio, e fu salutata da 100 colpi di cannone.
Alla sacra funzione il generale Oudinot avea invitato i cardinali presenti in Roma, cioè Tosti, Castracane e Bianchi, il corpo diplomatico (impropriamente così chiamato perchè non avevamo che consoli) ed altri nobili personaggi, fra i quali citeremo il signor di Corcelles che nella sua qualifica d’inviato straordinario della repubblica francese a Roma ed a Gaeta apparteneva alla diplomazia. Si eran preparati in chiesa i banchi pel clero, i palchi dei posti d’onore e le due orchestre. La funzione doveva celebrarsi all’altare della Confessione.
Il generale Oudinot accompagnato dagli altri generali e dallo stato maggiore generale uscì alle 5 dal palazzo Rospigliosi per recarsi a san Pietro. Venne acclamato per via, in ispecie presso il ponte sant’Angelo. Passò a rassegna le truppe tanto francesi, quanto romane: e giunto alla porta della basilica, fuvvi ricevuto dal clero vaticano che aveva alla testa monsignor vicegerente di Sua Santità. Quivi monsignor Marino Marini segretario del capitolo vaticano pronunciò un discorso che potrà leggersi in ''Sommario''.<ref>Vedi ''Sommario'', n. 103, ''Discorso di monsignor Marino Marini al generale Oudinot''. — Vedi il ''Giornale di Roma'', pag. 34.</ref> A questo discorso rispose il generale con le parole che riferiamo pure in ''Sommario''.<ref>Vedi detto, n. 106, ''Risposta del generale Oudinot a monsignor Marino Marini''. — Vedi il ''Giornale di Roma'', pag. 34.</ref> Recossi quindi al suo posto di onore avendo a’ lati i generali, lo stato maggior generale ed il signor di Corcelles. I due cardinali Bianchi e Tosti ed il capitolo collocaronsi ne’ luoghi consueti; ed assisteron tutti al ''Te Deum'' intonato dal cardinale Castracane. Dopo di ciò accostatosi il Cardinal Tosti al palco del generale, pronunziò il discorso che potrà leggersi parimenti<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|713|riga=s}}</noinclude>in ''Sommario''.<ref>Vedi detto, n. 107, ''Discorso del cardinal Tosti al generale Oudinot''. — Vedi il ''Giornale di Roma'', pag. 34.</ref> A questo discorso replicò pure il generale, ed in ''Sommario'' troverassi il testo della sua risposta.<ref>Vedi detto, n. 103, ''Risposta del generale Oudinot al cardinal Tosti''. — Vedi il ''Giornale di Roma'' come sopra.</ref>
Il cardinale soggiunse alcune poche parole, ed al suo dire: ''viva la religione, viva il sommo pontefice, viva la Francia'', gridaron gli astanti: ''evviva il Santo Padre, evviva Pio IX, evviva la Francia, evviva il generale Oudinot''. Mentre poi il generale avviavasi verso la porta per uscire dal tempio, la moltitudine ivi affollata dettegli alti segni di fervente gratitudine con animatissime grida, sventolar di fazzoletti e lacrime di gioia; e queste non compre o imposte davvero, ma emananti dal cuore. Esse furon tali che a chi vi si trovò presente infusero sensi incancellabili di tenerezza. Non diremo che fossevi tutta Roma. V’erano tutti quelli (ma eran molti) che avevano sofferto, ch’erano stati per tema nascosti, ed avevan pregato piangendo, o fremuto tacendo e rassegnandosi al gastigo di Dio; chè tale agli occhi dei veri cattolici e non altra era la spiegazione de’ lacrimosi avvenimenti che abbiam narrato. Eravi infine se non tutta, una buona parte di quella massa di cittadini (che pure dovrà ammettersi non esser pochi), i quali videro nella rivoluzione una calamità, un segno dello sdegno di Dio, una lezione a’ prepotenti, un ammonimento ai superbi, un rimprovero agl’irrequieti e agli oziosi o infingardi; nel soccorso francese una provvidenza; nel trionfo delle loro armi un’iride di pace; nel ripristinamento del governo pontificio il ritorno dell’ordine manomesso e la prevalenza del diritto e della giustizia sull’inganno sleale e sulla violenza tirannica. Ripetiamo non v’era tutta la popolazione romana, perchè molti per tema si astennero dallo andarvi, tanto più che ad arte erasi sparso che vi sarebbe stato subbuglio. Quel popolo però che vi era potremo esser creduti asserendo che applaudiva con<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|714|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>tutto il cuore, con tutta la effusione della gioia che noi stessi vedemmo invader gli animi. Vedemmo, commossi, alcuni appressarsi al generale per baciargli la mano, altri la spada, altri le vesti, ed osservammo con quale ansia e con quale dolce violenza tutto ciò facevasi; talchè fu visibile a tutti la commozione del generale e de’ cittadini che si trovaron presenti a queste manifestazioni.
Ebbe luogo in seguito il difilar della truppa: e la sera una generale illuminazione dava compimento alla gioia del giorno.<ref>Vedi ''Giornale di Roma'' del 16 luglio 1849.</ref>
Rialzato lo stemma pontificale, la Francia potè vantarsi di aver compiuto l’opera sua, opera doverosa, logica, tradizionale: e così riparò in parte le ferite cagionate in altri incontri al papato. Le sette peraltro non si dieron per vinte, e gli sforzi del protestantesimo, le cupidigie di uno stato vicino, le speranze di sorte migliore nei bramosi di rivolgimenti, l’incuria di alcuni governi, l’egoismo di molti fra i grandi e la loro passiva indolenza prepararono al papato nuove sventure, ch’è fuori del nostro proposito di narrare.
Noi qui arrestiamo i nostri racconti, di cui i nostri documenti sopperirono i materiali. E con ciò poniam fine al compito che ci eravamo assegnato.
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Storia della rivoluzione di Roma (vol. III)/Capitolo XIX
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|715|riga=s}}</noinclude>{{nop}}
<div style="font-family:monospace; text-align:center; font-size: large;">'''CAPITOLO XX.'''</div>
{{indentatura|2em|style=font-size:90%|Enunciazione delle cause ch’esercitarono una influenza sulle condizioni morali dei Romani dal tempo della restaurazione pontificia nel 1815 sino all’assunzione di Pio IX al pontificato, affine di spiegare l’appoggio che dettero, quantunque in piccola parte, alla romana rivoluzione. — Conclusione dell’opera.}}
Coll’ingresso dei Francesi in Roma il 3 luglio 1849 fu spenta la romana rivoluzione la quale ebbe il suo incominciamento non già nell’anno 1848, siccome molti credono, ma nel giorno stesso in cui si conobbe l’atto di amnistia, ossia il 17 luglio 1846: e la Francia che ne fu l’istigatrice e l’educatrice primitiva stante la diffusione delle sue dottrine, la Francia fu quella che spegnendola fece bene, ma distrusse l’opera sua.
Intanto, quantunque abbiamo provato nel contesto delle nostre storie che questa rivoluzione fu in gran parte cosmopolitica, che genti d’ogni nazione e di svariate dottrine la capitanarono e la sostennero, che i Romani vi figurarono in una impercettibile minorità, e che la maggioranza appartenne agli estranei, non è per questo men vero che un certo appoggio vel dette anche Roma: perocchè alcuni principî sia di desiderato progresso, sia di mal celato scontento, sia infine di odio manifesto del dominio clericale (sebbene in piccola quantità comparativamente alla popolazione) vi germinavan da varî anni, e solo nel tempo di sopra accennato presentarono il loro sviluppo in un modo lato e palese.
Ora il ricercare le origini d’onde emanarono siffatti germi di ostilità non fia disutile investigazione. Se facemmo il racconto della malattia, è giusto lo indagare le cause che la produssero.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|716|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>
Egli è innegabile che i tempi, le letture, lo svolgimento e la diffusione dei lumi, le comunicazioni moltiplicate e accelerate fra gli uomini, tendenti a formare della Europa quasi un’intiera famiglia, il giornalismo politico, le effemeridi scientifiche, lo studio delle lingue moderne sostituito in gran parte a quello delle antiche, lo spirito di associazione, una certa tendenza in presso che tutti, se non alla indipendenza, ad un rispetto maggiore per la propria dignità, una passione più grande per gli agî della vita e pel materiale benessere, e direm pure un bisogno maggiore, se non di libertà di coscienza, di libertà civile, ora provato dalla classe colta ed illuminata della umana società; egli è innegabile, ripetiamo, che tutto ciò, agendo sia in una maniera sia in un’altra, costituisca nei tempi presenti un nuovo mondo con tendenze, passioni, aspirazioni diverse da quelle del mondo passato. Vogliamo o no, questo è un fatto, ed alla logica inesorabile dei fatti di tal natura egli è forza chinare il capo.
Entriamo pertanto a raccontare que’ cambiamenti che andavansi svolgendo nel morale degli abitanti, a dilucidazione di quanto più sopra abbiamo esposto.
Fin dall’anno 1817 allorquando infermossi {{AutoreCitato|Papa Pio VII|Pio VII}}, si manifestò un movimento nel Maceratese con lo scopo di far sorgere un governo libero per tutta Italia, tranne il regno delle due Sicilie, ed alla testa di questo movimento ponevasi un conte Cesare Gallo di Osimo. Abortita e discoperta la congiura, se ne compilò regolare processo, e nel 1818, con tre separate sentenze, vennero condannati tredici a morte, dodici alla galera perpetua, sette alla galera per dieci anni, uno per anni sette ed uno per anni cinque. Ma il clemente Pio VII commutò la pena di morte in relegazione perpetua in una fortezza, e diminuì agli altri le pene<ref>Vedi {{AutoreCitato|Francesco Gigliucci|Gigliucci}} ''Memorie della rivoluzione romana''. Roma, 1851, vol. I, pag. 24. — Vedi {{AutoreCitato|Antonio Coppi|Coppi}} ''Annali d’Italia dal 1750''. Roma, 1850, tomo VI, dal 1814 al 1819, pag. 257. — Vedi il ristretto del processo che porta per titolo ''Macerata, ed altri luoghi di fellonia'', nella nostra raccolta.</ref>.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|717|riga=s}}</noinclude>
Questo avvenimento però non produsse la minima commozione in Roma la quale già trovavasi in istato fiorente, ed era in sugli amori col reintegrato Pio VII. Rammemoriamo questo fatto come un appunto storico e nulla più.
Nel 1820 poi si ebbe l’esempio di Spagna, Napoli, e Grecia, che si levarono a rumore. Richiedevan le due prime regioni il beneficio di una costituzione; sforzavasi l’ultima di affrancarsi dal servaggio della Mezzaluna.
Tali movimenti, e tutti nello stesso tempo, in quelle regioni, ne persuasero che la stessa corrente elettrica fosse stata la motrice di cosiffatte turbolenze. Gli stati della Chiesa non si mossero è vero, ma pure una certa tendenza per le discussioni politiche vi si veniva introducendo; e nella stessa Roma s’incominciavano a leggere con gusto i diari napoletani ispirati dall’aura seducente di libertà. In Francia intanto si uccideva proditoriamente il duca di Berry, designato successore a quel trono. Pochi mesi dopo, nel 1821, il principe di Carignano, che fu poi re sabaudo sotto il nome di {{AutoreCitato|Carlo Alberto di Savoia|Carlo Alberto}}, si fe’ campione, ma per un istante soltanto, del movimento italiano. Uno dunque il principio, uno il movente, simultanee le mosse. Chiamaronle alcuni aspirazioni di libertà, altri movimenti o rivolture di setta.<ref>Vedi l’opera intitolata ''Le Piémont en 1821 par un Piémontais''. Paris, 1822, in 8.</ref>
Fra queste sette avvene una la quale tende per migliorare il mondo a capovolgerlo, e tiene per influenza ed estensione il primato sopra tutte le altre. I suoi adepti nomansi ''framassoni'' o ''liberi muratori''. Si ritengono di antichissima origine facendola rimontare nientemeno che al tempo di Salomone. Contro la medesima setta fulminarono alcuni papi la condanna: di che fan prova la costituzione di {{AutoreCitato|Papa Clemente XII|Clemente XII}} ''In eminenti'' del 1738, quella di {{AutoreCitato|Papa Benedetto XIV|Benedetto XIV}} ''Providas'' del 1751, quella di Pio VII ''Ecclesiam'' del 1821, quella di {{AutoreCitato|Papa Leone XII|Leone XII}} ''Quo graviora mala'' del 1825, e {{Pt|final-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|718|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>{{Pt|mente|finalmente}} la enciclica di {{AutoreCitato|Papa Pio IX|Pio IX}} che incomincia ''Qui pluribus'', e che è dell’anno 1846. Vuolsi poi che Leone XII in una conversazione intima, parlando delle società segrete, dicesse: ''E noi abbiamo avvertito i principi, e i principi han dormito; e noi abbiamo avvertito i ministri, ed i ministri non han vegliato!''<ref>Vedi Artaud, ''Histoire du Pape Léon XII''. Paris, 1843, vol. II, pig. 21. — Vedi {{AutoreCitato|Cesare Cantù|Cantù}}, ''Storia di cento anni (1750-1850)'', edizione di Firenze del 1852, pag. 325.</ref>
Roma per verità incominciò a cambiare fisonomia e ad entrare in una fase del tutto nuova dopo il ritorno del Santo Padre nel 1815. Prima dell’impero qualche raro signorotto inglese la visitava. Durante l’impero tre soli vi rimaser per anni e furono un Motteux negoziante, un Money che vi si accasò, e il dotto archeologo Dodwell che tolse in isposa la contessa {{Wl|Q55910748|Giraud}}, poi contessa Spaur. Questi furono tutti i visitatori inglesi che accolse per anni e anni la città eterna.
Accaduta la restaurazione del 1815, restaurazione nella quale la Inghilterra ebbe una parte precipua, gl’Inglesi che per tanti anni, stretti dal blocco continentale di Napoleone, eran rimasti chiusi nelle loro isole, gl’Inglesi che avevano contribuito notevolmente a far restituire a Roma gli oggetti d’arte ed i manoscritti del Vaticano, gl’Inglesi infine che come protettori (in allora) del diritto, e sapendosi fra i liberatori di Roma, capivan bene che vi sarebbero stati magnificamente accolti, furono presi da tale una smania di visitare la nostra città, che equivaleva ad una ''Romamania''. A Roma dunque, nella capitale del mondo cattolico, nell’emporio incontestabile delle arti recavansi, e Roma per ritrovo annuale d’istruzione e di divertimento, nella stagione invernile, sceglievan di preferenza.
Accoltivi ospitalissimamente dal cardinal {{Wl|Q533003|Consalvi}} ministro e segretario di stato del reintegrato Pio VII, ben ricevuti dall’aristocrazia romana con la quale subito si unirono in amichevoli legami, acclamati e benedetti siccome amici e protettori dalla popolazione di Roma, e {{Pt|mas-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|719|riga=s}}</noinclude>{{Pt|simamente|massimamente}} dal ceto artistico, vi ritrovarono tutto ciò che render potesse lieto e piacevole il loro soggiorno. Altri e di altre nazioni pure vi concorrevano; e da quell’anno in appresso Roma divenne il ritrovo, sopratutto nella stagione del verno, degli uomini più ragguardevoli di tutte le parti del mondo.
Roma poi in que’ primi anni della restaurazione (siccome il sole il quale risplende più vivido dopo una violenta tempesta) risplendeva per una eletta di uomini illustri in tutti i rami delle arti, delle scienze e delle lettere; e noi, per quanto la memoria ce ne sopperisce i nomi, ci compiacciamo di trascriverli. Primeggiavan pertanto in Roma
{|
|width=60%|<poem align=left>{{AutoreCitato|Antonio Nibby|Un professor Nibby}}
Un professore Re
Un Edoardo Dodwell
Un sir W.<sup>m</sup> Gell
Un abate Uggeri
Un avvocato Fea
Un abate Amati
Un monsignor Marini
Un abate Guattani
Un Aurelio Visconti ed
{{indentatura|1em|Un Alessandro Visconti, fratelli entrambi del celebre {{AutoreCitato|Ennio Quirino Visconti|Ennio Quirino}}}}</poem>
| valign=middle|{{graffa|18|r}}
|valign=middle align=left|{{indentatura|1em|nell'archeologia e nella lapidaria.}}
|-
|<br/>
|-
|<poem>Un marchese Biondi
Un cavalier Perticari
Un cavalier Tambroni
Un marchese Marini
Un Battistini
Un Marsuzi
Un Cecilia
{{indentatura|1em|Un cavalier {{Wl|Q3767355|Giovanni Gherardo De Rossi}}}}
Un conte Giovanni Giraud
Un abate Mariottini
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Roma poi in que’ primi anni della restaurazione (siccome il sole il quale risplende più vivido dopo una violenta tempesta) risplendeva per una eletta di uomini illustri in tutti i rami delle arti, delle scienze e delle lettere; e noi, per quanto la memoria ce ne sopperisce i nomi, ci compiacciamo di trascriverli. Primeggiavan pertanto in Roma
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Un professore Re
Un Edoardo Dodwell
Un sir W.<sup>m</sup> Gell
Un abate Uggeri
Un avvocato Fea
Un abate Amati
Un monsignor Marini
Un abate Guattani
Un Aurelio Visconti ed
{{indentatura|1em|Un Alessandro Visconti, fratelli entrambi del celebre {{AutoreCitato|Ennio Quirino Visconti|Ennio Quirino}}}}</poem>
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|-
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Un cavalier Perticari
Un cavalier Tambroni
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Un Battistini
Un Marsuzi
Un Cecilia
{{indentatura|1em|Un cavalier {{Wl|Q3767355|Giovanni Gherardo De Rossi}}}}Un conte Giovanni Giraud
Un abate Mariottini
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|720|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>{|
|width=60%|<poem>Un cavalier Camuccini
Un cavalier Landi
Un cavaliere Wicar</poem>
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| valign=middle align=left| nella pittura.
|-
|<br/>
|-
|<poem>
Un cavalier Canova
{{nowrap|Un commendatore Thorwaldsen}}
Un Tenerani
Un Finelli </poem>
| valign=middle|{{graffa|5|r}}
| valign=middle align=left| nella scultura.
|-
|<br/>
|-
|<poem>
Un cavalier Valadier
Un cavalier Stern </poem>
| valign=middle|{{graffa|3|r}}
| valign=middle align=left| nell’architettura.
|-
|<br/>
|-
|<poem>
Un abate Scarpellini
Un abate Conti
Un abate Calandrelli
Un canonico Settele
</poem>
| valign=middle|{{graffa|5|r}}
| valign=middle align=left|nell’astronomia.
|-
|<br/>
|-
|<poem>
Un cavalier Girometti
Un Cerbara.
</poem>
| valign=middle|{{graffa|3|r}}
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|-
|<br/>
|-
|<poem>
Un dottor Lupi
Un dottor Bomba
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Un dottor Sisco
Un cavalier Trasmondo
</poem>
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| valign=middle align=left|{{indentatura|1em|nella medicina e nella chirurgia.}}
|-
|<br/>
|-
|<poem>
Un monsignor Bartolucci
Un monsignor Tassoni
Un avvocato Cavi
Un avvocato Bontadosi
Un avvocato Tavecchi
Un avvocato Amici
Un avvocato Cristaldi
</poem>
| valign=middle|{{graffa|9|r}}
| valign=middle align=left|{{indentatura|1em|nelle scienze legali.}}
|-
|<br/>
|-
|<poem>
Un Brandolini
Un Cavalieri san Bertolo
Un Venturoli
Uno Scaccia
</poem>
| valign=middle|{{graffa|5|r}}
| valign=middle align=left|{{indentatura|1em|nelle matematiche, nella scienza idraulica ec. }}
|-
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|721|riga=s}}</noinclude>
Non diciamo già che questi fosser tutti gli uomini ragguardevoli per merito che Roma accoglieva. Altri certamente ve ne saranno stati di cui forse non serbiamo memoria.
Egli è chiaro che dal concorso di forestieri che le migliorate condizioni di Roma attraevano, risultava un incremento sommo ed un lodevole incoraggiamento per le arti; sicchè quegli anni furono decisamente felici per Roma. E siccome non si parlava affatto di politica in quegli anni di beatitudine, e se parlavasene, egli era di politica ristoratrice e non sovvertitrice, tutto in Roma si atteggiava a gioia, a festa, a culto di studi, a movimento commerciale, a sviluppo di civiltà. E quindi nobili e borghesi contraevano per la prima volta amicizie e legami co’ figli della nebbiosa Albione.
La progrediente civiltà intanto andava suggerendo l’abolizione di certi vecchiumi ripudiati dal secolo. Spariron perciò gradatamente l’uso della corda, della fustigazione pubblica e del cavalletto ai delinquenti. Venne pure abolita la giostra coi bufoli e coi tori, avanzo dei gusti barbari degli antichi Romani. Lo stesso tribunale della Santa Inquisizione, quantunque mitissimo in Roma, venne raddolcendo ancor più i suoi procedimenti: e così mentre alcuni rancidumi romani venivano sfumando e rientrando nelle ombre, porgevasi amica accoglienza a più ingentilite e ricercate consuetudini, e si favoreggiava l’accesso a più civili e giovevoli istituzioni.
Meritano fra queste una special menzione le casse di assicurazione dagl’incendî: e si pensò alla instituzione ed all’organamento dell’utile e benemerito corpo dei Vigili. Si provvide pure ad assicurare la vita, e dai disastri marittimi e fluviali il commercio: e più tardi si eresse una banca, come n’esistono in tutte le grandi città, la quale si chiamò Banca romana. Fondaronsi inoltre una Camera ed un tribunale di commercio, e si ebbe pur anco la benefica istituzione di una cassa di risparmio.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|722|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>
Sotto la dominazione francese la parte clericale declamava contro gli aggravi del bollo e registro, e contro i gravami del regime ipotecario. Reintegrati però i clericali al potere, si avvider del tornaconto, e convertirono in legge, adottandole, quelle stesse istituzioni che in altre mani e sotto altri padroni avevano biasimato e vituperato. Però troviamo che in fondo fecero bene e per la regolarità delle transazioni, e per gl’interessi dello stato.
Accaduta la restaurazioue anche le Muse vollero rivendicare i diritti al loro culto per vari anni abbandonato; e quindi ad ampliazione del medesimo, presentassi sorella nascente alla vecchia sorella Arcadia l’accademia Tiberina.<ref>Quest’accademia si estese dopo la restaurazione, ma per verità fu instituita fin dal 1813 sotto il governo francese.</ref> Euterpe pure non si ristette, e nel 1823 venne fondata in Roma l’accademia che chiamarono Filarmonica.
Avvenne poi che fra il 1820 e il 1821 recaronsi in Roma alcune persone che vi si stabilirono. Elleno detter maggiore impulso alla recitazione, e quasi diremmo riunirono le membra sparte dei dilettanti di quell’arte che già vi erano, e si venne così formando una specie di scuola di declamazione. Da ciò la passione che in seguito si svolse più grande per recitar le tragedie, e lo stabilimento più tardi di un’accademia che dicevasi degl’Imperiti, e quindi dell’altra più regolare che nomossi accademia Filodrammatica. Questo contribuì a far meglio conoscere le produzioni dell’inimitabile Astigiano, e a suscitare in alcuni giovani caldi sensi di libertà, abborrimento dalle frivolerie, indirizzo e propensione a studi maschi e severi. Si ravvivò pure in quegli anni lo studio di {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}, e invalse il gusto di declamare i canti della divina Commedia.
Ma fra i miglioramenti sociali che in Roma si vennero introducendo dopo la restaurazione del 1815, altri ve ne sono e d’indole importante, perchè alcuni si riferiscono alla pubblica morale, altri alla nettezza e decenza pubblica.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|723|riga=s}}</noinclude>
Cessato il dominio di Napoleone in Roma, la quale veniva considerata siccome la seconda città dell’impero, non possiamo tacerlo, rimase uno spaventevole rilassamento nei costumi, il quale francescamente appellossi ''galanteria''. L’autorità ecclesiastica ne veniva a poco a poco distruggendo le tracce pubbliche che partorivano uno scandalo pubblico, ma sopravvissero le private per qualche tempo. Il cicisbeismo che si portava ancora in trionfo in una parte delle classi alta e media, era per consuetudine tollerato, non eccitava fierezza, nè ripulse, nè mortificazioni, nè dava luogo a triviali pettegolezzi.
Ma intanto siccome la società si veniva a mano a mano facendo morale e accomodando sopra un tono del tutto diverso, così il cicisbeismo incominciò a ripudiarsi: esso non era più del ''buon genere''. Invalse per gradi, e venne sommamente in onore il culto per la decenza e la costumatezza. Ritiratisi dal consorzio umano, o trasferitisi altrove, o spariti per morte i vecchi elementi, non si ebbero i nuovi in luogo di quelli; e se furonvi, ciò avvenne riservatamente. Il famoso ''si non caste saltem caute'' di {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|sant’Agostino}} fu posto in pratica: però vi vollero alcuni anni prima che le cose giungessero a tal punto.
Oltracciò incominciarono a introdursi istituzioni molteplici di pietà o di beneficenza, e prime le signore romane furono ad associarvisi. Fra queste si segnalò la principessa Guendalina Borghese, onore e modello delle dame romane, specchio delle madri e delle spose, esempio di virtù, madre dei poveri. Fra gli uomini poi tenne il primato per eguali virtù il non mai abbastanza lacrimato commendatore don Carlo Torlonia. A lui si debbe in epoca più recente la istituzione di un conservatorio, in via di sant’Onofrio, per le povere orfanelle.
E la contessa piemontese marchesa Ignazia de Lützow, nata Teulada, fondò scuole gratuite in vicinanza del Foro romano.
Sursero in que’ tempi e conservansi tuttora:<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|724|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>
La Congregazione delle dame ascritte alle Conferenze di san Vincenzo de’ Paoli pei lavori femminili.
La Commissione de’ sussidî alla quale prendon parte anche le signore.
L’istituto della Propagazione della fede, e più tardi quello della sant’Infanzia per riscattare i bambini abbandonati ne’ paesi degl’infedeli.<ref>Vedi su queste materie l’opera di monsignore (ora cardinale) Morichini intitolata ''Degli istituti di pubblica carità e d’istruzione primaria in Roma, Saggio storico e statistico'', pag. 76, 128, 171{{ec||,}} 183 e 189.</ref>
Narreremo inoltre siccome recatesi a Roma le Dame del Sacro Cuore, vi ebbero stabilimenti alla Trinità de’ Monti, a villa Lante, a santa Ruffina. E quindi le Suore di san Vincenzo de’ Paoli vennero ad esercitarvi il ministero della carità e dell’istruzione. E dipoi s’introdussero scuole per le giovinette civili, sul modello di quelle che sono in Francia, sotto la direzione delle Suore della Divina Provvidenza.
Avemmo pure le Scuole regionarie, le Scuole notturne, gli Asili infantili, le Conferenze di san Vincenzo de’ Paoli, ed un Istituto agrario.
Le arti ancora ebbero nella Congregazione de’ virtuosi al Pantheon, e nella Società degli amici di belle arti, onore ed incoraggiamento. E la scienza delle antichità venne in maggiore onoranza per l’apertura dell’Accademia romana di archeologia, e per la fondazione di un Istituto archeologico.
La città in somma s’ingentilì moralmente e si migliorò materialmente per guisa, che in 30 anni circa, se non fu fabbricata di nuovo, si vide in grandissima parte migliorata ed abbellita, e ne avemmo un esempio in primo grado nella via Borgognona nobilitata per cura e spese del duca don Marino Torlonia. Si eseguì pure la livellazione del Corso, e si fecer successivamente sparire quelle immani bocche di fetide cloache che facevan di loro pubblica mostra. S’incominciarono con alacrità gli scavi nel<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|725|riga=s}}</noinclude>Foro romano, si eseguirono quelli del Foro Traiano, e si dette principio all’abbellimento del Pincio ed alla formazione di un orto botanico e di un giardino botanico. S’introdusse dai nobili (il primo dei quali fu il principe don Alessandro Torlonia) il costume di chiuder le scale con bussole per garantirsi dal freddo. A lui pure dobbiamo gli ornamenti al teatro di Apollo fatti a sua cura e spese. Incominciossi a far uso de’ caloriferi; sostituironsi da per tutto le lastre di cristallo ai vetri delle finestre; e la illuminazione della città ebbe un regolare organamento. I tappeti poi per gli appartamenti furono adottati anche dall’ultimo della borghesia. Non basta. Uno stabilimento pubblico per la mattazione degli animali destinati a nutrire la popolazione, fu per ordine governativo costruito; e questo si dovè a Leone XII di cui parleremo in appresso. La proprietà degli alberghi, la decenza ed il lusso di alcuni fondachi e di molte botteghe non faceva invidiare quelle di Parigi o di Londra. Per ciò poi che si attiene all’agricoltura, le piantagioni dei gelsi e degli olivi ottennero un premio: e premiati ed incoraggiati venner pure i fabbricanti di pannine.
Man mano poi che i costumi s’ingentilivano, si vennero introducendo stabilimenti litografici, e invalse pure l’uso de’ biglietti di visita, delle sopraccarte, degli ''album'', delle bomboniere, e de’ fiori veri e artificiali. Si ebbero in appresso anche esposizioni di orticoltura: ed un commercio di fiori e di piante venne ad abbellire il paese ed a somministrare i mezzi per vivere a’ loro cultori.
Queste son cose vere, e che datano dalla restaurazione in poi: e dovrà convenire ognuno che tutte riunite (e non pretendiamo di averle tutte memorate), fecer cambiare fisonomia al nostro paese, imprimendogli tale aspetto da non renderlo riconoscibile agli uomini del secolo passato.
Vanno pertanto errati grandemente coloro che parlando di Roma, e fra questi poniamo in prima linea alcuni {{Pt|scrit-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|726|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>{{Pt|tori|scrittori}} inglesi e non pochi romanzieri francesi, si compiacquero di rappresentarla siccome una città rimasta incommensurabilmente indietro in fatto di miglioramenti e di civiltà.
Risulterà quindi per le cose da noi narrate in modo sommario, che Roma fra l’abolizione del vecchio e la introduzione del nuovo, venivasi ''rimodernando, inforestierando'' e direm pure ''liberalizzando'' gradatamente.
La folla continua degli esteri visitatori fece nascer l’industria dello affittare gli appartamenti mobiliati, e fece pur salire il prezzo delle pigioni, e perciò dei fondi urbani. La ricchezza pubblica conseguentemente venne aumentando, e Roma quasi si divise in due città. L’antica, tutta aderente alle antiche consuetudini, clero, confraternite, congregazioni ecclesiastiche, dataria, beneficî, canonicati, prebende, scapulari, novene, processioni, indulgenze: la moderna lusso negli equipaggi, ''grooms alla Dumont'', caccia della volpe, corrieri, artisti, busti, ritratti, danze, concerti, uso del thè, corse sui cavalli dette a campanile, con pericolo di rompersi la noce del collo; tutto in somma che sentiva di moderno, di moda (che qualificossi coll’epiteto di ''fashionable''), e di oltramontanismo.
Questo stato di cose mantenendosi ed accrescendosi tutto giorno in Roma, apportar dovea una qualche alterazione nelle idee di una parte de’ suoi abitanti. Il florido stato poi in cui vedevansi gli esteri protettori incominciò ad invogliare i bisognosi protetti di tutto ciò che di francese o d’inglese portava l’impronta: da qui surse quello spirito che si qualificava coll’appellativo di ''francomania'' e ''anglomania''. E siccome eran forniti entrambi, Inglesi e Francesi, di quel genere di governo che nomasi rappresentativo, verso i governi rappresentativi si portavano alcune delle romane aspirazioni.
Perchè il vedere che gl’Inglesi e i Francesi eran ricchi, prosperi, civili e potenti, rendeva per taluni se<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|727|riga=s}}</noinclude>non chiaro, per lo meno probabile e presumibile che i governi rappresentativi fossero i governi da preporsi come modello; quindi alle lodi che a questi si prodigavano contrapponevansi parole di biasimo pei governi assoluti, cui si largivano tali epiteti, che sonavano ''barocchismo, anticaglie, edifici tarlati'' e ''per vecchiume fatiscenti''. Egli è manifesto pertanto che quanto più questi desiderî venivansi rinfocolando, e questi parlari ripetendo, il governo de’ preti per cotestoro scapitava in dignità, in rispetto, ed in vigore; mentre gli ammodernati in vece si portavano alle stelle e guadagnavano ammiratori.
Altra circostanza venne a portare alterazione di umori, introducendo a poco a poco idee nuove tanto nella media quanto nella bassa classe del popolo romano. Eranvi fra’ reduci dalla grande armata restituitisi in Roma, molti ufficiali; eranvi pure non pochi soldati semplici. Gli ufficiali per condizione convenuta coi governi restauratori, vennero addossati al governo pontificio coll’onere di dover largire loro ciò che militarmente chiamasi ''mezza paga''.
Era comune opinione pertanto che se non tutti, molti degli officiali reduci che non furono riabilitati al servizio militare, avessero appartenuto a congreghe segrete, e che quindi le loro idee, quantunque i preti li pagassero e mantenessero, fossero a’ medesimi poco favorevoli, per non dire decisamente contrarie. Fra gli officiali reduci vi fu anche qualcuno ch’entrò nella gerarchia ecclesiastica, e si mise in prelatura: tra questi rammentiamo monsignor
{{AutoreCitato|Carlo Emanuele Muzzarelli|Carlo Emmanuele Muzzarelli}} il quale, dopo esser divenuto decano della sacra Rota romana, finì la sua carriera coll’essere prima presidente dell’Alto Consiglio sotto il papato costituzionale, quindi ministro del governo provvisorio, membro dell’assemblea costituente, presidente del Consiglio de’ ministri e ministro dell’istruzione pubblica sotto il governo della repubblica romana del 1849. Dicemmo sul suo conto alcune parole nel [[Storia della rivoluzione di Roma (vol. III)/Capitolo V|capitolo V]] di questo terzo volume.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|728|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>
Quanto poi ai soldati semplici, rientrati che furono nei focolari domestici, deliziavan co’ loro racconti gli ascoltatori, riepilogando le glorie della repubblica o dell’impero; e mentre si conciliavano interessamento e simpatia, ingeneravasi a lungo andare freddezza o disistima pel delicato, antipatia o nimistà pei restaurati regnanti. Di cotal fatta entrava a mano a mano in taluni del basso popolo una specie di culto pel gran capitano, e questo culto equivaleva poco meno che a indifferentismo pel papato. Laonde ognuno dei reduci di tal tempra costituiva un centro diffonditore d’idee nemiche al governo; e gli avvenimenti del 1820 vennero in buon punto per loro, poichè come più capaci consultavansi, ed essi cattedraticamente venivan spiegando le notizie ed i bollettini, o commentando gli atti pubblici dei governi caduti sotto l’impero della rivoluzione.
Dicemmo più sopra che, accaduta la rivoluzione di Napoli e di Spagna del 1820, molti giovani leggevano con diletto i diari napolitani perchè pieni a ribocco d’idee d’indipendenza e di libertà. Il Borbone intanto vi scapitava, e gli encomiati nomi dei Dragonetti, dei Poerio, dei Pepe sonavano gradevolmente alle orecchie dei leggitori. Leggevansi pure con interesse le cose di Spagna; e gli eroi in predicamento eran sempre i Riego, i Quiroga, i Mina ed i Ballesteros.
Accaduta più tardi la rivoluzione parigina del 1830, i campioni che andavan per le bocche di tutti erano i Laffitte, i Lafayette, i Foy, i Lamarque, i Mauguin. Lo stesso per quei del Belgio o della Polonia.
Avvenne dopo nel febbraio del 1831 la rivoluzione dei Bolognesi: ma la solerte polizia gregoriana non avrebbe permesso che si facessero impunemente ovazioni agli Orioli, ai Vicini ed ai Silvani, o che fossero apertamente lodati, come si era fatto pe’ corifei della napolitana, della spagnola e della francese rivoluzione.
E qui cade in acconcio di raccontare come riuscita a mal fine la rivoluzione romagnola del 1831, incominciaron<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|729|riga=s}}</noinclude>le pratiche del {{AutoreCitato|Giuseppe Mazzini|Mazzini}} e la diffusione delle massime della ''Giovine Italia'', alla quale non è a dubitarsi che taluni dei Romani si ascrivessero. E siccome la distruzione del papato era l’ultimo fine di quella politica associazione, e in genere di tutti i rivoluzionari italiani, e d’altra parte a conseguire tale scopo precipuo si ritenevan di ostacolo gli abitatori del Trastevere, venne adottato (affine di pervertirli e guadagnarli alla causa della rivoluzione) il temperamento di contrarre seco loro amicizie e rapporti: a tale effetto, come racconta il professor {{AutoreCitato|Giuseppe Montanelli|Montanelli}} nel 1° volume delle sue ''Memorie'', alla pagina 53, alcuni borghesi travestiti da popolani recavansi nelle bettole di quel rione, facevano amicizia coi popolani veri, intavolavano discorsi di genere politico, e venivano astutamente ed insidiosamente tirandoli alla loro causa.
Ripiegandoci ora alcun poco indietro diremo che ad onta dei tentativi in genere che possano esservi stati per alterare e corromper la fede dei Romani, si visse in Roma tranquillissimamente e vi si menò una piacevolissima e beata vita durante tutto il pontificato di Pio VII, cioè per tutta la massima parte dell’anno 1823.
Venuto però al potere il 28 settembre dell’anno 1823 il cardinal della Genga, che assunse il nome di {{AutoreCitato|Papa Leone XII|Leone XII}}, incominciarono, e più apertamente si manifestarono in seguito durante il suo pontificato, talune tracce di malcontento.
Era Leone animato da eccellenti intenzioni. Conoscendo troppo da un lato, e troppo poco dall’altro, il suo tempo, cercò di riparare al mal costume che, in grazia di una innegabile libertà di fatto goduta sotto Pio VII in Roma, vi si era alquanto mantenuto come retaggio della francese dominazione. Egli volle prender tutto di fronte, con modi aspri e severi, e più adattati pel medio evo o pel secolo di {{AutoreCitato|Papa Sisto V|Sisto V}}, che pel secolo XIX. Introdusse i famosi cancelletti o ripari di legno alle bettole per correggere in parte gl’incitamenti alla ubriachezza. Operò<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|730|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>saviamente è vero, ma si venne con questo alienando una parte del popolo minuto, amante dichiarato della libertà della bettola. Stato essendo cacciatore espertissimo, provvide leggi emanò sulla caccia de’ volatili. Introdusse alcune economie, alleggerì il popolo di qualche tassa, e fece altri miglioramenti, di che ci son garanti le parole del {{AutoreCitato|Luigi Carlo Farini|Farini}} quando ne parla nelle sue storie.<ref>Vedi Farini, ''Lo Stato romano'' ec. Firenze. 1850, vol. I, pag. 28.</ref> Eccole: «La verità vuole che si narri, che regnante Leone duodecimo, e governante Bernetti, alcune buone ed utili cose furono operate. Vennero tolti abusi, e puniti abusatori; si cercò di dare acconcio agli ospitali ed istituti pii di Roma: strade, ponti ed altri pubblici lavori furono incominciati, o condotti a fine; la pubblica sicurezza fu ristabilita in quelle contrade che prima erano saccheggiate dagli scherani: venne posto modo alle spese, e scemata la tassa fondiaria d’un terzo: fu creata con sufficiente dote una cassa di ammortizzazione del debito pubblico.»
Noi aggiungeremo pure che emise un motu-proprio sulle riforme deiramministrazione pubblica. Creò una commissione e pubblicò una enciclica per la riedificazione della basilica di san Paolo. Istituì la Congregazione degli studî. Stabilì un locale per la mattazione degli animali di cui si nutre la popolazione. Fece costruire il così detto porto Leonino. Stabilì un collegio veterinario sotto la direzione del professore Metaxà. Fondò un osservatorio astronomico sul Campidoglio, confidandone la direzione al benemerito abate Scarpellini. Arricchì la biblioteca vaticana coll’acquisto di quella famosa del veneziano conte Cicognara. Così facendo, si mostrò amante delle arti e del progresso. Non crediamo però che fosse felice nella scelta degl’individui. Quella a mo’ d’esempio del cardinal Pallotta in qualità di suo legato ''a latere'' per la estirpazione del brigantaggio, venne disapprovata e derisa, massimamente dopo il famoso editto che il cardinale stesso emanò il 15 maggio 1824.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della rivoluzione di roma}}|731|riga=s}}</noinclude>
Ripetiamo che le intenzioni di Leone XII erano ottime, ma non proporzionate alle sue forze. Tutto avrebbe voluto rimescolare ed a tutto apportare rimedio, mediante un sistema di riforme che assumeva l’aspetto di preconcetta vessazione. Così facendo veniva aumentando di molto il numero de’ malcontenti, ed in tutte le classi; perchè indipendentemente da quelle misure che alla politica, alla istruzione, alla legislazione ed alla finanza appartenevano, volle internarsi perfino nel sacrario delle mura domestiche: e siccome prima di essere papa aveva esercitato l’ufficio di vicario di Pio VII, e conosceva per minuto le galanterie del paese, credette di farlo morale attraversando e sciogliendo violentemente amichevoli relazioni; e così a riparazione di qualche scandalo privato, introdusse lo scandalo pubblico.
Aggiungi che, a ristoro di devozione, pose le guardie svizzere in chiesa affinchè ne discacciassero i cani e sopravvegliassero agl’indevoti, occasionando il più delle volte scenate scandalose e ridicole.
Leone XII in somma, non amico delle libertà pubbliche, non potevasi affezionare quella parte della classe colta e intelligente che ha vaghezza di ordinamenti moderni; distruggitore della intemperanza delle bettole, si disaffezionò il popolo basso; persecutore troppo dichiarato ed acerbo di consuetudini galanti, o diciam meglio degli amori supposti illegittimi, si disgustò e alienò tutte le classi, anche i cultori della legittimità degli amori, perchè videro nelle misure da lui adottate il pericolo di un male maggiore, rendendo pubblico e notorio a tutti ciò ch’era noto soltanto a qualcuno.
Ordinò la celebrazione dell’anno santo pel 1825. Se ne riprometteva grande concorso di esteri, rinfervoramento di pietà, edificazione e compunzione generale. Non crediamo però che producesse quei frutti che se ne speravano. Questo bensì sappiamo che chiusi i teatri, e rimasti privi di questo innocente divertimento i giovani,<noinclude></noinclude>
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Pagina:Dante E Firdusi, Estratto Rivista d'Italia, 1909.djvu/7
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<noinclude><pagequality level="4" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|194|{{Sc|dante e firdusi}}|}}</noinclude>ogni ornamento non solo, ma anche da tutto ciò che alla dizione dona splendore e magnificenza, anima e brio vitale. Era pedantesca fattura di diaskevasti genealogisti, di sacerdoti zoroastriani, irretiti nelle loro dispute dogmatiche, e nulla (per quel che se ne può dire indovinando) dovette avere di quell’afflato, di quella ispirazione che rende alata la parola del cantore epico e le dà vita duratura sulle labbra di cento generazioni. Eppure, anche l’epopea iranica, per discender fino a noi viva e perenne, doveva avere, donde che sia, e quest’afflato e questa ispirazione, e veramente l’ebbe, non già però dall’arido libro compilato pei re e serbato pei re, sotto cento chiavi, là nel buio del tesoro regale.
L’ebbe da Firdusi. Ma anche Firdusi e l’opera sua furono il portato dei tempi. Quali tempi, adunque, erano codesti, quali le idee, quali le condizioni?
Quando, nel 650 dell’era nostra, gli Arabi conquistatori ebbero rovesciato il trono dell’ultimo dei Sassanidi, dell’infelice re {{WI|Q208463|Yezdeghird III}}, la Persia, anzi tutta quanta la regione iranica, abbandonata l’antica fede, abbracciò la fede di {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}} e del {{TestoCitato|Corano|Corano}}. Se però altri paesi, come la Siria e l’Egitto, assai agevolmente assunsero la fede e la lingua dei conquistatori, la Persia soltanto di nome e di apparenza si fece musulmana. I Persiani, gl’Irani anzi, sono indo-europei, e indo-europei rimasero allora come sempre; e come non mutarono idioma, ritenendo sempre la loro bella e armoniosa lingua che per la dolcezza fu detta la lingua italiana d’Oriente, così serbaron sempre, in onta alla grettezza dello spirito semitico aleggiante dal Corano, quella maggior larghezza di vedute, quella maggior altezza del concepire, del pensare, del fare, che contrassegna tutte quante le nazioni indo-europee. E quando, nell’{{Sc|viii}} e nel {{Sc|ix}} secolo, sedendo il Califfo non più a Damasco, ma a Bagdad, la corte di questo principe fu tutta affollata di dotti e di poeti, di filosofi e di teologi, musulmani e giudei, cristiani e zoroastriani, credenti e non credenti, mistici, asceti perduti nella contemplazione della divinità, materialisti e razionalisti, neganti Iddio e il libero arbitrio, allora una forte e gagliarda disputa si destò, aizzata da scambievoli odi di stirpe e di sangue, che si disse la disputa dei nazionalisti.
In quel gran focolare del sapere, donde alcune vivide scintille vennero ad irradiare l’Europa ancora barbara, s’urtarono fortemente tra loro e cozzarono lo spirito alto, assoluto, ma<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il buon cuore}}|379|riga=si}}</noinclude>{{Colonna}}{{pt|gnori|signori}} Uboldi hanno costrutto un palazzo, che fu studiato in base alle normi migliori e più moderne, che formano i regolamenti e le leggi concernenti tal genere di costruzioni. Tutto quì si trova ben disposto e tutto quello che c’è, ha ragione di esservi; di quì ne uscirà sollevato lo spirito ingigantito, irrobustito il corpo.
“Ecco, Eccellenza, Onorevole, Signore, Signori, le impressioni dell’animo mio in sì lieta festività, e che bellamente in sè accoppia lo spirito religioso e patriottico. Quella generosa carità che fu inizio e sprone alla idealità di un’opera sì benefica per questa importante borgata di Dugnano, e che gli Esimi Fondatori eressero a perpetua memoria del loro compianto marito e genitore come esige il plauso e la riconoscenza dei buoni, così impone a me il dovere di implorare dal Cielo le più elette benedizioni.
“Scenda la benedizione celeste sopra questo Asilo e sopra i bimbi che vi si raccoglieranno.
“Scenda sopra di voi nobil donna Angela Cavallotti e sig. cav. Ferdinando Uboldi, benefattori insigni — ed i miei voti sorretti dalla benedizione di Sua Eminenza Rev.ma il signor Cardinale Arcivescovo, siano la più dolce riconoscenza alla fiorita vostra carità.
“Scendano copiose le grazie celesti anche su di voi, Suore care; e quel ricordo che voi colle vostre mani pianterete in tanti piccoli spiriti, sia monumento e soddisfazione e conforto per chi negli anni più lontani batterà le vie diritte: e sia dolce richiamo e sommesso rimprovero e... speranza e pegno di redenzione per chi le avrà smarrite».
'''''N. B.''''' {{smaller|Il discorso inaugurale del nobile cav. Ferdinando Uboldi sarà pubblicato in altro numero.}}
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<section begin="2" />{{Il buon cuore - Titolo sommario|Educazione ed Istruzione}}
{{centrato|{{x-larger|'''La Tripolitania e la Cirenaica'''}}}}
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{{centrato|{{smaller|''(Continuazione e fine).''}}}}
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{{centrato|{{larger|'''Tasse innumerevoli.'''}}}}
Le tasse governative che gravano sul vilayet di Tripoli sono le seguenti: tassa di vergù, tassa sul bollo e peso dell’argento e dei metalli preziosi, decime sui prodotti del suolo, tassa sulla vendita di immobili, sulle successioni e sugli atti notarili, tassa fondiaria, tassa sulla vendita, proventi varî. La costituzione, rendendo obbligatorio il servizio militare per ogni ottomano, ha fatto abolire la tassa di esenzione dal servizio militare, la quale, tuttavia, in Tripolitania e in Cirenaica non aveva mai dato complessivamente più di 15-20 mila franchi all’anno.
La tassa di vergù è la più importante per l’erario. Anticamente essa si divideva in tassa di famiglia, sul bestiame (cammelli, vacche o tori, pecore e capre, rimanendo esenti asini, cavalli e muli), sulle palme, sui pozzi; a cominciare dall’anno finanziario 1902-1903 il{{altraColonna}} vergù venne trasformato in una tassa unica. In base a questa tassa ogni uomo adulto paga, per tassa di famiglia, 25 piastre (la piastra equivale e franchi 0,22-1/2), ogni cammello 25 piastre, ogni vacca o toro 17 1/2, ogni pecora e capra 3 1/2, ogni albero di palma 1 1/2, ogni pozzo situato in campagna 15 piastre all’anno. Il vergù non può tuttavia mai venire riscosso interamente per le difficoltà che sorgono per la sua esazione per tre cause principali: 1) per la quasi impossibilità di costringere le tribù nomadi a pagare questi diritti, anche per la loro opposizione a sottomettervisi; 2) per la siccità; 3) per le epizoozie. Per il vergù esiste un elenco nominativo che per anni ed anni non è mai riveduto. Tuttavia il debitore inscritto deve pagare anche se caduto nella miseria. Questa tassa dà un gettito annuo di qualche milione, di cui una parte sola resta a beneficio del paese.
La tassa sul bollo e peso dell’argento e dei metalli preziosi obbliga al pagamento per il marchio sull’argento di 16 parà (una piastra è divisa in quaranta parà) per oncia, e per il peso 8 parà per oncia. La medesima tassa è applicata per l’oro, prendendo però ad unità di peso il metkal (rappresentato da dramme 2 1/2 ed equivalente a kg. 0.018: il metkal si suddivide a sua volta in 24 parti, chiamate harruba) invece dell’oncia.
La tassa delle decime, essendo applicata sui prodotti del suolo, varia continuamente. Riguardo ai cereali, in Tripolitania è considerata annata di raccolto eccezionale quando essi ascendono al 750 mila ettolitri, si dice buona quando raggiunge il mezzo milione di ettolitri e disastrosa quando questa cifra è assai minore. La decima sui cereali viene pagata in natura, quella sull’olio in valuta monetaria, quella sullo sparto<ref>Specie di paglia.</ref>, la quale è raccolta dal governo stesso, raggiunge i 50 parà ogni cantaro (il cantaro in uso nel paese e di 40 oke, cioè di kg. 61.280: l’oka è uguale a kg. 1.282). Queste tasse non sono in vero nè eque, nè convenienti, considerando che l’agricoltura dovrebbe essere libera in un paese come la Tripolitania, il quale ha bisogno assoluto di progredire; d’altra parte, l’agricoltura insieme al traffico carovaniero, dovrebbe costituire la base della redenzione economica e sociale della regione intera. La cosa è tanto più grave quando si pensa che nella pianura fertilissima attorno a Tripoli, abitata a preferenza dai turchi dominatori, i beni appartengono in gran parte alle moschee, ai monasteri e ai personaggi religiosi e sono esenti dalle imposte. Le decime danno un gettito annuale di circa un milione di franchi.
