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<noinclude><pagequality level="4" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|||201}}</noinclude><div align="center"><font size=6>'''L ’ E S T R O'''</font><br /><br /><br /><font size=4>POEMETTO</font><br /><br /><br /><font size=3>D I</font><br /><br /><br /><font size=5>'''D I O D A T A S A L U Z Z O'''</font><br /><br /><br /><font size=2>PIEMONTESE</font><br /><br /><br /><font size=4>I N M O R T E</font><br /><br /><br /><font size=3>D E L L A C O N T E S S A</font><br /><br /><br /><font size=5>ENRICHETTA TAPARELLI BALBO</font><br /><br />
</div>
<poem> <font size=6>O</font> tu, che pasci di suave pianto
L’eccelso spirto, che s’annida in petto,
Musa, che pingi con possente incanto
Smaniante dolor, perduto affetto;
{{R|5}}Deh tu m’ispira lagrimevol canto,
Che teco sospirar è mio diletto;
L’alma t’aspetta, e a te pianger t’invita
Il danno, ohimè! d’una fatal partita.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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Discussioni aiuto:Come segnalare il livello SAL di un testo
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Dominik180
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/* Incongruenza tra namespace */ Risposta
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== Aggiunta breve nota sul SAL nel ns Indice ==
Ho aggiunto una nota su come aggiungere il SAL in un Indice. Penso che appena possibile bisognerà mettere mano all'automazione, di cui probabilmente ci si è scordati! --[[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]) 09:16, 2 mag 2009 (CEST)
:No, iPork non si era scordato dell'automazione del SAL nei nuovi namespaces, ma ricordo che aveva avuto delle non meglio precisate difficoltà. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 10:21, 2 mag 2009 (CEST)
== Incongruenza tra namespace ==
Buon pomeriggio a tutti, sono un utente nuovo ed avrei bisogno di un chiarimento.
Nonostante tutte le pagine di un determinato testo siano state rilette, controllate e portate al SAL 100%, e il namespace indice le segnali come rilette, il template del namespace principale [https://drive.google.com/file/d/1In8-5f0kTWJv2Nte8h1hs-aY4_Xh90BL/view?usp=sharing mi segnala] che molti capitoli [https://drive.google.com/file/d/1sEIcxNMe6sr2Ewe2WOf6qAcGF0xypECi/view?usp=sharing non sono al SAL 100%].Però se si clicca sul link del capitolo segnalato come non riletto, [https://drive.google.com/file/d/1Urrz0HeY_z1cQXgDUAYlWUZ9lgzThZpx/view?usp=sharing esso risulta essere al 100%.]
Sono consapevole che questa sia solo una semplice incongruenza, e che effettivamente il testo è riletto e completo, ma vorrei sapere comunque se si può sistemare per rendere la navigazione tra i namespace del libro meno confusionaria. Ringrazio anticipatamente chi vorrà rispondere, buona giornata :)--[[User:Belpasse|Belpasse]] ([[User talk:Belpasse|disc.]]) 17:05, 2 mag 2021 (CEST)
:Ciao! Anche io sono abbastanza nuova su Wikisource, e sto avendo esattamente questo problema. Mi chiedevo, nel caso fossi riuscito a risolvere, se potessi spiegare anche a me come fare, perché ormai credo di aver provato di tutto. Grazie mille in anticipo! - [[User:Violetczy|Violetczy]] ([[User talk:Violetczy|disc.]]) 21:35, 16 ago 2023 (CEST)
::Eh infatti io non ho ancora capito, vedo anche io un testo con tutte le pagine corrette e ricontrollate però non ha SAL al 100% [[User:Dominik180|Dominik180]] ([[User talk:Dominik180|disc.]]) 15:52, 16 giu 2026 (CEST)
{{Fatto}} Risolto.
== Argomenti? ==
Nel "[https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Ars_et_Labor,_1906/N._3/Le_miniere_cinabrifere_del_Siele&diff=prev&oldid=3498645 chiudere]" il SAL di un testo, ho cercato come definire il parametro "argomento" e sono finito qua [[Aiuto:Come_segnalare_il_livello_SAL_di_un_testo#Gli_argomenti]]...
Ma mi pare che sia un mero elenco testuale abbandonato a sè stesso... Posto che:
* un solo argomento per testo è pretendere acrobazie mentali e semplificazioni notevolissime
* la cat scelta dall'elenco -con tripli salti mortali- non ha avuto alcun effetto "tecnico"... forse perchè in realtà non esiste "tecnicamente" nel ns:categorie?
* esiste l'albero delle cat che almeno rispecchia ed ha risvolti tecnici
ho inserito lo spezzone pertinente dell'albero (Argomenti...) nella pagina di aiuto, ma mi chiedo come e se sia popolato... il nostro albero degli "argomenti" è collegato a wikidata, o wikipedia, o a qualcosa? Coordinare una simile tassonomia è praticamente un Progetto a parte! Forse wikidata potrebbe fare qlc del genere... o magari già lo fa?
Fatemi sapere idee e commenti in merito @[[Utente:Candalua|Candalua]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @chi vuole dire la sua ;-) [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:17, 2 apr 2025 (CEST)
:@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]], tocchi giustamente un punto dolente: risaliamo agli albori del progetto in cui nei template di descrizione di testi e indici si è posto questo parametro con l'intento di provocare una germinazione spontanea di categorie, ma il tutto è partito nella fiducia che il progetto si sarebbe popolato di molti più utenti tra cui "categorizatori seriali" in stile commons; inoltre l'idea è partita molto molto prima dell'avvento di Wikidata, mentre nel frattempo iPork, l'utente che ha ideato il meccanismo, si è ritirato lasciando il campo aperto per sviluppi tecnici che sono rimasti in sospeso.
:L'unica avvertenza che ricordo è quella di tener presenti "metacategorie" relative al significante (raccolte di poesie; novelle, romanzi ecc.) e categorie relative al contenuto (micologia, astronomia, Storiografia, Firenze, ecc.) con queste ultime che cercassero di seguire la falsariga delle categorie di Wikipedia. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 20:59, 2 apr 2025 (CEST)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]], Immaginavo una "storia" del genere... cmq vedo che [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Ars_et_Labor,_1906/N._3/Le_miniere_cinabrifere_del_Siele&diff=prev&oldid=3498923 così] si può categorizzare, anche se è macchinosissimo e molto a buon senso e gusti personali trovare la/le cat giuste. <del>Qualche [https://commons.wikimedia.org/wiki/Help:Gadget-HotCat tool] si potrebbe copiare da commons....</del> [[Aiuto:Gadget-HotCat|c'è]], bastava attivarlo. :D
::Poi chiaro che si dovrebbe anche avere delle regole (tipo una cat per la tipologia di testo, articolo, saggio, ecc e una o due per l'argomento). E naturalmente una tassonomia di categorie completa. Che poi in teoria dovrebbe esserci pure su it.wiki per categorizzare le voci, penso... non ho indagato molto le cat di là e come si relazionano con wikidata... vedrò di mettere il naso pure lì. --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:51, 2 apr 2025 (CEST)
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Candalua
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/* Incongruenza tra namespace */ Risposta
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== Aggiunta breve nota sul SAL nel ns Indice ==
Ho aggiunto una nota su come aggiungere il SAL in un Indice. Penso che appena possibile bisognerà mettere mano all'automazione, di cui probabilmente ci si è scordati! --[[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]) 09:16, 2 mag 2009 (CEST)
:No, iPork non si era scordato dell'automazione del SAL nei nuovi namespaces, ma ricordo che aveva avuto delle non meglio precisate difficoltà. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 10:21, 2 mag 2009 (CEST)
== Incongruenza tra namespace ==
Buon pomeriggio a tutti, sono un utente nuovo ed avrei bisogno di un chiarimento.
Nonostante tutte le pagine di un determinato testo siano state rilette, controllate e portate al SAL 100%, e il namespace indice le segnali come rilette, il template del namespace principale [https://drive.google.com/file/d/1In8-5f0kTWJv2Nte8h1hs-aY4_Xh90BL/view?usp=sharing mi segnala] che molti capitoli [https://drive.google.com/file/d/1sEIcxNMe6sr2Ewe2WOf6qAcGF0xypECi/view?usp=sharing non sono al SAL 100%].Però se si clicca sul link del capitolo segnalato come non riletto, [https://drive.google.com/file/d/1Urrz0HeY_z1cQXgDUAYlWUZ9lgzThZpx/view?usp=sharing esso risulta essere al 100%.]
Sono consapevole che questa sia solo una semplice incongruenza, e che effettivamente il testo è riletto e completo, ma vorrei sapere comunque se si può sistemare per rendere la navigazione tra i namespace del libro meno confusionaria. Ringrazio anticipatamente chi vorrà rispondere, buona giornata :)--[[User:Belpasse|Belpasse]] ([[User talk:Belpasse|disc.]]) 17:05, 2 mag 2021 (CEST)
:Ciao! Anche io sono abbastanza nuova su Wikisource, e sto avendo esattamente questo problema. Mi chiedevo, nel caso fossi riuscito a risolvere, se potessi spiegare anche a me come fare, perché ormai credo di aver provato di tutto. Grazie mille in anticipo! - [[User:Violetczy|Violetczy]] ([[User talk:Violetczy|disc.]]) 21:35, 16 ago 2023 (CEST)
::Eh infatti io non ho ancora capito, vedo anche io un testo con tutte le pagine corrette e ricontrollate però non ha SAL al 100% [[User:Dominik180|Dominik180]] ([[User talk:Dominik180|disc.]]) 15:52, 16 giu 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Dominik180|Dominik180]]: il testo devi portarlo tu al 100%, non è automatico. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:39, 16 giu 2026 (CEST)
{{Fatto}} Risolto.
== Argomenti? ==
Nel "[https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Ars_et_Labor,_1906/N._3/Le_miniere_cinabrifere_del_Siele&diff=prev&oldid=3498645 chiudere]" il SAL di un testo, ho cercato come definire il parametro "argomento" e sono finito qua [[Aiuto:Come_segnalare_il_livello_SAL_di_un_testo#Gli_argomenti]]...
Ma mi pare che sia un mero elenco testuale abbandonato a sè stesso... Posto che:
* un solo argomento per testo è pretendere acrobazie mentali e semplificazioni notevolissime
* la cat scelta dall'elenco -con tripli salti mortali- non ha avuto alcun effetto "tecnico"... forse perchè in realtà non esiste "tecnicamente" nel ns:categorie?
* esiste l'albero delle cat che almeno rispecchia ed ha risvolti tecnici
ho inserito lo spezzone pertinente dell'albero (Argomenti...) nella pagina di aiuto, ma mi chiedo come e se sia popolato... il nostro albero degli "argomenti" è collegato a wikidata, o wikipedia, o a qualcosa? Coordinare una simile tassonomia è praticamente un Progetto a parte! Forse wikidata potrebbe fare qlc del genere... o magari già lo fa?
Fatemi sapere idee e commenti in merito @[[Utente:Candalua|Candalua]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @chi vuole dire la sua ;-) [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:17, 2 apr 2025 (CEST)
:@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]], tocchi giustamente un punto dolente: risaliamo agli albori del progetto in cui nei template di descrizione di testi e indici si è posto questo parametro con l'intento di provocare una germinazione spontanea di categorie, ma il tutto è partito nella fiducia che il progetto si sarebbe popolato di molti più utenti tra cui "categorizatori seriali" in stile commons; inoltre l'idea è partita molto molto prima dell'avvento di Wikidata, mentre nel frattempo iPork, l'utente che ha ideato il meccanismo, si è ritirato lasciando il campo aperto per sviluppi tecnici che sono rimasti in sospeso.
:L'unica avvertenza che ricordo è quella di tener presenti "metacategorie" relative al significante (raccolte di poesie; novelle, romanzi ecc.) e categorie relative al contenuto (micologia, astronomia, Storiografia, Firenze, ecc.) con queste ultime che cercassero di seguire la falsariga delle categorie di Wikipedia. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 20:59, 2 apr 2025 (CEST)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]], Immaginavo una "storia" del genere... cmq vedo che [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Ars_et_Labor,_1906/N._3/Le_miniere_cinabrifere_del_Siele&diff=prev&oldid=3498923 così] si può categorizzare, anche se è macchinosissimo e molto a buon senso e gusti personali trovare la/le cat giuste. <del>Qualche [https://commons.wikimedia.org/wiki/Help:Gadget-HotCat tool] si potrebbe copiare da commons....</del> [[Aiuto:Gadget-HotCat|c'è]], bastava attivarlo. :D
::Poi chiaro che si dovrebbe anche avere delle regole (tipo una cat per la tipologia di testo, articolo, saggio, ecc e una o due per l'argomento). E naturalmente una tassonomia di categorie completa. Che poi in teoria dovrebbe esserci pure su it.wiki per categorizzare le voci, penso... non ho indagato molto le cat di là e come si relazionano con wikidata... vedrò di mettere il naso pure lì. --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:51, 2 apr 2025 (CEST)
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Dominik180
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== Aggiunta breve nota sul SAL nel ns Indice ==
Ho aggiunto una nota su come aggiungere il SAL in un Indice. Penso che appena possibile bisognerà mettere mano all'automazione, di cui probabilmente ci si è scordati! --[[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]) 09:16, 2 mag 2009 (CEST)
:No, iPork non si era scordato dell'automazione del SAL nei nuovi namespaces, ma ricordo che aveva avuto delle non meglio precisate difficoltà. - '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 10:21, 2 mag 2009 (CEST)
== Incongruenza tra namespace ==
Buon pomeriggio a tutti, sono un utente nuovo ed avrei bisogno di un chiarimento.
Nonostante tutte le pagine di un determinato testo siano state rilette, controllate e portate al SAL 100%, e il namespace indice le segnali come rilette, il template del namespace principale [https://drive.google.com/file/d/1In8-5f0kTWJv2Nte8h1hs-aY4_Xh90BL/view?usp=sharing mi segnala] che molti capitoli [https://drive.google.com/file/d/1sEIcxNMe6sr2Ewe2WOf6qAcGF0xypECi/view?usp=sharing non sono al SAL 100%].Però se si clicca sul link del capitolo segnalato come non riletto, [https://drive.google.com/file/d/1Urrz0HeY_z1cQXgDUAYlWUZ9lgzThZpx/view?usp=sharing esso risulta essere al 100%.]
Sono consapevole che questa sia solo una semplice incongruenza, e che effettivamente il testo è riletto e completo, ma vorrei sapere comunque se si può sistemare per rendere la navigazione tra i namespace del libro meno confusionaria. Ringrazio anticipatamente chi vorrà rispondere, buona giornata :)--[[User:Belpasse|Belpasse]] ([[User talk:Belpasse|disc.]]) 17:05, 2 mag 2021 (CEST)
:Ciao! Anche io sono abbastanza nuova su Wikisource, e sto avendo esattamente questo problema. Mi chiedevo, nel caso fossi riuscito a risolvere, se potessi spiegare anche a me come fare, perché ormai credo di aver provato di tutto. Grazie mille in anticipo! - [[User:Violetczy|Violetczy]] ([[User talk:Violetczy|disc.]]) 21:35, 16 ago 2023 (CEST)
::Eh infatti io non ho ancora capito, vedo anche io un testo con tutte le pagine corrette e ricontrollate però non ha SAL al 100% [[User:Dominik180|Dominik180]] ([[User talk:Dominik180|disc.]]) 15:52, 16 giu 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Dominik180|Dominik180]]: il testo devi portarlo tu al 100%, non è automatico. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:39, 16 giu 2026 (CEST)
::::Ah ok grazie, stavo navigando un po' tra queste pagine ma ora ho capito [[User:Dominik180|Dominik180]] ([[User talk:Dominik180|disc.]]) 22:56, 16 giu 2026 (CEST)
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== Argomenti? ==
Nel "[https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Ars_et_Labor,_1906/N._3/Le_miniere_cinabrifere_del_Siele&diff=prev&oldid=3498645 chiudere]" il SAL di un testo, ho cercato come definire il parametro "argomento" e sono finito qua [[Aiuto:Come_segnalare_il_livello_SAL_di_un_testo#Gli_argomenti]]...
Ma mi pare che sia un mero elenco testuale abbandonato a sè stesso... Posto che:
* un solo argomento per testo è pretendere acrobazie mentali e semplificazioni notevolissime
* la cat scelta dall'elenco -con tripli salti mortali- non ha avuto alcun effetto "tecnico"... forse perchè in realtà non esiste "tecnicamente" nel ns:categorie?
* esiste l'albero delle cat che almeno rispecchia ed ha risvolti tecnici
ho inserito lo spezzone pertinente dell'albero (Argomenti...) nella pagina di aiuto, ma mi chiedo come e se sia popolato... il nostro albero degli "argomenti" è collegato a wikidata, o wikipedia, o a qualcosa? Coordinare una simile tassonomia è praticamente un Progetto a parte! Forse wikidata potrebbe fare qlc del genere... o magari già lo fa?
Fatemi sapere idee e commenti in merito @[[Utente:Candalua|Candalua]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @chi vuole dire la sua ;-) [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:17, 2 apr 2025 (CEST)
:@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]], tocchi giustamente un punto dolente: risaliamo agli albori del progetto in cui nei template di descrizione di testi e indici si è posto questo parametro con l'intento di provocare una germinazione spontanea di categorie, ma il tutto è partito nella fiducia che il progetto si sarebbe popolato di molti più utenti tra cui "categorizatori seriali" in stile commons; inoltre l'idea è partita molto molto prima dell'avvento di Wikidata, mentre nel frattempo iPork, l'utente che ha ideato il meccanismo, si è ritirato lasciando il campo aperto per sviluppi tecnici che sono rimasti in sospeso.
:L'unica avvertenza che ricordo è quella di tener presenti "metacategorie" relative al significante (raccolte di poesie; novelle, romanzi ecc.) e categorie relative al contenuto (micologia, astronomia, Storiografia, Firenze, ecc.) con queste ultime che cercassero di seguire la falsariga delle categorie di Wikipedia. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 20:59, 2 apr 2025 (CEST)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]], Immaginavo una "storia" del genere... cmq vedo che [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Ars_et_Labor,_1906/N._3/Le_miniere_cinabrifere_del_Siele&diff=prev&oldid=3498923 così] si può categorizzare, anche se è macchinosissimo e molto a buon senso e gusti personali trovare la/le cat giuste. <del>Qualche [https://commons.wikimedia.org/wiki/Help:Gadget-HotCat tool] si potrebbe copiare da commons....</del> [[Aiuto:Gadget-HotCat|c'è]], bastava attivarlo. :D
::Poi chiaro che si dovrebbe anche avere delle regole (tipo una cat per la tipologia di testo, articolo, saggio, ecc e una o due per l'argomento). E naturalmente una tassonomia di categorie completa. Che poi in teoria dovrebbe esserci pure su it.wiki per categorizzare le voci, penso... non ho indagato molto le cat di là e come si relazionano con wikidata... vedrò di mettere il naso pure lì. --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:51, 2 apr 2025 (CEST)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Centrato|
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{{x-larger|ALESSANDRO MANZONI}}.
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'''_______'''
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|386||}}</noinclude><section begin="s1" />Un momento dopo essi erano spariti, lasciando le due donne sole nell’oscurità.
Esse tenevano gli occhi fissi sulla porta la quale non si sarebbe mai più spalancata per loro, e si strinsero sempre più l’una all’altra. Avevano fatto il loro dovere, il loro amore era stato messo alla prova ed avevano vinto. Il giorno seguente furono trovate dalle guardie e cacciate dalla città a sassate.
— «Via di qua, voi siete morte pel mondo, via!» —
Con questa sentenza che risonava minacciosa alle loro orecchie, uscirono dalla città.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Centrato|'''CAPITOLO V.'''}}
Al giorno d’oggi i viaggiatori in Terra Santa, che cercano il bellissimo Giardino Reale, discendono il letto del Cedron, o proseguono per la curva di Gihon fino ad arrivare alla vecchia fontana di En-rogel. Qui sostano, bevono un sorso dell’acqua freschissima e dolce, osservano le grandi pietre che circondano l’orlo del pozzo, chiedono la sua profondità, sorridono forse del modo primitivo di attinger l’acqua, e dopo aver dato qualche soldo al povero diavolo che presiede a quella funzione, si rivolgono indietro. E’ allora che il panorama di Gerusalemme appare più maestoso che mai ai loro sguardi.
Qui i monti di Moriah e di Sion, degradante in lene pendio verso l’antica città di Davide; là, sulla cima dei colli appaiono le rovine dei palazzi reali, il duomo elegante dell’Haram, i poderosi avanzi dell’Ippico, minaccioso ancora nelle sue rovine.
A destra è il Monte dell’Offesa, solitario e roccioso, a sinistra il Colle del Cattivo Consiglio, che le leggende rabbiniche e monastiche hanno circondato di una fama così misteriosa e terribile.
La sua base infatti, secondo la tradizione, copre l’entrata dell’inferno, il Gehenna della religione Ebraica. Sul fianco orientale fronteggiante la città si aprono caverne e sorgono innumerevoli tombe, che, al tempo di cui scriviamo, erano abitate dai lebbrosi, non singolarmente, ma formanti un’intera colonia.
Quello era il loro dominio, quivi avevano fondato una<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Ben Hur/Libro Sesto/Capitolo IV
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BuzzerLone
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Porto il SAL a SAL 100%
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=16 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo IV|prec=../Capitolo III|succ=../Capitolo V}}
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Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/397
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— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai vedute. Tornerò indietro.» —
E si voltò.
— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.
L’Egiziana, lasciò cadere l’anfora, e guardò indietro, tremando.
— «Chi mi chiama?» — domandò ella.
— «Amrah!» —
Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle donne.
— «Chi siete?» — ella gridò.
— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —
Amrah cadde sulle sue ginocchia.
— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a voi!» —
E la povera creatura sopraffatta dall’emozione, incominciò a farsi avanti.
— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare dì più! Siamo infette! Siamo infette!» —
Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani, singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.
— «O padrona mia, dov’è Tirzah?» —
— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po’ d’acqua?» —
L’istinto d’ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò vicino al cesto e lo scoprì.
— «Guardate» — ella disse — «qui v’è pane e carne.» —
Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si rivolse di nuovo.
— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l’anfora, riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —
La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece strada alla serva, e l’aiutò a riempire l’anfora, commossa dal dolore che traspariva dal suo aspetto.
— «Chi sono esse?» — domandò una donna.
Amrah sommessamente rispose;
— «Esse furono una volta molto buone con me!» —<noinclude><references/></noinclude>
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— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai vedute. Tornerò indietro.» —
E si voltò.
— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.
L’Egiziana lasciò cadere l’anfora, e guardò indietro, tremando.
— «Chi mi chiama?» — domandò ella.
— «Amrah!» —
Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle donne.
— «Chi siete?» — ella gridò.
— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —
Amrah cadde sulle sue ginocchia.
— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a voi!» —
E la povera creatura sopraffatta dall’emozione, incominciò a farsi avanti.
— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare dì più! Siamo infette! Siamo infette!» —
Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani, singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.
— «O padrona mia, dov’è Tirzah?» —
— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po’ d’acqua?» —
L’istinto d’ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò vicino al cesto e lo scoprì.
— «Guardate» — ella disse — «qui v’è pane e carne.» —
Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si rivolse di nuovo.
— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l’anfora, riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —
La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece strada alla serva, e l’aiutò a riempire l’anfora, commossa dal dolore che traspariva dal suo aspetto.
— «Chi sono esse?» — domandò una donna.
Amrah sommessamente rispose;
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— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai vedute. Tornerò indietro.» —
E si voltò.
— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.
L’Egiziana lasciò cadere l’anfora, e guardò indietro, tremando.
— «Chi mi chiama?» — domandò ella.
— «Amrah!» —
Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle donne.
— «Chi siete?» — ella gridò.
— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —
Amrah cadde sulle sue ginocchia.
— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a voi!» —
E la povera creatura sopraffatta dall’emozione, incominciò a farsi avanti.
— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo infette!» —
Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani, singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.
— «O padrona mia, dov’è Tirzah?» —
— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po’ d’acqua?» —
L’istinto d’ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò vicino al cesto e lo scoprì.
— «Guardate» — ella disse — «qui v’è pane e carne.» —
Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si rivolse di nuovo.
— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l’anfora, riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —
La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece strada alla serva, e l’aiutò a riempire l’anfora, commossa dal dolore che traspariva dal suo aspetto.
— «Chi sono esse?» — domandò una donna.
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— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai vedute. Tornerò indietro.» —
E si voltò.
— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.
L’Egiziana lasciò cadere l’anfora, e guardò indietro, tremando.
— «Chi mi chiama?» — domandò ella.
— «Amrah!» —
Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle donne.
— «Chi siete?» — ella gridò.
— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —
Amrah cadde sulle sue ginocchia.
— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a voi!» —
E la povera creatura sopraffatta dall’emozione, incominciò a farsi avanti.
— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo infette!» —
Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani, singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.
— «O padrona mia, dov’è Tirzah?» —
— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po’ d’acqua?» —
L’istinto d’ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò vicino al cesto e lo scoprì.
— «Guardate» — ella disse — «qui v’è pane e carne.» —
Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si rivolse di nuovo.
— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l’anfora, riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —
La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece strada alla serva, e l’aiutò a riempire l’anfora, commossa dal dolore che traspariva dal suo aspetto.
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Alzando l’anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro. Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov’eran esse, ma il grido: «Infette, infette! All’erta!» l’arrestò. Mettendo l’acqua vicino al cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.
— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. — «Cuor d’oro!» —
— «Non v’è altro ch’io possa fare per voi?» — domandò Amrah.
{{Ec|Lo|La}} mano della inferma era sopra l’anfora, e la donna ardeva dalla sete; tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:
— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l’altra sera alla porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di là.» —
Amrah giunse le mani.
— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —
— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l’ami, lo so!» —
— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —
— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —
— «Sono pronta.» —
— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla, Amrah.» —
— «Ma egli vi sta cercando. E’ venuto da lontano per trovarvi.» —
— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi. Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d’ora innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una parola. Hai capito?» —
— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che voi vivete!» —
— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —
La serva abbassò il capo silenziosa.
— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente. Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto, addio!» —
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Alzando l’anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro. Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov’eran esse, ma il grido: «Infette, infette! All’erta!» l’arrestò. Mettendo l’acqua vicino al cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.
— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. — «Cuor d’oro!» —
— «Non v’è altro ch’io possa fare per voi?» — domandò Amrah.
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— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l’altra sera alla porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di là.» —
Amrah giunse le mani.
— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —
— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l’ami, lo so!» —
— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —
— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —
— «Sono pronta.» —
— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla, Amrah.» —
— «Ma egli vi sta cercando. E’ venuto da lontano per trovarvi.» —
— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi. Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d’ora innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una parola. Hai capito?» —
— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che voi vivete!» —
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Alzando l’anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro. Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov’eran esse, ma il grido: «Infette, infette! All’erta!» l’arrestò. Mettendo l’acqua vicino al cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.
— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. — «Cuor d’oro!» —
— «Non v’è altro ch’io possa fare per voi?» — domandò Amrah.
{{Ec|Lo|La}} mano della inferma era sopra l’anfora, e la donna ardeva dalla sete; tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:
— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l’altra sera alla porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di là.» —
Amrah giunse le mani.
— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —
— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l’ami, lo so!» —
— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —
— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —
— «Sono pronta.» —
— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla, Amrah.» —
— «Ma egli vi sta cercando. E’ venuto da lontano per trovarvi.» —
— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi. Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d’ora innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per abbandonarla — {{Ec||«}} e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una parola. Hai capito?» —
— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che voi vivete!» —
— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —
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— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente. Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto, addio!» —<noinclude><references/></noinclude>
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Alzando l’anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro. Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov’eran esse, ma il grido: «Infette, infette! All’erta!» l’arrestò. Mettendo l’acqua vicino al cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.
— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. — «Cuor d’oro!» —
— «Non v’è altro ch’io possa fare per voi?» — domandò Amrah.
{{Ec|Lo|La}} mano della inferma era sopra l’anfora, e la donna ardeva dalla sete; tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:
— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l’altra sera alla porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di là.» —
Amrah giunse le mani.
— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —
— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l’ami, lo so!» —
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— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che voi vivete!» —
— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —
La serva abbassò il capo silenziosa.
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|404||}}</noinclude>{{Pt|rebbe|sarebbe}} riuscito se non avesse avuto l’appoggio di Simonide, il quale lo forniva di armi e di danaro, e quello d’Ilderim che vegliava su di lui nel deserto e gli portava viveri e provviste. E anche allora i suoi sforzi sarebbero stati vani se non lo avesse aiutato l’ingegno dei Galilei.
Sotto questo nome eran comprese le quattro tribù Asher, Zabulon, Ittacar e Naftali, abitanti nei distretti originariamente a loro destinati.
L’Ebreo, nato nelle vicinanze del Tempio disprezzava i suoi confratelli del nord; ma contro di lui stava la testimonianza del Talmud eterno: — «Il Galileo ama l’onore e l’Ebreo il denaro.» —
Animati da un odio per Roma pari soltanto all’affetto che sentivano pel proprio paese, in ogni rivolta essi erano sempre i primi ad entrare in campo e gli ultimi a lasciarlo. Cento e cinquanta mila Galilei perirono nell’ultima guerra con Roma. In occasione delle grandi Feste essi si recavano a Gerusalemme, marciando con tende e cavalli, come un esercito. Tuttavia avevano sensi liberali e tolleravano fino il paganesimo. Provavano un giusto orgoglio per le bellissime città, Romane nella loro apparenza, che Erode aveva costruite specialmente nella Seforide e nella Tiberiade, alle quali avevano validamente contribuito col lavoro delle proprie braccia. Tenevano per concittadini i popoli di tutto il mondo, e vivevano in pace con loro. Alla gloria del nome Ebreo contribuirono poeti, come l’autore del Cantico dei Cantici, profeti come Hosea.
Sopra un tale popolo, così svelto, così superbo, così valoroso, dotato di tanta devozione e d’una così fervida fantasia, il racconto della venuta del nuovo Re non potè non avere una straordinaria efficacia. Il fatto solo ch’egli veniva per abbattere Roma, sarebbe stato sufficiente perchè essi si schierassero con Ben Hur; ma quando, per sovrappiù, si disse loro ch’Egli doveva impugnare lo scettro del mondo, che sarebbe stato più potente di Cesare, più saggio di Salomone, e che il suo regno doveva durare eternamente, l’appello fu irresistibile, e li avvinse alla sua causa, corpo ed anima. Domandarono a Ben Hur dietro quale autorità egli parlasse ed egli citò i profeti, e raccontò loro di Balthasar che aspettava lassù in Antiochia. Essi gli credettero ciecamente, poichè era la vecchia e sempre amata leggenda del Messia, a loro comunicata dalle parole del Signore: era il sogno da tanto tempo accarezzato, a cui finalmente si fissava una data certa e sicura. Non si prevedeva più la sola venuta del Re: Egli era già arrivato.
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|404||}}</noinclude>{{Pt|rebbe|sarebbe}} riuscito se non avesse avuto l’appoggio di Simonide, il quale lo forniva di armi e di danaro, e quello d’Ilderim che vegliava su di lui nel deserto e gli portava viveri e provviste. E anche allora i suoi sforzi sarebbero stati vani se non lo avesse aiutato l’ingegno dei Galilei.
Sotto questo nome eran comprese le quattro tribù Asher, Zabulon, Ittacar e Naftali, abitanti nei distretti originariamente a loro destinati.
L’Ebreo, nato nelle vicinanze del Tempio disprezzava i suoi confratelli del nord; ma contro di lui stava la testimonianza del Talmud eterno: — «Il Galileo ama l’onore e l’Ebreo il denaro.» —
Animati da un odio per Roma pari soltanto all’affetto che sentivano pel proprio paese, in ogni rivolta essi erano sempre i primi ad entrare in campo e gli ultimi a lasciarlo. Cento e cinquanta mila Galilei perirono nell’ultima guerra con Roma. In occasione delle grandi Feste essi si recavano a Gerusalemme, marciando con tende e cavalli, come un esercito. Tuttavia avevano sensi liberali e tolleravano fino il paganesimo. Provavano un giusto orgoglio per le bellissime città, Romane nella loro apparenza, che Erode aveva costruite specialmente nella Seforide e nella Tiberiade, alle quali avevano validamente contribuito col lavoro delle proprie braccia. Tenevano per concittadini i popoli di tutto il mondo, e vivevano in pace con loro. Alla gloria del nome Ebreo contribuirono poeti, come l’autore del Cantico dei Cantici, profeti come Hosea.
Sopra un tale popolo, così svelto, così superbo, così valoroso, dotato di tanta devozione e d’una così fervida fantasia, il racconto della venuta del nuovo Re non potè non avere una straordinaria efficacia. Il fatto solo ch’egli veniva per abbattere Roma, sarebbe stato sufficiente perchè essi si schierassero con Ben Hur; ma quando, per sovrappiù, si disse loro ch’Egli doveva impugnare lo scettro del mondo, che sarebbe stato più potente di Cesare, più saggio di Salomone, e che il suo regno doveva durare eternamente, l’appello fu irresistibile, e li avvinse alla sua causa, corpo ed anima. Domandarono a Ben Hur dietro quale autorità egli parlasse ed egli citò i profeti, e raccontò loro di Balthasar che aspettava lassù in Antiochia. Essi gli credettero ciecamente, poichè era la vecchia e sempre amata leggenda del Messia, a loro comunicata dalle parole del Signore: era il sogno da tanto tempo accarezzato, a cui finalmente si fissava una data certa e sicura. Non si prevedeva più la sola venuta del Re: Egli era già arrivato.<noinclude><references/></noinclude>
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— «Guarda!» — disse Ben Hur con amarezza. — «Questa gente che viene adesso rappresenta Gerusalemme!» —
Alla testa della processione veniva un esercito di ragazzi urlando e schiamazzando: — «Il Re degli Ebrei! Largo, largo per il Re degli Ebrei!» —
Simonide li osservò, e con voce grave, disse: — «Quando questi saranno uomini, figlio di Hur, che sventura per la città di Salomone!» —
Una schiera di legionari, in armature scintillanti, seguì in file serrate, stolidi e indifferenti.
Poi venne il NAZARENO!
Era quasi morto. Ad ogni passo barcollava come se volesse cadere. Una veste macchiata e a brandelli pendeva dalle sue spalle, sopra la semplice tunica grigia.
I piedi nudi lasciavano chiazze di sangue sul lastricato. Un’iscrizione sopra un asse era appesa al suo collo, e una corona di spine era stata calcata sulle sue tempie, producendo crudeli ferite, dalle quali il sangue era uscito a rigagnoli, ed ora coagulato e secco gli imbrattava il viso e il collo.
La pelle, dove appariva, aveva un pallore spettrale.
Le sue mani erano legate.
Un contadino portava la sbarra trasversale della croce, sotto il peso della quale egli era caduto poco prima. Quattro soldati lo accompagnavano quale guardia contro la plebaglia, che, ciò non ostante, di tanto in tanto si rompeva un passaggio fino a lui e lo percuoteva con bastoni e gli sputava addosso.
Non un suono sfuggiva dalle sue labbra, nè d’ira, nè di lamento.
Quando passò davanti a Ben Hur e la sua compagnia egli alzò gli occhi.
Ester si aggrappò al padre; ed egli stesso tremò. Balthasar cadde a terra senza una parola.
Anche Ben Hur gridò: — «O mio Dio, mio Dio!» — Allora, come se intuisse i loro sentimenti o avesse udito l’esclamazione, il Nazareno voltò la sua faccia sparuta verso di essi, e girò gli occhi lentamente dall’uno all’altro. Quello sguardo rimase scolpito nel loro cuore per tutta la vita. Essi vedevano ch’egli pensava a loro, non a sè, ed i suoi occhi<noinclude><references/></noinclude>
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— «Guarda!» — disse Ben Hur con amarezza. — «Questa gente che viene adesso rappresenta Gerusalemme!» —
Alla testa della processione veniva un esercito di ragazzi urlando e schiamazzando: — «Il Re degli Ebrei! Largo, largo per il Re degli Ebrei!» —
Simonide li osservò, e con voce grave, disse: — «Quando questi saranno uomini, figlio di Hur, che sventura per la città di Salomone!» —
Una schiera di legionari, in armature scintillanti, seguì in file serrate, stolidi e indifferenti.
Poi venne il NAZARENO!
Era quasi morto. Ad ogni passo barcollava come se volesse cadere. Una veste macchiata e a brandelli pendeva dalle sue spalle, sopra la semplice tunica grigia.
I piedi nudi lasciavano chiazze di sangue sul lastricato. Un’iscrizione sopra un asse era appesa al suo collo, e una corona di spine era stata calcata sulle sue tempie, producendo crudeli ferite, dalle quali il sangue era uscito a rigagnoli, ed ora coagulato e secco gli imbrattava il viso e il collo.
La pelle, dove appariva, aveva un pallore spettrale.
Le sue mani erano legate.
Un contadino portava la sbarra trasversale della croce, sotto il peso della quale egli era caduto poco prima. Quattro soldati lo accompagnavano quale guardia contro la plebaglia, che, ciò non ostante, di tanto in tanto si rompeva un passaggio fino a lui e lo percuoteva con bastoni e gli sputava addosso.
Non un suono sfuggiva dalle sue labbra, nè d’ira, nè di lamento.
Quando passò davanti a Ben Hur e la sua compagnia egli alzò gli occhi.
Ester si aggrappò al padre; ed egli stesso tremò. Balthasar cadde a terra senza una parola.
Anche Ben Hur gridò: — «O mio Dio, mio Dio!» — Allora, come se intuisse i loro sentimenti o avesse udito l’esclamazione, il Nazareno voltò la sua faccia sparuta verso di essi, e girò gli occhi lentamente dall’uno all’altro. Quello sguardo rimase scolpito nel loro cuore per tutta la vita. Essi vedevano ch’egli pensava a loro, non a sè, ed i suoi occhi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||491}}</noinclude>moribondi esprimevano la benedizione che le sue labbra non potevano profferire.
Simonide si scosse: — «Dove sono le tue legioni, figlio di Hur?» —
— «Chiedilo ad Hannas; egli potrà risponderti meglio di me.» —
— Che? Infedeli?» —
— «Tutti, tranne questi due.» —
— «Allora tutto è perduto e il buon uomo deve morire!» —
Il volto del negoziante si contrasse nervosamente, e il capo gli ricadde sul petto. Egli aveva compiuto la sua parte nell’opera di Ben Hur, e, come quegli, provava tutta l’angoscia davanti alla ruina del comune edificio.