La tassa sulla vendita di stabili, sulle successioni e sugli atti notarili è la seguente. Riguardo ai pagamenti delle successioni dei minorenni è competente il cadì e la tassa da applicarsi è del 2.50 per cento. Riguardo alla cessione dei beni stabili è competente l’ufficio del Defuer Hakane, che distende e roga gli atti relativi alla compra e vendita dei beni stabili; la tassa da pagare per queste operazioni è dell’1.50 per cento.
La tassa fondiaria comprende la tassa sugli stabili sui terreni ed è del 10 per cento su quelli che si<noinclude>
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Il buon cuore - Anno X, n. 48 - 25 novembre 1911/Beneficenza
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||''Prefazione''|{{Sc|cclix}}}}</noinclude>
Peppetto, impietosito, esce a dire:
<poem class="ni m6">
Ma invece Dio de mannà er fijo a morte
Pe’ curr’appresso ar menno che scappava,
Perché, dich’io, nu’ l’ha tenuto forte?
{{loop|35|. }}
Pe’ me, s’a un fijo je volessi bene,
Io nun potrebbe condannàll’a morte,
E mannàllo a suffrì tutte ste pene,
{{gap|12em}}{{gap|em}}({{Sc|xv}} e {{Sc|xvi}}.)
</poem>
E neppure il curato sa dargli torto.
A queste e altre simili considerazioni morali, che si affacciano alla mente di chiunque legga col lume della ragione il catechismo del Bellarmino, e che l’autore ha saputo presentarci, come richiedeva il suo assunto, in modo affatto popolare, altre ancora se ne aggiungono tutte ridicole, che servono benissimo a variare e rallegrar la materia, per sè stessa alquanto monotona. A tal fine, il nostro poeta ha cavato eccellente partito dalle qualità proprie de’ Romaneschi, e particolarmente da quella tanto spiccata in essi, di ravvicinar bruscamente le cose più disparate, senza punto badare ad alcuna legge di luogo, spazio, tempo o convenienza. Cosi, per esempio, Peppetto, leggendo nella dottrina che Gesù “in cielo era nato di padre senza madre,„ ci resta ''intontonito'', e osserva:
{{smaller block|f=90%|{{poem t|c=pt|
+1 ’Na donna sì... nun è ’na cosa rara
Che facci un fijo senz’avé marito,
Com’è successo lì a la sora Sara
Che jeri a l’improviso ha partorito
+1 Co’ certi strilli...
D. G.+8 Bada che te tocca!<ref>Bada che ne tocchi! Bada che te le do!</ref>
Pèppe.+ Ma un omo, dico io!
B. G.+8 Dico, Peppetto,
Famm’er piacere, attùrete la bocca...
+14 {{Sc|(xiv.)}}
}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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{{no rientro}}Peppetto, impietosito, esce a dire:
{{blocco centrato|<poem style=font-size:90%;>
{{spazi|5}}Ma invece Dio de mannà er fijo a morte
Pe’ curr’appresso ar monno che scappava,
Perché, dich’io, nu ’l’ha tenuto forte?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
{{spazi|5}}Pe’ me, s’a un fijo je volessi bene,
Io nun potrebbe condannàll’a morte,
E mannàllo a suffrì tutte ste pene.</poem>
{{A destra|({{Sc|xv}} e {{Sc|xvi}}.)}}
}}
{{no rientro}}E neppure il curato sa dargli torto.
A queste e altre simili considerazioni morali, che si affacciano alla mente di chiunque legga col lume della ragione il catechismo del Bellarmino, e che l’autore ha saputo presentarci, come richiedeva il suo assunto, in modo affatto popolare, altre ancora se ne aggiungono tutte ridicole, che servono benissimo a variare e rallegrar la materia, per sè stessa alquanto monotona. A tal fine, il nostro poeta ha cavato eccellente partito dalle qualità proprie de’ Romaneschi, e particolarmente da quella tanto spiccata in essi, di ravvicinar bruscamente le cose più disparate, senza punto badare ad alcuna legge di luogo, spazio, tempo o convenienza. Così, per esempio, Peppetto, leggendo nella dottrina che Gesù «in cielo era nato di padre senza madre,» ci resta ''intontonito'', e osserva:
{{blocco centrato|style=font-size:90%;}}{{poem t|c=pt|
+1 ’Na donna sì.... nun è ’na cosa rara
Che facci un fijo senz’avé marito,
Com’è successo lì a la sora Sara
Che jeri a l’improviso ha partorito}}<noinclude>{{fine blocco}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|20|{{Sc|un nuovo poeta romanesco.}}|}}
{{blocco centrato|style=font-size:90%;}}</noinclude>{{poem t|c=pt|
+1 Co’certi strilli....
D. G.+8 Bada che te tocca!<ref>Bada che ne tocchi! Bada che te le do!</ref>
{{Sc|Peppe}}.+ Ma un omo, dico io!
D. G.+8 Dico, Peppetto,
+ Famm’er piacere, attùrete la bocca....
+14({{Sc|xiv}}.)}}
{{fine blocco}}
{{no rientro}}E sentendo che la cresima «ci fa diventare soldati ''veri'' del Salvatore,» egli domanda non senza malizia:
{{blocco centrato|style=font-size:90%;|<poem>
{{spazi|5}}Ma fàmos’a capì:<ref>Ma ''facciamoci a capire'', intendiamoci.</ref> sordati veri,
Sordati propio co’ tanto de baffi,
’Na spece insomma de sti bersajeri
{{spazi|5}}Quanno entròrno er settanta a porta Pia?...</poem>}}
{{no rientro}}Onde il curato, colpito dove gli duole, risponde brusco:
{{blocco centrato|style=font-size:90%|<poem>Si nun t’azzitti, sai, te do du’ schiaffi.
{{A destra|({{Sc|lxxii}}.)}}</poem>}}
Sugli effetti del sacramento del matrimonio, il quale, secondo il Bellarmino, fa «procreare i figlioli» e vivere gli sposi «con pace e carità,» il ragazzo osserva:
{{blocco centrato|style=font-size:90%;|{{poem|c=pt|
+1 Che facci fà li fiji, oh! questo sì;
Questo se vede, ma me pare a me
Che su sta pace ce sarebbe dì;
+1 A sentì mamma e tata....
D. G.+8 Abbad’a te!
Lassa sto tasto, e torna venardì....
+14 ({{Sc|lxxix}}.)}}
}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|un nuovo poeta romanesco.}}|21}}</noinclude>
La fuga di Gesù fanciullo da casa sua per andare a disputar co’ dottori nel Tempio, richiama alla mente di Peppetto una fuga propria per andar a fare il birichino sotto il portico del Panteon, e gli fa avvertire la diversità di trattamento che ebbe dal babbo:
{{blocco centrato|style=font-size:90%;|
<poem>{{spazi|5}}. . . . . . . . . . . Furtuna ch’era Cristo!
Ché si era un artro, v’assicuro io
Ch’er padre suo j’avrebbe dato un pisto,<ref>''Pisto'' (da ''pistà'', pestare), bastonatura.</ref>
{{spazi|5}}Come tata me fece a la Ritonna....</poem>
{{A destra|({{Sc|xcviii}}.)}}}}
Nè queste uscite comiche le ha solamente il ragazzo: anche il curato, da buon Romanesco, ci ha le sue. Quando Peppetto gli domanda che cosa significa la parola ''adulare'', egli, conoscendo i suoi polli, dice:
{{blocco centrato|style=font-size:90%;|<poem>. . . . . . .Eh, questo qui è ’n affare,
{{spazi|5}}Che nu’ lo so manch’io si sia peccato;
Anzi, si t’ho da dì er pensiero mio,
Qui er Belarmino dev’avé sbajato.</poem>
{{A destra|({{Sc|lxii}}.)}}}}
{{no rientro}}E dopo aver detto col catechismo che l’estrema unzione aiuta anche a riacquistare la sanità del corpo, se Dio crede che questa sia utile alla salute dell’anima; siccome Peppetto vuol sapere che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|un nuovo poeta romanesco.}}|}}</noinclude>cosa accade se Dio crede diversamente, egli, seccato, risponde:
{{blocco centrato|<poem style=font-size:90%;>
. . . . . . . . . . E allora poi st’untata
Je dà ’na spinta pe’ morì più presto. ({{Sc|lxxvii}}.)</poem>}}
Ad accrescere varietà e ridicolo vengono gli spropositi. — Quel vizio comune a tutte le plebi, di sforzar le parole che non intendono, per farne tutt’una cosa con altre notissime, somiglianti di suono ma non di significato, e creare così etimologie cervellotiche, le quali poi spesso diventano legge nell’uso; un tal vizio, dico, è in sommo grado ne’ Romaneschi, e proviene forse principalmente da una certa loro superbia, onde non vogliono rassegnarsi a confessare a sè stessi e agli altri di non capire quel che non sanno. Perciò, il nostro Peppetto muta l’''eucaristia'' in ''carestia''; e leggendo la parola ''fornicazione'', vuol saper dal curato come c’entri ''er forno''. Ancora: i misteri ''gaudiosi'' del rosario sono per lui misteri ''da ride''; sente chiamar ''novissimi'' la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso, e afferma con gran sicurezza che qui il Bellarmino ha sbagliato, perchè queste cose ''so’ più vecchie der brodetto''; legge nel catechismo che Dio «ci vuole.... mondi, non solo nell’''esteriore'', ma anche nell’''interiore'',» e lui intende:
{{blocco centrato|style=font-size:90%|<poem>{{spazi|5}}Che nun abbasta de lavàsse er viso,
Ma s’ha d’avé pulite le budella,
P’annà, che Dio ne scampi, in paradiso. ({{Sc|lxiii}}.)</poem>}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|un nuovo poeta romanesco.}}|23}}</noinclude>
Come si vede anche da questi pochi saggi, al Ferretti non manca una ricca vena satirica; e se teniamo conto delle gravi difficoltà che avrà dovuto superare per comporre cento sonetti sopra un solo argomento (il Belli stesso non ce ne fece mai più di quattro o cinque), possiamo giustamente salutarlo poeta. Ma io non devo nascondergli che nella ''Duttrinella'' mi par che ci sia un grave difetto: il personaggio sbiadito e inconcludente di Pippo, il quale, o non doveva entrare in scena, o, entratovi, doveva farci qualche cosa, e non starci per mero riempitivo. Bello invece per tutti i versi è il carattere di don Ghetano, che si rivela intero in quelle parole: ''Si sapessi che noja a fà er curato!...'' e che non si smentisce mai. Bello del pari quello di Caterina, la quale comparisce poche volte, ma è sempre lei fino all’ultimo, la serva padrona e miscredente, appunto perchè serva di prete. E a lei, con felice pensiero, il Ferretti ha riserbato l’onore di chiudere il poemetto. — La spiegazione della dottrina è terminata, e il ragazzo dice:
{{blocco centrato|style=font-size:90%;}}{{poem t|c=pt|
+1 E mo c’è ’r ''Fine''.
D. G.+10 Aringrazziam’ Iddio,
Che se la sémo levata datorno.
Cat.+ Don Ghetano, è sonato mezzoggiorno.
D. G.+ Nu’ l’ho sentito.
Cat.+8 L’ho sentito io:
Sbrigàteve.
D. G.+6 Mo vengo. — Fijo mio,}}<noinclude>{{fine blocco}}</noinclude>
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Pagina:Ferretti - Centoventi sonetti in dialetto romanesco.pdf/34
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|24|{{Sc|un nuovo poeta romanesco.}}|}}
{{blocco centrato|style=font-size:90%;}}</noinclude>{{poem t|c=pt|
Làssem’annà.
{{Sc|Peppe}}.+7 Ma diteme: аritorno?
D. G.+ Sì, pòi tornà sicuro.... un artro giorno.
{{Sc|Cat}}.+ Be’, je la famo?<ref>''Gliela facciamo?'' Cioè: «ci sbrighiamo, sì o no?»</ref>
D. G.+8 Nu’ la senti?... Addio:
+1 Saluta Pippo, sai? e ’n’artra vòrta
Poi, t’arigalerò ’na coroncina.
{{Sc|Peppe}}.+ V’aringrazzio.
D. G.+6 E de che? Chiudi la porta.
{{Sc|Cat}}.+ Oh! mancomale!
D. G.+8 E che c’è, Caterina?
{{Sc|Cat}}.+ C’è ch’er riso se scòce.<ref>''Si scòce:'' passa di cottura; ''s’impancòtta'', dicono nelle Marche e nell’Umbria.</ref>
D. G.+10 E che m’importa?
{{Sc|Cat}}.+ M’importa a me. — Accidenti a la duttrina!
}}
{{fine blocco}}
Lo scopo del poemetto a molti è parso affatto inutile, perchè, dicono, combatte un morto; ad altri invece dannoso, perchè scalza la fede. Nella contradizione di questi opposti giudizi, l’autore trova giustificata l’opera sua, che a me pare, non solo bella, ma anche buona e utile. Se molti se ne sono scandalizzati, è segno che il preteso ''morto'' è più vivo di prima; e a queste anime timide che si scandalizzano della verità, che è Dio stesso, e le antepongono la pia impostura, che non può esser che il male, il Ferretti risponderà con l’epigramma di {{Wl|Q115434638|Luciano Montaspro}}, dove c’è insieme<noinclude><hr/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Ct|f=110%|v=1|t=5|I DOGI OMONIMI DI VENEZIA}}
{{Ct|f=110%|v=1|t=1|E LE LORO MONETE}}
{{rule|6em|000}}
{{Ct|f=80%|v=1|t=2|MEMORIA DEL SOCIO ONORARIO N. PAPADOPOLI}}
Nell’ordinare metodicamente una qualsiasi collezione, specialmente poi quelle numismatiche, s’incontrano difficoltà e ostacoli che soltanto con lunghe osservazioni e studio diligente si riesce a superare. Parrebbe che ciò non dovesse avvenire per le monete veneziane, perchè la continuità dei tipi e la ininterrotta successione dei Principi che vi posero il loro nome dovrebbero bastare a completarne l’ordinamento cronologico senza dubbi sulle attribuzioni. Pure non è così, e io che ho consacrata tutta la vita allo studio di esse, posso affermarlo con piena conoscenza di causa. Prescindendo dalle monete anonime che durarono lungo tempo conservando a un dipresso gli stessi tipi, e intorno alle quali ho già esposto nella seconda parte della mia opera su ''Le monete di Venezia'' i criteri che possono servire a una ragionevole distribuzione cronologica, vi sono le monete dei Dogi che ebbero lo stesso nome di battesimo e di famiglia delle quali rimane dubbia l’assegnazione all’uno piuttosto che all’altro di essi. Non sono molte, a dir vero, perchè i Dogi omonimi dei quali esistono monete sono soltanto sei, e cioè: {{Wl|Q1243584|Giovanni Corner I}} (1625-1629) e {{Wl|Q1226634|Giovanni Corner II}} (1709-1722), e quattro Alvise Mocenigo, il {{Wl|Q449435|''primo''}} (1570-1577), il {{Wl|Q132292|''secondo''}} (1700-1709), il {{Wl|Q449448|''terzo''}} (1722-1732) e il {{Wl|Q449468|''quarto''}} (1763-1768). Siccome le difficoltà che presenta l’attribuzione di tali monete, specialmente per gli ultimi tre di questi Principi, non sono nè poche nè lievi, così ho creduto opportuno dare notizia, prima ancora che esca alla luce la terza parte del mio lavoro ove esse verranno descritte, delle osservazioni e dei raffronti che mi<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Lagrande" />{{RigaIntestazione|[20]|— 196 —|}}</noinclude>{| class="massari"
|-
|Andrea Falier ||15 nov. 1625 - 14 marzo 1627 ||AF FA
|-
|Zan Alvise Minotto ||22 febbraio 1627-7 giugno 1628 ||I A M <br/>MAI
|-
|Giacomo Pesaro ||7 aprile 1627 — 6 agosto 1628 ||GP
|-
|Gerolamo Contarini ||26 giugno 1628 - 25 ottobre 1629 ||GC
|-
|Sebastiano Badoer||20 agosto 1628 - 20 dic. 1629 ||
|-
|Domenico Basadonna|| 18 aprile 1629 — 17 agosto 1630 ||DB
|-
|
|-
|colspan=3 {{Cs|C}}|{{Sc|{{Wl|Q1226634|Giovanni Corner II}}}} (22 maggio 1709 - 12 agosto 1722)
|-
|
|-
|Francesco Antonio Paruta||24 marzo 1709 - 23 luglio 1710 ||F A P
|-
|Lorenzo Marcello || 1 aprile 1709 — 31 luglio 1710 ||LM
|-
|Giovanni Trevisan||24 luglio 1710 - 23 nov. 1711 ||
|-
|Marcantonio Bon ||1 agosto 1710 - 30 nov. 1711 ||MAB MB
|-
|Zan Bartolomeo Vitturi ||24 nov. 1711 - 23 marzo 1713 ||ZBV BV
|-
|Marcantonio Dolfin ||1 dic. 1711 — 31 marzo 1713 ||MD
|-
|Antonio Longo III ||24 marzo 1713 — 23 luglio 1714 ||
|-
|Cornelio Badeer ||1 aprile 1713 - 31 luglio 1714 ||CB
|-
|Benetto Civran IV ||24 luglio 1714 - 23 nov. 1715 ||
|-
|Alvise Minotto ||1 agosto 1714 - 30 nov. 1715 ||AM
|-
|Domenico Diedo ||24 nov. 1715 — 23 marzo 1717 ||DD
|-
|Francesco Querini|| 1 dic. 1715 - 31 marzo 1717 ||
|-
|Marino Bembo ||24 marzo 1717 — 23 luglio 1718 ||MB
|-
|Francesco Antonio Pasqualigo||1 aprile 1717 - 31 luglio 1718 || FAP
|-
|Alvise Pizzamano ||24 luglio 1718 - 23 nov. 1719 ||AP
|-
|Alvise Bon ||1 agosto 1718 - 30 nov. 1719 ||
|-
|Angelo Malipiero ||24 nov. 1719 — 23 marzo 1721 ||AM
|-
|Francesco Querini||1 dic. 1719 - 31 marzo 1721 ||
|-
|Vittore Antonio Alvise Marcello ||24 marzo 1721 — 23 luglio 1722 ||VAAM
|-
|Gerolamo Tiepolo || 1 aprile 1721 - 31 luglio 1722 ||
|-
|Vincenzo Querini || 24 luglio 1722 - 23 nov. 1723 ||
|-
|Marco Trevisan|| 1 agosto 1722 - 30 nov. 1723 ||
|-
|
|-
|colspan=3 {{Cs|C}}|{{Sc|{{Wl|Q449435|Alvise Mocenigo I}}}} (11 maggio 1570 - 4 giugno 1577). <br/>
|-
|
|-
|Francesco Da Mosto||19 giugno 1569 — 18 ottobre 1570 ||
|-
|Gerolamo Bembo ||9 dicembre 1569 — 8 aprile 1571 ||
|-
|Antonio Marin ||8 novembre 1570 — 7 marzo 1572 ||AM
|-
|Bernardo Balbi||4 maggio I571 - 3 sett. 1572 ||
|-
|Stae Duodo ||8 marzo 1572 - 7 luglio 1573 ||STD
|-
|Marino Sanudo ||10 ottobre 1572 — 9 febbraio 1574 ||MS
|-
|Bernardo Corner ||8 luglio 1573 - 7 nov. 1574 ||B C
|-
|Zorzi Morosini ||
|-
|Benetto Pisani ||10 febbraio 1573 - 9 giugno 1575 ||BP
|-
|Francesco Lando ||16 nov. 1574 — 15 marzo 1576 ||FL
|-
|Marco Corner ||10 giugno 1575 - 9 ottobre 1576 ||M C
|-
|Felice Bon||20 marzo 1576 — 19 luglio 1577 ||F B
|-
|Zuane Loredan||2 gennaio 1576 ||ZL
|-
|Gerolamo Morosini ||29 maggio 1577 — 28 sett. 1578 ||H M
|}<noinclude></noinclude>
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Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
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<noinclude><pagequality level="4" user="Lagrande" />{{RigaIntestazione||— 197 —|[21]}}</noinclude>{| class="massari"
|-
|
|-
| colspan=3 {{Cs|C}}|{{Wl|Q132292|{{Sc|Alvise Mocenigo II}}}} (16 luglio 1700 - 6 maggio 1709).
|-
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|-
|Benetto Civran ||1 dic. 1699 31 marzo 1701|| BC
|-
|Gerolamo Barbaro||19 dic. 1699 — 18 aprile 1701 ||G B
|-
|Pietro Magno||1 aprile 1701 — 31 luglio 1702|| PM
|-
|Gian Tomaso Soranzo||19 aprile 1701 - 23 luglio 1702 ||GT S
|-
|Piero Manolesso||1 agosto 1702 — 30 Nov. 1703|| PM
|-
|Piero Basadonna||24 luglio 1702 - 23 nov. 1703 ||PB BP
|-
|Piero Diedo||24 nov. 1703 — 23 marzo 1705
|-
|Giulio Minotto||1 dic. 1703 - 31 marzo 1705 ||GM
|-
|Benetto Civran II||24 marzo 1704 — 23 luglio 1706 ||B C 2° BC
|-
|Bernardo Gritti||1 aprile 1705 — 31 luglio 1706 ||BG GB
|-
|Gerolamo Falier||24 luglio 1706 - 23 nov. 1707 ||GF
|-
|Lodovico Benzon ||1 agosto 1706 — 30 nov. 1707
|-
|Piero Morosini ||24 nov. 1707 -— 23 marzo 1709 ||PM
|-
|Gerolamo Antonio Lombardo ||1 dic. 1707 - 31 marzo 1709
|-
|Francesco Antonio Paruta ||24 marzo 1709 - 23 luglio 1710
|-
|Lorenzo Marcello ||1 aprile 1709 - 31 luglio 1710
|-
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|-
| colspan=3 {{Cs|C}}|{{Sc|{{Wl|Q449448|Alvise Mocenigo III}}}} (24 agosto 1722 — 21 maggio 1732)
|-
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|-
|Vincenzo Querini ||24 luglio 1722 - 23 nov. 1723|| VQ
|-
|Marco Trevisan||1 agosto 1722 - 30 nov. 1723
|-
|Nicolò Bembo||24 nov. 1723 - 23 marzo 1725|| NB
|-
|Bertucci Valier||1 dic. 1723 - 31 Marzo 1725
|-
|Pier Antonio Trevisan||24 marzo 1725 - 23 luglio 1726 ||P A T
|-
|Lio Bembo||1 aprile 1725 — 31 luglio 1726
|-
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|-
|Paolo Trevisan ||1 agosto 1726 — 30 nov. 1727
|-
|Vincenzo Dolfin||24 nov. 1727 — 23 marzo 1729
|-
|Benetto Grimani||1 dic. 1727 — 31 marzo 1729 ||BG
|-
|Vincenzo Vanaxel ||24 marzo 1729 - 23 luglio 1730 ||VV
|-
|Francesco Cicogna||1 aprile 1729 - 31 luglio 1730
|-
|Gerolamo Zolio ||24 luglio 1730 - 23 nov. 1731 ||GZ
|-
|Marco Dandolo||1 agosto 1730 - 30 Nov. 1731
|-
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|Agustin Soranzo||1 dic. 1731 - 31 marzo 1733
|-
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|-
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|-
|Domenego Gritti||1 agosto 1762 - 30 nov. 1763 ||DG
|-
|Andrea Bon ||6 marzo 1763 - 5 luglio 1764 ||A B
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|Marchiò Foscarini ||1 dic. 1763 — 31 marzo 1765 ||M F
|-
|Mario Soranzo ||6 luglio 1764 — - 5 nov. 1765|| MS
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|-
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|-
|Pier Alvise Barbaro ||1 agosto 1766 - 30 nov. 1767 ||PAB
|-
|Domenego Gritti||6 marzo 1767 - 5 luglio 1768 ||DG
|-
|Andrea Longo ||1 dic. 1767 - 31 marzo 1769
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|Pietro Magno||1 aprile 1701 — 31 luglio 1702|| PM
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Gli strali d'Amore
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| Nome e cognome dell'autore = Gabriello Chiabrera
| Titolo = Gli strali d’Amore
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== Musica nel wikiverso 2026.5 ==
Consueto '''aggiornamento''' di metà mese
# Ad oggi,15.5.26, abbiamo 115 ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' su '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}''' in totale. Il numero si è incrementato di molto grazie alla trascrizione completata delle 64 {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}}. Si potrebbe cominciare a pensare ad una suddivisione per genere musicale. Ho fatto una prova (a manina) sulla mia pagina dei contributi: [[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Pic57|ecco cosa ne è venuto fuori]]
# Faccio un breve cenno al modo i cui lavoro: magari può essere d'ispirazione a qualcuno o - viceversa - qualcuno potrebbe ispirare me con qualche consiglio:
## Attualmente uso l'editor Lilypond ''[https://github.com/frescobaldi/frescobaldi/releases/tag/v4.0.6 Frescobaldi 4.0.6]'', che ho installato sia su Linux (portatile) che su Windows (desktop). Così posso essere sempre operativo
## Per la trascrizione di partiture brevi e non troppo complesse — come ad es. quelle di {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}} — uso anche [http://Hacklily.org Hacklily.org], un ottimo editor Lilypond on line.
# Ho chiesto a Gemini: "Puoi farmi una panoramica della pubblicazione di partiture su wikisource di lingua italiana, francese, tedesca e inglese?" Risposta in sintesi:
''Se cerchi la tecnologia e l'eleganza, la versione francese è il modello da seguire. Se cerchi trattati e inni, quella inglese e tedesca offrono di più. L'italiana è una risorsa eccellente per il legame tra letteratura, librettistica e musica popolare.''
Sto studiando la versione francese: bella, ma non vedo codice, solo MIDI... indago meglio e ne riparliamo
'''Ottimizzzazioni''' (e qui mi rivolgo a@@@:
* Esportando le partiture in pdf, il salto pagina è problematico. Prendiamo ad es. [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._9/Intermezzo-Valse|''questa partitura'']].
In particolare: a. Esiste su wikisource un codice css per evitare che alcune parti siano stampate nel pdf? b. E' possibile escludere dalla stampa il lettore midi a fine pagina (lasciandola nella pagina wiki, ovviamente)?
Infine
* Invito chi volesse rileggere le partiture — in particolare quelle complesse, e si trovasse nei guai — a segnalarmi (pingandomi please!) nella pagina di discussione della partitura in cui ha rilevato l'errore, in modo che possa correggerlo (se ci riesco). Grazie!
Alla prossima
== 8.5.2026 ==
Ho trascritto per wikisource una «'''bluette'''» di Pietro Floridia, pubblicata sulla rivista della Ricordi "Musica d'oggi" a luglio del 1920. La «bluette» è una breve e raffinata composizione pianistica di carattere elegiaco. Qui in effetti lo spunto è offerto al musicista da una poesia di Théophile Gautier. La composizione è ancora più suggestiva perché il termine "bluette" - in francese - è utilizzato principalmente per indicare un colore azzurro intenso, (bleu turquoise o bleu vif). E - sempre in francese - l'assonante "bleuet" è il fiordaliso, uno dei pochi fiori davvero blu, così che per affinità «bluette» ha finito per significare "scintilla".
Buon ascolto 🎹
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==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.04#Musica_nel_wikiverso|Musica nel wikiverso 2026.4]]==
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.03#.eps_files|Musica nel wikiverso 2026.3]]==
== 17.3.2026 ==
'''[[Ars_et_Labor,_1908_vol._I/N._2/Automobile|Automobile]]''' è una divertente composizione per pianoforte di Giulio Ricordi (sì, oltre che editore è stato compositore). Frutto del clima culturale che anticipa il futurismo (1908), celebra con ironia l'avvento dell'automobile, quando delle macchine si poteva ancora scherzare e prima che il futurismo stesso venisse fagocitato dalla propaganda bellica.
Esilarante il modo in cui viene reso il sobbalzo dei passeggeri a causa di una cunetta, nonché l'occasionale investimento di un povero cane vittima (collaterale) della macchina che tutto travolge: nulla la arresta! L'accidentale scoppio di una gomma (altra ironia) viene prontamente riparato e il motore - arrancando - porta finalmente i passeggeri a destinazione. Ah, la ''Belle Époque!''
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.02#Babel_Lilypond|Musica nel wikiverso 2026.2]]==
== 22.2.2026==
<poem>[[File:Sandringham House from the air (cropped).jpg|miniatura|sinistra]]'''Coincidenze!'''
Stavo giusto trascrivendo la [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia |''Sandringham March'']] di Natalie Townsend quando giunge la notizia dell'arresto dell'ex-principe Andrea, indovinate dove? Ma a '''Sandringham House''', ovviamente, la residenza di campagna dei Windsor, nel Norfolk! Qui si era ritirato dopo lo sfratto dalla Royal Lodge di Londra in seguito alle indagini sugli Epstein Files!
Ebbene, nel luglio 1904 la compositrice statunitense - nonché moglie di un ambasciatore USA - fu ospitata nella Sandringham House per una breve vacanza e lasciò come dono alla Regina Alexandra - che l'aveva invitata per la stima che aveva nei suoi confronti - questa elegante e briosa marcia.
https://it.wikisource.org/wiki/Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia Non era raro che i brani della Townsend venissero eseguiti dalle bande militari britanniche durante i cambi della guardia o in occasione di eventi ufficiali a cui partecipava la Regina.
Altri tempi!</poem>
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.01#Ars_et_Labor_1906,_vol._I_con_SAL_75%|Musica nel wikiverso 2026.1]]==
== 27.1.2026==
:La musica attraversa il tempo e lo spazio perché è un linguaggio universale: più facile suonare con un giapponese, che parlargli.
:E questo vale anche per la musica del passato, per la quale wikisource offre mille possibilità.
:Accade così che [https://it.wikisource.org/wiki/Ars_et_Labor,_1907_vol._II/N._9/Aria questa "Aria barocca"] di Antonio Francesco Tenaglia, un clavicembalista della metà del XVII sec., venga scoperta e trascritta per violino e pianoforte 250 anni dopo, nel 1906, da [https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico%20Polo Enrico Polo], un violinista cultore di Paganini.
:E venga poi pubblicata su Ars et Labor, una bella rivista dell'Archivio Ricordi in corso di trascrizione su Wikisource.
:Così oggi, esattamente 120 anni dopo, accade che io possa codificarla per digitalizzarla in MIDI.
:E possa poi anche sostituire la voce del violino con quella della mia armonica accompagnata dal pianoforte e... [https://www.spreaker.com/episode/aria-barocca--69423778 suonare un pezzo barocco per poi pubblicarlo sul mio podcast].
:Non è sempre stato così: devo dire grazie a Wikisource. E ovviamente grazie all'autore, al musicista che l'ha scovato e trascritto, al decodificatore, all'interprete e grazie anche a [https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_d%27Arezzo Guido d'Arezzo], di cui a dicembre si è celebrato il millenario della notazione musicale da lui inventata.
{{A destra|(pubblicato sulla pagina Facebook di Wikisource)}}
== 21.1.2026 ==
All'Archivio Ricordi (info@)
Gent.ma Redazione,
... ho curato la trascrizione su Wikisource dei primi 6 numeri di Ars Et Labor con le relative partiture in MIDI.
Nell'accingermi a proseguire il lavoro con il secondo volume del 1906 della rivista, ho notato che le partiture elencate non sono però incluse nella versione digitale di Ars et Labor. E' possibile recuperarle?
Ecco l'elenco, così come ricostruito dalle stesse pagine della rivista:
# Sous les pommiers di Vittorio Monti per mandolino e piano (n. 7, 1906, p. 647 cartacea, 37 digitale)
# A lei di G. Calamani, romanza. (n. 7, 1906, p. 644 cartacea, 37 digitale )
# [https://musescore.com/user/97106398/scores/19541758 Quelle labbra non son rose... di Stefano Donaudy] (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale)
# Au son des harpes di Alfred Cottin (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale)
# Dejanice di Alfredo Catalani (n. 9,1906, p. 839 cartacea, 137 digitale)
# Campane di Napoleone Cesi (n. 10/1906, p. 927 cartacea, 181 digitale)
# Se vuoi ch'io muoia, amor, morrò... di Stefano Donaudy (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Éloignement di Henry Soro (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Allegretto per organo di Roberto Remondi (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Il presepio di J. Burgmein (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale)
# Musette (da: Heures deliceuses) di Enrico De Leva (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale)
Grazie per l'attenzione e un cordiale saluto
== 15.1.2026 ==
Elenco (67 autori) ottenuta da [https://query.wikidata.org/querybuilder/?uselang=it&query=%7B%22conditions%22%3A%5B%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3Anull%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P27%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q38%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q36180%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q201788%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q1930187%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q49757%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q28389%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%5D%2C%22limit%22%3A500%2C%22useLimit%22%3Atrue%2C%22omitLabels%22%3Afalse%7D questa query] a wikidata fatta con il comodo Query Builder chiedendo scrittori, poeti, storici, giornalisti e sceneggiatori italiani scomparsi nel 1955
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|}
== 14.4.2025 ==
In questi giorni ho finito di trascrivere "Francesco e il suo tempo" di Francesco Prudenzano, un patriota meridionale che scrisse questo libro nel 1857, poco prima dell'Unità. L'avevo trovato citato in un articolo sul film "Frate Sole" (1918), emerso dallo scaffale del Cinema di Wikisource. Tra un anno si celebra l'ottavo centenario della morte di Francesco d'Assisi: piccolo contributo il mio nella speranza che il mite messaggio del poverello di Assisi non finisca soffocato dalle urla dei nazionalismi. L'11 gennaio di quest'anno 2025 ricorreva l'ottocentesimo anniversario del ''Cantico delle creature'', esordio poetico della letteratura italiana: non se n'è parlato molto, ma si può sempre rimediare...
Comunque il libro (il cui titolo completo sarebbe "Francesco d’Assisi e il suo secolo, considerato in relazione con la politica, cogli svolgimenti del pensiero e colla civiltà. Studii") bene ci mostra - con tutte le forzature nazional-patriottiche che si possono immaginare - come Francesco d'Assisi fosse destinato a diventare patrono d'Italia prima ancora che ci fosse uno Stato "Italia". Il buon Prudenzano si impegna a descriverci Francesco d'Assisi come "il santo italiano per eccellenza" e lo colloca all'inizio di una nuova "gloriosa" visione della cultura del nascente Stato.
Anche il cinema - sin dai suoi esordi muti - ha fatto la sua parte: ho contato 11 film italiani su Francesco d'Assisi dal 1911 al 2007... una media cioè di 1 film ogni 10 anni (e sicuramente ne avrò dimenticato qualcuno).
Nel gran calderone dei temi - talora polemici - sollevati dal libro, colpisce la storica rivalità tra francescani e domenicani, risalente al fatto che entrambi si trovarono nel XIII sec. a combattere le eresie, ma con due strumenti agli antipodi: la povertà di Francesco e la dottrina di Domenico. Dante nella Commedia risolve brillantemente la questione in Paradiso, facendo elogiare Francesco dal domenicano San Tommaso e Domenico dal francescano san Bonaventura. Perfetto! Ma la storia non finisce lì e si trascina fino al Risorgimento. E anche dopo: scopro infatti che se - come tutti sanno - Francesco è Patrono d'Italia, Caterina da Siena - terziaria domenicana a 16 anni, la cui reliquia della testa è custodita appunto nella Basilica di San Domenico a Siena - lo è anche lei! E così per non scontentare nessuno l'Italia si trova due patroni. La Francia ha Giovanna d'Arco, l'Inghilterra San Giorgio, l'Irlanda San Patrizio, la Spagna San Giacomo, noi invece due e pare che la Germania ne abbia addirittura tre. All'Europa ne basta uno: Benedetto da Norcia. Sit aliquis nobis auxilio!
== 21.2.2025 ==
Che bella sorpresa! Su wikisource possiamo anche trascrivere la musica e ascoltarla! Chi già legge la musica può con poco sforzo (e grande soddisfazione) usare Lilypond, un potente programma di incisione musicale per la produzione di spartiti di qualità eseguibili in MIDI. Ecco qui un piccolo esempio:
[[Al_mio_pregar_t'arrendi|Al mio pregar t'arrendi]], dalla Semiramide di Gioachino Rossini. E altri sono in arrivo :-) [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 13:51, 21 feb 2025 (CET)
== 21.1.2025 ==
C'è qualcosa di profetico nel breve racconto - umoristico - "Per la storia..." (1942) di Vitaliano Brancati. Egli immagina che il suo amico e regista Mario Camerini (quello delle commedie sentimentali piccolo-borghesi degli anni Trenta), riceva un sonoro '''"no!"''' da una ragazza (milanese) che rifiuta (incredibile!) di diventare famosa attrice in uno dei suoi film. Non vi voglio spoilerare il finale - assurdo e sarcastico -, ma credo che se le donne - e gli uomini - rifiutassero davvero "con uno sguardo sfavillante di rabbia" di sottrarsi - almeno un po' - alle lusinghe e ai facili successi dell'industria dello spettacolo, il mondo sarebbe meno cinico nei loro confronti e il cinema ne guadagnerebbe in termini di qualità artistica. Ma non è facile in un'epoca che sembra aver trasformato tutto in spettacolo. Sembra impossibile: tuttavia il raccontino dice che si può. Si legge in due minuti e sta [[Per_la_storia...|qui, su wikisource, solo su wikisource!]]
== 12.1.2025 ==
In [[Note sul neo-realismo|Note sul realismo]] del 1952 di Agostino degli Espinosa, che l'autore sviluppa magistralmente a partire da una breve conversazione con Cesare Zavattini, leggo:<br>
''Un brano di musica o un discorso trasmesso dalla radio, raccoglie gli ascoltatori in un’unica commozione, rendendo illusoria la loro consapevolezza di essere ognuno in una dimora privata.''
Non esiste realtà individuale che non sia sempre inevitabilmente anche collettiva. Questa è la «fame di realtà» da cui nasce il neorealismo.
''Ognuno di noi per un’abitudine che solamente uno sforzo di pensiero può vincere, si crede ricinto di solitudine, libero da ogni rapporto con gli altri e lo spazio sociale in cui si libra gli appare come un oscuro «al di là» che trascenda il suo mondo. E’, affondando lo sguardo in questo «al di là», che Cesare Zavattini ha cercato «gli altri».''
Come il neo-realismo ci ha dimostrato, il cinema può essere quello "sforzo di pensiero" che solleva il velo delle solitudini.
== 10.1.2025 ==
Ho recentemente riletto per WS ''La figlia di Iorio'' di Gabriele D'Annunzio portando il SAL al 100% e l'ho trovato di un'attualità sorprendente in merito a quanto si sta dicendo sul patriarcato e sui femminicidi. Quest'opera (1904) - di carattere mitologico e non veristico, come si vorrebbe far credere (lo dimostrano i nomi i dei personaggi "Lazaro di Roio • Candia della Leonessa • Aligi • Splendore • Mila di Codra ecc..."), mi sembra la tomba del patriarcato. E infatti c'è un parricidio. Aligi uccide il padre Lazaro, più o meno intenzionalmente: per legittima difesa o per difendere Mila. O perché davvero si ribella. Ma - dilaniato com'è tra Mila e Vienda - non ha più la forza di sostituire Lazaro perché non è come lui. La figura che giganteggia alla fine è Ornella che - sottraendo Mila, la figlia di Iorio, al suo destino - ha di fatto ucciso il patriarcato che la reclamava attraverso l'ululante ''coro dei mietitori''. Alla fine l'eroina si immolerà per salvare Aligi (non più eroe, ma una vittima, un po' vigliacca anche). Chi ha capito tutto è invece Ornella, che da lì continuerà la sua emancipazione.
<poem>''A chi lo lasci l’aratro,
oh Lazaro, a chi lo lasci?
Chi ti vanga il campo tuo,
la tua mandra chi la pasce?''</poem>
Nessuno risponde. Perché il patriarcato è indissolubilmente legato all'agricoltura e alla pastorizia. E così la sua religione, ridotta qui a superstizione.
== 9.1.2025 ==
''[[La musica e il film]]'' è un saggio di ''S. A. Luciani'' scovato dentro il n. 6 della rivista B&N del 30 giugno 1937. Tra le tante cose interessanti che vi si scoprono, questa mi sembra una vera perla: <br>
''La musica nel film non ha solo la funzione di integrare obbiettivamente la visione silenziosa, ma di commentarla dal punto di vista dello spettatore, funzione analoga questa (non stupisca il richiamo storico) a quella del coro nella tragedia greca.''<br>
Proprio così: il coro agiva come intermediario tra la narrazione e il pubblico, offriva commenti, riflessioni, e spiegazioni sugli eventi che si svolgevano sulla scena. Insomma guidava la comprensione e l'interpretazione dei temi principali enfatizzando i momenti di tensione, dramma o pathos. E la colonna sonora non fa questo all'interno del film? Guida le nostre emozioni spesso anticipandole: quante volte siamo stati messi sull'avviso da una musica improvvisamente cupa che annuncia un evento catastrofico. O che lo sottolinea. O che al contrario libera da uno scampato pericolo un personaggio... e così via...
== 4.1.2025 ==
Qualche giorno fa stavo sfogliando su Internet Archive alcuni numeri della rivista "Cinema" del 1939 alla ricerca di qualche bel pezzo da portare su Wikisource: tra pagine intere di pubblicità (belle immagini però!) e propaganda di regime (uff!), sfoglia, sfoglia... ecco che all'improvviso leggo:
"Dramma e sonoro". Un articolo di Luigi Pirandello.... <br>
Faccio un salto sulla sedia! <br>
E da dove salta fuori quest'articolo del Maestro sul rapporto tra cinema e teatro? Nel '39 Pirandello era già passato a miglior vita da 3 anni. Possibile che ci abbia scritto qualcosa dall'aldilà e noi non ce ne siamo accorti? Sembrerebbe la trama di una delle sue novelle! <br>
Strabuzzo gli occhi e vado a leggere meglio. Si tratta di un articolo del 1929 (aaaah.... ecco!) scritto per "La Nacion" di Buenos Aires, in cui si è imbattuto - per caso anche lui - il buon Renato Giani che lo ha ri-tradotto in Italiano dallo Spagnolo e pubblicato poi sulla rivista "Cinema" dieci anni dopo la sua pubblicazione in Argentina. Un gioiellino! Vado subito a trascriverlo.
Eccolo, lo potete leggere qui anche voi: https://it.wikisource.org/wiki/Dramma_e_sonoro
Ma tu vedi cosa ti può capitare di leggere su wikisource... solo su wikisource!😀
== 28.12.2024 ==
E' in corso su wikisource la rilettura di Piccoli eroi, un romanzo per ragazzi scritto nel 1892 da Virginia Tedeschi-Treves - sotto lo pseudonimo di Cordelia - e pubblicato (ovviamente) dall'Editore Giuseppe Treves di Milano, di cui Virginia era consorte. Anzi sarà proprio grazie alla sua dote, proveniente da una facoltosa famiglia veronese, che la casa editrice potrà ingrandirsi e acquistare a Milano, in via Palermo, adiacente alla via Solferino, già sede della casa editrice, il terreno in cui insediare la tipografia che darà alle stampe nel 1864 ''Il Corriere di Milano'', giornale liberale di ispirazione cavouriana, che dieci anni dopo diventerà ''Il Corriere della Sera''.
''Piccoli eroi'' è un romanzo piuttosto importante nella nostra letteratura: non tragga in inganno il fatto che sia destinato ai ragazzi. Sarebbe anzi ora di finirla di considerare la letteratura per ragazzi come una letteratura di serie B. Questo romanzo ebbe ben 62 ristampe! A p.63/64 si legge: .''..le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l’Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.'' Un bel messaggio per i ragazzi dell'epoca. Le cose sarebbero però andate diversamente: ci sarebbe stata non solo una prima guerra mondiale, ma pure una seconda. Però fa piacere sapere che nel 1892 c'era chi la pensasse così!
== 22.12.2024 ==
E' in corso su wikisource la rilettura dei Canti orfici di Dino Campana nell'edizione originale, quella pubblicata a Marradi (la sua città d'origine, sull'Appennino tosco-romagnolo) nel 1914. Già questo è emozionante perché dietro quell'edizione c'è una bella storia che vi vorrei raccontare.
La raccolta dei Canti Orfici era già pronta per la pubblicazione nel 1913, ma la redazione della rivista Lacerba - quella di Papini e Soffici - a cui Campana aveva affidato l'unica copia del manoscritto - ebbe la dabbenaggine di smarrirla. Che fare?
Io penso che li avrei torturati.
Il poeta invece non si perse d'animo e riscrisse tutte le poesie a memoria: un'impresa titanica! Finito il manoscritto però, non lo riconsegnò a Lacerba (e come dargli torto?). Lo affidò a una tipografia del suo paese, la Tipografia F. Ravagli, appunto, come leggiamo sulla copertina. Ora, questa tipografia ha una storia particolare: era stata fondata da un marradese, Federico Ravagli, professore di Lettere nel Ginnasio di Cortona. La tipografia era il suo sogno e pubblicò varie riviste e opere del territorio, finendo per lavorare addirittura con il giornale di Firenze, La Nazione. Alla sua morte (1910) i macchinari furono trasferiti a Marradi, dove Bruno insieme a Baldo e Teresa, continuò l'attività del fratello Francesco. Fu dunque Bruno a pubblicare i Canti orfici, facendo un ottimo lavoro come possiamo vedere. La sua edizione è quella che stiamo trascrivendo digitalmente: proprio quella! Ecco perché anche solo sfogliarla per rileggerla è già emozionante.
Se la storia vi è piaciuta e volete fare un giro per provare anche voi l'emozione di trascrivere qualche pagina dei Canti orfici, cliccate qui: ( https://it.wikisource.org/wiki/Indice:Dino_Campana_-_Canti_Orfici,_Ravagli,_Marradi_1914.djvu )
Scegliete una pagina con l'iconcina rossa e buon lavoro. Però affrettatevi, perché le pagine da formattare stanno per finire e dovrete aspettare la prossima rilettura.
Ma tu vedi dove può portare un canto orfico di wikisource...😀
== 20.12.2024 ==
Rileggendo, per formattarlo in wikisource, il cap. IX del Trattato Primo del Convivio di Dante mi imbatto con meraviglia in un proverbio popolare, e cioè: "una rondine non fa primavera", cosa apparentemente inappropriata in un'opera filosofica di alto livello come il Convivio.
E invece scopro che Dante lo mutua da Aristotele: "come dice il mio maestro Aristotile nel primo de l’Etica". Vado immediatamente a verificare.
Aristotele ne parla a proposito della felicità: «come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno»
Aristofane non si lascia scappare l'occasione per fare una battuta delle sue: «C'è bisogno di molte rondini» e Dante invece ne parla a per motivare la sua scelta (ancora una volta "popolare" ) di usare il volgare in un'opera filosofica: «pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino»
Ma tu vedi dove può portare una rondine di wikisource😀
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La zecca di Fano
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''(Così finisce il bizzarro manoscritto dell’ingegnere Paolo Roberto Liviani. Che cosa potremmo aggiungere? I commenti sono inutili. Su la possibilità delle cose narrate dall’ingegnere, e su la dubbia autenticità del manoscritto, abbiamo già parlato in principio. Grandi spedizioni si dispongono, in questi ultimi tempi, per andare alla scoperta delle regioni Antartiche. I fortunati che giungeranno al Polo Australe del mondo, ci diranno poi se il piccolo continente vulcanico, popolato di mostri orribili, che dovrebbe trovarsi al centro del mare del Sud, esiste davvero, o se è esistito solamente... nella fantasia dello sventurato viaggiatore. Molti, dopo aver letto queste avventure, le definiranno, pretenziosamente: – «un brutto sogno! – » Ma chi vi dice, signori filosofi a buon mercato, che il sogno non sia la vita, e la vita il sogno?)''
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<noinclude><pagequality level="1" user="Cor74" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lettere di santa caterina}}|163}}</noinclude>al nome suo. Per la colpa di Adam, questa verità * non si adempiva nell’uomo: e però egli ci donò il Verbo dell’unigenito suo Figliuolo, ponendogli quella grande obedienzia, che col sangue suo ricomprasse il figliuolo ^ dell’umana generazione; ed egli, come innamorato, corse all’obbrobriosa morte della santissima croce; e non ritrasse la sua obedienzia per morte, per pena né rimproverio né per lusinghe che ricevesse; ma, come valente e virile capitano, fece ancudine ’ del corpo suo. Né anco si ritrasse per nostra ingratitudine. Così fa l’anima che col lume ha cognosciuta questa verità: ella non si ritrae per mormorazioni, né per battaglie del dimonio, né per tenebre di mente, né per la fragile carne che impugna contro lo spirito; ma tutte queste cose si mette sopra a’ piei dell’affetto. Ella é costante e perseverante; che tanto gode, quanto si vede sostenere.
Bene é dunque da cercare questo vero e perfetto lume, e con odio levare da noi quella cosa che cel tolle, cioè l’amore proprio di noi medesimi.
A questo odio verremo, quando staremo serrati nella casa del cognoscimento di noi; dove troveremo l’amore proprio di noi. Perocché l’anima che si vede amare, non può fare che non ami. Allora s’infonde *
<ref>Secondo il potente uso biblico, verità a Caterina è l’intellettuale insieme e la morale, dalle quali ha realtà il vero attinto da’ sensi, i quali senz’esse non porgerebbero che apparenze e illusioni.</ref>
<ref>Siccome il Vangelo intitola il Medentore figliuolo dell’uomo; Caterina comprende nel singolare di figliuolo gli uomini tutti e nati e nascitiri.</ref>
<ref>Il capitano con l’ancudine non istà: ma anche Dante dà alla natura ferri da scaldare e ancudine sulla qual battere. Notabile il concetto che Gesù Cristo vinse e il dolore e le lusinghe: concetto pellegrino e vero, che accenna non solo alla tentazione nel deserto, ma alle parole di Pietro da lui detto Satana, e alle lodi perfide de’ Farisei.</ref>
<ref>Dante: <poem>''«Quantunque alla natura umana lece ''
''Aver di lume, tutto fosse infuso ''
''Da quel valor (Dio)....»''</ref></poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/42
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|''Ancona-Aquila''.|— 8 —|}}</noinclude>{{pt|{{Elezioni 1909 1}}}}
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|colspan=11 class=t02| {{§|Osimo}} <br/> {{Wl|Q48802918|Collegio di Osimo}} (popolazione 49,583).