Due altri uomini seguivano il Nazareno, ciascuno con le sbarre della loro croce.
— «Chi sono questi?» — chiese Ben Hur ai Galilei.
— «Ladri, condannati a morire col Nazareno» — risposero essi.
Poi veniva un personaggio nei ricchi abbigliamenti di Primo Sacerdote, con la mitra sul capo, circondato dai custodi del Tempio; e dopo di lui, in grappi, venivano i membri del Sinedrio, e un lungo corteo di sacerdoti, in semplici vestaglie bianche, e mantelli variopinti.
— «Il genero di Hannas.» — mormorò Ben Hur.
— «Caifa? L’ho veduto» — rispose Simonide, aggiungendo, dopo una pausa, in cui aveva esaminato l’orgoglioso pontefice. — «Ed ora sono convinto. Con la sicurezza che scaturisce dalla coscienza illuminata, con assoluta certezza — ora so, che Colui che precede gli altri, è ciò che l’iscrizione intorno al suo collo lo proclama — RE DEGLI EBREI. — Un uomo volgare, un impostore, un malfattore non fu mai scortato alla morte da un tale corteo. Perchè guarda! Qui sono le nazioni — Gerusalemme, Israele. Qui è l’efodo, qui l’azzurro mantello con l’orlo d’oro, e gli ornamenti non mai visti in istrada dal giorno che Jaddua andò incontro al Macedone — tutte prove che il Nazareno è Re. O se potessi alzarmi e seguirlo!» —
Ben Hur lo ascoltò meravigliato; e subito Simonide continuò impazientito: — «Parla a Balthasar, ti prego, e andiamo. Ora viene la feccia di Gerusalemme.» —
Allora Ester parlò:
— «Io vedo alcune donne che si avanzano piangendo. Chi sono esse?» —
{{Nop}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|||491}}</noinclude>moribondi esprimevano la benedizione che le sue labbra non potevano profferire.
Simonide si scosse: — «Dove sono le tue legioni, figlio di Hur?» —
— «Chiedilo ad Hannas; egli potrà risponderti meglio di me.» —
— Che? Infedeli?» —
— «Tutti, tranne questi due.» —
— «Allora tutto è perduto e il buon uomo deve morire!» —
Il volto del negoziante si contrasse nervosamente, e il capo gli ricadde sul petto. Egli aveva compiuto la sua parte nell’opera di Ben Hur, e, come quegli, provava tutta l’angoscia davanti alla ruina del comune edificio.
Due altri uomini seguivano il Nazareno, ciascuno con le sbarre della loro croce.
— «Chi sono questi?» — chiese Ben Hur ai Galilei.
— «Ladri, condannati a morire col Nazareno» — risposero essi.
Poi veniva un personaggio nei ricchi abbigliamenti di Primo Sacerdote, con la mitra sul capo, circondato dai custodi del Tempio; e dopo di lui, in grappi, venivano i membri del Sinedrio, e un lungo corteo di sacerdoti, in semplici vestaglie bianche, e mantelli variopinti.
— «Il genero di Hannas.» — mormorò Ben Hur.
— «Caifa? L’ho veduto» — rispose Simonide, aggiungendo, dopo una pausa, in cui aveva esaminato l’orgoglioso pontefice. — «Ed ora sono convinto. Con la sicurezza che scaturisce dalla coscienza illuminata, con assoluta certezza — ora so, che Colui che precede gli altri, è ciò che l’iscrizione intorno al suo collo lo proclama — RE DEGLI EBREI. — Un uomo volgare, un impostore, un malfattore non fu mai scortato alla morte da un tale corteo. Perchè guarda! Qui sono le nazioni — Gerusalemme, Israele. Qui è l’efodo, qui l’azzurro mantello con l’orlo d’oro, e gli ornamenti non mai visti in istrada dal giorno che Jaddua andò incontro al Macedone — tutte prove che il Nazareno è Re. O se potessi alzarmi e seguirlo!» —
Ben Hur lo ascoltò meravigliato; e subito Simonide continuò impazientito: — «Parla a Balthasar, ti prego, e andiamo. Ora viene la feccia di Gerusalemme.» —
Allora Ester parlò:
— «Io vedo alcune donne che si avanzano piangendo. Chi sono esse?» —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|492||}}</noinclude>
{{Nop}}
Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d’apparenza non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta:
— «Quell’uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono donne amiche, della Galilea.» —
Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la folla glielo nascose.
Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si può paragonare il clamore della folla.
La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent’anni più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più clamorosi erano i medesimi — schiavi, guidatori di cammelli, custodi, carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d’altro genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta, apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, — scribi, dottori, rabbini, Farisei austeri. Sadducei in ricchi vestiti, che pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia. — Se una gola si stancava d’un grido, essi ne inventavano uno nuovo; se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: — «Re degli Ebrei! — Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio! Alla Croce, alla Croce!» — Quest’ultimo era il grido più alto e più comune come quello che meglio esprimeva l’odio del popolo contro il Nazareno.<noinclude><references/></noinclude>
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Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d’apparenza non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta:
— «Quell’uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono donne amiche, della Galilea.» —
Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la folla glielo nascose.
Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si può paragonare il clamore della folla.
La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent’anni più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più clamorosi erano i medesimi — schiavi, guidatori di cammelli, custodi, carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d’altro genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta, apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, — scribi, dottori, rabbini, Farisei austeri. Sadducei in ricchi vestiti, che pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia. — Se una gola si stancava d’un grido, essi ne inventavano uno nuovo; se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: — «Re degli Ebrei! — Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio! Alla Croce, alla Croce!» — Quest’ultimo era il grido più alto e più comune come quello che meglio esprimeva l’odio del popolo contro il Nazareno.<noinclude><references/></noinclude>
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Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d’apparenza non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta:
— «Quell’uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono donne amiche, della Galilea.» —
Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la folla glielo nascose.
Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si può paragonare il clamore della folla.
La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent’anni più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più clamorosi erano i medesimi — schiavi, guidatori di cammelli, custodi, carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d’altro genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta, apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, — scribi, dottori, rabbini, Farisei austeri, Sadducei in ricchi vestiti, che pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia. — Se una gola si stancava d’un grido, essi ne inventavano uno nuovo; se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: — «Re degli Ebrei! — Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio! Alla Croce, alla Croce!» — Quest’ultimo era il grido più alto e più comune come quello che meglio esprimeva l’odio del popolo contro il Nazareno.<noinclude><references/></noinclude>
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Degli uffici
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OrbiliusMagister
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=50%|data=10 dicembre 2017|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Marco Tullio Cicerone
| Titolo = Degli uffici
| Anno di pubblicazione = 44 a.C.
| Lingua originale del testo = latino
| Nome e cognome del traduttore = Anonimo
| Anno di traduzione = XIV secolo
| Progetto = Letteratura
| Argomento = politica/filosofia
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Cicerone - Degli uffici, 1840.djvu
}}
Benchè, o Marco figliuolo, a te il quale già un anno hai udito Cratippo, e ciò in Atene, convenga abbondare di precetti e ammaestramenti di filosofia, per la somma autorità del dottore e della città; delle quali due cose,
l una, cioè il dottore, te può accrescere di
scienza; e l’altra, cioè la città, di esempi;
nientedimeno come io, a mia utilità, sem-
pre congiunsi le cose greche con le latine;
e non solo in filosofia, ma ancora nell’eser-
citazione del dire; quel medesimo mi pare
che debba esser fatto da te; acciocché tu sii
pari nella facultà dell’una e l’altra orazione.
Nella qual cosa, com’ei pare, noi abbiamo
arrecato grande aiuto agli uomini nostri :
chè non solamente i rozzi delle lettere gre-
che, ma ancora i dotti stimo avere acqui-
stato, e all’ imparare e al giudicare.
Per la qual cosa imparerai dal principal
filosofo di quegli dell’età nostra; e impare-
rai quanto lungo tempo tu vorrai: ma tanto
lungo tempo tu dovrai volere, insino a quanto
a te non parrà poco di quanto tu ne faccia
prò. Ma nientedimeno tu leggerai le cose
nostre, non molto discordantisi da’ peripa-
tetici; imperocché noi vogliamo essere e so-
cratici e platonici. Di essi fatti usa il giudicio
tuo; imperocché niente io t’impedisco: ma
tu farai l'orazione latina per certo più pie-
na, dalle cose nostre le quali tu leggerai.
Ma io non voglio che questo sia stimato es-
sere stato detto arrogantemente. Imperocché
io, concedente la scienza del filosofare a mol-
ti, quello ch’ è proprio dell’oratore, dire at-
tamente e con ordine e ornatamente, perchè
in quello studio io ho consumato l’età mia,
se quello a me io piglio, io paio attribuir-
melo quasi di mia ragione.
Per la qual cosa molto, o Cicerone mio,
- 3
io ti conforto, che tu non solamente le ora-
zioni mie studiosamente legga, ma ancora
questi libri di filosofìa, i quali già a quegli
quasi si sono pareggiati. Imperocché mag-
gior forza è in quegli del dire *, ma ancora
questo modo di dire è da essere amato, il
quale è con equabilità, e temperato. E que-
sto ancora io non veggo essere addivenuto
ad alcuno greco, che colui medesimo si affa-
ticasse e nell’ uno e nell'altro genere; e che
egli conseguitasse e quel modo del dire nel
foro, e questo quieto del disputare. Se già
Demetrio Falereo non potesse essere in que-
sto numero, disputatore sottile, e oratore
poco veemente; nientedimeno dolce in mo-
do, che tu potresti conoscere ch’egli è di-
scepolo di Teofrasto. Ma noi quanto nell'uno
e 1’ altro modo abbiamo fatto prò, giudi-
chinlo altri; l’uno e l’altro di certo abbiamo
seguitato. E per certo io stimo che se Pla-
tone avesse voluto trattare il modo del dire
nel foro, egli avrebbe detto gravissimamen-
te, e con molta copia. E se Demostene avesse
tenute quelle cose, le quali egli aveva impa-
rato da Platone, e avessele voluto pronun-
ziare, egltT avrebbe potuto fare splendida-
4
mente, e con ornato. Nel medesimo modo
io giudico di Aristotile e di Socrate: l’uno
e l'altro de'quali, dilettatosi del suo studio,
spregiò l’altrui.
Ma conciosiacosacchè io avessi deliberato
di scrivere a le, in questo tempo, qualcosa
di filosofia, e molte cose da quinci innanzi;
io massimamente ho voluto cominciare da
quello, che all’età tua fosse attissimo, e alla
mia autorità. Imperocché, conciosiacosacchè
molte cose sieno in filosofia e gravi, e utili,
e diligentemente da’ filosofi disputate, e con
abbondanza; larghissimamente paiono mani-
festarsi quelle, le quali da coloro sono state
date e insegnate degli uffici. Imperocché nes-
suna parte della vita, nè in fatti pubblici,
nè in privati, nè in quegli del foro, o di ca-
sa, se teco alcuna cosa facessi, o contrat-
tassi con altrui, può mancare dell’ufficio: e
nell'amar quello è posta ogni onestà della
vita, e ogni bruttezza nello spregiarlo.
E questa è comune quistione di tutti i
filosofi: imperocché chi è, il quale, quando
egli non ha alcuni precetti dell’ufficio, abbia
ardire chiamarsi filosofo ? Ma e’ sono alcune
discipline, le quali, preposti i fini de'beni
5
e de’ mali, rivoltano e abbattono ogni uf-
ficio. Imperocché chi ha ordinato il sommo
bene, che niente gli abbia congiunto con
la virtù, e quello egli misura con suoi com-
modi, e uou con l’ onestà; costui se a sé
egli consenta, e alcuna volta non sia vinto
dalla bontà della natura, è fatto che eg i
non può amare l’amicizia, nè la giustizia»
nè la liberalità. E chi giudica il dolore
essere sommo male, in nessuno modo può
essere forte; uè temperato può essere chi fa
che la voluttà è il sommo bene.
Le quali cose, benché così sieno manife-
ste, ch’esse non abbino bisogno di dispu-
ta; nientedimeno in un altro luogo da noi
sono state disputate. Queste discipline adun-
que, se a sè esse vogliono essere consen-
zienti, niente esse possono dire dell’ uffi-
cio. Nè alcuni precetti possono essere dati
fermi, e stabili, e congiunti alla natura, se
non da coloro i quali dicono, che solo l’o-
nestà debba essere per sè medesima deside-
rata; o da coloro i quali dicono, che quella
virtù spezialmente e grandissimamente debba
essere per sè medesima desiderata. Adun-
que questo è proprio ammaestramento de-
6
gli stoici e accademici e peripatetici; dap-
poiché la sentenza di Aristone e Pirrone
ed Erillo, già molto fa, è stata confusa e
abbattuta. I quali nientedimeno avrebbono
la ragion loro di disputare dell’ ufficio, se
eglino a vessi no lasciato qualche elezione delle
cose, acciocché si potesse andare all’inven-
zione dell'ufficio. Adunque in questo tempo,
e in questa quislione, noi spezialmente se-
guitiamo gli stoici, non come interpetri,
ma come noi vogliamo; delle fonti loro,
con arbitrio e giudizio nostro, attigneremo
quanto ci parrà.
CAPO I.
Dell'ufficio, e come si divide.
Piaceci adunque, perché ogni disputa
ha a essere dell’ ufficio, innanzi diffinire
che cosa sia ufficio : la qual cosa io mi ma-
raviglio essere stata lasciata da Panezio.
Imperocché ogni ordinamento, il quale di
qualche cosa è preso dalla ragione, debbe
procedere dalla diffinizione; acciocché s’in-
tenda ciò che sia quello, del quale si di-
_ 7
sputa. Ogni quistione dell’ufficio è doppia r
uno modo è il quale s' appartiene al line
de’ beni; l’ altro è il quale è posto ne’ pre-
cetti, pe’ quali l’ uso della vita possa es-
sere confermo in tutte le parti. Del modo
di sopra questi sono gli esempi : se tutti
gli uffici sono perfetti o no; e se alcuno
di loro è maggiore che l’altro; e altre cose
simili a queste. Ma quegli uffici de’ quali
si danno i precetti, benché essi s' appar-
tengano al fine de’beni, nientedimeno meno
appariscono di cosi essere, perchè essi più
ragguardano all’ ammaestramento della vita
comune; de’ quali uffici noi in questi libri
dobbiamo con dichiarazione disputare.
E ancora un altra divisione è degli uffi-
ci. Imperocché e' si chiama alcuno ufficio
mezzo, e alcuno perfetto. Il perfetto uf-
ficio io stimo che noi chiamiamo retto; il
quale i Greci chiamano catartoma, cioè se-
condo dirittura; ma questo mezzo eglino
chiamano comune. E questi uffici così dif-
fiuiscono; chè quello ufficio che sia retto,
diffiniscono essere perfetto; e quello che
è mezzo, dicono essere quello, del quale
possa essere data probabile ragione perchè
egli sia fatto.
s
capo n.
Della deliberazione in pigliare il consiglio.
Di tre parti adunque, come a Panezio
pare, è la deliberazione del pigliare il con-
siglio. Imperocché gli uomini dubitano, se
quello che eglino hanno a fare sia onesto
o brutto : e questo cade nella deliberazio-
ne; e in considerar questo, spesso gli ani-
mi sono tirati in contrarie sentenze. E an-
cora o essi cercano, o essi consigliano alla
commodità e giocondità della vita, e alle
facoltà delle cose, e alle copie, alle abbon-
danze, e alla potenza; colle quali cose e-
glino possouo giovare a sé e a' suoi : e se
quello fa utile, del quale eglino delibera-
no: la quale deliberazione tutta cade nella
ragione dell’ utilità.
E il terzo modo del disputare è, quando
quello che pare utile, pare che combatta con
quello eli’ è onesto. Imperocché conciosiaco-
sacchè T utilità paia a sé rapire, e l' onestà
pel contrario paia da sé rimuovere; si fa
che l'Animo nel deliberare si divida, e ar-
rechi sollecitudine dubbiosa del pensare.
9
In questa divisione (conciosiacosacchè
grandissimo vizio sia nel dividere, lasciare
alcuna cosa) due cose sono state lasciate.
Imperocché non solamente e’ si suole delibe-
rare, se egli è onesto o brutto; ma ancora,
preposti due onesti, se l’uno è più onesto che
l’altro. E similmente, preposti due utili, si
suole dubitare se l’uno è più utile che l’al-
tro. E così quella ragione, la quale colui
stimò di essere di tre parti, si trova dover es-
sere distribuita in cinque. Primamente dun-
que si disputerà dell’ onesto, ma in due mo-
di; e ancora con pari ragione dell'utile; e
dipoi della comparazione tra loro.
CAPO III-
Della forza della natura a fare C onesto,.
Da principio a ogni ragione d'animali è
stato attribuito dàlia natura, ch’egli difenda'
sé, e la vita, e il corpo; e isoli i £1 quelle
cose, le quali paino di dovere nuocere-, e-
tutte quelle cose le quali sieno necessarie-
•1 vivere, acquisti e trovi; come è fa pa-
sciona, a i covaccioli, e altre simili cosce.
1 o
Ma comune cosa è di tutti gli animali l’ ap-
petito della congiunzione, per cagione del
procreare; e alcuna cura di quelle cose,
le quali sono state da loro procreate. Ma
tra l’ uomo e la bestia è singolarmente que-
sta differenza, che la bestia tanto si muove,
quanto dal senso essa è mossa; a quello eh e
presente, e a quello che l’ è innanzi si ac-
comoda, poco avvedentesi del preterito e
del futuro: ma l’uomo, perchè egli è par-
tecipe della ragione, per la quale egli vede
le cose conseguenti, e conosce le cagioni
delle cose, e i progressi di quelle, e quasi
sa quelle cose le quali innanzi vadano, e
agguaglia le similitudini, e alle cose pre-
senti aggiugne e annoda le future; facil-
mente vede il corso di tutta la vita, e al
governo di quella egli apparecchia le cose
necessarie. Questa medesima natura colla
iorza della ragione concilia 1’ uomo all’uo-
mo, alla compagnia e del parlare e della
vita : e ingenera, traile prime cose, uno pre-
cipuo amore in coloro, i quali sono stati
procreati, e commuovegli che le brigate
degli uomini vogliano essere insieme, e tra
se ricercarsi. E per queste cagioni tali ra-
II
gunate si studiano trovare e acquistare quelle
cose, le quali sovvengono al vivere, e al
vestire, e al governarsi; e non solamente a
sè solo, ma alla moglie, a’ figliuoli, e a
tutti quegli altri, i quali esse abbino cari,
e debbino difendere. La quale cura desta
ancora gli animi, e fagli maggiori al fare
le cose.
E tra le prime cose nell’ uomo, è pro-
pria cosa il cercare e T investigare il vero.
E così quando noi siamo voti di necessarie
cure e faccende, allora noi desideriamo ve-
dere qualche cosa, e udire, e imparare;
e stimiamo che la cognizione delle cose o
occulte o mirabili, sia necessaria al vivere
beatamente. Per la qual cosa s’intende, che
quello che è vero e semplice e puro, è attis-
simo alla natura dell’ uomo.
A questa cupidigia del vedere il vero è
aggiunto un certo desiderio del principato;
che l’ animo bene informato dalla natura
non voglia ubbidire ad alcuno, se non a
\jhi insegna o ammaestra, o, per cagione
di suo utile, legittimamente comanda e con
giustizia. Della qual cosa è la grandezza del-
l' anima, e lo spregiare le cose umane.
Ma nè quella è piccola forza della na-
tura e della ragione, che solo questo ani-
male conosce che cosa sia ordine, e che
cosa sia quella la quale si confà ne' detti
e ne' fatti, e che è misura. E così nessuno
altro animale conosce la bellezza e la pu-
litezza di quelle cose, le quali sono cono-
sciute per l’aspetlo, nè la convenienza delle
parti. La qual similitudine, la natura e la
ragione dagli occhi trasferendo allonimo,
molto più ancora stima dovere esser con-
servata la bellezza, e la costanza, e l’or-
dine ne’ consigli e ne’ fatti: e guardasi che
nessuna cosa esso faccia effeminatamente,
e con isconvenienza : e ancora che cosa non
faccia, o non pensi alcuna cosa libidinosa-
mente, nè in tutti i fatti, e in tutte le
opinioni. Per le quali cose si congrega e
fassi quell’ onesto, che noi cerchiamo : il
quale se non fosse nobilitato, nientedimeno
sarebbe onesto: e quello che in verità noi
diciamo, che benché da nessuno egli fosse
lodato, nientedimeno egli per natura sa-
rebbe laudabile.
CAPO IV.
Belle quattro virtù, onde nascono gli uffici.
Tu, o Marco, ora vedi la forma di essa
onestà : la quale se cogli occhi fosse vedu-
ta, maravigliosi amori, come disse Pla-
tone, commoverebbe. Ma ogni cosa che é
onesta, quella nasce da alcuna delle quat-
tro parti: imperocché o esso onesto si ri-
volta nel ragguardamento del vero, e nella
sollecitudine di quello; o in difendere la
compagnia umana, e nell’ attribuire a cia-
scuno il suo, e nella fede delle cose contrat-
tate 5 o nella grandezza e fortezza dell’ a-
nimo invitto ed eccelso; o nell’ ordine e
modo di tutte le cose, le quali si fanno o
diconsi, nel quale è la modestia e la tem-
peranza.
Le quali quattro cose, benché tra loro
sieno avviluppate e collegate, nientedimeno
di ciascuna per sé nascono certe ragioni
di uffici. Come, da quella parte la quale
prima fu descritta, nella quale noi pognia-
mo la sapienza e la prudenza, in quella
dentro è il cercare e il trovare la verità :
H
e di queste virtù questo è il proprio dono.
Imperocché come ciascuno massimamente
conosce quello, che in ciascuna cosa sia ve-
rissimo, e il quale acutissimamente e bene
può e vedere e sviluppare la ragione, co-
stui rettamente suol essere tenuto pruden-
tissimo e saviissimo. Per la qual cosa a co-
stei è suggetta la verità, quasi materia la
quale essa tratti, e nella quale essa si ri-
volghi.
Ma alle altre tre, che restano, sono pre-
poste le necessità all’ acquistare e al difen-
dere quelle cose, nelle quali è contenuto
il governo della vita; acciocché e la con-
giunzione e la compagnia degli uomini sia
conservata; e l’eccellenza e grandezza del-
l’animo riluca, sì nell’ accrescere le abbon-
danze, e nell' acquistare l'utilità e a sé e
a' suoi; sì molto più nello spregiare quelle.
Ma l’ ordine, e la costanza, e la modera-
zione, e altre cose le quali sono simili a
queste, si rivoltano in quella ragione, alla
quale debba essere dato un certo fare, e
non solamente il rivoltare la mente. Impe-
rocché quando noi aggiugneremo un certo
modo e ordine alle cose, le quali sono trat-
i5
tate nella vita, noi conserveremo la con-
venienza e l'onestà.
Capo v.
Della Prudenza.
De’ quattro luoghi, ne' quali noi abbiamo
diviso la natura e la forza dell’onesto, quello
primo, il quale sta nella cognizione del ve-
ro, massimamente tocca la natura umana.
Imperocché tutti siamo tirati e siamo me-
nati alla cupidigia della cognizione e della
scienza; nella quale noi stimiamo esser cosa
bella eccellere : ma trascorrere, errare,
essere ingannato, e non sapere, noi diciamo
essere cosa trista e brutta. In questa ra-
gione naturale e onesta, due vizi debbono
essere schifati : l’ uno, che noi non abbia-
mo le cose incognite per le conosciute; il
qual vizio chi lo vorrà fuggire ( ma tutti
debbono volere) aggiugnerà, al considerare
le cose, tempo e diligenza. L’altro vizio è,
che alcuni mettono troppo grande studio,
e troppo molta opera nelle cose oscure e
malagevoli, e nientedimeno non necessarie.
t6
Ma, schifati questi vizi, ciò che di cura e
di opera sarà posto nelle cose oneste e degne
di cognizione, quello sarà ragionevolmente
lodato. Come in astrologia noi abbiamo o-
dito aver fatto Caio Sulpicio; e in geo-
metria conoscemmo fare Sesto Pompeo; e
molti in loica; e più in ragion civile : le
quali arti tutte consistono nell' investigazio-
ni del vero; per lo studio del quale, ri-
muoversi dal fare le faccende, è contro al-
l'ufficio. Imperocché ogni loda di virtù con-
sista nel faccimeuto : dal quale nientedime-
no spesso si fa intermissione, e molte ri-
tornate sono date agli studi. Ancora il com-
movimento della mente, il quale mai non
si riposa, può contenere noi negli studi
del pensare, ancora senza nostra opera. Ma
ogni pensiero e movimento di animo sarà
rivolto, o nel pigliare i consigli delle cose
oneste, e appartenenti al bene e beata-
mente vivere, o negli studi della cognizione
e della scienza. E già noi abbiamo detto,
della prima fonte dell’ ufficio.
Della Giustizia.
Delle tre ragioni le quali restano, lar-
ghissimamente si manifesta quella, per la
quale la compagnia degli uomini tra loro,
e quasi la communione della vita, si con-
tiene. Della quale due parti sono: la giu-
stizia, nella quale è lo splendore grandis-
simo della virtù, per la quale sono nomi-
nati gli uomini buoni *, e a questa è con-
giunta la beneficenza, la quale medesima-
mente è lecito chiamare benignili, o vero
liberalità. Ma della giustizia è il primo do-
no, che alcuno a nessuno nuoca, se non é
provocato da ingiuria; dipoi ch’egli usi le
cose comuni per comuni, e le privale come
per sue.
Ma da natura nessune cose sono priva-
te: ma sono private o per antica occupa-
zione, come addiviene a coloro, i quali per
lo passato entrarono nelle cose non posse-
dute; o per vittoria, com’ è in coloro, i
quali le hanno acquistate per battaglia; o
per legge j o per patto j o per condizione;
ìS
o per sorte. Per la qual cosa è fatto che i
campi arpinati sieno detti degli Arpinali, i
tusculani de’Tusculani. £ simile è la divi-
sione delle possessioni private. Per la qual
cosa poicchè ciascuno possiede per suo di
quelle cose, le quali per natura erano state
comuni*, quello che ad alcuno tocca, quello
alcuno tenga. Per questo se alcuno a sé più
appetirà, costui violerà la ragione dell’ u-
mana compagnia.
Ma perchè, come da Platone fu scritto
egregiamente, non a noi soli noi siamo
nati, e del nascimento parte a sé ne attri-
buisce la patria, parte gli amici; e come
piace agli stoici, quelle cose le quali nelle
terre sono generate, sono create all'uso de-
gli uomini; e gli uomini sono fatti per ca-
gione degli uomini, acciocché essi tra loro
l’uno faccia prò all'altro; in questo noi dob-
biamo seguire la natura per guida, e dob-
biamo recare in comune le utilità comuni,
con permutazione di uffici, dando e riceven-
do; e, sì colle arti, sì coll’ opera, sì colle
facultà, noi dobbiamo legare la compagnia
degli uomini tra loro.
CAPO VII.
Della Fede.
Ma il fondamento della giustizia è la fede:
cioè la costanza e la verità di quello che noi
abbiamo detto, o abbiamo pattuito. Per la
qual cosa, benché questo forse parrà a qual-
cuno duro, nientedimeno noi avremo ardire
di seguitare gli stoici, i quali studiosamente
cercano donde le parole sieuo dette : e cre-
deremo che la fede sia chiamata, perchè e’
si fa quello che è detto.
CAPO VIII.
Due ragioni d'ingiustizia.
Ma due ragioni sono d'ingiustizia: l’una
di coloro i quali muovono l’ingiuria; l’altra
di coloro, da’ quali non è rimossa l'ingiu-
ria, se da loro si può, quando a loro essa è
fatta. Imperocché chi ingiustamente fa im-
peto contro ad alcuno, commosso o da ira
o da qualche perturbazione, costui par che
metta le mani addosso al compagno. Ma chi
30
non si difeude e non si oppone all’ ingiuria,
se egli può, tanto è in vizio, quanto se egli
abbandonasse il padre e la madre, o gli ami-
ci, ola patria.
CAPO IX.
Diverse ragioni cC ingiurie.
£ quelle ingiurie, le quali a studio sono
fatte per cagione di nuocere, spesso proce-
dono da paura : quando colui il quale pensa
nuocere a altri, teme cbe se egli non fa
quello, esso non sia preso da qualche in-
comodità. Ma la grandissima parte sono as-
salili al fare l' ingiuria, acciocché essi ac-
quistino quelle cose, le quali eglino hanno
desiderate : nel qual vizio larghissimamente
sì manifesta l’avarizia.
Ma le ricchezze sono desiderate sì agli usi
necessari della vita, e sì all’ usare le vo-
luttà. Ma in chi è maggiore animo, in co-
storo la cupidità delle pecunie ragguarda
alla potenza, e alla facultà del farsi grato.
Come, novellamente, Marco Crasso negava
alcuua roba essere assai grande a colui, il
quale nella repubblica volesse essere prin-
cipale, se de’ frutti di quella egli non po-
tesse nutricare 1' esercito. Dilettano ancora
i magnifici apparati, e i fornimenti del go-
verno della vita con eleganzia e copia. Per
le quali cose è fatto, che la cupidigia delle
pecunie sia infinita. Ma l’amplificazione della
roba tua non debbe essere ripresa, quando
essa non nuoce ad alcuno; ma V ingiuria
sempre debbe essere fuggita.
Ma massimamente sono molti indotti, che
dalla dimenticanza della giustizia essi sono
presi, quando essi sono cascati nella cu-
pidigia degli imperii, degli onori, e della
gloria. Imperocché quello che è appresso
a Ennio, nessuna cupidigia del regno è
santa, e non e’ è fede, largamente si ma-
nifesta. Imperocché ciò che è in questo mo-
do, che in quello non si possono fare grandi
più uomini, in tal cosa molte volte si fa
tanta contesa, che malagevolissima cosa sia
conservare la santa compagnia. Tal cosa è
stata dimostrata ora dalla temerità di Caio
Cesare; il quale ha rivolto tutte le ragioni
umane e divine, per acquistare quello prin-
cipato, il quale con errore di sua opinione
2 *
a sé aveva finto convenirsi. Ma in questa
tal virtù è molesto, che spesse volte negli
animi grandissimi, e negli splendidissimi in*
gegni, sono cupidigie dell’onore, dello im-
perio, della potenza, e della gloria : per
la qual cosa tanto più è da guardarsi, che
in lai cosa non si pecchi.
Ma in ogni ragione d' ingiustizia, molto
si differenzia, se per qualche perturbazione
di animo ( la quale molle volte è breve e
a tempo) o se con consiglio sia fatta l’ingiu-
ria, e pensatamente. Imperocché più leg-
giere sono quelle cose, le quali accaggiono
con subito movimento, che quelle le quali
sono fatte innanzi pensate, e con prepara-
zione. E del muovere ingiuria assai già ne
sia detto.
CAPO x.
Le cagioni della seconda ragione
dell' ingiustizia.
Più sogliono essere le cagioni del lasciare
la difesa, e dell’ abbandonare chi tu sei te-
nuto a difendere. Imperocché questi tali uo-
mini non vogliono ricevere nimicizie, o fati-
a3
che,*o spese; ovvero ancora, ciò non fanno
per pigrizia, o per dappocaggine, o perchè
essi non l’apprezzino: ovvero essi da certi
loro studi e occupazioni cosi sono impedi-
ti, che coloro i quali da loro debbono es-
sere difesi, gli abbandonano, e patiscono
che eglino sieno offesi. Adunque è da ve-
dere che non assai è quello che da Platone
fu detto contro i filosofi, che perchè eglino
si rivoltano nella investigazione del vero,
e spregiano quelle cose le quali molti gran-
demente desiderano, per le quali essi tra
loro combattono, per questo essi stimano
essere giusti. Imperocché conciosiacchè egli-
no conseguitino l’uno modo della giustizia,
che essi non nuocono ad alcuno, essi ca-
scano nell’ altra ingiuria : imperocché im-
pediti dallo studio dello imparare, eglino
abbandonano chi da loro doveva essere di-
feso. E così coloro stimano, ch’eglino non
debbano andare a governare la repubblica,
se non costretti: più giusta cosa era, che
eglino andassi no di loro volontà; imperoc-
ché quello è giusto il quale è fatto retta-
mente, se egli è volontario.
Ma e sono ancora alcuni, i quali per lo
24
studio delle loro cose familiari, e per odio •
di alcuni uomini, dicono che fanno loro
faccende, acciocché eglino non paiano di
fare ingiuria ad alcuno : i quali mancano
dell’uno modo dell’ ingiustizia, e incorrono
nell’altro. Imperocché essi abbandonano la
compagnia della vita; perchè in colei nien-
te eglino conferiscono di studio, niente di
opera, e niente di facultà. Perché adun-
que, preposte due ragioni d'ingiustizia, noi
abbiamo aggiunto le cagioni dell’ una e del-
l’altra 5 e innanzi noi ordinammo quelle co-
se, nelle quali è contenuta la giustizia; a-
gevolmente noi potremo giudicare che tem-
po sia di ciascuno ufficio, se già noi molto
non amiamo noi medesimi. Imperocché la
cura delle altrui cose è malagevole : benché
quel Cremete di Terenzio, nessuna cosa u-
mana stima da sé essere aliena. Ma nien- .
tedimeno perchè più noi pigliamo e cono-
sciamo quelle cose, le quali a noi accaggiono
prospere o avverse, che quelle le quali ad-
divengono agli altri; le quali noi veggia-
mo, quasi interpostovi un lungo spazio;
altrimenti noi giudicheremo di loro, che
dì noi. Per la qual cosa bene comandano
2 $
coloro, i quali 'vietano che tu faccia alcuna
cosa, la quale tu dubiti se ella è giusta o
ingiusta : imperocché T equità per sé me-
Ma spesse volte accaggiono tempi, quando
quelle cose le quali massimamente paiono
essere degne del giusto uomo, e di colu
>1 quale noi chiamiamo uomo buono, sono
fatte contrarie: come è rendere il deposito
e fare la promessa. Le quali cose, perchè
esse si appartengono alla verità e alla fe-
de, negare alcuna volta e non osservare,
si fa giusta cosa. Imperocché ei si confà
eh’ esse sieuo riferite a quelli fondamenti
della giustizia, i quali io posi nel princi-
pio : primamente eh’ ei non si nuoca ad al-
cuno; dipoi che si serva all' utilità comune.
Quelle cose col tempo si mutano, e si muta
1' ufficio, e non è sempre il medesimo.
desima riluce; e il dubitare dimostra pen-
siero d’ingiuria.
CAPO XI.
Come l'ufficio si muta, e non è sempre
il medesimo.
26
£ può ancora accadere che alcuna pro-
messa c convegna sia disutil cosa a essere fat-
ta, o a colui a chi è stato promesso, o a
colui il quale ha promesso. Imperocché se
( com’è nelle favole ) Nettuno non avesse
fatto quello ch'egli aveva promesso a Teseo-,
Teseo non sarebbe stato privato del suo fi-
gliuolo Ippolito. Imperocché, come si scri-
ve, di tre desiderate dimande, questa era
la terza, che adirato, egli desiderò della
morte di Ippolito : la quale impetrata, egli
cascò in grandissimi pianti.
Adunque quelle promesse non debbono
essere osservate, le quali sieno disutili a
coloro a’ quali tu V hai promesse : nè an-
cora se a te esse più nuocono, ch’esse non
fanno prò a colui, al quale tu hai promes-
so. Contro all’ ufficio è, il maggior danno
essere anteposto al minore. Come se tu a-
vessi ordinato andare avvocato a un fatto
presente, e in questo mezzo il tuo figliuolo
avesse cominciato ammalare gravemente,
non è contro all’ufficio non fare quello che
tu avevi ordinato. E più si partirebbe co-
lui dall’ufficio, al quale tu avevi promesso-,
se si dolesse essere stato lasciato. Or chi già
27
non vede che in quelle promesse non si deb-
ba stare, le quali alcuno, costretto da pau-
ra, o ingannato con fraude, avrà promes-
so? le quali, molle sono liberate per la ra-
gione del pretore, e alcune per le leggi.
CAPO XII.
Della malizia nell' intcrpeirarc la ragione.
Fannosi ancora spesso ingiurie per una
certa calunnia, e per la troppa scaltrita e
maliziosa interpetrazione della ragione : on-
de, somma ragione, somma ingiuria, è
fatto proverbio già molto trito. Nel qual
modo ancora nella repubblica si fanno molti
peccati. Come colui, il quale quando le trie-
gue erano fatte per trenta di, rubava la
notte i campi; e diceva, che le triegue e-
rano fatte de’ dì, e non delle notti. E an*
cora non debbe essere lodato, se egli è ve-
ro, quel nostro Fabio Labeone, ovvero
qualche altro (imperocché io non ho altro
che l’udito ) il quale, dato dal senato arbi-
tro a’ Nolani e a’ Napoletani de’ contini dei
loro campi, quando veane al luogo ordì-
2$
nato, parlò separatamente coll' una parie e
1' altra : e questo era, eh’ eglino non vo-
lessino o fare o appetire alcuna cosa cupi-
damente; e che piuttosto volessino andare
a dietro, che ire innanzi. E quando co-
loro ebbono fatto questo, come costui aveva
detto, nel mezzo avanzò alquanto spazio di
terreno : e così egli terminò i confini di co-
storo, come essi avevano detto; e quello
ch'era avanzalo in mezzo, giudicò che do-
vesse essere del popolo romano. Ma questo
è ingannare e non giudicare. Per la qual cosa
in ogni faccenda debbe essere fuggita tale
sottigliezza.
CAPO XIII.
Degli uffici verso gl' ingiuriatiti.
Sono ancora certi uffici i quali debbono
essere osservati inverso coloro, da' quali tu
avrai ricevuto T ingiuria. Imperocché e’ ci è
il modo del vendicare, e del punire. E non
so se egli è assai, che colui il quale ha in-
giuriato, si penta dell'ingiuria; acciocché
< sso da quinci innanzi non più faccia tal
cosa, e gli altri sieno all'ingiuria più tardi.
29
E nella repubblica spezialmente debbono
essere conservate le ragioni della guerra.
Imperocché conciosiacosacchè ei sieno due
ragioni di combattere, l’una per deputa-
zione, e l’ altra per forza 5 e conciosiaco-
sacchè quella propriamente s’appartenga al-
l’ uomo, e questa alle bestie; si debbe ri-
fuggire a questa di dopo, se non è lecito
usare quella di sopra.