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|2884||1159|| '''Valeri Domenico''' || ||{{sans-serif|'''957'''}}||3096||1333|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63762364|Valeri Domenico}} '''}} || ||'''{{sans-serif|1300}}'''||{{nowrap|da {{sans-serif|'''20'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}} }}
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| || || ''Matteucci Enrico'' || ||154|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Senigallia}} <br/> {{Wl|Q48803107|Collegio di Senigallia}} (popolazione 54,445).
|- class=r1
|4169||2892|| ''' {{Wl|Q63974524|Monti-Guarnieri Stanislao}} ''' || ||{{sans-serif|'''1679'''}}||4799||3467|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21542666|Bonopera Augusto}} '''}} || <small>1º scrut.</small>||1702||
|- class=r1
| || || || || || || <small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''1768'''}}||
|- class=r1
| || || ''Bonopera Augusto'' || ||1087|| ||2019|| || || ||
|- class=r1
| || || || || || ||{{nowrap|<small>2º scrut.</small>}}|| ''Monti-Guarnieri Stanislao'' || <small>1º scrut.</small>||1228|| da 20 a 22 (U)
|- class=r1
| || || || || || || || || <small>2º scrut.</small>||72||
|- class=r1
| || || || || || || || '' {{Wl|Q93253185|Ceccaroni Agostino}} '' || <small>1º scrut.</small>||434||
|- class=r1
| || || || || || colspan=4 {{cs|L}} | <br/> L'On. Monti-Guarnieri non mantenne la sua candidatura nella seconda votazione.||
|-
|colspan=11 class=t01|<br/> '''{{sans-serif|PROVINCIA DI AQUILA DEGLI ABRUZZI.}}'''
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Aquila}} <br/> {{Wl|Q48803341|Collegio di Aquila}} (popolazione 58,900).
|- class=r1
|3724||2390|| '''Manna Gennaro''' || ||{{sans-serif|'''1586'''}}||4187||2927|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q21832924|Manna Gennaro}} '''}} || ||{{sans-serif|'''1813'''}}|| da {{sans-serif|'''19'''}} a {{sans-serif|'''22'''}} (U)
|- class=r1
| || || ''Lopardi Emidio'' || ||702|| || || '' {{Wl|Q51752432|Lopardi Emidio}} '' || ||1041||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Cittaducale}} <br/> {{Wl|Q48802581|Collegio di Cittaducale}} (popolazione 60,795).
|- class=r1
|3367||2575|| ''' {{Wl|Q63860193|Roselli Francesco}} ''' || ||{{sans-serif|'''1418'''}}||4622||2331|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q728920|Fortis Alessandro}} '''}} || ||{{sans-serif|'''1980'''}}|| da {{sans-serif|'''14'''}} a {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || ''Rosati Teodorico'' || ||1044|| || || || || ||
|- class=r1
| || ||<br/> <small>L'On. Roselli non posò la candidatura nelle elezioni generali del 1909.</small> || || ||colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Il numero degli elettori iscritti e il numero del votanti furono comunicati dal Sottoprefetto di Cittaducale.</small>||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|San Demetrio ne' Vestini}} <br/> {{Wl|Q48803080|Collegio di San Demetrio ne' Vestini}} (popolazione 55,908).
|- class=r1
|2538||1386|| '''Cappelli Raffaele''' || ||{{sans-serif|'''1302'''}}||3211||1934|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q3437992|Cappelli Raffaele}} '''}} || ||{{sans-serif|'''1858'''}}|| da {{sans-serif|'''14'''}} a {{sans-serif|'''22'''}} (U)
|- class=r1
| || || || || || || || ''Bernardi Alarico'' || ||58||
|- class=r1
| || || || || ||colspan=4 {{cs|L}}| <br/> <small>Il numero degli elettori iscritti riguarda l'intero collegio; il numero del votanti e quello dei voti conseguiti dai candidati non comprendono invece i risultati della votazione avvenuta nelle sezioni di Rocca di Cambio e Fossa, le quali contano complessivamente 268 elettori.</small>||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Avezzano}} <br/> {{Wl|Q32289426|Collegio di Avezzano}} (popolazione 65,683).
|- class=r1
|2696||2145|| '''Torlonia Giovanni''' || ||{{sans-serif|'''1389'''}}||3181||2047|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q7001315|Torlonia Giovanni}} '''}} || ||{{sans-serif|'''1920'''}}|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| || || '' {{Wl|Q61992182|Cerri Giovanni}} '' || ||700|| || || || || ||
|-
|colspan=11 class=t02| {{§|Pescina}} <br/> {{Wl|Q48802952|Collegio di Pescina}} (popolazione 75,490).
|- class=r1
|3802||2609|| '''Scellingo Mariano''' || <small>1º scrut.</small> ||1225||4548||3268|| {{sans-serif|''' {{Wl|Q63951462|Scellingo Mariano}} '''}} || ||{{sans-serif|'''1634'''}}|| {{sans-serif|'''22 (U)'''}}
|- class=r1
| ||<small>1º scrut.</small> || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||{{sans-serif|'''1540'''}}|| || || || || ||
|- class=r1
| ||2611|| || || || || || '' {{Wl|Q21587891|Scaramella-Manetti Augusto}} '' || ||1524 ||da 18 a 22 (U)
|- class=r1
| || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} || '' {{Wl|Q63928311|Torlonia Guido}} '' || <small>1º scrut.</small> ||928|| || || || || ||
|- class=r1
| || || || {{nowrap|<small>2º scrut.</small>}} ||1017|| || || || || ||
|- class=r1
| || || ''Carusi Evaristo'' || <small>1º scrut.</small> ||354|| || || || || ||
|- class=r1
| || || || || || colspan=4 {{cs|L}}|<small>I dati furono comunicati dal Sotto prefetto di Avezzano. <br/> L'On. Scellingo fu proclamato eletto dalla Giunta delle elezioni.</small> ||
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Pic57
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" /></noinclude><poem><i>Cossa me importa a mi che no son bela
se g'ho l'amante che me fa el pitore.
lu me dispingerà come una stela
cossa me importa a mi che no son bela.
Cossa me importa a mi ch'el pan xe caro
se g'ho l'amante che me fa 'l fornaro,
quando ghe dago un baso a la matina
el me régala un saco de farina.
La mia morosa la g'ha nome Rosa,
tuti la basa e i vol che mi la sposa,
mi g'ho mandado a dir con suo fradelo
chi che la basa che ghe dia l'anelo.
La mama del mio ben m'ha mandà dire
che su la graela la me vol rostire,
mi g'ho risposto: se no la savesse
su la graela che se roste el pesse.
El mio moroso m'à mandado a dire:
che me proveda, che no'l vol vegnire,
mi g'ho mandado a dir che no me importa
spiantadi ghe ne g'ho per ogni porta.
La mia morosa me g'ha dito gnoco,
e mi la g'ho tratada da busiara,
la me g'ha fato un brindise ico'l fioco,
e mi g'ho lo rendù co la chitara.
La mia morosa me n'ha fata una,
la m'ha mostrado sul balcon la luna,
e mi ghe g'ho fata una più bela
ghe g'ho mostrà el fradel de la sorela.
In mezo al mar ghe xe un camin che fuma
dentro ghe xe el mio amor che se consuma,
el se consuma a poco, a росо, а росо,
come la legna verde sora el foco.</i>
</poem>
{{Rule|4em}}
{{Rule|8em}}
{{Rule|4em}}<noinclude><references/></noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
Mai non vedrà chi ugual ti sia; vederlo,
No, non potrà la bianca luna o il tuo
Elmo lucente e la corazza, il tuo
Seggio regal, la tua corona! A quale,
A qual uomo incogliea tanta sventura
Quanta a me venne, che il mio figlio uccisi
Nella mia tarda età? Nepote egli era
Di quel del regno difensor preclaro,
Sam cavalieri da illustri ei discendea
Per la sua madre! Ed ora ambe le mani
Troncar mi si dovrìan; la negra polve
Esser dovrebbe il seggio mio, che un figlio,
E fu Sohràb, condussi a morte, a cui
Mai non nascea l’egual per l’ampia terra,
Non prence, non guerrier. Vincea d’assai
Il figlio di Nirèm, Sam valoroso,
Ghershaspe e Ghev e gli altri prenci invitti,
Per innato valor. Non v’ha nel mondo
Tal che mi uguagli; eppur, dinanzi a lui,
Parvi inetto garzon, ben che gagliardo!
Or che dirò, quando la madre sua
La ria novella udrà? Come potrei
Mandarle alcuno? Dirò forse ch’io
Senza colpa il trafissi, e perchè fosco
Del dì gli resi lo splendor? Qual padre
Fe’ ciò ch’io pur compii? Forse che degno
Non son di biasmo acerbo? Oh! chi, mi dite,
Uccise mai quaggiù la sua gioconda
Prole e sì forte e sì avveduta e ancora
Nel fior degli anni suoi? Ma quell’illustre
Eroe di Semengàn, padre amoroso,
Alla sua figlia giovinetta e pura
Che dirà mai? Dirà che per vendetta
Rùstem il vinse e col pugnal nel seno
Il cor gli trapassò? Certo che grave
Imprecar si farà contro la trista
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
Di Sam progenie, me gridando attorno
Uom che amor non avea, che senza fede
Si aggira e vive... Ma chi seppe o scorse
Che garzoncel di tal valor, con questi
Anni suoi brevi, qual cipresso in alto
Saria cresciuto un dì? che al subitano
Venirgli in cor d’un reo pensier di guerra,
Avria raccolte sue falangi e fosca
M’avria resa del dì la chiara luce?
:E comandò che fosse un regal drappo
Steso sul volto al giovin figlio suo,
Sul volto a tal, cui venne in cor di trono
E di dominio su città desire,
Cui toccò in sorte angusta e tenebrosa
Un’arca funeral! Così quell’arca
Dal rio campo fu tolta, e il mesto eroe
Alla sua tenda si drizzò; ma poi
Entro a’ recinti fu gittato il fuoco
Divorator, mentre di polve il capo
L’esercito de’ prodi si spargea,
Là intorno tutti. I padiglioni ancora,
I drappi in color vari, i preziosi
Seggi dorati su cui stese andavano
Spoglie di uccisi pardi, entro a le fiamme
Gittâr mesti gli eroi. Levossi un grido
Lugubre e tetro, e si dolea quel forte,
Proteggitor del mondo: Un cavaliero,
Sì come te, mai non vedrà la terra
Con tal valor, con tal possanza, in tempo
Della battaglia! Oh! sciagurato il tuo
Consiglio e il tuo valor! Misero il tuo
Volto fiorente, e l’eretta persona
E il vago aspetto, e sciagurato il duolo
E l’affanno che l’anima mi fruga
Per le, diviso dalla madre tua.
Ferito al cor dal padre!... E Zal farammi
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Rampogna molta, e rampogna farammi
Ricca Rudàbeh di virtù! Deh! i prenci,
Deh! gli eroi che diranno, allor che indizio
Giungerà lor di tanto? E come venga
Di ciò novella e intenderanno ch’io
Svelsi dal mio giardin del bel cipresso
La vaga pianta, qual discolpa mai
In lor cospetto recherò, che vinto
Tragga a’ miei detti lor crucciato core?
:Pianse, ed il suol giù giù ferocemente
Scavò con l’ugne e la regal sua vesta
Fe’ cadersi divelta a brani a brani
Dalla persona. Di re Kàvus tutti
Stavano accanto a lui sopra la via
Gli eroi seduti. Di parole amiche
Atte a consigli avean la lingua piena
I valorosi, ma per l’aspro duolo
Di serrame era chiuso il cor del forte.
:Di questo ciel che in alto move, il reo
Costume è tal. Con una mano un serto,
Con l’altra un laccio esso ti dona; e allora
Che in trono pose alcun beato e lieto
Con quel serto regal, dall’alto seggio
II precipita poi dentro le attorte
Spire avvinto del laccio. Oh! perchè mai,
Se partirci dobbiam con quei che a noi
Fûr compagni di via, daremo a questa
Misera vita il nostro amor? Si compiono
Molti giri su in ciel; stanno in que’ giri
Molte contese e turbamenti, e mai
Scerner non usa da’ regnanti i servi
Il cielo, nè dall’uom semplice e ignaro
Il sapïente, che la vita uguale
Per tutti scorre e giuochi essa ti appresta
Di varie guise e varie assai. Ma il grave
Pensier dell’esser nostro anche se duri
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Tempo soverchio, nulla fa, chè al seno
Tutti torniam dell’ampia terra. Al cielo
Qualor contezza di cotesto giunga,
Veramente sarà che stolto e vano
Il cielo sia. Degli infiniti moti
Sappi che niun di noi toccava mai
La conoscenza. Del perchè, del come
Di cose tante chiuso è il varco. Intanto
Piangere non dobbiam sovra l’eterna
Partenza che verrà. Non sappiam noi
De la faccenda grave esito estremo.
:Ma quando giunse di Sohràb novella
A Kàvus re, con molti eroi sen venne
Il gran signor fino appo lui. Il sire
A Rùstem così disse: I moti arcani
Di questo ciel travolgon tutte, o prode,
Le cose in terra, dall’Albùrz eccelso
Delle canne a le fronde, e l’amor nostro
Non convien porre a questa terra. Questi
Rapido fa, più tardi l’altro, e il fine
Sta nel passaggio appo la dura morte.
Ma tu pel caro estinto il cor nel petto
E l’alma tua consola, orecchio porgi
Al favellar de’ saggi. Anche se in terra
Quest’alto ciel tu rovesciar potessi,
O per la terra suscitar dovunque
Un fuoco di tua man, quel caro estinto
Mai non riavresti redivivo. Pensa
Che antica diverrà l’anima sua
Nella vita di là... L’alta ed eretta
Cervice lungi ne vid’io e l’ampio
Petto e l’alta statura e la possente
Nodosa clava, e dissi allor: «Costui,
No, non somiglia di Turania ai prenci,
Ma d’illustri somiglia e di possenti
Al nobil seme!». Ed or qui l’incitava
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
L’avverso fato co’ suoi prodi, in questo
Loco, perchè dalla tua man si avesse
Acerba morte.... Or che fai tu? Difesa
A tanto mal qual’è? Nel dolor tuo
Fino a che piangerai quel caro estinto?
:Egli morì; ma qui rimase, in questa
Vasta pianura, Humàn, Rùstem rispose.
Molti di Cina, di Turania molti
Prenci son qui; ma tu per essi in core
Non meditar vendetta. All’ampio esercito
Guida sarà nella sua via Zevàreh,
Per possanza di Dio, del re per cenno.
:Eroe che ami la gloria, in tal battaglia,
Disse l’iranio sire, ogni dolore
Te solo incolse. Ben che molte offese
Abbian recate di Turania i prodi
A me, ben che d’Irania suscitati
Abbiano incendi molti, all’armi ancora
Poi che tua voglia non inclina, all’armi
Anch’io non correrò. Pieno è d’affanno
Per la tua angoscia questo core, ed io
Nessun farò di lor tristo pensiero.
:Hegir divenne allor per la sua via,
Hegìr valente, e disse: Ogni nemica
Schiera partì già da gran tempo. — Allora
De’ suoi guerrieri dall’infausto loco
Trasse Kàvus lo stuol, tornò con tutta
La regal pompa nell’irania terra.
Ma Rùstem là rimase, ed attendea
Che ritornasse dal viaggio suo
Zevàreh battaglier, della nemica
Schiera portando a lui novelle. E giunse
Al primo albor del dì seguente il prode,
E in quell’istante si partì con tutti
Rùstem i prodi suoi. Sparsa la fronte
Avean di negra polve i prenci illustri,
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
A mille palafreni avean recise
Le sciolte code. Ogni baio destriero
Dal capo eretto ebbe così alla coda
Reciso il crine, e tutti furo i timpani,
Tutti i timballi di sonante bronzo
Squarciati e fessi. Una dolente schiera
L’arca del morto precedea; que’ grandi
Si spargean polve su la fronte. E allora
Che al Zabùl si accostò la dolorosa
Gente e di Rùstem fino a Zal pervenne
Annunzio certo, mossero a incontrarlo
Tutti là del Sistàn con duolo e affanno
E sfatti dal dolor. Ma quando il prode
Figlio di Sam, Zal valoroso, l’arca
Scorse da lungi, si gittò dall’alto
Del palafren che avea dorate briglie,
E Rùstem con le vesti giù cadenti
A brani intorno e lacerato il core.
Mossegli incontro a piè. Sciolsero i cinti.
Alto segno di duol, tutti d’un moto
I prenci allora e umiliar la fronte
Dinanzi all’arca funeral, toccando
La dura terra; e quelle vesti intorno
Cadean squarciate, e livide le gote
Aveva ognun, di negra polve il capo
Sparso e coperto nell’angoscia estrema.
:Quell’arca allora sollevâr, chinata
Al suol la fronte. — Oh! sventurato il prode,
Inclito in guerra! — Ma Rùstem intanto
Con lagrime di duol, dinanzi al padre,
Dell’arca d’or levò il coperchio e disse:
Mira! Qui dorme entro un’angusta bara
Sam cavalieri — Zal lagrimò, la voce
Sollevò a Dio moderator, ma il prode
Rùstem così sclamava: Eroe famoso,
Tu partisti, ed io qui nel mio dolore
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 302 —|}}</noinclude>
<poem>
A lacrimar restai! — Meravigliosa
Cosa è ben questa, disse Zal, che in pugno
Sohràb stringesse ponderosa clava
E fra gli eroi miracol di valore
Poi si mostrasse! Partorir simile
Figlio a costui per tutto il mondo attorno
Madre non può! — Così dicendo, molli
Fe’ le ciglia di pianto. Ei fe’ la lingua
Piena di detti che Sohràb toccavano.
:Ratto che giunse il fortissimo eroe
Alla sua casa, fe’ un gran pianto e l’arca
Là innanzi pose; e Rudàbeh che scorse
L’angusta bara di Sohràb e vide
Scendere al figlio suo d’amaro pianto
Dagli occhi un fiume su colui, eterna‐
mente sopito in un feretro angusto,
Tenero garzoncel, sclamò piangendo:
Eroe, stirpe di re! — Principio allora
Ai lamenti ella fea, grave traendo
Un sospiro dal cor: Non fia che mai
Nasca un gagliardo e valoroso in terra
Che ugual ti sia, figlio d’eroi, progenie
Di leoni rubesti! — Oh!, disse in gemiti,
Per alcun tempo, eroe d’eretta fronte,
Dall’arca funeral leva il tuo capo!
Ma tu più non farai del tuo pensiero
Intimo e arcano alla tua madre un motto,
Nè dirai che t’avvenne ai dì più lieti
Del viver tuo. Giù discendesti in cava
Fossa ai giovani dì, nel tristo albergo
Entrato se’ degl’infelici, e intanto
Non parli a noi qual t’incogliea sventura
Per man del padre. Oh! perchè mai nel seno
L’alta ferita egli ti aprì? — Que’ lai
Saliano al ciel dalla regal dimora,
E chi li udìa, piangea. Di là si tolse
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/306
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 303 —|}}</noinclude>
<poem>
E ritornossi a’ ginecei Rudàbeh
Nel duol, nel cruccio, pieno il cor d’affanno,
Sparse di negra polve ambe le gote.
:Rùstem che ciò vedea, pianse, e dagli occhi
Del pianto suo fe’ scendere sul petto
Le stille ardenti. Detto avresti allora
Che venuto era il dì che sorgeranno
I corpi estinti, poi che rifuggìa
Il cor di tutti da letizia. Intanto,
Un’altra volta ancor, dinanzi a’ prenci
Recò la bara di Sohràb gagliardo
L’afflitto genitor, levò il coperchio
E il capo ne scovrì, ne rimovendo
Il drappo funeral dinanzi agli occhi
Del padre suo. Così, quella leggiadra
Persona egli mostrò dinanzi ai forti
Incliti in armi, e detto avresti in cielo
Caligine levarsi. I circostanti,
Uomini e donne, giovinetti e vecchi,
Smarrìan vigor nello spettacol fiero.
Principi della terra e vesti e arnesi
Feano a brani cader. Fino alle nubi
Nembo di polve se ne andava, e quella
Casa regal fu allor come un ostello
Che i morti accoglie, poi che dentro a un’arca
Era disceso a riposar quel prode
Lïon possente. Alle robuste spalle,
Alla cervice, tu l’avresti detto
Sam cavalier, che di battaglie stanco,
Là venuto posasse. Allor che tutte
Le accolte genti videro quel volto,
Fecer novellamente e pianti e lai
Per l’acerbo dolor. Ma con un drappo
Di color giallo il ricoverse e l’arca
Rùstem rinchiuse, quell’angusta bara
Fortemente ei serrò, poi disse: In oro
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Alex brollo
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<poem>
Quando pur componessi al figlio mio
La sepoltura e tutta la colmassi
Di nereggiante muschio, allor che uscito
Sarò dal mondo, l’alta sepoltura
Non fia che resti. Eppur qui non m’è all’uopo
Altro consiglio! Or qual farò di lui
Cosa ben degna, di cui resti al mondo
Alcun sentore? — Allor, la sepoltura
Ei ne levò come unghia di cavallo
Eretta e arcata. Debile il vedere
Alle genti si fea per pianger lungo,
E il prode intanto giù scavò in un legno
Di recente aloè novella un’arca
E serrami vi pose in fulgid’oro.
:Ma per la terra andavane racconto
Come trafitto il figlio suo quel prode
Col ferro avesse, e d’angoscia fu piena
La gente tutta, chi ne udì novella
Cruccioso si mostrò. Passaron molti
Giorni pur anco, nò tornò più mai
Di Rùstem infelice al cor la gioia;
Calmossi poi, che sola egli vedea
Dischiusa questa via. — Quaggiù, nel mondo,
Molti già si narrar simili eventi
Per memoria fedel; molti nell’alma
Ebber di duol ferita. Oh! chi nel mondo
Ha senno ed ha ragion, come potrìa
Smaltir gl’inganni della sorte infida?
:Ratto che di cotesto ebbero annunzio
Le iranie genti, d’aspra doglia al vampo
Arsero in core. E da l’opposta parte
Humàn giunse in Turania e ciò ch’ei vide,
A re Afrasyàb narrò. N’ebbe stupore
Il re turanio e meraviglia, e poi
Da quell’evento a computar si stette
Ben molte cose. Gemiti levârsi
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Alex brollo
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<poem>
Da turanie città, poi che sul campo
D’una pugna fatal giacque trafitto
Sohràb gagliardo. N’andò ancor novella
Al re di Semengàn; tutte le vesti
A brani ei fe’ cadérsi alla persona.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XIX. Pianto di Tehmineh.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 375-377).}}
<poem>
:Anche alla madre sua novella giunse
Che dal ferro del padre era trafitto
Sohràb gagliardo e che morìa. Diè un grido
L’infelice e ululò, tutte le vesti
Squarciò sul petto, lamentando il figlio
Tenero ancora. Oh sì! la man distese,
La tunica divelse, e ignudo apparve
Quel sen leggiadro, nitido qual gemma
D’un color vivo; essa levò un gran pianto,
Gemiti e lai, perdette i sensi ancora
A quando a quando. Agli occhi suoi dolenti
Danno ella fe’ con l’ugne, e già volea
Tra le fiamme gittar, per disperata
Voglia, sè stessa; ma le treccie sue,
Sì come lacci in mille guise attorti.
Ella avvolgea fra le sue dita e ratto
Dalle radici le svellea, di sangue
Rigando il volto. Ed or cadea boccone
Sul duro suol, gittavasi la negra
Polve sul capo e sì mordea le braccia
Strappandone le carni. Anche le fiamme
Al capo s’avventò, sì che nel fuoco
Arse le trecce brune. Ella dicea:
:Anima cara della madre tua,
Giù nel sangue travolto e nella polve,
FiRonsi, n. 20
</poem>
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OrbiliusMagister
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<poem>
Da turanie città, poi che sul campo
D’una pugna fatal giacque trafitto
Sohràb gagliardo. N’andò ancor novella
Al re di Semengàn; tutte le vesti
A brani ei fe’ cadérsi alla persona.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XIX. Pianto di Tehmineh.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 375-377).}}
<poem>
:Anche alla madre sua novella giunse
Che dal ferro del padre era trafitto
Sohràb gagliardo e che morìa. Diè un grido
L’infelice e ululò, tutte le vesti
Squarciò sul petto, lamentando il figlio
Tenero ancora. Oh sì! la man distese,
La tunica divelse, e ignudo apparve
Quel sen leggiadro, nitido qual gemma
D’un color vivo; essa levò un gran pianto,
Gemiti e lai, perdette i sensi ancora
A quando a quando. Agli occhi suoi dolenti
Danno ella fe’ con l’ugne, e già volea
Tra le fiamme gittar, per disperata
Voglia, sè stessa; ma le treccie sue,
Sì come lacci in mille guise attorti.
Ella avvolgea fra le sue dita e ratto
Dalle radici le svellea, di sangue
Rigando il volto. Ed or cadea boccone
Sul duro suol, gittavasi la negra
Polve sul capo e sì mordea le braccia
Strappandone le carni. Anche le fiamme
Al capo s’avventò, sì che nel fuoco
Arse le trecce brune. Ella dicea:
:Anima cara della madre tua,
Giù nel sangue travolto e nella polve,
</poem>
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Alex brollo
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<poem>
Oh! dove sei? Qual di straniero o quale
D’un prigionier, quale d’un uom del volgo
Spregiato e vii, la tua persona adunque,
Inclita un dì, sotterra scese. Ed erano
Volti alla via questi occhi miei, se forse
Di Rùstem, di Sohràb annunzio avessi!
E mi pensava e mi dicea che intanto
Per l’ampia terra tu n’andavi. Il padre
Così tu cerchi, tu il ritrovi ancora
E già t’affretti a ritornar. Deh!, figlio,
Che sepp’io mai che tal novella cruda
Giunta sarìa, col suo pugnal trafitto
Averti il seno il padre tuo?... Non venne
A lui pietà pel tuo bel volto allora,
Non pel tuo braccio, non per la persona
Alta e gentil? Non si commosse al tuo
Eretto fianco, se potè ferirlo
Con l’affilato acciaro?... Ed io meschina
La tua persona con amor, con cura.
Nell’ore lunghe della notte e al chiaro
Lume allevai del dì. Ma nel suo sangue
Ora essa è immersa, ed un lenzuol funebre
Salì a vestir le membra tue leggiadre!
Chi mai stringerò al sen? chi mai frattanto
Esser vorrà per tutti i giorni miei
Consolator della mia angoscia? E il mio
Affanno e d’esto cor l’acerba doglia
A chi racconterò? Chi nel tuo loco
Mi chiamerò dinanzi?... Oh! la tua vaga
Persona e l’alma e gli occhi tuoi sì belli,
Splendida face che rapita un giorno
Da un regio ostello, da un giardin fiorente,
Giù nella polve fu travolta!... E il padre
Cercavi tu, ch’eri sostegno ai forti,
Eroe famoso, e sulla via non padre
Ti venne incontro, sì la tomba. A un tratto
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Alex brollo
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<poem>
Dalla speranza tua miseramente
Precipitasti e giù nel suol profondo,
Quale un meschino, a riposar scendesti
In sonno eterno! Ma il pugnal dal fianco
Pria ch’ei traesse a lacerarti il seno
Candido e puro, a che i ben certi segni
Che la tua madre già ti porse, a lui
Non desti ratto nè d’essi nessuno
Fosti ricordo a lui? La madre tua
Ben t’avea dato non manchevol segno
Del genitor; perchè non vero adunque
Esso ti giunse?.. Ed or qui si rimane,
Qual prigioniera in suo dolor, la madre
Orba di te, piena d’affanno, immersa
Nell’angoscia del cor, fra pianti e lai.
Oh! perchè mai nel tuo viaggio al fianco
Io non ti venni, mentre agli altri eroi
Sovrastavi del capo, alto qual canna?
Anche da lungi Rùstem ravvisata
Allor m’avrebbe e te con me al suo seno,
Figlio diletto, accolto avrìa. Quel forte,
figlio mio, gittando lungi il ferro,
Mai non t’avrebbe trapassato il core!
Così dicea la misera e co’ pugni
Percotevasi intanto e si svellea
Le chiome, al volto con le man serrate
Onta facendo. La tua madre, o caro,
Sovente ella dicea, qui desolata
Ora si sta, tu il cor da crudel ferro
Squarciato avesti! — E poi che molto il pianto
Fece e diuturno, alla gente dattorno
Che la vedea, di lagrime le ciglia
Fece suffuse e piene. Ella frattanto
Cadde priva di senso, e il cor di tutti
A quella vista si spezzò per lei;
Cadde sul duro suol, sul duro suolo
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Alex brollo
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<poem>
Come morta restò; detto tu avresti
Che ghiacciato era il sangue. Ella rinvenne
E il pianto ripigliò, pel figlio ucciso
Ricominciando il lagrimar, di sangue
Con le percosse il candido suo volto
Fe’ rosso; volle ancor che il palafreno
Dell’estinto Sohràb dinanzi a lei
Altri adducesse. Ella palpò del nobile
Destrier la testa e al sen la strinse (intanto
Meravigliò chi a riguardar si stava),
Indi il baciò nel capo. Ecco!, di sotto
All’ugne sue, pe’ fieri colpi, il sangue
A rivi scorse, e rossa fe’ la terra
Di lagrime sanguigne, allor che il suolo
A piè del palafreno ella toccava
Con la sua fronte. E fe’ recarsi poi
La regal vesta dell’ucciso e al petto
Pietosamente se la strinse come
Pur fosse il figlio suo. L’arco ed il fulgido
Arnese ancor, la sopravveste, il ferro
E la clava possente e l’asta acuta
Ella apportar si fece e con la grave
Mazza la fronte si percosse e mesto
Ricordo fe’ del petto e del sembiante
Del figlio suo. La mano alla corazza
Recava poi, l’elmo afferrava, e intanto
Tra i sospiri dicea: Lïon gagliardo.
Tu che amavi la guerra! — Anche lo scudo
E la sella e le briglie ella recava,
E l’auree briglie e quello scudo al capo
S’avventò fieramente; anche quel laccio
Di cubiti settanta ella si prese.
Indi il gittò da sè lontano, e ratto,
Fuori traendo di Sohràb la spada,
Delle chiome disciolte e della coda
Del palafren recise a mezzo il crine.
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Alex brollo
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<poem>
:Ma poi de la sua casa ella spartìa
Fra la misera gente ampia ricchezza,
L’argento e l’oro e tutti i palafreni
Belli e fregiati di lor barde. Alfine
Chiuse le porte del regal palagio
E il trono fe’ schiantar dal loco suo,
Poscia dall’alto il rovesciò, sul suolo
L’abbandonando poi. Ma la regale
Aula che loco fu di molte cene,
Ella distrusse, che di là per l’aspra
Guerra Sohràb un giorno uscìa. Le porte
Dell’ampio ostello d’un color ritinse
E fosco e tetro e tutta fe’ la casa
Scrollar da’ fondamenti e i penetrali
Disertar volle. Ma d’azzurre vesti
Ella si cinse, e poi, sotto al suo pianto.
Sparve d’un tratto quel color d’azzurro,
Che sempre ella piangea, la notte e il giorno,
E fea gemiti e lai. Così ella visse
Un anno ancor, Sohràb estinto, e poi
In quell’affanno ella si spense. Al cielo,
Al prode figlio suo, volò quell’alma.
:Behràm, che dolce ebbe favella, disse:
«Soverchio affetto non porra’ tu mai
A persona ch’è morta. Oh! in questa vita
Non rimarrai lunga stagion! Sii pronto,
Nè t’indugiar. Di questa ch’è sì antica
Sede dell’uom, tale è costume, e scernere
Principio suo non potrai tu dal fine.
Il padre tuo fissò d’un giorno solo
A te vegliar quaggiù; vuolsi che giunga
Al termin suo quel tuo vegliar. Cotesta
È vera cosa, nè il secreto suo
Si manifesta mai. Che se nol trovi,
A che tanto ne vai per trista voglia
Ricercando la chiave? È quella porta
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 310 —|}}</noinclude>
<poem>
Chiusa in eterno, e schiuderla non seppe
Nato mortal; fatica se tu adopri,
Cara è dispersa di tua vita. Intanto
Alla vita caduca e passeggiera
Non avvincere il cor. Caduca vita
E passeggiera gran frutto non porta!».
:Tutte per me son dette le parole
Di tale istoria, ed ecco ch’io già volsi
A Siyavìsh tradito il mio pensiero.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/314
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 311 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|c=t01|5. Leggenda di Siyavish.}}
{{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Principio del racconto.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 377-378).}}
<poem>
:Or tu ci appresta, nobile cantore,
Tu, di vigile cor, storia leggiadra.
Quando a ragion sen va conforme il detto,
Di nobile cantor l’anima bella
Diletto adduce in chi l’ascolta; e tale
Che ha malvagio pensiero e in sua tristizia
Malo ha consiglio, per sè stesso a mala
Croce si pone, e là, nella presenza
D’uom saggio e accorto, d’ignominia è carco.
:Eppure il suo difetto a niun fu dato
Per scïenza veder, che bello sempre
Tuo costume a te par; ma se pur debbe
Eterno rimaner quanto è più vero,
Tu il vero esponi e mostra ne fa poi
Ad uom nobile e saggio. E se quel saggio
L’approva e piace l’opra tua, la chiara
E limpid’onda qual pupilla fulgida
Ne’ tuoi ruscelli scorrerà perenne.
:Or io, conforme a dir del borgomastro.
Leggenda comporrò che antiqui detti
Ci tramandâr. Queste leggende antiche
Per me, fra il popol mio, così ritornano
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 312 —|}}</noinclude>
<poem>
A novella freschezza. Oh! se m’è dato
Viver lungo quaggiù, lieto e gioioso
Per lungo tempo ancor farò soggiorno
Alla terrena mia dimora. Nobile
Pianta e feconda di soavi frutti
Di me qui rimarrà. Dentro al giardino
Rimarranno que’ frutti. Andò stagione
D’otto e cinquanta ancor giri di sole,
E molte cose portentose e strane
Passâr sul capo mio. Ma non per gli anni
Desio scema nel cor, sì che ogni giorno
Di presagi vo in traccia e alle notate
Carte delle stagion levo gli sguardi.
Oh! che dicea quel sacerdote, illustre
Guida a noi tutti? «Non invecchia, ei disse,
Cosa che s’innovò. Tu, fin che in terra
Vivo sarai, racconta. Ama la gloria,
Saggio ti mostra. E allor che partirai
Dalla terrena via, con Dio soltanto
Faccenda tua sarà, se buone o triste
Saranno state l’opre tue qui in terra.
Vedi che mieterai conforme al seme
Che un dì gittavi; tali udrai parole,
Quali un dì proferisti. E quei che dolce
Parla, mai non udrà suono d’accenti
Acerbo e duro, e tu, fin che hai potere,
Saggio favella. Volgiti frattanto
A ciò che dice il borgomastro; vedi
Ciò che narrando va l’uom dei racconti».
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/316
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 313 —|}}</noinclude>
{{Ct|c=t1|II. Caccia di Tùs e di Ghév.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 378-380).}}
<poem>
:Così narrò l’antico savio. — Un giorno,
Nell’ora che levò cantar di galli,
Egli e Gùderz e Ghev, e cavalieri
Molti del prence, usciron da le porte
E gioiosi e festanti. Alla pianura
Volgean di Déghvi concitato il passo,
Bramosi di cacciar, con falchi e veltri
Atti a scovar le fiere. Assai ne presero,
Ne atterrarono assai, onde per venti
E venti giorni ragunâr di cibo
Immensa copia. Ma di là non lungi
Era l’ostello d’un turanio prence.
I padiglioni suoi tutto là intorno
Adombravano il suol; stendeasi in vista
De’ cacciatori una foresta lungo
L’ampio confin de’ cavalieri invitti
Di Turania deserta. Innanzi andava
Con Tus e Ghev il savio, ed era dietro
Di sergenti uno stuol, tutti gagliardi
E valorosi. Penetrâr la selva
E s’aggirâr pel dilettoso loco
I due gagliardi cavalieri, e intanto
Nella foresta una leggiadra e vaga
Giovinetta incontrâr. Tosto moveano
E l’uno e l’altro frettolosi, e pieno
D’un riso il labbro avean. Pari a costei
Donna al mondo non era, e niun difetto
Era in tanta beltà. Ma Tus per primo
Così le disse: O bella ingannatrice,
Chi la via ti mostrava alla foresta?
</poem><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 314 —|}}</noinclude>
<poem>
:E quella rispondea: Ier mi percosse
Il padre mio, sì che lasciai la terra
E qui men venni. Era la notte scura
Quand’ei tornò da una festosa cena,
Ebbro pel molto vin. Come da lungi
Ei mi scoverse, la lucente spada
Trasse fremendo e la scagliò, bramoso
Di troncarmi la testa. Io mi fuggii,
Cercai rifugio entro la selva e questo
Loco toccai dall’affannosa via
In tale istante. — E Tus la richiedea
Del nascimento suo. Quella, simile
A un bel cipresso, tutto ridicendo
Partitamente, A Garsivéz congiunta
Son io, rispose. A re Fredùn antico
Stirpe risale dalla qual discendo.
:E quegli dì rimando: Oh! come mai
A piè, senza destrier, senza una guida,
Fin qui se’ giunta? — E rispondea colei:
Per la stanchezza del cammin rimasto
M’è addietro il palafren che al suol mi pose.
Oro infinito e molte avea con meco
Splendide gemme e al capo una corona
Avea di fulgid’or. Tutto mi tolse
Gente maligna nella selva, e dure
Percosse anche mi diè con la guaina
Di sue spade taglienti... Oh! quando il senno
Il padre mio ricovrerà, di rapidi
Cavalieri uno stuol sovra i miei passi
Manderà certo, e qui verrà correndo
La madre ancor, ch’ella non vuol ch’io vada.
:Caldo si fe’ per lei de’ prenci il core;
Tus la ragion perdea. Quel sire illustre
Figlio di Nèvdher così disse: Io solo
La ritrovai, perchè veloce io corsi
E m’affrettai. — Ma Ghev rispose: O duce
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 315 —|}}</noinclude>
<poem>
Dell’iranio signor, senza i tuoi prodi
A me non sei tu pari. — Io, rispondea
Tus incalzando, questo so che primo
Qui giunse il mio destrier. — Queste parole
Tu, tu stesso, non dir, Ghev ribattea.
Primo, tu il sai, mossi alla caccia, e questo
Garrir mendace risparmiar tu dèi
Per una schiava. Prode non diventa
Nè generoso un amator di risse.
:Le lor parole per l’alto disdegno
Giunsero a tal, che già parea doversi
Troncar la testa alla fanciulla. Il fiero
Litigio assai durò; ma poi là in mezzo
Gittossi un cavalier. Questa fanciulla
Recate, ei disse, al prence iranio; e quale
Ei comando farà, tal s’obbedisca.
:Non si partir da quel consiglio, e tosto
D’Irania al sire nel cospetto i due
Prenci venìan. Ma quando la leggiadra
Fanciulla Kàvus rimirò, quel core
Amor ne prese ratto e avidamente
Ne disïò il connubio. Il re si volse
E disse ai due guerrieri: Oh! fu ben lieve
Il faticar per voi nell’aspra via!
Questo bel giorno passerem narrando
Che con veltri alla caccia incliti eroi
Vago un sole prendean. Timida cerva
O gazzella è costei, che via si porta
Il core altrui. Davver! che d’un gran sire
Degna è la preda! — Il re le disse allora:
:Qual la tua stirpe, o giovinetta? Al volto
È ugual delle Perì quel tuo bel viso!
:E quella rispondea: Donna regale
Son per madre, o signor, ma dall’antico
Fredùn per via del padre anch’io discendo.
Del prence Garsivèz delle figliuole
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/319
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Alex brollo
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<poem>
Sono, e a Fredùn per lui va il mio lignaggio
E il nascimento, ch’egli è pur congiunto
Al regnante Afrasyàb; dal seme illustre
Con molto onor, con molta lode, ei venne
Di Tur antico. — E che?, disse, tu adunque
Sperder volevi queste tre sì belle
Cose ch’io veggo in te, regal prosapia
E gentil volto e nero crin?... Ma eletto
Un loco or si convien ch’io ti destini
Nelle mie stanze aurifulgenti. Donna
Là ti farò di mie leggiadre spose,
Donna e regina. — E quella rispondea:
:Da che ti vidi, o re, fra gli altri illustri
Te solo io scelsi. — Ai due guerrieri un dono
Kàvus prence inviò, dieci cavalli
Di gran valor, una corona, un seggio.
Indi l’idolo suo nelle sue stanze
Bramoso accolse e comandò che in trono
Seduta ella vi stesse. Incliti e vaghi
Fûr gli ornamenti suoi, con drappi gialli,
Con turchesi e rubini e prezïosi
Lapislazzuli in copia; a lei di sotto
Trono fu posto che splendea d’avorio,
E su la fronte le fu dato un serto
Di bei rubini e di turchesi, ed altre
Cose v’erano assai, opra divina,
Quante eran d’uopo. Ell’era veramente
Qual di vivo color rubino intatto.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/320
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Alex brollo
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{{Ct|c=t1|III. Nascita di Siyàvish e sua educazione.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 380-383).}}
<poem>
:Nè molto andò che a primavera bella
Fu reso il vago suo splendor. Passate
Quando furono a lei sì adorna e cara
Ben nove lune, come sol splendente
Un infante ne uscì; leggiadro e vago
Quel pargoletto si mostrò. — Davvero!
Che or si dee fino al ciel, là tra le nubi,
Il regal trono sollevar! — Da lei
Venne adunque l’infante, ed un’alata
Perì sembrò, col volto suo piacente
Qual è di Aderbigiàn nelle contrade
Un idolo famoso. A Kàvus prence
Dissero allor: Giocondo frutto hai colto
Dalla tua cara giovinetta. — E il mondo
Tutto s’empì della sua fama, e niuno
Udì giammai che pargolo nascesse
Con tal volto e tal crin. Del mondo il prence
Siyavìsh il chiamò, poi rese grazie
A questo ciel pel figlio suo leggiadro,
E con segno d’onor fe’ un indovino,
Conoscitor degli astri inclito e grande,
Venirsi a lato. E quei che segni e computi
Dell’alto ciel conobbe e chiaro seppe
E il bene e il male e il come e il quanto, allora
Tosto scoverse che nemiche al regio
Infante eran le stelle, e si fe’ tristo
Come ne vide sonnolento il fato.
Trovò che bene e mal cagione a lui
Eran d’offesa e di dolor. Per esso
Fe’ ricorso all’Eterno e al genitore
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/321
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<poem>
Tutte svelò del figlio suo le sorti
E le vie ne mostrò partitamente.
:E fu cotesto fin che tempo volse,
E Rùstem venne appo il suo re. Nel grembo,
Egli dicea, ben si convien ch’io nutra
Questo tuo infante pari a lïoncello.
Se non han pregio i balii tuoi, signore,
Educator per l’ampia terra eguale
A me davver non è. — Molto pensava
D’Irania il prence in tal proposta, e poi
Cagion di pena non gli parve al core
L’acconsentir. Degli occhi suoi la luce,
Il suo core affidò lieto e festoso
A Rùstem battaglier, quel suo diletto
Che forte un dì saria, di gloria amante
Per l’ampia terra. E nel Zabùl recavalo
Il valoroso e un loco egli apprestavasi
Di rose in un giardin. Con molta cura
Del cavalcar, del tirar d’arco tutta
L’arte gli disvelava e qual de’ lacci
Attorti il modo. Anco gli apprese in pugno
Le briglie governar, salir le staffe,
E il come e lo perchè di cose molte
Fra lor diverse e il quanto. E diègli ancora
Delle feste i precetti e de’ conviti.
Del ber giocondo gli svelò il costume,
E la caccia con falchi e con segugi
Gli apprese poi. Del giusto e dell’ingiusto
Le ambagi gli mostrò, della corona.
Del regal seggio le sacrate norme,
L’arte del favellar, dell’armi in guerra
Tutti i costumi e del guidar le schiere
Modo e ragione, e tutte gli apprendea
Le cose belle ad una ad una, e molta
Ebbe fatica che a fruttar poi venne.
:E Siyavìsh fu tal nel mondo allora
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<poem>
Che de’ principi alcun pari non gli era
Di quella terra. Un dì che forte e grande
Egli divenne poi che andò stagione,
Sì che impigliar solea ne’ lacci suoi
Un lïone alla caccia, a quel gagliardo
Rùstem si volse e fe’ tai detti: In core
Alta mi venne del regale aspetto
Del padre mio necessità. Tu, o prode,
Crucciando il core e faticando assai,
Tutti i pregi d’un re con amorosa
Cura qui m’insegnavi. Or si conviene
Che vegga il padre mio di me virtudi,
Alta dottrina d’uom gagliardo e forte.
:L’eroe, di core leonino, tutta
Compì di lui faccenda, e in ogni parte
Messi inviava. Radunò gran copia
Di palafreni e di sergenti e molto
Argento ed or, cinti e suggelli ed elmi
E regi troni e vesti e bei tappeti,
Quanto recar potè là raccogliendo
Con pronta voglia. Ma di ciò che in serbo
Di Rùstem ne’ tesori allor non era,
Qua e là mandando, ei radunò sollecito
Copia infinita. Con tal pompa il suo
Diletto alunno ei pose in via. La gente
Meravigliando sogguardava, e insieme
Venia Rùstem fortissimo, cruccioso
Perchè Kàvus non fosse, e il popol tutto
A festa s’adornò, che a quel famoso
Rùstem volea gratificar. Mesceano
Succino ed auro e degli eroi sul capo
Gittavan poi con molta gioia; il mondo
Pieno fu allor di doni, e fu letizia
In ogni parte; ogni dimora o borgo,
Ogni castello s’adornò. Monete
Là, sotto al piè degli arabi cavalli,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/323
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<poem>
Gittavansi, e nessun per tutta Irania
Mesto fu visto allora. Ai palafreni
Di vin, di zafferan, di muschio eletto
In ogni parte era cosparso il crine.
Tosto che a Kàvus re novella giunse
Che Siyavìsh redìa con tutta pompa,
A Ghev e a Tus ei fe’ precetto uscissero
Festosi con timballi ed elefanti.
Tutti adunârsi i più famosi, e a questa
Mano andavane Tus, era dall’altra
Il fortissimo eroe. Con fiero incesso
Venian dinanzi al re, venian con quello
Arbor novello da’ bei frutti. E quando
Alla dimora di re Kàvus giunsero,
Grido levossi e fu dischiuso il varco.
Stavano a riguardar molti famigli
E turiboli avean, soavi odori,
Le man conserte al petto. Eran trecento
In ogni parte, e in mezzo a lor del capo
Soprastava il garzon, qual rigoglioso
Ed agile cipresso. Oro e lucenti
Gemme al piè gli spargean, con alte voci
Benedicendo a lui. Ma il garzoncello,
Ratto che il padre suo vide sul trono
Che d’avorio splendea, con la corona
Di fulgidi rubini alta sul capo,
Gli benedisse in pria, fecegli omaggio,
Indi per alcun tempo una preghiera
Sommessamente mormorò, la fronte
Chinata al suol. Ma poi sen venne al sire,
E quel duce d’eroi più volte al petto
Strinse quel caro capo. Inchiesta ei fece’
Di Rùstem battaglier, gli fe’ carezze,
E su quel trono in fulgidi turchesi
Il volle assiso. Ei ben vedea che molte
Cose nate sarìan, molte parole
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<poem>
Dette sariano un dì per quel suo figlio
Di tale aspetto, di tal forza e tale
Maestà di gran re. Meravigliava
Di lui quel padre e fea benaugurosi
Voti per lui d’assai. Per gli anni brevi
Del garzoncel, per tanta sua saggezza,
Sì che detto avrestù quell’alma pura
Aver nutrita Intelligenza, molte
Preghiere ei fece a Dio, fattor del mondo,
E il volto al suolo umiliò. Dicea:
:Fattor di questo ciel, Signor del sole.
Di saggezza Signor, da te discendono
I beni tutti, ed io dal figlio mio.
Almo Signor, fo inizio all’adorarti!
:Tutti con doni da gittarsi attorno
Gl’irani prenci andarono festosi
Appo l’inclito re. Meravigliavano
Maestà contemplando e portamento
Di Siyavìsh gagliardo, e grazie a Dio
Rendean compunti. Fe’ precetto il sire
Che venissero a lui cinti dell’armi
Magnati e prenci. Si versò per molta
Gioia festante nei giardini attorno
La folla tutta, nelle attigue stanze;
Festa solenne elli apprestâr, chiedendo
Vino e concenti e musici cantori.
Principe Kàvus ordinò tal festa
Gaia in quel dì, qual de’ regnanti alcuno
Mai non avesse di lui prima in terra
Apprestata agli eroi. Stetter que’ prodi
Per sette giorni letiziando, e poi,
Del giorno ottavo al cominciar, dischiuse
De’ suoi tesori quel gran re le porte
E un tesoro donò pieno d’elette
Cose al suo figlio, brandi acuti ed elmi,
Un suggello regal, seggi pomposi,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/325
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<poem>
Arabi palafreni, a cui sul dorso
Di durissimo legno eran le selle,
Gualdrappe, arnesi da recarsi in guerra,
Serici drappi e cofani e monete,
Fulgide gemme ed altre cose molte
E in meno e in più. Ma un ingemmato serto
Non gli donò, che di regal corona
Per lui non era il giorno e per la tenera
Età non n’era degno il giovinetto.
Queste donava preziose cose
A Siyavish il re; gli die l’annunzio
D’altre più belle ancor, speme gl’infuse.
Per molto amor, di molte cose, e poi
Per sett’anni il provò, sì che fu aperto
E manifesto ingenuo nascer suo
In tutte l’opre. All’anno ottavo, un serto
Di fulgid’oro, un aureo cinto, un aureo
Monil Kàvus gli die. Sovra lucente
Serico foglio un regio editto scrissero.
De’ prenci antiqui e degli eroi le norme
E il costume seguendo, e l’ampia terra
Di Kohistàn donava al figlio suo
Quel re possente, che ben degno egli era
Di regal seggio e di corona. Un tempo
Così chiamavan quella terra; ai nostri
Oiorni Ma-veran-nàhr tu la dirai.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
IV. Amore di Sùdàbeh.
(Ed. Calc. p. 383-387).
<poem>
Tempo trascorse da quel dì. Gioia
Il cor del sire per quel figlio suo,
E un giorno che assidea Kàvus regnante
Gol garzoncello, dalla porta a un tratto
</poem>
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<poem>
Arabi palafreni, a cui sul dorso
Di durissimo legno eran le selle,
Gualdrappe, arnesi da recarsi in guerra,
Serici drappi e cofani e monete,
Fulgide gemme ed altre cose molte
E in meno e in più. Ma un ingemmato serto
Non gli donò, che di regal corona
Per lui non era il giorno e per la tenera
Età non n’era degno il giovinetto.
:Queste donava prezïose cose
A Siyavìsh il re; gli diè l’annunzio
D’altre più belle ancor, speme gl’infuse.
Per molto amor, di molte cose, e poi
Per sett’anni il provò, sì che fu aperto
E manifesto ingenuo nascer suo
In tutte l’opre. All’anno ottavo, un serto
Di fulgid’oro, un aureo cinto, un aureo
Monil Kàvus gli diè. Sovra lucente
Serico foglio un regio editto scrissero.
De’ prenci antiqui e degli eroi le norme
E il costume seguendo, e l’ampia terra
Di Kohistàn donava al figlio suo
Quel re possente, che ben degno egli era
Di regal seggio e di corona. Un tempo
Così chiamavan quella terra; ai nostri
Giorni Ma-veran-nàhr tu la dirai.
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{{Ct|c=t1|IV. Amore di Sùdàbeh.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 383-387).}}
<poem>
:Tempo trascorse da quel dì. Gioia
Il cor del sire per quel figlio suo,
E un giorno che assidea Kàvus regnante
Col garzoncello, dalla porta a un tratto
</poem>
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Alex brollo
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<poem>
Arabi palafreni, a cui sul dorso
Di durissimo legno eran le selle,
Gualdrappe, arnesi da recarsi in guerra,
Serici drappi e cofani e monete,
Fulgide gemme ed altre cose molte
E in meno e in più. Ma un ingemmato serto
Non gli donò, che di regal corona
Per lui non era il giorno e per la tenera
Età non n’era degno il giovinetto.
:Queste donava prezïose cose
A Siyavìsh il re; gli diè l’annunzio
D’altre più belle ancor, speme gl’infuse.
Per molto amor, di molte cose, e poi
Per sett’anni il provò, sì che fu aperto
E manifesto ingenuo nascer suo
In tutte l’opre. All’anno ottavo, un serto
Di fulgid’oro, un aureo cinto, un aureo
Monil Kàvus gli diè. Sovra lucente
Serico foglio un regio editto scrissero.
De’ prenci antiqui e degli eroi le norme
E il costume seguendo, e l’ampia terra
Di Kohistàn donava al figlio suo
Quel re possente, che ben degno egli era
Di regal seggio e di corona. Un tempo
Così chiamavan quella terra; ai nostri
Giorni Ma-veran-nàhr tu la dirai.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|IV. Amore di Sùdàbeh.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 383-387).}}
<poem>
:Tempo trascorse da quel dì. Gioia
Il cor del sire per quel figlio suo,
E un giorno che assidea Kàvus regnante
Col garzoncello, dalla porta a un tratto
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 323 —|}}</noinclude>
<poem>
Venne Sudàbeh. Al rimirar del vago
Giovinetto il sembiante e il far gentile,
Si fe’ costei pensosa e il cor nel petto
Repente le balzò. Tale divenne,
Che detto avresti attenuarsi lei
Qual fil di seta o qual dinanzi al fuoco
Di ghiaccio un frusto. Ella spedì furtiva
Un messaggiero al garzoncello, e disse:
:A Siyavìsh ten va secretamente.
Così tu gli dirai: «Se all’improvviso
Dell’iranio signor le più secrete
Stanze entrerai, non sarà meraviglia».
:Andò il messo e rendea quel suo messaggio
Al garzoncello. S’adirò costui,
Di fama integra, e disse: Io per le stanze
Di femmine non son. Lascia le inchieste,
Gh’uom non son io da tradimenti e frodi.
:Al primo albor de la novella luce
Venne Sudàbeh al prence iranio, e fiero
N’era l’incesso e rapido. Signore
Di forti in guerra, ella dicea, non videro
La luna e il sol chi ugual ti sia, e penso
Che niuno in terra al figlio tuo sia pari.
Felice il mondo per cotesto nodo
Avventurato!.. Ma tu aperto a tue
Stanze l’accesso gli concedi, a quelle
SiroccHie sue, vaghe fanciulle, e digli,
Digli ancor ch’ei si rechi a quando a quando
Le sue sorelle a rimirar. Pel molto
Amor che hanno per lui, d’angoscia il core
È colmo a le fanciulle, è pien di lagrime
Il lor tenero volto. Oh! noi di molto
Onore il farem segno, incliti doni
Faremgli a gara, e farem si che frutto
La pianta rechi di verace ossequio.
:E il prence a lei: Giusto il tuo dir! Per lui
È di ben cento madri in te l’amore.
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2026-05-13T21:09:48Z
Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 324 —|}}</noinclude>
<poem>
Siyavìsh chiamò a sè. Dissegli: Amore
Mai celar non si può; poter del sangue
Non resta ascoso. Di cotal natura
Iddio ti fe’, che ognun che ti vedea,
Amor ti porta. Ma più veramente
Quei che per sempre t’è congiunto, allora
Che sol da lungi può vederti, come,
Come appo te può comportarsi? Vedi?
Dietro a cortina delle stanze mie
Stanno le tue sorelle e t’è qual madre
Sudàbeh affettüosa. Or, dietro a quella
Cortina, mira le fanciulle, e tanto
Rèstavi almen che con giocondi auguri
D’esse ciascuna ti saluti. — Ratto
Che udì parola dell’iranio sire,
Lo guardò in volto conturbato e incerto
Il giovinetto. Meditò pensoso
Per alcun tempo nel suo core, il grave
Turbamento del cor per discacciarne
Con generoso ardir. Credè che il padre
Investigar così volesse l’intimo
Di sua mente pensier, che ben sapea
Che arguto era colui, saggio ed accorto,
Di cor veggente, di gran senno, volto
Al sospettar. Si dolse ed a sè stesso
Peùsier secreto confidò. Movendo
Quel suo pensier da non incerta meta
Della regale intenzi̋on, S’io, disse,
Men vado al gineceo, sarà ch’io tocchi
Gran biasmo per costei! — Così rispose
Ad alta voce poi: Diemmi comando,
Seggio e corona il mio signor. Dal loco
Donde si leva a dar fregio alla terra
Quest’almo sol, fino a ponente, un prence
Non è quaggiù che la corona in capo
Cinga si come fai, con tal prudenza.,
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 324 —|}}</noinclude>
<poem>
:Siyavìsh chiamò a sè. Dissegli: Amore
Mai celar non si può; poter del sangue
Non resta ascoso. Di cotal natura
Iddio ti fe’, che ognun che ti vedea,
Amor ti porta. Ma più veramente
Quei che per sempre t’è congiunto, allora
Che sol da lungi può vederti, come,
Come appo te può comportarsi? Vedi?
Dietro a cortina delle stanze mie
Stanno le tue sorelle e t’è qual madre
Sudàbeh affettüosa. Or, dietro a quella
Cortina, mira le fanciulle, e tanto
Rèstavi almen che con giocondi auguri
D’esse ciascuna ti saluti. — Ratto
Che udì parola dell’iranio sire,
Lo guardò in volto conturbato e incerto
Il giovinetto. Meditò pensoso
Per alcun tempo nel suo core, il grave
Turbamento del cor per discacciarne
Con generoso ardir. Credè che il padre
Investigar così volesse l’intimo
Di sua mente pensier, che ben sapea
Che arguto era colui, saggio ed accorto,
Di cor veggente, di gran senno, volto
Al sospettar. Si dolse ed a sè stesso
Peùsier secreto confidò. Movendo
Quel suo pensier da non incerta meta
Della regale intenzi̋on, S’io, disse,
Men vado al gineceo, sarà ch’io tocchi
Gran biasmo per costei! — Così rispose
Ad alta voce poi: Diemmi comando,
Seggio e corona il mio signor. Dal loco
Donde si leva a dar fregio alla terra
Quest’almo sol, fino a ponente, un prence
Non è quaggiù che la corona in capo
Cinga si come fai, con tal prudenza.,
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 325 —|}}</noinclude>
<poem>
Con tal saper, con tal costume e legge
Di padri illustri. Or tu la via de’ saggi
Mostra, o signore, a me, de’ grandi un tempo,
De’ prenci esperti di gran cose. Ancora
Insegnami a trattar l’asta e le freccie,
L’arco e la clava e tra Le avverse file
A usarne in giostra. E m’apprendi costume
Del regal trono e leggi di tua corte,
De’ conviti le norme e del ber vino
Fra canti e suoni e fra coppieri. Oh! quale,
Qual cosa apprenderei del mio signore
Nel gineceo? Come potrìan le donne
A sapïenza addimostrar la strada?
:E Kàvus di rimando: figlio mio,
Datti pace e t’allegra, e sii tu sempre
Di bel costume difensor. Ben poche
Parole udii, sì come queste tue,
Acconcie e oneste; crescerà saggezza
Per questi sensi in te. Ma un rio pensiero
In cor deh! non serbarti e la rancura
Discaccia e rompi, e ti rallegra. Corri,
Corri a mirar le vaghe giovinette,
Abbian esse per te d’alcuna gioia
Qualche sentor. Dietro a le mie cortine
Son le sorelle, e, qual la madre tua,
Piena è d’amor per te Sudàbeh ancora.
E Siyavìsh allor: Verrò dimani
Al primo albor; ciò che il mio re comanda,
Io sì farò. Poi che di tal signore
Questo è precetto, è legge mia recarmi
Al loco ingiunto. — Era a que’ tempi tale
Di cui l’anima e il cor, la mente trista,
Eran guasti dal male; Hirbèd suo nome.
Mai non lasciò costui del suo signore
I ginecei, ma ne serbò le chiavi
In ogni tempo. All’uomo astuto e accorto
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<poem>
Prence Kàvus parlò: Dimani, allora
Che fuor trarrà dal suo secreto loco
I raggi questo sol, tu saggio e accorto
A Siyavìsh ne andrai. Vedi qual cosa
Ei ti comandi, e tu la compi. Ancora
A Sudàbeh dirai che muschio e gemme
Gli appresenti per me. Le ancelle poi
E le sorelle sue spargano attorno
Verdi smeraldi e zafferan lucente.
:Quando quest’almo sol dalla montagna
Alta levò la fronte, il giovinetto
Sen venne al sire. Il benedisse e omaggio
Anco gli fe’. Secretamente seco
Stette il gran prence a favellar, ma poi,
Sciolto d’ogn’altra cura, Hirbèd chiamossi,
Parole acconcie ebbe con lui. Si volse
A Siyavìsh allor: Tu va con esso,
A spettacol novello appresta il core.
:Lieti nell’alma, scevro il cor d’angoscia,
Ambo uscirono e insieme. E le cortine
Ratto che Hirbèd levò alla porta, grave
Per vicin danno Siyavìsh temenza
Ebbesi in cor. Ma gli venìano incontro
Tutte le giovinette, a lui bramose
Venìan di festa; e l’inclita dimora
Da confine a con fin tutta era sparsa
Di muschio e zafTeran, d’auree monete.
Auree monete sotto a’ piedi suoi
Furon gittate, e fûr commisti insieme
E gemme ed or. Sotto a cinese drappo
Stava coperto il suol, ma tutto ancora
Era di perle d’un color lucente
Il suol cosparso; é v’eran canti e suoni
Di musici pur anco e vin gagliardo
E fragranze, e sul capo in gemme fulgide
Preziose corone. Un paradiso
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<poem>
Era davver quel gineceo, di tante
Fanciulle adorno e d’ogni eletta cosa.
:Al primo entrarvi, Siyavìsh lucente
Seggio mirava, tutto d’or. Figure
Eranvi di turchesi artificiose
In vaga foggia, e tutto era di serici
Drappi coperto, d’un gran re ben degni.
Sopra quel trono, quale un paradiso
Per le vivide tinte e le fragranze.
Stava Sudàbeh dal bel volto, volto
Di bianca luna, e vi sedea qual splende
Il Canopo in Yemèn. In su le spalle,
Ricci su ricci, le cadea de’ bruni
Capegli il bel volume e le scendeano
Le treccie fino al piè, quai lacci attorti
D’un color negro. Aveasi posto in fronte
Una corona alta e lucente, e in piedi
Stavale accanto a capo chino e gli aurei
Sandali le reggea fidata ancella.
:Sudàbeh, come Siyavìsh ne venne
Dalla cortina, giù balzò dal trono
Precipitosa. Ella sen venne (fiero
N’era l’incesso) a lui, fecegli omaggio,
Strinselo al petto un lungo istante e il volto
Gli baciò lungamente e gli occhi fulgidi.
Nè venne a sazietà del giovin sire
Di rimirar l’aspetto. Oh! cento volte
Grazia è questa di Dio, dissegli. Sempre
Dio compunta adorai tutte di notte
Nelle tre veglie taciturne e in tutte
L’ore del dì, che niuno ebbesi un figlio
Del tuo costume, e nessun re simile
A quel di Kàvus fe’ connubio! — Ratto
Ei s’avvedea qual fosse amor cotesto;
Non per la via del ciel sì caldo amore
Si disvelava. Ond’ei rapidamente
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<poem>
(Che opra indegna gli parve a tutti in vista
Rimanersi a quel loco) alle sirocchie
Si trasse. L’acclamar le sue sirocchie
E fer voti per lui; sovra dorato
Sgabello l’adagiar. Poi che rimaso
Ei fu colà tra le sirocchie sue
Tempo non breve, al padre suo tornavasi
A piè del trono, e il gineceo per lui
Tutto fu pieno di bisbigli e strepiti.
Guarda, dicean, la sua corona e quella
Fronte altera, di lui, che sapienza
Ama e virtù! Non somiglia, diresti.
Ad uom per certo, e l’alma sua leggiadra
Virtù trasfonde in chi da lungi il guata.
:Così adunque tornava al genitore
Siyavìsh, e dicea: Tutte già vidi
Le stanze tue riposte. Inclita parte
D’ogni bene avestù nella terrena
Dimora inver, nè ti si addice a Dio
Mover lamento. Di Gemshìd più assai,
D’Hoshèng e di Fredùn, sei tu possente
Per brando vincitor, per bellicose
Genti fedeli e per tesori! — Il prence
A tal parola giubilò; qual gaia
Primavera adornò l’aula sua regia.
Recaron vino e musici stromenti,
Da cure di quaggiù sciolsero il core.
:Quando apparve la notte e giù nell’ombre
Discese il dì, recossi al gineceo
L’inclito sire. Di Sudàbeh sua
Fe’ inchiesta e disse: Tu celar non dèi
Secreto del tuo cor. Parla del mio
Figlio bennato e del suo dolce aspetto.
Del portamento suo, dei detti suoi.
Di sua prudenza e di suo senno. È caro?
È sapiente?.. Me’ vederlo è assai,
Quando pur dolce sia l’udirne i pregi.
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<poem>
:E a luì Sudàbeh: Uguale al signor mio
Uom non videro in trono i prenci mai,
E non le genti... Deh! chi fia pel mondo
Eguale al figlio tuo?... Perchè dovremmo
Farne motto in secreto? — A lei dicea
Kàvus allora: I suoi perfetti giorni
Quand’egli toccherà, occhio maligno
Deh! noi sogguardi! — E rispondea Sudàbeh:
:Se il figlio tuo la mia parola accoglie,
Concorde al mio sarà pensier di lui
Per ch’io del seme de’ congiunti nostri
Sposa gli dia, sposa non già fra questi
Prenci illustri del regno. Ella gli rechi
Nel mondo un figlio, fra i regnanti a lui
Nell’aspetto simil. Leggiadre figlie
Che somigliano a te, molte ho ben io,
Di tua semenza e del connubio ingenuo
Nobile frutto. Ei ben potrìa la dolce
Compagna sua toccar dalla semenza
Di Kay-Arìsh, di Kay-Pishìn. Di gioia
Egli farìa benaugurosi voti.
:E tale è il voler mio, Kàvus rispose.
La mia grandezza e la mia gloria sono
A me nobile meta. — Al primo albore
Siyavìsh corse appo il suo re. Fe’ voti
Benedicendo al seggio imperïale,
Benedicendo alla corona, e il padre
Così col figlio suo, poi che agli estrani
Ciò asconder volle, incominciò: Da Dio,
Signor del mondo, serbo in me desire
Che celo in cor, per che di te qui resti
In ricordanza il nome tuo. Un prence
Esca dai lombi tuoi, sì che tu allegri
Il tuo bel core nel suo dolce aspetto
Com’io di gioia ebbi ridente il volto
Al dì del nascer tuo. Ben certo segno
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<poem>
Nella tua stella vidi, al dir conforme
Di sacerdoti astrologi, che un prence
Uscir dovrìa da’ lombi tuoi, qui in terra
Dolce ricordo tuo.... Scegli tu adunque
La donna tua fra queste di magnati
Leggiadre figlie. Volgi gli occhi tuoi
Di Kay-Pishìn al gineceo; son molte
Anche di Kay-Arìsh nella dimora
Vaghe fanciulle. A questa parte e a quella
Ti volgi intanto e all’opera ti accingi.
:E il garzoncello a lui: Son io del prence
I1 servo e il capo mio s’inchina a tutti
I suoi comandi e i suoi consigli. Quella
Ch’egli scerrà per me, di me fia degna.
È donno a’ servi suoi chi sire è detto
Dell’ampia terra... Ma non sia che questa
Cosa Sudàbeh intenda mai. Ben altro
Ella dirìa da ciò, nè quel cor suo
Fede in cotesto avrebbe. In lei non sono
Parole di tal guisa, ed io non trovo
Là ne’ suoi ginecei per me alcun’opra.
:Di Siyavìsh alle parole rise
L’iranio prence; ei non sapea che l’acqua
Sta sotto strame che galleggia. Scegli,
Che ben t’è d’uopo, egli dicea, la sposa;
Non temer di colei fra l’altra gente.
Spirano amore i detti suoi; tu pensa
Ch’ella del viver tuo veglia sui giorni.
:Gioì Sìyàvish a que’ detti, e libera
Da ogni tristo pensier l’anima sua
Uscì d’un tratto. Rese omaggio al sire
Dell’ampia terra e supplicando innanzi
Al trono suo Dio venerò. Ma in core
Dolente egli era e lacerato all’alma
Per la scaltra Sudàbeh. Ei s’avvedea
Che di Kàvus il dir venìa da lei,
E n’ebbe attrita la persona e grama.
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{{Ct|c=t1|V. Abboccamento di Siyâvish con Sûdâbeh.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 387-390).}}
<poem>
:Fra cotesti sermoni e cotai detti
Anche andò quella notte e il ciel volgea
Sovra la terra oscura. Alta sedette
Sudàbeh e lieta su quel trono, e in capo
Di fulgidi rubini un dïadema
Si pose. Intorno a sè tutte chiamava
Le vaghe figlie sue, tutte adornavale
E fea seder sovra sgabelli d’oro
A sè d’accanto. Stavanle dinanzi
Le ancelle in piè come di foggia nuova
Idoli, e detto avresti un paradiso
Esser quel loco e la dimora. Intanto
Fe’ un motto a Hirbéd la bellissima donna
Qual luna: Vanne omai; queste parole
A Siyavìsh tu reca: «Or si conviene
Che tu affatichi il piè, perchè tu mostri
A me il tuo volto e l’eretta statura».
:Hirbéd correndo venne, e disse ratto
Quelle che udite avea parole allora
Nel gineceo. Si mosse il giovinetto
Con grave incesso e venne a lei; vedea
Quel trono suo, vedea la fronte e quella
Aurea corona. Stavanle dinanzi
Le ancelle in piè come di foggia nuova
Idoli, e detto avresti un paradiso
Esser quel trono e la dimora. Intanto
Scese dal trono la regina e corse
Incontro a lui, di gemme ampio-splendenti
La fronte ornata e il crin. Sedea sul trono
Di fulgid’auro il bel garzone, e quella
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<poem>
Stavagii di rincontro ossequïosa,
Le braccia al sen conserte. Ella mostrava
Le sue fanciulle al giovinetto sire
Anche inesperto, ed eran gemme intatte.
:Dentro a quest’aula vedi tu, dicea,
Le vaghe ancelle che dorate al crine
Han le corone? Tenere son tutte,
Idoli di Tiràz. Iddio formolle
E di grazia e di vezzi. E se d’alcuna
Aspetto vago ti colpì, ne guata,
Ne guata il volto e la gentil persona.
:Come d’alquanto Siyavìsh rivolse
Gli occhi, niuna da lui ritorse il guardo,
Ma quella a questa e questa a quella un detto
Sommessamente mormorò: Non osa
Il prence rimirar fanciulla alcuna. —
Ratto allor si ritrassero in disparte
A’ lor sedili, in cor maledicendo
La sorte sua ciascuna. Allor che tutte
Ite eran quelle, A che tanto nascondi,
Sudàbeh disse, una parola in core?
Tu, cui bellezza di Perì nel volto
È veramente, del tuo cor la dolce
Brama a che non disveli? E perde il senno
Ognun che da lontano anche ti mira,
E suo sposo ti sceglie.... A quante sono
Vaghe fanciulle qui, volgi con molto
Senno lo sguardo indagator; ti eleggi,
Quella ti eleggi ch’è di te più degna.
:Siyavìsh tacque nè risposta rese.
Nel suo vergine cor questo pensiero
Dubitoso gli venne: A me non resta
Che lagrimar pel vergine mio core.
Meglio sarìa che donna io mi scegiiessi
Fra i miei nemici. Da principi illustri
Tutte narrarmi le avventure udii
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<poem>
Dell’Hamavàr, che fe’ l’astuto vecchio
D’Irania al sire, allor che sì gran turba
Di forti Irani ei trucidò. Costei
Ch’è pur sua figlia, di maligne astuzie
Ha pieno il cor; non vuol costei che restino
E nervi e polpe a nostra stirpe antica. —
Così non schiuse alla risposta il labbro.
:Si tolse il velo dalle gote allora
La vaga donna e disse: Ove tu il sole
Miri splendente su novello seggio
Con la luna novella, oh! meraviglia
Certo non è se vile appar la luna,
Che aver tu brami il sol. Chi vide in trono
Tutto d’avorio una leggiadra donna
Qual io mi sono, su la fronte un serto
Di rubin, di turchesi, ove non degni
D’un guardo sol la luna vilipesa
Nè beltà riconosca in altra donna,
Meraviglia non è... Che se fia mai
Che tu faccia con me solenne un patto
Nè contrasti nè curi alcun pensiero,
Ancella i’ ti farò tenera figlia
A te dinanzi. Ma tu ferma un patto,
E al detto mio non contrastar, giurando
Che allor che migrerà dalla terrena
Dimora il signor mio, tu successore
Al loco suo sarai per me. Periglio
Non soffrirai che allor m’incolga o danno
E al par dell’alma tua cara m’avrai.
Ecco a te qui mi sto, l’anima data
E dato il corpo a te. Farò qual cosa
Tu più vorrai, conforme al tuo desire,
Nè il capo ritrarrò dal laccio tuo.
:E il cinse al capo e lo baciò. Costei
Ogni pudor così scordava. Intanto
Si fer qual sangue per vergogna al prence
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<poem>
Rosse le gote; ei fe’ leggiadro il ciglio
D’una lagrima ardente e così disse
Nel turbato suo cor: Dall’opra infida
D’un Devo ingannator Dio m’allontani
Ch’è signor de le stelle. Al padre mio
La fè non disdirò, patto nessuno
Stringer vogl’io con Ahrimàne... Eppure
Questa impudica negli sguardi, ov’io
Con un freddo parlar le rispondessi,
Tutta s’accenderebbe e quel suo core
Arderebbe di sdegno, ed ella incanto
Farla qual maga contro a me in secreto,
E fè darebbe a le parole sue
Del mondo il re... Deh! che miglior consiglio
Questo sarà che dolce io le favelli,
Calda la serbi e procace in amore!
:Così le disse poi: Quaggiù nel mondo
Chi ti somiglia, o donna mia?... Novella
Luna tu sembri veramente e d’altro
Sposo degna non sei fuor che del sire.
Or gran cosa è per me che una tua figlia
A me ne venga, e non vuoisi davvero
Che altra, fuori di lei, vengami sposa.
Forte insisti su questo e al prence iranio
Tu ne parla, e tu vedi qual risposta
Ne toccherai.... Costei vogl’io, per lei
Fo un patto e d’esso a te daccanto rendo
Mallevadrice la mia lingua, ch’io
Ad altra mai non volgerò il mio core,
Fin ch’ella uguagli me nella statura.
E tu mi parli del mio volto? Amore
Nell’alma esso t’infuse; oh! Iddio soltanto
Con la sua gloria un dì cotal mi fece,
vaghissima donna! Or tu, prudente,
Non disvelar questo tremendo arcano,
Non ne parlar, che niuna arte sottile,
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<poem>
Fuor che in celarlo, m’è concessa. "Vedi
Che regina sei qui, donna e signora,
E penso ancor che madre tu mi sei.
:Disse, e all’istante uscì. Restò Sudàbeh
Orba di mente e d’anima e di core.
:Allor che ritornava al gineceo
Principe Kàvus, ei guardossi attorno
E Sudàbeh il vedea. Corse appo il sire
E d’ogni cosa gli diè lieto annunzio,
Di Siyavìsh tutto narrògli. Venne,
Venne, ella disse, e contemplò quest’ampia
Dimora tua, mentr’io tutte le vaghe
Fanciulle radunai che neri han gli occhi.
Detto avrestù che d’alto aura scendea
Di voluttà e d’amor, tanto era bello
Per tante vaghe e tenere fanciulle
Il vasto loco. Ma nessuna a lui
Gradita venne fuor che la mia figlia,
Niuna bella appo lui ebbesi pregio.
:Tanto il sire gioì per quegli accenti,
Che detto avresti la candida luna
Essergli allor dal ciel discesa in grembo.
Schiuse le porte de’ tesori, e gemme
Fuor ne traea con aurei cinti e fulgidi
Drappi tessuti in or, smaniglie assai,
Anelli e serti ed un monil lucente,
Premio al valor, con aurei seggi. Un ampio
Tesoro fu davver, d’ogni più eletta
Cosa fornito, e sì n’avean pienezza
Le genti allora. Ma Sudàbeh tutto
Stavasi ad osservar; meravigliossi
Punta nel cor, sì che pensando molte
Arti sue richiamavasi alla mente.
S’egli non cede al mio voler, pensava,
Concederò che quest’anima mia
Sì tormenti e sì crucci... E son ben molte,
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<poem>
Triste o belle che sian, l’arti che adopransi
Aperte o ascose. Adoprerolle tutte;
E s’ei da me volge la fronte, voce
Contro a lui leverò nell’assemblea.
:Con gli orecchini, e postasi sul capo
Una corona tutta d’or, sedette
Sudàbeh in trono. D’appellar fea cenno
Prence Siyàvish al suo fianco e molte
Parole avea con lui. Dissegli alfine:
:Un tesor t’apprestava il signor mio,
Nè di tal foggia l’uom trono e corona
Vide giammai, con tante cose elette
Cui misura non è; cento elefanti
E cento ancor d’uopo sarìan, se tutto
Volessi carreggiar... Io la mia figlia
Ti darò sposa, ma su me soltanto,
Sul serto mio, su questo viso, fermi
Devi gli occhi tener. Quale hai cagione,
Perchè dall’amor mio così tu fugga,
Dall’aspetto e dal volto? Allor che in pria
Ti vidi, caro, come morta fui.
Stetti gemendo e sospirando, al core
Offesa sì, che pel dolor non veggo
Il chiaro giorno e penso che nel cielo
Intenebrava il sol. Già da sett’anni
Scender mi fa l’amor giù per il volto
Un pianto di dolor. Deh! fammi lieta
In parte ascosa, rendimi un sol giorno
Di mia giovine età! Doni regali
Ti darò più d’assai che non ti porse
Del mondo il prence, serti ed elmi e troni.
Ma se non cedi al mio voler, se al patto
Rifuggi e sprezzi il mio consiglio, tutta
Io sperderò la tua possanza. Tenebre
Luna e sol si faranno agli occhi tuoi.
:E Siyavìsh a lei: Questo non sia
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<poem>
Che la legge del ciel per me si lasci
Del cor per trista voglia! Il padre mio
Tradir così dovrei, dovrei partirmi
Da mia saggezza e lealtà... Rammenta
Che regal donna qui sei tu qual sole
De’ regnanti sul trono! e non è bello
Che si discopra in te colpa sì rea.
:Balzò dal trono per contrasto ed ira,
Ma Sudàbeh su lui cacciò la mano.
Di questo cor tutto il secreto, disse,
A te, di cor maligno, io disvelai.
Or da stolto vuoi tu onta recarmi,
Stolta farmi apparir dinanzi ai saggi?
<poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VI. Inganni di Sudàbeh.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 390-394).}}
</poem>
:Stese le mani, tutte lacerossi
Le vestimenta e si graffiò le gote
Ambe con l’ugne. Sorse alto un lamento
Di lei dal gineceo, le voci sue
Andarono alla via dal regio ostello,
Dal regio ostel, da la regal dimora,
Tal grido si levò, che detto avresti
Esser la notte veramente, in cui
Gli estinti corpi torneranno a vita.
:Novella certa agli orecchi venia
Del maggior prence. Egli balzò dal seggio
Imperïal. Discese, ei sì, dall’aureo
Suo trono, assorto in un pensier la mente,
E corse al gineceo. Venne, e Sudàbeh
Ratto ch’ei là vedea graffiata al volto,
Ratto ch’ei là vedea d’alto scompiglio
Piena la reggia, dimandò a ciascuno,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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3835185
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<poem>
Che la legge del ciel per me si lasci
Del cor per trista voglia! Il padre mio
Tradir così dovrei, dovrei partirmi
Da mia saggezza e lealtà... Rammenta
Che regal donna qui sei tu qual sole
De’ regnanti sul trono! e non è bello
Che si discopra in te colpa sì rea.
:Balzò dal trono per contrasto ed ira,
Ma Sudàbeh su lui cacciò la mano.
Di questo cor tutto il secreto, disse,
A te, di cor maligno, io disvelai.
Or da stolto vuoi tu onta recarmi,
Stolta farmi apparir dinanzi ai saggi?
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VI. Inganni di Sudàbeh.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 390-394).}}
<poem>
:Stese le mani, tutte lacerossi
Le vestimenta e si graffiò le gote
Ambe con l’ugne. Sorse alto un lamento
Di lei dal gineceo, le voci sue
Andarono alla via dal regio ostello,
Dal regio ostel, da la regal dimora,
Tal grido si levò, che detto avresti
Esser la notte veramente, in cui
Gli estinti corpi torneranno a vita.
:Novella certa agli orecchi venia
Del maggior prence. Egli balzò dal seggio
Imperïal. Discese, ei sì, dall’aureo
Suo trono, assorto in un pensier la mente,
E corse al gineceo. Venne, e Sudàbeh
Ratto ch’ei là vedea graffiata al volto,
Ratto ch’ei là vedea d’alto scompiglio
Piena la reggia, dimandò a ciascuno,
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<poem>
E molto s’attristò, che l’opra infida
Non conoscea di quella donna mala,
Ch’ebbe di selce il cor. Dinanzi a lui
Urlò Sudàbeh in pria, lagrimò alquanto
E il crine si strappò. Venne, ella disse,
Venne daccanto al seggio mio quel tuo
Figliuolo, Siyavìsh, Tendea le mani
E forte avviticchiavasi. «Te sola,
Dicea, te sola io vo’. Così a te pure
Dir di me sarà d’uopo. È l’alma mia
Piena d’amor per te; pieno è d’amore
Il corpo mio. Perchè rifuggi, o bella,
E ti schermisci?». Dalle negre chiome
La corona ei mi tolse, e le mie vesti
Dal seno mi cadean disciolte e rotte.
:Si fa’ pensoso a quegli accenti il sire.
Di molte cose fece inchiesta, e intanto
Così disse nel cor: Se il ver costei
Favella e per tal via frodi non cerca,
D’uopo sarà che a Siyavìsh il capo
Recidasi. Cotesta all’intricato
Nodo sarà per questa via la chiave.
:Or che dirà l’uora saggio? — Ecco! pudore
Si volge al sangue nella vaga istoria!
:Era la gente, là raccolta, avvezza
Troppo al servir per disvelar quel vero
E troppo accorta; ei ne sgombrò la stanza
E restò solo. La sua donna allora
E Siyavìsh chiamò; con senno e tutta
Prudenza al figlio suo così dicea:
:Non mi celar l’alto secreto. Male
Che fec’io, tu non festi; or per leggieri,
Non ben pensati accenti, io di soverchio
M’attristo in cor. Deh! perchè mai dovea
Farti invito alle mie stanze secrete?
Ora il duolo gli è mio, ma tuo l’inganno,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/342
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<poem>
Ma tua la frode. Cerca il vero intanto
E il volto scopri a me. Lo strano evento,
Sì come accadde, tu mi narra adunque.
:E Siyavìsh a lui tutto che accadde,
Narravagli, e perchè contro a Sudàbeh
Sdegnato egli era. Le- parole ei disse
Partitamente, le parole corse
Fra lor secrete. No, gli rispondea
Sudàbeh, oh no! non è già questo il vero!
Questa persona mia sola ei cercava
Tra le fanciulle. Il tuo desìo, qual dono
Far gli volevi tu, secreto o aperto,
Ben io gli dissi e le monete e il serto
E i tesori e la figlia e l’altre cose
Elette e prezi̇ose e quel ch’io pure
Aggiunto avrei di mia regal ricchezza,
Dovizie date alla mia figlia. Ei disse
Ch’uopo non era a lui degli opulenti
Doni del padre, e non rinvenne modo
Ch’ei volesse veder la figlia mia.
«Te sola vo’, dicea più volte il tristo,
Te sola vo’ fra tutte, e dei tesori
Io che farmi non so, non d’altra donna,
Senza, senza di te». Così condurmi
Volle ad opra nefanda e nelle sue
Forte le man mi strinse. Io già non feci
La sua brama proterva, ond’ei le chiome
Divelsemi dal capo, e il volto mio
Guasto da l’ugne andò... Ma tu, signore.
Pensa che in grembo la tua dolce prole
Io celo, qual venia da’ lombi tuoi,
E che a morte vicino andò quel pargolo
Per grave affanno, quando angusto innanzi
A me si fece e tenebroso il mondo.
:Il re disse nel cor: Di questi due,
No, non vengono all’uopo i detti avversi.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/343
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<poem>
Precipitar non vuoisi in ciò, che svia
Di core angustia ogni saggezza ancora.
A ciò si guardi in prima. E testimonio
Il core ci darà, se veritiero
Dir si possa quel cor. Veggasi intanto
Il colpevol fra i due, chi per sua mala
Intenzion si merti disciplina.
:Arte d’inchiesta allor pensò cercando.
Di Siyavìsh la man primieramente
Intento egli odorò, fiutògli ancora
E il braccio e il petto e il capo e la persona
Tutta e dovunque, e non sentì fragranza
Alcuna in lui, niun segno gli scoverse
Di contatto con lei, mentre sentia
Qual da Sudàbeh respirasse odore
Di vin, di puro muschio e d’un’essenza
Di rose porporine. Egli crucciavasi
E la sua donna biasimava e il core
Gonfio sentìa d’un’alta offesa. Intanto
Ei si dicea: Costei col brando acuto
Dilanïar si vuol! — Ma poi pensiero
Ei fece d’Hamavàr, quando là sorsero
E battaglie e tumulti e aspre tenzoni,
E pensò ch’ei fu in ceppi, allor che niuno
Eragli accanto dei congiunti suoi,
Niun de’ cognati. Gli fu ancella sola
Sudàbeh notte e dì; del dolor suo
Ella si dolse, nè però dischiuse
Il labbro a lamentar. Pensò che un core
Pien d’amore ell’avea, sì ch’era d’uopo
Molte colpe scordar. Pensò che piccioli
Figli ei si avea da lei, che mai di pargoli
Estimar non si vuol lieve l’affanno.
Anche pensò che di colpa era immune
Siyavìsh, e di lui sapea quel sire
L’alta saggezza, onde chiamollo e disse:
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/344
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<poem>
:Tu non darti pensier, ma sii prudente
E pensa alla tua via. Di ciò che avvenne,
Non far ricordo, non parlar, che questo
Ben strano caso non convien che grande
Facciasi e peso tra la gente acquisti.
:Come s’avvide che da meno ell’era,
Che non a lei avvinghiavasi il core
Del suo signor, cercò, nell’opra trista,
Sottil’arte Sudàbeh e di vendetta
Arbor piantò novello. Era una donna
Nel gineceo con lei, dotta in ogn’arte,
D’inganni piena e di magia. Costei,
Gravida, si celava un pargoletto
Nel sen materno e per gravezza molta
Moveva a stento sovra il suol le piante.
A lei Sudàbeh il suo secreto aperse,
Aita le cercò. Ferma impromessa
Io da principio da te chieggo, disse.
:Ebbe da lei promessa, ed oro in copia
Donavale Sudàbeh. Or tu di questo
Non far parola, le dicea, ma forte
Una beva t’appresta e il tuo portato
Disperdi ratto. Vuota rimarrai,
Ma non dirai l’arcano mio. Deh! almeno
Le mie menzogne e tanti inganni miei
Abbiano qualche onor per la tua prole!
A Kàvus i’ dirò ch’ell’è pur mia,
D’Ahrimàn per la destra in fiera guisa
Uccisa e guasta. Perchè almen verace
Dinanzi a Siyavìsh mio dir si mostri,
Arte è d’uopo cercar. Che se tu nieghi
Ascolto a me, dinanzi al signor mio
L’alto mio onore, intendi tu, s’intenebra,
Ed io n’andrò dal regal seggio esclusa.
:E la donna rispose: A te son io
Umile schiava, ad ogni tuo comando
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/345
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<poem>
Io la mia fronte inchino. — Allor che oscura
Sorse la notte, una possente beva
La donna trangugiò. L’acerbo parto,
Opra malvagia d’Ahrimàn, giù cadde.
Eran due feti insiem commisti, quali
Prole di Devi orrenda. Oh! qual dovria
Esser prole di Devi e di maliarde?
:D’oro una lance spazïosa allora
Sudàbeh fea recar (ne fe’ precetto
Ella stessa a le ancelle) e in essa i feti
D’Ahrimàn deponea. Gridava allora
Scomponendo sue vesti e la maliarda
Celava lungi e sul letto gittavasi.
Dalle stanze riposte andar per tutta
La reggia gli urli suoi. Quante eran quivi
Ancelle accolte, rapide venièno
Tutte a Sudàbeh, e là, vedeano morti,
In lance d’oro, ambo i fanciulli. Strida
La reggia e gli astri superar del cielo.
:Ratto che udì da’ ginecei quel grido,
Kàvus tremò, da’ sonni suoi diè ascolto,
La cagion ne cercò. Dissero allora
Qual sopravvenne alla sua bella sposa
Nemica sorte. E s’attristò, ma tacque,
Nè si levò che all’alba prima e venne
Turbato al gineceo. Vide giacente
Sudàbeh, intorno a lei tutte raccolte
Conturbate le ancelle e là, in disparte.
Su l’aurea lance abbandonati i due
Feti immaturi, sconciamente scossi,
Miseramente infranti. Ecco! Sudàbeh
Per gli occhi lagrimò. Limpido il sole
Vedi, gli disse, omai! Ciò che pur fece
Di male il figlio tuo, veracemente
Io ti dicea; ma tranquillo tu andavi
Insanamente alle parole sue.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/346
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<poem>
Il cor del prence sospettò. Pensoso,
Poi che di là n’andò, restava il sire
Per alcun tempo e in cor dicea: Qual’arte
Adoprerem per tal iattura? Vana
E futile al mio cor non degg’io renderla!
Principe Kàvus riguardò chi mai
Gli astri osservasse e ne fe’ inchiesta e tutti
A sé invitò d’Irania i saggi e fece
Dimande assai ; tutti a seder li pose
In troni aurifulgenti. Andar co’ prenci
Parole assai d’ogni maniera e guisa
Di Sudàbeh e dell’armi e delle pugne
Là in Hamavàr, perchè de’ casi suoi
Egli avesser contezza e con scienza
L’opre di lei sapesse ognun. Parlava
Di que’ fanciulli assai, ma saggio e accorto
Ogni secreto più velato ascose.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
VII. Consiglio degl’indovini.
(Ed. Calc. p. 394-396).
<poem>
Sette giorni trascorsero pur anco
Dopo cotesto e misura colmavasi
Del tristo incanto. Agli astrolabi ei porsero,
Alle carte astronomiche la mano,
E sette giorni ancor passa van ratto.
Dissero alfìn: Se tu veleno infondi
In una coppa, come mai potria
Mutarsi in vin quel tosco?... I due fanciulli
Son di ben altra stirpe. Elli non sono
Di regal seme, non di questa madre.
Se fosser elli di regal prosapia,
Cosa lieve saria cercar cotesto
Dopo tanta rancura. Oh! ma su in cielo
</poem>
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<poem>
Il cor del prence sospettò. Pensoso,
Poi che di là n’andò, restava il sire
Per alcun tempo e in cor dicea: Qual’arte
Adoprerem per tal iattura? Vana
E futile al mio cor non degg’io renderla!
Principe Kàvus riguardò chi mai
Gli astri osservasse e ne fe’ inchiesta e tutti
A sé invitò d’Irania i saggi e fece
Dimande assai ; tutti a seder li pose
In troni aurifulgenti. Andar co’ prenci
Parole assai d’ogni maniera e guisa
Di Sudàbeh e dell’armi e delle pugne
Là in Hamavàr, perchè de’ casi suoi
Egli avesser contezza e con scienza
L’opre di lei sapesse ognun. Parlava
Di que’ fanciulli assai, ma saggio e accorto
Ogni secreto più velato ascose.
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VII. Consiglio degl’indovini.
(Ed. Calc. p. 394-396).
<poem>
Sette giorni trascorsero pur anco
Dopo cotesto e misura colmavasi
Del tristo incanto. Agli astrolabi ei porsero,
Alle carte astronomiche la mano,
E sette giorni ancor passa van ratto.
Dissero alfìn: Se tu veleno infondi
In una coppa, come mai potria
Mutarsi in vin quel tosco?... I due fanciulli
Son di ben altra stirpe. Elli non sono
Di regal seme, non di questa madre.
Se fosser elli di regal prosapia,
Cosa lieve saria cercar cotesto
Dopo tanta rancura. Oh! ma su in cielo
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<poem>
:Il cor del prence sospettò. Pensoso,
Poi che di là n’andò, restava il sire
Per alcun tempo e in cor dicea: Qual’arte
Adoprerem per tal iattura? Vana
E futile al mio cor non degg’io renderla!
:Principe Kàvus riguardò chi mai
Gli astri osservasse e ne fe’ inchiesta e tutti
A sè invitò d’Irania i saggi e fece
Dimande assai; tutti a seder li pose
In troni aurifulgenti. Andar co’ prenci
Parole assai d’ogni maniera e guisa
Di Sudàbeh e dell’armi e delle pugne
Là in Hamavàr, perchè de’ casi suoi
Egli avesser contezza e con scïenza
L’opre di lei sapesse ognun. Parlava
Di que’ fanciulli assai, ma saggio e accorto
Ogni secreto più velato ascose.
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{{Ct|c=t1|VII. Consiglio degl’indovini.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 394-396).}}
<poem>
:Sette giorni trascorsero pur anco
Dopo cotesto e misura colmavasi
Del tristo incanto. Agli astrolabi ei porsero,
Alle carte astronomiche la mano,
E sette giorni ancor passavan ratto.
Dissero alfìn: Se tu veleno infondi
In una coppa, come mai potria
Mutarsi in vin quel tosco?... I due fanciulli
Son di ben altra stirpe. Elli non sono
Di regal seme, non di questa madre.
Se fosser elli di regal prosapia,
Cosa lieve sarìa cercar cotesto
Dopo tanta rancura. Oh! ma su in cielo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 344 —|}}</noinclude>
<poem>
Non è arcano di ciò chiaro ed aperto,
E tu sappi, signor, che in tutto il mondo
Tal prodigio non è. — Dinanzi al prence
D’Irania allor, dinanzi all’assemblea,
Di donna impura e rea fecero aperti
I chiari segni. Ma ciò tenne ascoso
Principe Kàvus, nè fe’ motto; in core
Il grave arcano ei seppellì. Gemea
Sudàbeh intanto e giustizia chiedea.
Chiedeva aita al re del mondo. In questo.
In questo, disse, col mio re m’accordo
Perch’egli mi percuota e dalla reggia
Via mi discacci. Ma si duole il mio
Materno cor per que’ due figli uccisi
E si fugge ogni senso a quando a quando.
:E re Kàvus allor. Donna, rispose,
Che la pace mi furi, a che favelli
Parole stolte? — E comandò che ratto
Prendessero le vie esploratori,
Sergenti regi, e le castella intorno
Correndo e le città, dinanzi a lui
Recasser la malvagia. Ei ne rinvennero
I certi segni là vicini. Accorsero
Uomini esperti e l’infelice trassero
Per l’aspra via fra contumelie e strepiti
Nel cospetto del re. Benigno in atto
Ei la inchiedeva e speranza le fea.
Le fea promessa di più lunghi giorni,
E quella il ver non disse al re. L’inchiese
Più volte ancor di molte cose assai.
Indi per lei s’addusse a farle oltraggio
Con ceppi e verghe l’inclito signore.
Nè quella il vero confessò, nè il prence
Accordavasi a lei nelle parole.
Fe’ cenno allor che dal cospetto suo
Tratta fuori ella fosse, arte si usasse
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/348
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 345 —|}}</noinclude>
<poem>
E scongiuri potenti; e s’ella ancora
A dire il ver non s’adducesse, il fianco
Scisso le fosse con stridente sega,
Che son queste dei re possanza e norma.
:Dal regio ostello trasser l’infelice
I manigoldi e le parlar di ferri,
Di prigioni e di ceppi, e la maliarda:
:In quest’inclita reggia oh! che direi,
Io, d’ogni colpa immune? Io conoscenza
Del reo fatto non ebbi! Ogni parola
Ch’io parlassi di ciò, saria stoltizia!
:Dissero al re ciò che la donna disse. —
Nel suo secreto Iddio sa il vero! — Allora
Kàvus fe’ cenno che venisse a lei
Ratto Sudàbeh, e gl’indovini tutti
Lor sentenza dicean: D’una maliarda
Ambo son nati i pargoli. Del seme
Ènno ei sì d’Ahrimàne e n’han l’aspetto.
:E Sudàbeh rispose: Altro secreto
Appo questi si sta! Colatamente
Fu lor chiusa la bocca dal dir vero,
E per timor di Siyavìsh non osano
Costoro favellar. Deh! che per tema
Del fortissimo eroe, duce di forti,
I più gagliardi, quai leoni in guerra,
Vanno tremando fra le genti! E invero
Di molte belve egli ha possenza; ei chiude
A un gran fiume la via, quando più il vuole.
Fugge da lui, negli ordini di guerra,
Inclito stuol di combattenti (fossero
Cento fiate mille). E in me possanza
Deh! qual sarla di resistere a lui?
Qual, se non forse le pupille mie
Sempre gonfie di pianto?... E qual mai cosa,
Fuor di quella ch’ei vuol, dirìan cotesti
Astrologi raccolti, e da chi mai
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu/349
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 346 —|}}</noinclude>
<poem>
Cercherìan essi lor mercede?... Oh! nullo
È in te, signor, pei figli tuoi dispersi
Dolore o affanno, e in me di tuo connubio
Niuna forza è maggior!... Che se tu stimi
Futil cosa cotesta, ad altra vita
Ben sarà ch’io rimandi il farne piato.
:E fe’ cadérsi giù dagli occhi il pianto
Più d’assai che da un fiume non assorbe
Umori il sole! E s’attristava il prence
A que’ detti, e con lei pietosamente
A piangere si fea; ma poi, del core
Ben che trafitto, accomiatò colei.
Sempre all’opra di lei col cor rivolto,
Dicea: Per tutto il mondo il tristo caso
Io cercherò, vedrò a qual termin tocchi.
:Allor del regno suo dalle frontiere
I sacerdoti a sè raccolse e quivi
Fe’ della donna sua parole alquante.
:Dissero i sacerdoti al re del mondo:
Del re l’angoscia non si cela. Ratto
Che chiarir vorrai tu lo strano evento,
Dritta t’è d’uopo di tua man la pietra
Lanciare all’idria apposta. Anche se pregio
Ha un dolce figlio, tocca pena e danno
Per tal pensier del nostro prence il core;
E tu, signor, per la leggiadra figlia
Del sire d’Hamavàr molti pensieri
Avesti già per altra parte. Or vedi.
Poi che dell’un, dell’altra le parole
Così son corse, pel fiammante fuoco
Uno passi dei due. Questa è promessa
Dell’alto ciel, per le voraci fiamme
Nessun danno toccar l’uom ch’e innocente.
:Sudàbeh a se invitò del mondo il prence.
Con Siyavìsh la volle accanto assisa
A favellar. Già non s’acqueta il core
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<poem>
A me per voi, diss’egli alfin, nell’alma
Che fu serena, fin che ardente il fuoco
Non mi dichiari il ver, rapidamente
Recando al peccatore onta e ignominia.
:Sudàbeh allor fe’ tal risposta: Il vero
Io dico sì per le parole mie.
Al mio signore i pargoli giù scossi
Già dimostrai. Più in là di ciò, qual colpa
In me saria?... Giustificar più presto
Siyavìsh vuoisi, ch’ei fe’ questo male
E cercar volle una rovina estrema.
:Al giovinetto figlio suo dicea
Della terra il signor: Deh! che mai pensa
In ciò la mente tua? — Disse in risposta
Al gran prence il garzone: Infernal chiostra
Futile cosa a me per tua parola
Fariasi inver! Se fosse anche di fuoco
Un monte là, quel monte io calcherei.
Che onta verrebbe a me, s’io nol varcassi.
:Piena d’affanno l’anima restossi
Di Kàvus re pel figlio suo, per quella
Sudàbeh trista. Oimè, dicea pensando,
Se uno mi manca d’esti due, signore
Chi d’ora in poi mi chiamerà? Mio sangue,
Mia forza e vita sono a me la cara
Mia donna e il figlio mio. Chi d’ora in poi
Del confortarmi la soave cura
Si prenderà?... Meglio è davver ch’io sciolga
Da opra mala il cor mio, accorgimento
Adoprando crudele... Oh! che mai disse
Quel re che saggio favellò? «Possanza
Di re non userai con tristo core».