Per la qual cosa le guerre debbono es-
sere prese per questa cagione, che senza
ingiuria si viva nella pace. Ma, acquistata
la vittoria, debbono essere conservati colo-
ro, i quali non furono crudeli nella guer-
ra, nè disumani : come gli antichi nostri
ancora nella città ricevettono i Tusculani,
gli Equi, i* Volsci, i Sabini, gli Eurici;
ma Cartagine e Numanzia mandarono a ter-
ra insino a’ fondamenti. Io non vorrei che
eglino avessino fatto così di Corinto : ma
io credo che alcuni considerarono all’ op-
portunità del luogo; acciocché esso luogo
non potesse qualche volta confortare a muo-
ver guerra. Ma a mio parere sempre si con-
siglierà alla pace; la quale niente sia da do-
vere avere d’ inganno. Nella qual cosa se
3o
a me fosse stalo obbedito, se noi non aves-
simo ottima repubblica, almeno noi l’avrem-
mo qualcuna, la quale ora è niuna. E a
coloro ancora si debbe fare prò, i quali
'per forza tu hai vinto: e coloro debbono
essei’e ricevuti, i quali, poste giù Tarmi,
fuggiranno alla fede degli imperadori; ben-
ché dall’ ariete sieno state percosse le loro
mura. Nella qual cosa tanto appresso agli
antichi nostri fu amata la giustizia, che co-
loro i quali nella fede avessino ricevute le
città e le nazioni, vinte per la guerra, fus-
sino difensori di quelle, secondo il costu-
me degli antichi.
E l’equità della guerra santissimamente
è ordinata, per la ragione feciale del popolo
romano. Dalla qual cosa può essere inteso,
che niuna guerra è giusta, se non è quella
che è fatta per le cose addimandate, o che
innanzi essa sia stata denunziata, e coman-
data. Pompilio imperadore teneva la provin-
cia, nell’esercito del quale campeggiò il fi-
gliuolo di Catone, nuovo soldato. Ma con-
ciosiacosacchò a Pompilio paresse licenziare
una legione, licenziò ancora il figliuolo di
Catone, il quale campeggiava in quella. Ma
3i
perchè per voglia del combattere colui ri-
mase nell’ esercito; Catone scrisse a Pompi-
lio, che se pativa che colui rimanesse nel-
l’esercito, ch’egli l'obbligasse col secondo
sacramento; perchè, perduto il primo, egli
non poteva di ragione combattere col nimi-
co. Così era somma osservanza nel muovere
la guerra.
Di Marco Catone vecchio ci è una pistola
al figliuolo: nella quale egli scrive, che egli
ha udito come egli è stato licenziato dal con-
sole, conciosiacchèegli era soldato nella guer-
ra macedonica; adunque egli Pammunisce,
ch’egli si guardi, che egli non pigli la zuf-
fa. Imperocché egli dice, che e’ non è di ra-
gione, che colui il quale non sia soldato com-
batta col nimico.
Quello ancora io considero, che colui il
quale nel proprio nome era perduelle, fusse
chiamato oste; la leggerezza del vocabolo
mitigante la tristizia del fatto. Imperocché
appresso agli antichi nostri, oste era chia-
malo colui, il quale ora noi chiamiamo pe-
regrino. Questo dimostrano le dodici tavo-
le, ove era, il di ordinato coll'oste: e an-
cora, 1' eterna autorità inverso l' oste. Or
che può essere aggiunto a tanta mansuetudi-
ne, che colui col quale tu combatta, sia
chiamato con si piacevole nome? benché l’an-
tichità già ha fatto questo nome duro. Impe-
rocché e’ s’ è partito dal peregrino, ed è ri-
masto propriamente in colui, il quale con-
tra ci arreca l’ arme.
CAPO XIV.
Che le cagioni della guerra hanno a essere
giuste., e della Jede verso i nimici.
Ma quando e’ si combatte dell’imperio, e
per guerra è cercala la gloria, bisogna nien-
tedimeno che vi sieno le cagioni delle guer-
re, e quelle giuste 5 come poco innanzi io
dissi. Ma quelle guerre nelle quali è propo-
sta la gloria dell’ imperio, debbono essere
fatte meno acerbamente. Imperocché, come
quando noi contendiamo civilmente, altri-
menti noi contendiamo se egli è nimico, e
altrimenti se egli addimanda il medesimo che
noi: coll’uno è il combattimento dell’onore
e della dignità, coll’altro è del capo e della
fama. Co’ Celtiberi e Cimbri si faceva la
33
guerra come con nimici; cioè chi rimanesse
vivo, e non chi signoreggiasse. Co’ Latini,
e Sanniti, con gli Affricani, con Pirro si
combatteva dell'imperio. Gli Affricani fu-
rono rompitori di fede -, Annibaie fu crude-
le; tutti gli altri furono giusti. Di Pirro ci
è quella bella sentenza del rendere i prigio-
ni : A me io non addomando oro; a me voi
non darete prezzo. Noi non facciamo merca-
tanzia della guerra, ma noi siamo combat-
tenti. Col ferro e non con oro combattiamo
Cuna parte e l' altra. Proviamo colla virtù
chi la fortuna padrona vuole che signoreg-
gi, o voi o io, e (juello che arrechi la sorte.
Alla virtù di chi la fortuna della guerra ha
perdonato, alla libertà di coloro a me è certa
cosa perdonare. Toglietevegli in dono, e dò-
vegli f, volenti i grandi Iddii. Questa sentenza
per certo fu di re, e degna della stirpe dei
discesi di Eaco.
E ancora se noi da ciascuni tempi condot-
ti, avremo promesso alcuna cosa a’ nimici,
in quello debbe essere conservata la fade.
Come nella prima guerra affricana, Regolo
preso da’ Cartaginesi, quando da loro ei fu
mandato a Roma per barattare i prigioni, e
34
aveva giurato di tornare, se ciò non si face-
va. Primamente come egli venne nel senato,
giudicò che i prigioni non si dovcssino ren-
dere; dipoi, conciosiacosaccbè egli fosse rite-
nuto da'suoi, e dagli amici, e da' propinqui,
più tosto volle tornare al tormento, che fal-
lire la fede data al nimico. E degli uffici della
guerra assai già si è detto.
capo xy.
Della giustizia verso gl'inferiori.
Ricordiamoci poi che la giustizia ancora
inverso gl’ infimi debbe essere osservata. Ma
la condizione e fortuna de' servi è infima.
I quali servi, coloro i quali comandano
ch’eglino sieno usati come mercenai al ri-
scuotere l’opéra, e al dare al loro affare cose
giuste, non male comandano. Ma conciosia-f
cosacchè in due modi si faccia l’ingiuria, cioè
colla fraude e colla violenza; la fraude pare
quasi proprietà della volpe, e la violenza
del lione : l’una e l’altra è alienissima dal-
l’ uomo; ma la fraude è degna di maggiore
odio. Ma d’ ogni ingiustizia nessuna è più
35
capitale, che quella di coloro, i quali quando
massimamente ingannano, quello fanno che
essi paiono essere buoni. Assai si è detto della
giustizia.
CAPO XVI.
Della Liberalità.
Di quinci, come si era proposto, dicasi
della beneficenza e liberalità; della quale
niente è alla natura dell’uomo più accomo-
dato. Ma essa ha molte cautele. Imperocché
prima si debba vedere che la benignità non
nuoca, e a coloro medesimi a’quali parrà do-
vere essere fatto benignamente, e agli altri:
dipoi che la benignità non sia maggiore che
la facultà : la terza è che a ciascuno si dia se-
condo la dignità. Imperocché questo è il fon-
damento della giustizia; alla quale debbono
essere riferite tutte queste cose. Imperocché
coloro i quaii nel gratificare nuocono a chi
eglino mostrano volere fare prò, non deb-
bono essere chiamati beneficatori e liberali,
ma dannosi assentatori : e coloro i quali
nuocono agli altri, acciocché inverso altri
essi sieno liberali, sono nella medesima in-
36
giustizia, come se eglino la roba altrui con-
vertissino nella sua. Ma e sono molti cupidi
dello splendore e della gloria, i quali tolgono
a altri quello che a altri essi donino. A co-
storo pare essere beneficatori degli amici, se
coloro egli arricchiscono in qualunque mo-
do : ma questo tanto si discosta dall'uificio,
che all' ufficio niente possa essere più contra-
rio. Vuoisi adunque vedere che noi usiamo
quella liberalità, la quale faccia prò agli a-
mici, e non nuoca ad alcuno. Per la qual cosa
il trasferimento di Lucio Siila e di Caio Ce-
sare delle pecunie, da’ giusti padroni agli
alieni, non dehhe parere liberale; imperoc-
ché niente è liberale, che medesimamente
non sia giusto.
CAPO XVII.
Delle cause della seconda cautela.
L’ altra cautela era, che la benignità non
fosse maggiore che le facultà. Perchè coloro
i quali vogliono essere più benigni che non
patisce il fatto loro, primamente in questo
peccano, eh' essi fanno ingiuria a' prossimi.
Imperocché costoro trasferiscono alle genti
aliene quella roba, la quale più ragionevol-
mente doveva essere in aiuto, e essere lascia-
ta a quegli prossimi. Ma in tale liberalità
molte volte è la cupidigia del rapire e dello
involare; acciocché le abbondanze bastino
al donare. Ma egli è lecito che noi veggiamo
molti, i quali non tanto per natura liberali,
quanto indotti da una certa gloria, acciocché
essi paiano benefìcatori, fanno molte cose,
le quali paiono più venire da ostentazione
che da volontà. Ma tale simulazione è più
congiunta alla vanità, che alla liberalità o
onestà.
CAPO XVIII.
Che si debba osservare nella cautela.
La terza cosa fu proposta che nella be-
neficenza noi facessimo secondo la dignità.
Nella qual cosa i costumi di colui saranno
considerati, nel quale sia conferito il bene-
fìcio, e l'animo ancora inverso noi; e an-
cora sarà considerata la comunione, e la
compagnia della vita con noi, e i beneficii
innanzi fatti inverso noi. Le quali cose, se
38
tutte concorreranno, è cosa da desiderarla;
se non, le più cagioni e maggiori avranno
più di peso.
Ma e perchè si vive cogli uomini non per-
fetti e pienamente savi; ma con coloro, nei
quali si fa qualche cosa egregiamente, se
pure che ivi sono l’effìgie della virtù; que-
sto ancora io stimo che debba essere inteso,
che uessuno di coloro debba essere spregia-
to, nel quale apparisca qualche dimostra-
zione di virtù; e massimamente se egli sarà
ornato di queste virtù leggiere, cioè della
modestia, e temperanza, e di quella me-
desima giustizia, della quale già sono state
dette molte cose. Imperocché l’animo forte
e grande molte volte è più fervente in un
uomo non perfetto nè savio : ma quelle vir-
tù paiono più tosto toccare il buon uomo.
E queste cose ne’ costumi sono considerate.
CAPO XIX.
39
Della benevolenza e de' benejìcii per nostra
utilità dati 1 e che nella benijìcenza
si debba attendere accostumi.
Ma della benevolenza la quale alcuno ab-
bia inverso noi, quello prima è nell’ uffi-
cio, che a colui molto noi diamo, dal quale
molto noi siamo amati. Ma la benevolenza
noi giudicheremo npn come i giovanetti,
con un certo ardore di amore, ma piutto-
sto con stabilità e costanza. Ma se i meriti
vi saranno, sicché la grazia sia da essere
renduta e non presa, maggiore cura debbe
essere aggiunta: perocché nessuno ufficio è
più necessario, che rendere la grazia. Chè
se, come dice Esiodo, tu debbi ( purché tu
possa ) rendere con maggiore misura quelle
cose, le quali tu hai ricevute per usare 5
or che dobbiamo noi fare, quando noi sia-
mo provocati del beneficio ? Or dobbiamo
noi fare come fanno i grassi campi, i quali
molto più rendono eh' essi non hanno ri-
cevuto? Imperocché se noi non dubitiamo
fare i beneficii inverso coloro, i quali noi
4o
speriamo doverci far prò; or quali dobbia-
mo noi essere inverso coloro, i quali già a
noi hanno fatto prò ? Imperocché concio-
siacosaccbè due sieno le ragioni della libe-
ralità, luna del dare il beneficio, l'altra
del renderlo; se noi diamo o no, è in no-
stra potestà; ma il non renderlo, non é
lecito al buon uomo, se pure eh* egli lo
possa fare senza ingiuria.
CAPO. XX.
Quale scelta si debba avere ne' ricevuti
beneficii.
£ de’ beneficii ricevuti debbe essere fatta
6celta : e non è dubbio che a ciascuno gran-
dissimo, noi grandissimamente non siamo
tenuti. Nella qual cosa nientedimeno, pri-
mamente debbe essere pensato con che ani-
mo, studio, o con che benevolenza alcuno
avrà fatto quel beneficio inverso noi. Im-
perocché molti fanno molte cose senza con-
siderazione, o senza misura, inverso ognu-
no, o commossi da un subito impeto d’ani-
mo, e quasi dal vento. I quali beneficii non
4 1
debbono essere stimati egualmente grandi,
come quegli i quali sono fatti costantemen-
te, e con considerazione. Ma nell’allogare
i benefici!, e nel rendere la grazia, se tutte
le altre cose saranno pari, questo massima-
mente s 1 appartiene all’ ufficio, che, come
alcuno avrà specialmente bisogno di aiuto,
così a lui spezialmente noi aiutiamo. La qual
cosa pel contrario è fatta da molti : impe-
rocché da chi eglino molto sperano, ancora
se colui non ha bisogno di loro, nientedi-
meno a lui molto essi servono.
CAPO xxt.
Del principio e legami dell' umana
compagnia.
Ma ottimamente sarà conservata la con-
giunzione e compagnia umana, se come al-
enilo sarà congiuntissimo, così in lui mol-
tissima benignità sarà conferita. Ma che
principii della natura sieno della comuni-
tà e compagnia umana, mi pare che deb-
ba essere ripetito più da alto. Imperocché
il primo è quello il quale è ragguardalo nel-
la compagnia di tutta la generazione uma-
na; e il legame di questo è la ragione e
il parlare: la qual cosa insegnando, impa-
rando, comunicando, disputando, giudi-
cando, concilia gli uomini tra loro, e con-
giugneli con una naturale compagnia. Nè
per alcuna cosa noi più da lungi ci disco-
stiamo dalla natura delle fiere, nelle quali
noi diciamo spesso eh’ è la fortezza; come
ne’ cavalli e ne'lioni : ma la giustizia, l’e-
quità, la bontà noi non diciamo essere in
loro; imperocché esse sono senza la ragione
e il parlare.
E larghissimamente agli uomini tra gli
uomini j e a tutti tra tutti si manifesta que-
sta compagnia: nella quale debbe essere os-
servata la comunità di tutte quelle cose,
le quali la natura ha generate al comune
uso degli uomini: come quelle cose, le quali
sono state' ordinate per le leggi e per ra-
gione civile, così sieno tenute e osservate,
com’è stato ordinato. Per le quali cose le
altre cose sieno osservate, com’è nel pro-
verbio de’ greci, le cose degli amici sieno
tutte comuni : imperocché tutte quelle cose
paiono essere comuni, le quali sono di quel-
43
la ragione, la quale da Ennio posta in una
cosa, può essere transferita in molte parti:
l'uomo il quale mostra al compagno errante
la via, quasi accenda il lume del lume suo,
fa che niente meno a lui riluca, benché a
colui egli l'abbia acceso. Imperocché, per
una cosa, assai egli comandò, che ciò che
senza danno può essere accomodato, quello
sia attribuito ancora a uno, il quale noi
non conosciamo. Donde sono quelle cose
comuni : non vietare l’acqua corrente; pa-
tire ch’ei si pigli il fuoco dal fuoco; dare
il consiglio fedele, se alcuno deliberante
farà di qualcosa a te la dimanda : le quali
cose sono utili a coloro i quali le ricevono,
e non moleste a chi le dà. Per la qualcosa
queste cose debbono essere usate da noi,
e sempre debbe essere arrecata qualche cosa
all’utilità comune. Ma perchè le abbondanze
degli uomini in particolarità sono piccole,
e la moltitudine è infinita di coloro i quali
ne abbisognano, la liberalità volgare debbe
essere riferita a quel fine di Ennio, che
nientedimeno a se riluca : acciocché e' sia
facoltà, per la quale noi siamo liberali in-
verso i nostri.
44
CAPO XXII.
Della diversità de'gradi della generazione
umana.
Ma i gradi della compagnia umana sono
più. Imperocché, acciocché noi ci partiamo
da quella infinita, più pressa compagnia è
quella della medesima gente, e uazione,
e lingua, per la quale massimamente gli
uomini si congiungono. Più a dentro è
a essere della medesima città: imperocché
molte cose sono a' cittadini tra loro co-
muni, come il foro, le chiese, i portici,
le vie, le leggi, le ragioni, i giudici)*, il
ragunarsi a consigliare; le usanze, oltre a
questo, e le familiarità, e molte cose e ra-
gioni contratte con molti. Ma più stretta
collegazione della compagnia è de 1 propin-
qui : imperocché da quella smisurata com-
pagnia della generazione umana, si conchiu-
de in una piccola e stretta.
Imperocché conciosiacosacchè questo sia
comune della natura degli animali, che
essi abbiano la libidine del procreare, la
prima compagnia è in esso matrimonio; la
45
prossima è ne’figliuoli; dipoi si fa una casa,
e tutte le cose comuni : e questo è il prin-
cipio della città, e quasi il semenzaio del-
la repubblica. Seguitano i congiugnimenti
de’ fratelli : dipoi de’ figliuoli de’ fratelli e
delle sorelle •, i quali quando non possono
capere in una casa, escono in altre case,
come in colonie. Seguitano di quinci i ma-
ritamenli e parentadi, de’ quali vengono
più propinqui; il quale distendimento e
schiatta è origine delle repubbliche.
Ma la congiunzione del sangue lega gli
uomini cou benevolenza e carità. Imperoc-
ché egli è grande cosa avere le medesime
cose fatte per commemorazione degli an-
tichi, usare i medesimi sacrificii, avere i
sepolcri comuni. Ma di tutte le compa-
gnie nessuna è più eccellente, nessuna è
più ferma, che quando gli uomini buoni,
simili di costumi, sono congiunti con fami-
liarità. Imperocché quell’ onesto, il quale
spesso noi diciamo, noi muove, benché in
altri noi lo ragguardiamo; e noi fa amici
a colui, nel quale pare che sia quell’ one-
sto. E benché ogni virtù noi alletti, e fac-
cia che noi amiamo coloro ne’ quali essa
46
mostri essere; nientedimeno la giustizia e
la liberalità fa quello massimamente.
Ma niente è più amabile nè più accop-
piato che la similitudine de’buoni costumi:
imperocché in chi sono i medesimi studi,
e le medesime volontà, in costoro si fa che
l'uno egualmente si diletti dell'altro, come
di sè medesimo. E fessi quello che vuole
Pitagora nell'amicizia, che uno si faccia di
più. Grande è ancora quella comunità la
quale è fatta pe'beneGcii di qui e di lì dati
e ricevuti; i quali mentre che sono scam-
bievoli e grati, coloro tra chi eglino sono,
sono legati con ferma compagnia.
Ma quando tu avrai attornialo tutte le
cose con l'animo e con la ragione, nessuna
di tutte le società è più grata, nessuna più
cara, che quella la quale è colla repubblica
e ciascuno di noi. Cari sono i padri e le
madri, cari i figliuoli, cari i propinqui,
e familiari; ma sola la patria ha abbrac-
ciato tutte le carità di tutte le cose : per
la quale ciascuno uomo non dubita mori-
re, se a quella egli dovrà fare prò. Per
la qual cosa più è da essere maledetta la
crudeltà di costoro, i quali con ogni scel-
leralezza hanno lacerato la patria; e in gua-
stare quella insino al fondo, sono e furono
occupati.
CAPO XXIII.
Che secondo la diversità de gradi si debbano
distribuire gli uffici.
Ma se si facesse contesa o comparazione
a chi più debba essere dato d’ufficio-, i prin-
cipali sieno la patria, i padri, e le madri;
a’beneficii de’quali grandissimi, noi siamo
obbligati: i prossimi sieno i tìgliuoli, e tut-
ta la famiglia, la quale ragguarda in noi
soli, e non può avere altro rifugio: dipoi
i propinqui bene d’ accordo con noi, coi
quali spesso la fortuna ancora è comune. Per
la qual cosa i necessari aiuti della vita deb-
bono essere dati massimamente a coloro, i
quali io lio nominati. La vita comune, e il
vivere, ei consigli, sermoni, conforti, con-
solazioni, alcune volte ancora le riprensio-
ni, grandissimamente hanno forza nelle ami-
cizie. E quella è giocondissima amicizia, la
quale similitudine di costumi ha congiunto.
Ma nell’ attribuire tutti questi uffici si
48
dovrà vedere quello che a ciascuno spezial-
mente sia di bisogno; e quello che ciascu-
no, ancora senza noi, o possa o non possa
conseguitare. Cosi i gradi delle congiunzioni
non saranno i medesimi di quegli de’tem-
pi : e sono uffici i quali sono dovuti più a
uno che a un altro; come, aiuterai più to-
sto il vicino, che il fratello o il familiare,
nel raccorre i frutti. Ma se sarà lite nel giu-
dicio, difenderai più tosto il propinquo e
1 ’ amico, che il vicino. Queste e tali cose
adunque debbono essere conosciute in ogni
ufficio -, e debb’essere presa l’usanza e l’eser-
citazione, acciocché noi possiamo rendere
bene ragione degli uffici 5 e aggiugnendo e
rimovendo, vedere, che somma si faccia
di quello che resta, per la quale tu inten-
derai quanto a ciascuno tu sia tenuto.
* Ma come i medici, e gl’ imperadori, e
gli oratori, benché eglino abbino impreso
i precetti dell’arte, non possono consegui-
tare alcuna cosa degna di grande laude,
senza uso ed esercitazione; così sono dati
i precetti del conservare 1’ ufficio 5 cioè,
che noi medesimi facciamo quegli. E come
l'onesto del quale è fatto l'ufficio sia menato
fla quelle cose, le quali sono nella ragione
della compagnia umana, assai quasi ne ab-
biamo detto.
capo xxiv.
t
Bel terzo fonte dell' onesto,
cioè della fortezza.
Ma conciosiacosaccbè noi abbiamo propo-
sto, che quattro generazioni di cose sono,
delle quali venga l'onestà e l’ ufficio j noi
dobbiamo intendere che quella generazione
pare splendidissima, la quale si fa coll'ani-
mo grande e alto, e spregiante le cose uma-
ne. Adunque nelle vituperazioni assai è ma-
nifesto, se alcuna tal cosa così può essere
detta : voi, o giovani, avete animo di fem-
mina, e quella vergine di maschio. E se al-
cuna cosa ancora tale si può dire : dà le
spoglie a'Salmaci, senza sudore e sangue. E
per l’avverso nella lode si pongono quelle
cose, le quali sono fatte con l'animo gran*
de e forte, ed eccellentemente: e quelle cose
non so in che modo noi le lodiamo colla
piena bocca. Di quinci è il campo de' ret-
toria de’ fatti di Maratona, di Salamina,
3
di Platea, di Termopili * diLeutri; di quinci
è lodato il nostro Coelite 5 di quinci sono
lodati i Decii, gli Scipioni, Marcello, e al-
tri infiniti. Massimamente il popolo romano
eccelle per la grandezza dell’ animo : ma e
si dimostra lo studio della gloria delle batta-
glie, che noi veggiamo anche le statue con
l’ornato quasi militare.
Ma quell’altezza di animo la quale è rag-
guardata ne 1 pericoli e nelle fatiche, se essa
manca di giustizia, e combatte non per la
salute comune, ma pe’suoi commodi, è po-
sta nel vizio. Imperocché questo non sola-
mente non s’appartiene a virtù, ma piut-
tosto si appartiene alla disumana crudeltà,
scacciante da sé ogni umanità. Adunque ot-
timamente si definisce dagli stoici la gran-
dezza dell’ animo : conciosiacchè essi dica-
no, ch’essa è virtù combattente per l’equi-
tà. Per la qual cosa nessuno ha acquistato
loda con malizia e con inganni, il quale ha
conseguito la gloria della fortezza : niente
può essere onesto, il quale manca di giu-
stizia.
Egregio è adunque quel detto di Plato-
ne; non solamente, esso dice, quella scien-
5 1
za la quale manca di giustizia, è da essere
chiamata più tosto callidità che sapienza;
ma ancora 1' animo apparecchialo al peri-
colo, se egli è commosso per sue cupidità,
e non per la utilità comune, abbia piutto-
sto il nome dell'audacia che della fortezza.
Adunque noi vogliamo che gli uomini forti
e magnanimi sieno buoni, e amici della sem-
plice virtù, e non fallaci. Le quali cose sono
del mezzo della lode della giustizia.
Ma quello è odioso, che in questa altezza
e grandezza di animo agevolissimamente na-
sce la pertinacia, e troppa cupidigia di si-
gnoreggiare. Imperocché, com’è appresso
a Platoue : ogni costume de' Lacedemoni è
infiammato dalla cupidità del vincere j come
ciascuno spezialmente eccelle per la gran-
dezza dell' animo, cosi spezialmente esso
vuol essere il signore di tutti, e ancora più
tosto solo. Ma egli è malagevole, quando tu
desidererai avanzare lutti gli altri, a conser-
vare l'equità, la quale è spezialmente pro-
pria della giustizia. Per la qual cosa si fa
che gli uomini non patiscano essere vinti,
nè per dispute, uè per alcuna pubblica e
legittima ragione. E nella repubblica molte
5a
volte sono i donatori, e i faccienti sette,
acciocché essi acquistino ricchezze, e sieno
più tosto per forza di sopra agli altri, che
per giustizia pari. Ma quello eh’ è più ma-
lagevole, quello è più egregio: imperocché
nessuno tempo è, il quale debba mancare di
giustizia.
Adunque forti e magnanimi si chiame-
ranno coloro, i quali non fanno, ma scac-
ciano la ingiuria. Ma la vera e savia gran-
dezza d’animo giudica, che quella onestà la
quale massimamente la natura segue, sia
posta ne’ fatti, e non nella gloria; e più
tosto essa vuol essere principe che parere.
Imperocché chi è nell’ errore dell’ iudotta
moltitudine, costui non è da essere messo
tra gli uomini grandi. Ma agevolissimamente
colui è commosso a fare ingiustizia, il qua-
le ha l'animo altissimo e desideroso di glo-
ria. Il quale luogo per certo fa gli uomini
trascorrere. Imperocché malagevolmente si
trova chi, quando esso avrà ricevuto le fa-
tiche, e aggiuntovi i pericoli, non desi-
deri la gloria, quasi premio de’fatti suoi.
In che cosa consiste la fortezza.
Al tutto il forte e grande animo per due
cose spezialmente si conosce : delle quali
l’uua si pone nello spregiare le cose della
fortuna. Conciosiacchè già si è dichiarato
che l'uomo non debba o desiderare, o ma-
ravigliarsi, o addimandare, se non quello
che sia onesto e conveniente, e non debba
sottoporsi nè ad alcun’uomo, nè alla per-
turbazione deH’animo, nè alla fortuna. L’al-
tra cosa è, che conciosiacosaccliè tu sia così
disposto coll’animo, come di sopra io dis-
si, tu faccia cose grandi, e quelle massi-
mamente utili e molto malagevoli, e pie-
ne di fatiche e di pericoli -, per cagione sì
della vita, sì di tutte le altre cose, le quali
si appartengono alla vita.
Di queste due cose ogni splendore è l’am-
plitudine-, e a questa aggiungo ancora l’uti-
lità, la quale è nel luogo dopo : ma la
cagione e la ragione facciente gli uomini
grandi, è nel primo luogo. Imperocché in
quello è quella cosa la quale fa gli uomini
C4
eccellenti, e spregianti le cose umane. Ma
questa medesima cosa è conosciuta in due
cose; se tu giudichi solamente quello essere
buono il quale è onesto; e se tu sei libero
da ogni perturbazione di animo. Imperocché
quelle cose le quali a molti paiono esimie
ed eccellenti, stimarle piccole, e quelle
spregiare con ragione ferma e stabile, si
debbe dire essere d'animo forte e grande:
e quelle cose le quali paiono acerbe, le
quali molte e varie sono rivolte nella vita
e fortuna degli uomini, così sopportarle,
che niente ci parta dallo stato della natura,
niente dalla dignità; diremo essere d’ani-
mo savio, e robusto, e di grande costanza.
Imperocché e’ non è consentaneo che chi
non è rotto dalla paura, esso sia rotto dal-
la cupidità; nè chi non è vinto dalla fati-
ca, esso sia vinto da’ piaceri. Per la qual
cosa queste sopradette cose sono da essere
conosciute; e debbesi ancora fuggire la cu-
pidità della pecunia : imperocché niente è
che più s'appartenga all'animo vile e pic-
colo, che amare le ricchezze; e niente è
più magnanimo e più onesto che spregiare
la pecunia se tu non l’hai, e se tu l’hai,
I i
I **>
55
usarla a magnificenza e liberalità. Àncora,
come di sopra io dissi, noi schiferemo la
cupidigia della gloria; imperocché essa leva
la libertà all'animo : per la quale agli uo-
mini magnanimi dehhe essere ogni sforzo.
CAPÒ XXVI.
Che gV imperii non si debbono desiderare;
ma alcuna volta sono da essere deposti :
e da chi la tepublica si debba governare .
Ma non gli imperii sono da essere desi-
derati, ma piuttosto alcuna volta noi non
li piglieremo, e alcuna volta gli porremo
giù. Ma si debbe mancare d' ogni pertur-
bazione d'animo, sì di cupidigia e di pau-
ra, sì ancora di dolore e piacere d'animo,
e d’ ira; acciocché la tranquillità e sicurtà
dell'animo sia con noi presente; la quale
arrechi sì la costanza, sì la dignità. Ma mol-
ti sono e furono, i quali desideranti quella
tranquillità che io dico, sé hanno rimosso
dalle pubbliche faccende, e fuggirono all'o-
zio. Tra costoro sono nobilissimi filosofi e
mollo principali; e ancora alcuni uomini se-
56
veri e gravi : e questo costoro feciono, per-
chè non poterono sopportare i costumi dei
popoli e de'priucipi. E alcuni si sono vi-
vuti ne’ loro poderi, dilettatisi solamente
delle loro cose familiari; e a costoro è sta-
to il medesimo proposito che a’ re; cioè
eh' essi non abbisognassino d’ alcuna cosa,
e non ubbidissino ad alcuna, e usassino la
libertà, della quale la proprietà è vivere
come tu vuoi.
Per la qual cosa conciosiacosaccbè que-
sto sia a comune tra’ desiderosi della po-
tenza, e tra coloro i quali io chiamai ozio-
si; imperocché quegli cupidi della potenza
pensano potere soddisfare al desiderio loro,
se essi acquistano grandi ricchezze 5 e que-
gli altri, se essi stanno contenti della roba
loro, benché poca sia. Nientedimeno il pro-
posito dell'una parte e l'altra, in questa non
sarà al tutto spregiato : ma la vita degli
oziosi è più facile e più secura, e meno no-
iosa e molesta agli altri : ma di più frutto
è alla generazione umana, e più alta all'ac-
quistare stima e farsi grande, la vita di
coloro, i quali sé hanno accomodato alla
repubblica, e al fare cose grandi. Per la
qual cosa e forse si debbe concedere a co-
loro, i quali non si danno alla repubbli-
ca, i quali essenti di grande ingegno, sè
hanno dato alla dottrina : e a coloro i quali
o per debolezza della loro sanità, o per al-
cun'altra più grave cagione impediti, si sono
partiti dal governo della repubblica, quando
essi hanno conceduto agli altri la potestà del-
l’ amministrare la repubblica, e ancora la
loda. Ma chi non hanno tali cagioni, se essi
dicono che spregiano quelle cose di che molti
si maravigliano, cioè le signorie e i magistra-
ti; costoro non solamente non mi paiono da
essere lodati, ma piuttosto vituperati e ri-
presi. Il giudizio de' quali, in quello cb'essi
spregiano la gloria, e stimanla da niente, è
difficile a non lodare : ma e' mostrano temere
le fatiche e le noie, sì delle offese e sì ancora
degli scacciamenti, quasi vergogna ed infamia.
Imperocché e' sono alcuni, i quali nelle cose
contrarie hanno poca costanza : essi severis-
vimamente spregiano la voluttà, e nel dolore
trascorrono; spregiano la gloria, e pigliano
passione dell'infamia : e queste cose fanno non
assai costantemente.
Ma da coloro i quali dalla natura sono aiu-
58
tati al fare le cose, saranno presi i magistrati
senza indugio alcuno, e sarà amministrata la
repubblica. Imperocché altrimenti non si
può reggere la repubblica, e non si può di-
mostrare la grandezza dell’animo. Ma i pi-
glianti il governo della repubblica, non me-
no che i filosofi, io non so se più ancora deb-
bano usare la magnificenza, e il dispregio
delle cose umane, il quale più volte io ho
detto, e la tranquillità, e la sicurtà: impe-
rocché essi non debbono essere ili angosce,
ma più tosto debbono vivere con gravità e
costanza.
Le quali cose sono più facili a’filosofi; per-
ché meno cose si manifestano nella vita loro,
le quali la fortuna percuota; e perchè di me-
no cose abbisognano; e perchè se alcuna av-
versità addiviene, non tanto gravemente
possono cascare. Per la qual cosa non senza
cagione maggiori commovimenti sono desti,
e fare maggiori cose, ne’governanti la repub-
blica, che negli uomini quieti. Per la qual
cosa più debb’ essere appresso di costoro la
grandezza dell'animo, c la mancanza delle
passioni.
CAPO XXIX.
Che in ogni cosa che s' ha a fare, si debba
fare diligente preparazione : c che le cose
urbane si preponghino alle cose di guerra.
Ma chi piglia a fare la cosa, guardi che non
solamente consideri quanto quella cosa sia
onesta; ma ancora eh' esso abbia facultà di
poterla fare. Nella qual medesima cosa si
debbe considerare, eh’ essa, o non senza ra-
gione si disperi per pigrizia, o non troppo
si confidi per cupidità. Ma in tutte le faccen-
de, prima che tu le cominci, si debbe usare
una diligente preparazione.
Ma perchè molti stimano, che i fatti delle
armi sieno maggiori che quelli della città,
io voglio amminuire questa opinione. Ini*
perocché molti spesse volte hanno cerco le
guerre per cupidità di gloria j e questo molte
volte addiviene negli animi e ingegni grandi:
e tanto più se essi erano atti al fatto delle ar-
mi, e desiderosi del fare battaglie. Ma se noi
vogliamo giudicare con verità, molte cose
della città sono state maggiori, e più di fama,
che quelle della guerra.
I
6o
Imperocché, benché Temistocle ragione-
volmente sia lodato, e sia il nome suo in piu
gloria che quello di Solone; e a questo sia
chiamata la città di Salamina, testimone della
nobilissima vittoria, la quale sia preposta al
consiglio di Solone, e a quello consiglio col
quale da prima esso ordinò gli Arcopagiti;
non è da essere giudicato meno egregio que*
sto fatto che quello. Imperocché quello una
volta fece prò, ma questo farà prò sempre :
con questo consiglio si conservarono le leggi
degli Ateniesi, con questo si conservano gli
ordini degli antichi. E Temistocle niente a-
vrà detto, con che esso abbia aiutalo all’areo-
pago, ma colui dirà con verità eh’ esso aiutò
Temistocle : imperocché la battaglia si fece
col consiglio di quel senato, il quale era stato
ordinato da Solone.
Le medesime cose è lecito dire di Pausa-
nia e di Lisandro: pe’ fatti de’ quali, benché
la signoria de’ Lacedemoni fosse ampliata,
nientedimeno non sono da essere agguagliati,
da una minima parte, alle leggi e alla disci-
plina di Licurgo : che ancora per queste me-
desime cose, essi ebbono gli eserciti più ub-
bidienti e più forti. Quando noi eravamo
6 1
fanciulli, e’ non pareva che Marco Scauro ce-
desse a Caio Mauro: nè quando noi ci rivol-
tavamo nella repubblica, Quinto Calulo ce-
deva a Gneo Pompeo. Imperocché piccola
cosa sono le armi di fuori, se il consiglio non
è in casa. Nè più Albicano, singolare uomo e
imperatore, fece prò alla repubblica per in-
guastare Numanzia, che in quello medesimo
tempo Pubblio Nasica privato, quando esso
uccise Tiberio Gracco : benché questo fatto
non solamente è della ragione di casa, ma an-
cora è tocca la ragione di fuori, cioè delle
armi; perchè con forza e mano fu fatto : pur
quello medesimo fu fatto con consiglio della
città, senza esercito.
Ma quel fatto è ottimo, nel quale io odo
essere assalito da tristi ed invidiosi : le armi
cedano alla toga, e il trionfo ceda alla lin-
gua. Imperocché, acciocché io lasci gli altri,
quando noi governavamo la repubblica, or
noncedetteno le armi alla toga? Imperocché
nella repubblica non fu mai più grave peri-
colo, nè maggiore odio. Così per la diligenza
c pe’ consigli nostri, prestamente dalle mani
degli audacissimi cittadini sono cascate le ar-
mi. Adunque che fatto di battaglia fu mai di
6a
tanto pregio ? clic trionfo fu mai da essere
agguagliato ?
O mio figliuolo, a me è lecito gloriarmi
appresso a te, al quale s’ appartiene l’ere-
dità di questa gloria, e la imitazione de’fatti
miei. Gneo Pompeo, uomo per certo abbon-
dante di lode di guerre, molti udentilo, a
me questo attribuì : che egli disse, che invano
esso doveva essere per avere il terzo trionfo,
se pel mio beneficio inverso la repubblica,
egli non dovesse avere dov’esso trionfasse.
Adunque le fortezze di casa non sono più
basse che quelle di fuora, cioè delle armi.
Nelle quali domestiche fortezze più ancora
d’opera e di studio si debbe porre, che in
quelle altre.
Al tutto quella onestà, la quale noi cer-
chiamo delPaiiimo alto e magnifico, si fa col-
le forze dell'animo e non del corpo. Ma il
corpo si debbe esercitare ed affaticarlo, che
esso possa ubbidire al consiglio e alla ragio-
ne nel fare le faccende, e nel sopportare la
fatica. Nella qual cosa non minore utilità ar-
recano coloro, i quali togati sono sopra alla
repubblica, che coloro i quali fanno le guer-
re. E così pel consiglio di coloro, spesse volte
le guerre o esse non sono prese, o esse sono
fatte, o esse alcune volte sono mosse. Come
la terza guerra affricana, fu fatta pel consi-
glio di Marco Catone; nella quale ancora po-
tè 1’ autorità di Catone morto.
Per la qual cosa più si debbe addoman-
dare la ragione del deliberare, che la for-
tezza del combattere. Ma e’ sarà da guardar-
si, che quello noi non facciamo, più tosto
per fuggire il combattere, che per ragione
dell'utilità. Ma la guerra così si pigli, che
niente altro paia essere cerco, se non è la
pace.
capo xxx.
Quello che sia proprio del forte
e prudente uomo .
Ma al forte e costante animo si appartiene
non essere perturbato per cose aspre, e come
si dice, lui essente nelle noie, non essere ri-
mosso dal grado suo : ma usare l’animo favo-
reggianle e il consiglio, e non si partire dalla
ragione: benché questo si appartenga all’a-
nimo, e quello all’ingegno grande, con pen-
siero prevedere le cose future, e alcuna volta
64
innanzi ordinare quello, che possa addive-
nire nell’ una e l' altra parte, e quello che sia
da fare quaudo alcuna cosa sarà addivenuta,
e non commettere in modo, che alcuna volta
tu abbia a dire: io non me n'era avveduto.
Queste sono opere dell’ animo grande e alto,
e confidantesi nella prudenza e nel consiglio.
Ma senza ragione rivoltarsi nelle schiere, e
combattere col nimico, è cosa disumana, e
simile alle bestie. Ma quando il tempo e la
necessità lo domanda, si debbe combattere,
e anti porre la morte alla servitù e bruttezza.
CAPO XXXI.
Che si debba osservare nel disfacimento
delle città.
Ma nel disfare o mettere a sacco le città,
si conviene avere molta considerazione, che
niente crudelmente o senza ragione noi fac-
ciamo. E questo s’ appartiene all’ uomo di
grande animo', poi che il fatto sia spacciato,
punire chi ha errato, conservare la moltitu-
dine, e in ogni fortuna ritenere le cose rette
ed oneste. Imperocché come sono ( siccome
65
di sopra dissi ) alcuni, i quali prepongono i
fatti della guerra a quegli della città; così tu
troverai molti, a’ quali i consigli pericolosi
e callidi, paiono maggiori e più splendidi dei
consigli quieti e di pensiero. Non mai al tutto
per fuggire il pericolo noi commetteremo,
che noi paiamo timidi e disadatti a battaglia.
Ma ancora si debbe fuggire questo, che noi
non offeriamo noi a 1 pericoli senza cagione;
della qual cosa niente può essere più stolto.
Per la qual cosa quando noi avremo a pi-
gliare pericolo alcuno, faremo come usano
fare i medici; i quali leggermente curano chi
leggermente è infermo, e alle più gravi in-
fermità, sono costretti dare medicine perico-
lose e di dubbio. Per la qual cosa in tranquil-
lità desiderare tempesta contraria, si appar-
tiene allo stolto; ma sovvenire alla tempesta
con ogni modo che si può, s'appartiene al
savio: e per questo più, se sviluppalo il fat-
to, tu acquisterai più di bene, che quando
egli era dubbioso di male.
CAPO XXXII.
A quali pericoli dobbiamo estere più pronti,
e per quali cose dobbiamo massimamente
combattere.
Ma le operazioni delle cose sono perico-
lose, parte a coloro i quali pigliano quelle,
e parte alla repubblica. E ancora alcuni sono
chiamali ne’pericoli de'fatli della vita, alcuni
de’fatti della gloria, e benevolenza de’cittadi-
ni. Adunque noi dobbiamo essere più pronti
ne' pericoli nostri, ebe ne' comuni; e dob-
biamo combattere più prontamente de’fatti
dell' onore e della gloria, che di tutte l'altre
commodi tà.
Ma molti sono stati trovati, i quali erano
apparecchiati a spargere per la patria non
solamente la pecunia, ma ancora la vita j e
questi non volevano offendere menomamente
la loro gloria, ancora che la repubblica lo
addomandasse. Come Callicratida, il quale
quando era capitano de' Lacedemoni nella
guerra del Peloponneso, concìosiacosacchè
esso avesse fatto molte cose egregie, nell’ul-
timo guastò quello che insino allora aveva
fatto, quando esso non ubbidì al consiglio di
coloro, i quali dicevano, che il navilio si
doveva rimuovere da Argiuuso, e non com-
battere cogli Ateniesi. A’ quali colui rispose:
i Lacedemoni, perduto questo navilio, pos-
sono rifarne un altro, ma io non posso fug-
gire senza mio disonore. Ma questa fu mez-
zana piaga de'Lacedemoni : ma quella fu pe-
stifera, perla quale assai cascarono le abbon-
danze de'Lacedemoni’, quando Cleombroto,
temente la invidia, senza ragione alcuna
combattè con Epaminonda. Ma quanto me-
glio fece Quinto Massimo*, del quale Ennio
disse : costui è uno, il quale dimorando, a noi
ha restituito la repubblica. Imperocché esso
non preponeva la fama alla salute, adunque
la gloria di quell' uomo ora più risplende . Il
quale modo di peccare ancora si debbe schi-
fare ne' fatti della città. Imperocché e' sono
alcuni, i quali non ardiscono dire, per pau-
ra della invidia, quello che a loro pare $ e se
ancora la sentenza loro sia ottima.
CAPO XXXIII.
Comandamenti di Platone a chi governa
la repubblica.
Coloro i quali vogliono fare prò alla re-
pubblica, al tutto osservino due precetti di
Platone: l’uno è eh’ essi cosi difendano l’u-
tilità de’ cittadini, che ciò eh’ essi fanno rife-
riscano a lei, dimenticali ancora de’commo-
di loro. L’ altro è ch’essi usino tutto il corpo
della repubblica, e che l’una parte essi non
difendino, e l’altra abbandonino. Imperoc-
ché il governo della repubblica, come la tu-
tela, si debbe fare all’utilità di coloro i quali
sono commessi, e non di coloro a chi ella è
commessa. Ma chi aiuta 1* una parte de* cit-
tadini, e l'altra non apprezza, mette nella
città cosa dannosa, cioè sedizione e discor-
dia. Per la qual cosa addiviene, che alcuni
paiano amici, alcuni studiosi di ciascuno ot-
timo cittadino, e pochi amino la università.
Di quinci seguitarono appresso gli Ateniesi
grandi discordie : e nella repubblica nostra
vennono non solo discordie, ma ancora guer-
re civili di mollo danno : le quali il grave e
forte cittadino e degno del principato le fug-
gc, e odieralle, e sé tutto darà alla repub-
blica 5 e non cercherà ricchezze o potenza 5
e tutta la repubblica difenderà in tal modo,
clf esso gioverà a ognuno. E esso con falsi
peccati non chiamerà alcuno in odio o in in-
vidia; e in ogni modo così alla giustizia e al-
l’ onestà ei s’accosterà, che quelle virtù esso
conservi, benché gravemente egli offenda; e
la morte appetisca piuttosto, eh’ esso abban-
doni quelle cose ebe io ho detto.
CAPO ZXX1V.
Che misera cosa è con ambizione cercare
gli onori, e di quelli contendere.
Miserissima è al tutto l'ambizione e la con-
tenzione degli onori : della quale egregia-
mente è così appresso a Platone : similmente
Janno coloro, i quali contendono chi di loro
più tosto amministri la repubblica; come se
i marinai tra loro combattessino, chi di lo-
ro spezialmente governasse. Il medesimo
Platone ancora comandò, che noi stimassi-
mo avversari coloro, i quali arrecassiuo l’ar-
7 °
me incontro, e non coloro i quali col loro
giudizio vogliono difendere la repubblica.
Quale dissensione fu senza crudeltà tra Pu-
blio Affricano, e Quinto Metello.
CAPO XXXV.
Che a governatori della repubblica si con-
viene essere clementi e severi.
Ma coloro da noi non saranno uditi, i
quali stimano doversi gravemente adirarsi
contro a' nemici; e quello stimano apparte-
nersi all 1 animo grande e forte. Imperocché
niente è più laudabile, niente più degno del-
l'uomo eccellente e grande, che è l' umiltà
eia clemenza. Ma ne’popoli liberi, e nel dare
la ragione, egualmente si debbe esercitare
la facilità e l’altezza dell'animo; affinchè, se
noi ci adiriamo con coloro che non sono ve-
nuti al tempo, o che imprudentemente do-
mandano, noi non caschiamo in una stizza
disutile e odiosa : e così nientedimeno noi ap-
proveremo la mansuetudine e la clemenza,
che e’ vi sia aggiunta, per cagione della re-
pubblica, la severità; senza la quale non
può essere amministrata la città.
CAPO XXXVI.
7 1
Che chi castiga non debba essere contumelia -
so, nè la pena non debba avanzare la colpa.
Ma ogni punizione e gastigamento debbe
mancare di villana superbia : e quella gasti-
gazione si debbe riferire non all’utilità di
colui ebe gasliga, ma a quella della repub-
blica. Ancora si debbe guardare eh’ e’ non sia
maggiore la pena che la colpa j e che per le
medesime cagioni l'uno sia punito, e l’altro
non sia pur chiamato.
CAPO XXXVII.
Che chi punisce non debbasi irare.
Ma nel punire si debbe schifare l’ira. Im-
perocché Tirato il quale viene al punire, non
terrà mai quello mezzo, il quale è tra ’l poco
e il troppo : il quale piace a’ peripatetici 5 e
meritamente : purché essi non lodino l’ira,
e dicano che dalla natura ella è stata data u-
tilmente. Ma quella è da essere rifiutata in
tutte le cose : e debbesi desiderare, che co-
7 *
loro i quali sono sopra alla repubblica, sieno
simili alle leggi; le quali vanno al punire,
non con ira, ma con equità.
CAPO xxvvui.
Che tre cose si debban /uggire
nelle cose prospere.
E ancora nelle cose prospere e trascor-
renti al nostro piacere, noi diligentemente
dobbiamo fuggire la superbia, e il fastidio,
e l’arroganza. Imperocché sopportare senza
modo le cose prospere come le avverse, s’ap-
partiene alla leggerezza : ed eccellente cosa
è essere eguale in ogni vita, e avere il me-
desimo volto e la fronte medesima : come
noi abbiamo inteso di Socrate, e il medesimo
di Caio Lelio. Ma io veggo che Filippo re
de’ Macedoni, vinto dal figliuolo Alessandro
per la gloria e per gli egregi fatti, fu nien-
tedimeno di sopra a colui, per la sua uma-
nità e mansuetudine. E così l’ uno fu sempre
grande; e l’ altro spesso fu bruttissimo. Che
rettamente pare che ci ammoniscano coloro,
i quali ci confortano, che quanto noi siamo
7 3
più di sopra agli altri, tanto più bassamente
noi ci portiamo. Panezio dice, che Scipione
Aflricano suo uditore e familiare, soleva di-
re, eh' e' sogliono dare a' domatori i cavagli,
i quali per le spesse battaglie feroci insuper-
biscono; acciocché poi essi possi no usare que-
gli più agevoli. Cosi gli uomini, sfrenati per
le prospere cose, eiusupei-bienti, si conviene
essere menati nel giro della ragione e delle
dottrine; acciocché essi ragguardassino, la de-
bolezza delle cose umane, e la varietà della
fortuna.
CAPO xxxix.
Che nelle cose prospere massimamente si debba
usare i consigli degli amici, e fuggire gli
adulatori.
E ancora nelle nostre prosperità noi spe-
zialmente useremo il consiglio degli amici,
e a costoro noi attribuiremo maggiore auto-
rità che innanzi. E in questi medesimi tempi
si debbe guardare, che noi non apriamo gli
orecchi agli adulatori, acciocché noi non
concediamo che a noi lusinghino. Nella qual
cosa è agevole a essere ingannati : iotpcroc-
4
1
che noi stimeremo noi tali, che ragionevol-
mente noi siamo lodati : dalla qual cosa na-
scono innumerabili peccati, quando gli uo-
mini, enfiati d’opinione, bruttamente sono
dileggiati, e sono rivolti in grandissimi er-
rori. Ma queste cose basti avere detto insino
a qui.
CAPO XL.
Di quello che bisogna osservare nella vita
pubblica e nella privata.
Ma quello così si debbe giudicare, che le
cose grandi e di grande animo, si fanno da co-
loro che reggono la repubblica : imperocché
1’ amministrazione loro largamente si mani-
festa, e appartieni a molti. Ma noi abbiamo
inteso, che sono e già furono molti, di grande
ingegno ancora nella vita oziosa : i quali o
e'si danno all'investigazione, e tentano cose
grandi, e stanno contenti de' loro confini; o
posti tra' filosofi, e tra coloro che ammini-
strano la repubblica, si dilettano delle loro
cose familiari; quelle non accrescenti senza
ragione, e non rimoventi dall’uso di quelle
la famiglia loro; anzi più tosto (accentine
7 5
parte agli amici e alla repubblica, se mai
viene il bisogno. Le quali cose familiari pri-
ma si debbono acquistare bene, con nessuno
disonesto o odioso guadagno : e queste dieno
utilità a molti uomini, purché ne sieno de-
gni: oltre questo esse cose familiari debbono
essere accresciute con diligenza, e ragione,
e masserizia. E non debbono più tosto ub-
bidire alla libidine e alla lussuria, che alla
liberalità e alla beneficenza. Chi osserva le
cose prescritte, a costui è lecito vivere grave
e animosamente; e ancora con semplicità e
fede, e amichevolmente alla vita umana.
CAPO XLI.
Della Temperanza.
E seguita eh' ei si dica di quella parte del-
l' onestà, la quale sola resta: nella quale si co-
nosce essere la vergogna, e quasi un certo
ornamento della vita, cioè la temperanza e
la modestia, e ogni rammorbidamento delle
passioni dell'animo, e ogni misura delle co-
se. In questo luogo si contiene quello che è
in latino il decoro, cioè la confacenza, il
76 .
quale i greci chiamano prepon. Questa è quel-
la forza che non può essere separata dall’o-
nesto : imperocché ciò che si confà è onesto,
e ciò ch’è onesto si confà.
CAPO XLII.
Del Decoro.
Ma quale sia la differenza tra l'onesto e il
decoro, cioè la confacenza, può essere più
agevolmente inteso che dichiarato. Imperoc-
ché ciò ch’è quello che si confà, allora appa-
risce, quando innanzi è ita l’onestà. Adun-
que non solamente in questa parte d’onestà,
della quale noi dobbiamo disputare in que-
sto luogo, ma ancora nelle tre altre, dette
sopra, apparisce quello che si confaccia. Im-
perocché usare la ragione, e il parlare pru-
dentemente, e quello che tu fai, farlo con-
sideratamente, e vedere quello che sia il ve-
ro in ogni fatto, edifenderlo, si confà. E pel
contrario, essere ingannato, errare, trascor-
rere, tanto si confà, quanto impazzare, ed
essere privato della mente. E tutti i fatti giu-
sti si confanno; e gl’ingiusti pel contrario,
77
eomVsono brutti, così sono sconvenienti.
Simile è la ragione della fortezza : imperoc-
ché quello che si fa coll’animo virile e ma-
gno, quello pare degno dell’ uomo, e pare
decoro : e quello eh’ è pel contrario, com’e-
gli è brutto, così è sconfacente. Per la qual
cosa questo che io chiamo decoro, s’appar-
tiene a ogni onestà : e così s'appartiene, che
esso sia ragguardato non come una nascosta
ragione, ma sia manifesto. Imperocché egli
è una certa cosa la quale si confà ( e questa è
intesa in ogni virtù ) la quale più col pensiero
che col fatto può essere separata dalla virtù.
Imperocché come la bellezza e l’essere di pu-
lite carni, non può essere separalo dalla sa-
nità; così questo decoro, del quale noi par-
liamo, è tutto quello eh’ è confuso colla virtù $
ma è diviso colla mente e col pensiero.
- CAPO XLIU.
Doppia diffinizione del decoro •
Ma la descrizione sua è doppia. Imperoc-
ché noi intendiamo essere uno generale de-
coro, il quale si rivolta in ogni onestà j e un
I
7 8
altro suggetto a questo, il quale s’appartiene
in ispezialità a ciascuna parte dell’onestà.
E quello di sopra così quasi suol essere dif-
finito : quello è decoro il quale è consenziente
all' eccellenza dell’uomo in quella cosa, nella
quale la natura sua lo fa differente dagli altri
animali. Ma quella parte eli’ è soggetta a que-
sto genere, così suol essere diffinita: quello
è il decoro, il quale così è consenziente alla
natura, che in lui apparisce la moderazione
e la temperanza, con una certa apparenza di
liberalità.
E così noi possiamo stimare, queste cose
essere intese da quel decoro, il quale i poeti
seguitano *, del quale in altro luogo sogliono
essere dette più cose. Ma noi diciamo che i
poeti allora conservano quello che si confà,
quando da loro si fa dire o fare quello che
sia degno di ciascuna persona. ComeseEaco
o Minos dicessino : abbiauci in odio, purché
ci temano. Ovvero dicessino questo : esso po-
di e è sepoltura a'Jigliuoli. Questo parrebbe
sconveniente; perchè noi abbiamo inteso che
costoro furono upmini giusti. Ma se Atreo lo
dicesse, si farebbe grande romore con molla
festa : imperocché questo parlare è degno di
79
quella persona. Ma i poeti giudicheranno,
secondo la persona, quello che a ciascuno si
confaccia. Ma a noi la natura ha posto la per-
sona con grande eccellenza, e con un molto
avanzare di tutti gli altri animali. Per la qual
cosa i poeti, nella grande varietà delle perso-
ne, ancora nei viziosi vedranno quello che
si convenga, e quello che si confaccia : ma
conciosiacchè dalla natura a noi sieno state
date le parti della costanza r e della modera-
zione, e della temperanza, e della vergogna j
e conciosiacosacchè quella medesima natura
c’ insegni, non spregiare come noi ci abbiamo
a portare inverso gli altri uomini j si fa, che
quello decoro il quale si appartiene a ogni o-
nestà, apparisca quanto largamente e’sia spar-
to 5 e questo ancora il quale si conosce in ispe-
zialità in ciascuno genere di virtù. Imperocché
come la bellezza del corpo, con l’atta compo-
sizione delle membra, commuove gli occhi,
e dilettagli in questo medesimo, che tutte le
parti tra loro si consentono con uno certo or-
namento; così questo decoro che riluce nella
vita, commuove la lode di coloro, co’ quali
si vive con ordine, e costanza, e misura di
tutti i detti e i fatti.
8o
Adunque si debbe aggiungere la riverenza
inverso gli uomini, e spezialmente di ciascun
ottimo, e di tutti gli altri. Imperocché spre-
care il parere il quale ciascuno abbia di sé,
non solamente s' appartiene all' uomo arro-
gante, ma ancora a colui che niente apprez-
zi. Ma egli è cosa la quale si differenzia tra
la giustizia e la vergogna, e si debbe avere
in ogni ragione. Le parti della giustizia sono,
non fare violenza agli uomini; e della vergogna, non gli offendere. Nella qual cosa
massimamente si fa la forza del decoro.
Dimostrate adunque queste cose, io penso
che e' sia inteso quello, il quale noi diciama
che si coufà. Ma l'ufficio il quale procede da
quello decoro lia questa via, la quale mena
alla convenienza e conservazione della natu-
ra : la quale se noi seguiteremo per guida,
non mai erreremo, e seguiteremo quello che
per natura è acuto e prudente, e quello ch'è
accomodato alla società degli uomini, e quel-
lo ch’è potente e forte. Ma grande forza del
decoro è in questa parte, della quale noi di-
sputiamo : e debbonsi lodare non solo i mo-
vimenti del corpo, i quali sono atti alla natu-
ra -, ma ancora molto più quegli dell'animo
i quali ancora sono alla natura accomodati.
CAPO XLI V •
8l
fi.
Quello che facci l' appetito, e quello
che facci la ragione.
Imperocché la forza degli animi e della
natura è doppia. Una n’è posta nell’ appeti-
to, la quale in greco è della orine -, la quale
quà e là rapisce l’uomo; l’altra è nella ra-
gione, la quale insegna e dimostra quello che
si debba fare, e quello clic fuggire si con-
venga. E così si fa che la ragione signoreggi,
e l’appetito ubbidisca.
CAPO XLV.
Che non si debba fare alcuna cosa, di che
non si possa rendere probabile ragione.
Ogni atto dee mancare di temerità e ne-
gligenza : e non debbi alcuna cosa fare, della
quale tu non possa rendere la ragione. Que-
sta quasi è la descrizione dell'ufficio. Ma ei
si debba operare che gli appetiti ubbidiscano
alla ragione, e che quella essi non trapassi-
no, e non 1'abbandoDÌQO, o per pigrizia, o
82
per dappocaggine : sieno gli appetiti tran-
quilli, e manchino d’ogni perturbazione di
animo. Per la qual cosa rilucerà ogni costan-
za e moderazione. Ma quegli appetiti i quali
da lungi si seguono, e quasi come festeggian-
ti, ■ o desiderando, o fuggendo, non sono
rattenuti dalla ragione; questi senza dubbio
trapassano il fine e il modo, e abbandonano
e ributtano l’ubbidienza, e non ubbidiscono
alla ragione, alla quale essi sono suggelti per
la legge della natura. Da’quali non solamente
sono perturbati gli animi, ma ancora i corpi:
imperocché e’ si può ■vedere la faccia degli
adirati, o di coloro i quali sono commossi da
qualche libidine, o paura, o da qualche trop-
po piacere; de’ quali universalmente sono
cambiati i volti, e le voci, e i moti, e gli
stati. Per le quali cose s’intende (acciocché
noi ritorniamo alla forma dell’ ufficio ) che
tutti gli appetiti si debbano raffrenare, e ra-
morbidargli : e conviensi inverso loro usare
tale gastigazione e diligenza, che niente noi
facciamo senza ragione, o a caso, o inconsi-
derata e negligentemente. Imperocché dalla
natura noi così non siamo generati, che noi
paiamo fatti a giuochi e ciance, ma più tosto a
severità, e a certi studi maggiori e più gravi.
CAPO XLVI.
83
Del giuoco, e quando sia lecito
giuocare.
Ma egli è lecito usare i giuochi e i motti:
ma come il sonuo e gli altri riposi, allora
quando noi avremo sodisfatto alle cose gravi
e di utilità. £ esso modo di motteggiare non
debb' essere dissoluto e immodesto, ma pia-
cevole e degno di uomo da bene. Imperoc-
ché come a’ fanciulli noi non diamo ogni li-
cenza di giuocare, ma quella la quale non
sia aliena dagli atti dell'onestà; così in esso
motteggiare riluca qualche lume di buono
ingegno.
Due ragioni sono in tutto del motteggiare:
una non degna dell'uomo libero, e lasciva,,
e scellerata, e brutta, l' altra è elegante e
conveniente alla città, e d’ ingegno, e pia-
cevole. Del qual modo non solamente Plauto
nostro, e l'antica commedia degli Ateniesi,
ma ancora 1 libri de’ filosofi socratici sono
pieni. E molti detti ancora piacevoli sono di
molti altri; come quelli i quali furono rac-
colti da Catone vecchio, i quali sono chia-
H
mati apojiegmata, cioè dell! sentenziosi. A—
gevole è adunque la distinzione de’ motti r
degni dell’ uimo libero, e di quegli che non
si convengono al libero uomo. Imperocché
quelli che s’appartengono all'uomo libero
allora sono, se essi sono fatti col tempo ra-
gionevole, in modo eli’ essi sieno degni del-
l’ animo rimesso, e dell’ uomo. Gli altri non
sono degni dell’uomo libero, se alle scelle-
rate cose è aggiunta la bruttezza delle parole.
Ancora si debbe ritenere un certo modo
del giuocare : che non troppo noi spargiamo
ogni cosa } e traportati dal piacere, noi tra-
scorriamo in qualche bruttezza. Ma il nostro
campo, e gli studi del cacciare, a sufficienza»
danno gli esempi del giuocare.
CAPO ILV1I.
Che si debba considerare per fuggire
le voluttà.
Ma ad ogni qaistione d’ufficio s’appartiene
sempre avere in pronto, quanto la natura
dell'uomo anteceda alle pecore, e alle altre
bestie. Quelle niente sentono se non il pia-
cere del corpo, e a quello sono portate con
ogni impeto: ma la mente deH’uomo è nutri-
cata imparando e pensando; e sempre o ella
cerca, o ella fa qualcosa \ ed è menata dal
diletto e del vedere e dell’ udire. E se alcuno
fosse inchinato al piacere del corpo, purché
esso non sia della generazione delle pecore
(imperocché e’ sono alcuni uomini non per
le opere, ma pel nome ), ma se è inchinato
alle virtù, benché esso sia preso dal corpo-
rale piacere j egli occulta e dissimula per ver-
gogna l’appetito del piacere carnale.
Per la qual co9a s’intende, che il piacere
del corpo non è assai degno- dell’ eccellenza
dell’uomo, e che quel tal piacere debba es-
sere spregiato e ributtalo. E se fusse alcuno
il quale attribuisca qualche opera al piacere
corporale, per le dette cose s’intende, che
questo tale debba usare misura in pigliare
quel tal piacere. E così adunque il vitto no-
stro, e il governo intorno al corpo, sarà rife-
rito alle forze, e non al piacere di lui. E
ancora se noi vorremo considerare che eccel-
lenza e dignità sia nella natura, noi intende-
remo quanto sia brutta cosa trascorrere in
lussuria, e vivere morbidamente, e con di-
86
licatezze; e quanto sia onesto vivere tempe-
ratamente, e con contenenza, e severità, e
sobriamente.
CAPO LXVIII.
K
Della diversità de' costumi, e delle due per-
sone che dalla natura siamo vestiti.
Ancora si debbe intendere, cbe dalla na-
tura noi quasi siamo vestili di due persone:
delle quali l'una è comune; per la quale noi
siamo partecipi della ragione', e di quella ec-
cellenza, per la quale noi antecelliamo alle
bestie; dalla quale è tirato ogni onesto e de-
coro, e dalla quale noi cerchiamo trovare la
ragione dell'ufficio. L’altra persona è la quale
è propriamente data a ciascuno in ispezialità.
Imperocché come ne' corpi sono grandi dis-
similitudini; imperocché noi veggiamo al-
cuni per la velocità atti al correre; alcuni
per le forze potere combattere; e così nelle
forme, noi veggiamo alcuni essere bene com-
plessionati, e alcuni di gentile fazione; così
negli animi sono ancora maggiori varietà.
Egli era in Lucio Crasso e Lucio Filippo
molto piacevo! parlare; e maggiore ancora
in Olio Cesare figliuolo di Lucio, e più da
industria. E io questi medesimi tempi in
Marco Scauro e in Marco Druso giovanetto
era molta serietà : e in Caio Lelio molta pia-
cevolezza; e in Scipione suo familiare era
molto maggiore desiderio d’ onori, ma più
maninconica vita.
Ma de 1 Greci noi abbiamo inteso che So-
crate fu dolce e piacevole, e di festereccio
ragionamento, e in ogni parlare fu simula-
tore } il quale parlare i Greci chiamano iro-
nia, cioè gavillazione, e intendere pel con-
trario. E per l'avverso, noi intendiamo che
Pitagora e Pericle, senza piacevolezza, ac-
quistarono somma autorità. Annibaie de' ca-
pitani de' Cartaginesi fu callido r e de’ nostri
fu Quinto Massimo, e in celare facilmente,
e tacere, e dissimulare, e in fare agguati, e
in preoccupare i consigli de’nemici. Nel qual
modo i Greci antepongono a tutti i loro ca-
pitani Temistocle, e Giasone Fereo. B tra i
primi e' pongono scaltrito e saputo il fatto di
Solone : il quale, acciocché la sua vita fosse
più sicura, e più ancora esso facesse prò alla
repubblica, finse impazzare. E sono alcuni
altri molto dissimili a costoro, cioè semplici
88
e aperti; i quali giudicano che niente si con-
venga fare o d’occulto od' inganni; i quali
sono coltivatori della verità, e nimici della
frode. Sono ancora alcuni altri, i quali pa-
tiranno ciò che tu vuoi, e a chi ti piace de~
serviranno, purché essi conseguitano quello
eh’ essi vogliono: come noi vedevamo Siila
e Marco Crasso. Nel qual modo noi abbiamo
inteso essere stato e pazientissimo e scaltris-
simo Lisandro, appresso a’Lacedemoni: e pel
contrario Callicratida, il quale fu il prossimo
capitano dell’armata dopo Lisandro.
Ancora noi abbiamo inteso, che alcun al-
tro ne’ ragionamenti (benché molto potente
e’fusse) faceva ch’egli pareva uno di molti.
La qual cosa noi vedemmo in Catulo padre,
e nel figliuolo: e questo medesimo in Quinto
Muzio Mancia. Io ho udito da' nostri vecchi,
che questo medesimo fu in Pubblio Scipione
Nasica : e per l’ avverso, che il padre suo, il
quale vendicò gli direnati sforzamenti di
Gracco, non ebbe alcuna piacevolezza nel
parlare. E similmente Xenocrate fu severis-
simo filosofo } e per quello fu grande e fa-
moso. Innumerabili altre dissimilitudini sono
della natura e de’ costumi, da non essere ri-
presi.
89
CITO XLIX.
Che in quelle cose massimamente ci dobbia-
mo affaticare, alle quali siamo più atti •
E’ si debbe ritenere quelle cose, le quali
ci sono proprie dalla natura, purché esse non
sieno viziose; acciocché più agevolmente noi
ritegniamo quel decoro, il quale noi cerchia-
mo. Ma cosi si debbe fare, che niente noi
contendiamo contro alla natura universale :
e quando noi avremo conservata quella, al-
lora noi seguiteremo la nostra. E benché gli
studi degli altri sieno migliori e più gravi;
nientedimeno noi misureremo i nostri colla
regola della natura nostra. Imperocché ei
non s' appartiene ripugnare alla natura; e
niente seguitare, che tu non possa acquista-
re. Per la qual cosa più apparisce di che qua-
lità e'sia quello decoro. E per questo niente
si confà, non essente volontaria Minerva, co-
me si dice*, cioè opponentesi e contrariente
la natura.
E al tutto se alcuna cosa è il decoro, niente
per certo è più, che accordarsi colla natura
universale, e ancora con le speziali faccende:
9 °
la qual cosa tu non potrai conservare, se tu
segui la natura degli altri, e lasci la tua. Im-
perocché come noi dobbiamo usare quello
medesimo parlare, il quale sia noto a noi, c
che noi, come fanno alcuni mescolanti parole
greche, non siamo meritamente dileggiati;
così ne' fatti e in tutta la vita, noi non vi dob-
biamo mettere alcuna differenza.
Ma questa diversità della natura ha tanta
forza, che alcuna volta alcuno debbe uccide-
re sé medesimo, e alcuno nou lo debbe nella
stessa cagione. Imperocché Maroo Catone nou
fu in altra cagione, e in altra tutti quegli al-
tri, i quali in Affrica si dettono a Cesare : e
forse che quegli altri sarehbono stati ripresile
essi avessino morto sé medesimi, imperocché
la vita loro fu più leggiera, e i costumi più
facili. Ma perchè la natura aveva attribuito a
Catone la incredibile gravità; e quella aveva
affortificata con la perpetua costanza, e sem-
pre era stato nel proposito, e nel preso con-
siglio; piuttosto doveva morire, che ragguar-
dare il volto del tiranno.
Quante molte cose pati Ulisse in quello
lungo errore, quando esso servì a Circe e a
Calipso donne, se donne si debbono chia-
9 1
mare ! e volle essere piacevole con ognuno
in ogni parlare; e in casa sopportò le villa*
nie de’ servi e delle schi 1 ve ] acciocché qual-
che volta esso pervenisse a quello eh’ egli de-
siderava. £ Aiace, con che animo si dice che
fu, mille volte piuttosto avrebbe voluto sop-
portare la morte, che patire quelle cose. Le
quali cose a noi consideranti converrà pesax'e
quello che ciascuno abbia di suo, e quello
temperare, e non volere provare quanto le
cose altrui se gli confacciano. Imperocché
quello massimamente a uno si confà, il quale
spezialmente è proprio di lui.
Ciascuno adunque conosca la natura sua,
e si faccia severo giudice della bontà e de'vizi
suoi : e che quelli che si contraffanno nelle
scene non mostrino avere più prudenza di
noi : imperocché coloro a sé scelgono le fa-
vole non perfettissime, ma accomodatissime
a loro. Coloro che hanno buona voce, si scel-
gono le favole di Epigono e Medo; e coloro
che sono buoni a' gesti, pigliano Menalippo
e Clilemnestra: Rulilio, del quale io mi ri-
cordo sempre, Antiopo; ed Esopo pigliava A-
iace. Adunque farà l’ istrione nella scena,
quello che non fa il savio uomo nella vita?
9 *
In quelle cose adunque spezialmente noi ci
affideremo, alle quali noi saremo attissimi.
Ma se alcuna volta la necessità ci sospignesse
a quelle cose, che non lussino dello ingegno
nostro, porremo ogni cura, e pensiero, e di-
ligenza, che quelle, se noi non le possiamo
fare con onore, almeno noi le facciamo senza
disonore. E nientedimeno noi non ci dob-
biamo sforzare, che piuttosto noi seguitiamo
que'beni i quali non ci sono conceduti dalla
natura, che noi fuggiamo i vizi.
A queste due persone, le quali di sopra noi
abbiamo detto, se ne aggiugne la terza \ la
quale ci dà il caso e il tempo. La quarta an-
cora, la quale col giudicio nostro noi acco-
modiamo a noi medesimi. Imperocché le si-
gnorie, gl’ imperii, le nobiltà, gli onori, le
ricchezze, le abbondanze, e quelle cose che
sono contrarie a queste, come esse sono po-
ste nel caso, cosi sono governate da’ tempi.
Ma che persona noi vogliamo portare,
viene dalla volontà nostra E cosi alcuni si
applicano a filosofìa, alcuni a ragione civile,
alcuni a eloquenza : c di esse virtù, alcuno
piuttosto vuole eccellere in questa, e quel-
l’ altro in quell’ altra. Ma chi ha avuto il pa-
dre o gli antichi suoi eccellenti in qualche
gloria, costui molto volentieri studia eccel-
lere in quelli medesimi onori. Come Quinto
Muzio figliuolo di Pubblio fece in ragione
civile 5 e Affricano figliuolo di Paolo ne’fatti
delle armi. Alcuui ancora alle lodi, le quali
eglino hanno ricevute da’ padri, ne aggiun-
gono qualcuua sua : come questo medesimo
Affricano, coll’eloquenza accrebbe la gloria
delle armi. La qual cosa medesimamente fe-
ce Timoteo figliuolo di Conone: il quale con-
ciosiacosacchè non fosse nelle armi più infe-
riore che il padre, a quella lode aggiunse
la gloria della dottrina e dello ingegno.
Ma alcuna volta si fa, che alcuni, lasciato il
seguitare gli antichi suoi, conseguitano alcun
altro studio. E spezialmente molto in questo
spesso si affaticano coloro, i quali, nati di
vile sangue, a sè medesimi prepongono cose
grandi. Adunque quando tutte queste cose
noi cerchiamo, coll'animo e col pensiero dob-
biamo considerare quello, che ci si confac-
cia. Ma la prima cosa si debbe considerare,
chi e di che qualità noi vogliamo essere, e di
che vita: la quale deliberazione, per diffi-
coltà, tutte le altre passa. Imperocché quan-
do noi vegniamo nella giovanezza ( quando
egli è grandissima debolezza di consiglio )
allora ciascuno a sè ordina quello modo della
futura vita, il quale massimamente egli ha
amato. Adunque innanzi egli è avviluppato
in un certo modo e corso di vivere, che esso
possa giudicare quello che sia ottimo.
Imperocché dicono, come è appresso a
Xenofonte, che Ercole prodigo, quando pri-
ma cominciava nella giovanezza ( il qual tem-
po è dato dalla natura allo eleggere, in qual
via di vivere ciascuno debba entrare) uscì in
uno luogo solitario, e quivi sedente, lungo
tempo seco e molto dubitò, quale delle due
vie fusse meglio a pigliare. Imperocché quivi
egli vedeva due vie, l’una della virtù, e l’al-
tra de' corporali piaceri. Questo forse potè
addivenire a Ercole figliuolo di Giove : ma
a noi non addiviene quello medesimo, i quali
seguitiamo le vestigie di coloro, de' quali ci
pare, e agli studi e ordini di coloro siamo
commossi. Ma alcuna volta pieni de' precetti
de' padri nostri, siamo ridotti all'usanza e al
costume loro. Alcuni altri sono mossi dal giu-
dicio della moltitudine; e quelle cose le quali
paiono bellissime alla maggior parte, quelle
;fP
9*
spezialmente desiderano. Alcuni nientedime-
no, o per una certa felicità o per bontà di
natura, o per disciplina de' padri, hanno se-
guitato la retta via della vita.
Ma quella ragione spezialmente è rada di
quegli uomini, i quali o per eccellente gran-
dezza d’ ingegno, o per egregia erudizione
e dottrina, o per l' una e l' altra cosa ornati,
hanno avuto lo spazio del deliberare, qual
corso di vita spezialmente volessino seguire:
nella quale deliberazione ciascuno debbe chia-
mare ogni consiglio alla natura sua. Imperoc-
ché awegnadio che in tutte le cose che si
fanno, noi cerchiamo, Come di sopra è detto,
quello che si confaccia, da quel modo il quale
noi abbiamo preso; ancora in ordinare tutta
la vita considereremo quello decoro : impe-
rocché molta maggior cura ci è da essere
posta, acciocché noi possiamo in tutta la per-
petuità della vita essere costanti a noi mede-
simi, e non zoppeggiare in alcuna onestà.
Che nel genere della vita diligentemente dob-
biamo considerare le forze della natura e
della fortuna.
Ma perché a questa ragione la natura ha
grandissima forza, e a lei la fortuna è pros-
sima; F una e F altra si debke considerare
nello eleggere il modo della vita : ma mag-
giore considerazione si debbe avere nella na-
tura. Imperocché ella è molto più ferma e
molto più costante; in modo che la fortuna
molte volte, come se essa fosse mortale, pare
che combatta colla natura immortale. Chi
adunque avrà conferito ogni consiglio del vi-
vere al modo della natura sua non viziosa,
costui sia costaute: imperocché quello massi-
mamente si confà. Se già per a caso non avessi
inteso aver errato nello scevre il modo della
vita : la qual cosa se ella accadrà (ma ella può
accadere) debbesi fare la mutazione degli or-
dini e de' costumi. Quella mutazione, sei
tempi l'aiuteranno, la faremo più facilmente
con maggior commodità; ma se così non fosse,
faremo quella piano piano, e a poco a poco,
97
come giudicano i savi delle amicizie, le quali
non dilettino e non sieno lodate; dicono, che
più si confà rimuoverle a poco a poco, che
di subito tagliarle.