:Al suo ministro fe’ comando allora
Che dal deserto, in cento ripartiti
Carovane compatte, i dromedari
Raunassero i custodi. Alla raccolta
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<poem>
Mosser del legno i dromedari, e tosto
Usciron ciò a veder gli abitatori
Delle iranie città. Di pel rossiccio
Cammelli in cento carovane i tronchi
Trasser con forza e lena, e due formarono
Montagne eccelse di divelti rami.
Del computar fu sorpassato allora
E il come e il quanto, e quell’eccelsa mole
Da lungi vide ognun per due lontane
Parasanghe. Cotesta alla sventura
È chiave da cercar! Così del vero
La traccia il sire investigò, ma tutte
Nascon menzogne dall’oprar di donne.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|VIII. La prova del fuoco.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 396-400).}}
<poem>
:Poi che tu ascolti la mirabil storia
Partitamente, ben sarà se in donna
Fede non poni. Quella cercherai,
Quella sola fra l’altre in questa terra.
Di saggio e puro cor. Donna malvagia
Onta arreca e vergogna. Or, contro terra
Miglior cosa è schiacciar donna e serpente,
E il mondo fia miglior se d’ambo queste
Impure cose andrà libero e scevro.
:Così di tronchi e di rami divelti
Levâr due monti in mezzo al campo. Intorno
Stava la gente a riguardar raccolta,
E nel mezzo era un varco, ed un belligero
Cavalier vi potea con la persona
A gran stento passar. Fe’ cenno il sire,
Sire di gran valor, che sui raccolti
Aridi legni nereggiante nafta
Si spargesse, e venìan dugento a prova
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Le fiamme a suscitar. Soffiano, e detto
Avresti allor che notte sottentrava
Ratto nel dì. Pel vorticoso fumo,
Al soffiar primo, intenebrò la terra,
Indi guizzâr le fiamme, crepitando,
Dietro a quel fumo. Tutt«il campo allora
Più assai del ciel si mostrò chiaro. Fremono
I circostanti tutti, alto s’avventa
L’orrida fiamma, e cuoce alto dolore
In ogni parte ognun che venne. Ei piangono
Per quel bel volto sorridente e lieto.
:Siyavìsh venne là dal padre, in fronte
Postosi un elmo tutto d’or. Ravvolto
Con molto accorgimento in bianche vesti,
II labbro avea pieno d’un riso, il core
Pien di speranza avea. Bruno ei montava
Un palafreno, e la polve salia
Da le zampe di sotto alto ferrate
Fino all’alto del ciel. Qual è costume
Di benda funeral, qual n’è pur foggia,
Di canfora odorosa alla persona
Egli era sparso, ma parea che al cielo
Cercasse la sua via l’inclito sire,
Nè s’avvïasse alla montagna ardente.
Ratto ch’egli venìa, là, nel cospetto
Di Kàvus prence, a piè balzò di sella
E omaggio gli prestò; rosse le gote
Fe’ per vergogna il sire, e fûr pietose
Le sue parole al figlio suo, ma tosto
Siyavìsh disse: Non crucciarti! Tale
È il volger della sorte! Io di vergogna
Men vo carco e di danno. Io, se innocente,
Scampo m’avrò; ma se d’alcuna colpa
Nel tristo fatto segno in me si trova.
Iddio possente, creator del mondo.
Me guardar non vorrà. Sì, per l’eterna
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<poem>
Virtù di Dio dator di grazia, nullo
Ardor io toccherò dall’igneo monte.
:Siyavìsh, come venne là dal fuoco,
A Dio signore l’intimo pensiero
Volse del cor. Tu mi concedi, ei disse,
Almo Signor, per questo monte ardente
Libero il varco. Sciogli tu dal laccio
Del padre mio questa persona attrita!
:Poi che in tal guisa egli ebbe pianto assai
Come nembo di fumo il suo destriero
Ratto incitò di color fosco. Un grido
Dalla città, dalla pianura intorno
Levossi in alto e a la raccolta gente
Per tant’opra crudel venne rancura.
:Ma Sudàbeh che udìa voci dolenti
Venir dal campo, ad un terrazzo ascese
Dalle sue stanze. Vide il fuoco, male
Cercò al prode venisse e fu sdegnosa,
Alto imprecando. E la gente gli sguardi
Su re Kàvus tenea fermi e diritti,
Piena la lingua di parole acerbe,
Pieno d’un’ira il cor. Di cotal guisa
Il suo bruno destrier sospinse innanzi
Principe Siyavìsh, che dir potevi
Ch’ei fe’ di fuoco il suo destrier. S’avventano
Da tutte parti l’ignee vampe, e niuno
Siyavìsh vide allor, niuno quel suo
Veloce palafren. Tutte nel campo
Stavan con occhi lagrimosi intorno
Meste le turbe e si dicean: Deh! come,
Come uscirà da le voraci fiamme?
:Alfin, l’uom generoso e di gran core
Da le fiamme balzò, le labbra adorne
D’un bel sorriso, ambe le gote sue
Qual porporina rosa. Oh! allor che il videro,
Alto un grido levossi: Ecco! mirate!
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<poem>
Uscì dal fuoco il giovinetto sire!
Deh! s’erano acque a superar, balzato
Illeso ei ne sarìa, nè alcuna piega
Avrìan le vesti sulla sua persona!
:Tale uscì da le fiamme il cavaliere
Gol palafreno e la clamide sua,
Che detto avresti che non tocchi in grembo
Gelsomini ei recava. — Allor che grazia
Da Dio santo discende, una sol cosa
Davver! che sono e l’alito del fuoco
E l’impeto del turbo. — In quell’istante
Che dall’ignea montagna alla pianura
Siyavìsh venne, da quel campo attorno,
Dalla città levarsi alte le voci,
Gittaronsi ver lui dell’ampio esercito
I cavalieri e innanzi a lui, per tutto
Il vasto loco, gli gittâr monete.
Era una gioia per la terra allora
In mezzo a prenci, in mezzo a servi, e questi
Lieto l’annunzio dava a quello: Iddio
Dell’innocente ebbe pietà! — Ma intanto
Il crine si svellea nel suo corruccio
Fiero Sudàbeh e graffiavasi il volto
E lagrime spargea. Come sen venne
Principe Siyavìsh dinanzi al padre,
Nè traccia in lui di fumo si scopria,
Non di fiamma o di cenere o di polve,
Kàvus regnante si gittò dal suo
Regal destriero, e a piè si mosse il prence,
A piè si mosse il popol tutto. Ei strinse
Forte al suo seno il giovinetto figlio
E dell’opera sua perdon gli chiese,
E Siyavìsh più ancor si fe’ da presso
Al re sovrano de la terra e al suolo
Pose la fronte. Ei sì, dell’igneo monte
Era scampato alla vorace fiamma,
Atterrato il desìo de’ suoi nemici!
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<poem>
:Dissegli il re: Garzon di fermo core,
D’alma serena ben sei tu, d’ingenua
Semenza nato! Chi nascea da madre
Nobile e saggia come te, gli è degno
Che sia del mondo principe sovrano!
:Alla sua reggia ei fe’ ritorno e quivi
Lieto sedette e il serto imperïale
Si pose in fronte. Recò vino allora
E musici invitò, compiacimento
Ebbe perfetto in Siyavìsh. Ei bevve
Per tre giorni così del vin giocondo
In quella festa, nè fu apposta chiave,
Nè fu serrame de’ tesori suoi
In su la porta. Al quarto dì si assise
Di sua grandezza sovra il trono, in pugno
Dal capo di giovenca in duro ferro
Con una clava, addimostrò corruccio
E a Sudàbeh fe’ invito a sè dinanzi.
:Con lei le cose tutte intravvenute
Ricordando dicea: Deh! che tu sei
Senza vergogna, e festi gran peccato.
Molto affliggendo questo core! E quale,
Qual tristo gioco al fin dell’opra poi
Ordisti, tu, che fè rompesti al mio
Figlio diletto i dì ne minacciando,
E il gittasti a le fiamme e di tal guisa
Festi incanto malvagio? Or le tue scuse
Nulla giovano a te. Sgombra esto loco
E a te stessa provvedi! E già non lice
Che tu rimanga in terra ancor; ma solo
Ti fia compenso andarne a un legno appesa.
:Or, se a me il capo dee troncarsi, quella
Così rispose, e disciplina é questa
Della sventura che m’incolse, tu
Fanne precetto, che a cotesto il core
Io posi già, nè vo’ che il cor ti resti
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<poem>
Per tua vendetta ancor gonfio di brama.
Siyavìsh poi ti parlerà del vero
E disciorrà dall’ira sua funesta
Il cor del sire. Incantagion qui fece
Il vecchio Zal, e però il fuoco ardente
Non si rissò col figlio tuo! — Tu adopri,
Disse Kàvus a lei, frodi e malie,
Nè ancor si piega l’impudenza tua?
:Disse agl’Irani de la terra il prence:
Per tanto mal ch’ella nascosta fece,
Deh! che farò? qual ne saria la pena.
:Tutti, benedicendo al re sovrano,
Dissero: Pena di costei fia sola
Ch’ella esanime cada. Ella si crucci
Per suo malvagio oprar. — Fe’ cenno il sire
Al carnefice allor: Fuori, alla via,
A un alto legno appendi tu costei,
E a me ritorna! — Tosto che volgeano
Ver Sudàbeh i carnefici la fronte
E levavan le ancelle alto un lamento,
Pieno d’angoscia si fe’ il cor del sire,
Smarrì color delle sue gote, e pallide
Quelle gote si fêr. Deh! per cotesto,
Siyavìsh disse allor, padre, il tuo core
Non affligger così! Deh! tu condona
Per me a Sudàbeh la sua colpa. Forse
Ammonimenti ascolterà Sudàbeh,
Forse avverrà che torni alla via dritta.
:E pensava nel cor: Se avvien che muoia
Per man costei del sire, al fin dell’opra
Pentimento egli avrà. Quand’ei sen dolga,
Da me ripeterà l’alto corruccio.
:Iva cercando alcun pretesto il sire
A perdonar peccato già trascorso,
E a Siyavìsh ei disse ratto: Lei
A te condono, poi che te vid’io
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
A giustizia fedel. — Diè un bacio al trono
Del padre suo Siyavìsh giovinetto,
E il re levossi da quel trono e ratto
Fe’ ritorno alla reggia. Ecco, venièno
Le ancelle tutte appo Sudàbeh in corsa,
Tutte omaggio le fean d’un moto istesso.
:Dì questa guisa anche passò stagione,
E più caldo per lei si fea d’amore
Il cor del sire. Per l’amor di lei
Tale tornò quel cor, che gli occhi amanti
Di lei dal volto ei non togliea più mai.
Ma Sudàbeh un incanto ordìa secreto.
Un’altra volta, de la terra al sire.
Per ch’egli ancora contro al figlio suo
E tristo e reo si ritornasse, quale
È pur costume d’indole malvagia.
Di lei per le parole entrò in sospetto
L’iranio prence, ma quel suo sospetto
Da l’intimo del cor non fece aperto
Ad alcuno giammai. — Quando simile
Opra incontra ad alcun, vuolsi ch’egli aggia
Sapïenza e saggezza e amor del giusto
E fè pur anco. E se di Dio temente
È l’uom quaggiù, conforme a desiderio
Del cor dell’uom compionsi l’opro. Dove
Sparse velen nemica sorte, un balsamo
Per stolta voglia non cercar da lei.
Tu contro a Dio non hai valor; corruccio
Non ne menar, se tu non se’ alla terra
Sostenitor primiero. È del rotante
Ciel costume ben questo, e non fia mai
Che il volto suo ti mostri aperto. Un saggio
Sentenza disse in ciò: «Maggiore affetto
Dell’affetto non è che il sangue infonde;
E se nasce figiiuol qual tu bramavi.
Di donne dall’amor distogli il core».
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Attraverso le fessure della persiana chiusa di una finestra dell’albergo Chevalier, si vedeva la luce proibita dalle leggi. Una vettura, delle slitte, dei fiaccheri ed una ''troïka''<ref>La ''troïka'' è un tiro a tre cavalli.</ref> postale erano ferme alla porta dell’albergo. Il portiere, ravvolto nella pelliccia, si appoggiava all’angolo della casa.
— Ma perchè stanno tutta la notte a gingillarsi? — diceva fra sè un cameriere dell’albergo, col viso pallido e scarno, seduto in una stanza attigua — ho sempre questa fortuna, io, quando sono di servizio! —
Nella stanza vicina si udivano le voci di tre giovanotti, che cenavano. Erano attorno ad una tavola su cui si vedevano tuttavia i resti della cena. L’uno, piccolo, magro, lindo e bruttissimo, guardava con aria di bontà il viaggiatore pronto a partire. Il secondo, un giovanottone, era coricato sopra un divano presso la tavola, piena di bottiglie vuote. Il terzo, vestiva una corta pelliccia, e camminava per la stanza, fermandosi di tanto in tanto per prendere e schiacciare delle mandorle con le mani, che avea forti e grosse, ma tenute con molta cura. Sorrideva incessantemente, aveva gli occhi lucidi, e le guance infiammate. Parlava con fuoco, gesticolava molto, cercava le parole che gli mancavano spesso per esprimere il suo pensiero e ciò che gli pesava nel cuore.
— In questo momento posso dir tutto: — disse — non cerco di giustificarmi, ma vorrei che tu mi comprendessi come io comprendo me stesso, e non<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Tolstoj - I cosacchi, Firenze, Salani, 1915.djvu/9
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|7|riga=si}}</noinclude>come in generale vien considerata la cosa. Tu dici che io ho torto verso di lei — aggiunse rivolgendosi a colui che lo guardava con bontà.
— Sì, tu hai torto — disse il piccolo brutto, e il suo viso esprimeva ancor più la dolcezza e l’abbandono.
— Io so perchè la pensi in tal modo; — riprese quegli che era sul punto di partire — secondo te, è meglio, ed è più sufficiente essere amati che amare.
— Sì, anima cara, è più che sufficiente — disse l’ometto, aprendo e chiudendo gli occhi.
— Ma perchè non amare? — diceva l’altro che partiva, dopo un momento di riflessione e guardando l’amico con una certa pietà. — Perchè non amare? È una vera disgrazia sapersi amati e sentirsi colpevoli perchè non si può dividere l’amore che abbiamo ispirato. Ah! gran Dio! —
E fece un gesto disperato.
— Se ciò accadesse almeno coscientemente, ma no! Tutto accade incoscientemente, al di fuori della nostra volontà. Sembra che io abbia sorpreso, rubato questo affetto: tu pure la pensi così, non lo negare! Ebbene, vuoi crederlo!? di tutte le sciocchezze fatte (ed ho da rimproverarmene parecchie) è la sola della quale non mi pento. Nè prima nè dopo, io non le ho mentito nè a lei, nè alla mia coscienza. Ero persuaso di amarla; poi mi sono accorto che m’ingannavo, che era una involontaria menzogna la mia, che non era amore. Mi sono fermato, ma l’amore di lei<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Tolstoj - I cosacchi, Firenze, Salani, 1915.djvu/10
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Utoutouto
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|8|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>ingigantiva. Sono dunque colpevole di non potere amare? che cosa dovevo fare?
— Non vi è da parlarne più, ora tutto è finito; — disse l’amico, accendendo un sigaro per dissipare la sonnolenza — ti dirò una sola cosa, cioè che tu non hai ancora amato, e non sai nemmeno quel che sia l’amore. —
Colui che partiva voleva rispondere, si strinse la testa con le mani, ma le parole gli mancarono.
— Mai amato!... In fondo, sì, è vero! non ho mai amato, ma ho un violento desiderio di conoscere l’amore; esiste egli, pertanto, l’amore come lo comprendo io? Non è detta l’ultima parola. Ma perchè parlarne? Ho sciupata la mia esistenza e tutto è finito; tu hai ragione. Sto per ricominciare una nuova vita.
— Che sciuperai di nuovo.... — disse il giovane coricato sul divano.
Il giovane che partiva non lo udì.
— Mi dispiace di partire, — disse — e nello stesso tempo ne sono contento. Non so perchè me ne addoloro. —
E continuava a parlare fra sè, senza accorgersi che il soggetto della conversazione interessava mediocremente i suoi compagni. L’uomo non è mai tanto egoista come quando si lascia afferrare dall’esaltazione del momento; nulla gli sembra interessante più di ciò che lo riguarda.
— Dmitri Andreitch! il cocchiere non vuol più aspettare — disse entrando un giovane cameriere che indossava una pelliccia da viaggio e un berretto di<noinclude><references/></noinclude>
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Utoutouto
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /></noinclude>{{Ct|f=200%|I COSACCHI.}}
{{Rule|24em}}
{{Centrato|I.}}
Le vie di Mosca erano tranquillissime; non si udiva, che a rari intervalli, lo stridere delle ruote sulla neve.
Non si vedevano più lumi alle finestre, e tutti i lampioni erano spenti. Il suono delle campane cominciava a vibrare sulla città addormentata, annunziando prossimo il mattino. Le strade erano deserte: qui si scorgeva un cocchiere di fiacchere che sonnecchiava aspettando un tardivo passante; là una vecchia donna s’incamminava verso la chiesa, dove i ceri accesi gettavano una luce vacillante sulle cornici dorate delle immagini. A poco a poco si risvegliava la popolazione operaia, ricominciando il suo rude lavoro dopo il riposo di una lunga nottata d’inverno.
Ma la gioventù oziosa non aveva ancora terminata la sua serata.<noinclude><references/></noinclude>
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Wikisource:Bar/Archivio/2026.05
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Alex brollo
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/* Categoria Testi in cui è citato */ Risposta
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wikitext
text/x-wiki
{{Bar}}
== WikiOscar 2026 ==
Ciao! Anche quest'anno nei '''[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026 Wikioscar]''' che si tengono su Wikipedia in lingua italiana è presente un [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#Wikirilettore premio] per l'utente che ha sempre la testa nei libri. Potete votare il vostro utente preferito dal 1° al 7 maggio! [[User:Atlante|Atlante]] ([[User talk:Atlante|disc.]]) 10:33, 1 mag 2026 (CEST)
== Discussione in Commons su CropTool ==
Qui: [[:c:Commons:Village_pump/Proposals#Cropping_with_"book"_template]] una discussione propositiva sui problemi di CropTool. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:10, 2 mag 2026 (CEST)
== DPL ==
Ricevo e condivido questo messaggio riguardo DPL (DynamicPageList):
: Ciao, ho per caso incrociato la tua [https://it.wikinews.org/wiki/Wikinotizie:Bar/DynamicPageList richiesta] di 16 anni fa a proposito di DPL. Non so se poi l'hai usata qui, ma sembra che l’estensione verrà disattivata con la chiusura di Wikinews. Se ne fate uso, ''sapevatelo''! --[[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 20:40, 3 mag 2026 (CEST) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:22, 4 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Infosfera|Infosfera]], posso chiederti dove hai visto che DPL verrà disattivato? Qui non lo usiamo moltissimo, ma è comunque una funzione che personalmente mi è utile e mi dispiacerebbe perdere. Quindi volevo capire se è già una decisione presa ben più in alto di noi, o se c'è ancora margine per salvarlo. Grazie! [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:44, 8 mag 2026 (CEST)
::Ciao @[[Utente:Candalua|Candalua]]. Potrebbe essere una mia interpretazione eccessivamente pessimistica ed estensiva, ma considerato che mediawiki.org/wiki/Extension:DynamicPageList qui si dice che è stata sviluppata essenzialmente per WNews, e che su tutte le wikinews è stata sostituita con liste statiche nell'ambito della chiusura delle wiki, il rischio che sia deprecato, non più supportato e prima o poi globalmente rimosso mi sembra da non escludere, anche tenuto conto che si parla di problemi prestazionali e del fatto che a questo punto non ci sono più wiki che ne hanno "necessità strutturale".
::Stando così le cose, finchè lo si usa per task personali non prioritari nessun problema, ma fossi in te non mi fiderei troppo a costruirci sopra funzionalità essenziali complesse. Per info più affidabili forse puoi rivolgerti a meta.wikimedia.org/wiki/User:Ladsgroup ha curato la rimozione da tutte le wikinews.
::(ps: colgo l'occasione per [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#c-ZandDev-20260508000200-%C3%80ncilu-20260501053200 congratularmi per il wikioscar]) -- [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:00, 8 mag 2026 (CEST)
:::(scusa i link monchi ma si vede che c'è un filtro per "giovani" che mi impedisce di metterli funzionanti) [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:01, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-19</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W19"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance|Article guidance]] team invites experienced editors of [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance/Pilot wikis and collaborators|pilot Wikipedias]]—Arabic, Bangla, Japanese, Portuguese, Persian, Turkish, Simple English, Spanish, and French—to help translate and adapt [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Category:Pages_using_article_guidance sample outlines]. These outlines will guide editors in creating clear, well-structured, and policy-compliant articles when using [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Special:NewArticle the feature] once it is launched in May 2026. [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance#Adapting a sample outline in a Wikipedia|Simple instructions]] on how to translate and adapt the outlines are available.
'''Updates for editors'''
* The [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council|Product and Technology Advisory Council]] has published [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|draft recommendations]] on a model that affiliates can follow when contributing to the technical space. Community members are invited to provide feedback on the recommendation until May 8th [[:m:Talk:Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|on the talk page]].
* The number of available thumbnail size preferences in MediaWiki is being reduced to three standardized options—Small (180px), Regular (250px), and Large (400px), as part of ongoing efforts to improve performance and reduce strain on thumbnail services. As a result, existing preferences will be mapped to the nearest new size (for example, smaller selections like 120px or 150px will render at 180px, while larger ones like 300px or 360px will render at 400px). The preferences interface will soon be updated to reflect these changes, and users who wish to opt out or provide feedback can do so. [https://phabricator.wikimedia.org/T424909]
* From now on, even when a permission expires automatically, users will receive an Echo notification similar to the standard notification for permission changes. There is a difference between this and [[m:Special:MyLanguage/Global reminder bot|Global reminder bot]] in that the latter reminds users a week ''before'' the rights are due to expire, so that they can renew the rights.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:32}} community-submitted {{PLURAL:32|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, the problem where the ULS language selector in [[m:Special:Translate|Special:Translate]] would scroll vertically when it shouldn't, has been resolved. Previously, when users opened the "Translate to English" dropdown and typed certain inputs, the dialog would scroll vertically by a few pixels even when there was enough space to display all results. The dropdown no longer shifts unnecessarily when filtering languages. [https://phabricator.wikimedia.org/T358864]
* The [[m:Special:GlobalWatchlist|Global Watchlist]], which lets you view your watchlists from multiple wikis on a single page, continues to improve. For example, watchlists for Wikibase sites such as [[:d:|Wikidata]] now support [[mw:Special:MyLanguage/Extension:EntitySchema|EntitySchema]] elements for better tracking. The Live Updates mode now refreshes the special page every 60 seconds to comply with the updated [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] for improved real-time responsiveness. Additionally, a directionality bug that displayed links as "changes 3" instead of "3 changes" in mixed-direction lists has been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T415450][https://phabricator.wikimedia.org/T424422][https://phabricator.wikimedia.org/T418091]
'''Updates for technical contributors'''
* The second phase of [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] has been rolled out to reduce the [[diffblog:2026/03/26/quo-vadis-crawlers-progress-and-whats-next-on-safeguarding-our-infrastructure/|impact of AI crawlers]] and ensure fair, sustainable access to Wikimedia resources, prioritising human and mission-aligned traffic. [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits#Limits|Limits]] have been shifted from per-hour to per-minute, producing smoother traffic patterns and more predictable API load. Community users are not expected to be affected, and no action is required. Early indications show some User-Agent-based requestors are adjusting behaviour, and around 64% of automated API traffic has been identified. Monitoring continues, and Wikimedia Enterprise remains available for commercial support.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.46/wmf.27|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W19"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 22:43, 4 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30498077 -->
== QUO VADIS ==
Buon giorno a tutti
Ho visto che ''Quo vadis'' manca qui su Wikisource e non ho trovato una versione italiana ''in giro'' su Internet Archive o altri siti simili.
Hp trovato però che è presente su [https://liberliber.it/autori/autori-s/henryk-sienkiewicz/quo-vadis/ liber liber], basata su una traduzione del 1915 di {{AutoreCitato|Paolo Valera|Paolo Valera}}.
Mi domando, quindi, se è possibile trascriverla anche qui su Wikisource. In caso affermativo, devo procedere in maniera standard (cioè download del pdf - salvataggio in Commons - creazione pagina per pagina ... ) oppure fare cut&paste direttamente capitolo per capitolo? Ho notato che in alcuni casi manca la fonte a fianco della pagina.
Grazie [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 12:59, 5 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:BuzzerLone|BuzzerLone]] Nei suoi primi anni Wikisource spesso faceva "trascrizioni di trascrizioni". Oggi mi risulta che questa pratica (almeno per i testi "nati solo cartacei", e dunque precedenti l'era digitale in cui di solito le prime edizioni cartacee escono in contemporanea a quelle digitali) non sia più accettata in quanto fa aumentare probabilità di refusi. Per i testi nativi digitali inoltre non si può parlare di "testi rileggibili" proprio per assenza di testo cartaceo a fronte. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:22, 5 mag 2026 (CEST)
::In realtà un divieto esplicito non è mai stato introdotto; è una pratica sconsigliata, ma non vietata se non è possibile trovare una fonte cartacea. Diciamo che l'invito in generale è quello di dedicarsi ad attività ad alto valore aggiunto, come le trascrizioni dalle scansioni, ed evitare il semplice "copia e incolla" del lavoro già fatto da altri. Poi anche il copia-incolla può avere la sua utilità (per esempio radunare su questo sito tutti i testi di un certo autore, altrimenti sparsi ovunque; oppure correggere qualche refuso che su liberliber o altri siti non è semplice segnalare e correggere). Nel caso, la procedura da seguire non è quella normale, ma appunto un semplice copia-incolla capitolo per capitolo, compilando poi la pagina Discussione con il template Infotesto. Se un giorno saranno disponibili delle scansioni, adegueremo il testo alla procedura proofread, come già fatto per molti altri. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:29, 5 mag 2026 (CEST)
Nella pagina di [[Autore:Henryk Sienkiewicz]] ho messo l'opera con il link a LiberLiber e la lasciamo così. [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 15:48, 5 mag 2026 (CEST)
== Attivazione sportello counseling di Wikimedia Italia ==
Ciao. Sono felice di comunicarvi che da oggi è attivo un nuovo servizio di Wikimedia Italia, richiesto dagli utenti in diverse occasioni, anche nella fase di consultazione per la stesura della [[:meta:Wikimedia Italia/Strategia 2026-2030|strategia 2026-2030 di Wikimedia Italia]].
Si tratta di uno '''sportello di counseling gratuito''', che consente ai volontari di potersi rivolgere a un counselor professionista per affrontare difficoltà relazionali, situazioni di tensione o conflitti legati all’attività sui progetti Wikimedia.<br/>
Questo sportello offre uno spazio sicuro di ascolto e confronto e prevede percorsi individuali gratuiti fino a un massimo di 5 colloqui online per persona.
Trovate tutte le informazioni relative allo sportello counseling in questa pagina: '''[[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Sportello counseling]]'''.
Ne approfitto per ricordarvi che è sempre attivo anche lo [[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Supporto legale|sportello di supporto legale gratuito]].
Per qualsiasi domanda o osservazione, non esitate a contattarmi rispondendo a questo messaggio (vi chiedo cortesemente di pingarmi) o tramite [[Speciale:InviaEmail/Dario_Crespi_(WMIT)|email]]. [[User:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]] ([[User talk:Dario Crespi (WMIT)|disc.]]) 14:58, 7 mag 2026 (CEST)
== Proposta Babelsource ==
Raccomanderei a tutti di aggiungere, sulla pripria pagina utente, alcuni template {{tl|Babelsource-X}} riguardanti la propria conoscenza delle ''lingue''... informatiche: HTML, CSS, Javascript in particolare, ma non solo. Non so nemmeno se questi template esistano (adesso li cerco).... ma se non esistono, penso che non sarebbe una cattiva idea scriverli. Sarebbe più facile sia aiutare, che cercare aiuto. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:08, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-20</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W20"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* Community Tech has published [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist/How to write a good wish|new guidance]] explaining how wishes on Community Wishlist are triaged and prioritized. The documentation is intended to help contributors write stronger proposals by clarifying the factors that influence prioritization decisions. Beyond vote counts, the guidance highlights considerations such as potential impact on the community when determining which wishes move forward.
'''Updates for editors'''
* The Reader Growth team is launching an experiment to test a new [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader_Growth/Share_Card|Share Card feature]] that allows readers to create visually engaging cards from Wikipedia articles or selected article sections and share them online, with each card linking back to the original article to help expand readership and article discovery. The mobile-only A/B test will be available to a portion of readers on Arabic, Chinese, French, Vietnamese, and English Wikipedia to better understand reading and sharing habits, and is scheduled to begin the week of May 18 and run for four weeks.
* The Android and iOS Wikipedia apps recently released the [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia_Apps/Team/25th_Birthday_Reading_Challenge|25-day reading challenge]] into Beta, as part of efforts to drive reader engagement by encouraging users to complete reading milestones. To track their reading streak during the challenge, App users can add a widget featuring Baby Globe to their home screen. The challenge officially begins May 11.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:17}} community-submitted {{PLURAL:17|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where the global preference for enabling syntax highlighting in wikitext could unexpectedly disable itself after being turned on, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T425286]
'''Updates for technical contributors'''
* [[File:Octicons-tools.svg|12px|link=|alt=|Advanced item]] The ResourceLoader module <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>mediawiki.ui.input</nowiki></code></bdi>, deprecated since [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2023/39|September 2023]], will be removed this week. There is a [[mw:Special:MyLanguage/Codex/Migrating_from_MediaWiki_UI|guide for migrating from MediaWiki UI to Codex]] for any tools that use it. [https://phabricator.wikimedia.org/T420125]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.2|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W20"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 21:20, 11 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30524429 -->
== Biografie consiglieri capitolini ==
su [[Discussioni pagina:Biografie dei consiglieri comunali di Roma.djvu/25]] @[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] notava che c'era un problema (mancano una o più pagine).
Stamani all'archivio storico capitolino ho fotografato le pagine mancanti. Credo che dovrebbero essere inserite nel file. Ma ovviamente non sono capace. Cercasi volontario per fare operazione.
--[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 14:33, 12 mag 2026 (CEST)
== Categoria Testi in cui è citato ==
Qualche tempo fa si discuteva se la Categoria "Testi in cui è citato..." doveva essere dedicata solo ad altri scrittori oppure in generale a personaggi storici anche se non hanno scritto nulla di rilevante (ad esempio politici o sovrani che hanno scritto solo pochi discorsi pubblici o anche persone di cui non rimane nessuno suo scritto diretto come ad esempio Socrate). Io sarei per la seconda posizione in quanto avere dati statistici in più è sempre meglio che averne di meno (in molti libri cartacei è spesso presente un indice analitico dei personaggi citati). Poi ci sono i casi di personaggi al limite tra storia e leggenda (re Artù, Achille, Mosè...) di cui abbiamo fonti solo risalenti a moltissimi anni dopo l'epoca della presunta esistenza di questi personaggi. In tal caso preferirei non aggiungerli. Non so se voi siete d'accordo. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 08:18, 13 mag 2026 (CEST)
:Io mi userei {{tl|AutoreCitato}} e farei la pagina Autore solo per quelli che sono effettivamente citati per le opere che hanno scritto (quindi scrittori, scienziati, giuristi ecc.). Metterei i sovrani solo se abbiamo leggi, editti o documenti emessi in loro nome. Per gli altri personaggi storici in generale userei il link a Wikidata o Wikipedia, e non starei a creare qui una pagina solo per avere un "segnaposto" col nome di qualcuno. Sicuramente non andrebbero create pagine per personaggi mitologici, e neanche per autori contemporanei di cui non potremo avere testi per molti anni.
:Per fare un bilancio, oggi abbiamo ben [[:Categoria:Autori|16.244 autori]], di cui solo [[:Categoria:Autori con opere su Wikisource|3.467]] hanno delle opere su Wikisource. Quelli "citati" sono [[:Categoria:Autori citati in opere pubblicate|14.122]], includendo quelli semplicemente "menzionati" in quanto "hanno fatto qualcosa", anche se non hanno mai scritto niente (per esempio ci sono tanti pittori), e [[Speciale:PagineOrfane|450]] sono addirittura "orfani", cioè nemmeno citati o linkati da altre pagine (quindi perché è stata creata una pagina, se poi non serve nemmeno ad avere un link?).
:Io vi chiederei di cercare di limitare il numero di nuove pagine Autore che vengono create. Può sembrare che creare una pagina sia "gratis", ma non è proprio così, avere molte pagine rende comunque un filino più complicata la gestione del sito (anche solo una piccola modifica ad un template può avere ripercussioni su molte pagine). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:23, 13 mag 2026 (CEST)
::Il mondo wiki ha ignorato a lungo i principi della gestione dei dati, che sono i fondamenti dei database, uno dei quali è "se ti stai ripetendo, stai sbagliando". Poi, finalmente, è arrivata la rivoluzione di wikidata, ma ci vorrà ancora molto tempo per implementarla a fondo: vecchie abitudini sono dure a svanire. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:41, 14 mag 2026 (CEST)
tjg4nkcsw368m1vozjq5co507bb03p8
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Cruccone
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/* Categoria Testi in cui è citato */
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wikitext
text/x-wiki
{{Bar}}
== WikiOscar 2026 ==
Ciao! Anche quest'anno nei '''[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026 Wikioscar]''' che si tengono su Wikipedia in lingua italiana è presente un [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#Wikirilettore premio] per l'utente che ha sempre la testa nei libri. Potete votare il vostro utente preferito dal 1° al 7 maggio! [[User:Atlante|Atlante]] ([[User talk:Atlante|disc.]]) 10:33, 1 mag 2026 (CEST)
== Discussione in Commons su CropTool ==
Qui: [[:c:Commons:Village_pump/Proposals#Cropping_with_"book"_template]] una discussione propositiva sui problemi di CropTool. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:10, 2 mag 2026 (CEST)
== DPL ==
Ricevo e condivido questo messaggio riguardo DPL (DynamicPageList):
: Ciao, ho per caso incrociato la tua [https://it.wikinews.org/wiki/Wikinotizie:Bar/DynamicPageList richiesta] di 16 anni fa a proposito di DPL. Non so se poi l'hai usata qui, ma sembra che l’estensione verrà disattivata con la chiusura di Wikinews. Se ne fate uso, ''sapevatelo''! --[[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 20:40, 3 mag 2026 (CEST) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:22, 4 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:Infosfera|Infosfera]], posso chiederti dove hai visto che DPL verrà disattivato? Qui non lo usiamo moltissimo, ma è comunque una funzione che personalmente mi è utile e mi dispiacerebbe perdere. Quindi volevo capire se è già una decisione presa ben più in alto di noi, o se c'è ancora margine per salvarlo. Grazie! [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:44, 8 mag 2026 (CEST)
::Ciao @[[Utente:Candalua|Candalua]]. Potrebbe essere una mia interpretazione eccessivamente pessimistica ed estensiva, ma considerato che mediawiki.org/wiki/Extension:DynamicPageList qui si dice che è stata sviluppata essenzialmente per WNews, e che su tutte le wikinews è stata sostituita con liste statiche nell'ambito della chiusura delle wiki, il rischio che sia deprecato, non più supportato e prima o poi globalmente rimosso mi sembra da non escludere, anche tenuto conto che si parla di problemi prestazionali e del fatto che a questo punto non ci sono più wiki che ne hanno "necessità strutturale".
::Stando così le cose, finchè lo si usa per task personali non prioritari nessun problema, ma fossi in te non mi fiderei troppo a costruirci sopra funzionalità essenziali complesse. Per info più affidabili forse puoi rivolgerti a meta.wikimedia.org/wiki/User:Ladsgroup ha curato la rimozione da tutte le wikinews.
::(ps: colgo l'occasione per [https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikioscar/2026#c-ZandDev-20260508000200-%C3%80ncilu-20260501053200 congratularmi per il wikioscar]) -- [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:00, 8 mag 2026 (CEST)
:::(scusa i link monchi ma si vede che c'è un filtro per "giovani" che mi impedisce di metterli funzionanti) [[User:Infosfera|Infosfera]] ([[User talk:Infosfera|disc.]]) 17:01, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-19</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W19"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance|Article guidance]] team invites experienced editors of [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance/Pilot wikis and collaborators|pilot Wikipedias]]—Arabic, Bangla, Japanese, Portuguese, Persian, Turkish, Simple English, Spanish, and French—to help translate and adapt [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Category:Pages_using_article_guidance sample outlines]. These outlines will guide editors in creating clear, well-structured, and policy-compliant articles when using [https://b24e11a4f1.catalyst.wmcloud.org/wiki/Special:NewArticle the feature] once it is launched in May 2026. [[mw:Special:MyLanguage/Article guidance#Adapting a sample outline in a Wikipedia|Simple instructions]] on how to translate and adapt the outlines are available.
'''Updates for editors'''
* The [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council|Product and Technology Advisory Council]] has published [[:m:Special:MyLanguage/Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|draft recommendations]] on a model that affiliates can follow when contributing to the technical space. Community members are invited to provide feedback on the recommendation until May 8th [[:m:Talk:Product and Technology Advisory Council/May 2026 draft PTAC recommendation for feedback|on the talk page]].
* The number of available thumbnail size preferences in MediaWiki is being reduced to three standardized options—Small (180px), Regular (250px), and Large (400px), as part of ongoing efforts to improve performance and reduce strain on thumbnail services. As a result, existing preferences will be mapped to the nearest new size (for example, smaller selections like 120px or 150px will render at 180px, while larger ones like 300px or 360px will render at 400px). The preferences interface will soon be updated to reflect these changes, and users who wish to opt out or provide feedback can do so. [https://phabricator.wikimedia.org/T424909]
* From now on, even when a permission expires automatically, users will receive an Echo notification similar to the standard notification for permission changes. There is a difference between this and [[m:Special:MyLanguage/Global reminder bot|Global reminder bot]] in that the latter reminds users a week ''before'' the rights are due to expire, so that they can renew the rights.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:32}} community-submitted {{PLURAL:32|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, the problem where the ULS language selector in [[m:Special:Translate|Special:Translate]] would scroll vertically when it shouldn't, has been resolved. Previously, when users opened the "Translate to English" dropdown and typed certain inputs, the dialog would scroll vertically by a few pixels even when there was enough space to display all results. The dropdown no longer shifts unnecessarily when filtering languages. [https://phabricator.wikimedia.org/T358864]
* The [[m:Special:GlobalWatchlist|Global Watchlist]], which lets you view your watchlists from multiple wikis on a single page, continues to improve. For example, watchlists for Wikibase sites such as [[:d:|Wikidata]] now support [[mw:Special:MyLanguage/Extension:EntitySchema|EntitySchema]] elements for better tracking. The Live Updates mode now refreshes the special page every 60 seconds to comply with the updated [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] for improved real-time responsiveness. Additionally, a directionality bug that displayed links as "changes 3" instead of "3 changes" in mixed-direction lists has been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T415450][https://phabricator.wikimedia.org/T424422][https://phabricator.wikimedia.org/T418091]
'''Updates for technical contributors'''
* The second phase of [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits|global API rate limits]] has been rolled out to reduce the [[diffblog:2026/03/26/quo-vadis-crawlers-progress-and-whats-next-on-safeguarding-our-infrastructure/|impact of AI crawlers]] and ensure fair, sustainable access to Wikimedia resources, prioritising human and mission-aligned traffic. [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia APIs/Rate limits#Limits|Limits]] have been shifted from per-hour to per-minute, producing smoother traffic patterns and more predictable API load. Community users are not expected to be affected, and no action is required. Early indications show some User-Agent-based requestors are adjusting behaviour, and around 64% of automated API traffic has been identified. Monitoring continues, and Wikimedia Enterprise remains available for commercial support.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.46/wmf.27|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/19|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W19"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 22:43, 4 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30498077 -->
== QUO VADIS ==
Buon giorno a tutti
Ho visto che ''Quo vadis'' manca qui su Wikisource e non ho trovato una versione italiana ''in giro'' su Internet Archive o altri siti simili.
Hp trovato però che è presente su [https://liberliber.it/autori/autori-s/henryk-sienkiewicz/quo-vadis/ liber liber], basata su una traduzione del 1915 di {{AutoreCitato|Paolo Valera|Paolo Valera}}.
Mi domando, quindi, se è possibile trascriverla anche qui su Wikisource. In caso affermativo, devo procedere in maniera standard (cioè download del pdf - salvataggio in Commons - creazione pagina per pagina ... ) oppure fare cut&paste direttamente capitolo per capitolo? Ho notato che in alcuni casi manca la fonte a fianco della pagina.
Grazie [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 12:59, 5 mag 2026 (CEST)
:@[[Utente:BuzzerLone|BuzzerLone]] Nei suoi primi anni Wikisource spesso faceva "trascrizioni di trascrizioni". Oggi mi risulta che questa pratica (almeno per i testi "nati solo cartacei", e dunque precedenti l'era digitale in cui di solito le prime edizioni cartacee escono in contemporanea a quelle digitali) non sia più accettata in quanto fa aumentare probabilità di refusi. Per i testi nativi digitali inoltre non si può parlare di "testi rileggibili" proprio per assenza di testo cartaceo a fronte. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:22, 5 mag 2026 (CEST)
::In realtà un divieto esplicito non è mai stato introdotto; è una pratica sconsigliata, ma non vietata se non è possibile trovare una fonte cartacea. Diciamo che l'invito in generale è quello di dedicarsi ad attività ad alto valore aggiunto, come le trascrizioni dalle scansioni, ed evitare il semplice "copia e incolla" del lavoro già fatto da altri. Poi anche il copia-incolla può avere la sua utilità (per esempio radunare su questo sito tutti i testi di un certo autore, altrimenti sparsi ovunque; oppure correggere qualche refuso che su liberliber o altri siti non è semplice segnalare e correggere). Nel caso, la procedura da seguire non è quella normale, ma appunto un semplice copia-incolla capitolo per capitolo, compilando poi la pagina Discussione con il template Infotesto. Se un giorno saranno disponibili delle scansioni, adegueremo il testo alla procedura proofread, come già fatto per molti altri. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:29, 5 mag 2026 (CEST)
Nella pagina di [[Autore:Henryk Sienkiewicz]] ho messo l'opera con il link a LiberLiber e la lasciamo così. [[User:BuzzerLone|BuzzerLone]] ([[User talk:BuzzerLone|disc.]]) 15:48, 5 mag 2026 (CEST)
== Attivazione sportello counseling di Wikimedia Italia ==
Ciao. Sono felice di comunicarvi che da oggi è attivo un nuovo servizio di Wikimedia Italia, richiesto dagli utenti in diverse occasioni, anche nella fase di consultazione per la stesura della [[:meta:Wikimedia Italia/Strategia 2026-2030|strategia 2026-2030 di Wikimedia Italia]].
Si tratta di uno '''sportello di counseling gratuito''', che consente ai volontari di potersi rivolgere a un counselor professionista per affrontare difficoltà relazionali, situazioni di tensione o conflitti legati all’attività sui progetti Wikimedia.<br/>
Questo sportello offre uno spazio sicuro di ascolto e confronto e prevede percorsi individuali gratuiti fino a un massimo di 5 colloqui online per persona.
Trovate tutte le informazioni relative allo sportello counseling in questa pagina: '''[[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Sportello counseling]]'''.
Ne approfitto per ricordarvi che è sempre attivo anche lo [[:w:Wikipedia:Wikimedia Italia/Supporto legale|sportello di supporto legale gratuito]].
Per qualsiasi domanda o osservazione, non esitate a contattarmi rispondendo a questo messaggio (vi chiedo cortesemente di pingarmi) o tramite [[Speciale:InviaEmail/Dario_Crespi_(WMIT)|email]]. [[User:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]] ([[User talk:Dario Crespi (WMIT)|disc.]]) 14:58, 7 mag 2026 (CEST)
== Proposta Babelsource ==
Raccomanderei a tutti di aggiungere, sulla pripria pagina utente, alcuni template {{tl|Babelsource-X}} riguardanti la propria conoscenza delle ''lingue''... informatiche: HTML, CSS, Javascript in particolare, ma non solo. Non so nemmeno se questi template esistano (adesso li cerco).... ma se non esistono, penso che non sarebbe una cattiva idea scriverli. Sarebbe più facile sia aiutare, che cercare aiuto. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:08, 8 mag 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-20</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W20"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* Community Tech has published [[m:Special:MyLanguage/Community Wishlist/How to write a good wish|new guidance]] explaining how wishes on Community Wishlist are triaged and prioritized. The documentation is intended to help contributors write stronger proposals by clarifying the factors that influence prioritization decisions. Beyond vote counts, the guidance highlights considerations such as potential impact on the community when determining which wishes move forward.
'''Updates for editors'''
* The Reader Growth team is launching an experiment to test a new [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader_Growth/Share_Card|Share Card feature]] that allows readers to create visually engaging cards from Wikipedia articles or selected article sections and share them online, with each card linking back to the original article to help expand readership and article discovery. The mobile-only A/B test will be available to a portion of readers on Arabic, Chinese, French, Vietnamese, and English Wikipedia to better understand reading and sharing habits, and is scheduled to begin the week of May 18 and run for four weeks.
* The Android and iOS Wikipedia apps recently released the [[mw:Special:MyLanguage/Wikimedia_Apps/Team/25th_Birthday_Reading_Challenge|25-day reading challenge]] into Beta, as part of efforts to drive reader engagement by encouraging users to complete reading milestones. To track their reading streak during the challenge, App users can add a widget featuring Baby Globe to their home screen. The challenge officially begins May 11.
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:17}} community-submitted {{PLURAL:17|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where the global preference for enabling syntax highlighting in wikitext could unexpectedly disable itself after being turned on, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T425286]
'''Updates for technical contributors'''
* [[File:Octicons-tools.svg|12px|link=|alt=|Advanced item]] The ResourceLoader module <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>mediawiki.ui.input</nowiki></code></bdi>, deprecated since [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2023/39|September 2023]], will be removed this week. There is a [[mw:Special:MyLanguage/Codex/Migrating_from_MediaWiki_UI|guide for migrating from MediaWiki UI to Codex]] for any tools that use it. [https://phabricator.wikimedia.org/T420125]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.2|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/20|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W20"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 21:20, 11 mag 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=30524429 -->
== Biografie consiglieri capitolini ==
su [[Discussioni pagina:Biografie dei consiglieri comunali di Roma.djvu/25]] @[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] notava che c'era un problema (mancano una o più pagine).
Stamani all'archivio storico capitolino ho fotografato le pagine mancanti. Credo che dovrebbero essere inserite nel file. Ma ovviamente non sono capace. Cercasi volontario per fare operazione.
--[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 14:33, 12 mag 2026 (CEST)
== Categoria Testi in cui è citato ==
Qualche tempo fa si discuteva se la Categoria "Testi in cui è citato..." doveva essere dedicata solo ad altri scrittori oppure in generale a personaggi storici anche se non hanno scritto nulla di rilevante (ad esempio politici o sovrani che hanno scritto solo pochi discorsi pubblici o anche persone di cui non rimane nessuno suo scritto diretto come ad esempio Socrate). Io sarei per la seconda posizione in quanto avere dati statistici in più è sempre meglio che averne di meno (in molti libri cartacei è spesso presente un indice analitico dei personaggi citati). Poi ci sono i casi di personaggi al limite tra storia e leggenda (re Artù, Achille, Mosè...) di cui abbiamo fonti solo risalenti a moltissimi anni dopo l'epoca della presunta esistenza di questi personaggi. In tal caso preferirei non aggiungerli. Non so se voi siete d'accordo. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 08:18, 13 mag 2026 (CEST)
:Io mi userei {{tl|AutoreCitato}} e farei la pagina Autore solo per quelli che sono effettivamente citati per le opere che hanno scritto (quindi scrittori, scienziati, giuristi ecc.). Metterei i sovrani solo se abbiamo leggi, editti o documenti emessi in loro nome. Per gli altri personaggi storici in generale userei il link a Wikidata o Wikipedia, e non starei a creare qui una pagina solo per avere un "segnaposto" col nome di qualcuno. Sicuramente non andrebbero create pagine per personaggi mitologici, e neanche per autori contemporanei di cui non potremo avere testi per molti anni.
:Per fare un bilancio, oggi abbiamo ben [[:Categoria:Autori|16.244 autori]], di cui solo [[:Categoria:Autori con opere su Wikisource|3.467]] hanno delle opere su Wikisource. Quelli "citati" sono [[:Categoria:Autori citati in opere pubblicate|14.122]], includendo quelli semplicemente "menzionati" in quanto "hanno fatto qualcosa", anche se non hanno mai scritto niente (per esempio ci sono tanti pittori), e [[Speciale:PagineOrfane|450]] sono addirittura "orfani", cioè nemmeno citati o linkati da altre pagine (quindi perché è stata creata una pagina, se poi non serve nemmeno ad avere un link?).