Ma, rimutato il modo della vita, con ogni
ragione si debbe attendere, ch’ei paia cbe noi
quello abbiamo fatto con buono consiglio. £1
perchè un poco innanzi fu detto, che si deb-
ba seguitare le vestigia degli antichi; prima
quello sia eccettuato, che i vizi non si segui-
tino; dipoi, se la natura non sopportasse che
alcune cose non si potessino imitare, le dob-
biamo lasciare: come il figliuolo di Affricano
superiore ( il quale si fece figliuolo adottivo
quesl'altro Scipione, figliuolo di Paolo ) per
la infermità non potè così essere simile del
padre, come era stato colui del suo. Se adun-
que ei non potrà o difendere causa, o tenere
il popolo ragunalo a udire, o fare guerre;
nientedimeno quelle cose dovrà fare, le quali
saranno in sua podestà : ciò è osservare giu-
stizia, fede, liberalità, modestia, temperan-
za; acciocché e’ non sia addomandato da lui
quello cbe manchi. Ma ottima eredità è la-
sciata da’padri a’fìgliuoli,la gloria delle virtù,
e degli egregi fatti; a’quali essere a disonoi’e,
si debbe giudicare illecito e scelleratezza.
9*
CAPO LI.
Degli uffici de' giovanetti.
E perchè non i medesimi uffici sono attri-
buiti alle età diseguali; e altri uffici sono dei
giovani, e altri de’ vecchi; ancora si debbe
dire qualcosa di questa differenza.
Apparliensi adunque al giovanetto, rive-
rire gli uomini di tempo; e di costoro eleg-
gerne alcuni ottimi e lodati, col consiglio
e autorità de’ quali ei si governi. Imperoc-
ché l’ignoranza della giovanile età, si debbe
reggere e ordinare colla prudenza de’ vec-
chi. Ma spezialmente questa età, si debbe
rimuovere dalle libidini, e debb'essere eser-
citata nella fatica, e pazienza dell'anima e deL
corpo : acciocché la industria di costoro di
questa età, si mantenga in fiore nelle fac-
cende civili e delle arme. E ancora quando
e’ vorranno dilettare gli animi, e darsi al pia-
cere, schifino la intemperanza, ericordinsi
della vergogna : la quale cosa sarà più age-
vole, se essi vorranno che a queste tali cose
intervenghino i vecchi.
Degli uffici de vecchi .
Ma i vecchi a sé amminuiranno le fatiche
del corpo, poiché essi vedranno che l’ eser-
citazioni dell’ animo debbano essere a loro
accresciute. Ancora daranno opera, che da
loro sieno aiutati con prudenza e consiglio
gli amici, i giovani, e la repubblica. Ma
da niente più si debbono guardare i vecchi,
che dal darsi alla pigrizia, e al doloroso
ozio. La lussuria conciosiacosa che essa sia
brutta a ogni età, nientedimeno alla vec-
chiaia è bruttissima. Ma se l’ intemperanza
della libidine verrà, è doppio male : im-
perocché essa vecchiaia piglia il disonore, e
fa l'intemperanza de'giovani essere più senza
vergogna.
CAPO LUI.
Degli uffici de magistrati, de privati y
e de' forestieri.
E qui non mi pare alieno, dire degli uf-
fici degli uomini di magistrato, e de' pri-
vati, e de’citladini, e de’ forestieri. È adun-
que il proprio dono del magistrato intendere,
sé portare la persona della città, e dovere
sostenere la dignità, e l’onore di lei, e con-
servare le leggi, dare le ragionile ricor-
darsi delle cose che sono commesse alla sua
fede.
Ma all’ uomo privato si conviene vivere
con eguale e pari ragione co’ cittadini, e
non si sottomettere e avvilirsi, e non s’ in-
nalzare : e ancora nella repubblica volere
quelle cose, che sieno tranquille ed oneste*
Imperocché a noi suole parere, e cosi so-
gliamo dire, che tale uomo sia buono cit-
tadino.
Ma l’ ufficio del forestiero, o di colui che
di nuovo abita è, niente fare oltre alle fac-
cende sue, e niente domandare d'altri, e
non mettere cura nell’altrui repubblica. Così
quasi si troveranno gli uffici, quando e’ si cer-
cherà quello che si confaccia, e quello che
sia atto alle persone, a’ tempi, e all’elà. Ma
niente è che tanto si confaccia, che in ogni
faccenda che si debba fare, e in pigliare ogni
‘consiglio, osservare la costanza.
CAPO I1V.
Del decoro circa la bellezza, ordine,
I ed ornato.
Ma perchè quel decoro si conosce in tutti i
fatti e detti; e finalmente nel corpo, quando
si muove o sta posato; ed è posto in tre
cose, nella bellezza, nell’ ordine, e nell’or-
nato atto al fare; più difficile è il parlarne :
ma assai sarà eh’ ei sia inteso. Ma in que-
ste tre cose è contenuta ancora quella cura,
che noi siamo commendati da coloro, coi
quali e appresso de’quali noi viviamo. E an-
cora di queste cose parliamo un poco.
CAPO AV.
o • » . .
Che i membri che la natura ha occultato
noi ancora gli dobbiamo occultare.
Primamente si dica, che la natura pare che
abbia avuta grande ragione del corpo no-
stro : la quale ha posto in aperto la forma
nostra, e tutta quella figura, nella quale
fosse l’apparenza onorevole : ma quelle parti
del corpo, le quali furon date alle neces-
sità della natura, e le quali dovevano avere
1’ aspetto e la forma brutta, le occultò e
coperse. E la vergogna degli uomini lia imi-
tato questa diligente fabbrica della natura;
imperoccbè quelle cose le quali ha nasco-
sto la natura, quelle medesime tutti gli uo-
mini, che sono colla mente sana, rimuovono
dagli occhi, e danno opera che essa neces-
sità essi obbediscano, quanto possano più oc-
cultamente. E di quali parti del corpo l’uso
è necessario, nè quelle parti, nè 1 uso di
quelle, chiamano con loro nomi : e quello
che non è brutto a fare, purché si faccia
coperto, al chiamarlo è brutto. E così il
fare apertamente tali cose, e il brutto ra-
gionare, non mancano di lascivia. Ma i ci-
nici non dobbiamo udire-, o se alcuni stoi-
ci furono quasi cinici, i quali riprendono
e dileggiano, che noi chiamiamo brutte quel-
le cose, le quali non è brutto farle; e quelle
cose le quali nel farle sono scellerate, le
chiamiamo ne’nomi loro, com’è il rubare,
e l’ ingannare. Il fare adulterio è scellera-
tezza, ma a parola non è brutto. Il dare
opera a fare figliuoli, in fatto è onesto, e
t©3*
nel nome è Brutto. E molte altre cose, in
questa medesima sentenza contro alla ver-
gogna? sono disputale da costoro medesimi.
Ma noi seguitiamo la natura, e rimovia-
moci da ogni cosa, la quale non è appro-
vata dagli occhi e dagli orecchi. Lo stare,
r andare, il sedere, giacere, il volto, gli
occhi, i movimenti delle mani, osservino
quello che si confacela.
Nelle quali cose due cose principalmente
fuggiremo; che niente sia effeminato o la-
scivo, e che nulla sia duro o rusticano. Ma
e’ non si dehhe concedere agl’istrioni e agli
oratori, che queste cose sieno atte a loro,
e in noi non sieno con ordine alcuno. Il co-
stume di quegli che si esercitano nelle scene,
per l’antica disciplina ha tanta vergogna,
che nessuno va nella scena senza brache. Im-
perocché essi temono, che se per caso al-
cuno addivenisse, che alcune parti del corpo
s aprissino, esse non fossino vedute diso-
norevolmente. Secondo il costume nostro,
i giovanetti che già possono generare non
si lavano co’ padri, nè i generi co’ suoceri.
Dehhesi adunque ritenere tale vergogna; e
spezialmente quando essa natura n’è mae-
stra e guida.
Che due sono le ragioni della bellezza.
Ma conciosiacosa che due ragioni siena
di bellezza -, delle quali 1’ una è posta nella
venustà, cioè nel pulito e grazioso corpo;
1’ altra nella dignità, cioè nella buona pro-
porzione delle membra; la venustà noi di-
remo che s’ appartiene alla femmina, e al
maschio la dignità.
Adunque dalla bellezza nostra noi rimo-
veremo ogni ornamento non conveniente al-
1’ uomo; e similmente schiferemo il vizio
simile a questo, il quale è nel moto e nei
. gesti del corpo. Imperocché i moti di coloro
che giuocano alla palestra sono molto odio-
si : e ancora i moti degl’ istrioni non man-
cano alcuna volta di vituperazione : e quelle
cose che sono rette e semplici, nell’ una e
• ' nell’altra ragione di questi giocolatori, me-
ritamente sono lodate.
Ma la dignità della bellezza si debbe di-
fendere colla bontà del colore, ed il colore
coll’ esercitazione del corpo. Oltre queste
cose si conviene usare una nettezza non o-
jo5
diosa, nè cercata troppo: solamente fuggasi
la rusticana e disumana negligenza. Questa
medesima ragione si conviene avere nel ve-
stire, nel quale, siccome in più cose, il
mezzo è ottimo.
E dobbiamoci guardare, ebe nell’andare
noi non usiamo o quella tardità lenta, che
noi paiamo simili a quelle vivande, le quali
ne’ conviti sono portate con molta pompa;
o che nella fretta noi non pigliamo troppa
prestezza, la quale quando si fa, è mosso
1’ ansare, mutansi i volti, e le bocche si
torcono : per le quali cose si fa grande di-
mostrazione, che la costanza non sia con
noi. Ma molto più ancora ci dobbiamo af-
faticare, che i moti dell’animo non si par-
tano dalla natura. La qual cosa noi con-
seguiremo, se noi ci guarderemo che noi
non caschiamo nelle perturbazioni, e negli
sbigottimenti; e se noi terremo gli animi
attenti, alla conservazione del fare quello
eh’ e’ ci si confà.
CAPO LVII.
,ioS
Del duplice movimento delC animo .
Ma i moti degli animi sono due : impe-
rocché l’uno è nella considerazione, e l’al-
tro nell’appetito. La considerazione si ri-
volta specialmente nel cercare il vero, l'ap-
petito commuove al lare. Adunque si d eb-
be procurare, che noi usiamo la considera-
zione al fare cose molto opportune, e che
noi diamo l’appetito ubbidiente alla ra-
gione.
CAPO X.V1II.
Della fona del parlare.
E perchè la forza del parlare nostro è
grande, e questa è doppia, 1’ una é nella
contenzione, e l’altra nel sermone. La con-
tenzione noi attribuiremo alle quistioni dei
giudici, e delle orazioni al popolo, e del
senato; ed il sermone noi useremo ne’cer-
chi, e nelle dispute, e ne’ ragionamenti
familiari, e ancora ne’ conviti. I precetti
della contenzione s’ appartengono a' retori-
1
*o 7
ci; ma del sermone non ne sono alcuni:
benché io non so, se ancora tali precetti
possano essere. Ma i maestri si trovano per
gli studi di coloro che imparano : ma in
questi precetti del sermone non è chi stu-
dii; e dell'arte rettorica ue sono piene tut-
te le cose. Benché quegli che sono precetti
delle parole e delle sentenze, medesima-
mente si appartengono ancora al sermone.
Ma conciosiacosa che la voce sia quella,
la quale dimostra il parlare nostro, nella
voce noi osserveremo due cose 5 che essa sia
chiara, e sia soave. L’ uno e 1 ’ altro al
tutto s'addomanda dalla natura : ma l’uno
s’accrescerà per la esercitazione; e 1' altro
per la imitazione di coloro, che parlano
bassamente e con soavità. Niente fu ne’Ca-
tuli, che non con molto giudicio tu sti-
massi, ch’essi usassino le lettere : benché es-
si erano letterati; ma ed alcuni altri. Ma
questi Catuli si stimava, che avessino otti-
mamente la lingua latina: il suono era dol-
ce, e le lettere non erano pronunciate e-
spressamente, nè con oppressione : accioc-
ché il parlare loro non fosse oscuro o brut-
to, parlavano senza contenzione, e la voce
non era languida, nè risonante.
II parlare di Lucio Crasso era più abbon-
dante T e non meno piacevole, ma non mi-
nore opinione fu de’ Catuli nel ben parlare.
Ma per motti e piacevolezze, Cesare, fratel-
lo del padre di Catulo, vinse ognuno; in mo-
do che in quello modo del dire nella corte,
esso vinceva le contenzioni e i sermoni de-
gli altri. In tutte queste cose si debbe pi-
gliare fatica, se noi cerchiamo quello che
si confaccia ne’ fatti.
Sia dunque questo sermone, nel quale mas-
simamente i Socratici eccellono, leggiero y
a non pertinace; e in lui sia piacevolezza :
e costui che l’usa, non scacci gli altri sermo-
ni, come se fosse venuto nella sua possessio-
ne; ma stimi, come nelle altre cose, così
nel sermone comune, non essere iniquo Io
scambiarsi. E prima vegga di che cose egli
parla: e .se parla di cose utili, aggiunga-
vi la severità; e se di dilettevoli, la piace-
volezza. E la prima cosa provvegga, che
il sermone non dimostri alcuno vizio esse-
re ne’ costumi : la qual cosa allora spezial-
mente suole addivenire, quando studiosa-
mente di coloro che non sono presenti, per
cagione di biasimargli, si dice o motteggian-
—
V
à
109
do, 0 dicendo con severità, e villania e
biasimo.
Ma i sermoni molte volte sono o de’ fatti
della repubblica, o de’ familiari, o degli
studi, e dottrina delle arti. Debbesi anco-
ra dare opera, che se ancora il parlare no-
stro si sarà partito da’ proposti ragionamen-
ti, e ito ad altre cose, esso debba ritorna-
re a quegli medesimi. E sieno qualunque
vuoi le cose : imperocché noi non ci dilet-
tiamo di cose medesime, nè similmente in
ogni tempo. Conviensi ancora conoscere in-
sino a quanto diletti il parlare nostro; e
come e’ vi fu ragione nel cominciare, così
sia nel finire misura.
Ma come in ogni vita rettamente si co-
manda, che noi fuggiamo le perturbazio-
ni, cioè i troppi moti delfanimo, non ub-
bidienti alla ragione; così di questi moti
debbe mancare il sermone, acciocché e’ non
vi sia o ira, o qualche cupidigia, o pigri-
zia, o dappocaggine, o non vi apparisca
qualche simil cosa. E spezialmente si con-
viene procurare eh’ ei paia, che noi e rive-
riamo e amiamo coloro, co’quali noi con-
feriamo il sermone.
aio
CAPO LIX.
i
Come e in che modo si debba svillaneggiare
gli amici .
Alcuna volta accaggiono i necessari svil-
laneggiamenti : ne’ quali forse si debbe usa-
re e maggiore contenzione di voce, e più
potente gravità di parole. Ma quello anco-
ra si debbe fare, eh' e’ non paia che noi
facciamo quelle cose adirati: ma come i me-
dici rade volte, e mal volentieri, vengono
allo incendere e al segare; così medesima-
mente noi verremo a tal modo di punizio-
ne: e non vi verremo, se non per neces-
tà, se alcuna altra medicina non si trova.
Ma nientedimeno l’ira stia da lungi; col-
la quale niente si può fare rettamente, e
niente con considerazione.
Ma da grande parte è lecito usare la pia
punizione, aggiuntovi nientedimeno la gra-
vità; acciocché e’ vi sia la verità, e la super-
ba villania sia scacciata. E quello medesi-
mo che ha lo svillaneggiamenlo di acerbità,
si debbe mostrare, quello essere stato preso
per cagione di colui che é svillaneggiato. Ma
,i*r
vera cosa è ancora in quelle contenzioni, le
quali noi abbiamo con coloro che ci sono
inimicissimi, benché da loro noi udiamo
cose non degne di noi, ritenere nientedi-
meno la gravità, e Tira da lungi rimuo-
vere. Imperocché quelle cose le quali sono
fatte con alcuna perturbazione di animo,
non possono essere fatte costantemente, e
non possono da coloro che vi sono pre-
senti essere lodate.
E ancora non ci dobbiamo commendare r
imperocché brutta cosa è predicare di sé
medesimo; e spezialmente quelle cose che
sono false; e con irrisione di coloro che
odono, lodare sé; come faceva il soldato
glorioso.
CAPO LX.
■ col
Di che qualità debba essere la casa
delfuomo onorato e principale.
E perchè noi seguitiamo tutte le cose
( ma per certo noi vogliamo ) si debbe an-
cora da noi dire, di che qualità ci piaccia
dover essere la casa di un uomo onorato e
principale; e di che fine essa debba esse-
in
re, o di che uso; al quale si conviene acco-
modare l’ordine dell’ edificare: e nientedi-
meno debbe aggiungere la diligenza della
dignità o della commodità. A Gneo Ottavio,
il quale fu primo consolo di quella fami-
gHa, fu in onore, come noi abbiamo inte-
so, che in quel luogo che si chiama pala-
gio, esso aveva edificato una egregia casa,
e piena di dignità : la quale quando era ve-
duta dal popolo, era stimata aiutare al si-
gnore suo (uomo venuto a Roma di nuovo)
all’addomandare il consolato. Questa mede-
sima, Scauro, figliuolo del detto Gneo Ot-
tavio, guastò e dettele l' accessione. Colui
adunque primo in casa sua arrecò il conso-
lato : costui figliuolo del sommo e famosis-
simo uomo, nella casa multiplicata arrecò
non solamente 1’ essere scacciato, ma anco-
ra la vergogna e il danno.
Imperocché la dignità si debbe adornare
colla casa, e non debb’ essere cerca tutta
dalla casa : e il signore non debb’ essere
onorato per la casa, ma la casa pel signore.
E come in tutte le altre cose si debbe ave-
re la ragione non solo di sé, ma ancora
degli altri; così nella casa del famoso uomo.
1 13
nella quale si debbe ricevere molti forestie-
ri, e grande moltitudine di uomini di qua-
lunque generazione, e’ conviensi procurare
eh’ e' vi sia larghezza. Altrimenti la casa
ampia spesse volte fa vergogna al signore,
se in quella è poca gente, e spezialmente
se quella pel passato fu abitata da un altro
signore. Imperocché ella è cosa odiosa, quan-
do da chi passa si dice: o casa antica, da
quanto diseguale signore se' signoreggiata !
la qual cosa in questi tempi di molti si po-
trebbe dire.
Debbesi guardare spezialmente, se tu edi-
fichi, che tu non ti facci innanzi fuori di
misura colla spesa e colla magnificenza: nel
quale modo molto male è ancora allo esem-
pio. Imperocché molti con grande studio,
spezialmente in questa parte, imitano i fatti
de’ principi. Come, chi ci è che abbia imi~
tato la virtù di Lucio Lucullo? Ma quanto
grande numero è di coloro,' i quali 1’ hanno
imitato nell’ edificare magnifiche ville ! Ma
ancora intorno a questo, per certo si do-
vrebbe osservare misura, e quella ridurre a
uno mezzo : il quale medesimo mezzo si do-
vrebbe trasferire a ogni uso, e governo
della vita. Ma assai sia avere dette queste
cose insino a qui.
CAPO MCI.
Che in ogni nostro atto dobbiamo
osservare tre cose.
Ma in ogni atto che noi pigliamo, tre
cose si conviene osservare : la prima, che
T appetito ubbidisca alla ragione : della
qual cosa nessun' altra è più accomodata al
mantenere gli uffici. Dipoi che si consideri,
di che grandezza sia quella cosa, che noi vo-
gliamo fare; acciocché non minore o mag-
giore cura e opera si pigli, che sia di biso-
gno. La terza cosa è, che noi ci guardiamo
secondo la misura; cioè che noi temperia-
mo con modo quelle cose, le quali s’appar-
tengono alla diguità, ed all’apparenza li-
berale. Ma ottima misura è mantenere quel-
lo che si confaccia, del quale poco innan-
zi noi dicemmo, e non andare più oltre.
Ma di queste tre cose, eccellentissimo è che
l’appetito ubbidisca alla ragione.
CAPO UH.
n5
Dell ordine delle cose, e dell opportunità
de' tempi.
Dopo le dette cose da noi, si dirà del»
r ordine delle cose, e dell’ opportunità de’
tempi. Ma in questa scienza si contiene quel*
la, che in greco si chiama eutaxia, cioè buon
ordine. E non è quella che noi interpre-
tiamo modestia, nella quale parola è il mo-
do; ma quella è eutaxia, nella quale s’in-
tende essere la conservazione dell’ordine.
Adunque, acciocché questa medesima noi,
chiamiamo modestia, così si diffinisce dagli
stoici, che la medesima è scienza dell’ al-
logare nel luogo loro quelle cose, le quali
si fanno o diconsi. E cosi pare, che una me-
desima forza sia dell’ ordine e dell’ alloga^
zione: imperocché l’ordine così diffinisco*
no, eh’ esso è la composizione delle cose
ne’ luoghi atti e commodi; e il luogo del-
l’ atto, dicono eh’ è opportunità di tempo.
Ma il tempo opportuno all' atto in greco
e detto eucheria, cioè opportunità di tempo;
* in latino occasione. Così si fa che questa
n6
modestia, la quale noi interpretiamo, come io
ho detto, sia scienza di opportunità di tem-
pi atti al fare. Ma questo può essere la me-
desima definizione della prudenza; della qua-
le nel principio noi dicemmo. Ma in questo
luogo noi cerchiamo della moderazione e tem-
peranza, e delle virtù simili di queste. A-
dunque quelle cose, che propriamente si ap-
partenevano alla prudenza, se ne disse nel
suo luogo : ma ora noi diremo quelle cose, le
quali proprie sono di queste virtù, delle quali
già molto ne abbiamo parlato: le quali s ap-
partengono alla vergogna, e all’approvazio-
ne di coloro, co’quali insieme noi viviamo.
Tale ordine adunque degli atti si debbe
pigliare, che come nel parlar costante, così
nella vita tutte le cose sieno tra loro atte
e convenienti. Imperocché ella è brutta co-
sa e molto viziosa, in un fatto severo in-
serirvi qualche sermone, degno di convito
delicato. Ma bene fece Pericle, quando
nella pretura per compagno avea Sofocle :
e conciosiacosa che costoro lussino in ragio-
namento del comune ufficio, e per accaso
passasse un bello fanciullo, e Sofocle di-
cesse : che bello fanciullo, o Pericle ! Pericle
”7
allora disse : al pretore, o Sofocle, e’ si
confà avere astenente non solo le mani, ma
ancora gli occhi. Ma questo medesimo So-
focle, se nel lodare coloro che giucavano di
persona, avesse detto tale cosa, ragionevol-
mente avrebbe mancato di riprensione. Tan-
ta è la forza del luogo e del tempo, che se
uno il quale abbia a dire la causa sua, per
la via e mentre eli’ e’ va, esso da sè si pruo-
va, o pensa qualche cosa attentamente, non
ha ripreso: ma se fa questo medesimo nel
convito, parrà inumano, e in ignoranza
brutta del tempo.
Ma quelle cose le quali molto si disco-
stano dall’umanità, come se uno cantasse
in mercato, o nella corte, o se alcuna al-
tra grande contrarietà fosse, facilmente si
conosce che non desiderano molto amino-
nizioni o precetti. Ma quegli che paiono
piccoli peccati, e facilmente non possono
essere intesi, da questi si debbe guardarsi
più diligentemente. Come ne’ suoni di cor-
de, o ne' zufoli, benché un poco si disco-
stino dal vero suono, nientedimeno da chi
intende tale errore suole essere conosciuto;
così ancora si debbe vivere, che nella vita
1 18
niente si discosti dalle cose convenienti : e
ancora molto più che in quegli strumenti,
quanto è maggiore e migliore la risonanza
degli alti nostri, che de' suoni.
Adunque come ne' suoni, gli orecchi co-
noscono ancora le minime cose, così ancora
noi, se noi vogliamo essere diligenti e forti,
e conoscitori de’ vizi, intenderemo spesso
grandi cose dalle piccole : e dallo sguardo
degli occhi, e dal raccorre o distendere le
sopracciglia, e dalla maninconìa, e dall'alle-
grezza, e dal riso, dal parlare, dall’innal-
zare o abbassare la voce, dallo stare cheto,
e da tutte le altre simili cose, facilmente
noi giudicheremo quale di queste cose sia
fatta attamente, e quale si discosti dall’ uf-
ficio e dalla natura. Nella quale ragione di
atti non è incomodo giudicare per gli altri,
di che qualità ciascuna di queste cose sia;
acciocché se alcuna cosa in coloro non si
confà, noi poi la schifiamo. Imperocché si
fa, non so in che modo, che più noi cono-
sciamo negli altri che in noi, se alcuna cosa
si pecca. E così, facilissimamente nell’im-
parare i discepoli sono corretti, quando i
maestri, per cagione di emendargli, imi-
tano i vizi loro.
CAPO LX11I.
”9
Che nelle cose dubbie dobbiamo
consigliarci co' dotti.
Non è cosa aliena, alle cose le quali nel
pigliare ci danno dubbio, aggiungervi uo-
mini dotti, e saputi perla pratica; e do-
mandare costoro quello, cbe di ciascuna ra-
gione d’ ufficio loro paia. Imperocché la
maggior parte degli uomini quasi suol es-
sere traportata, dov’ essa è meuata dalla
natura. Nelle quali cose si conviene vedere,
non solamente quello che ciascuno favelli,
ma ancora che parere ciascuno abbia, e
perché cagione ancora a ciascuno così gli
paia. 'Imperocché come i pittori, e gli scul-
tori, e di quinci ancora i poeti, ciascuno
vuole che 1’ opera sua sia considerata dal
volgo; acciocché se alcuna cosa fusse ripresa
da' più, quella sia corretta; e costoro da
sé e con gli altri cercano quello, che in
quella opera sia peccato; cosi pel consiglio
degli altri, molte cose saranno fatte e non
fatte da noi, e mutate, e ricorrette.
Ma di qnelle cose non si diri alcuno pre-
C *•.
&
'*>
4
120
cetto, le quali si fanno secondo il costume e
secondo gl'istituti civili: imperocché di quel-
le cose già ne sono stati dati i precetti. £
non si conviene che alcuno sia menato da
questo errore, che se Socrate o Aristippo
abbino fatto alcuna cosa contra il costume
o usanza civile, o abbiano parlato, esso
pensi a lui essere lecito fare quello medesi-
mo. Coloro pe’ grandi e divini loro beni,
conseguitavano questa licenza. Ma la ra-
gione de’ cinici tutta si debbe levare via :
imperocché essa è inimica della vergogna,
senza la quale niente può essere retto, e
niente onesto.
CAPO LXIV.
Che noi dobbiamo osservare la compagnia
di tutti gli uomini.
Ma coloro, de'quali la vita è conosciuta
nelle cose oneste e grandi, essenti in buo-
no parere della repubblica, e bene meri-
tati o meritanti, e ricevuti qualche onore
o signoria, noi dobbiamo osservare ed ama-
re con riverenza. Dobbiamo ancora attri-
1 3 I
buire molto alla vecchiaia, e cedere a colo-
ro, che avranno magistrato; e fare diffe-
renza tra’l cittadino e il forestiere : e nel
forestiere considereremo, se quivi egli è ve-
nuto o pubblico o privato. E in somma
( acciocché particolarmente io non dica di
ciascuna cosa) noi dobbiamo amara, difen-
dere, e conservare la comune compagnia,
e le ragunate degli uomini di ogni ragione.
CAPO LXV.
Quali arti e quali guadagni sieno onesti.
Già degli artelìcii e de’ guadagni’, così
quasi noi abbiamo inteso quali sieno da es-
sere tenuti liberali, e quali brunii Prima-
mente sono con vituperio riprovati que’
guadagni, i quali incorrono negli odii de-
gli uomini; come quelli degli usurai, e de*
portitori. Ma illiberali e brutti sono i gua-
dagni, di tulli i mercenari, de' quali sono
comperate le opere, e non le arti : impe-
rocché in coloro il premio è un mercalare
la servitù. Brutti guadagni ancora si deb-
bono stimare quelli di coloro, i quali dai
1 22
mercatanti mercatano quella cosa, la quale
immantinente rivendono : imperocché nien-
te fanno prò, se non è che essi mentiscono;
e nessuna è più brutta cosa che 1’ essere
bugiardo. Gli artefici tutti si rivoltano in
brutta arte: imperocché la bottega niente
può avere degno di uomo dabbene. E quel-
le arti ancora non saranno approvate, le
quali sono ministre della voluttà; come so-
no pesciaiuoli, beccai, cuochi, facitori di
torte e camangiari, pescatori, come disse
Terenzio. E a questi aggiungi, se ti piace,
gli unguentai, i ballatoci, e tutto il giuoco
di dadi e tavole.
Ma quelle arti nelle quali è maggiore
prudenza, o cercasi non mezzana utilità,
com’è la medicina, 1’ architettura, la dot-
trina delle cose oneste, son oneste a colo-
ro, all’ ordine de’ quali esse sono conve-
nienti. La mcrcatanzia, se ella é piccola, è
da essere stimata brutta; ma se ella é gran-
de e copiosa, e da molti luoghi arrecante
molte cose, e a molti dividentele senza bu-
gia, non è da essere vituperata. E se essa,
saziata del guadagno, o vero più tosto con-
tenta, come spesso dal mare in porto, così
ia3
del porto sì traporterà a’campi, e alle pos-
sessioni; pare che ragionevolmente debba
essere lodata.
CAPO XXVI.
Che l' agricoltura in tutte le arti operative
è la più laudabile.
Imperocché di tutte le cose, per le quali
si guadagna alcuna cosa, nessuna è miglio-
re che T agricoltura, e nessuna più abbon-
dante, o più dolce, o più degna dell'uomo
libero. Della quale assai molte cose ne di-
cemmo in Catone maggiore : pigliane quel-
le cose ora, le quali s'appartengono a que-
sto luogo.
CAPO XXVII.
Della comparazione degli onesti.
Ma come gli uffici sieno menati da quel-
le parti, le quali sono della onestà, assai
mi pare che si sia sposto. Ma di quelle me-
desime cose che sono oneste, può spesse
ja4
volte accadere contenzione, e comparazio-
ne di due onesti, quale sia più onesto. 11
quale luogo fu tralasciato da Panezio. Im-
perocché, avvegnadiochè 1’ onestà proceda
da quattro parti; delle quali P una sia del-
la cognizione, l’altra della compagnia, la
terza della magnanimità, e la quarta della
moderazione *, necessario è che nello eleg-
gere l’ ufficio, noi spesso facciamo compa-
razione di queste cose tra loro.
Piaceci adunque, che quegli uffici sieno
più atti alla natura i quali vengono dalla
compagnia, che quegli che procedono dal-
la cognizione. E questo può essere confer-
mo con questo argomento: imperocché se
■a un savio addiverrà tale vita, eli’ esso sia
ricco, soprahbondandogli tutte le abbon-
danze di tutte le cose; benché costui con
sommo ozio seco consideri e contempli tut-
te le cose, le quali sieno degne di consi-
derazione; nientedimeno se appresso a lui
sarà tanta solitudine, ch’esso non possa ve-
dere l’uomo, uscirebbe di questa vita. E
principale di tutta la virtù è essa sapienza,
la quale i Greci chiamano sofìa. E la pru-
denza é quella, la quale in greco è della
l a5
Jronesis : ma noi intendiamo altra virtù es-
sere questa, la quale è scienza deli’ addo-
mandare e del fuggire le cose. Ma quella
sapienza la quale io chiamai principale, è
scienza di cose divine ed umane; nella
quale si contiene la comunione e le com-
pagnia tra loro e degli uomini e degli dei.
E se questa è grandissima, come per certo
essa è, di necessità è che quello ufficio sia
grandissimo, il quale viene da compagnia
e comunione. Imperocché e’ si conviene che
la cognizione e la contemplazione della na-
tura, sia manca e quasi non finita, se e'
non seguita alcuno atto delle cose.
Ma quell’ atto massimamente è conosciu-
to, nel difendere i commodi degli uomini..
Adunque s’ appartiene alla compagnia della
generazione umana. Adunque questa com-
pagnia e comunione, è da essere prepo-
sta a quella cognizione. E questo ciascuno
ottimo, per opera lo dimostra e giudica.;
Imperocché chi è tanto cupido in ragguar-
dare e conoscere la natura delle cose, che
se a lui trattante e contemplante le cose
degnissime di considerazione, gli sia offer-
to il pericolo e 1’ avversità della patria,
ia6
alla quale si possa sovvenire e aiutare, es-
so non getti via e lasci tutte quelle cose,
ancora se esso stimasse potere annoverare le
stelle, e misurare la grandezza del mondo?
£ questo medesimo farà, in un fatto o pe-
ricolo del padre, o dell'amico. Per le qua-
li cose s'intende, che agli studi e uffici della
scienza, sono da essere preposti gli uffici
della giustizia; i quali s’appartengono alla
utilità degli uomini : della quale niente
debbe all’ uomo essere più caro.
E coloro, de’ quali gli studi e tutta la
vita si rivolta nella cognizione delle cose,
non si sono partiti dall’ accrescere l’ utilità
e i commodi degli uomini. Imperocché essi
hanno ammaestrato molti, per la qual cosa
essi fussino migliori cittadini, e più utili
a’ fatti loro, e della repubblica. Come Li-
sia discepolo di Pitagora ammaestrò Epa-
minonda : e Platone, Dione da Siracusa;
e così molli molti altri. E noi medesimi,
se alcuna utilità abbiamo arrecato alla re-
pubblica nostra, a quella venimmo ammae-
strati e adornati da’ dottori, e dalla dot-
trina.
E non solamente costoro, mentre che so-
i2 7
no vivi e presenti ammaestrano, e insegna*
no agli studiosi dello imparare; ma questo
medesimo essi fanno ancora dopo la morte,
co' libri eh' essi hanno lasciati. Imperocché
da costoro non è stato lasciato luogo alcu-
no addietro, il quale si appartenesse alle
leggi > 0 a ’ costumi, o alla disciplina della
repubblica: in modo che e' pare, che co-
storo abbiano conferito ogni lor ozio alle
faccende nostre. Così coloro dati agli stu*
di della dottrina e alla sapienza, spezia-
lissimamente conferiscono la loro pruden-
za e intelligenza, all’utilità degli uomini.
E per questa cagione ancora è meglio par-
lare copiosamente, purché si faccia con pru-
denza, che considerare acutissimamente sen-
za eloquenza. Imperocché la considerazio-
ne si rinvolta in sé medesima; ma Telo*
quenza abbraccia coloro, co’quali noi siamo
congiunti in compagnia.
E come gli sciami delle pecchie, non sì
ragunano per cagione di fare i fiedoni; ma,
conciosiacosa che da natura sieno congrega-
bili, fanno quelli; così gli uomini, e mol-
to più, per natura congregati, aggiungo-
no la sollecitudine del fare e del conside-
128
rare. Adunque se quella virtù la quale e’ pel
difendere degli uomini, cioè per la com-
pagnia dell’umana generazione, non piglia
la cognizione delle cose; quella cognizio-
ne parrà digiuna, e che sola si svaghi.
Ancora la grandezza dell'animo, rimota la
compagnia e la congiunzione umana, è una
fierezza è disumanità. E così si fa che la
compagnia e comunione degli uomini, vin-
ca lo studio della cognizione.
E non è vero quello che da alcuni si di-
ce, che per le necessità della vita, per-
chè noi non potessimo senza gli altri fare
e conseguitare quelle cose, le quali lana-
tura desiderasse, per questo questa com-
pagnia e congiunzione sia tra gli uomini :
e che se tutte le cose, le quali s’apparten-
gono al vivere e governo nostro, a noi fos-
sino amministrate, com’ essi dicono, qua-
si da una vergola divina 5 allora ciascuno
d’ottimo ingegno, lasciale tutte le faccen-
de, darebbe sé tutto alla cognizione e alla
scienza. Non è così : imperocché quello ta-
le fuggirebbe la solitudine, e cercherebbe
il compagno dello studio suo, e vorrebbe
ora insegnare, ora imparare, alcuna volta
129
(lire. Adunque ogni ufficio che s'appartiene
al difendere la congiunzione e compagnia u-
mana, debb' essere preposto a quello uffi-
cio, il quale si contiene nella scienza e co-
gnizione.
Quello ancora forse si dovrebbe sapere,
se questa congiunzione, la quale è massima-
mente atta alla natura, sia da essere sempre
ancora preposta alla moderazione e alla mo-
destia. A noi non piace. Imperocché e’ sono .
alcune cose, parte sì brutte, e parte sì
scellerate, che quelle il savio non dovrà
fate, per cagione ancora del conservare la
patria. Quelle cose, le quali sono molte,
Posidonio le raglino. Ma alcune di queste '
sono sì brutte e sì scellerate, che al dirle
ancora paiono brutte. Adunque queste tali
cose non piglierà il savio per ragione della
repubblica 5 nè la repubblica vorrà che per
sè esse sieno prese. Ma il fatto è più com-
niodo che questo, che da noi si ragiona :
imperocché e’ non può accadere tempo, che
alla repubblica s’appartenga, che il savio
faccia alcuna di tali cose.
Per la qual cosa questo sia in effetto nel-
lo eleggere gli uffici, che questa ragione
ìào
di uffici eccella, la quale è contenuta nella
compagnia umana. Imperocché, che l'alto
considerato segua la cognizione e la prudeu-
za, così si fa che il fare consideratamente
di più pregio sia, che il considerare con
prudenza. E queste cose basti avere dette
insino a qui. Imperocché egli è stato ma-
nifestato il luogo, eh' ei non è difficile, nei
cercare l'ufficio, vedere quale ufficio sia da
essere preposto all'altro. Ma in essa comu-
nione sono i gradi degli uffici, pe’ quali si
può intendere quale avanzi l’altro : che i
primi uffici sono tenuti agl’ iddìi immortali,
i secondi alla patria, i terzi a’ padri e alle
madri, e dipoi per ordine a tutti gli al-
tri. Per le quali cose brevemente disputa-
te, può essere inteso, che gli uomini non
solamente sogliono dubitare, se la cosa è
onesta o brutta; ma ancora, preposte due
cose oneste, quale sia più onesta. Questo
luogo, come di sopra è detto, fu lasciato
da Panezio. Ma oggimai andiamo alle cose
che restano.
Fine del Primo Libro degli Uffici di M. T.
Cicerone a Marco figliuolo.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||185|}}</noinclude><section begin="(92)" />{{Pt|pa|Foppa}}, addietro nominato: di cui basta vedere ciò che ne ha scritto il ch. Ab. Lanzi (''Ist. Pitt. Ital. T.II. P. I. p. 393.''), per conoscere ch’egli almeno sino dall’anno 1455. comincia a conoscersi pittore di molto studio, e si mantiene con grande riputazione in più altre opere posteriori. Il Lomazzo nell’Indice degli artisti lo fa Milanese, opponendosi al {{AutoreCitato|Carlo Ridolfi|Ridolfi}} e ad {{AutoreCitato|Ottavio Rossi|Ottavio Rossi}}, e lo fa scrittore di un’opera di prospettiva sì in quel luogo, come a carte 264; ma nell’Indice stesso egli poi mette un altro Vincenzio Bresciano, che non si saprebbe trovare.<section end="(92)" />
<section begin="(93)" />(93) È nuovo il nome di questo artefice Bergamasco, nè il possessore della pittura Leonino Brembato a me noto riesce da altro monumento; quando l’anonimo abbia indicata persona allora vivente, e non la casa già da uno di tal nome abitata. In questo secondo caso sarebbe facile a riconoscervi quel Leonino Brembato, che per umane lettere fioriva prima ancora della metà del secolo quindicesimo; trovandosi aver egli fatta un’Orazione congratulatoria a nome della patria nell’assunzione di Pasquale Malipiero al Dogado di Venezia seguita l’anno 1457; la quale io vidi anche in un codice della Libreria Capitolare di Padova. Varie notizie intorno a questo letterato ha raccolte il P. {{AutoreCitato|Barnaba Vaerini|Vaerini}} nella {{TestoAssente|Gli scrittori di Bergamo|Biblioteca degli Scrittori Bergamaschi}} (''T. I. p. 263.''); alle quali può aggiungersi che altra sua Orazione detta similmente in congratulazione per la patria al Doge Cristoforo Moro, assunto nell’anno 1462., sta in un mio elegante codice a penna, il quale contiene Orazioni d’ambasciatori di città suddite alla Repubblica, e di altri ancora, e Lettere di Re, Prencipi, Repubbliche, Cardinali, e personaggi ragguardevoli al Doge medesimo; raccolta allora<section end="(93)" /><noinclude>
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Pagina:Michiel - Notizia d'opere di disegno, 1800.djvu/203
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="3" user="Naamar" />{{RigaIntestazione||176|}}</noinclude><section begin="(82)" />''in Pavia Hieron. Bartoli, 1570. fol. verso 7. & fol. recto 8''. (''Prospectus d’un Ouvrage sur les Miniatures des Mss. proposé par souscription par M. l’Abbé Rive. Paris, 1782. 12. p. 45.''). Ma egli non può aver letto presso il Breventano cosa alcuna che faccia in contrario, non avendo questo autore nel citato luogo scritto più del passo seguente, il quale volentieri qui apporto ancora perchè dà una qualche idea della Libreria Pavese: ''Nel mezzo dell’altro torrione del castello, il quale nello entrare resta a man sinistra, è una camera, la quale di quadrata forma capisce la grandezza di esso torrione, ed ha le finestre, come fin ora si veggono, imbiancate di fuori; nella quale era una copiosa Libraria e delle più belle che a que’ tempi si potessero vedere in Italia, i cui libri erano tutti di carta pecorina scritti a mano con bellissimi caratteri e miniati, i quali trattavano di tutte le facoltà letterali sì di Leggi, come di Teologia, Filosofia, Astrologia, Medicina, Musica, Geometria, Rettorica, Istorie, e d’altre scienze, ed erano di numero novecento e cinquanta ed uno volume; come è notato in un Repertorio scritto in carta pecora, il quale è appresso di me: e detti libri erano coperti chi di veluto, chi di damasco o raso, e chi di broccato d’oro o d’ariento, con le lor chiavette e catenelle d’ariento; con le quali stavano fermati alli panchi, i quali erano posti con quell’ordine e modo con che sono quelli delle Scuole pubbliche, ma però fatti più belli, come richiedeva il luogo e il grado di chi gli aveva fatti fare''. Nulla qui mostra che dal Breventano si scriva come se a tempo suo la Libreria fosse ancora fornita de’ libri, o ch’egli veduti e maneggiati gli avesse; anzi appoggia egli il dire suo ad un Indice che ne aveva, senza dire nè quando, nè come la Libreria stata fosse spogliata. Ma<section end="(82)" /><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" /></noinclude>{{blocco centrato|larghezza=29em|style=border:1px solid black;padding:2em;|
{{ct|f=200%|''OPERE DI A. PANZINI''}}
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{{Vi|larghezzap=60|titolo=''Piccole storie del mondo grande''|pagina=''L. 4.—'' }}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Fragir" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|23|riga=si}}</noinclude>sfoggio, della pompa, che la povera mamma, figlia d’un avvocato con pochi mezzi, gli aveva parecchie volte rimproverato; lei, che amava la vita semplice, intima; che riponeva ogni felicità nell’affetto, nella famiglia.
Oh come Lucia la ricordava la sua povera mamma, che le era morta quando ella non era ancora entrata ne’ dieci anni!... Una signora piuttosto piccola, bruna, dal soave sorriso; Adele, diceva di lei che era una santa; e Bortolo il vecchio servitore, che l’aveva vista nascere e l’aveva seguita sposa nella nuova casa, non ne poteva parlare senza che le lagrime gli inumidissero gli occhi.
La sua povera mamma era contraria a l’idea di quel villino civettuolo e costoso; ella abborriva da tutto ciò che potesse attirare l’attenzione; era una aristocratica del sentimento.
E in quel villino ove era venuta a malincuore, era poi morta dopo soli due anni, povera cara!.. E ora giaceva seppellita nel cimitero del villaggio ove era nata e cresciuta, lungo la spiaggia Ligure. Era morta in piena coscienza di sè, rassegnata, tranquilla, dopo che Lena, la figliuola d’una sua amica d’infanzia, era accorsa al suo appello promettendole che avrebbe fatto da madre a la sua piccola Lucia.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Fragir" />{{RigaIntestazione|24|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Ah Lena!... hai mancato a la tua promessa, per orgoglio! — mormorò a l’aria fosca della sera la fanciulla, che dopo la partenza del padre, si era fermata in giardino, ritta contro il muriciuolo, le dita intrecciate nell’inferriata del cancello, lo sguardo vagante.
Poteva star lì finchè voleva. La zia, dopo pranzo, appisolava per un’ora e più; e non c’era sugo stare a vederla ciondolare il capo e lasciarlo piombare su ’l petto con un russare faticoso di persona ben rimpinza di cibi succolenti. No; non c’era sugo.
Era meglio star lì a respirare una boccata d’aria, a veder passare ogni tanto qualche persona, a conversare con Wise.
«Non è vero Wise? che è meglio star qui con te, che mi capisci e mi vuoi bene?... Buon Wise!...
Bravo Wise!
«Bub! bub!
Il cane rispondeva abbaiando, scodinzolando, lambendo la mano della padroncina, dell’amica. Le si strofinava intorno quasi a farle intendere che le voleva bene davvero; oh quanto!
«Wise! buon Wise!... tu mi vuoi bene, lo so! e te ne voglio anch’io, sai, molto!... È così<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Fragir" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|25|riga=si}}</noinclude>difficile essere voluti bene davvero!... così difficile!... così difficile!
«Bub! bub!
L’abbaiare finiva in un guaito, quasi in un gemito. Si sarebbe detto che la bestia fedele e intelligente leggesse nel cuore della fanciulla.
L’aria si andava raffittendo. I fiori della robinia mandavano effluvi dolcissimi; si sentiva, a distanza, il brusio della città; ogni tanto il tram elettrico, correndo veloce su le rotaie, passava rapido dinanzi a la cancellata del giardino.
Lucia s’era messa a sedere su lo sporto del muricciuolo e pensava a testa china. Che cosa importava a lei d’essere ricca, figlia unica, quasi un’ereditiera?.. Suo padre le era tolto, dagli affari lungo la giornata, la sera, dagli svaghi; in casa non ci aveva che la zia, una buona donna irta di pregiudizi, che non destava in lei nè poteva sentire nessuna simpatia per lei. Lena l’aveva lasciata. Chi le voleva bene davvero, erano, Bortolo, Adele e Wise. Del resto nessuno le era affezionato.
Ella non credeva per certo alle dichiarazioni dei vagheggini!... Era troppo ricca per lasciarsi<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Fragir" />{{RigaIntestazione|26|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>andare a prestar fede a dei giovinotti che le volevano far intendere di amarla, lei, proprio, lei!
«Wise! povero Wise! — esclamò, in uno slancio di riconoscenza per la buona bestia che l’amava per sè stessa.
Ma Wise rispose, dal lato opposto del giardino, con un guaito, senza accorrere.
Lucia, insospettita, aguzzò gli occhi, si alzò e vide, fermo davanti al cane, al di là del cancello, l’alta figura dell’ingegnere Del Pozzo.
«Wise! — chiamò ancora la fanciulla.
L’ingegnere si mosse; una voce suonò nell’aria sommessamente:
«Buona sera, signorina!
«Buona sera! — rispose Lucia, quasi suo malgrado. E stette in ascolto finchè i passi dell’ingegnere si perdettero in distanza, dalla parte della fabbrica.
«Come mai il signor Conte Anton Mario Del Pozzo passeggia a quest’ora da queste parti e perchè è andato verso la fabbrica, che deve essere chiusa?
Entrò nel salotto, che la zia, finito di appisolare, già conversava con le sorelle Zolli, venute da un poco.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Fragir" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|27|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Salutò; passò subito nel salottino attiguo, si mise al piano sfogliando un album di musica classica.
Suonava sotto voce, interpretando la musica secondo la disposizione d’animo del momento, cercando e trovando una muta simpatia fra sè stessa e il suono.
Finì per dare un’espressione melanconica, a un pensiero brioso; e l’originalità della cosa, le diede impressioni strane; come d’un fiore divelto prima della fioritura; come d’un insetto alato morente nell’acqua in piena gioia di sole; come di gorgheggio d’uccello violentemente troncato da sparo crudele.
«Lucia!.. ci appresti il thè? — chiese la zia ad un tratto.
Lucia lasciò il piano, chiuse l’album, ritornò in salotto.
Apprestò il thè al piccolo tavolo; offerse chicche, biscotti, liquori, crema, vini; recò le tazze fumanti e profumate alle tre signore; stette a vederle sorbire la delicata bevanda, gustare le leccornie; e invidiò loro il volgare piacere.
«Poter godere delle piccole, sciocche cose! —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione|28|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>andava pensando — piacersi delle ghiottonerie! occuparsi e divertirsi di insulsaggini!... Beato chi è fatto così, e non si affanna a correr dietro a un ideale, che fugge e fugge lusingando e attraendo con una fiamma bugiarda; fuoco fatuo.
A un punto entrò Bortolo con il viso smorto. Pregava la signorina che gli desse qualche cosa di spiritoso per un povero fanciullo operaio che s’era fatto male a la fabbrica quel giorno stesso e che, dopo la medicazione del chirurgo, peggiorava a vista.
«Papà sapeva? — chiese con ansia Lucia togliendo dall’armadio una bottiglia di cognac e consegnandola a Bortolo, che accennò di sì con il capo.
«E anche tu, zia? — chiese la fanciulla.
Dio buono!... Certo che la zia sapeva. Ma non c’era ragione di affannarsi a quel modo; disgrazie ne capitano ogni giorno; e, si sa... a chi la tocca la tocca!
La zia parlava non smettendo di mangiare e offrendo chicche alle amiche, che si rimpinzavano.
Come si poteva ingollar leccornie a quel modo, quando lì, a pochi passi di distanza, un pove-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|29|riga=si}}</noinclude>rino, lavorando nella fabbrica che dava la ricchezza a la casa, soffriva forse acerbamente, forse anche lottava con la morte?
Come mai aveva potuto, il suo papà, che sapeva che per certo aveva veduto, fare come di solito la sua elegante toeletta, scherzare con lei, uscire per lo svago d’ogni sera, forse dimenticare il triste caso in un salotto allegro o fra amici gaudenti?
Un’ambascia, fatta di pietà per il poverino malato e di disgusto per l’indifferenza del padre, della zia, e di quelle insipide zitellone, gonfiò il cuore della povera fanciulla.
«Vado con Bortolo — finì per dire — voglio vedere anch’io!
E si incamminò, non badando alle rimostranze della zia, che trovava eccessivo quello zelo caritatevole, che temeva un’emozione troppo violenta per la nipote, in quell’ora di dopo pranzo; che si doleva di non poterla accompagnare, perchè troppo sensibile, incapace di sostenere la vista d’un sofferente.
«Bene, bene! fece Lucia — non darti pensiero per me; vado con Bortolo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|30|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
E uscì così com’era; a capo scoperto. Per andare a la fabbrica non c’era che da attraversare il giardino, che dava, in un cortiletto di comunicazione interna fra la casa e l’ufficina.
«S’è fatto male assai? — chiese, camminando frettolosa, al servitore.
«Assai! — rispose questi. — È difficile che se la cavi!... povero fanciullo!
Al buon uomo, tremava il pianto in gola, parlando.
Il malato giaceva in una camera presso la portineria, nel letto sempre pronto ad accogliere chi si fosse fatto male, che non era cosa straordinaria, o chi fosse assalito da improvvisa sofferenza.
Giaceva supino sui guanciali candidi, la testa bruna abbandonata, gli occhi semichiusi, il respiro affannoso; su la rimboccatura, le povere mani nere di polvere di carbone, stavano inerti. Insieme con il respiro ansimante, dal petto del poverino usciva un lamento continuo che straziava.
La fiammella del gaz abbassata, spandeva una luce smorta, rischiarando l’agonizzante con riflessi foschi, strani, paurosi.
Bortolo porse la bottiglia a un vecchio signore<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|29|riga=si}}</noinclude>ritto a fianco del letto. Un altro signore si staccò dal fondo della camera e porse a questi un cucchiaio. Bisognava sollevare un poco il capo al poverino per fargli inghiottire qualche sorso.
Lucia si fece innanzi, tutta pallida ma senza tremiti, passò un braccio sotto al guanciale e lo alzò delicatamente; il povero fanciullo gemette più forte. Il cognac fu inghiottito a fatica. Lucia riabbassò il guanciale, su cui il malato girò lentamente il capo posandolo su una guancia; cessò il gemito, parve assopito. Parve morto a la fanciulla, che si rizzò presa da subito, invincibile sgomento e levò lo sguardo spaurito in cerca di conforto. Si incontrò in due occhi chiari, che la fissavano con intensità melanconica.
«Morto?... — chiesero le labbra della fanciulla, senza mettere suono.
No; gli occhi chiari risposero negativamente. Ma in quel no erano il dolore, quasi il rammarico. Così fosse!... dicevano quegli occhi. La morte sola può togliere il disgraziato a lo spasimo.
Un fremito corse nei sangue di Lucia. Si inginocchiò di fianco al letto, chinò le labbra su la manica nera del morente. Quale tenerezza di pianto,<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|31|riga=si}}</noinclude>ritto a fianco del letto. Un altro signore si staccò dal fondo della camera e porse a questi un cucchiaio. Bisognava sollevare un poco il capo al poverino per fargli inghiottire qualche sorso.
Lucia si fece innanzi, tutta pallida ma senza tremiti, passò un braccio sotto al guanciale e lo alzò delicatamente; il povero fanciullo gemette più forte. Il cognac fu inghiottito a fatica. Lucia riabbassò il guanciale, su cui il malato girò lentamente il capo posandolo su una guancia; cessò il gemito, parve assopito. Parve morto a la fanciulla, che si rizzò presa da subito, invincibile sgomento e levò lo sguardo spaurito in cerca di conforto. Si incontrò in due occhi chiari, che la fissavano con intensità melanconica.
«Morto?... — chiesero le labbra della fanciulla, senza mettere suono.
No; gli occhi chiari risposero negativamente. Ma in quel no erano il dolore, quasi il rammarico. Così fosse!... dicevano quegli occhi. La morte sola può togliere il disgraziato a lo spasimo.
Un fremito corse nei sangue di Lucia. Si inginocchiò di fianco al letto, chinò le labbra su la manica nera del morente. Quale tenerezza di pianto,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|32|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>quale religioso rispetto le inspirava, quella disgraziata vittima del lavoro!... Perchè succedono quei casi dolorosi?... Perchè non si era ancora trovata la maniera di farli evitare, di impedirli?... Perchè Iddio permetteva che accadessero?...
Il sentimento di superba investigazione fu tosto soffocato nella preghiera.
«Signore!... fate che cessi di soffrire! — sospirò in un singhiozzo represso.
«Signore! chiamatelo in Paradiso con voi!
Levò il capo, colpita da un improvviso lamento, lungo, spasmodico; scattò ritta.
Il malato in un supremo sforzo, si era tirato su a sedere su ’l letto, e guardava nel vuoto con gli occhi sbarrati, vitrei. Aperse le braccia come se le stendesse a qualcuno e mormorò il nome di Teresa. Poi si lasciò andare su ’l guanciale, supino, la bocca aperta, inanimato.
Lucia si sentì vacillare; le girava la testa; nel cervello sentiva un ronzio doloroso; non scerneva più le persone; più non si raccapezzava.
Qualcuno le offerse il braccio, la strascinò via, le fece sorseggiare del cognac.
Sentì salire un groppo a la gola e scoppiò in pianto.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione|32|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>quale religioso rispetto le inspirava, quella disgraziata vittima del lavoro!... Perchè succedono quei casi dolorosi?... Perchè non si era ancora trovata la maniera di farli evitare, di impedirli?... Perchè Iddio permetteva che accadessero?...
Il sentimento di superba investigazione fu tosto soffocato nella preghiera.
«Signore!... fate che cessi di soffrire! — sospirò in un singhiozzo represso.
«Signore! chiamatelo in Paradiso con voi!
Levò il capo, colpita da un improvviso lamento, lungo, spasmodico; scattò ritta.
Il malato in un supremo sforzo, si era tirato su a sedere su ’l letto, e guardava nel vuoto con gli occhi sbarrati, vitrei. Aperse le braccia come se le stendesse a qualcuno e mormorò il nome di Teresa. Poi si lasciò andare su ’l guanciale, supino, la bocca aperta, inanimato.
Lucia si sentì vacillare; le girava la testa; nel cervello sentiva un ronzio doloroso; non scerneva più le persone; più non si raccapezzava.
Qualcuno le offerse il braccio, la strascinò via, le fece sorseggiare del cognac.
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|33|riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Coraggio! — le sussurrò presso una voce commossa e carezzevole. — Iddio ha voluto così; non si può andar contro a’ suoi voleri!
Chi le parlava?... chi era con lei e la guidava a casa attraversando il cortile?
Levò gli occhi su ’l volto pallido del suo compagno; l’ingegnere Del Pozzo.
Ah! egli non l’aveva lasciato il povero fanciullo che s’era fatto male a la fabbrica!... Non era fuggito dal povero moribondo!... Non era andato a distrarsi dopo la giornata di lavoro!... Non aveva avuto riguardi per la propria sensibilità!...
Avevano attraversato il cortile; erano entrati in giardino. Ai piedi della scalea, che dava su la porta d’entrata del villino, Lucia si arrestò; porse tutte due le mani a l’ingegnere e gli disse in un soffio: «Grazie!»
«Coraggio! — le ripetè lui, stringendole le mani.
Che espressione soave, che espressione pietosa avevano in quel momento, quegli occhi chiari!.. Oh sì sì!.. essi dovevano possedere un fascino; ma era un fascino buono, che comanda carità, che chiede il bene!
«Grazie! — tornò a dirgli Lucia mentre egli<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|33|riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Coraggio! — le sussurrò presso una voce commossa e carezzevole. — Iddio ha voluto così; non si può andar contro a’ suoi voleri!
Chi le parlava?... chi era con lei e la guidava a casa attraversando il cortile?
Levò gli occhi su ’l volto pallido del suo compagno; l’ingegnere Del Pozzo.
Ah! egli non l’aveva lasciato il povero fanciullo che s’era fatto male a la fabbrica!... Non era fuggito dal povero moribondo!... Non era andato a distrarsi dopo la giornata di lavoro!... Non aveva avuto riguardi per la propria sensibilità!...
Avevano attraversato il cortile; erano entrati in giardino. Ai piedi della scalea, che dava su la porta d’entrata del villino, Lucia si arrestò; porse tutte due le mani a l’ingegnere e gli disse in un soffio: «Grazie!»
«Coraggio! — le ripetè lui, stringendole le mani.
Che espressione soave, che espressione pietosa avevano in quel momento, quegli occhi chiari!.. Oh sì sì!.. essi dovevano possedere un fascino; ma era un fascino buono, che comanda carità, che chiede il bene!
«Grazie! — tornò a dirgli Lucia mentre egli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|34|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>ritoccava il cappello in segno di saluto. E soggiunse: «Si informi della famiglia di quel poverino, e, me ne sappia dire qualche cosa!..
A sommo della scala si rivolse: «Torna là? — chiese subitamente.
«Sì! — rispose l’ingegnere avviandosi.
In salotto, la zia e le sorelle Zolli giuocavano a scopa.
«E così? — chiesero in coro senza smettere il giuoco.
«È morto! — rispose cupamente Lucia.
«Ha finito di penare! — disse la zia buttando una carta.
«È al riparo dai pericoli! — fece la signora Aurora.
«Dio lo accolga! — esclamò la signora Rosetta.
«Scopa!
Zia Marta, con moto rapido, raccolse le carte vincitrici con un sorriso di soddisfazione e segnò il punto.
«Io vado a letto! — disse Lucia uscendo — Felice notte!
«Felice notte! — risposero tutte tre insieme le giuocatrici!
«Scopa!<noinclude><references/></noinclude>
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A sommo della scala si rivolse: «Torna là? — chiese subitamente.
«Sì! — rispose l’ingegnere avviandosi.
In salotto, la zia e le sorelle Zolli giuocavano a scopa.
«E così? — chiesero in coro senza smettere il giuoco.
«È morto! — rispose cupamente Lucia.
«Ha finito di penare! — disse la zia buttando una carta.
«È al riparo dai pericoli! — fece la signora Aurora.
«Dio lo accolga! — esclamò la signora Rosetta.
«Scopa!
Zia Marta, con moto rapido, raccolse le carte vincitrici con un sorriso di soddisfazione e segnò il punto.
«Io vado a letto! — disse Lucia uscendo — Felice notte!
«Felice notte! — risposero tutte tre insieme le giuocatrici!
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|35|riga=si}}</noinclude><nowiki />
La signora Marta era fortunata quella sera.
Lucia l’udì annunciare ancora due volte la vincita, mentre ella saliva lo scalone per ritirarsi in camera con le sue emozioni, i suoi sentimenti.
{{Asterismo}}
Alcuni giorni dopo quella triste sera, il babbo tornando a casa per la colazione, consegnò a Lucia una lettera non suggellata.
«È dell’ingegnere del Pozzo — disse, — pregò me che te la consegnassi.
Un’ondata calda corse a la fronte della fanciulla. Prese la lettera, l’aperse, lesse ad alta vece:
::«''Gentile Signorina'',
«Il povero fanciullo ch’Ella ha veduto morire, non aveva altri al mondo che una sorella, la quale gli faceva da madre. Essa ha vent’anni ed abita in un abbaino su ’l Corso di Porta Nuova N.... Lavora da sarta.
::«Con rispetto, Le porgo i miei doveri.
{{A destra|«{{Sc|Anton Mario del Pozzo}}.»}}<noinclude><references/></noinclude>
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La signora Marta era fortunata quella sera.
Lucia l’udì annunciare ancora due volte la vincita, mentre ella saliva lo scalone per ritirarsi in camera con le sue emozioni, i suoi sentimenti.
{{Asterismo}}
Alcuni giorni dopo quella triste sera, il babbo tornando a casa per la colazione, consegnò a Lucia una lettera non suggellata.
«È dell’ingegnere del Pozzo — disse, — pregò me che te la consegnassi.
Un’ondata calda corse a la fronte della fanciulla. Prese la lettera, l’aperse, lesse ad alta vece:
::«''Gentile Signorina'',
«Il povero fanciullo ch’Ella ha veduto morire, non aveva altri al mondo che una sorella, la quale gli faceva da madre. Essa ha vent’anni ed abita in un abbaino su ’l Corso di Porta Nuova N.... Lavora da sarta.
::«Con rispetto, Le porgo i miei doveri.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|36|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Va bene! — disse Lucia piegando la lettera, mentre uno strano senso di incresciosità le sconvolgeva il cuore. Trovava quelle righe troppo cerimoniose, troppo fredde, dopo che tutti due avevano passato un’ora al letto del morente, risentendo le medesime impressioni, soffrendo le medesime ansie. Le pareva ch’egli avrebbe potuto aggiungere almeno una, una sola parola un po’ gentile nel darle l’informazione di cui ella lo aveva incaricato. Sentì eccessiva la delicatezza del giovine che aveva voluto consegnare la lettera, aperta al suo babbo.
«Va bene! — tornò a dire. — E se tu, papà, lo permetti, andrò con Adele a vedere la sorella del povero fanciullo e le porterò i miei risparmi.
Vide negli occhi della zia lampeggiare la disapprovazione per quel passo imprudente, quasi ardito. Una signorina che andava in un abbaino!.. che si metteva a contatto con una ragazza sconosciuta; una sartina; forse peggio; e vi andava con Adele, che ella, se avesse potuto, avrebbe licenziata volentieri.
Questo, Lucia lesse negli occhi della zia e fece una impercettibile spallucciata.<noinclude><references/></noinclude>
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«Va bene! — disse Lucia piegando la lettera, mentre uno strano senso di incresciosità le sconvolgeva il cuore. Trovava quelle righe troppo cerimoniose, troppo fredde, dopo che tutti due avevano passato un’ora al letto del morente, risentendo le medesime impressioni, soffrendo le medesime ansie. Le pareva ch’egli avrebbe potuto aggiungere almeno una, una sola parola un po’ gentile nel darle l’informazione di cui ella lo aveva incaricato. Sentì eccessiva la delicatezza del giovine che aveva voluto consegnare la lettera aperta al suo babbo.
«Va bene! — tornò a dire. — E se tu, papà, lo permetti, andrò con Adele a vedere la sorella del povero fanciullo e le porterò i miei risparmi.
Vide negli occhi della zia lampeggiare la disapprovazione per quel passo imprudente, quasi ardito. Una signorina che andava in un abbaino!.. che si metteva a contatto con una ragazza sconosciuta; una sartina; forse peggio; e vi andava con Adele, che ella, se avesse potuto, avrebbe licenziata volentieri.
Questo, Lucia lesse negli occhi della zia e fece una impercettibile spallucciata.<noinclude><references/></noinclude>
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«Va bene! — disse Lucia piegando la lettera, mentre uno strano senso di incresciosità le sconvolgeva il cuore. Trovava quelle righe troppo cerimoniose, troppo fredde, dopo che tutti due avevano passato un’ora al letto del morente, risentendo le medesime impressioni, soffrendo le medesime ansie. Le pareva ch’egli avrebbe potuto aggiungere almeno una, una sola parola un po’ gentile nel darle l’informazione di cui ella lo aveva incaricato. Sentì eccessiva la delicatezza del giovine che aveva voluto consegnare la lettera aperta al suo babbo.
«Va bene! — tornò a dire. — E se tu, papà, lo permetti, andrò con Adele a vedere la sorella del povero fanciullo e le porterò i miei risparmi.
Vide negli occhi della zia lampeggiare la disapprovazione per quel passo imprudente, quasi ardito. Una signorina che andava in un abbaino!.. che si metteva a contatto con una ragazza sconosciuta; una sartina; forse peggio; e vi andava con Adele, che ella, se avesse potuto, avrebbe licenziata volentieri.
Questo, Lucia lesse negli occhi della zia e fece una impercettibile spallucciata.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|37|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Il papà, lui, acconsentiva; altro!.. anzi toglieva dal portafoglio alcuni biglietti di Banca e li dava a la figliuola. Il povero ragazzo operaio era morto lavorando in fabbrica; era un dovere pensare, provvedere a chi lasciava.
Lucia rispose al suo papà buttandogli le braccia al collo. Come era contenta di quel tratto di generosità, lei che aveva tanto sofferto per la sua indifferenza il giorno della disgrazia del povero fanciullo!..
Dunque anche suo padre aveva cuore caritatevole e generoso, malgrado le apparenze, che lo facevano parere insensibile, freddo, amante delle abitudini, della quiete morale!... No; no; il suo papà non era, come la zia, incapace di vedere un palmo in là del proprio orizzonte; lui non dimenticava, per quanto spesso sembrasse, d’essere stato povero; d’aver passato l’infanzia, l’adolescenza e parte della giovinezza nelle ristrettezze non di rado dolorose; insieme con la fortuna, egli non aveva accolto certi pregiudizi ridicoli e crudeli!...
In fatti, quando aveva saputo dell’amore di Adele, aveva interrogato il cocchiere per veder chiaro nella cosa e per interesse della giovine, che era in casa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|37|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Il papà, lui, acconsentiva; altro!.. anzi toglieva dal portafoglio alcuni biglietti di Banca e li dava a la figliuola. Il povero ragazzo operaio era morto lavorando in fabbrica; era un dovere pensare, provvedere a chi lasciava.
Lucia rispose al suo papà buttandogli le braccia al collo. Come era contenta di quel tratto di generosità, lei che aveva tanto sofferto per la sua indifferenza il giorno della disgrazia del povero fanciullo!..
Dunque anche suo padre aveva cuore caritatevole e generoso, malgrado le apparenze, che lo facevano parere insensibile, freddo, amante delle abitudini, della quiete morale!... No; no; il suo papà non era, come la zia, incapace di vedere un palmo in là del proprio orizzonte; lui non dimenticava, per quanto spesso sembrasse, d’essere stato povero; d’aver passato l’infanzia, l’adolescenza e parte della giovinezza nelle ristrettezze non di rado dolorose; insieme con la fortuna, egli non aveva accolto certi pregiudizi ridicoli e crudeli!...
In fatti, quando aveva saputo dell’amore di Adele, aveva interrogato il cocchiere per veder chiaro nella cosa e per interesse della giovine, che era in casa<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|38|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>da parecchi anni. Il cocchiere, un onesto giovanotto, aveva subito confessato il suo affetto e dette le sue buone intenzioni; ed egli, il babbo, aveva stabilito il tempo delle nozze, aggiungendo che una volta marito e moglie, se volevano, avrebbero potuto continuare a servire in casa. Alle osservazioni della sorella, a’ suoi atti scandolezzati, un po’ ridendo, un po’ su ’l serio, aveva bellamente fatto capire, che era sua intenzione fosse fatto così, e che così si sarebbe fatto.
Lucia ingollò in fretta la colazione, nella impazienza di uscire, di andare dalla povera fanciulla, che aveva così barbaramente perduto l’unico fratello.
Indossò un vestito scuro, modestissimo; in testa mise un cappello di paglia nera senza ornamenti; e così semplice e nella semplicità più che mai elegante e graziosa, si incamminò con Adele.
La giornata, era smagliante di sereno; l’aria calda e piena di effluvi odorosi.
Presero per un viale del parco, che avrebbero attraversato per sboccare su ’l corso Garibaldi, e di là, infilare i bastioni fino a Porta Nuova.
Il babbo aveva proposto di ordinare la carrozza.<noinclude><references/></noinclude>
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Lucia ingollò in fretta la colazione, nella impazienza di uscire, di andare dalla povera fanciulla, che aveva così barbaramente perduto l’unico fratello.
Indossò un vestito scuro, modestissimo; in testa mise un cappello di paglia nera senza ornamenti; e così semplice e nella semplicità più che mai elegante e graziosa, si incamminò con Adele.
La giornata era smagliante di sereno; l’aria calda e piena di effluvi odorosi.
Presero per un viale del parco, che avrebbero attraversato per sboccare su ’l corso Garibaldi, e di là, infilare i bastioni fino a Porta Nuova.
Il babbo aveva proposto di ordinare la carrozza.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|39|riga=si}}</noinclude>Ma Lucia non aveva voluto; la delicatezza che le aveva suggerito di vestire modestamente, la faceva rifuggire da ogni apparenza di lusso. Recare soccorso e conforto al povero, in toeletta sfoggiata e in carrozza, le sarebbe sembrato brutto, meschino, quasi vile.
Il sole abbagliante indorava il parco dalle piante tutt’ora in arbusto; senz’ombra.
Su l’erba de’ prati, le prime farfalle volavano in avida ricerca dei fiori.
I passeri, gli usignuoli, qualche cincia, volavano da una pianta a l’altra, in gran faccende per la costruzione del nido; da un boschetto veniva il gorgheggio della capinera; ogni tanto un volo di rondini segnava una mobile striscia nera nell’aria d’oro e un garrito prolungato diceva la gioia del ritorno.
Lucia e Adele, con l’ombrellino aperto, trotterellavano via svelte e leggiere chiacchierando con la confidenza benevola e rispettosamente affettuosa, che sempre è fra una padroncina buona e giusta, e una domestica riconoscente e affezionata.
Adele diceva della sospettosa sorveglianza, dei rimproveri, dalle continue stoccate della signora Marta, che pareva si imbattesse nel diavolo ogni<noinclude><references/></noinclude>
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AdrianaB64
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="AdrianaB64" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|39|riga=si}}</noinclude>Ma Lucia non aveva voluto; la delicatezza che le aveva suggerito di vestire modestamente, la faceva rifuggire da ogni apparenza di lusso. Recare soccorso e conforto al povero, in toeletta sfoggiata e in carrozza, le sarebbe sembrato brutto, meschino, quasi vile.
Il sole abbagliante indorava il parco dalle piante tutt’ora in arbusto; senz’ombra.
Su l’erba de’ prati, le prime farfalle volavano in avida ricerca dei fiori.
I passeri, gli usignuoli, qualche cincia, volavano da una pianta a l’altra, in gran faccende per la costruzione del nido; da un boschetto veniva il gorgheggio della capinera; ogni tanto un volo di rondini segnava una mobile striscia nera nell’aria d’oro e un garrito prolungato diceva la gioia del ritorno.
Lucia e Adele, con l’ombrellino aperto, trotterellavano via svelte e leggiere chiacchierando con la confidenza benevola e rispettosamente affettuosa, che sempre è fra una padroncina buona e giusta, e una domestica riconoscente e affezionata.
Adele diceva della sospettosa sorveglianza, dei rimproveri, dalle continue stoccate della signora Marta, che pareva si imbattesse nel diavolo ogni<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|40|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>volta che vedeva lei o il cocchiere, e che mandava saette dagli occhi quando li sorprendeva insieme a scambiarsi due parole, da gente che si vuol bene.
«È pure stata maritata anche lei! — soggiungeva. — E se fu maritata è segno che ha voluto bene a suo marito, anche prima che fosse suo marito. O in certi casi, essere poveri o ricchi non è lo stesso?...
Lucia dava ragione a Adele senza però dare apertamente torto a la zia. Oh tutt’altro!... La povera donna bisognava compatirla; era in là con gli anni; aveva sofferto per la lunga malattia del marito.
«Ed ha un cervellino da coniglio, poveretta! — finiva fra sè.
Al vecchio Tivoli, si imbatterono nell’ingegnere del Pozzo, che vedendo Lucia, fece un leggero atto di sorpresa e salutò cerimoniosamente facendo di cappello.
Quell’improvviso, inaspettato incontro, fece dare un tuffo nel sangue della fanciulla. Emozione della quale rise tosto in cuor suo. Che sciocca era a commuoversi d’una cosa così naturale!... Proprio una sciocca che ella stessa non riusciva a capire.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|41|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Arrivarono lungo i bastioni di Porta Garibaldi. Gli ippocastani erano già coperti di foglie d’un color verde tenero; foglie di poco sbocciate dalle gemme. Di sotto il viale, dal suolo ricamato di ombre fantastiche e mobili, la gente camminava frettolosa e allietata dall’aria primaverile.
Giunsero presto su ’l corso di Porta Nuova, a la casa additata.
La giovine sarta a la quale era morto il fratello nella fabbrica ove lavorava, era in casa.
«Scala a destra, seconda corte, abbaino numero otto! — informò il portinaio, dal deschetto, non smettendo di battere il cuoio d’una suola di scarpa.
Attraversarono la prima corte; entrarono nella seconda. Lucia si mise per la prima nella scaletta ripida e scura; e su, su, su, seguita da Adele che cominciava a ansimare. A l’ultimo pianerottolo, infilò un’altra scaletta serrata fra i muri, finchè giunse nello stretto corridoio dove mettevano gli usci numerizzati degli abbaini.
In uno di questi, aperto, una vecchia si cullava su le ginocchia un bimbo in fasce, cantandogli il ninna nanna con voce roca.
Da un altro, insieme con un piagnucolare di<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/50
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|42|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>fanciullo, veniva un odore tignoso di merluzzo fritto.
In un terzo, chiuso, si rideva vociando.
L’abbaino numero otto, era l’ultimo ed aveva l’uscio aperto sbarrato.
Lucia e Adele si arrestarono un momento su la soglia.
Seduta a un tavolino ingombro di matassine e rocchetti e cuscinetti per aghi e spilli e forbici e ritagli di stoffa, una giovine donna, baciata dal sole che pioveva un suo raggio dal finestrino, in alto, staccando una tinta d’oro dai suoi capelli biondi e copiosi, era intenta al lavoro.
Levò gli occhi cerchiati d’azzurro come Lucia chiese il permesso d’entrare; si alzò premurosamente, stette in attesa di sapere il perchè della visita.
Lucia si spiegò.
A le parole della signorina, il volto pallido e soave della giovine bionda, prese poco a poco un’espressione dura; la bocca le si atteggiò a disdegnosa amarezza; gli occhi turchini si fecero torbidi.
Con i pugni serrati su ’l tavolino, il busto sporgente innanzi, aveva l’aria d’una creatura offesa, che si ribella a soprusi e prepotenze.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/51
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2026-06-16T23:53:01Z
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|43|riga=si}}</noinclude><nowiki />
«L’hanno lasciato morire senza chiamarmi!... — sibilò con accento cupo.
E soggiunse tosto in un gemito: «Per i poveri non c’è pietà!.. Oh il mio Cecchino! il mio Cecchino!