:Io vi chiederei di cercare di limitare il numero di nuove pagine Autore che vengono create. Può sembrare che creare una pagina sia "gratis", ma non è proprio così, avere molte pagine rende comunque un filino più complicata la gestione del sito (anche solo una piccola modifica ad un template può avere ripercussioni su molte pagine). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:23, 13 mag 2026 (CEST)
::Il mondo wiki ha ignorato a lungo i principi della gestione dei dati, che sono i fondamenti dei database, uno dei quali è "se ti stai ripetendo, stai sbagliando". Poi, finalmente, è arrivata la rivoluzione di wikidata, ma ci vorrà ancora molto tempo per implementarla a fondo: vecchie abitudini sono dure a svanire. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:41, 14 mag 2026 (CEST)
:::Se trovo una persona citata tendo ad usare {{Tl|Wl}} o {{Tl|AutoreCitato}} se la pagina esiste, evitando come la peste di lasciarlo rosso. Tendo a togliere tutti i template {{tl|W}} e, peggio ancora, i link diretti ad altri progetti, basta uno spostamento e si rompono. --[[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 09:49, 14 mag 2026 (CEST)
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/4
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Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=13 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Il re Kâvus]] - 4. - Leggenda di Sohrâb|prec=../3/IV|succ=../4/I}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu" from="190" to="190" tosection="s1" />
=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Principio del racconto}}
* {{testo|/II|II. - Arrivo di Rustem a Semengân}}
* {{testo|/III|III. - Nozze di Rustem e di Tehmîneh}}
* {{testo|/IV|IV. - Nascita di Sohrâb}}
* {{testo|/V|V. - Il cavallo di Sohrâb}}
* {{testo|/VI|VI. - I doni di Afrâsyâb}}
* {{testo|/VII|VII. - La Rocca Bianca}}
* {{testo|/VIII|VIII. - Lettera di Ghezdehem al re Kâvus}}
* {{testo|/IX|IX. - Richiamo di Rustem}}
* {{testo|/X|X. - Ira di Kâvus}}
* {{testo|/XI|XI. - Partenza di re Kâvus per la guerra}}
* {{testo|/XII|XII. - Inchieste di Sohrâb}}
* {{testo|/XIII|XIII. - Assalto di Sohrâb}}
* {{testo|/XIV|XIV. - Combattimento di Rustem con Sohrâb}}
* {{testo|/XV|XV. - Lotta di Rustem e di Sohrâb}}
* {{testo|/XVI|XVI. - Sohrâb ferito da Rustem}}
* {{testo|/XVII|XVII. - Il balsamo di re Kâvus}}
* {{testo|/XVIII|XVIII. - Pianto di Rustem}}
* {{testo|/XIX|XIX. - Pianto di Tehmîneh}}
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Autore:Alberto Testa
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2026-05-13T19:57:39Z
Panz Panz
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Alberto Testa
| Cognome =
| Attività = danzatore/coreografo/critico
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
==Opere==
*{{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 2/Il balletto americano}}
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/4/XI
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2026-05-13T14:47:52Z
Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=13 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|4]] - XI. - Partenza di re Kâvus per la guerra|prec=../X|succ=../XII}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu" from="244" to="251" fromsection="s2" tosection="s1" />
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/4/XVIII
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Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=13 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|4]] - XVIII. - Pianto di Rustem|prec=../XVII|succ=../XIX}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu" from="298" to="308" fromsection="s2" tosection="s1" />
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/4/XIX
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Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=13 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|4]] - XIX. - Pianto di Tehmîneh|prec=../XVIII|succ=../../Il re Kâvus/5}}
<pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, II.djvu" from="308" to="313" fromsection="s2" tosection=" " />
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Musica d'oggi, 1962/N. 2/Dischi
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2026-05-13T20:04:07Z
Panz Panz
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=11 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|autore=Vittorangelo Castiglioni/Flavio Testi|prec=../Concorsi|succ=[[Diario musicale di un viaggio in Italia/VIII|Diario di musicale di un viaggio in Italia - VIII]]}}
<pages index="Musica d'Oggi, 1962.djvu" from="117" to="119" />
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Autore:Flavio Testi
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2026-05-13T20:04:02Z
Panz Panz
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Flavio
| Cognome = Testi
| Attività = compositore/musicologo
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
==Opere==
*{{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 2/Dischi}}
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Le Danaidi/Libro terzo/Consigli a un poeta giovane
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2026-05-13T15:21:08Z
Dr Zimbu
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Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=13 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Libro terzo]] - Consigli a un poeta giovane|prec=../../Libro terzo|succ=../Tristezza di novembre}}
<pages index="Arturo Graf - Le Danaidi.djvu" from="121" to="134" />
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Le Danaidi/Libro terzo/Tristezza di novembre
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Dr Zimbu
1553
Porto il SAL a SAL 75%
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=13 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Libro terzo]] - Tristezza di novembre|prec=../Consigli a un poeta giovane|succ=../Letizia d'aprile}}
<pages index="Arturo Graf - Le Danaidi.djvu" from="135" to="137" />
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Le Danaidi/Libro terzo/Letizia d'aprile
0
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2026-05-13T15:26:51Z
Dr Zimbu
1553
Porto il SAL a SAL 75%
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=13 maggio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Libro terzo]] - Letizia d'aprile|prec=../Tristezza di novembre|succ=../Guardando in cielo}}
<pages index="Arturo Graf - Le Danaidi.djvu" from="138" to="141" />
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Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/319
108
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3834974
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<cis gis d>8_. _(<cis gis d>8_.<cis gis d>8_.<cis gis d>8_.<a fis cis>8_.<a fis cis>8_. <fis d>8_.<fis d>8_.)|
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<b e, d>8_._(<b e, d>8_.<b e, d>8_.<b e, d>8_.<a e cis>8_.<a e cis>8_.<d a d,>_. <d a d,>_.)|
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{{smaller|''Proprietà G. RICORDI & C. Editori-Stampatori, MILANO.'' ''r'' 111899 ''r''}}<br>
{{smaller|Tutti i diritti di riproduzione, traduzione e trascrizione sono riservati.}}</noinclude>
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Panz Panz
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude>{{Colonna}}che questa suite sia la migliore fra le non poche tratte dalla fortunata opera, unico (e ultimo) documento della genialità musicale del piccolo ebreo di Brooklyn. Vi si ritrovano le celebri arie, le sfide le ironie gli slanci appassionati della vicenda sanguinosa dell’amore impossibile dello zoppo Porgy.
{{AltraColonna}}
Anche qui l’esecuzione è brillante e soprattutto esemplare dove l’intelligenza si sposa al dinamismo, dove gli strumenti si fanno umili interpreti, in un linguaggio semplice ed efficace quant’altri mai, delle dichiarazioni affettive dell’autore.
{{A destra|{{Sc|mario pasi}}}}{{FineColonna}}
{{no rientro}}'''{{AutoreCitato|Franz Joseph Haydn|Joseph Haydn}}.''' '''''Concerto''''' in re maggiore op. 21 per pianoforte e orchestra.</br>
'''{{AutoreCitato|Wolfgang Amadeus Mozart|Wolfgang Amadeus Mozart}}.''' '''''Concerto n. 21''''' in do maggiore K. 467 per pianoforte e orchestra.</br>
Orchestra da camera di Mosca diretta da R. Barshai. Pianista Emil Gilels.</br>
{{smaller|'''Ricordi, 2 dischi D. 05066/67.'''}}</br>
'''{{AutoreCitato|Pëtr Il'ič Čajkovskij|Julic Peter Ciaicovski}}.''' '''''Concerto n. 1''''' in si bemolle minore op. 23 per pianoforte e orchestra.</br>
Orchestra Sinfonica della Filarmonica di Stato di Leningrado diretta da Eugene Mravinski. Pianista Sviatoslav Richter.</br>
{{smaller|'''Ricordi, 2 dischi da 30 cm., D. 05468/9.'''}}
{{Colonna}}Questi dischi mettono l’uno accanto all’altro due fra i massimi pianisti della Russia odierna, Emil Gilels e Sviatoslav Richter. Abbiamo ascoltato spesso «dal vero» Gilels, non abbiamo mai incontrato Richter, che del resto per molti anni è vissuto solo sulla fama del disco. Di Gilels possiamo dire che è un pianista di gran dinamismo, di tecnica poderosa, di assoluto equilibrio. Il suo modo di aggredire la tastiera, specialmente nel repertorio romantico, lo ingigantisce. Ma, come è comune fra i russi di oggi, non c’è divismo in lui, o, se c’è, è accuratamente nascosto. La sua arte si impone all’ammirazione anche nelle più compassate cornici di Mozart e di Haydn, ove, ben secondato dall’orchestra da camera moscovita, Gilels dimostra di aver assimilato un mondo che oggi è un po’ distante dalla cultura ufficiale sovietica.
Davvero enorme è di converso, il fenomeno Richter. Di lontana origine tedesca, Richter andò fuori dal suo paese nativo, la Russia, solo nel 1960, ovvero quando già da <noinclude>tem-</noinclude>{{AltraColonna}}{{Pt|po|tempo}} aveva toccato i massimi vertici della celebrità. E il successo che ottenne in Occidente fu davvero ben meritato; Richter è infatti oggi un assoluto fuoriclasse della tastiera. Un suono prodigioso, forte, pulito, espressivo, che pochissimi possono vantare; una interpretazione robusta, virile, piena. Ricordi pone in circolazione molti dischi di Richter, ora, e così il collezionista potrà documentarsi e innamorarsene senza difficoltà. Qui, nel celebrato e spesso incongruente concerto di Ciaikovski, Richter riporta il mondo del musicista ottocentesco alle più vere sue ragioni. È certo che oggi solo gli orientali sanno suonare Ciaikovski e un certo Chopin (provare per credere). E in tal modo, davvero, questi loro musicisti si rivelano molto più autentici e vitali di quanto ci hanno detto. Eccellente, anche qui, l’orchestra che Mravinski, un direttore che pare di ghiaccio, solleva senza batter ciglio ad altissimi fremiti.
{{A destra|{{Sc|mario pasi}}}}{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/5/I
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Alex brollo
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Alex brollo
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Alex brollo
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Panz Panz
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<nowiki>*</nowiki> Dal 12 al 22 febbraio u.s. si è
tenuto a New York il 23° Festival annuale di musica americana organizzato dalla Stazione Radio WNYC di proprietà dell’amministrazione comunale. Il programma della manifestazione comprendeva un centinaio di composizioni, di cui oltre la metà in prima esecuzione.
<nowiki>*</nowiki> Nei mesi di aprile e maggio scorsi la compagnia lirica del Teatro Metropolitan di New York ha
effettuato una lunga ''tournée'' nazionale, presentando in 50 spettacoli nove opere teatrali e precisamente: ''La Forza del destino'' e ''Aida'' di {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}}, ''Tosca, Madama Butterfly, Fanciulla del West'' e ''Bohème'' di {{AutoreCitato|Giacomo Puccini|Puccini}}, ''Così fan tutte'' di {{AutoreCitato|Wolfgang Amadeus Mozart|Mozart}}, ''Salomé'' di {{AutoreCitato|Richard Strauss|Strauss}} e ''Lucia di Lammermoor'' di {{AutoreCitato|Gaetano Donizetti|Donizetti}}.
<nowiki>*</nowiki> Dal 9 al 31 luglio 1962 si svolgerà ad Aix en Provence il 15° Festival Internazionale di Musica, il cui programma comprende rappresentazioni operistiche, concerti sinfonici, cameristici e recitals. Saranno allestite le opere ''Don Giovanni, Nozze di Figaro e Ratto dal serraglio'' di Mozart, ''Les Malheurs d’Orphée'' di Milhaud e Noces di Stravinski. Nel quadro delle manifestazioni concertistiche saranno invece presentate musiche di autori dei secoli XVIII e XIX nonché composizioni di Milhaud, Stravinski, Henze,
Poulenc, Bartòk, Falla, Turina, Ibert, ecc. Tra i direttori d’orchestra figurano Kurt Redei, Pierre Dervaux, Michael Gielen, Serge Baudo, Karl Munchinger; tra i solisti Teresa Berganza, Nathan Milstein, ecc.
<nowiki>*</nowiki> Per i suoi meriti artistici il commendator Pasquale Di Costanzo, sovrintendente al Teatro S. Carlo{{AltraColonna}}di Napoli, è stato recentemente insignito di un’alta onorificenza della Repubblica Federale Tedesca.
<nowiki>*</nowiki> Lo scorso mese di marzo nella Sala del Conservatorio di Musica di Firenze si è svolta la seconda edizione di ''Vita Musicale Contemporanea'' con un ciclo di otto concerti di musica da camera, illustrati da noti critici musicali. Sei di tali concerti sono stati effettuati in collaborazione con la SIMC. Segnaliamo tra le varie composizioni di autori
contemporanei eseguite: ''Tu, n’as rien vu'' per soprano e trio d’archi di Bruno Canino, ''Reportage'' per soprano, baritono e recitante di Angelo Paccagnini, ''Djiamila Boupacha'' per soprano di Luigi Moro, ''4 Poesie spagnole'' per baritono, clarinetto, viola e chitarra di Giacomo Manzoni, ''Composizione n. 1'' per pianoforte di Aldo Clementi e ''2° Quartetto'' per archi di Franco Donatoni. Gli ultimi due concerti della serie sono stati rispettivamente dedicati a musiche elettroniche e concrete di musicisti francesi e italiani e a composizioni di G. F. Malipiero (''Poemi asolani'' e ''Sonata a cinque'') e A. Webern (''3 Canti sacri popolari, Satz'' per trio d’archi, ''Quartetto'' op. 28).
'''Necrologi'''
<nowiki>*</nowiki> A sessantasei anni di età si è spenta a Milano, sua città natale, la cantante Bruna Dragoni, che tra il 1920 e il 1942 si fece applaudire nei principali teatri italiani e stranieri, soprattutto quale eccellente interprete del ''Don Giovanni'' di Mozart, dell’''Elisir d’amore'' di Donizetti, del ''Gianni Schicchi'' di Puccini e di altre opere del repertorio italiano ottocentesco.{{FineColonna}}<noinclude><references/>
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Categoria:Testi in cui è citato Gaspare Spontini
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Panz Panz
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[[Categoria:Testi per autore citato|Spontini, Gaspare]]
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/5/II
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Autore:Adelmo Damerini
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Panz Panz
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Categoria:Testi di Flavio Testi
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/5/V
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CAGNONE
-
Cagnone. In una grida sulle monete , emessa
in Milano il 17 dic . 1520 , si legge che i Cagnoni (moneta forestiera) si debbano spendere
per Sol. 2 e Den . 9, mentre il loro val. nomi
nale era di Sol. 3 ( MOTTA , in RIN. , IX, 86) .
Caixa (cassa). Piccola mon . di rame nelle
Indie Portoghesi . Vedi Cash.
?nearmidhiña
sentidot
masa
Calco, dal greco zaλzo (rame) . Era l'ottava parte dell' Obolo e perciò la quarantottesima
del Dramma e la sedicesima dello Scrupolo.
In argento doveva pesare poco più di 1 Grano
(MRDZ . , 36 ) . Il nome di Calco venne dato
anche agli Assi di vario taglio che da gr.mi
11,98 scendevano a gr."mi 2,49 ( RIN . , XXI , 542) .
I multipli sono : il Pentachalchon, il Tetrachal
chon, il Trichalchon ed il Dichalchon; i submul
tipli i Tremichalchon , l'Hemichalchon etc. Il
Doppio Calco o Dichalchon corrispondeva al
Tetartemorion ( 4 di obolo, g.mi 0,182 ) .
Calderilla. Nome dato al Doppio Quarto del
val. di 8 Maravedis , corrente in Spagna , e che
troviamo contromarcato con valori differenti
come VIII e XII ed anni vari come 1636 e 1654,
È difficile stabilirne il tipo originale. La metà
del Calderilla era detto Quarto o Cuarto e va
leva 4 Maravedis (VCE . ) .
California gold, ovvero Eagle della California. Mon. del val. di 10 Dollari coniata
LESBIAN
LICENSE
ones
.
dalla compagnia Baldwin e Co. di S. Francesco nel 1850 con l'oro della California e da
altre Compagnie . Vedi Private money ed Eagle .
CALIFORNIA GOLD - Eagle da 10 Dollari del 1850.
Callaresitos . Mon. minute di Cagliari , coniate, sotto Carlo II ( 1665-1700 ) , in rame del
val. di 16 di Sol. ovvero 300 di Scudo. Pe
savano in origine gr.mi 4, ma nel 1711 erano
ridotti alla metà del loro peso . Si conoscono
anche col nome di Cagliaresi.
Callaresos. Vedi Cagliarese.
Callo . Vedi Cavallo.
sy
Cambrisiensis (moneta). Vedi Gambrosinus .
Camera. Alcune monete papali portano
aggiunto al loro nome, di Camera come
Ducati di Camera, Fiorini di Camera. Ca
mera, nell' anno 840 , intendevasi per Fisco.
Nel 1864 viene definita : « Conclavis ubi the
sauris reponitur et servatur » . Nel 1327 si
diceva Camera denariorum il tesoro regio . In
una carta di Guglielmo duca d'Aquitana si
dà il nome di Camera alla officina monetaria
4
1
50
CAORSINI
del principe . Alla Camera Apostolica o Re
verenda Camera spettava la cura del denaro
e del tesoro della Chiesa . L'ufficio di Came
rario apostolico fu istituito da Gregorio VIII
(1073-86 ) ( DCG. , II ) .
Camillino . Mon. di Camillo principe di Cor
regio del val. di 2 Sol. , peso car. 9 (gr.mi
1.692 ) ; era detto anche Muraiuola da 2.
Cameracentium (Episc. moneta) . Zecca di
Cambrai ( Cameracu) . Re Carlo il Calvo , diede
al vescovo di Cambrai il diritto di coniare
moneta a Lambres circa l'anno 861. Nicola
di Fontaines emise Den . con : CASTRI IN CA
MERACESIO . Vedi Coquibus.
Campsor, Campitor. Voce latina, per indi
care il Cambista, usata in documenti del se
colo XII.
Campulus . Nel libro dei censi della Ro
mana Chiesa leggesi « Abbacia S. M. Cleid
dewerh unum marabutinum et unum CAMPULUM
singulis annis » . Il DU CANGE ( II , 67 ) crede
che Campulum possa essere una moneta ma
forse vuol significare la rendita di un piccolo
campo .
Candarino, Candareen, Condarine. Mon.
di conio cinese detta anche Puu che corri
sponde al val. di 110 di Mace o Mass o
Moumè, ed a I 100 del Real. (Lit. 0.0336) si
divide in 10 Li.
Canello (Onça, Pataca) . Sbarre d'argento
dei possedimenti portoghesi nel Mozambico di
Don Joao VI re ( 1816-1826 ) e di Don Ma
rio II ( 1826-1853 ) . Portano i Canelli due
grandi M alle estremità e pesano da gr.” 25.5
a 26,5 . Ve ne sono ove è scritto il valore .
Onça = 6 Cruzades .
Canos. Mon. di conto portoghese nelle
Indie e nei possedimenti dell'Africa Orientale .
Cantaro, Cantare. Misura di diverse sorta
di cose, di peso cioè, di volume ecc . ed an
che figuratamente di determinata moltitudine
di gente ; esempio : « Io farò 10 milizie di
cavalieri e venti CANTARI di popolo » (TVI. ) . Si
fa cenno del Cantaro fin dai tempi di Fede
rico III re di Sicilia ( 1231-1250 ) (DCG . ) . In
Napoli
100 lib.
Cantem, Kantem. È mon . di rame bul
gara del val. di
100 di Lew . o Leu.
Cantonal. Nome dato ad alcune monete
spagnuole coniate in Cartagine nel 1873 du
rante l'assedio dei centralisti . Vi erano Can
tonal da 5 Pesetas e da 5 Real.
Caorsini. Si fa menzione di questa mon .
d'argento in un cod . che trovasi alla biblio
teca Trivulziana in Milano , che porta il n. 136 ,
ove è trascritto un trattato di aritmetica del
principio del sec. XV che ci fornisce le leghe
di molte monete italiane ed estere . Per i
Caorsini d'argento dice che erano a den. 3
di lega.
4,2S*ཇ་<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>Capellina. Mon. del ducato di Modena del
val. di Lire 0,2,6 ( tariffa del 1807 ) ; era così
chiamata perchè portava l'effigie del duca dai
lunghi capelli . Si disse anche Aquilina.
Capellone. Mon. d'arg. del ducato di Mo
dena, coniata da Francesco III duca ( 1737
1780 ) , del val. di Sol. 6 e Den. 8 , l'anno 1750 ,
alla bontà di onc. 1 ½ per lib. ed al peso di
gr.mi 2,22 . Tre Capelloni equivalevano alla
Lira di Modena e ne andavano pezzi 175
per lib. Portavano la testa del duca con lun
ghi capelli , donde il nome ( CZM. , t . XVI ,
143 , 322 ) .
Capeluta, fu detta erroneamente la moneta
scudellata (PNS , II , 13 ) . Vedi Copuludi.
Capitale. Nello istromento d'appalto della
zecca pontificia fatto l'anno 1371 (29 marzo)
si legge : « Costat marcha dicte monete de CAPI
TALI tres solidos cum dimidio » . Il GARAMPI ,
doc . xv , spiega che si tratta della spesa occor
rente per il monetaggio di ogni marco di mo
neta.
Capones. In una carta del 1250 (cartular
campan. ) leggesi : « sex denarios pro quolibet
foco ... qui CAPONES B. Mariae nuncupantur
et pro CAPONIBUS nobis et ecclesiae nostrae red
debantur » (DCG . ) . Il Denaro prendeva il nome
dal tributo in natura che si doveva alla Chiesa .
Cappelluto. Vedi Torellino .
Caput aspergellis . (Testa di scoiattolo) . Mo
neta russa o meglio mezzo di scambio usato
fin dal sec . XI , in Russia ed in Polonia per
il commercio interno . Vedi Viekochi e Skoury .
(MRN. , II , 191 ) .
Carambola. Prese in Firenze questa deno
minazione lo Scudo di Fiandra che si cam
biava con Lire tosc . 8,6,8 , ed in Lire nuove
italiane 7 , come rilevasi da una tariffa del 1839.
Nome
Carantano, Charantano, Carano.
dato al Grosso tirolino , quando i Conti del
Tirolo divennero duchi della Carinzia. Se ne
ha una prima notizia in un diploma di con
cessione di zecca di Massimiliano imperatore
del 1509 al signore di Piombino Giacomo IV
Appiani ( ZMI . , II , XXII ) . Il nome si genera
lizzò in Venezia, in Trento ed in altri paesi
per indicare il Soldo ed anche il Kreuzer e
la Svanzica. In una grida di Milano del 1469
i Carantani o Charantani vengono banditi , ed
in un doc . dell' 11 apr. 1474 sono chiamati
Quindicini a radio o de la raza e tassati per
Den. 12. Nel 1390 correva in Trento per Den. II
ed egualmente in Rimini . Nel 1474 andava in
Milano per Den. 14 , abusivamente ed il mae
stro delle entrate straordinarie scrive al duca
di Milano onde provveda (PNS . , II , 206 ) . Vedi
Kreuzer e Quarantani ( RIN. , VII , 118-349 ) .
Carapace. È così generalmente detta dai
sino-numismatici la più antica moneta metal
lica cinese che rimonta a parecchie migliaia
t
51
1
CAPELLINA
CARATO
di anni prima di Cristo . È in forma di uno
scudo di difesa
e porta una
sbarra a traver
so nella parte
concava.
Carat, Karat.
Piccola moneta
CINA - Carapace.
araba in uso a
Betelfagui o Bet - el- Faki nello Yemen ; 80
Carat si cambiavano con una Piastra e si di
cevano anche Cavears (KCU . , 49 ) . II MENA
GIO deriva la parola da Alkarat voce araba
che denota moneta minuta , o dal greco ceration ,
piccolo peso. Vedi Carato, Quaratus.
Carato, Cayratum, Quadratum , Karat, ecc .
Termine usato prima dell'adozione del sistema
metrico decimale per esprimere il titolo del
l'oro, come ora si usa quello di millesimo . I
Carati costituiscono l'oncia di fino , si dividono
in 4 gr. e questi in 24 granotti ( PMS . , 1,37) .
Vedi Titolo . Si disse anche Carato , la 24ª
parte del Bisante, ma fu moneta di conto , men
tre non si coniarono che Mezzi Carati o De
nari. In qualche regione si usò dividerlo in
trentaduesimi ( TPVM . ) . In alcuni documenti è
detto Cayratum ed anche Quadratum o Qua
ratum . Es.: Clemente VI , nel 1344 , concesse ,
a Giacomo Malabayla di Asti ed a Betto e
Francesco del Poggio di Lucca, di coniare
nella zecca di Ponte della Sorga, presso Avi
gnone , moneta di puro buono e fino oro di
lega 24 Quadratorum (GSO . , doc . VII , nota) .
Si disse Aurum vicenarium quello della bontà
di car. 20 ; Aurum undevicenarium di car.
19 ; Aurum duodevicenarium di car. 18. In un
codice della Trivulziana ( 136 ) di poco poste
riore al 1415 , che contiene un trattato di ari
tmetica, si legge : « un ' oncia d'oro fine si è
24 CARATI e quanto l'oro è peggiore , meno CA
RATI ae ne l'oncia, e quanto l'oro è migliore
ae ne l'oncia più CARATI »... « Similiantemente
aviene de l'argento che s'alega a onze overo a
danari, pesi, e l'argento che tiene 12 oncie per
libbra, s'intende che sia argento fino e bono a
ponto » (RIN. , XVII , 476 ) . In Germania il
Karat è la 24ª parte del Marco d'oro puro e
si divide in 12 gr." .
Ecco vari valori del Carato usati special
mente dagli orefici per la valutazione dell'oro
e delle pietre preziose:
Austria , gr."i 4 =- Kg. 0.000 2060 85100 ;
Francia (Karat) gr.ni 3.846 = Kg , 0,000 , 205 .
Italia, gr. 4 corrispondenti in :
Firenze a Kg . 0,000 196
Genova
0,000 183
Milano
0,000 20567
>>> 0,000 188464
Modena
0,000 200
Napoli
Torino
0,000 213.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CARATO
9 febb . 1560 e del 18 gen . 1569 , nella quale
si ordinano alla zecca di Venezia pezzi da 4
Carci (PMV . , II , 294 ) . Vedi Carzia.
Carival. Mon. indiana dell'Aurungabundar,
del val. di 50 di Rupia. Si divide in 12 Pice
(KCU . , 210) .
Carlino, Carolinus, Carolenus , Carolensis,
Karolenus etc. Nome che presero in Italia al
cune monete coniate da Principi che avevano
nome Carlo . La più antica mon . , che troviamo
menzionata nei documenti col nome di Car
lino, è il Grosso d'argento coniato tra il 1268
ed il 1278 in Napoli da Carlo I d'Angiò , ove
è rappresentata la Salutazione angelica e per
K
H
2115=
=
DES
KRI
Käytätii
Per ridurre i Carati a millesimi basta mol
tiplicarli per 41,666,666 .
Carato metrico . Con la legge 7 Luglio
1910 n. 480 venne sanzionato che :
L'unità di massa per il commercio delle
perle fine e delle pietre preziose è il Carato
metrico del peso di 200 milligrammi. L'uso
della parola Carato per indicare pesi diversi
è proibito. Col R. Decreto 9 agosto 1911
n . 1020 venne decretato : La serie dei mul
tipli e dei sottomultipli del Carato metrico è
stabilita in conformità della seguente tabella :
- gr . 50
Pesi : grammi. 100 carati meirici 500
carati m. 250
gr. 20 carafi m . 100 - gr. 10
carali m. 50 — gr. 5 carati m. 25 - gr. 2
carati m. IO ――― gr. 1 carati m . 5 -――――― gr. 0.2
carati m. I - gr. o.1 carati m. 0.5 -- gr. 0.5
carati m. 0.25 ―――― gr. 0.2 carati m. 0.10
- gr. o.1 carati m . 0.05 ―― gr . 0.002 carati
m. o.01 . Il Ministero di A. I. e C. , in data
7 Febbraio 1913 n . 2185 , ha infine decretato :
I pesi del carato metrico e i multipli di esso ,
secondo la tabella di sopra , oltre alla forma
5
stabilita , per i pesi analoghi dal regolamento
12 Giugno 102 n . 226 , potranno avere quella
di un tronco di piramide retta a basi paral
lele avente figura di quadrato . In tal caso
detti pesi saranno massicci e di un solo pezzo
di ottone o di altro metallo non più altera
bile dell'ottone . Il valore dei singoli pesi sarà
inciso in modo chiaro e facilmente leggibile ;
quello in grammi sulla faccia inferiore , quello
in carati, seguito dall' abbreviazione C. M.
sulla faccia superiore . La marca di fabbrica
e i bolli di verificazione prima e periodica ,
saranno impressi , per quanto è possibile , sulla
faccia inferiore di ciascun peso . Sebbene non
sia stato possibile introdurre nella serie legale
i pesi di 2 Carati o di 0,02`di Carato, i
quali hanno valori non corrispondenti alla
serie decimale della frazione del gramma,
pure essendo essi indispensablli in pratica per
le operazioni commerciali , ne sarà tollerato
l'uso ed i RR . Verificatori , se richiesti , li
ammetteranno a verificazione .
Carcassonensis moneta. Zecca di Carcas
sonne (Carcasona) . I Conti ed i Visconti emi
sero moneta dal 1002 al 1200 cir. I Vescovi
dal 1077 al 1106 cir. (MRN . , I , 323 ) .
Carci per Carzie vengono chiamati i De
nari veneti in una commissione di zecca del
CARLINO
52
NAPOLI - Carlo I d'Angiò (1266-1285).
Carlino d'argento o Saluto d'argento.
ciò conosciuto anche col nome di Saluto d'ar
gento . Una prima notizia del Carlino d'ar
gento ce la fornisce il MAUROLICO (Sicanic.
Rev. compend. lib . I ) : « . . . . SALUTOS autem
ARGENTEOS (Carlini) similiter impressos (cioè
a quelli d'oro) verum 96 libram implebat. Li
bra vero sesqui uncia habebant misturae » . Lo
che vuol dire, che questo primo Carlino do
veva pesare I GO di lib. (gr.mi 3,33 ) e conte
nere onc. IO I 2 per lib. di arg. fino . Il BLAN
CARD (in Revue numism. nouv . serie 9,221 )
eguaglia il Carlino del 1271 al ¹½2 Tarì ( d'oro )
e 60 Carol. = I uncia auri ; nel 1297 un
Carlino = 39 Den. pisani e nel 1237-1300 ,
5 Carlini = 4 Tornesi grossi (GSO . , 122 ) ;
nel 1302 un Carlino si cambiava in Roma
con 26 Provisini e 6 Carlini valevano 5 Ro
manini. Ma Carlino per eccellenza fu detto il
COASTY
NAPOLI Carlo II d'Angiò.
Carlino gigliato del 1303.
Grosso d'arg. di Carlo II d'Angiò di nuovo
tipo , con la croce gigliata e perciò conosciuto
anche col nome di Gigliato . Questa bella e
tipica moneta fu coniata in Napoli l'anno 1303
allo stesso saggio del Grosso tornese e prese
il nome di Carolenus novus . Una grande emis
sione di questi Carlini avvenne sotto Roberto
d'Angiò ( 1309-1343 ) , ed un doc . di zecca del
1° luglio 1317 , ce ne dà i valori : « et liga
predictorum CAROLENORUM argenti sit de un
tiis undecim et sterlinos III argenti fini pro
qualibet libra ponderis eorundem, et reliquam
sit de here puro et quod quolibet CAROLENUS
argenteus sit juste et ordinati ponderis videlicet
tarenorum quatuor et grana decem nec non quod<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CARLINO
CARLINO
53
I
CAROLENSES ipsi .... argenti sint eiusdem te
nute et lige sicut fuerunt CAROLENSES ... ar
genti dudum cusi de mandato recolente memorie
divi avi nostri (Carlo I ) .... » (Reg. 1317 C. ,
J
NAPOLI
Roberto d'Angiò ( 1309-1343 ).
Carlino Robertino.
X
oam
s
a
B
W
CUNFO Giovanna II ( 1343-1381 ).
Carlino.
un Gigliato nella zecca di Cuneo , come erede
di quella signoria della Casa D'Angiò, e che
dovette cedere ad Amedeo VI nel 1367. La
zecca di Aquila fu autorizzata da Giovanna II ,
n
o
H
dere in tre categorie , cioè : a) quelli imitati
in alcune zecche di Oriente , dai Maonesi in
Scio (1347-1455 ) , dai Maestri ospitalieri di
Rodi , dai Lusignano in Cipro etc .; b) quelli
fatti coniare nella zecca di Napoli , o nelle of
ficine monetarie di Saint- Remy e di Tarascon
in Provenza , dai Re di Napoli successori di
Roberto ; c) quelli fatti lavorare ed imitare
da altri principi italiani.
Il Carlino napoletano subi , per colpa di poco
scrupolosi zecchieri , continue diminuzioni di
peso e di lega e da gr.mi 3,93 si ridusse a
gr.mi 3,80 con soli gr.mi 3,50 di fino . I segni
di zecca , che si trovano sui Carlini di Roberto ,
ci permettono di conoscere la data della loro
emissione . Quelli del 1317 portano il segno
della ghianda, quelli del 1321 un giglio, ed i
posteriori un piccolo cerchio . Furono incisori ,
in ordine di tempo , Ottavio di Pierotto , Gu
glielmo Trocullo , e Nicola Rispolo ; e zecchieri :
il Benincasa, gli Acciajuoli , il Macedonio , i
Buonaccorsi , i Bardi , il Gattolo ed il Manicella
( SAMBON in RIN. , XXV , 189 e segg. ) . Dopo la
morte di Roberto fu continuata la coniazione
poletana (CAGIATI , 1 , 32 , n . 1 ) . Egualmente ne
coniò Carlo III di Durazzo ( 1383-1385 ) e La
dislao ( 1386-1416 ) . Giovanna I di Napoli coniò
C
war
o
n
eyH
ginta pro uncia computatis » ( DCG . ) . Questa
moneta acquistò subito molto credito in Italia
e fuori e venne imitata e contrafatta . Le imi
tazioni dei Carlini robertini si possono divi
neta correva « pro sol. 1. et den. x provincia
lum ». Nella zecca di Napoli continuò la co
niazione dei Carlini gigliati sotto Giovanna e
Ludovico ( 1346-1362 ) , Carlini che dai francesi
sono rivendicati alle zecche provenzali , ma che
documenti dell' Archivio di Napoli del 1352
dimostrano essere stati ordinati alla zecca na
Boc
d'Italia per 16½ Tornesi piccoli. In un conto
del 1336 (Historia Delphin) troviamo : « Item
recepit ab eodem ibidem Regales de auro XXXTI
de quibus expensi sunt, ad rationem CAROLI
NIS XV pro quolibet, XXXI » . Un documento del
1358 , che si riferisce ad un contratto matri
moniale di Salerno , riporta « dotis nomine un
cias duomillia in CAROLENIS ARGENTO, sexa
rascon, si convenne di coniare « Liliati, cioè
Carlinigigliati, con la rmago bone memorie e Do
mini Regis Roberti sicut illi qui sunt Neapolis » .
Lo stesso documento ci dice , che quella mo
SFB
f. 68 t) . Dovevano questi Carlini, detti Ro
bertini, essere dunque del peso di Tareni o
Tari 4 e Grana 10 e contenere oncie 11 e
sterlini 3 di arg. fino per lib. e precisamente
della stessa lega di quelli fatti coniare da
Carlo I. Nel 1318 il Carlino napoletano che
già correva col nome di Robertino, era valu
tato a 64 pezzi per oncia d'oro, si cambiava
a 13 per un Fiorino o Ducato d'oro e fuori
del Carlino robertino a titolo di speculazione ,
specialmente nella zecca di Tarascon , ed è in
teressante un documento di zecca del 23 apr.
1372 , cioè posteriore di 30 anni alla morte di
Roberto , dal quale si rileva , come tra il Sene
scalco di Provenza e lo zecchiere Fiorentino
Ruffo di Gian Fillassi , maestro di zecca di Ta
AQUILA - Giovanna II (1433).
Mezzo gigliato.
con diploma del 6 genn. 1433 , a coniare mezzi
Carlini: «
< dummodo sint ponderis et bonitatis et
in qualibet libra sint de argento fino uncie de
cem et de ere uncie due » ( R. Arch . di Napoli,
reg. 1423 , 358 ) . Renato vi fece coniare il Car
lino allo stesso tipo del Robertino tra il 1435 ed
il 1442 , ed un rescritto di questo re agli aqui
lani , in data 5 sett . 1437 , dice : « bonos ducatos
auri vel CAROLENORUM ab rationem de CAROLE
NIS decem pro qualibet ducato » (MURATORI,
Ant. It. , VI , 559 ) . Questi Carlini continuavano
ad essere comunemente detti Gigliati perchè
conservavano il tipo primitivo e nel poema di
Buccio Ranallo (delle cose dell'Aquila dal 1253
al 1362 ) si legge che nella pestilenza del 1248 :<noinclude></noinclude>
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Pagina:La moneta - vocabolario generale.pdf/70
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>54 -
CARLINO
distinguono dagli altri coniati in Napoli per un
aquiletta che portano nell'area della moneta.
In Napoli Alfonso I fece coniare Carlini di due
tipi ben differenti . Il primo simile a quello co
niato in Aquila dal conte di Montorio ed un
secondo con la testa coronata di faccia e lo
stemma. Questo Carlino prese il nome di Al
fonsino o di Grossone ed il tipo servi , anche
N
S
T
<< Chi comparava guardia per esser aiutati
<< Lu di et la notte la femena potea tre gillati >» .
Una coppa d' orzo durante la carestia del
1340 vendevasi 6 Carlini. Un Carlino rober
tino fu coniato in Solmona a nome di Renato ,
ma se ne ignora l'epoca di emissione . Nella
AU
R TO
mo
E
T
CARLINO
CON
FE
Maward
ס
SOLMONA - Renato d'Angiò (1635).
Carlino.
לו
lotta contro Alfonso I d'Aragona, i solmonesi
parteggiarono sempre per lui , e soltanto per
timore delle armi di Giacomo Caldora, che con
duceva in Abruzzo la guerra per l ' Angioino ,
firmarono un patto di fedeltà a Renato . Questo
raro Carlino sulmonese fu pubblicato dall'avvo
cato G. PANSA nella Riv. It. Num. , anno XVII ;
pesa gr. mi 3,60 . Aggiungeremo , che alcuni
autori pretendono sapere come Giovanni d'An
giò nel 1461 facesse coniare nella zecca di
Lecce Carlini col nome di Renato suo padre
e precisamente quell'esemplare che porta nel
30.
3D
OHERE
A
T
per il conio del Tornese di rame e del Denaro
(Grano) e ricorda il Reale o Carlino siciliano,
di cui discorriamo in seguito . Ferdinando I
d'Aragona non appena succeduto ad Alfonso
l'anno 1458 volle ricordare ai posteri la sua
incoronazione , avvenuta in Barletta per le mani
del card. Sabino Orsini , legato di Papa Pio II ,
colla emissione di un nuovo Carlino che, dalla
rappresentazione che vi era incisa , prese il
nome di Coronato, continuando peraltro la co
niazione del Carlino di vecchio stile . Ferdi
nando fece coniare il suo Carlino , detto vol
D
SAPO
n
a
r
a
NAPOLI Alfonso I ( 1433-1458 ).
Carlino Alfonsino.
DIG
1
10
00
7
AQUILA - Alfonso I ( 1442-1458).
Grosso Alfonsino (Carlino).
Carlenos del val. di 120 Den . Questi Carlini
cessano di chiamarsi Gigliati perchè al posto
della croce gigliata portano l'arme inquartata
di Napoli ed Aragona . I Carlini d'Aquila si
܂
campo a sinistra del re una L coronata da un
giglio (SAMBON, Gaz. Num. Française , 1896) .
Vedi Coronati. Alfonso I d'Aragona concesse
nel 1442 , con capitoli del 6 ottobre , la zecca al
conte di Montorio, acciò vi battesse , oltre ad
altre monete , anche Carlenos argenti e medios
AY
OK
O
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LECCE (?) (1461).
Carlino al nome di Renato.
B
50
SOLMONA Ferdinando I (1458-1494).
Carlino Ferrantino.
garmente Ferrantino nella zecca di Solmona,
dopo che questa città , che si era data a Gio
vanni d'Angiò figlio di Renato , fece ritorno
sotto il suo dominio . Tutti questi Carlini furono
falsificati, o misturati in modo da indurre i So
vrani Napoletani ad emettere continue ordi
nanze per rimediare al danno che derivava al
commercio il correre di queste monete . Tutte
le monete grosse d'argento , che si coniarono
in seguito a Napoli si continuò a chiamarle
Carlini, quantunque si allontanassero sempre
più dal primo tipo e dall'originale valore . Rap
presentarono peraltro sempre la decima parte
del Ducato e si divisero in 10 Grana. Sotto
Carlo V presero il nome di Grossi ed il loro
peso si aggirava tra i gr.mi 3,375 e gr.mi 3,120 :
sotto Filippo II, gr.mi 3,00 . Due tipi, che
meritano di essere menzionati , sono quelli<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CARLINO
CARLINO
55
1
SeS
a!
NAPOLI - Filippo IV ( 1621-1647).
Carlino (tipo coniato per impedire la tosatura della moneta) .
petuto 4 volte , e l'interno con G. 1. o G. 5
(grana 5) . Questi tipi furono inventati nel 1624
dal dott . Fabrizio Billia di Catanzaro , il quale
si proponeva con quella disposizione di circoli
e di cifre di impedire la tosatura, che impune
mente si usava di larga scala nelle mon. d'oro
e d'arg. Infatti , se il tosatore , a scopo di lu
cro, oltrepassava nella fraudolenta operazione
il cerchio esterno , che portava l'indicazione
G. 10 ( Grana 10) , a lui non rimaneva che
una mon . da Grana 5, ovvero un Mezzo
asserisce il SAMBON, in occasione dei festeg
giamenti per la presa di Napoli . Si coniarono
nella zecca di Napoli Carlini fino al 1859 ,
sotto il regno di Francesco II di Borbone.
Carlino Aquilano. Vedi Carlino.
Carlino Aragonese. Sotto il nome di Ara
gonesi si trovano nelie Collettorie delle C. A.
i Carlini gigliati coniati in Aragona circa il
1310. 70 e So Aragon.
I uncia auri =
5 flor. (Collect. , 161 , f. 250).
Carlino coronato. Vedi Coronati.
Carlino della croce. Vedi Coronati.
Carlino di Malta. Mon. d'argento del val.
di 15 Grani, coniata per la prima volta dal
G. M. Giovanni de La Vallette ( 1557-1568 )
il quale, sprovvisto di argento , la fece coniare
anche in rame, del val. di 10 g.ni. Il Carlino
Maltese si divideva in 2 Cinquine ed era la
quarta parte del Tari d'argento.
Carlino di Monaco. Si chiamò Carlino an
che il pezzo da 20 Franchi di Carlo III prin
cipe di Monaco coniato l'anno 1878 .
Carlino di Sardegna. Mon. d'oro del val.
di 5 Doppiette, fatta coniare , nella zecca di
TAINS
che fece coniare Filippo IV di Spagna ( 1621
1647 ) , nella zecca di Napoli , con due circoli
concentrici , recanti , l'esterno , la cifra del val.
C. (Carlino 1 ) ovvero G. 10 ( Grana 10) ri
Carlino; ed allora non ricavava argento suffi
ciente da quella tosatura che lo compensasse
della perdita sul valore della moneta . Ma
questa invenzione non ebbe fortuna e, salvo
una piccola emissione di Carlini o Doppi
Carlini, si ritornò al tipo solito . Carlo II ( 1674
1700) ordinò per il primo che sulle monete ,
sia d'oro che di argento, fosse posto il va
TORINO Vittorio Ame deo III (1773-1796).
Carlino d'oro del 1774
<>
00
300
000
Torino , da Carlo Emanuele III nel 1768 per
uso esclusivo del Regno di Sardegna . Era al
taglio di 15 573, 1805 per marco ed alla bontà
di car. 21.10 (gr. 11 16,05) (PROMIS , I , 475 ) .
Si coniò anche il mezzo Carlino d'oro.
NAPOLI Carlo II (1665-1700).
Carlino del 1691.
lore in cifra. I Carlini coniati sotto questo regno
sono al titolo di 895 5 ( mill., e di peso vario.
Quelli del 1683-1686 erano pesanti gram
mi 2,829 e con decreto del I gen . 1689 furono
portati al val. di 11 Grana e con altro dell'8
gen. 1691 a quello di 13 Grana. Quelli co
niati dal 1687 al 1690 pesavano gr.mi 2,049
e con decreto del gen. 1691 furono portati al
val. di 12 Grana, mentre se ne coniarono nello
stesso anno al peso di gr.mi 2,194 ed al val.
primitivo di 10 Grana ( CAGIATI , 218-319 ) .
Una ordinanza di Carlo VI imp. , del 1730,
prescrive che il Carlino debba contenere oncie
10 e sterlini 3 per libbra di argento fino ed
oncie
e sterlini 17 di lega in rame ( MZB . ) .
Questo sovrano fece coniare nel 1707 un Car
lino per essere gettato al popolo, a quanto
OLI
5930
TORINO - Carlo Emanuele III ( 1730-1773).
Mezzo Carlino d'oro del 1770.
Carlino di Savoia. Si diede questo nome
al pezzo d'oro da 10 Scudi coniato da Carlo
Emanuele I ( 1580-1630) al tipo del Duca
tone detto del compasso e che io credo sia
una prova di conio in oro della mon . d'ar
gento . Pesa gr.mi 33 (CNI . , t. XX, n . 2 ) . Anche
Carlo Emanuele III nel 1663 emise un pezzo
da 10 Scudi d'oro che prese il nome di Car
111
lino d'oro, del peso di gr.
33,25-33 , 13 (CNI . ,<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CARLINO
XXIV, II) e Carlo Emanuele III con ordine
del 38 giug . 1755 fece coniare nella zecca
di Torino un Carlino da cinque Doppie del
peso di grmi 47,88 (dm. mm . 41 ) , al taglio
di 5 407 3605 al marco e di bontà car. 21. 18.
Valeva Lire 81 , 17 , 6 ( val. loc .) e portava
l'indicazione del val. D. 5 non che il Car
lino da Doppie 22 dello stesso tipo (CNI. ,
XXIX , n . 5 ) .
Carlino d'oro, Karolenus aureus.
Carlo I
D'Angiò , oltre al Saluto d'argento , fece co
niare prima dell'anno 1278 , il Saluto d'oro,
che prese il nome di Carlino d'oro. II MAU
ROLICO dice : « Scio etiam SALUTOs aureos tem
pore CAROLI, a quo siculi defecerunt signatos....
erant autem ex auro optimo et n. 72 libram
aequabant Et aureus argenteos 14 precio ae
quabat » (MAUROLICO , Sican. Rev. Comp. ) . Il
NAPOLI Carlo I d'Angiò ( 1206-1285).
Carlino d'oro o Saluto d'oro.
Carlino d'oro pesava quindi gr.mi 4,44 e va
leva 14 Carlini di argento . In Roma correva
per Sol. 31 di Provisini, ed erano stati rico
nosciuti della bontà di car. 201, 2 (?) . Nel 1302
si valutavano Sol. 42 Prov. (GSO) . In Francia
si cambiava con 12 Grossi tornesi. Un docu
mento della R. Zecca di Napoli ci fornisce
il rapporto che esisteva tra il Carlino d'oro
e il Fiorino di Firenze « CAROLENIS AUREIS 4 et
floreni ac ducatis aureis 5 per unciam compu
tatis » ed anche il GARAMPI ci dice che nel
56 ---
CARLINO
quinque minus quinqne octavis unius grani et
quod CAROLENI ipsi auri sint eiusdem tenute
et lige sicut fuerunt CAROLENSES aur i dudum
cusi de mandato recolente memorie divi avi no
stri Jerusalem et Sicilie Regis illustri » (Reg.
ang. , 1317 c. , fol . 68 t . ) . Appaltatore della
zecca di Napoli era Lapo di Giovanni Ben
nincasa ed incisori Ottavio figlio di Pierrotto
e Giovanni de Madio, napoletano . Quantun
que questo documento parli chiaramente di
una ordinazione di Carlini d'oro, pure nessun
esemplare conosciamo che si possa attribuire
al Re Roberto , del quale è nota invece la
bellissima serie dei Carlini di argento.
Carlino ferrantino . Vedi Carlino.
Carlino fiorentino . Fu emesso nel 1490 al
val. di Sol. 10 , al taglio di 96 ¹ 2 per lib., peso
gr.ni, 71 73 1459 bontà one . 11 , den. 11 , intr.
gr.ni 68 40 45. Correva anche col nome di
Grossone ed aveva, come impronte, da una
parte S. Giovanni che battezza il Cristo e
dall'altra, il giglio fiorentino ( GCR . , II , 35 ) .
Nel 1505 fu portato al val. di Sol. 12 e Den.
6 ed alla bontà di one . 11 e den . 12 e prese
il nome di Barile perchè valeva tanto , quanto
si pagava di dazio per un barile di vino ( Or
SINI, LIV) .
Carlino gigliato (liliato ). Vedi Carlino.
Carlino napoletano . Vedi Carlino.
Carlino nigro .
Si disse del Carlino di
Carlo II il Cattivo ( 1349-1387) coniato nella
Navarra e del quale si fa menzione nelle
collettorie fin dal 1358. Nel 1368 : « 13 sol. 1
den. Carlin. nigrorum usuali, monete in Regno
Navarre, == Flor. Aragonie » (Collect., 117
118 , fol . 173 e LXXVIII ; PAMPLONA) .
Carlino papale. Ritornati in Roma da A
vignone , i papi ripresero a coniare la loro
moneta nella zecca del Senato ed il Grosso
1302 il Fiorino valeva 34 Sol. Prov . , mentre
il Carlino d'oro ne valeva 42 e che la lega
dei Carlini nei sec . XIV e XV si conservò alla
bontà di circa 11 oncie a lib. , del peso di 80
papale prese il nome di Carlino papale per di
stinguerio dal Carlino romano. Il primo Car
lino o Grosso papale coniato in Roma , è quello
di Urbano V che durante la sua breve di
a lib pap. cioè gr.mi 90 di peso napol. e gr.mi
84 di peso fiorent. I LANCILLOTTO scrive che
in Palermo si computava , il Carlino d'oro,
Tari 7 e pesava trappesi 5. Carlo d'Angiò fece
coniare anche il mezzo Carlino d'oro dello
mora in questa città cioè nell'anno 1367 volle
ricordare quello storico evento con una mo
neta nella quale fece incidere espressamente :
FACTA IN ROMA (SGV . , XLVI , 16 ) . Bonifacio
IX impossessatosi della zecca del Senato du
rante il periodo del Giubileo , ( 1400 ) , coniò
anche esso un Carlino papale (SGV ., XLVI ,
stesso tipo del Carlino e con molta probabi
lità ne fu incisore Giovanni Fortino , che servi
la zecca angioina in Napoli dal 1266 al 1278 .
Carlo II coniò egualmente il Carlino o Sa
luto d'oro, identico e quello del suo prede
cessore, e ne fu incisore Pierotto Francese
( 1280-1313 ) . Di Roberto d'Angiò ( 1309-1343)
non si conoscono monete d'oro , pure un do
cumento del 1 lug . 1317 ci dà notizia di una
ordinazione di Carlini d'oro e dice « quod
proba CALERENORUM aureorum sit auri fini de
carati 24 et non minus sit ponderis tarenorum
17) ed Innocenzo VII ne coniò due differenti
( SGV . , XIV , 16-17 ) in uno dei quali ritorna
l'autorità del Senato : S - P - Q - R . Un Carlino di
sommo interesse storico è quello fatto coniare
nella zecca di Roma tra il 1413 ed il 1414 ,
da Ladislao re di Napoli , durante la sua pre
caria occupazione di questa città (SGV . , XV,
17) . Di tutte queste monete non troviamo ne
gli archivi , documenti che le segnalino . Il
primo, dovuto alle ricerche del GARAMPI , data<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>1
CARLINO
dagli ultimi anni di Regno di Martino V ; appartiene , cioè , al 1430 quando quel papa, che
aveva sempre coniati Carlini papali detti
Grossi della Colonna, con un accenno all'au
torità senatoriale : SPQR . ROMA · CAPUT · MUNDI
(SGV . , XV, 21 ; XVI , 1 ) , ordina agli zecchieri
Domenico Gherardini e Pietro Andreozzi , di
coniare Carlini dello stesso peso misura e co
nio dei napoletani : « CARLENOS eiusdem pon
deris ac mensure et conii sive figure quorum
sunt CARLENI NAPOLETANI » ; ed il documento
dice appresso : « pondus autem cuiuslibet CAR
LENI sit denariorum trium et octo granorum .