Con rapidità dolorosa, mutò espressione; gli occhi le si empirono di lagrime; la bocca, quasi ancora infantile, tremò nel pianto, e i singhiozzi le uscirono dal petto ansante, che ella comprimeva con le mani incrociate.
Pallida di sorpresa e di dolore, Lucia si fece presso a la povera giovine, e l’accarezzò mormorandole parole di conforto.
Il suo povero fratellino ella l’aveva visto morire, nè gli erano mancate le cure più affettuose. Non si era potuto mandar a chiamare lei, per la ragione che, certo, non si sapeva quale e dove fosse la famiglia del poveretto; ed anche, forse, perchè la disgrazia era stata troppo repentina.
E lei, poverina, certe brutte cose non le doveva pensare, non le doveva dire!
La giovine scrollava la testa non smettendo di piangere. Ah non doveva pensarle, non doveva dirle certe cose?... La signorina parlava a quel modo perchè ella non sapeva nulla della vita gra-<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Gentile - Romanzo d'una signorina per bene, Milano, Carrara, 1897.djvu/52
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|44|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>ma!... Lei, a vent’anni, ne aveva già passate tante!... La ricca casa commerciale ove il suo povero padre aveva lavorato per tanti anni, onestamente, quando egli moriva, aveva pensato a’ suoi figliuoli, orfani e poveri?...
Lei faceva l’ultimo anno a la Scuola Normale quando suo padre moriva; e suo fratello andava alle tecniche.
La miseria aveva obbligato l’una e l’altro a troncare gli studi per il pane. Ella si diede al mestiere della sarta per far presto a guadagnare e il fratellino entrò nella fabbrica maledetta dove doveva morire!...
Lavorando tutti due, non sempre riuscivano a sfamarsi, a pagare a tempo l’affitto dell’abbaino. E..... e.....
Parlando le si erano essiccate le lagrime; non le restava che un ansimare faticoso e un triste lampo negli occhi, che fisava in volto a Lucia.
«Quando si ha fame e non si vuol veder penare una persona cara — continuò stillando le parole — quando si ha fame e non si vuol morire nè rubare, sa lei su che via si mette una ragazza giovine e non brutta?.... Lo sa?... Lo sa?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|45|riga=si}}</noinclude><nowiki />
Adele prese per una mano Lucia. La voleva condur via, adesso che capiva. Le scottava la terra di sotto i piedi; le pareva impossibile che la padroncina non prendesse l’uscio, non precipitasse in fuga giù dalle scale.
Ma Lucia non aveva nessuna intenzione di prendere l’uscio nè di precipitare giù dalle scale. Guardava in vece con profonda pietà la giovine che aveva finito per chinare il capo su ’l petto, arrossendo fino al collo.
Poi fattosele presso, le stese la mano che la giovine non prese, accennando di no con la testa.
«Perchè?... perchè? — disse Lucia con voce un po’ tremante — siete in collera con me, che non vi ho fatto nulla di male, che anzi vorrei farvi del bene?
No; non era certo la collera che faceva agire così la povera fanciulla.
Lucia lo capì dallo sguardo umido che ella le levò in volto. Era tutt’altro che collera; era un sentimento delicato, un senso di avvilimento morale, da anima punto volgare.
Lucia si fece coraggio. Levò l’involto dal portafoglio e lo pose timidamente su ’l tavolino.
«Sono cinquecento lire! — balbettò, mentre il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|46|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>rossore le correva su ’l volto bello e gentile. — Ve le manda il mio papà e vi prega di accettare in memoria di vostro fratello. E io.... vi prego di ricordarvi di me!... Vi lascio il mio biglietto di visita.
A le parole di Lucia, la giovine aveva sussultato. Afferrò l’involto; con mano tremante lo aperse; guardò i biglietti, li contò rapidamente; poi, in uno slancio subitaneo, si buttò ai piedi di Lucia esclamando nelle lagrime:
«Grazie! grazie!... il povero Cecchino ha pregato per me!... mi ha mandato un angelo del Signore!.. Grazie! grazie!.. Adesso potrò essere accettata in convento!.. Ci volevano cinquecento lire; ci sono!
Le baciava le mani, le baciava il vestito in una foga di riconoscenza.
Ora anche Adele piangeva; più non si sentiva scottare il suolo di sotto i piedi; capiva che la signorina aveva fatto bene a non fuggire come un’appestata, quella povera creatura.
Lucia fece alzare la poverina, e baciandola, la pregò che la tenesse informata di quanto avrebbe fatto.
«Faccio subito le pratiche per entrare in con-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|47|riga=si}}</noinclude>vento! — mormorò la giovine con il fiato mozzo dall’emozione.
E disse che quello era sempre stato il suo desiderio, dopo che le era morto il padre; e che dal giorno che anche il suo povero fratello era andato in Paradiso, essendo libera, s’era prefissa di lavorare giorno e notte a lo scopo di raggranellare i danari necessari per essere accettata come novizia.
«Adesso i denari ci sono!... Cecchino ha pregato per me!... Corro oggi stesso al convento!... Grazie! grazie! grazie!
Baciò ancora le mani di Lucia, accompagnandola fino in fondo al corridoio, a capo della scala.
«Tenetemi informata e ricorrete a me per qualunque cosa! — le ripetè Lucia, salutandola.
E scese le scale con una grande commozione in cuore e nell’anima un vivo senso di gratitudine verso Dio.
«Oh sì! sì!... a monaca! in un convento!... meglio, meglio, poverina! — andava dicendo fra sè. — A curare gli infermi, a servire il Signore nella pietà, dopo tante amarezze, tanto dolore, tanto avvilimento!
Passando dinanzi la chiesuola delle Fate-bene-sorelle, vi entrò.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|48|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Davanti a l’immagine della Madonna era acceso un cero; su ’l gradino dell’altare maggiore, un vecchio pregava intensamente, con la testa canuta nelle mani.
Lucia si inginocchiò in un banco, e invocò il Signore per la sorella del povero Cecchino, per i disgraziati, tutti, spinti dalla povertà, dall’abbandono, a azioni indegne; per i molti fortunati in continua ribellione contro le leggi di natura e il volere di Dio, che impongono interessamento per gli infelici, pietà, generosità.
«Ah Signore! fate che la ricchezza non mi offuschi il sentimento, che non mi stacchi da voi e da chi soffre!
Si alzò e uscì preceduta da Adele, lasciando il vecchio immobile nella stessa posizione.
«Quel pover uomo deve avere qualche persona malata in questo ospedale! — osservò Adele. — Forse la vecchia moglie! forse una figliuola!...
Quante miserie, Madonna!
Nel cuore della buona Adele era entrata la tristezza che accascia e fa pensare a disgrazie possibili per sè stessi.
La vista della sventura, staccava, per così dire,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|144|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
Lucia ritirò i piedi dall’acqua; si rizzò. L’aveva scossa il timore di essere sorpresa dalle sorelle Marri e da esse obbligata a passare la scogliera, a recarsi allo stabilimento.
Al pensiero di ritrovarsi con la gente, specialmente con lo Svarzi, le saliva la nausea a la gola. Voleva essere sola; perchè non la lasciavano sola?....
Quel giorno poi non si sentiva punto bene. Aveva la testa greve; le correvano i gricciori per la vita, e nello stesso tempo, le scottavano le mani, il capo, tutto il resto del corpo. Era da un pezzo che provava un malessere strano; una debolezza a le gambe che le si piegavano sotto, frequenti capogiri, ripugnanza al cibo e un gran bisogno di starsene sdraiata o seduta senza far nulla.
Ora sentiva il desiderio di tuffarsi in acqua; un bagno l’avrebbe rinfrescata, le avrebbe ridata un po’ d’energia.
Si arrampicò su lo scoglio estremo, che sporgeva innanzi e dal quale si poteva saltare con sicurezza come da un trampolino.
Con i capelli raccolti in grosso nodo su la nuca, la testa scoperta, bella nel costume che ne deli-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|145|riga=si}}</noinclude>neava la persona snella e elegante, le braccia stese e le mani serrate palma a palma, stava per spiccare il salto, quando si sentì afferrata a la vita e si trovò fra le braccia dello Svarzi.
Un urlo di terrore e di ribrezzo insieme le sfuggì dal petto. Si divincolò con una stratta violenta e nel parossismo si lasciò andare nel vuoto.
All’urlo era accorso Bortolo; erano venuti nuotando vari bagnanti.
Dopo un istante la fanciulla precipitata in mare, riapparve, agitò una mano; sarebbe ripiombata a fondo se un nuotatore non l’avesse prontamente sostenuta e tratta a riva.
Bortolo e Adele se la presero fra le braccia, la portarono in casa di peso, come morta.
Lo Svarzi stesso recò la notizia allo stabilimento. Egli l’aveva veduta precipitare; non era stato in tempo di impedire la caduta.
La volgare menzogna lo salvava da rimproveri e disprezzo, lo rendeva interessante con i particolari del fatto.
La signora Marri e le figliuole corsero alla casetta; si informarono. Bortolo era stato per il medico. Nella camera della malata non erano che<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|146|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude>questi e Adele. Nessuno doveva entrare; era indispensabile la quiete.
Quel giorno a la spiaggia dello stabilimento, si fece un gran parlare di Lucia, di suo padre, della signora Rabbi, della passione dello industriale per lei, delle sue pazzie, della ruina.
L’invidia, covata a lungo, si disfogava in esagerazioni, in maldicenze. Non si risparmiava nè pure la fanciulla innocente, la vittima, che adesso là nel suo lettuccio, giaceva nell’incoscienza della febbre.
Lo Svarzi era sparito subito dopo il racconto del fatto. Forse una punta di rimorso l’aveva obbligato a fuggire quei luoghi, ad allontanarsi dalla fanciulla che gli aveva inspirato una passione trista ma così forte da resistere non solo a l’indifferenza, ma al disdegno.
{{Asterismo}}
Il mare era sconvolto dalla tempesta. Non si facevano bagni quel pomeriggio; impossibile. Manco i più arrischiati avrebbero osato affrontare l’ira dei cavalloni, minacciosi sotto il cielo corrucciato e le ventate rabbiose.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|d’una signorina per bene}}|147|riga=si}}</noinclude><nowiki />
I bagnanti, seccati, inuggiti, si erano raccolti nel salotto dello stabilimento, portati là dall’abitudine, dall’ozio, forse anche dalla smania delle emozioni.
Nel salotto erano crocchi, erano tavolini da giuoco, era musica.
Il pianoforte gemeva sotto le dita d’una signorina che strimpellava musica classica.
Degli uomini, chi fumava, chi sfogliava giornali, chi faceva dello spirito. Varie signore, con il ricamo in mano, facevano mostra di lavorare per il gusto di spettegolare parendo occupate; alcune leggevano; altre ancora passeggiavano.
Entrò ad un tratto, come un razzo, un giovanotto. Veniva da Genova ove si era recato il mattino. Aveva fatto il viaggio con una suora; una monachella giovanissima e bella, che aveva sempre snocciolato il rosario, senza mai badare a gli altri viaggiatori, rispondendo a monasillabi alle loro domande.
Era scesa lì, con lui. Egli aveva voluto vedere dove andasse e l’aveva seguita. Era andata nella casetta della signorina Ferretti.
«Oh!
«Ah!<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|148|{{sc|il romanzo}}||riga=si}}</noinclude><nowiki />
«Che stia male davvero?
«Che si tratti proprio di cosa seria?
«Povera signorina!... così giovine e bella!
«Povera Lucia!
«E suo padre che non si lascia vedere?
«E sua zia?
«Conviene dire che l’abbiano abbandonata tutti se hanno avuto bisogno d’una suora che l’assista!
«L’ha abbandonata per fino lo Svarzi che pareva innamorato morto!
«Oh! in quanto a quello, era lei che lo teneva a la larga!
«Una signorina strana quella!
«Un po’ troppo altiera per la sua condizione presente!
«Quante non avrebbero accolti gli omaggi dello Svarzi! — osservò con un sorrisetto malizioso una signora attempata.
«Sfido io!... un giovine come lui, ricco e sciocco per di più!... figlio unico e un banchiere per padre. Una fortuna a questi lumi di luna, che pochi sono i giovani che si ammogliano! — disse un signore parlando con lo sigaro in bocca, fra una boccata e l’altra.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Barzini - Nell'estremo oriente.djvu/7
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<noinclude><pagequality level="4" user="Paperoastro" /></noinclude>{{ct|f=100%|t=10|v=10|NELL’ESTREMO ORIENTE}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/503
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|494|{{Sc|indice onomastico e toponomastico}}|}}</noinclude>{{colonne}}
{{pt|Cella (Bertramo de),|— Bertramo de,}} p. {{pg|41}}, {{pg|48}}, {{pg|447}}, {{pg|477}}.
— Gaspare, p. {{pg|136}}, {{pg|223}}, {{pg|226}}, {{pg|291}}.
— (della) Gaspare, p. {{pg|109}}, {{pg|127}}.
— (De) Giorgio, p. {{pg|72}}.
— Giov. Battista p. {{pg|291}}.
— Giov. Maria, p. {{pg|128}}, {{pg|179}}, {{pg|223}}.
— (de) Maddalena, p. {{pg|465}}.
— Nicola, p. {{pg|291}}.
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— Michele, p. {{pg|71}}, {{pg|465}}.
— Pasquinola, p. {{pg|86}}, {{pg|87}}.
— Santo, p. {{pg|223}}, {{pg|226}}.
Cereghini, p. {{pg|125}}.
Cerere, p. {{pg|218}}.
Cermenati Baldassare, p. {{pg|235}}, {{pg|409}}, {{pg|449}}.
— Mario, p. {{pg|351}}, {{pg|474}}.
Cernobbio, p. {{pg|57}}.
Cerutti, p. {{pg|19}}.
Ceroni Riccardo, p. {{pg|330}}.
Certosa di Pavia, p. {{pg|396}}.
Cervio, p. {{pg|444}}.
Cesena, p. {{pg|95}}, {{pg|96}}, {{pg|100}}.
Cestari Gerolamo, p. {{pg|446}}.
Cetti Giov. Battista, p. {{pg|287}}, {{pg|288}}.
Challons (Giovanni di), p. {{pg|53}}.
Chevalier Ulisse, p. {{pg|6}}.
Chiaramonti, p. {{pg|41}}, {{pg|100}}, {{pg|437}}.
— Simone, p. {{pg|100}}.
Chiavenna, p. {{pg|6}}, {{pg|9}}, {{pg|26}}, {{pg|37}}, {{pg|40}}, {{pg|53}}, {{pg|58}}, {{pg|59}}, {{pg|99}}, {{pg|112}}, {{pg|113}}, {{pg|167}}, {{pg|170}}, {{pg|221}}, {{pg|263}}, {{pg|319}}.
Chiesa Giuseppe, p. {{pg|417}}.
Church Edoardo, p. {{pg|304}}.
Churchill, p. {{pg|341}}.
Cicerone, p. {{pg|5}}, {{pg|157}}, {{pg|212}}.
Cicilia (domina), p. {{pg|29}}.
Cinisello, p. {{pg|22}}.
Ciodera, p. {{pg|301}}.
Civitella del Tronto, p. {{pg|334}}.
Cipolla (monsignore), p. {{pg|183}}.
Ciresis Simone, p. {{pg|89}}, {{pg|449}}.
Cireseis (De) Protoso, p. {{pg|82}}, {{pg|449}}.
Cisale, p. {{pg|73}}.
Città di Castello, p. {{pg|147}}, {{pg|162}}, {{pg|163}}, {{pg|164}}, {{pg|226}}.
Civenna, p. {{pg|30}}, {{pg|39}}, {{pg|78}}.
Civitella del Tronto, p. {{pg|335}}.
Charke (Miss), p. {{pg|346}}.
Clemente III, p. {{pg|22}}.
— V, p. {{pg|37}}.
Clerice Pietro, p. {{pg|197}}.
Clifford, p. {{pg|341}}.
Clive, p. {{pg|339}}.
Clusianola Caterina, p. {{pg|123}}.
Coduri Fermo, p. {{pg|328}}.
Coeuvres (Marchese di), p. {{pg|170}}.
Colico, p. {{pg|146}}, {{pg|171}}, {{pg|270}}, {{pg|282}}, {{pg|287}}, {{pg|313}}, {{pg|455}}.
Colleoni Alessandro, p. {{pg|222}}.
— Bartolomeo, {{pg|58}}, {{pg|79}}, {{pg|90}}.
{{AltraColonna}}
{{pt|Colleoni|—}} Pietro, p. {{pg|222}}.
— Pietro Antonio, p. {{pg|178}}.
Collo (Del) Denterio, p. {{pg|47}}.
Colombo Giovanni, p. {{pg|331}}.
Colonno, p. {{pg|111}}.
Colono, p. {{pg|13}}.
Colorado, p. {{pg|395}}.
Comacina (Isola), p. {{pg|10}}, {{pg|12}}, {{pg|13}}, {{pg|14}}, {{pg|156}}, {{pg|166}}, {{pg|400}}, {{pg|477}}.
Comerio Francesco, p. {{pg|275}}.
Como, p. {{pg|7}}, {{pg|8}}, {{pg|13}}, {{pg|14}}, {{pg|15}}, {{pg|20}}, {{pg|24}}, {{pg|25}}, {{pg|27}}, {{pg|28}}, {{pg|36}}, {{pg|40}}, {{pg|52}}, {{pg|53}}, {{pg|57}}, {{pg|74}}, {{pg|75}}, {{pg|76}}, {{pg|78}}, {{pg|98}}, {{pg|101}}, {{pg|106}}, {{pg|107}}, {{pg|110}}, {{pg|115}}, {{pg|139}}, {{pg|145}}, {{pg|166}}, {{pg|167}}, {{pg|171}}, {{pg|184}}, {{pg|190}}, {{pg|192}}, {{pg|202}}, {{pg|204}}, {{pg|225}}, {{pg|233}}, {{pg|236}}, {{pg|285}}, {{pg|288}}, {{pg|310}}, {{pg|311}}, {{pg|313}}, {{pg|339}}, {{pg|344}}, {{pg|379}}.
Comolli scultore, p. {{pg|429}}.
Conca, p. {{pg|13}}, {{pg|18}}, {{pg|102}}.
— Antonio, p. {{pg|275}}.
— Bortolomeo, {{pg|294}}.
— Battista, p. {{pg|202}}.
— Benvenuto, p. {{pg|359}}.
— Bernardo, p. {{pg|268}}, {{pg|295}}.
— Carlo, p. {{pg|267}}, {{pg|280}}, {{pg|450}}.
— Carlo Gius., p. {{pg|268}}.
— Domenico, p. {{pg|204}}, {{pg|294}}.
— Fedele, p. {{pg|378}}.
— Francesco, p. {{pg|199}}, {{pg|275}}, {{pg|295}}, {{pg|300}}.
— Giacomo, {{pg|294}}, {{pg|350}}, {{pg|351}}, {{pg|358}}.
— Giovanni, p. {{pg|275}}, {{pg|276}}.
— Giuseppe, p. {{pg|275}}, {{pg|296}}.
— Guglielmo, p. {{pg|103}}, {{pg|465}}.
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— Pietro Pasquale, p. {{pg|298}}.
— Samuele, p. {{pg|356}}.
— Ugerio, p. {{pg|465}}.
— Vincenzo, p. {{pg|203}}.
{{ec|Cocenedo|Concenedo}}, p. {{pg|51}}.
Concorezzo, p. {{pg|4}}.
Confalonieri Federico, p. {{pg|343}}.
Conte (De) Ruggero, p. {{pg|96}}.
Conti Giulia, p. {{pg|340}}.
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Contrino, p. {{pg|90}}.
Corbetta, p. {{pg|27}}.
Corenno, p. {{pg|49}}, {{pg|56}}, {{pg|58}}, {{pg|64}}, {{pg|65}}, {{pg|71}}, {{pg|76}}, {{pg|78}}, {{pg|99}}, {{pg|105}}, {{pg|145}}, {{pg|146}}, {{pg|148}}, {{pg|184}}, {{pg|193}}, {{pg|227}}, {{pg|233}}, {{pg|236}}, {{pg|314}}.
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Cornegliano, p. {{pg|344}}.
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Corno (Del) Grigola, p. {{pg|135}}.
— (Del) Silvestro, p. {{pg|135}}.
Corrado, p. {{pg|47}}.
{{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude>
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Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii
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{{Qualità|avz=100%|data=17 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Sonetti varii|prec=../In cosmicum patavinum carmina maledica/XXIII. - Smette di scrivere contro di lui perché è troppo lunga impresa|succ=../Sonetti varii/I. - Conviene che io perda il mio tempo...}}
<pages index="Ariosto, Ludovico – Lirica, 1924 – BEIC 1740033.djvu" from="265" to="265" onlysection="s1" />
== Indice ==
* {{testo|/I. - Conviene che io perda il mio tempo...}}
* {{testo|/II. - Contento son che 'l cor m'abbiate...}}
* {{testo|/III. - Speme e Timore in lotta e per...}}
* {{testo|/IV. - In aspra lotta Ragione e Senso per...}}
* {{testo|/V. - Amor, mostro crudel, quanto male...}}
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Lirica (Ariosto)/Appendice prima - Liriche dubbie/Sonetti varii/II. - Contento son che 'l cor m'abbiate...
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|260|{{Sc|appendice prima}}|}}</noinclude><section begin="s1" />{{ms|7}}<poem>
guance, rose vermiglie e matutine,
labra, al viver d’altrui grato divieto,
denti, chiostro d’amor, caro e segreto,
vòlto in cui sol beltá pose il suo fine;
gola, alabastro puro, ond’io m’avivo,
seno e latte in dui pomi freschi accolto,
man da legar il mondo e averlo a schivo:
parole da svegliar un uom sepolto,
accoglienze da far un marmo vivo,
contento son che ’l cor m’abbiate tolto.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|III}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|Speme e Timore in lotta «per un’alma gentil». }}
{{ms|7}}<poem>
Per un’alma gentil Speme e Timore
fan guerra insieme e il campo in me preso hanno;
e combattendo il cor giudice fanno
del piato lor c’han per cagion d’Amore.
Speranza, armata d’amoroso ardore,
dice ch’io scopra il mio sepolto affanno;
Timor, c’ha dubbio del futuro danno,
risponde che ’l tacer sia per migliore.
Il cor, che l’una e l’altra ragion sente,
pensa e sospira e tra se stesso alterne
ed or all’un ed or all’altro assente.
Chi vincerá di lor non è chi scerne,
ché l’uno e l’altro forte esser si sente;
intanto io manco in queste guerre eterne.
</poem>
<section end="s2" /><section begin="s3" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|IV}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|In aspra lotta Ragione e Senso «per cagion d’Amore». }}
{{ms|7}}<poem>
Aspra guerra e crudele insieme fanno
Ragione e ’l Senso per cagion d’Amore.
L’un e l’altro mostrar vorrebbe al core
l’un un dolce languir, l’altra il suo danno.
</poem><section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|liriche dubbie}}|261}}</noinclude><section begin="s1" />{{ms|7}}<poem>
Ragion, che vede il falso e oculto inganno,
gli scuopre il vano e cieco e lungo errore;
mostragli il Senso un bel tempio d’onore,
che per seguir tant’alte imprese avranno.
S’appiglia il cor all’ultimo parere,
né giova replicargli il van disio
che a seguir mortal cosa invan s’adopra;
ché il Senso gli soggiunge non sapere
altra strada miglior per gire a Dio,
poiché mortal non è, ma divina opra.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|V}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|«Amor, mostro crudel, quanto male puoi fare!». }}
{{ms|7}}<poem>
Spenta è d’Amor la face, il dardo è rotto
e l’arco e la faretra e ogni sua possa,
poiché ha Morte crudel la pianta scossa
alla cui ombra, cheta, io dormia sotto.
Deh, perché non poss’io la breve fossa
seco entrar, dove hallo il destin condotto,
colui che a pena cinque giorni ed otto
Amor legò pria de la gran percossa?
Vorrei, col foco mio, quel freddo ghiaccio
intepidire, e rimpastar col pianto
la polve e ravvivarla a nuova vita;
e vorrei, poscia, baldanzosa e ardita,
mostrarlo a lui che ruppe il caro laccio,
e dirgli: — Amor, mostro crudel, può tanto! —
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=150%|v=1|L=0px|MADRIGALI}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|I}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|L’amore per voi mi consuma a poco a poco. }}
{{ms|7}}<poem>
Madonna, qual certezza
aver si può maggior del mio gran foco,
che veder consumarmi a poco a poco?
Aimé! non conoscete
che, per mirarvi fiso,
da me son col pensier tanto diviso,
che trasformar mi sento in quel che siete?
Lasso, non v’accorgete
che, poscia ch’io fui preso al vostro laccio,
arrosso, impalidisco, ardo e aghiaccio?
Dunque, se ciò vedete,
Madonna, qual certezza
aver si può maggior del mio gran foco
che veder consumarmi a poco a poco?
</poem>
<section end="s2" /><section begin="s3" />{{Ct|f=100%|v=1|t=2|II}}
{{Ct|f=90%|v=1|lh=1.3|«Quanto dolor per voi ne l’alma porto»! }}
{{ms|7}}<poem>
Madonna, al volto mio palido e smorto
accorger vi potete
quanto dolor per voi ne l’alma porto.
</poem><section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||29}}</noinclude>vie per onorare a modo gli aristocratici dai colmi forzieri. Ebbene, i Romani, abbarbagliati dal luccicar degli scudi, fan di berretto ai ricchi, che se ne tengono: quanto rileva? La nazione italiana non ha sodato per coteste anomalie, che, in fin delle fini, sono frivolissimi nonnulla. Aggiungiam di vantaggio che se è agevol cosa tirar pel collo gl’Italiani fuor di carreggiata, è a pezza più pronto il ricondurli in sul retto sentiero: passionati, corrivi ad andar in bizza, ma perdio, non malvagi; e basta un atto cortese, perchè ei pongano in non cale gli èmpiti della collera.
Concludendo, diciamo che la dolcezza del clima non li ha accasciati cosi da far loro detestare il lavoro: e parla all’avventata il viaggiatore che, dall’aver visto un facchino sdraiato all’ombra degli aranci a Mergellina, o della cupola di Brunelleschi, meriggiare dormendo, racconta all’Europa che questi popoli russano da mane a sera, e che avendo poche occorrenze, a quelle satisfatto, se ne stanno beatissimi con le mani in mano. Imperciocchè mostrerovvi or ora campagnuoli induriti al lavoro, come i villici nostri, ma flagellati da ben altro sole; vedrete massai preveggenti e ammisurati siccome i nostri, più ospitali però e più caritatevoli dei nostri, e questo per giunta. Nè lascerebbersi andare alla ignavia, alla sprecatura, all’accattare (e diciamo dei più, chè di tristi è dovunque tale abbondanza da darne tre per coppia), se non sapessero a menadito che, per fare che<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|30||}}</noinclude>facciano, ogni loro conato non arriva a provvederli nè del bisognevole, nè a trarli dall’altrui soggezione. Scoraggiamento non è ignavia, come povertà non corrisponde ad
ozio.
I sudditi del Papa sono tre milioni cenventiquattromila seicensessant’otto; abbiamolo detto, se non falla memoria, parecchie volte. Or tutto cotesto popolo è spartito a ventura sul suolo. Le provincie dell’Adriatico spesseggiano di abitatori almeno due tanti più delle rivierasche del Mediterraneo, propinque alla capitale, sotto gli occhi del Santissimo.
E gli economisti ascetici, pe’ quali tutto va di portante nel più sacre dei governi, non rifiniranno di dire:
«De’ meglio popolati d’Europa è lo Stato nostro, avvegnadiochè sia dei meglio governati. La media della popolazione in Francia é 67 1<sub>|</sub>2 per ogni chilometro quadrato; nello Stato romano aggiunge a 75 7<sub>|</sub>10! Ondeche, se l’Imperatore di Francia venisse a scuola d’amministrazione da noi, egli aumenterebbe sopra ogni chilometro 8 abitanti e 2<sub>|</sub>10: vi garba?
«La provincia d’Ancona, che è occupata da Austriaci e amministrata da preti, novera 155 abitanti in ogni chilometro: il quarto spartimento di Francia, il ''Bas-Rhin'', ne ha soli 129. Si fa dunque evidente che il ''Bas-Rhin'' sarà dell’anconitana provincia da meno, finchè non sia governato dai preti, invaso da Austriaci. Ragioni queste che non fanno neppure una grinza.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|30||}}</noinclude>facciano, ogni loro conato non arriva a provvederli nè del bisognevole, nè a trarli dall’altrui soggezione. Scoraggiamento non è ignavia, come povertà non corrisponde ad ozio.
I sudditi del Papa sono tre milioni cenventiquattromila seicensessant’otto; abbiamolo detto, se non falla memoria, parecchie volte. Or tutto cotesto popolo è spartito a ventura sul suolo. Le provincie dell’Adriatico spesseggiano di abitatori almeno due tanti più delle rivierasche del Mediterraneo, propinque alla capitale, sotto gli occhi del Santissimo.
E gli economisti ascetici, pe’ quali tutto va di portante nel più sacre dei governi, non rifiniranno di dire:
«De’ meglio popolati d’Europa è lo Stato nostro, avvegnadiochè sia dei meglio governati. La media della popolazione in Francia è 67 1<sub>|</sub>2 per ogni chilometro quadrato; nello Stato romano aggiunge a 75 7<sub>|</sub>10! Ondeche, se l’Imperatore di Francia venisse a scuola d’amministrazione da noi, egli aumenterebbe sopra ogni chilometro 8 abitanti e 2<sub>|</sub>10: vi garba?
«La provincia d’Ancona, che è occupata da Austriaci e amministrata da preti, novera 155 abitanti in ogni chilometro: il quarto spartimento di Francia, il ''Bas-Rhin'', ne ha soli 129. Si fa dunque evidente che il ''Bas-Rhin'' sarà dell’anconitana provincia da meno, finchè non sia governato dai preti, invaso da Austriaci. Ragioni queste che non fanno neppure una grinza.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||31}}</noinclude>
«La popolazione del felice nostro paese, fra il 1816 e 1853, nel lasso di 37 anni è in aumento del terzo. Or cui debbesi cotesto avventuroso risultamento se non se all’amministrazione senza pecche del Padre-santo e alle predicazioni di trentottomila trecenventi preti e frati, i quali guardano l’adolescenza dagl’influssi deleterii delle passioni? <ref>Prefaz. della Statist. offic. del 1853, p. LXIV.</ref>
«Sapete voi dirmi perchè mai gl’Inglesi sieno cosi irrequieti nei luoghi di loro dimora, di qualità che eglino cangiario domicilio e contea, come altri camicie? Senza fallo, perchè insalubre è la loro patria e amministrata a traverso. Nell’''Eldorado'' affidato alla nostra sollecitudine contansi soli censettantotto mila novecentoquarantatrè, i quali sloggino d’una provincia per prendere stanza in altra; prova palmare che il benessere sta di casa da noi.»
Nè non dirò che l’eloquenza delle cifre arrecate non abbia buon peso. Ma è naturale che in un paese dovizioso, posto nelle mani di popolo {{ec|agricola|agricolo}}, sieno 75 abitanti per ogni chilometro quadrato, sotto qualvuoi reggimento: piuttosto è a stupire che non ne abbia di vantaggio. E per fermo ne avrà maggior numero, tosto che sia retto con ordini migliori.
La popolazione dello Stato è aumentata di un terzo in 37 anni; cel sappiamo e sappiamo<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|32||}}</noinclude>pure che in soli anni 21 la Grecia, pessimo dei reggimenti (siccome è altrove chiarito), ha triplicato la propria. Aumento di popolazione dimostra vitalità delle razze, non sollecitudine di amministratori; chè non mi accosterò a credere che 700,000 fantolini sieno nati nei 37 anni per intervento di preti; sì crederò che gl’Italiani vigorosi e costumati amano il maritaggio, nè sono affatto sfiduciati nell’avvenire.
Da ultimo, se i soggetti del Papa si stanno immobili nelle loro dimore, non potrebbesi conghietturare ciò addivenire, perchè malagevoli sono le comunicazioni, i ''passaporti'' difficili ad ottenere, e perchè, preti, giudici, amministratori e pesi trovansi dovunque dello stesso calibro?
Sopra tre milioni cenventiquattro mila seicensessantotto individui, lo Stato romano conta meglio che un milione di pastori e agricoltori. Gli artieri sono dugencinquantotto mila ottocensettantadue: i servi, alquanto in maggior copia, trenta migliaia di più. Al commercio, alla banca, agli affari ne rimangono ottantacinque migliaia.
Sono i proprietari duecentoseimila cinquecencinquantotto, un quindicesimo della popolazione, numero minore che in Francia. E mentre le romane statistiche officiali ci dicono che, se i beni fossero con equa lance partiti fra tutti i possidenti, ciascuno dei suddetti 206,558 godrebbe un capitale di 17,000 lire, ommettono a bello studio di {{Pt|no-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||33}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|tare|notare}}, che avvi taluno signore di 22,000 ettare, tal altro di poche zolle di ciottoli.
Notiamo, per iscrupolo di coscienza, che la partizione delle proprietà, come ogni cosa lodevole, cresce al crescere dei chilometri dalla metropoli. La provincia di Roma conta sopra 176,002 abitanti 1956 proprietarii, ossia uno su novanta. Quella di Macerata, volta all’Adriatico, sopra 243,104 abitanti 3964 possidenti, un sopra sei. In nostro linguaggio ciò s’addimanda mostrare il morto sulla bara.
«L’Agro romano, che Roma duro più secoli a conquistare, è anco al presente proprietà di 113 famiglie e di 64 Corporazioni <ref>Studi statistici sopra Roma, pel conte di Tournon.</ref>.»
<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|f=120%|v=2|CAPITOLO V.}}
{{ct|v=2|La plebe.}}
I sudditi del Padre santo sono divisi, per nascita e per censo, in tre classi ben distinte: nobili, borghesi, plebei. L’Evangelio ha obliato di consacrare l’ineguaglianze umane: ma, vivaddio! che la legge dello Stato pontificio, ciò è dire, il voler dei Papi, ha colmo il vuoto. {{AutoreCitato|Papa Benedetto XIV|Benedetto XIV}}, nella bolla del 14 gennajo 1746, dichiaravale orrevoli e salutari, e {{AutoreCitato|Papa Pio IX|Pio IX}} ne ha ricalcato le orme nel principio del suo ''chirografo'' del 2 maggio 1853.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|34||}}</noinclude>
Fra le classi sociali non annovero la cheresia, perchè ella è straniera alla nazione per interesse, per privilegi, sovente per origine. Cardinali e prelati, a imberciar nel segno, non sono sudditi del Papa, sì affini in Dio, e colleghi, proporzionatamente, della sua onnipossanza.
La division delle classi, che a misura che l’uom dilunga dalla sorgente (come ogni altro abuso), menoma, fa sfoggio di sé in Roma dattorno al soglio pontificio. Un abisso sta fra il patrizio ed il borghese romano, un abisso fra questo ed il plebeo, il quale, da suo canto, sdegnato dello spregio che le due caste superiori gli versano a man piena sul capo, ne getta alcuno sprazzo sui villici che vanno a mercato; carità di tigri. In Roma, mercè le tradizioni della storia e la educazione papesca, chi è da meno crede uscir dal proprio nulla e divenir un gran fatto, sol che mendichi il favore e l’appoggio di un superiore. Il sistema di patronato e di clientela fa piegare il ginocchio al plebeo nanti al borghese, al borghese nanti al principe, al principe nanti al clero-sovrano. A cento chilometri da Roma non s’inginocchiano guari; di là dagli Appennini, punto. A Bologna, a mo’ d’esempio, ammirasi nel costume eguaglianza spartana: perchè i suoi abitanti veder, grazie ai monti, Roma non ponno.
Il valore assoluto degli uomini di ciascun ordine cresce nel modo stesso secondo il quadrato delle distanze. Voi potete sodare<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|34||}}</noinclude>
Fra le classi sociali non annovero la cheresia, perchè ella è straniera alla nazione per interesse, per privilegi, sovente per origine. Cardinali e prelati, a imberciar nel segno, non sono sudditi del Papa, sì affini in Dio, e colleghi, proporzionatamente, della sua onnipossanza.
La division delle classi, che a misura che l’uom dilunga dalla sorgente (come ogni altro abuso), menoma, fa sfoggio di sè in Roma dattorno al soglio pontificio. Un abisso sta fra il patrizio ed il borghese romano, un abisso fra questo ed il plebeo, il quale, da suo canto, sdegnato dello spregio che le due caste superiori gli versano a man piena sul capo, ne getta alcuno sprazzo sui villici che vanno a mercato; carità di tigri. In Roma, mercè le tradizioni della storia e la educazione papesca, chi è da meno crede uscir dal proprio nulla e divenir un gran fatto, sol che mendichi il favore e l’appoggio di un superiore. Il sistema di patronato e di clientela fa piegare il ginocchio al plebeo nanti al borghese, al borghese nanti al principe, al principe nanti al clero-sovrano. A cento chilometri da Roma non s’inginocchiano guari; di là dagli Appennini, punto. A Bologna, a mo’ d’esempio, ammirasi nel costume eguaglianza spartana: perchè i suoi abitanti veder, grazie ai monti, Roma non ponno.
Il valore assoluto degli uomini di ciascun ordine cresce nel modo stesso secondo il quadrato delle distanze. Voi potete sodare<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||35}}</noinclude>che un nobile romano (fatta eccezione de’ buoni, che però si posson tenere chiusi in pugno) è manco istrutto, abile e libero che un gentiluomo delle Marche e delle Romagne. La classe mediana, non tenuto conto di alcune eccezioni di cui vi parlerò fra poco, è assai più numerosa, più ricca, più fiorente a levante degli Appennini che nella capitale
e nei dintorni. Gli stessi plebei dànnosi a vedere più onesti, secondo che vivono a maggior distanza dal Vaticano.