Sintque dicti CARLENI de liga undecim uncia
rum et duorum denariorum argenti fini pro
qualibet libra dictorum CARLENORUM cuius pon
deris sunt CARLENI NAPOLITANI antedicti »
(GAD. doc. XXII ) . Si tratta evidentemente di
pseudo Robertini, che costituivano una buona
speculazione per coloro che li imitavano (Vedi
Carlino) . Colla stessa lega e col medesimo peso
effettivo furono coniati i Carlini di Eugenio IV
nel 1432. Questo papa volle che nei nuovi
Carlini sparisse per sempre qualsiasi scrittura
segno o figura che ricordasse la signoria della
città e l'autorità del Senato Romano . Nel
1439 i Carlini papali erano valutati a Sol. 10
e Den. 10 corrispondenti a Cinquini 26 o me
glio a Bolognini romani 62, come ricavasi
da una tariffa emessa in Montefiascone per
uso del Patrimonio di S. Pietro (GAD . , doc.
XXIV) . Nel 1447 Nicolo V stabilì che i Carlini
papali fossero coniati al peso di den . 3 e gr.ni
IO, con onc. 11 e den. 3 di arg . fino per lib.
e che 84 Carlini più 1 den . formassero il peso
di 1 lib . Nel 1467 Pio II prescrive che il
Carlino «< con la stampa di N. S. (il papa)
ovvero di qualche predecessore » valga 6 Bolo
gnini marchegiani (GAD. , doc . XXXII) . Sotto
Paolo II la Camera Apostolica esigeva per
un Ducato gr.ni 728 di fino arg . , quanti ne
contenevano , cioè , dieci Carlini dell'epoca
(1464-1471 ) , mentre in seguito non ne riscuo
teva che 612 , stante l'avvilimento di quella
moneta che si giunse a spendere a 13 per
Ducato ; Sisto IV ( 1471-1484 ) nella zecca di
Ancona, ove fin dal 1464 si coniavano i così
detti Terzi di Carlini, fece coniare i Mezzi
terzi, corrispondenti al Bolognino da 5 Quat
trini (GAD. doc . , XLVII ) . Nel 1494 i Carlini fu
rono ridotti al taglio di 103 2 5 per lib. cioè
al peso di gr.ni 66 440 517 ed al fino di gr.ni
61 28/100 . L'instabilità dei rapporti di prezzo
fra l'oro e l'argento , che avea creato pertur
bazioni nel sec . XIV , produsse in seguito a
busi monetari tali , che papa Giulio II , nel
1504 , s' indusse a riformare completamente
l'intrinseco della moneta d'argento , che elevò
di un terzo circa . Tutti i Carlini o Grossi pa
pali precedenti che valevano ed avevano corso
Martinori 8.
57
CARLINO
legale per Bolog. o Bai. 712 rimasero a quel
prezzo . I nuovi Carlini che dal nome del papa
vennero chiamati Giulj furono tassati ed eb
bero corso a Bolog. ossia Baj. 9 3 4 e con l'ag
gio giunsero a Bolog. 10 (CASR . ) . Vedi Giulio.
Giulio II battè i suoi Carlini a lega di onc .
II e den. I di fino ed al taglio di 83¹ 4 per
lib. , così che ogni nuovo Carlino venne a ri
sultare di peso gr.ni So 208 344 e di fino gr.ni
74 79 100 (SGV. , XXV , 16-24) . Interessante è
il breve spedito da Giulio II il 9 ag. 1594 a
Giovanni Sforza signore di Pesaro , a Giovanni
Borgia signore di Camerino ed agli Ancone
tani per avvertirli : « quonimus vero valor du
catorum auri de Camera pari modo concordet
quadret et se conformet prout tempore praefati
Sixti concordabat quadrabat et se conformabat;
ita quod CARLENI decem, monete nove, duca
tum unum auri de Camera similiter novem CAR
LENI cum duobus tertiis et uno quatreno flo
renum unum monetae Romanae constituant » .
Questo nuovo Carlino papale di Giulio II
lo troviamo tassato in Firenze per Sol. 10 e
doveva pesare den. 3 e gr.ni 8 , mentre i vec
chi Carlini papali pesavano den. 2 e gr.ni 18 .
Un ultima notizia di Carlini papali la tro
viamo in una provvisione sulle monete tose
o leggiere, pubblicata in Bologna il 25 ago
sto 1588 , nella quale i Carlini di peso di ca
rati 12 (Marco di Bologna) , che valevano 30
Quatt., si dovevano ridurre a Bolog. 4 e Den . 4
(GAD. , LXXXIX ) . I Grossi papali cessarono di
correre col nome di Carlini e preserò quello
di Giulio e poi anche di Paolo, quando Paolo III ,
nel 1540 , volle migliorare le condizioni della
moneta d'argento , che aveva subito dopo
Giulio II continue riduzioni in peso e titolo.
(Vedi Paolo) . Fu Benedetto XIV che , circa il
1747 , volle ripristinata l'antica denominazione
di Carlino romano coniando una moneta di
lega del peso di gr.mi 2,750 ed il Doppio
Carlino del peso di gr.mi 5,500 circa. Il nuovo
Carlino doveva valere o correre per Baj . 72,
pesare den. 2,6 , ed essere alla bontà di one. 5
per lib. con fino den . 1 , 2 , 102. Questo tipo
di Carlino lo ritroviamo sotto i papi Cle
mente XIV e Pio VII . Non solo in Roma si
coniarono Grossi papali detti Carlini ma an
che nelle zecche pontificie di Bologna e di
Avignone . Il Consiglio secreto ducale di Mi
lano scrisse durante l'anno 1473 a Galeazzo
Sforza che i Carlini nuovi di Bologna non si
dovessero spendere come i vecchi , cioè Soldi
7 e Den. 6, ma solamente Sol. 6 e Den. 1. As
saggiati si trovarono al taglio di 68 al marco
ed alla bontà di onc. 6 , den. 12 e gr.ni 6 per
marco. Questi Carlini di Bologna sono i così
detti Grossoni col S. Petronio ed il Leone
rampante che prendevano il nome ancora di
Bianchi o Bianconi. Nella zecca di Avignone<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CARLINO
da Urbano V in poi , abbiamo una serie quasi
non interrotta di Carlini papali che si caratterizzano per la continua degenerazione . Dal
peso di circa 3 gr.mi che avevano in origine
li vediamo ridotti sotto Paolo III a soli gr.mi
0,90 con bassissima lega . Non conosciamo che
pochi documenti di zecca dai quali ricavare
qualche dato su questi Carlini papali. Li tro
viamo sotto Urbano V ordinati nel 1368 a tal
Michele Ligoni maestro di zecca in Avignone
' col nome di Grossi da due. Il peso doveva
essere di gr.ni 62 91/1145 e di fino gr.ni 58 38 72
ovvero den. 11 di arg. fino per marco e di
peso 722 den . per marco di Curia Romana
(SGV . , XI , 25 ) . Dai registri Avignonesi si ri
cava come nel 1369 il Fiorino di camera va
lesse 13 Grossi da due cioè 13 Carlini papali
(mon . avig. ) e negli anni 1376-1377 14 Car
lini ( Collect. 255 , f. 116 v) .
Carlino romano . Il grande credito che a
veva in Roma sulla fine del sec . XIV il Car
lino napoletano , decise il Senato romano a
sostituire il Grosso romanino detto Rinforzato
con altro più debole il cui valore si acco
stasse a quello napoletano . Il nuovo Roma
nino prese il nome di Carlino romano ed i
conti si principiò a tenerli non più a Grossi
ma a Carlini. I Papi ripresa la zecca sul prin
cipio del sec . XV vi fecero coniare i loro
Grossi o Carlini papali. Il GARAMPI ci riporta
i seguenti valori del Carlino romano ( Grosso
romanino) . Nel 1302 valeva 26 Den . prov. ;
nel 1322 e 1323 , 39 Den . prov.; nel 1342 , 48
Den. prov.; nel 1391 62 Den . prov. Il tipo del
Carlino romano si conservò sempre uguale al
primitivo tipo del Grosso romanino emesso
dalla zecca del Senato di Roma fin dal tempo
del Senatoriato di Brancaleone d'Andalò ( 1252
1434 ) . Solo che nell'acconciatura , nella dispo
sizione degli attributi della figura di Roma,
scorgesi l'influenza delle monete angioine im
portate con l'avvento di Carlo d'Angiò al Se
nato Romano . La figura di Roma in queste
monete corrisponde a quella che era dipinta
sopra il primo dei tre vessilli che il tribuno
Cola di Rienzo portò con solenne pompa al
lorquando nel 1347 ascese al Campidoglio
<< Lo primo confalone fu grandissimo , rosso
con lettere de auro, nel quale stava pinta
Roma , e sedea sopra due lioni, e in mano te
nea il mondo e la palma » ( RE ZEFIRINO , Vita
di Cola di Rienzo) . Carlo d' Angiò come se
natore di Roma emise Grossi romanini o Car
linı romani facendovi incidere le proprie armi
fregiandola di tutti i segni del partito guelfo ,
del quale quel re era divenuto capo . Bene
detto XIV , circa l'anno 1747 , emise una mo
neta di lega alla quale pose il nome di Car
lino romano. Vedi Carlino Papale e Grosso
romanino.
58
CAROLEI
Carlino siciliano . Una costituzione di Mar
tino d'Aragona , re di Sicilia, dell'anno 1398 ,
fa obbligo di ritirare e rifondere tutti i Car
lini del Regno che si trovavano nel suo Stato
ed ordina alla zecca di Messina di coniare
una nuova moneta del valore di mezzo Tari
d'arg, ovvero di 10 Grana, che prese il nome
di Carlino siciliano ed anche di Reale (MZS . ) .
Questo Carlino o Reale di Martino d'Ara
gona non credo che si conosca, ma , quan
tunque raro , si trova nelle collezioni quello che
fece in Messina Alfonso I tra il 1416 ed il 1458 .
Carlinos deauratos. Di questi Carlini do
rati fa menzione il MURATORI negli Annali
Piacentini all'anno 1473 (T. 20 , S. Iª , col . 943 )
<< CARLINOS DEAURATOS pretium solidorum XII
ad terram projecit... usque ad summam duca
torum quatuor millium » (DCG.) .
Carlo, Carolus, Karolus. Denom . generica
data a molte monete che come il Carlino fu
rono emesse da principi dal nome Carlo . Ka
rolus si disse il Grande bianco di Carlo VIII
di Francia ( 1483-98 ) ; portava una grande K
nel centro fra due fiordalisi . Vi era anche il
piccolo Karolus. Sotto Carlo V ( 1530-1556)
furono coniate in Besançon monete di biglione
nel 1534 che presero il nome di Caroli del
val. di due Bianchi, al taglio di 212 al marco
e che in seguito si ridussero a 235 al marco .
Portavano queste monete il busto dell'Impe
ratore e l'arme della città. Si cambiavano con
9 Den. tornesi. Carlo V concesse il privilegio
di zecca alla comunità di Bezançon toglien
dolo ai vescovi che lo possedevano da tempo
antico . Lo stesso Carlo V coniò Caroli d'oro
in Fiandra del val. di Sol . 22 e Den . 6, che
presero il nome di Reali. Vedi Karolus.
Carolus, si chiamò anche la moneta d'oro
coniata da Carlo I d' Inghilterra ( 1625-1647)
del val. di 21 Scell. e 4 Den . sterl. Tipo : il
busto del re , ovvero il re a cavallo .
Carolus, fu detto il Soldo di Carlo Ema
nuele I , coniato in Torino nel luglio 1581 , al
taglio di 139 al marco , ed al tit. di den . 2,22 .
Carlo si chiamò una moneta d'oro , del val.
di 5 Tall. , di Carlo di Brunswick . Tipo del 1789 :
stemma e la cifra del val. V THALER : peso
gr.mi 6.638 , tit. car. 21 , val . in Lit. 20,57 . Il
Doppio Carlo porta l'impronta del cavallo in
corsa e la cifra del valore X THALER .
Carlo, è il nome dato al Filippo allorchè
nel 1666 Carlo II re di Spagna ascese al trono.
Id. a quello di Carlo VI imperatore nel 1711 .
(MULAZZANI , RIN . , I , 303 ) .
Carob. Vedi Carub.
Carolei Floreni. Negli atti mss . del capitolo
di S. Pietro all'Isola, al 7 giugno 1540 , si legge:
dedit summam 40 FLORENORUM CAROLEORUM
sive 80 lib. paris » . Il Du CANGE (T. , II . 181 )
dice che si tratta di Fiorini coniati da Carlo V.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CAROLENIS
È invece un modo d'esprimersi per denotare
una certa somma di Carlini cioè , nel caso di
sopra, 40 Fiorini di Carlini.
Carolenis Ducati. In un contratto del 3 mag.
1506 fra Pietro Francigena, rettore di S. Ma
ria della Peste di Montefiascone , ed il pittore
Gian Francesco Avanzarani , detto il Fanta
stico, si stabilisce il pagamento per alcune
pitture « pro pretio et nomine pretii Ducat. quin
quaginta de CAROLENIS » ( M. ANTONELLI , II
Fantastico , 1912 ) .
Caroleno. Vedi Carlino.
Carolici Solidi per Soldi Carolini o Carlo
vingi (DCG . ) . Nel Manuale Num . Roret. com
pilato da ADRIANO BLANCHET , trovasi un atto
che fa allusione alle monete coniate in Bret
tagna al tipo Carolingio (Carlovingien): « Haec
carta indicat atque conservat quod pignoravit
Duil filius Rivelen et ejus homo nomine Catlo
wen salınam quae vocatur Perinet sitam in
plebe Weran in Villa Albi pro viginti Caro
licis solidis » (D. MORICE, I , col . 298 ; MRN. ,
1, 214 ) .
Carolin. Mon. svedese d'oro del val. di 10
SVEZIA Carlo XV.
Carolin d'oro del 1868 .
Franchi coniata da Carlo XV nel 1868. Se ne
coniarono fino al 1872.
Carolina. Mon. tedesca d'oro il cui nome
deriva con molta probabilità da Carlo VI imp .
(1711-1742 ) . Ne coniò il vescovo di Colonia
Clemente Augusto nel 1735 (oro gr.mi 9.700) ,
e Carlo Filippo Elettore palatino o conte del
Reno ( 1716-43 ) (oro gr.mi 9.720 ; car, 18 461332
(771 mill. ) ; val . 3 Goldgulden
3 Fiorini.
Tipo del 1733 : Busto e cifre C. P. binate e
poste in croce al centro, stemma circolare .
Nonchè Ernesto Luigi d'Assa Darmstadt (oro
gr.
9.742 ; tit. 771 ; val. in Lit. 25.90) .
Conio Caroline Ernesto conte di Monforte
CARTA
59
1726-1745 era d'oro alla bontà di mill. 771 ;
peso gr.mi 9.744 e valeva 3 Fiorini. In una
tariffa di Firenze del 1839 la Carolina viene
tassata per Lire nuove italiane 26,66 e per Lire
Ernesto conte di Monfort 1714-1758.
Carolina da 3 Ducati.
toscane 30.1 . In Roma si cambiava con Scudi
4 e Bai. 78. Tipo: nel R vi è rappresentata
la Vergine col Bambino . Vi era anche la
Mezza Carolina.
Caroliner. Mon. d'argento di Carlo XII di
Svezia ( 1697-1719 ) . Il pezzo da 4 Caroliner
(
fyra Caroliner) è marcato con 2 D.S.M , cioè
2 Daler Silver Mynt.
Carolingie. Si dissero le monete coniate
nell'epoca carolingia che comincia con Pipino
(752-768) ed ha termine con l'avvento di Ugo
Capeto 987. Il nome gli deriva da Carlo Ma
gno che introdusse la riforma monetaria . Sotto
i Re della prima razza , i Merovingi , il taglio
era di Sol. 25 per lib . d'arg . del peso di
gr.ni 6144. Pipino lo ridusse a Sol. 22. Carlo
ni
Magno portò la libbra a g. 7680 e ne fissò il
taglio a Sol. 20, cioè a Den . 240 ( MRN. , I , 141 ) .
Vedi Denaro carolingio.
Vennero comune
Carrarino, Carrarese.
mente dette le monete coniate in Padova dai
Carrara (signori 1338-1405) , Grossi, Denari,
Oboli, Soldi e Piccoli. Il 18 gen . 1378 la Rep .
di Venezia bandisce i Carrarini coniati in Pa
dova causa lo stato d' inimicizia fra le due
città (PMV . , 1 , 211 ) . Sulla fine del sec. XIV
il Carrarino ( Grosso) , conteneva onc . II e
den. 5 di arg . fino (VMP. , 65 ) .
Carrettini. Mon. dei marchesi del Carretto
signori di Cortemiglia. Si legge in alcune cro
nache di Piacenza; « eodem anno ( 1255 ) de mense
CORTEMIGLIA - Manfredo del Carretto ( 1225).
Denaro Carrettino.
WURTTEMBERG Federico re.
Carolina d'oro del 1810.
( 1734-1758 ) . Furono egualmente coniate Ca
roline in Baviera e nel Württemberg . La Ca
rolina di Carlo Alberto Caetano di Baviera
decembris mercatores fecerunt fieri monetam
novam apud marchiones de Carretto quam appel
labant CARRETTINI » ( GAVAZZI , RIN. , XIII , 79) .
Carta (moneta) . È una moneta fittizia che
non ha un valore intrinseco e che non rap.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CARTANENSIS
presenta, come il metallo , un valore equi
valente che si possa realizzare . Fu cominciata
ad adoperare a titolo di espediente ed in cir
costanze critiche . Alcuni dicono che fu usata
in Cina fin dal sec . XIII. Nel sec . xv in Eu
ropa alcuni paesi furono costretti , in caso di
assedio specialmente , ad emettere pezzi di
carta o di cartone monetati ; l'Inghilterra nel
1696 , la Francia nel 1701, la Danimarca nel
1713 e poi quasi tutti gli stati emisero Carte
monete o Buoni che non si devono confon
dere con i biglietti di banca Bank notes mo
derni . In Francia furono emessi Billets de
monnaie con corso forzoso nel 1707. Nel 1715
comparvero i Billets d'Etat. Nel 1716 LAW
aprì la sua banca che fino al 1720 avrebbe
emesso Biglietti di banca per l'enorme somma
di 2.696.400.400 di Lire sterline . Dal 1789 al
1796 ebbero luogo emissioni dei così detti As
signats per una somma di 19 miliardi e per un
Luigi d'oro (moneta) bisognava pagare 8,600
Fr. carta. Furono emessi dal 1790 al 1793
Billets de confiance dai grandi industriali del
mezzodi della Francia. Nel 1800 la Banca
di Francia emise le sue Banconote (SDM. ) .
Vedi Billets de confiance e Assignati .
Cartanensis, ed anche Cartensis moneta. Nella
storia di Gerusalemme (Alb . Aq. lib . II , cap . 35 )
troviamo: « pacta sunt ei dare libras CARTA
NENSIS MONETAE » ; e RAIM. DE AGILES a p . 165 :
« pictavini, CARTENSES, mansei, lucenses etc.
cioè Denaridi Poitier , di Chartres ( ?) , di Le Mans ,
di Lucca etc. Finalmente in una carta del 1359
(Antiq. Hortae Fontan. 416) nell'appendice
<< cum salario Mille librarum CARTENSIUM ei
60
CASH
quell'isola ed il nome gli deriva dal greco
χαρξια che a sua voltaderiva dalla voce χαλκος
rame perchè conteneva più rame che argento .
I veneziani la imitarono, ed un documento
del Consiglio dei Dieci del 1515 ci fa cono
scere come si desse ordine di fabbricare mille
Ducati di Carzie simili alle antiche con 122
car. di arg . per marca , per spedirle a Cipro .
Id . nel 1518. Nel 1553 ne furono coniate
con 92 car. di arg. ed al taglio di 454 pezzi
per marca. Nel gen. 1568 si ordinarono
pezzi da 4 Carzie. Si dissero anche Garzie
e Carci. Se ne coniarono in Nicosia dal doge
Antonio Trevisano ( 1553-1554 ) ( Cat . Rossi
3169-3172 ) . Le Carzie originali portavano il
leone rampante dei Lusignano , con la dici
tura S. DE CHIPRE da un lato e la croce di
Gerusalemme con S. DE IERVZALEM dall'altro
(PMV . , II , 2 °
484 ) . Altri crede che questa
voce sia stata importata nel Levante dai Fran
chi e derivi dal tedesco Kreuzer donde si fa
provenire pure la parola Grazia che fu usata
a Gubbio , Pesaro e nelle Toscane fino ai
giorni nostri (PUSCHI , RJN . , XX, 462 ) . Vedi
Grazia.
Cash. Si usa questo termine in Inghilterra
per denotare il contante .
Cash, Cach, Kash. Nome dato dagli Eu
ropei alla moneta spicciola cinese di rame .
NA
H
省南
I
十寳
T
E
H
AS
N
quinque librarum denariorum papensium ( di Pa
via) » . (DCG . ) . Ho tradotto Cartensis per di
Chartres e Mansei per di Le Mans , ma non è
sicura la interpretazione , mentre si dovrebbe
scrivere Carnotensis (quantunque in alcune
monete anonime di Chartres si legga anche
Cartis civitas invece di (Carnotis civitas) e per
Le Mans Cenomanensis , da (Cenomanis civitas).
I
Cartilla. Pezzo da 14 di Reale coniato in
S. Domingo da Ferdinando VII ed altri so
vrani ; porta le seguenti cifre S¹ 4 D ed F. 7,
sotto una corona.
Carub, Karub od anche Karuba e Carobas.
Moneta minuta corrente in Tunisia. Vi sono
pezzi in arg . da 8 Carub detti Nusfia , pezzi
da 16 Car. detti Burial sebili e pezzi in rame
da 8 Car. del 1864 di Mohammed Bey, e pezzi
da 3 Car. e I1/2 Car. Il valore di 2 Car. cor
risponde a Cent. 8 circa. Nel 1823 ( KCU . ) si
cambiavano 16 per una Piastra spagnuola e
si dividevano in 62 Bourbes; (2 Bourbes va
levano 1 Aspro, moneta ideale ) . Vedi Karub .
Carzia. Nome popolare che indica una fra
zione della moneta nazionale di Cipro equi
valente al Denaro . Fu emessa dai primi re di
Doch
da45
PRAŠTA
,CA
BY
元 當
緒
C
銅
CINA Pretet. di Hu- Nan Da 10 Cash (moderna).
Il nome vero è Ch'jen che si adopera ge
nericamente in Cina per indicare il De
naro . Furono i Portoghesi i primi a chia
mare la moneta cinese caixa cioè cassa. I
Francesi dicono Sapeca, gli Indi Falas o Kom
pani. Si conoscono Cash di valori variatissimi .
Quelli della Cina hanno quasi tutti un buco
quadrato nel centro che serve per poterne por
INDIF OLANDESI
Da 15 Casch della Comp. Oland. per le Indie orient. (rame).
tare un numero grande infilzati ad una cor
dicella . Si generalizzò il nome nelle colonie
europee dell'India, nell'Isola di Sumatra e<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>— 61 —
CASSATALER
Giava, ove gli Olandesi coniarono pezzi da 2,
fino a 50 Cash in rame ed anche in piombo ,
NEGAPATNAM - Presidenza di Madras
Mon. indigena da 50 Cash.
a Palekate, con la marca della Compagnia
Olandese . Egualmente
nella Presidenza di Ma
dras Luigi XV (1715
1774) ne fece coniare
per la colonia di Pon
dicherye gl'inglesi per
l'isola di Hong- kong .
In Cinasi trovano pezzi
da 1000 , 100 , 20 , 10,
5, 2 , Cash che portano CINA Da due Cash (758 d. C. ) .
date antichissime . Per
6準叁伯 文
省
valori grandi si usavano sotto il regno di
Ceyu (sec . XIII) sbarre
di metallo di vario
peso e grandezza . In
Sumatra nel Regno di
Acin circolano pezzi
d'oro da 1600 Cash
detti Meh. Il valore
del Cash è originaria
mente di circa un mil
lesimo di Lira. Il Meh
d'oro pesa gr.mi 0,583
ed è al tit. di 737 mill.
e vale Lit. 1,48 . Nel
Turchestan ne coniò
con caratteri arabi, il
ribelle Yacub bey nel
1864. Vedi Chu.
Cassathaler. Mon.
CINA.
d'arg. di Berg, coniata
sotto Gioacchino Mu Prefettura di Sen- An-Fu - 1275
Da 300 Cash.
rat nel 1807 con la di
citura : I. BERGISCHER CASSA THALER.
Casselergroschen . È il
Grosso di Cassel (Assia ).
Castellana. Vedi Ca
stigliani .
Castigliani, Castigliane,
Castellani . Mon. della Ca
stiglia. Erano in origine
di oro puro e ne
vano 50 al marco .
nando il Cattolico
1516) le ridusse
anda
TURKESTAN
Ferdi
( 1474 Cash di Yakub (bey 1804).
a car. 232 ed al taglio
CASTRUCCINO
di 65 al marco, cioè a gr.ni 70 58 65 di peso e di
fino gr. 6927 05. I Doppi Castigliani presero il
nome di Doblones . Al tempo di Pietro I re di
Castiglia ( 1350-1368 ) le Castigliane valevano
30 Maravedini. Vedi Dobla a la cabeza.
CASSEL-HESSEN - Guglielmo II Landgravio (1485-1506).
Casselergroschen.
Castoriati.
Si dissero i Denari della Rep .
romana con la rappresentazione di Castore e
Polluce.
SEGOVIA
Pietro I il Crudele (1350-1368 ).
Doppia Castellana.
Castroni. I GARAMPI riporta un bando del
1562 col quale si fa obbligo di non spendere
nello stato ecclesiastico altra moneta che quella
battuta nelle zecche di Roma, Ancona e Macerata
e che nessuno ardisca spendere nè Clementi nè
Grossi da 27 Quattrini, nè Castroni ecc . , e
portandoli alla zecca sieno pagati 103 Giulii
per lib. (GAD. , doc . LXXXII ) . Erano forse chia
mati Castroni i Grossi coniati in Castro dal
duca Pier Luigi Farnese ( 1545-1547) .
Castruccino. Mon. di Lucca, del val. di
Mezzo Grosso (mist. gr.mi 12 , bontà car. I¹ 2
d'arg . fino) . Fu così chiamata perchè fatta co
niare da Castruccio degli Anteminelli gran Ca
pitano della Rep . dopo la battaglia di Altopa
scio. In un contratto di vendita di un pezzo di
terra in Barga, del 1330 , si dice : « pro pretio
librarum quadraginta et quinque denariorum lu
centium CASTRUCCINORUM ad rationem ecc »
(Arch. di Stato di Lucca) . Tipo: OTTO REX . Bu
sto coron. R IMPERIALIS e nel centro LVCA in
croce (MML., tit . IV, 3-3) .
Cathedra, Catedra. Mon. franc . d'arg. ove si
vede il re seduto in cattedra. In un vecchio regi
stro del 1346 si legge: « fiebant CATHEDRAE pont
deris auri52 marcha auri empta 50 CATHEDR » ed
in altro dello stesso anno: « CATHEDRAE utsupra
marcha empta 48 CATHEDR » e nel 1347 : << post
Pascha marcha empta 50 CATHEDR » ( DCG).
Credo che il Dr CANGE erri nel dirla mon.
d'arg. e si tratti invece della mon . d'oro detta
dai francesi Chaise . Vedi Chaise. Il CABROSPINO<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CATHOLICO
(1362 ) che valutò le monete con le quali si
usava pagare gli antichi censi alla SS . dice
Mutonem vel Catedram ma si tratta di due mo
*
nete differenti per quanto dello stesso valore .
In Castiglia la Catedra valeva 33 Marabotini
(GAD. , doc . X) .
Catholico. Nome dato ad una mon . d'oro
portoghese nelle Indie e nei possedimenti orien
tali d'Africa.
Caturcensis-Cadurcensis. Mon. di Cahors
(Caturcius) . I Vescovi di Cahors coniarono mo
neta fin dal sec . XI ( RIN . , 340) . Il Du CANGE
alla voce Cadurcensis dice Mon. Den , e Mallia,
senza specificarne l'origine (DCG . ) .
Cauci. Venne qualche volta dato questo
nome alle mon . d'oro scodellate , cioè concave .
Vedi Scifati.
Caulotti. Per Cavallotti ; ricorre questo ter
**
mine nei capitoli di zecca di Reggio Emilia
del 1571 con tal Antonio Signoretti .
Cauri, Cauris, Cowris . Mon. dell'Africa occi
dentale o meglio Conchiglia (cipraea) che serve
per gli scambi , specie fra le tribù del Ciad . La
Conchiglia è ovale di 2 Cent. di lung . 1¹ 2 di
larg . ed uno di spessore . Al Sudan un pezzo
da 5 Franchi si cambia con 5000 Cauris (MNC . ,
v, 2261 ) . Tra gli Haussa la dote di una fan
ciulla varia tra i 20,000 Cauri ed i 500,000
(BSG . , I , 1912 ) . Queste Conchiglie si pescano
alle Isole Maldivie e costituivano moneta cor
rente nei tempi passati , anche negli Stati del
Gand Mogol ( Indie orientali ) . Una Rupia d'oro
del val . di Lire 37,51 di Mohammed Schah
del Grand Mogol si cambiava con 2560 Cauris;
un Cauri equivaleva perciò ad 1 Cent. 1/2
circa . Altri valori : 4 Cauris
1 Gondas : 5
Gondas = I Goris ; 4 Goris - I Ponne ; 2
Ponnes 1 Annas ; 8 Annas = 1 Cames.
De2%*3,
pa
Nel Benguella 10 Cauris valgono 1 Pano ov
vero
o di Macuta o 5 Reis provinciali (DNP. ,
21 ) . Vedi Bia, Cipraea e Cowries.
Causaco. Vengono cosi chiamati in un do
cumento del 1334 i Piccoli veronesi (ZMII . ,
4, 354) . Forse è un errore di trascrizione in
vece di Crociato.
Cavaliere, Cavalier . Si disse della moneta
d'oro ove il re si presenta a cavallo . Gio
vanni II re di Castiglia ( 1406-1454) coniò un
Cavaliere d'oro del val. di 20 Doblas del
peso di gr.ni 90 e del diam. di 93 mill . Si
dissero anche Cavaliers i Filippi d'oro di Fi
lippo il Buono duca di Borgogna e conte di
Olanda, ordinati nell'agosto 1439 .
Cavalier d'or Frison. Mon. della Frisia co
niata nel 1598 con MON . NOVA. AV . ORDI . FRI
SIAE 1598. Vedi Ridergulden e Fiorino d'oro al
Cavaliere.
SUDUT
•
Cavalitti. Erano volgarmente così chia
mati in Bologna i Grossi ferraresi col San
62 ―――
CAVALLO
Giorgio a cavallo e correvano per Bolognini
I e Den. 8 .
Cavalla. Mon. di Antonio I princ . di Mo
naco ( 1701-1731 ) : mist . del val. di 4 Denari
(gr.ni 1.51 ) . Nel Dil busto del Principe e nel
grande A e l'indicazione del valore D- 4
(CNI . , XXIV , 9) .
Cavallina. Mon. di necessità coniata in
Candia per sopperire ad urgente bisogno di
denaro , essendo provveditore generale per la
Repubblica Veneta Marino Cavalli . Se ne tro
vano del 1571 e del 1573 , alcune con molta
lega di argento , altri di puro rame . Portano
l'indicazione del val. nella dicitura AES AK
GENTI X cioè dieci Perperi equivalenti a 5
Gazzette (PNS . V. ° 30 ; PMV . , II , 488 ) .
Cavallo, Cavalluzo, Cavallirazo ed anche
Callo. Con questi nomi correva in Napoli e
nel regno una mon . di rame fatta coniare la
prima volta da Ferdinando I d'Aragona nel
NAPOLI - Ferdinando I.
Cavallo del 1472.
1472 , nella zecca di Napoli e poscia in quasi
tutte le zecche del regno . Fu Diomede Ca
raffa, conte di Maddaloni , che suggeri al re
di porre nalla nuova moneta di rame l'in
segna dal cavallo al passo , sotto il fascino
forse della statua equestre del Donatello o
dei più antichi cavalli che ornano la statua
equestre di S. Marco in Venezia. Vi fece
porre l'iscrizione EQUITAS REGNI , bisticcio di
parole, molto gustato in quei tempi, ma al
quanto spropositato dal lato etimologico . In
cisore del conio fu G. Liparolo . Il Cavallo
sostituì il Denaro ed era la 12ª parte del
Grano di arg . Fu emesso al taglio di 180
per lib. , doveva pesare cioè acini 40 (gr.mi 1,777
circa) , ma se ne trovano di peso che varia
dai gr . mi 1,800 ai gr.mi 0,800 ; lo che non
deve recare meraviglia, perchè le monete mi
AMATRICE - Ferdinando I.
Cavallo del 1496.
nute si valutavano a peso e non a numero. Fer
dinando concesse la coniazione del Cavallo ad
Amatrice per la fede mantenuta da quella città<noinclude></noinclude>
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Pagina:La moneta - vocabolario generale.pdf/79
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>I
CAVALLO
agli Aragonesi nella congiura dei Baroni del
1495. Questo Cavallo si distingue per le pa
role : FIDELIS AMATRIX che contornano il ca
vallo gradiente, sopra al cui dosso , nel vano
del campo , sta uno scudetto , mentre , sotto la li
nea dell'esergo, due bisanti prendono in mezzo
una rosa. Aquila ottenne da Ferdinando la con
ferma dell ' antico privilegio di coniar moneta
e ne profittò per battere , tra le altre, i Cavalli
di rame che portano per distintivo di zecca
un'aquiletta nel campo o nell'esergo . Scoppiata
nel 1485 la famosa congiura, detta dei Baroni ,
alimentata dall'ambizione e dalle illusioni di
Papa Innocenzo VII , Aquila, ultima a cedere
nei ribellati Abruzzi , volle eternare nelle mo
CAVALLO
63
valli di Ferd. d Arag. , Milano, 1891 , 11) . Alla
zecca di Capua il Fusco ed il SAMBON attribui
scono i Cavalli di Ferdinando che hanno la
A
REVIT
B
IND
CAPUA Ferdinando I ( 1458-1494).
Cavallo.
lettera C , ovvero C A intrecciate nel campo o
nell'esergo della mon. Il Cavallo coniato in
Sulmona non lascia dubbi sulla emissione che
di questa mon . fece la città portando nell'e
sergo , entro cartella, le lettere (S M P E) che
n
vo
Ar
LONI
AQUILA - Ferdinando I (1458-94).
Cavallo.
nete la memorabile, per quanto corta, autono
mia, facendo battere dei Cavalli di nuova ma
niera , sui quali appariva l'arme del comune ed
intorno : AQUILANA LIBERTAS , non che il trire
gno e le chiavi decussate col nome del ponte
fice, sotto i cui auspici era insorta . Ritornata la
città in soggezione di Ferdinando ed ottenuto
SOLMONA Ferdinando I ( 1458-1494).
Cavallo.
rappresentano le iniziali dell ' emistichio ovi
diano e che i sulmonesi da tempo remotissimo
fecero iscrivere in oro sul campo rosso del loro
scudo e ripeterono sempre nelle monete e nei
sigilli . L'anno 1495 , il 21 febb . , Carlo VIII
fece solenne ingresso in Napoli e volle che
E
IL
OD
FO
LA
Hit
ST
AQUILA - Innocenzo VIII.
Cavallo del 1485.
NAPOLI Carlo VIII.
Cavallo del 1495.
s'improntassero subito le mon . col suo nome
e titolo , e , tra le altre , la zecca di Napoli emise
mon . di rame dello stesso peso e val. dei Ca
valli, ma cambiandone il tipo . Le zecche di
Aquila, di Chieti , di Capua (?) , di Sulmona , di
Ortona e di Reggio , furono autorizzate a co
Pr
May
a
S 12
TA
ND
* T*
ns
tra
RE
TRA
im
a
il perdono, fece nel 1488 istanza al re perchè
le fosse concesso il conio di nuovi Cavalluzi
cosa che a malincuore gli permise Ferdinando ,
il quale con ordinanza del sett . 1489 affidò la
direzione di quella zecca a Gian Carlo Tramon
tano, che segnò le nuove monete con la let
tera T (SAMBON , RIN . , IV) . Viene attribuito
alla zecca di Brindisi un Cavallo di Ferdi
BRINDISI - Ferdinando I (1457-1494).
Cavallo.
nando I che porta nell'area , davanti al cavallo
gradiente , una colonna sormontata da corona
e nell'esergo un T tra due rose (SAMBON , I Ca
CHIETI Carlo VIII . Doppio Cavallo (g.mi 3).
niare questi Cavalli che come quelli di Ferdi
nando pesavano in media acini 40 (Fusco , Le
mon. di Carlo VIII) . Si riconoscono queste<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CAVALLO
CAVALLOTTO
64
nese. Ma il volgo seguitò a chiamare Cavalli
le mon . di rame di qualunque tipo , comprese
quelle coniate dagli spagnuoli . Il primitivo tipo
con l'antica leggenda EQUITAS REGNI ed il ca
vallo gradiente , venne ripristinato sotto Fi
lippo IV circa il 1626 ma fu questa l'ultima
comparsa di quella popolare moneta ; questo
I
Cavallo peraltro era ridotto di circa ¹ 4 del peso
del suo prototipo . In ogni periodo di sua pro
duzione si coniarono pezzi multipli da 2 , 3 , 4 ,
19
[ /47
ILI
, Foyr
mon . dallo stemma o scudo di Francia con i
tre gigli e dal nome della zecca che portano
quasi tutte . II SUMMONTE parla di Cavalli di
Alfonso II con : LETICIA POPULI , ma non se ne
conoscono esemplari ( SUMMONTE, Dell' istor.
della città e reg. di Napoli, III , 494 ) . Fede
rico III , appena salito sul trono di Napoli nel
1496 , volle porre un argine al dilagare che si
faceva nel regno di tanta mon . di rame che ,
senza controllo alcuno , si coniava in ogni zecca
del reame ed anche si falsificava. Un cronista
contemporaneo , certo Notar Giacomo ( Cronaca
di Napoli) ci ha trasmesso molti documenti del
l'epoca di Federico ed una prima notizia del
1496 così dice : « A di ultimo di nov . 1496...
lo signore Re... se ne venne in Neapoli per con
ciare molte cose , massime le monete... et anco li
CAVALLIRAZI di rame, che avevano facti li fran
cesi co lo signo de la croce e de li tre gigli de
rame che non se spendessero più » . Nell' anno
1498 ( 13 genn . ) seguita questo cronista a no
tare: « che per lo advenire in ciascuno loco del
regno (il re ordinò) si facessero CAVALLUZI et
che ciasheuno li divesse spendere et pigliare du
dice per uno tornese et questo per la quantità
sennefaceva et diminucione della rame » . A que
sto ordine segui dopo pochi giorni ( il 13 marzo)
un bando «< che li CAVALLI non se ne spendessero
et nesciuno le pigliasse per certe cause in lo hanno
contenta » ( Cron . di Napoli , 218 ) . Nella zecca
di Manopello , Pardo Orsini ( 1495-1497 ) coniò
Ferdinando IV Borbone - Da tre Cavalli.
Prova di conio del 1770 ).
6e9 Cavalli ed anche pezzi da 12 con la scritt
a
UN GRANO CAVALLI 12 nel 1790. Quello da 9
Cavalli non era altro che il Grano ridotto . Un
raro Mezzo cavallo di Carlo V fu pubblicato
dal SAMBON con LETICIA POPULI e REX IVSTVS
con grande I C. , coronato e la croce (SAM . ,
Les monn . de Charles V ) : pesa gr.mi 1,00 : ma
è una prova del Cavallo di peso ridotto .
Cavallotto. Portano questo nome molte mon .
di zecche italiane derivandolo o dal cavallo
o dal cavaliere che vi è impresso : valeva
il Grosso. Lo coniarono in Asti , Ludovico XII
re di Francia ( 1498-1515) peso gr.mi 3,430 ,
37735
APA
RD
3
15
MANOPELLO Pardo Orsini - ( 1495).
Cavallo.
Cavalli con il suo nome e lo stemma di Fran
cia ( RIN. , VII , 314 ) . Ludovico Antonelli , con
privilegio di Federico III del 1496 , stampò Ca
valli in Tagliacozzo (LMA . , 105 ) . Caduti in di
Cambrapa
TAGLIACOZZO (:) - Federico III (1496-1508).
Cavallo.
scredito e cessatane la coniazione sotto Al
fonso I e Ferdinando II, con decreto del gen .
1498 , furono tassati a 12 per Tornese cioè ri
dotti a metà del loro valore e ne andavano 24
per un Grano . Nel marzo dello stesso anno ven
nero sostituiti i Cavalli, con altra mon . di rame
detta Sestina perchè era la sesta parte del Tor
As
Ludovico XII re di Francia (1498-1515).
Cavallotto.
tit. den. 6 e Carlo V ( 1529-1531 ) . Quello di
Bologna era conosciuto sotto il nome di Lira
bolognese. Infatti in un bando pubblicato da
Francesco Maria Governatore di Siena il 20 ott.
1686 si stabilì che il Cavallotto o Lira bo
lognese dovesse pesare onc . 0,10,9 del val. di
L. 1.05 (mon . loc . ) , ; (Vedi la Lira di Inno
cenzo XI in SGV . , XCVI , n . 1 ) . In Carmagnola
Michele Antonio march . di Saluzzo ( 1504-1528 )
e successori , in Casale Carlo V imp . ( 1533
1536 ) , in Correggio Camillo e Fabrizio prin
cipi ( 1580-1597 ) e successori , coniarono Ca
vallotti da 6 Sol., al taglio di 140 per lib. , al
peso di grmi 2,57 e di fino onc. 4 , den. 2.
Nelle zecche di Savoia Carlo II duca ( 1504
1553 ) coniò nel 1551 i così detti Cavallotti
del Piemonte del val. di 3 Grossi, con le<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CAVALLOTTO
65
CEDOLA
iniziali B. B. (Bartolomeo Brunasso maestro
della zecca di Torino) al num . di 63 I 2 per
marco ed alla bontà di den . 7,12 (RIN. , XXII ,
246) . Nel 1520 furono emessi a 63 per marco
(gr.mi 4,03 3,35 ) (CNI . , XII, 2 , 3 ) , alla bontà
di den. 6 , 18 , ed al val. di Grossi 3. An
darono in seguito sempre diminuendo di peso
1630 ne fu.coniato uno in onore di S. Ber
nardo per la cessazione della peste (peso gr.mi
3,010, diam. mm . 23 ) ( TDG . , XLIII e num . 1050
1498 ) . La zecca di Musso coniò un Caval
lotto sotto Giovan Giacomo de Medici ( 1528
1532) con il Marchese a cavallo ; Novellara
CORREGGIO - Camillo e Fabrizio (1580-1507).
Cavallotto da 6 Soldi.
Musso - Gian Giacomo de Medici ( 1528-1532).
Cavallotto.
e di bontà e sotto Carlo Emanuele I nel
1630 erano ridotti a num . 120 al marco ed
alla bontà di den . 1,12 . Avevano il S. Mau
rizio a cavallo e lo scudo con FER T ed
in seguito lo scudo di Savoia con corona ed
il cavallo galoppante . Nella zecca di Vercelli
Carlo III ( 1553 ) coniò un Cavallotto con la
iniziale V (Vercelli) e quelle dello zecchiere .
sotto i Gonzaga (1560-1650 ) ; Sabbioneta id .
(da 6 sol . ) e Savona sotto Francesco I (1515
1523 ) ; e Bellinzona , Uri e Unterwalden con
S. Martino vescovo a cavallo .
BELLINZONA (Uri e Unterwalden) - (1413-1425).
Cavallotto.
DO
VERCELLI - Carlo III (1504-1553).
Cavallotto.
Egualmente Carlo Emanuele I , nel 1587 , e
con PATRIAE LIBERTATE SERVATA nel 1628 .
Altre zecche emisero monete con il Santo
protettore a cavallo come Masserano , Ro
goredo , Bellinzona, Mesocco etc. che quan
A
MASSERANO - Ludovico II Fieschi ( 1528-1532).
Cavallotto.
tunque di valore diverso dal Cavallotto ori
ginale , pure presero comunemente quel nome.
Altre monete furono chiamate Cavallotti pur
non avendo l'impronta del cavallo ma ave
vano il valore di quella moneta. Infatti Ge
nova aveva il suo Cavallotto al tit. di 830
mill., peso gr.mi 3,090 , diam. mm . 25. Proi
bito perchè corrotto , fu in seguito rego
larizzato al valore costante di Sol. 4. Nel
Martinori - 9.
Cavears, Cavirs of Caveers. Mon. di conto
usata a Betelfagui ed in Mocha (Arabia) del
val. diso
80 di Piastra da 8o car . o di 40 di
Piastra di Spagna da 40 car. (KCU . , 49 ) .
Caveria. Nome di una mon . spagnuola della
quale ci dà notizia una carta di Sancio , re
di Navarra ( 1294-1234 ) « ad rationem de vi
ginti CAVERIAS » ( DCG. , II ) .
Cecchino, Cechino. Vedi Zecchino .
Cedola. Carta moneta che serviva nello
Stato pontificio per fare pagamenti al di sopra
di 5 Scudi romani nell'ultimo quarto del se
colo XVIII. Emanava dal Banco di S. Spirito
o da quello del Monte di Pietà : correva come
denaro contante e non era permesso di rifiu
tarlo . Furono abolite le Cedole sulla fine del
1798. Ve ne erano da Scudi 100 in giù ed
abusivamente se ne emisero da Bai. 60 e Bai.
50. Furono nel 1799 sostituite con gli Assignati.
Se ne coniarono anche altrove specie in oc
casione di mancanza di numerario minuto ;
es. le Cedole di carestia di Trento , fatte
stampare nel 1801 ( 29-30 agosto ) dal Magi
strato Consolare di Trento per rimediare alla
mancanza di moneta minuta. Queste Cedole
erano da i e da
Sol. Un unico esemplare
della prima è conservato del Museo Civico
di Roveredo . Porta la iscrizione : MAGISTRATO<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CEITIL
CONSOLARE DI TRENTO , SOLDO UNO, nel
campo , 1 ' /xx . Avevano corso ancora nelle re
gioni vicine . (PERINI . , BIN . , X , 4 ) .
Ceitil, Ceptil, Ceitis. Mon. portoghese di
rame, di argento e di oro, coniata per Ceuta;
la più antica è quella di Alfonso III di Por
togallo ( 1248-1279 ) . Sembra peraltro che il
nome di Ceitil o Ceitis si debba dare ad una
moneta fatta coniare da D. Joao ( 1383-1433 )
dopo la presa di Ceuta , in memoria di quel
l'avvenimento ( SEVERINO DI FARIA, N. de
Port. disert, IV 1655 ) . Portano la torre di
Ceuta. Il Ceitil d'oro di Alfonso V ( 2 Scudo
d'oro) con DOMA Q CEPTA era del peso di
gr.mi 45 ed a car. 18 (DMM. , 269 ) . Il Ceitil
di rame servi per molto tempo da unità mo
netaria e dal 1473 i Ceilis cominciano a fi
gurare nei contratti . Alfonso V emise pezzi
da 5 Ceitil circa il 1450 , in oro, col tipo della
fortezza. Il Ceitil di rame corrisponde ad un
val. di L. 0,40 .
Cella, Aucella. Mon. d'arg. , del val. di
4 di Carlino e perciò detta anche Quartarola
e poscia Trentina, perchè si divideva in 30
Den. Fu coniata la prima volta in Aquila sotto
Giovanna II regina ( 1414-1435 ) . Aveva per
impronta un Aquila ad ali aperte che il volgo
chiamò uccello e corrottamente Cella. 40 Celle
entravano in un Ducato d'oro . Con una con
cessione del 1442 di Alfonso I d'Aragona a
Ludovico Camponeschi , conte di Montorio ,
si autorizzò la coniazione di Trentini (Celle)
I
66
CENTESIMO
dicono : « non ce correndo al presente ne quat
trini ne CELLE MARCHESIANE ne altra moneta
minuta... se digna facere gratia de posser far
bactere almeno 1000 Ducati de Cavallucci ».
Vedi Trentina,
Celada. Vedi Barbuda.
Cellensis . Mon. della zecca di Celles- sur
Cher (fine sec . XII ) . Le mon . di Celles sono
al tipo Bleso - Chartrain
(Blois- Chartres) .
Cenomanenses. Denari
e Soldi del contado di Le
Mans (Maine) da Ceno
CENOMANNIS (Le Mans),
manis civitas ( RIN . , I ,
Denaro merov. gr. 1.20.
229-230).
Cent. In Olanda è la centesima parte del
Gulden (Fiorino) e vale Lit. 0,0214 . Nella
Cocincina francese = 1100 delle Piastre ed
equiv . a L. 0,054 . In America (Stati Uniti)
I 100 di Dollaro,
L. 0,053 . Nel
Canadà 1 100
di Dollaro (det
to Dollar Cur
rency) = a Lit.
S. U. A.- Cent, del 1852.
0,048 .
Centavo. Centesima parte del l'enezolano,
del Soldo peruviano , del Peso, nelle Rep . di
Costarica e del Guatemala, del Patacon del
l'Argentina , del Boliviano del Chili, del Co
VENEZUELA- Centavo del 1852 - Nichel.
AQUILA Alfonso I- Stemma dei Camponeschi (1442-1443).
Cella o Trentino.
oltre ai Carlini, Mezzi Carlini e Baiocchi. Il
Conte vi pose il proprio stemma. Le Celle
corrispondenti a 30 Den. furono coniate tra il
6 ott. 1442 ed il 6 apr. 1443. Queste Celle
sono rare causa i breve periodo di tempo
nelle quali furono coniate . Ferdinando I nel
1458 ne vietò lo stampo : « Placet regiae ma
jestati quod fiat reintegratio de sicla ipsa dictae
civitati (Aquilae ) ad cudendum tantum monetas
argenti eiusdem ligae et ponderis prout in sicla
civitatis Neapolis cuduntur, dumodo non fiant
AUCELLAE » . Dopo aver subite successive ridu
zioni le Celle circa l'anno 1480 , scomparvero
dalla circolazione ( LMA. , 24 ) . Le prime pesa
vano dai 20 ai 22 acini cioè da gr.mi 0,910
a 1,046 . Si chiamarono anche Celle marche
siane come rileviamo da una supplica degli
Aquilani a Ferdinando I del 1489 nella quale
lombiano dell'Equatore , del Duro delle Isole
Filippine e del Peso messicano . I Centavos,
sono in nichel ed in rame .
Centenionale, Centenionalis nummus.
In
una legge di Arcadio ed Onorio trovasi :
<< CENTENIONALEM tantum nummus in conver
satione publica tractari praecipit maioris pecu
niae figuratione submota » donde si deduce
che il Cenfenionale differiva dal maggiore in
quanto era più piccolo e perciò più comodo
per l'uso pubblico ( DCG . , II ) . Correva in Co
stantinopoli per 100 Nummi di rame ed occor
revano 100 Centenionali per rappresentare il
val. di un Miliarese che era la millesima parte
di una lib . d'oro ( RIN . , XIX , 61 ) .
Centesimo, Centime, Centième. La cente
sima parte della Lira, del Franco ed in ge
nere di tutte le mon , decimali equivalenti . In
base alla legge del 24 ag . 1862 ed alle con
venzioni di Parigi 1865-1878 il Centesimo pesa<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CENTIMO
I gr.mo, tit. 960 mill. di rame e 40 di stagno,
diam . mm. 15, spessore dmm. 7. Si hanno
pezzi da 1 , 2 , 5 , 10 Centesimi.
Centimo. È la centesima parte della Peseta
ed anche del Peso (vedi Centavos e centesimo)
tit. mill. 950 rame , mill. 40 stagno, e mill. 10
di zingo . Si hanno pezzi in rame da 1 , 2, 5
e 10 Centesimi.
Centième. La centesima parte del Gourde
nella repubblica di Haiti ; val. Lit. 0,046.
Cepayqua. Mon. portoghese di rame (Di
nheiro) per le Indie ed i possedimenti dell'A
frica Orientale .
Cerastes, Cerates, Ceratin. Nel Glossar.
Sangerm. , ms . , n . 501 si legge : « Calcus ge
minatus CERATINfacit » . Ed Isid . (lib. 16 org.
cap . 24)
Oboli pars media, siliquam habens
unam semis ( 12): hunc latinitas semi obolum
vocat. CERATES autem grece latine cornuum in
terpretatur. Obolus siliquis tribus appenditur
habens CERATES duos, calcos quatuor. Fiebant
enim olim ex aere ad instar Sagittae unde et
nomen a graecis accepit hoc est, sagitta » (DCG . ) .
Ceratio, Certation. Kepzov . Peso attico sotto
Pericle . Valeva 4 Sitarion (grani) e corrisponde
a gr.mi 0,242. LO SCHIASSI , nella sua Disserta
zione sulle monete di Bologna , asserisce che il
Doppio bolognino dei Pepoli « pondo erat qua
tuordecim CERATIORUM » e che il Bianco del
1464 pesava 15 Cerat.; tipo: la Madonnina
con PRESIDIUM ET DECUS , 10 Cer. ed uguagliava
Bai. 6 e Den. 11. Vedi Carato.
Cervette. Vedi Cervettoni.
Cervettoni. In una grida di Carlo I Gon
zaga ( 16 giugno 1629) , emessa in Casale Mon
ferrato , si legge che le monete fabbricate in
Casale durante la guerra del 1228 cioè « Scuti
CERVETTONI, Cervette ed Azzalini siano ritirate »
( RIN . , XXII , 39) . Il nome di Cervette e Cervet
toni deriva dalla figura del cervo che portano
nel campo le monete.
Cervia, Zervetta. Mon. di Alberico Cibo
Malaspina Signore di Massa di Lunigiana ( 1559
1623 ) , detta volgarmente Lupetta perchè il volgo
scambiava il cervo che vi era rappresentato per
una lupa. Era mon. di mistura del val. di 3 Bolo
7111
gnini, pesava den . 2 e gr.mi 3 (circa gr. 2 , 10) .
In un saggio di monete fatto in Parma nel
1623 la Cervia di Massa, detta anche Zervetta
di Massa, tu trovata alla bontà di onc. 4 , 14
d'arg. fino per lib. Vi era anche il pezzo da
4 Cervie in arg. del val. di 12 Bolognini e con
l'indicazione del val . CER . 4 .
Cerviciales (denari) . Vedi Malpenning.
Cervone. Mon. di Casale Monferrato ( Ca
vallotto) coniata da Guglielmo II Paleologo
( 1494-1518 ) con il busto del marchese senza
barba e nel R un cervo in uno steccato con
”??
targa al collo (CNI . , IX, 4; Arg. gr.
3,20,
2,98) . In una grida del duca Carlo III di Sa
67 —
CHAISE
voia del 1529 vengono proibite alcune « monete
et dinari di Monferrato nomati CERVONI » (PMS . ,
I, 185) .
Cervoniz. Mon. russa d'oro, in corso circa
il 1747 , del peso di den. 2,23 , bontà car. 23 1/2,
cioè con den. 2,21 di oro fino . Per la legge mo
netaria del 9 ag. 1877 fu coniato l'Imperskij
Cervonez da 3 Rubli del peso di gr. mi 3,927,
tit. 917 e val. lit. 12,40 ed una mon . di com
mercio detta Gollandskij Cervonez del peso di
gr.mi 3,494 , del tit. di 982 mill. e del val. di
Lit. 11 , 83 (TMU . , 295 ; GCR . , II , 325 ) .
Cesalia. Trovasi questa denominazione in
un doc . di zecca di Perugia dell'anno 1318 per
indicare << porzione di metalli rotti frammen
tati e tagliati della moneta tagliata » (VMP . , 36 ,
n . 82 , 84 ).
Cetvertak. Mon. russa d' arg. del val. di
25 Copec, peso gr.mi 5,125 , tit. mill. 868 , val.
lit. 0,989.
Cevensis. Mon. della zecca di Ceva (mar
chesato).
Chaise. Mon. d'oro coniata in Francia al
tempo di Fllippo IV il Bello ( 1285-1314 ) .
Prese quel nome perchè vi è rappresentato il
AN
TI
FRANCIA - Filippo IV re ( 1285-1314) Chaise d'or.
re assiso sopra un trono . Ne coniarono in Fran
cia anche Filippo VI e Carlo VI e fu imitato
da altri sovrani , come da Edoardo III re d'In
ghilterra e suo figlio il Principe nero , e da
Edoardo IV ( 1362-1376 ) per l'Aquitania, ed in
Fiandra da Filippo l'Ardito ecc . Una Chaise
ITA
FIANDRA (Contea) - Filippo l'Ardito (1384-1404).
Chaise d'or (Clinckarter).
conosciuta col nome di Chaise à l'écu, à l'aigle
coniò in Anversa Luigi III di Baviera ( 1294
1347 ) il cui conio è del mastro di zecca Falcone
di Pistoia . Queste mon . furono imitate da Gu
glielmo V duca e Conte di Olanda ( 1346-1389) .
Vedi Cathedra.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CHAKRAM
Chakram.
Mon. di Travancore (Indostan) ;
argento e rame.
Chalchus o Calkus. Vedi Calco.
Chalcus . Mon. minuta di rame presso i
Batavi . « Notum quoque sit emptoribus cuilibet
floreno addendos esse quinque CALCHOS » (DCG. ).
Chalongia, Chaloinge (franc.) . Si trova que
sto termine in una carta del 1377 di Pietro
vecovo di Laon . Forse è sinonimo dello Schil
ling dei Germani (DGG . ) . In altra del 1386
(Cart. Thenol. , Bib . reg . , cod . 5649 ) ; « de dicta
domo singulis annis debemus dom. Laudunensis
epis... demi corvée valoris unum CHALOINGE » .
Chapes, Chapis. In una carta di Geraldo ,
ab . di S. Giovanni Angeriac , del 1385 : « item
cuilibet fratri infirmo et x solidos p. CHA
PES quos denarios camblentus debet reddere »
(DCG. , H) .
Chapotensis, Chapetensis, Chipotensis, Chi
potois. Mon. di cui parla una carta di Co
stanza contessa di Bigorra dell' anno 1287
« Recepisse in bona pecunia numeraria duo
milla librarum CHAPETENS, bonorum legalium
etc. » . Questa mon , aveva corso in Agen nel
sec. XIII. In un registro della Camera dei
Conti di Parigi, citato dal DU CANGE , si vede
che cinque Chipotois valevano 4 Den. Tor
nesi come gli Arnaldi. Vedi Arnaldenses . In
altro vecchio registro sotto l'anno 1303 : « In
diocesi Burdegal ( di Bordeaux) currunt Bur
degalenses, in dioc. Petracor. (di Periqueux)
currunt Engolenses et Marchenses ( cioè di An
goulème e di La Marche ) in Ageno (Agen)
Arnaldenses CHAPOTENSES et Petragoricenses » .
In altro del 1391 (reg. di Filip . il Bello n . 85) ;
<< Videlicet Podium Castri Normandi pro 263
lib. et 10 libris CHIPOTENSIBUS (valent 210 lib.
et 16 sol. Turon) » . In una lettera di Edo
ardo II re d'Inghilterra presso Rymero (T : 3 ,
dugentos lib. CHIPOTENSIUM... Octo pro
359)
uno sterlingo computatis » ; ed in altra del
1307 : « dictas 200 lib. CHAPOTENSES ad va
lorem parvorum bonorum turonesium reducentes
160 lib. par. tur, bonorum etc. » (DDG . ) . Vedi
Chapes.
Caroube o Kirath è la 24ª parte del Mith
cal Si vuole che il nome di Charub in
dichi in arabo il frutto della Ceratonia siliqua
detta anche in Italia Carruba . Vedi Carub.
Chartin. Vedi Gros-Chartin.
Charutz. Voce ebraica che significa effi
cace, potente e che fu data all'oro. Si dice
anche Charutz di un uomo forte che conduce
a buon fine il suo lavoro e che risolve facil
mente le cose (HNV . ) .
Chatus. Specie di mon . d'oro della quale
si fa menzione in una carta del 1459 : « Ven
didit pretio quatuor florenorum de rege inca
meratorum de Trezeno quod quidem pretium
confessus fuit habuisse et repecisse in CHATIS
68
CHIENES
et alia pecunia ». In una nota del 1465 tro
viamo che 3 Scudi, I Fiorino del Papa, ed
I Fiorino chatti valevano 8 Fior. e Sol. 1 .
In un libro di pesi
Cenale, una Maille
Cerate. Un vecchio
mano al num . 501
e misure , presso Roberto
au chat è ugualiata a 13
Glossario ms . del S. Ger
riporta : << CHATI pondus
decem dragmis appenditur qui etiam a quibus
dam casatus (?) nominatur » (DGG . ) . Il nome
deve derivargli dalla figura di un leone o di
un leopardo che il volgo prese per un gatto,
(Chat). Vedi Gatteschi .
Chelin o Sheling.
Antiche denominazioni
dello Scellino . Nel 1602 troviamo lo Chelin
eguale ad I 20 della Lira sterlina, pesante
4 den. e 16 gr.ni e del val. di 9 Sol. e 6 Den.
e si divideva in 5 Dalle. Portava l'effigie della
Regina Elisabetta a s . ed un giglio . Ed in
altra tariffa di Grenoble del 1640 lo Chelin
d'Inghilterra è valutato al Marco L. 23 , Sol.
14 , Den. 7; all'Oncia L. 2 , Sol. 19 , Den. 3 :
il Grosso L. 6. Sol. 7 , Den. 4 ; il Denaro
L. o , Sol. 2 , Den . 5. Vedi Eschelin.
Chelon. Mon. di mistura della Polonia .
Cherassi. Mon. d'oro persiana che si co
niava in occasione delle incoronazioni ed ave
vano differenti valori ; il Cherassi di Immam
ziza valeva 4 Scell. e 2 Den .; quello di Abul
faiz circa 12 Scell. , 3 den. ; quello di Kuli-kan
Lire sterl. 1, Scell. 10 , Den . 6 ( KCV. , 358 ) .
Chermonese per Cremonese . Ne parla il
BALDUCCI PEGOLOTTI dicendo nella sua tariffa
che il Chermonese a 3 banche conteneva al
meno 3 oncie di arg. fino per lib.
Chianflune . Vedi Cianfrone.
Chiappe di forte. Mon. che avevano corso
in Torino nel 1335 al prezzo di 28 per un
Grosso come il Viennese ( PMS . , II , 12 ) . Vedi
Chapes, e Chapotensis .
Chiapuccino. Vedi Clapuccino.
Chiavarino o Quattrino chiavarino.
Era
detto in Bologna il Quattrino che aveva come
impronta le chiavi decussate . Venne imitato in
zecche minori come p . es . in Massa Lombarda
da Francesco d'Este nel 1578 , in Novel
lara, Dezana, Frinco e Castiglione . Tutte que
ste contraffazioni indussero il Senato di Bologna
a mutare il conio di questi Quattrini nell'anno
1591 ( RIN. , XI , 437 ; PNS . , I , 350 ) . Era cono
sciuto anche col nome di Quattrinello del Cor
done dal cordone che legava le due chiavi.
Chienes . Mon. delle quali parla una carta
del 1380 (De Reg., 117 Chartoph. reg. , ch . 204 )
ove si legge che: « i supplicanti furono in un
paese di Alemagna ove acquistarono v’I marchi
di minuta moneta chiamata CHIENS che ad essi
costò la somma di 15 franchi » (DCG) . Con molta
probabilità il nome popolare gli deriva dalla
figura di un leone scambiato per un cane . Vedi
Kiennes.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CHINFRAM
CHU
69
a. C. L'anno 660 a. C. la città di Yuen comin
ciò a coniare pezzi rotondi bucati con il nome
della città (Yuan Fa) . L'anno 188 a. C. com
5648
11DO
S
ts391
Chinfram, Chimfram. Nome dato in Porto
gallo ai Mezzi Grossi ( Meios Grossos) , o Mezzi
Reali del tipo dei Grossi, coniati con legge
1472 , dei quali 25 equivalevano a una Dobra
Cruzade e 27 a 1 Cruzado de oiro, che valeva
Fr
on
225 18
PORTOGALLO Alfonso V (1438-1481).
Mezzo Reale (Chinfram).
MUNSTER Da 5 Ducati del 1047.
Christfest Munte dritto).
N
O
R
T
S
324 Reaes brancos . Il nome di Chimfram era
specialmente dato dal volgo ai Mezzi Grossi di
peso inferiore a quelli coniati anteriormente e
viene dal verbo chifrar che significa raschiare
e credo corrisponda bene alla parola tosare.
Questo Mezzo Grosso o Meio Real porta la dici
ALFONSUS : QUINTI REGIS POR
tura:
cinque scudetti (quines) in croce ;
+ ADIU
TORIUM
NOSTRUM IN NOMIN. Nel centro A
Cho-gin. Mon. giappo
nese o meglio verga d'arg .
(lingotto) del sec . XVIII .
Chon. Mon. di rame della
Corea .
JOACTIMSTHAT
GIAPPONE
Cho-gin lingotto)
Sec. XVIII
(metà del vero .
Chovy ovvero Ochavo. Mon. spagnuola del
val. di 2 Maravedis .
Christfest munze. Nome dato alle mon. te
Christkindl Ducat.
DD
gr.
39,050 , tit. mill. 1000
e vale Lit. 8.05 il Mezzo ed
il Quarto in proporzione
(TMV . , 316 ) .
YUTENT
in Lit. 134,51 . Vi è anche
il Mezzo ed il Quarto in
proporzione (TMV . , 315 ) . Il
Chiodo d'arg. o Din-bac pe
sa come il Chiodo d'oro cioè
MUNSTER Da 5 Ducati del 1047.
Christfest Munze rovescio).
Mich
fra due anelli , al di sopra grande corona, in
basso L (Lisbona) . Pesava 29 graós (gr. 1,44 )
al tit. di 917 mill. (TMP. , VI , t. X, n . 9 ) . Vedi
Cianfrone.
Chiqua. Mon. delfinale minuta ; carta del
vescovo di Gratianopoli anno 1343 (DCG . ) .
Chiodo d'oro o Din-vang.
Mon. d'oro dell'Annam , che
ha corso dal 1830; peso gr.mi
39.050, tit. mill . 1000 , val.
desche che portano la rappresentazione del pre
sepe.
Christkindl Ducat. Mon. d'oro della zecca di
Ioachimsthal con la figura del bambino Gesù
e la veduta della città.
Chu.
CINA Pres. di Yuan-Chu dell'a , ono a. C.
Yuan-Fal.
Mon. di rame antichissima della Cina .
Si vuole che la più antica mon . di metallo sia
stata coniata in Cina 1985 anni prima di Cristo.
Il tipo rotondo bucato nel centro data del 1035
parvero le prime monete con il bordo e di fat
tura regolare portanti la cifra del valore WU- CHU
(5 Chu) ed in ultimo dell'anno 758 d . C. furono<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CINQUINA
70
CIANFRONE
quale era stata mandata una flotta comandata
da Pietro di Leyra. Ha nel Dil busto del re
1'8 ott . 1533 intorno alle
monete tassate ed adulterate (Arch. di Stato
Nap. , Reg. Cur. V, 56 ) : « Li scuti d'argento
seu CHIANFLUNI che siano de pe (di giusto peso)
o quilli che si
fecero in tempo
de lo assedio se
NAPOLI Filippo III
Mezzo Ducato del 1606 (Cianfrone).
O
emessi Chu con caratteri quali ancora si usano
oggie con data e valore . Nel sec. XVIII si usavano
per gli scambi delle verghe e lingotti , di forma
ovoidale, che si chiama
vano Chu-siú. Vedi Cash .
Cianfrone o Chianflu
ne. Sotto Carlo V e du
rante l'assedio di Napoli
del 1528 furono coniati
Scudi di arg. (Maltagliati)
che si chiamarono Chian
CINA W'u-Chu
flunie poi Cianfroni come
si ricava da un bando deli (da 5 Chu) del 118 a. C.
spendano ad ca
rlini otto lo uno
et lo mezo scuto
a la dicta ragio
ne (SAMBON , Les
monn. de Char
e nel B un'aquila che tiene fra gli artigli un
ramo di alloro ed una folgore.
Ho
st
Ciaulina o Tallarita. Il volgo di Palermo
chiamò in quel modo la mon . di rame falsa che
si era diffusa nell'anno 1678 dopo la coniazione
dei cosi detti Bronzini . Con quella espressione
il popolo intendeva alludere alla leggerezza
della mon . che poteva volare in aria soffian
dovi (MSE. ) .
Cifraon. Nella tenuta dei conti in Porto
gallo i Milreis sono separati dai Reis mediante
les V). Esi chia
marono in Na
poli Chianfluni
NAPOLI Carlo V - 1528.
anche gli Scudi Scudo ossidionale (Cianfrone) - dritto .
coniati in Roma
(Ducatoni) du
rante il sacco del 1525 e la prigionia di Cle
mente VII in Castel S. Angelo . Infatti lo stesso
bando dice : « Li scuti seu CHIANFLUNI di ar
gento de roma
che siano de pe
SO se spendano
da carlini 9 lo
uno et lo mezo et
quarto a la pre
dicta ragione
etc. ». Il Cian
frone ossidiona
un segno detto Cifraon (Cifrao) , rappresentato
da una croce dentro un cerchio . Es . 2.700 500
significa 2700 Milreis e 500 Reis ( KCU. , 272).
Cinquantina, Cincuentino ( spagn . ) . Grande
pezzo d'arg . del
val. di 50 Reali
coniato sotto Fi
lippo IV e Car
lo II ( 1598
1700) . Porta la
cifra del val. 50
R. , pesa gr.mi
172.5 , 166.5 e
ha un dm . di
mm. 73.
Cinquina. Pic
SEGOVIA - Filippo IV ( 1621-65) .
cola mon . di Cincuentin ( 50 reali). Diam. metà del vero
dritto .
arg. coniata in
Napoli del val.
le di Napoli del
1528 pesava
gr.” ! 34. Il Mez
zo Cianfrone
di 14 di Carli
no. Troviamo le
prime Cinquine
sotto Ferdinan
gr.mi 17. Quello
di Roma pe
35-36 . Si diede in seguito questo
sava gr.
nome ad una mon . del val . di Mezzo Du
cato d'arg . emessa sotto i regni di Filippo III e
di Filippo IV, cioè dal 1617 al 1665. Corri
do I (montagne
e croce) e po
scia sotto Ferdi
nando II con lo
stesso tipo (Fu
sco , Cinquine
sponde al val . di 5 Carlini, pesa circa gr.mi 15.
Il nome spagnuolo era Pataca o Patacca. Que
sto Cianfrone , coniato nel 1617 , porta, come
anche il Ducato il motto QUOD VIS quale monito
del Duca di Ossuna , vicerè di Napoli per Fi
lippo III , alla Repubblica Veneta contro la
batt. dagli A
SEGOVIA - Filippo IV ( 1621-65).
rag . , Napoli ,
Cincuentin (50 reali). Diam, metà del vero 1845 ) . Carlo V
rovescio.
nel 1543 (genn . )
ne emise al tipo delle Colonne d'Ercole e del To
sone d'oro, al taglio di 450 pezzi per lib . di arg.
NAPOLI Carlo V - 1528.
Scudo ossidionale (Cianfrone) - rov.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CINQUINA
(gr. ML 0,713 ) del val. di 5 Tornesi, donde il
nome . Nella biblioteca di S. Martino presso Na
poli si trova l'ordinanza per questa moneta , che
era stata abbandonata dopo il regno di Ferdi
nando il Cattolico . La Cinquina aveva 16 acini
di arg. La Cinquina di Sicilia valeva 1/2 Car
lino, ovvero 5 Grana e l'ordinazione di questa
moneta alla zecca di Messina si trova in una
Prammatica, pubblicata sotto il regno di Gio
vanni d'Aragona per ordine del vicerè Lopez
Ximenes de Urrea, che esiste nella cancelleria
reale , in data 24 giug. 1466 ed in altre del
1531 , 1563 e 1628 ( MZS . , 73 ) . II SAMBON (I Car
lini di Ferd. I d'Arag. , 77 ) riporta una Cin
quina in rame di Ferdinando I. ( 1458-1494 ) con
il busto del re coronato e la vittoria in carro
tirato da 4 cavalli . Ma le prime Cinquine in
rame furono coniate sotto il regno di Carlo II
(1665-1700 ) ; busto e stemma . Carlo VI Impe
ratore , terzo re di Spagna ( 1707-1735 ) coniò
Cinquine d'arg . in Palermo con la cifra del val.
di 5 Grana e la testa
laureata; Ferdinan . III
DI
(1759-1825 ) coniò e
gualmente in Palermo la
Cinquina in rame VT
COMMODIUS . I G. M. di PALERMO - Carlo VII - 1707-35
Cinquina
Malta coniarono anche
essi una mon . d'arg . cui
diedero il nome di Cinquina, perchè valeva 5
Grani da 6 Piccoli l'uno . Il primo a coniarne fu
Giovanni di Homides ( 1536-1553 ) . Il G. M.
Giovanni de la Vallette ( 1557-1568 ) fece co
niare nel 1566 in puro rame . Due Cinquine
valevano il Carlino di Malta e 4 Cinquine il
Tari d'arg. ( FMM . , 405 ) .
Cinquina del Senato Romano. Mon. del val.
di 5 Denari provisini del Senato . Ne andavano
4 per Bolognino romano e 26 per Carlino o
Grosso . Se ne fa menzione in una tariffa di mon.
pubblicata in Montefiascone nel 1439 ( GAD. ,
doc. XXVI ) . Queste mon . pesano da gr.mi 1.25
a 0,90 e sono di dm, mm . 19-20 ( SGV . , ( denaro?) ,
t. VIII, n . 21 ) . Si coniarono Cinquine in altre
zecche italiane , come in Compiano da Federico
Landi ( 1589-1627 ) , del val. di un Grosso . Per
le Cinquine di Mantova, vedi Mirasoli.
Cinquinho o Cincos. Mon. portoghese da
5 Denari.
Cipraea, Cypraea. Mon. per gli scambi
costituita da un certo numero di conchiglie .
Vedi Bia, Cauri e Cowris .
Cisorium o Incisorium fu detta la Zecca . Nel
l'anno 1428 Giovanni di Maestro Ludovico ,
orefice del Rione S. Eustachio , fu dichiarato
« assaggiator seu examinator » delle mon . che
battevansi « INCISORIO seu Cecha dn . nostri
Pape in Alma Urbe » . In un doc . del 1432 si
INCISIO la tallia ovvero il taglio delle
dice
monete . Vedi Taglio.
71 ---
CLAQUINS
Cistophore, Cistofori dal greco xтоpópos
Mon. che presentano da un lato una cesta semi
aperta dalla quale escono uno o più serpenti
detta Sacra Cista Bacchica. Si vuole siano state
coniate nelle città dell'Asia Minore che facevano
parte dell'antico regno di Pergamo , circa 200
anni a. C. , e si estesero rapidamente in tutti i
domini di Attilo I. Se ne trovano di Parium e
Pergamo nella Misia , di Dardanus nella Troade
di Efeso nello Ionio , di Sardes , Thyateira e
Tralles nella Lidia , di Apamea e di Laodicea
nella Frigia. I Romani penetrati nell'Asia mi
MATTOMAN
Lof Nieke
APHAMEA Phrygiae
Cistoforo posteriore al 133 .a C.
nore fecero porre nei Cristofori i nomi dei
magistrati . Questa serie comincia con Marco
Cistoforo Ottavio e Marco Antonio 43 a. C.
Antonio e termina con Settimio Severo . Il Ci
stoforo ha il peso del Tetradramma.
Civette . Nome comune dato alle monete an
tiche di Atene , ( Athenae Attica ) , ove è rappre
Tetradramma di Atene (Civetta o Noctua).
sentata la civetta . I romani le dissero Noctua
ed i greci λaús Vedi Monete di Atene.
Clapucino o Chiapuccino. Vocabolo usato
in Genova per denotare il Quartaro cioè il
Quarto del Denaro che nel sec . XII era quasi
di puro rame ed il nome gli deriva da Chiapuc
cio cioè lavoratore del rame (TOG . , XXXIY) . Por
tava anche il nome di Grifone dal grifo che vi
era inciso .
Claquins o Clayquins. Vedi Clinkaert.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CLAROMONTENSIS
Claromontensis (moneta). Zecca degli Ab
bati di S. Andrea di Clermont . Una vecchia
scrittura dimostra come questa Abbazia avesse
diritto ad un canone sulla zecca di Clermont
nel 1271 ( DUBY , t . II , 245 , MRN . , I , 271 ) .
Clementi, Clementini, Settimi Clementi.
Si
dissero i Grossi papali coniati da Clemente VII
(1523-1534 ) , e che correvano anche col nome
di Carlini e poscia con quello più comune di
Giulii. Dal GARAMPI si ricava come Girolamo
de Ceulis pisano , maestro di zecca, ottenne di
coniare Clementi al taglio di 892 per lib.
(gr. 3.775 circa) mentre quelli di Giulio II
del 1504 erano al taglio di 83 ¹Ι 4 ( gr . 7111 4,074 ) ,
di peso percio di den. 3 , gr.ni 5 I 4 alla bontà
di 11 onc. e den. 1 di arg. fino per lib. ( GAD. ,
doc. LXV) . In seguito si ridussero a 93 per lib.
(gr. mi 3.645 ) . Si dissero Settimi Clementi o so
lamente Seffimi i pezzi da un Giulio e mezzo
(Bai. 15 ) , che pesavano gr , ”²² III 15 31 den . 4,
gr.ni 151 3 o gr . mi 5.483 ) , al taglio cioe di 62
per lib , e di fino a den . 11 ( GAD . , doc . LXVt)e.
men
i
Questi Settimi Clement vengono erronea
i
i
chiamat nei catalogh Giulii doppi . Sono di
ROMA - Clemente VII 1525-1534
Settimo Clementino - Conio di B. Cellini.
conio del Cellini che fu mastro di zecca nel
1533-1534 . In un bando generale delle monete,
emesso dal Camerlengo card . Guido Sforza nel
1542 , i Settimi Clementi, non tosi , vengono
valutati a Bai. 15 l'uno ( dei buoni) ed i Giulii
vecchi, del tempo di Giulio II, coniati in Roma,
a Bai. 10 (GAD . , doc. LXXIII) . Dei Settimi se ne
trova notizia in una lettera scritta dal Camer
8
lengo allo storico Guicciardini Governatore di
Bologna : « N. S. vuole , che la zecca di Bolo
gna batta conforme a questa di Roma di lega e
di peso. E però sappia V. M. che i….... et i
I
SEPTIMI pesa l'uno den. 4 , grani 15 e 3 e ne
van per una libra 62 : tutti a lega di den . 11 » .
In un breve dello stesso pontefice del 1332 viene
costituito zecchiere di Macerata, Agostino di
Pietro del Nero « cum facultate cudendi…….. SEP
TIMOS CLEMENTES, etc. » (GAD . , doc . LXXIII) .
L'anno 1562 fu emesso in Roma un bando nel
quale tra le altre cose si dice : « Item che sotto
la medema pena ( scudi 2 mila) nessuno ardisca
spendere ne CLEMENTI ne grossi da 27 quat
trini, ne castroni per essere queste monete per
il più tose » ( GAD . , doc . LXXXII) .
72
CLINCKAERT
Clementino , Clement. Si nomò la moneta
d'argento di pp. Clem. V 1304-1314 che in
doc . del 1317 , troviamo così valutato : «….. VI lib.
VI Sol. quas assignaverunt Camere in XCHI
turonensibus argenti grossis cum rotunda et
Uno CLEMENTINO argenti, turonensi quolibet
computati ut supra (cioè pro XV den) , predicto
Clementino pro VIII den. dicte monete compu
tato. Valeva perciò circa la metà del Grosso
Tornese. Vedi Grosso Clementino.
Clemmergulden . Fiorino d'oro di Gueldre e
Juliers coniato sotto Carlo di Egmond ( 1492
1538 ) . Tipo : il Cristo o S. Giovanni .
Clevenghia o Clavenchia. Ricorre il nome
di questa moneta minuta in una carta del 1374
ove si legge : « Iohannes Puperii apportavit...
CLEVENCHIAS daurengi falsas et eas posuit et
traddit tamquam bonas, item quod dictus Iohan
nes utitur et usus fuit per decem annos et ul
tra falsis obolis albis et falsis CLEVENCHUIS ac
si essent bonae » . Il du Cange dal quale si
ricava questa carta , non ci dà alcuna spiega
zione , che possa illuminarci intorno a questa
mon . Forse si tratta di mon . della zecca di
Cleven (Cleve) ove i conti e poi i duchi co
niarono mon . dal 1347 al 1609 .
Clinckaert, Clinckardi, Clinquart, Clincarts,
Clicquardus, Clicquart, Ciquart, Clayquins,
Claquins. Nome popolare dato specialmente
ad alcune mon . d'oro di Filippo il Buono con
HERES HOLLANDIAE coniate a Gand nel 1426,
ed in genere al Fiorino d'oro dei conti di
Fiandra e dei duchi di Borgogna. Un Clin
ckaert o Cliquart di Fiandra si cambiava nel
1427 con 30 Sol. tornesi. Si dissero Clincha
erts Guillemins gli Scudi d'oro e le Chaises
di Guglielmo VI conte di Olanda, con il duca
assiso in un epicicloide ( MNR . , II , 23 ; I , 443 ) .
Una carta del 1459 (in Reg. 188 charthop.
reg. ch . 8 ) leggesi : « Icelle femme se print
a rongner et copper aucunes pieces d'or comme
CIQUART que on det FLORINS GUILLERMES et
autres pieces d'or aians cours au pais de Boul
lenois Bouillon ? ) » . Nel Traité Hist. des
Monn. de Franc , del LE BLANC , troviamo che
a tempo di Luigi XI , con ord , del 4 gennaio
1470, furono tollerati in Francia dal 1° marzo
al 1° giug . i Clincarts de Guillelmus di 2 den.
e 20 gr." , per 22 Sol. e 1 Den. (DCG. ) . Il nome
deriva da Clinken , tintinnare, come in tede
sco Klinklang significa tintinnio . Corrisponde
in certo modo all'italiano moneta sonante ed
al francese retentissant. Una carta del 1377
nomina anche dei Deniers blancs : « appelez
CLAYQUINS et CLAQUINS ». In una storia del
Monastero di S. Lorenzo di Liegi si legge che
l'Abbate pagò per alcuni lavori 23 Griffoni
e 5 Clinckardi. Il Clinckaert prese vari nomi
ed ebbe valori differenti . Le Chaises d'or della
contea olandese di Guglielmo V di Baviera<noinclude></noinclude>
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Pagina:La moneta - vocabolario generale.pdf/89
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CLUNIACENSIS
(1346-1359) presero il nome anche esse di
Clinckaerts.
Cluniacensis. Mon. degli Ab . di Cluny che
sembra abbiano avuto il privilegio di zecca
verso l'anno 930 da re Raul , riconosciuto dal
papa Giovanni XI e nel 1057 da Stefano IX .
Le monete di Cluny avevano corso nello stesso
tempo della moneta reale e sono rimaste sem
pre dello stesso tipo : I croce con GLUNIACO
CENOBIO e R chiave con PETRVS ET PAVLVS
(MRN ., 1 , 387 ) .
I 2
Cnapcoek. Si disse in Groninque il
Fiorino d'oro.
Cobs. Erano chiamate in Gibilterra le Pia
stre effettive di Spagna dette anche Dollars.
Si dividono in 12 Reali da 16 Quarti l'uno .
Cobulus. In una bolla di Nicola IV ( 1288
1294 ) si legge: « Comm. massiliae debet singulis
annis centum COBOLOS ... et debet singulis an
nis, pro censu, duos COBULOS aureos etc. »
(DCG . ) . Forse deve dire Obolos.
Coburgensis. Mon. della Città di Coburgo
della quale si parla in carta del 1265 e 1289
(DCG . ) . Sembra che in quell'epoca i conti di
Henneberg possedessero di già una zecca in
Coburgo . Errano perciò alcuni autori che di
cono essere stati Giovanni Malgravio di Bran
deburgo a coniare le prime mon . di Coburgo
nel 1308 .
Cocodones . In una carta del 1300 si legge :
<< Prohibita est moneta alienigenarum surrepti
tia et illegitima quam polardos et cocoDONES
atque rosarios » (DCG . ) . Monete i cui nomi
popolari devono derivare dalle impronte che
portavano e per il nome di Cocodones e di
Pollardos si deve credere trattarsi di monete
con l'aquila bene spesso presa dal volgo per
un gallo o una gallina o altro animale pen
nuto . Vedi Crocardus, Cella, Coquibus, Co
lombina.
Coduri . In una valuta di monete per Man
tova del 1592 i Coduri ( ?) erano valutati a
L. 0,2,9 di moneta mantovana ( ZMI . , III , 43 ) .
Colaphista. L'UGUZIO la crede una moneta
mentre il DU CANGE suppone sia una corru
zione di Collybista termine della media lati
nità per indicare un monetario (DCG . ).
Collybus. dal greco zoλlußov. Sembra che
si desse questo nome alla moneta di rame ove
era scolpito il bove . HESYCHIUS dice : « Col
LIBUS specie numi est : et in aere insculptus
bos ». POLLUCE, lib. 3º, lo definisce commuta
tatio argenti, e ci dà collibista per cambista.
Colombette . Vedi Colombina e Columbete .
Colombiano. Moneta d'arg . della Colombia,
dominazione spagnuola , equivalente al Peso
da 8 Reali. La legge monetaria del 1871 gli
assegna il peso di gr.mi 25 , tit. 900. Si divide
in 10 Decimos e 100 Centavos . Corrisponde a
Lit. 6,00 .
Martinori - 10.
73
COLONNATO
Colombina . Leggesi nella Cronaca mila
nese dall'anno 1476 al 1515 , di M. Ambrogio
da Paullo , che il 20 Giugno 1508 « se comenzò
a lavorar alla zecca di Milano , fazendo Am
brosini da sol . 6 e COLOMBINE da sol. 3 etc. »
(MOTTA, RIN. , VIII , 238 ) . Ora esaminando le
mon. di Milano dell ' epoca , vediamo come
quelle del val. di Sol. 6 fossero i Grossi reali
di Ludovico XII ( 1500-1512 ) che si chiama
rono Ambrosini, perchè avevano nel Ri
S. Ambrogio sul trono , e che le monete da
3 Sol. corrispondono al Mezzo Soldo regale ma
non possiamo spiegarci il nome di Colombina
dato a questa moneta che ha per impronte lo
stemma e le bende . Possiamo credere con
qualche probabilità che il nome di Colombina
fosse stato attribuito prima al Grosso di Maria
Sforza ( 1466-1476) che aveva come impronte
la colomba e le bende e che poscia si conti
nuasse ad usare per denotare i successivi
Grossi da tre Soldi. Le Colombine si trovano
egualmente nominate in alcune grida sforze
sche del 1532 e 1534. Colombine si dissero
ugualmente alcune mon . coniate a Modena da
Ercole II nel 1538. Valevano Sol. 2 contene
vano onc. 6 di arg . fino per lib. ed erano al
taglio di pezzi 203 per lib . Si equiparavano
alla Murajole . Nel 1543 furono ridotte a Sol.
1, Den . 11 (CZM. , 44-218 ) . In Reggio Emilia
si diede il nome di Colombine ai Grossi da
Sol. 3 , come già in Milano. Erano alla bontà
di onc. 6 ed al taglio di 190 per lib. (tit. 0,500 ,
peso g.mi 1,81 ) ( MALAGUZZI , in RIN. , VII, 196) .
Vedi Columbete .
Colona.
Nel libro dei censi trovasi che
la chiesa di Romestorth doveva « unam COLO
NAM auri » (DCG . ) . Forse s'intende un Marco
d'oro di Colonia . Il Marco di Colonia corri
sponde oggi a 16 Sloths . 65536 Richpfennig
= Kg. 0,233870 .
Colonaria. Vedi Colonnato .
Colon d'oro. Vedi Argentina.
Coloniali (mon.) . Vedi Mon. Coloniali.
Coloniensis . Mon. dei vescovi di Colonia
che ricevettero il diritto monetario da Ot
tone I.
Colonnato. Mon. d'arg . spagnuola, detta
anche Pezza, Piastra o Pezzo duro colonario,
del val. di Lit. 5 , 361 , peso gr.m 26,928 ,
tit. 896. I Colonnati di Carlo III si dividono in
anteriori al 1772 ed in posteriori . Gli anteriori
pesavano Ottave 7.3.3 e valevano 20 Reali di
Villon con intrinseco car. 119,2 1192. I po
steriori erano di poco più deboli di intrinseco
cioè car . 117.3 25 36 valuta di Venezia . I più
antichi Colonnati spagnuoli sono quelli di
Carlo V che volle ostentare l'illimitata sua
potenza del mondo col porre il motto PLUS
ULTRA fra le due colonne d'Ercole che fian
cheggiavano il suo stemma regale . Questa di<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>CLUNIACENSIS
(1346-1359) presero il nome anche esse di
Clinckaerts.
Cluniacensis. Mon. degli Ab . di Cluny che
sembra abbiano avuto il privilegio di zecca
verso l'anno 930 da re Raul , riconosciuto dal
papa Giovanni XI e nel 1057 da Stefano IX .
Le monete di Cluny avevano corso nello stesso
tempo della moneta reale e sono rimaste sem
pre dello stesso tipo : I croce con GLUNIACO
CENOBIO e R chiave con PETRVS ET PAVLVS
(MRN ., 1 , 387 ) .
I 2
Cnapcoek. Si disse in Groninque il
Fiorino d'oro.
Cobs. Erano chiamate in Gibilterra le Pia
stre effettive di Spagna dette anche Dollars.
Si dividono in 12 Reali da 16 Quarti l'uno .
Cobulus. In una bolla di Nicola IV ( 1288
1294 ) si legge: « Comm. massiliae debet singulis
annis centum COBOLOS ... et debet singulis an
nis, pro censu, duos COBULOS aureos etc. »
(DCG . ) . Forse deve dire Obolos.
Coburgensis. Mon. della Città di Coburgo
della quale si parla in carta del 1265 e 1289
(DCG . ) . Sembra che in quell'epoca i conti di
Henneberg possedessero di già una zecca in
Coburgo . Errano perciò alcuni autori che di
cono essere stati Giovanni Malgravio di Bran
deburgo a coniare le prime mon . di Coburgo
nel 1308 .
Cocodones . In una carta del 1300 si legge: « Prohibita est moneta alienigenarum surrepti
tia et illegitima quam polardos et cocoDONES
atque rosarios » (DCG . ) . Monete i cui nomi
popolari devono derivare dalle impronte che
portavano e per il nome di Cocodones e di
Pollardos si deve credere trattarsi di monete
con l'aquila bene spesso presa dal volgo per
un gallo o una gallina o altro animale pen
nuto . Vedi Crocardus, Cella, Coquibus, Co
lombina.
Coduri . In una valuta di monete per Man
tova del 1592 i Coduri ( ?) erano valutati a
L. 0,2,9 di moneta mantovana ( ZMI . , III , 43 ) .
Colaphista. L'UGUZIO la crede una moneta
mentre il DU CANGE suppone sia una corru
zione di Collybista termine della media lati
nità per indicare un monetario (DCG . ).
Collybus. dal greco zoλlußov. Sembra che
si desse questo nome alla moneta di rame ove
era scolpito il bove . {{Sc|Hesychius}} dice : « {{Sc|Collibus}} specie numi est : et in aere insculptus
bos ». {{Sc|Polluce}}, lib. 3º, lo definisce commuta
tatio argenti, e ci dà collibista per cambista.
Colombette . Vedi Colombina e Columbete .
Colombiano. Moneta d'arg . della Colombia,
dominazione spagnuola , equivalente al Peso
da 8 Reali. La legge monetaria del 1871 gli
assegna il peso di gr.mi 25 , tit. 900. Si divide
in 10 Decimos e 100 Centavos . Corrisponde a
Lit. 6,00 .
73
COLONNATO
Colombina . Leggesi nella Cronaca mila
nese dall'anno 1476 al 1515 , di M. Ambrogio
da Paullo , che il 20 Giugno 1508 « se comenzò
a lavorar alla zecca di Milano , fazendo Am
brosini da sol . 6 e COLOMBINE da sol. 3 etc. »
(MOTTA, RIN. , VIII , 238 ) . Ora esaminando le
mon. di Milano dell ' epoca , vediamo come
quelle del val. di Sol. 6 fossero i Grossi reali
di Ludovico XII ( 1500-1512 ) che si chiama
rono Ambrosini, perchè avevano nel Ri
S. Ambrogio sul trono , e che le monete da
3 Sol. corrispondono al Mezzo Soldo regale ma
non possiamo spiegarci il nome di Colombina
dato a questa moneta che ha per impronte lo
stemma e le bende . Possiamo credere con
qualche probabilità che il nome di Colombina
fosse stato attribuito prima al Grosso di Maria
Sforza ( 1466-1476) che aveva come impronte
la colomba e le bende e che poscia si conti
nuasse ad usare per denotare i successivi
Grossi da tre Soldi. Le Colombine si trovano
egualmente nominate in alcune grida sforze
sche del 1532 e 1534. Colombine si dissero
ugualmente alcune mon . coniate a Modena da
Ercole II nel 1538. Valevano Sol. 2 contene
vano onc. 6 di arg . fino per lib. ed erano al
taglio di pezzi 203 per lib . Si equiparavano
alla Murajole . Nel 1543 furono ridotte a Sol.
1, Den . 11 (CZM. , 44-218 ) . In Reggio Emilia
si diede il nome di Colombine ai Grossi da
Sol. 3 , come già in Milano. Erano alla bontà
di onc. 6 ed al taglio di 190 per lib. (tit. 0,500 ,
peso g.mi 1,81 ) ( MALAGUZZI , in RIN. , VII, 196) .
Vedi Columbete .
Colona.
Nel libro dei censi trovasi che
la chiesa di Romestorth doveva « unam COLO
NAM auri » (DCG . ) . Forse s'intende un Marco
d'oro di Colonia . Il Marco di Colonia corri
sponde oggi a 16 Sloths . 65536 Richpfennig
= Kg. 0,233870 .
Colonaria. Vedi Colonnato .
Colon d'oro. Vedi Argentina.
Coloniali (mon.) . Vedi Mon. Coloniali.
Coloniensis . Mon. dei vescovi di Colonia
che ricevettero il diritto monetario da Ot
tone I.
Colonnato. Mon. d'arg . spagnuola, detta
anche Pezza, Piastra o Pezzo duro colonario,
del val. di Lit. 5 , 361 , peso gr.m 26,928 ,
tit. 896. I Colonnati di Carlo III si dividono in
anteriori al 1772 ed in posteriori . Gli anteriori
pesavano Ottave 7.3.3 e valevano 20 Reali di
Villon con intrinseco car. 119,2 1192. I po
steriori erano di poco più deboli di intrinseco
cioè car . 117.3 25 36 valuta di Venezia . I più
antichi Colonnati spagnuoli sono quelli di
Carlo V che volle ostentare l'illimitata sua
potenza del mondo col porre il motto PLUS
ULTRA fra le due colonne d'Ercole che fian
cheggiavano il suo stemma regale . Questa di<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>COLUMBETE
visa fu invenzione di Luigi Marliano milanese,
medico dell ' Imperatore (CSU. , doc . 466 ) . II
Colonnato si divideva in 10 Reali ed in 20
Realilli e si diffuse in tutta l'Europa ed anche
nell'Africa Settentrionale , specie nel Marocco,
ove è ancora in corso .
Columbete, Colombette. In una grida di
monete del 30 apr. 1515 si fa menzione di
queste Columbete al val. di Sol. 3. Suppongo
si tratti dei Grossi di Massimiliano M. Sforza
( 1512-1515 ) che portano raffigurata una CO
lomba nel mezzo di una stella in fiamme col
motto A BON DROIT. Vedi Colombina.
Commas, Commassis. Piccola mon . di rame
con poco arg . in uso nelle città di Bet- el- Faki
e di Moha, nello Yemen . Una Piastra spa
gnuola si cambiava nel 1823 con 40 ed anche
80 Commes ; si divideva in 7 Carat (KCU. ,
334 ) . Vedi Carat e Caveas.
Communion Tokens . Gettoni inglesi o tes
sere per la Comunione. Vedi Gettone.
Compagnon. Nome dato ad un Grosso di
Fiandra del val. di 1 Den. tornese del sec . XIV .
Vedi Gros Blanc dit Compagnon .
Compasso. Ricorre spesso nella descrizione
delle mon. questo termine che sta per indicare
ROMA - Paolo II 1404-1 471.
Ducato Papale - (Stemma e figura in compasso .
BASIDIRVERED
l'ornato a 4 centine che decora specialmente
il centro di alcuni Ducati o Fiorini papali.
In tedesco Vierpass.
Conceicao. Mon. d'oro e di arg . coniata
nel 1648 da D. Ioao V di Portogallo , in onore
della Madonna della Concezione , protettrice
del Regno . Quella d'arg . pesava gr.mi 26.6
19.5 ( ACT. , XXX , 13 ) . La legge del 7 ott . 1651
ordinò che avesse corso per il val. di 600
Reis. Quella d'oro doveva correre per 12.000
Reis ma non se ne conosce alcun esemplare .
Don Pietro II continuò a coniare Conceicaos
di arg. col nome del genitore e le date anti
che ma con coni non fusi e perciò sono più
perfette ( DMM . , 284 ) .
Conchiglie (monete di). Vedi Cowries e
Bia.
Condor. Mon. d'oro del Chili e della Co
lombia (Nuova Granada) del val. di 10 Pesos
ovvero 1000 Centavos ; quelle del Chili pes.
gr."mi 15.253 , tit. 900 , val. Lit. 47.28 ; quelle
della Columbia pes . gr.mi 16.129 , tit. 900 ,
val. Lit. 50.00 . Si dice Condor doblato il Dop
74
CONSOLARI
pio Condor. Il nome gli deriva dal Condòre
(avvoltoio) che sormonta lo stemma.
CHILI Condor del 1807 g.mi 15.201
Condorine. Vedi Candarine.
Conreguardi (solidi) .
Nel Cartulario di
S. Vincenzo di Le Mans, fol. 34 : « Robertus
Ruandi pro anima uxoris suae dedit] unam
massuram de quinque solidis CONREGUARDIS ».
II DU CANGE dice che è la stessa cosa che
Censuales (DCG . ) .
Conservazione di
una moneta . È il
Suo stato attuale.
Così si dice ruspa
o a fior di conio
una moneta che ri
trova ancora nello
stato in cui usci
dalla zecca : bella
chiara o di prima
NUOVA GRANADA
conservazione se ,
Condor doblato del 1850 g.mi 32.20 .
quantunque sia sta
Dritto
ta in corso, si pre
senti ancora in buonissimo stato ; poi di
seconda conserva
zione come di ter
za, di mano in ma
no che la moneta
si trova deteriorata
dall' uso, e infine
la si dice logora o
frusta quando l'im
pronta è quasi del
tutto scomparsa, e
NUOVA GRANADA
ne rimane poco più
Condor doblato del 1859 ( g.mi 32.20). che il metallo
Rovescio.
(GMR . ) .
Consolari. Monete della Rep. Romana cosi
chiamate perchè portano i nomi di famiglie
consolari. Forse è più corretto chiamarle Mo
nete di famiglia. Verso l'anno 134 a . C. i tri
unviri monetari , pure riserbando il diritto della
moneta alle rappresentazioni sacre , con la testa
d'una o di altra divinità, come Giove, Minerva,
Mercurio, Giano , Vesta, Venere , Roma ecc.
e più tardi il Genio del Popolo romano , l'O
nore, la Salute , la Libertà ecc . , fanno al ro
vescio rappresentazioni variate a loro genio , al
lusioni cioè, alle loro famiglie , sfogando le pro
prie ambizioni personali . Vi posero prima una
UTANGERINET<noinclude></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/5/VI
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2026-05-14T10:10:44Z
Alex brollo
1615
Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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text/x-wiki
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/5/VII
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2026-05-14T10:53:54Z
Alex brollo
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text/x-wiki
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Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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Il Libro dei Re/Il re Kâvus/5/VIII
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Alex brollo
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Porto il SAL a SAL 75%
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