I plebei della Città eterna sono fanciullacci male allevati, dal costume variamente pervertiti; ed il Governo che, stando in mezzo ad essi, conosceli e temeli, usa a dolcezza con essi. Di lieve imposte li gravita, sollazzali con spettacoli, e talvolta loro dà pane: ''panem et circenses''. Loro non insegna leggere; ma non vieta il mendicare ed il ''lotto''. Manda cappuccini a domicilio; il frate tarchiato dà numeri pel lotto alla moglie, trinca a garganella col marito, forma i bimbi, e talvolta presta aita alla fabbrica. Nè i romani plebei paventano la fame al segno di averne a morire; se mancano di pane a casa, se ne provveggono, senz’obolo sborsare, nella gerla del fornajo, consentendolo la legge. Da essi null’altro si chiede, se non che siano buoni cristiani; che s’inchinino riverenti ai preti, che s’umiliino innanzi ai grandi, che ai facoltosi cedano la mano, e sopratutto, che si guardino, come dal finimondo, dal sorgere in turbamenti politici. Pene sono ad essi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|36||}}</noinclude>statuite se ommettono il precetto pasquale, o se prendono a sberteggiare i Santi ed i loro miracoli. Il tribunale del Vicariato su questo capitolo non accorda tregua; per ogni resto la polizia fa vista d’essere scema d’un occhio, e sorda in ambo gli orecchi. Il delitto è spesso ad essi perdonato; ma guai se loro saltasse il ticchio di conquistare un pochissimo di libertà, se osassero dire qualche parola a strappo contro un abuso, se sentissero e ne dessero cenno altrui di essere uomini!
Il perchè meco stesso meraviglio pensando che dopo siffatta educazione non sieno in più miserevole condizion traboccati. La più abbietta parte di popolo è quella che abita il ''Rione dei Monti''. Se andando, a mo’ d’esempio, a cercare il convento dei Neofiti, o la casa di Lucrezia Borgia, v’avvenite fra cotesti chiassuoli, cospersi d’immondezze, non n’uscirete prima d’aver tocco del gomito centinaia di perduti, ladri, scrocconi, suonatori di mandolino, modelli, accattoni, ciceroni, ''{{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno/Canto XI|ruffian, baratti, e simile lordura}}''. Che se avete a trattar con essi, vi daranno dell’''Eccellenza'', vi baceranno la mano, e nell’infrattanto vi ruberanno il moccichino o l'oriuolo. Niente di peggio nelle più popolose città d’Europa, non esclusa Londra. Del resto sono tutti ''praticanti'', senza credere punto in Dio; ma la polizia va rimessa, e raro inquietali, chè nullo avria a farvi guadagno. Se sono talvolta sostenuti, una commendatizia o {{pt|l’an-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|36||}}</noinclude>statuite se ommettono il precetto pasquale, o se prendono a sberteggiare i Santi ed i loro miracoli. Il tribunale del Vicariato su questo capitolo non accorda tregua; per ogni resto la polizia fa vista d’essere scema d’un occhio, e sorda in ambo gli orecchi. Il delitto è spesso ad essi perdonato; ma guai se loro saltasse il ticchio di conquistare un pochissimo di libertà, se osassero dire qualche parola a strappo contro un abuso, se sentissero e ne dessero cenno altrui di essere uomini!
Il perchè meco stesso meraviglio pensando che dopo siffatta educazione non sieno in più miserevole condizion traboccati. La più abbietta parte di popolo è quella che abita il ''Rione dei Monti''. Se andando, a mo’ d’esempio, a cercare il convento dei Neofiti, o la casa di Lucrezia Borgia, v’avvenite fra cotesti chiassuoli, cospersi d’immondezze, non n’uscirete prima d’aver tocco del gomito centinaia di perduti, ladri, scrocconi, suonatori di mandolino, modelli, accattoni, ciceroni, ''{{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno/Canto XI|ruffian, baratti, e simile lordura}}''. Che se avete a trattar con essi, vi daranno dell’''Eccellenza'', vi baceranno la mano, e nell’infrattanto vi ruberanno il moccichino o l’oriuolo. Niente di peggio nelle più popolose città d’Europa, non esclusa Londra. Del resto sono tutti ''praticanti'', senza credere punto in Dio; ma la polizia va rimessa, e raro inquietali, chè nullo avria a farvi guadagno. Se sono talvolta sostenuti, una commendatizia o {{pt|l’an-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||37}}</noinclude>{{Pt|gustia|l’angustia}} del carcere che non può capirli sono motivi per essere ridonati alla libertà. I loro vicini, buoni operai, trascinati dall’esempio, fuorviano anch’essi: i loro ingordi guadagni del verno, secondo la costumanza, sono sfumati nel carnesciale. Giunge la state; gli stranieri partono a stormi, il lavoro manca, manca la moneta. L’educazion morale, che potrebbe incuorarli, non esiste. La manìa dell’apparire (malattia indigena ed appiccaticcia) li pone in guai; le donne fan mercato di sè per danaro, gli uomini corrono agli eccessi.
Ma non denno essere giudicati con soverchia severità cotesti poveri plebei: ricordivi che nulla han letto, che non han messo piede fuori delle mura di Roma, che lo esempio del fasto sfolgorato ad essi vien pôrto dai cardinali, l’esempio di mala condotta dai prelati, l’esempio della venalità dai funzionarii e magistrati, l’esempio dello sperpero dal ministro della finanza. Ricordivi che grande cura sonosi data di sbarbicare dal loro cuore, quasi fosse erba velenosa, ogni nobiltà di sentimento dell’umana dignità, che è il vero barbacane della virtù.
A voler essere giusti, si dee dire che il sangue che scorre nelle vene della razza italiana sia di tempra assai generosa, se una parte notevole della plebe romana ha potuto serbar orma di virtù fra cotanto rovinio di vizii. Ho io incontrato nel ''Rione di Trastevere'' uomini semplici, grossieri, violenti,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|38||}}</noinclude>talvolta terribili; ma uomini davvero, apprensivi pel loro onore fino al segno di uccidere su’ due piè colui che si attenti di offenderlo. Ignoranti come gli abitanti dei ''Monti'', con le stesse lezioni e coi medesimi esempii addottrinati, hanno pari imprevidenza, pari desiderio dei piaceri, brutalità pari nelle passioni; ma non si piegano se non forse per sollevar di terra il pugnale che loro guizzò dal seno, e di cui, come sposa dal monile, mai non si dividono.
Governo degno di governare farebbe suo pro di tanta vigoria naturale. Ammansirebbela dapprima, drizzerebbela dipoi a fine laudabile. V’ha chi adopera a maraviglia il pugnale nelle taverne, che emulerebbe i Ferrucci nei campi di battaglia. I Trasteverini non sono teneri nè di Dio nè del Governo, nè di religione nè di politica; è ciò che da essi unicamente vuole il paterno governo, il quale ne guiderdona la docilità comportando che si sgozzino fra loro.
Ma nè Trasteverini nè Montigiani hanno alito di vita politica; di che i cardinali ingalluzziscono, maravigliati d’aver tenuti tanti e sì fieri uomini nella ignoranza completa di tutti gli umani diritti. Ma è poi tutt'oro ciò che luccica? Poniamo caso che un messo dei comitati democratici di Londra o di Livorno giunga nella capitale del Papa a far proseliti: un plebeo di buona pasta, ma non privo di discorso, penserebbe due volte innanzi di scarabocchiare nell’albo di {{Pt|aggre-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Governo degno di governare farebbe suo pro di tanta vigoria naturale. Ammansirebbela dapprima, drizzerebbela dipoi a fine laudabile. V’ha chi adopera a maraviglia il pugnale nelle taverne, che emulerebbe i Ferrucci nei campi di battaglia. I Trasteverini non sono teneri nè di Dio nè del Governo, nè di religione nè di politica; è ciò che da essi unicamente vuole il paterno governo, il quale ne guiderdona la docilità comportando che si sgozzino fra loro.
Ma nè Trasteverini nè Montigiani hanno alito di vita politica; di che i cardinali ingalluzziscono, maravigliati d’aver tenuti tanti e sì fieri uomini nella ignoranza completa di tutti gli umani diritti. Ma è poi tutt’oro ciò che luccica? Poniamo caso che un messo dei comitati democratici di Londra o di Livorno giunga nella capitale del Papa a far proseliti: un plebeo di buona pasta, ma non privo di discorso, penserebbe due volte innanzi di scarabocchiare nell’albo di {{Pt|aggre-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||39}}</noinclude>{{Pt|gazione|aggregazione}} il suo nome, e forse rimarrebbe nella scelta peritoso. Ma la bordaglia dei Monti saria tosto inuzzolita alla immagine di un tafferuglio: e la fierezza dei Trasteverini si scatenerebbe all’idea di un attentato all’onore. Meglio metterebbe aver popolo discorsivo, comecchè non bene affetto: il Papa avrebbe spesso a discendere per trattar con esso; ma non mai a tremare innanzi ad esso.
E tenga Iddio lontano il tristo augurio. La plebe romana si lasciò andare alle arti seduttrici dei mestolatori del 1848, abbenchè il nome di repubblica nei tempi moderni suonasse nuovo al suo orecchio. E lo ha ora dimentico? Risponda in coro {{AutoreCitato|Giacomo Antonelli|Antonelli}} e {{Wl|Q87067169|Nardoni}}. Quel nome magico, la cui mercè i grandi erano stati pareggiati ai piccioli, le sta fiso in cuore. E intanto i mazziniani non radunano operai nel ''Rione Regola'' per insegnar loro a mondar nespole, e piegare la cervice ai preti.
I villici, comecchè spregiati dalla plebe romana, anche nel piovente del Mediterraneo non son punto di spregi meritevoli; chè gl’influssi vaticani poco han potuto su di loro. Son dessi infelici, ignoranti, creduli, rubesti, ma retti, ospitali e generalmente onesti. Per conoscerli da vicino conducetevi in alcuno dei paeselli della provincia di Frosinone, ad esempio. Traversate le sterminate pianure deserte per mal'aria; seguite l’alpestro dirupato cammino dei monti; v’imbatterete in piccola città di 5000 a 10,000 anime che<noinclude><references/></noinclude>
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E tenga Iddio lontano il tristo augurio. La plebe romana si lasciò andare alle arti seduttrici dei mestolatori del 1848, abbenchè il nome di repubblica nei tempi moderni suonasse nuovo al suo orecchio. E lo ha ora dimentico? Risponda in coro {{AutoreCitato|Giacomo Antonelli|Antonelli}} e {{Wl|Q87067169|Nardoni}}. Quel nome magico, la cui mercè i grandi erano stati pareggiati ai piccioli, le sta fiso in cuore. E intanto i mazziniani non radunano operai nel ''Rione Regola'' per insegnar loro a mondar nespole, e piegare la cervice ai preti.
I villici, comecchè spregiati dalla plebe romana, anche nel piovente del Mediterraneo non son punto di spregi meritevoli; chè gl’influssi vaticani poco han potuto su di loro. Son dessi infelici, ignoranti, creduli, rubesti, ma retti, ospitali e generalmente onesti. Per conoscerli da vicino conducetevi in alcuno dei paeselli della provincia di Frosinone, ad esempio. Traversate le sterminate pianure deserte per mal’aria; seguite l’alpestro dirupato cammino dei monti; v’imbatterete in piccola città di 5000 a 10,000 anime che<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|40||}}</noinclude>serve di dormentorio ad altrettanti villici. Di lontano la cupola di una chiesa, le ampie mura di una badia, la torre merlata di feudal castello vi fan credere che siavi del ben di Dio. Legioni di avvenenti fanciulle con anfore di rame in sulla testa discendono ad attignere alla fonte che polla sotto lo scoglio. Ma sta qui tutto: entrate nell’abitato; allo squallore, al silenzio, alla solitudine, vi credereste in mezzo a città abbandonata, se grandi cedoloni in sulle sudicie e affumicate pareti non testimoniassero di recente ''missione''. «Viva Gesù! Viva Maria! Viva il sangue di Gesù! Viva il cuor di Maria! Bestemmiatori, tacete per amor di Maria!» Religiose sentenze che depongono a favore della bonarietà degli abitanti. Dopo un quarto d’ora di giri e andirivieni, si sbocca sulla piazza maggiore, ove una mezza dozzina d’officiali civili stannosi sbadigliando a canto fermo assisi presso ad una botteguccia da caffè. Sedete con essi, i quali vi chieggono in sul serio novelle di Luigi Filippo, e voi, per rimando, quale epidemia spopolo il paese: quando un paio dozzine di venditori e rivendugliole pongono in mostra, disposte a cerchio, le loro mercanzie, tali che frutta, legumi, insalate. Ma chi compera? Ecco i compratori. La notte s’avanza, e tutta la popolazione riede dal lavoro dei campi al riposo del tugurio. Bella e robusta popolazione, come saresti formosa al riguardante, ordinata in reggimenti di fanti od in isquadroni<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||41}}</noinclude>di cavalieri! Questi uomini, vestiti à mezzo, sono usciti due ore prima del levar del sole per sarchiare un campicello, o per altra bisogna agricola. Taluno ha il poderetto a cinque o sei chilometri dal villaggio: ed ei vi si conduce tutti i dì col figliuoletto, col ciacco e col cane. Il maiale ed il cane sono stecchiti, l’uomo ed il fanciullo non sono tarchiati; e pure, l’aspetto loro è composto a soave letizia. Il padre compera dell’insalata ed una focaccetta di meliga che forniranno la cena della famiglia. Un sacco di paglia accoglierà al riposo le stanche membra. Se vi talenti seguirli alle loro case, vi pregheranno di cenar con essi. Povera ogni cosa nella casa; povera, come le case, la
suppellettile della mente.
La donna attende alla porta il signor suo. Fra gli animali domestici la donna è quello che il villico romano meglio adopera d’ogni altro. Ella fa il pane e la galletta di meliga: fila, tesse, cuce; va tutti i giorni a provvedere legna a cinque chilometri e l’acqua a due e mezzo; reca in sulla testa il carico di un mulo; lavora dal sorger del dì a notte senza piatire, e senza un lamento. I fanciulli che partorisce in buon numero, e si reca alla poppa, sonole di grande aiuto: imperciocchè all’età di quattr’anni li adopera alla custodia di altri animali.
Non chiedete a cotesti poveri campagnuoli che cosa pensino di Roma e del suo governo, chè parlereste arabo. Governo nel loro {{Pt|com-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|42||}}</noinclude>{{pt|prensorio|comprensorio}} è un gramo impiegato a 15 scudi il mese, il quale loro ministra e vende ciò che chiamasi giustizia: governo è il cumulo delle pesanti imposte su la casetta, sul campo, sulla famiglia, sugli animali, sul focatico e cosi via via; e dazii sul vino, sulla carne, quando avvien che ne cibino. Muovono doglianza, ma senz’ira, riguardando le imposizioni come gragnuola periodica sui loro raccolti. Se venissero a sapere che Roma fu distrutta da violente tremuoto, non ne prenderebbono affanno; e seguendo lor maniera di vegetazione, solo gioirebbero di minori imposte. È questo ritratto fotografico delle popolazioni delle campagne romane. Separati, senza commercio, senza industrie, senza affari, senza idee, senza vita politica: l’agricoltura è tutto; la vegetazione è nelle campagne come nelle famiglie, in agraria ed in zoologia; gli è un pien medio-evo.
Capitale non hanno cotesti poverelli che il Paradiso, a cui han fede, e sospirano con ogni lor possa. Vi è cui è grave pagare una tassa di dieci baiocchi; intanto ne spende venti per fare iscrivere sull’uscio di sua casetta: ''Viva Maria!'' Vi è cui paion troppi quei miseri 15 scudi del ''governatore'' o del ''priore''; intanto corre volenteroso a pagare sua quota per sagginare dieci o quindici preti che han còmpito d’insegnare la modestia alle fanciulle. La fede compensali di tutti mali; chè se non basta a frenare loro il pugnale in mano, quando il razzente del vino infonde in cuore<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||43}}</noinclude>novella vita, bene è da tanto da vietar loro mangiar carni in venerdì.
Mirateli in giorno di festa solenne. Uomini, donne, bimbi tutti alla Chiesa. Fiori sono spanti per le vie; la gioia è nei volti. Oh che c’è egli ora? Che c’è? C’è sant'Antonio! Messa in musica in onor di sant’Antonio; una processione per festeggiar sant’Antonio; i bambini vestiti da angeli; gli uomini imbacuccati con vesti di loro confraternita: son costì i confrati del Cuore di Gesù; sono là quei del Nome di Maria; vengono dopo le anime del Purgatorio. Ma ecco, la processione si ordina; le file, dopo un po’ di parapiglia, si dispongono: alfin procede. Ma quando la statua di sant Antonio (che è un fantoccio dalle guance rosse) esce di chiesa, misericordia! turate gli orecchi: rimbombano i petardi, suonano a distesa le campane, gracchiano i preti, piangono le pinzocchere, gridano a piena gola i fanciulli: «Viva sant'Antonio!» La sera fuochi pirotecnici, un globo areostatico, dipintovi sopra sant’Antonio, qualche luminaria.... e poi, dopo tanta gazzarra, chi potrebbe lamentare il manco di pane? Chi non si crederebbe aver di catti?
Passiamo l’Appennino. La popolazione, comecchè non affatto differente da quella che abbiamo testè conosciuta, pure quanto ad essa innanzi! Costì gli uomini hanno uso di discorso. Se l’artiere delle città non è in lieto stato, egli ne indovina il motivo, e vi appon<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||43}}</noinclude>novella vita, bene è da tanto da vietar loro mangiar carni in venerdì.
Mirateli in giorno di festa solenne. Uomini, donne, bimbi tutti alla Chiesa. Fiori sono spanti per le vie; la gioia è nei volti. Oh che c’è egli ora? Che c’è? C’è sant’Antonio! Messa in musica in onor di sant’Antonio; una processione per festeggiar sant’Antonio; i bambini vestiti da angeli; gli uomini imbacuccati con vesti di loro confraternita: son costì i confrati del Cuore di Gesù; sono là quei del Nome di Maria; vengono dopo le anime del Purgatorio. Ma ecco, la processione si ordina; le file, dopo un po’ di parapiglia, si dispongono: alfin procede. Ma quando la statua di sant Antonio (che è un fantoccio dalle guance rosse) esce di chiesa, misericordia! turate gli orecchi: rimbombano i petardi, suonano a distesa le campane, gracchiano i preti, piangono le pinzocchere, gridano a piena gola i fanciulli: «Viva sant’Antonio!» La sera fuochi pirotecnici, un globo areostatico, dipintovi sopra sant’Antonio, qualche luminaria.... e poi, dopo tanta gazzarra, chi potrebbe lamentare il manco di pane? Chi non si crederebbe aver di catti?
Passiamo l’Appennino. La popolazione, comecchè non affatto differente da quella che abbiamo testè conosciuta, pure quanto ad essa innanzi! Costì gli uomini hanno uso di discorso. Se l’artiere delle città non è in lieto stato, egli ne indovina il motivo, e vi appon<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|44||}}</noinclude>rimedio, quanto è da sè. Parimente se stremo di ricchezza è il colono, ei adopera col suo padrone modo di arricchire, e la coltivazion dei campi è in tanto progresso, che, fra non assai, non avrà più progresso a fare. E l’uomo alle prese con la natura ne approda; e coltivando il campo, coltiva insiem lo spirito.
Ma, per essere veritiero, ho da dire che in sì belle provincie la religione vive scriata e stenta. Ho indarno cercato nelle città dell’Adriatico i cedoloni di Frosinone, di Fellettino o di Veroli: «Viva Gesù! Viva Maria!» che mi empieron l’animo di santa edificazione di là dai monti. A Bologna ho letto sonetti sui canti delle vie: sonetto al dottor Massarenti che guarì la signora Tagliani; sonetto al giovane Guadagni nell’occasione di sua laurea... A Faenza, nelle pareti delle case, appresi nuova specie di entusiasmo per l’arte drammatica: «Viva la Ristori! Viva la divina Rossi!»... A Rimini, a Forlì ho letto: «Viva Verdi! Viva la Lotti! Vivano Ferri, Cornaro, Rota, Mariani! ed anche (ne chiedo perdono agli abbuonati all’''Opera''): Viva la Medori!»
Lorchè visitai, dopo Ancona, la Santa Casa di Loreto che, come sapete, fu recata di Palestina, co’ suoi mobili, a spalla di angeli; vidi truppa di pellegrini entrare in chiesa trascinandosi ginocchioni, versando lacrime, e leccando con la lingua i mattoni. Pensavo, sgomento, che fossero paesani del vicinato: ma un operaio d’Ancona, ivi presente, mi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||45}}</noinclude><section begin="s1" />sgannò. «Signore, disse, quei miseri che vedete abitano di là dell’Appennino, poichè vanno ancora in pellegrinaggio. Or fan cinquant’anni che noi abbiamo smesso; ma noi lavoriamo.»<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|f=120%|v=2|CAPITOLO VI}}
{{ct|v=2|La classe mediana.}}
La classe mediana è in ogni luogo e in ogni tempo il fondamento dello Stato. Sta in essa non solo ricchezza ed indipendenza, ma capacità e moralità del popolo. La borghesia volge i passi liberamente inverso un avvenire fortunato e cospicuo fra l’aristocrazia, che fuma di orgoglio nel non far nulla, e la plebe, che s’arrovella per non perire affamata. Il nobile or ha temenza, ora dispetto del progresso; il popolo va, per manco d’intendimento, spesso restìo, come bestia quand’ombra; solo la classe media vi tende per irresistibile istinto, anche a rischio degl’interessi suoi più cari. Una cima d’uomo di Stato, che vuolsi giudicare dietro le sue dottrine e non dopo gli eventi, il signor Guizot, ne ha posto sott'occhi l’impero romano andato a sfascio per non avere avuta borghesia, volgente il secolo quinto dell’era nostra. E non veggiam noi con quale vigoria di progresso Francia grandeggi di giorno in giorno dalla rinvoltura borghese del 1789 al presente?
Alla borghesia pertanto il privilegio degli utili rivolgimenti; ad essa l’onore di {{Pt|repri-}}<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|46||}}</noinclude>{{Pt|mere|reprimere}} i turbamenti dei Ciompi ed i tumulti degli Straccioni.
Tal classe, che dall’un canto è l’erede legittima del potere che si arrogano i Papi, e dall’altro l’avversario nato delle follie mazziniane, avrebbe ad essere numerosa e forte nel paese che stiamo studiando.
Ma la casta sacerdotale, che pone il fatale principio del poter temporale sopra qualsiasi interesse dell’umano consorzio, nulla ha cui con maggiore conato intenda quanto abbassare od anco spegnere la classe mediana. E per necessario discorrimento, la opprime di pesi, senza chiamarla a parte dei beneficii; non le accorda carica od impiego, per quantunque modesto, senza obbligarla a penosi sacrifizi; nulla neglige per istrappare le aureole che circondano le liberali professioni: la scienza e le arti adima al suolo, ed ogni sempre che alcuna cosa s’abbassa d’intorno a sè, la turpe landra estima di esser divenuta più grande.
Sistema questo che a Roma e nelle provincie del Mediterraneo ha attecchito; ma fatto mala prova di sè a Bologna e nelle provincie dell’Appennino. La borghesia nella prima capitale dello Stato vive miserella e scriata; nella seconda vive numerosa, agiata, inflessibile al potere. Ma le passioni malvage, assai più funeste alla compagnia degli uomini, che la ragionevole opposizione dei partiti, han progredito in senso inverso. E di vero, a Bologna, dove la borghesia è potente a {{Pt|raffre-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||47}}</noinclude>{{Pt|narle|raffrenarle}}, elle fan capolino di straforo; a Roma trionfano alla libera sopra la perdente borghesia. Di che séguita che Bologna è città di opposizione, e Roma città socialista; e quindi il prossimo movimento starà nei limiti di moderazione a Bologna, verserà sangue a catinelle a Roma. E questo è il guadagno della parte sacerdotale; ma a carne di lupo zanne di cane.
Nulla può dare il giusto concetto dello spregio in che i prelati, i principi, gli stranieri di rango, ed anche i servitori di Roma, hanno la classe mediana, o com’essi dicono, il ''mezzo ceto''.
Il prelato ha di sode ragioni. Se è ministro, vede gli uffizi gremiti d’impiegati tolti dalla borghesia. E ben sa che cotesti uomini operosi ed intelligenti, ma poco retribuiti, veggonsi necessitati a compiere di celato alcun umile uffizio, tale che compilare il giornale d’un fittaiuolo, o recare in netto nel libro-mastro i conti ad un ebreo: di cui la colpa? Ei non ignora che non v’ha merito che tenga; ma per avanzar di posto, o crescere di stipendio, ha uopo porre il fronte nella polvere e pregare a mani giunte per mesi ed anni; o interporre sua moglie, se giovane ed avvenente. E noi avremo in dispregio cotesto infelice, e non piuttosto quei messeri in calzette pavonazze, i quali a tali estremi lo adducono?
Se monsignore è magistrato di un tribunal superiore, ad esempio, della sacra Rota, non<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||48}}</noinclude>dee stillarsi il cervello per apparar ragione; un individuo della media classe ha il compito di studiar per lui. Coteste secretario, od aiutante di studio o consultore, è un fior di giureconsulto; chè a non perdersi nel labirinto delle così dette leggi pontificie, vuolsi uom provato e saputo; ciò non ostante, monsignorino, che si fa bello, come il corbaccio, delle dorate penne non sue, si argomenta d’impunemente ispregiarlo, modesto ch’egli è, e senza speranza di più lieto avvenire. E qui pure, di cui la colpa?
Lo stesso prelato, che uscito appena di seminario giudica le cause in ultima istanza, fa professione di avere a vile gli avvocati. Confesso che mi commuovono le viscere cotesti malaugurati sacerdoti di Temi, i quali scrivono per ciechi, favellano a sordi, sciupano le suole delle scarpe aggirandosi negl’intricati sentieri della procedura rotale. Ma meritano tutt’altro che sfregi, dotti che sono e spesso eloquenti. I signori Marchetti, Rossi e Lunati potrebbono dettare di belle arringhe, se non fossero di altro occupati. Perchè credo, nè credo di creder male, che i monsignori, per celare la tema che loro ispirerebbe il costoro merito, facciano viste di sberteggiarli, come chi allunga le braccia per non cader bocconi. Così è avvenuto che taluno di essi sia stato messo al confino; altri ridotto al silenzio ed alla miseria. Antonelli cardinale diceva al signor di Grammont: «Gli avvocati erano una delle piaghe nostre, che cominciammo a {{Pt|ri-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||49}}</noinclude>{{Pt|marginare|rimarginare}}. Se potessimo di presente sbrattarci degli uomini di uffizio, tutto camminerebbe co’ piedi suoi.» Stiamo a speranza che s’abbia presto a trovare alcun burocratico macchinismo capace di supplire al lavoro dell’uomo!
I principi romani dispettano la classe mediana. Il medico che ne ha cura e che li sana pertiene a cotesta classe. Ma avvegnadiochè abbia fisso stipendio, lo spregio viene come giunta alla carne: spregio, peraltro assai magnanimo, del padrone pel cliente. Allorchè à Parigi l’avvocato piatisce la causa d’un principe, questi dicesi ed è cliente: in Roma è l’avvocato.
Ma sopra il fittaiuolo od il mercatante di campagna cadono gli scrosci più terribili del principesco dispregio. Eppure debbo dar loro ragione.
Il mercatante di campagna è uom da nulla; onesto, intelligente, operoso, ricco. Ei prende a fittanza qualche migliaio di ettare a dissodare, che il principe ignorante ed impotente lascerebbe incolte. Su questi nobili terreni il fittaiuolo fa vagar senza rispetto sue mandrie di buoi, di vacche, di cavalli e di montoni. Talora, se la scritta nol vieta, ei pone a lavoro buona parte del suolo e vi semina frumenlo. Sopravvenuta la state, mille o mille e dugent’uomini, discesi da’ monti, invadono la terra del principe in servizio del fittaiuolo. Falciano la messe, battonla sull’aia, raccolgonla in covoni e pagliai, o la recano nei<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|50||}}</noinclude>granai. Dall’alto verone del suo castello il principe vede ogni cosa, e apprende che sulla sua terra un uom di ''mezzo ceto'', un uomo che ha sempre gli arcioni inforcati del suo cavallo, ha raccolto tante sacca di grano, che fanno tante sacca di scudi. Il mercatante di campagna viene ei stesso a confermar la novella versando in moneta sonante il fitto convenuto. Alcuna fiata ei paga più annualità in anticipazione senza alcuno sconto. Or non vi par ella impertinenza cotesta difficile a tranghiottire? E per arrota, il fittaiuolo è civile, a modo e per bene, e più istrutto del principe: egli destina più ricca dote alle sue figliuole, e comprerebbe tutto il feudo del principe pel suo figliuolo, se quegli fosse condotto a venderlo. La coltura in mani siffatte minaccia la proprietà dei grandi: cosi almeno la pensa il principe. La loro mania di continuo lavorare è grave perturbazione della solenne calma romana. Le ricchezze ch’eglino acquistano per punta di talento e di operosità recano grandissima offesa alla ricchezza morta, che è la base dello Stato e l’amministrazione del Governo. V’è di vantaggio: il mercatante di campagna, il quale non è prete, ed ha donna e figliuoli, vorrebbe porre le mani nelle faccende per la ragione ch’ei governa a maraviglia le proprie? Ei gridare agli abusi, riclamare rifornie? Quale temerità! Lo si scaccerebbe via, come un avvocato, se le industrie sue non fossero al paese necessarie, e se non<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||51}}</noinclude>si corresse pericolo di affamare una contrada, ponendo un uomo alla porta.
Ma cotesti speculatori di coltura sono per soprammercato saliti in potenza. Uno di essi, nel 48, sotto il regno di Mazzini, lorchè per manco di pecunia cessarono le opere pubbliche, fe’ terminare a sue spese il ponte della Riccia, che si conta fra le più leggiadre opere del tempo nostro. E pure il valentuomo ignorava se il Papa sarebbe tornato al Vaticano, ed avrebbe rimborsato le spese. Questo s’addimanda farla da principe, usurpare spudoratamente un còmpito che non è della sua casta.
Ma io, che non ho la ventura d’esser principe, non ho ragione al mondo per tenere in conto di veri nonnulla i mercatanti di campagna; ed in quella, ne ho di belle e di buone per tributar loro stima sincera. Ho, per verità, scôrto in essi intendimento non disgiunto da bonarietà, e per aggiunta, assai di cuore; tipo di borghesi, nell’accezion migliore della voce. Solo mi duole che sieno pochini nè posti in condizion libera.
Fossero soli duemila, ed il cosi detto Governo lasciasseli a loro buona voglia operare, la campagna romana prenderebbe in pochi mesi altro aspetto, e la febbre della mal’aria altra via.
Gli stranieri che han vissuto in Roma più o meno a dilungo fanno bordone ai principi nel favellare in tuon sprezzante della borghesia. Ed io, il quale diedi in ciampanelle con essi, sono in grado di chiarire la cosa.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|52||}}</noinclude>
Hanno essi abitato stanze mobigliate, la cui padrona fu per avventura tenera di cuore (chè la verità s’ha a dire) con essi. Or, cotesta morbidezza di cuore non è pregio di poche, e sia. Ma chi può chiedere che il mezzo-ceto abbia a prendere pensiero del costume di povere femminette o di qualche landra spudorata? Certo è poi che simili taccherelle macchiano pure le femmine parigine; ciò non ostante niuno leva la voce contro la borghesia francese, e bene adopera.
Hanno essi avuto a fare col commercio di Roma, e certo debbono averlo riconosciuto male organato per la ragion lampante che i capitali scarseggiano e le istituzioni del credito pubblico sono a pezza minori dell'uopo. Urta per verità nei dì carnescialeschi vedere bottegai ed erbivendole andare aiati in cocchi sfoggiati o nei primi palchetti dei teatri: ma di tal fatto inconsiderato, che meriterebbe bottoni di fuoco? Lo esempio alla romana borghesia è fornito dalle caste superiori: chè la rogna la viene in sul capo.
Hanno essi consultato un medico nella farmacia, e sonosi imbattuti in un ignorante, sfortuna certamente, ma non indigena di Roma, chè ciuchi sono dovunque; ne poi la classe de' medici nel regno zoologico componsi di aquile. O credete che i Baroni (i quali onorano in un medesimo Roma, Italia ed Europa) s’incontrino, come i funghi, ad ogni passo? Che se, continuando la metafora (e come obbliare il padre {{Pt|Deco-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Il Governo Pontificio o la Quistione Romana/Capitolo 4
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Il Governo Pontificio o la Quistione Romana/Capitolo 5
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dominik180" />{{RigaIntestazione|48|{{smaller|ISTORIE DEL REGNO DI NAPOLI}}}}</noinclude>
Partito da Durazzo Belisario, Giovanni figliuolo di Vitaliano fratello di Iustiniano e uno de’ suoi capitani, ancor lui partito da Durazzo e passato il golfo, a l’improvviso assaltò li goti e ruppeli e in un subito prese Brundusio; poi similmente per forza ebbe Canusio e di lí passando in Calabria, rotta e morta gran parte de l’esercito di Richimondo goto, che a la guardia di quelle provincie era stato mandato da Totila, e preso lui, la terra di Bruzzi e la Lucania per dedizione recuperò e in Puglia ad alloggiarsi si ridusse.
Avea in questo mezzo Totila preso Roma e mandato ambasciatori a trattar pace e amicizia con Iustiniano; e intendendo le cose fatte da Giovanni, mandò di nuovo in Lucania e in Bruzzi sue genti ad instaurar la guerra in quelli paesi. Dappoi, essendo ritornati di Constantinopoli li suoi ambasciatori e non con buona risposta, buttata a terra la maggior parte de le mura di Roma e bruciatola quasi tutta, uomini e donne tutte ne mandò fuora e li disperse per le terre di Campania; cosí lasciando Roma deserta e desolata, con parte de l’esercito andò in persona in Calabria contra Giovanni, il quale intesa la venuta di Totila, lasciando ogni altra cosa, in Otranto si ridusse. Il perché Totila Lucania e Bruzzi e Calabria tutta, eccetto Otranto, in un momento recuperò; e in questo tempo Taranto giá potente cittá, che per queste guerre era stato ruinato e deserto fu riedificato e ridotto in picciola cittá da calabresi e lucani, che de le loro proprie cittá erano stati cacciati.
In questo mezzo avea Belisario riedificato e fortificato le mura di Roma: il perché lasciando Totila Calabria, tornò a Roma per espugnarla un’altra volta, e non potendo per la virtú di Belisario che la difendeva, mandò buona parte de l’esercito al presidio di Campania e lui a la espugnazione di Perosa ne andò.
Il che intendendo Giovanni, desideroso di gloria venne in Campania per liberare li romani che per quella provincia erano stati sparsi da Totila ne la desolazione di Roma: onde scontratosi a Minturna sopra il Garigliano con li goti mandati<noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. - Il rapimento d'Elena e altre opere.djvu/168
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<noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||o( {{Smaller|{{Roman|134}}}} )o}}</noinclude>{{Ct|L=.3em|t=2|v=1|ΙΣΟΚΡΑ´ΤΟΥΣ ΑΘΗΝΑΙ´ΟΥ}}
{{Ct|f=180%|t=1|v=2|ΕΛΕ´ΝΗΣ ΕΓΚΩ´ΜΙΟΝ.}}
{{xx-larger|Ε}}ἰσί τινες οἳ μέγα φρονοῦσιν, ἢν ὑπόθεσιν ἄτοπον καὶ παράδοξον ποιησάμενοι περὶ ταύτης ἀνεκτῶς εἰπεῖν δυνηθῶσι· καὶ καταγεγηράκασιν οἱ μὲν οὐ φάσκοντες οἷόν τ’ εἶναι ψευδῆ λέγειν οὐδ’ ἀντιλέγειν οὐδὲ δύω λόγω περὶ τῶν αὐτῶν πραγμάτων ἀντειπεῖν, οἱ δὲ διεξιόντες ὡς ἀνδρία καὶ σοφία
{{Rule}}
(1) <section begin="1"/>Quest’Orazione è stata divisamente dall’altre stampata colla version latina di ''{{Wl|Q61631|Geronimo VVolfio}}'' nell’anno 1566. in 4., e in italiano coll’altre ridotta da ''Pietro Carrario. In Venezia, per Michele Tramezzino, 1555. in 8.''<section end="1"/>
(2) <section begin="2" />Il nome di questo famoso Oratore, non che nella Grecia a’ suoi tempi, s’è mantenuto in ogni età glorioso ed illustre presso le colte nazioni. Ha egli la gloria d’essere stato Maestro d’uomini insigni, fra’ quali di {{Wl|Q129772|Senofonte}}, di {{Wl|Q4318|Teopompo}}, d’{{Wl|Q314447|Iperide}}, d’{{Wl|Q365097|Iseo}}, e dello stesso {{Wl|Q117253|Demostene}}. Poichè varj Encomiatori ebbe del merito suo, e varj Scrittori della sua Vita, nel numero de’ quali {{Wl|Q41523|Plutarco}}, {{Wl|Q544777|Filostrato}}, e {{Wl|Q26204|Dionisio Alicarnasseo}}; ci contenteremo di qui portare in sua lode le testimonianze di ''{{Wl|Q1541|Cicerone}}'', che così ne parla al III. ''{{Wl|Q246289|de Oratore}}''. ''Suavitatem'' Isocrates, ''subtilitatem Lysias, acumen Hyperides sonitum Æschines, vim Demosthenes habuit . E nel Bruto Isocrates, cujus domus cunctæ Græciæ quasi ludus quidam patuit atque officina dicendi, Magnus Orator, e perfectus Magister, quanquam forensi luce caruit, intraque parietes''<section end="2" /><noinclude></noinclude>
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Opere volgari (Alberti)/Nota sul testo (volume II)
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{{Qualità|avz=100%|data=17 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Nota sul testo|prec=../|succ=/Rime}}
<pages index="Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. II, 1966 – BEIC 9707880.djvu" from="387" to="388" />
== Indice ==
* {{testo|/Rime}}
* {{testo|/Theogenius}}
* {{testo|/Profugiorum ab ærumna}}
* {{testo|/Epistola consolatoria}}
* {{testo|/Sentenze pitagoriche}}
* {{testo|/Uxoria}}
* {{testo|/Naufragus}}
* {{testo|/Versione della «Dissuasio Valerii»}}
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Opere volgari (Alberti)/Nota sul testo (volume II)/Profugiorum ab ærumna
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{{Qualità|avz=100%|data=17 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Profugiorum ab ærumna|prec=../Theogenius|succ=../De Iciarchia}}
<pages index="Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. II, 1966 – BEIC 9707880.djvu" from="425" to="446" />
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|profugiorum ab ærumna}}|433}}</noinclude>{|class=lba1
|class=td1|p. {{pg|127}}||4. R ''grande'' {{spazi|5}}5. {{sc|Cat.}}, 62, 16: ''iure igitur vincemur, amat victoria curam''; A ''colle'' agg. m. a. innanzi a ''concertazioni'' (figura in tutti i codd. salvo L<sup>1</sup>) {{spazi|5}}7. R L<sup>2</sup> ''e troppo perturba'', A ''e troppo perturban'', F<sup>b</sup> F<sup>3</sup> ''e troppo perturbano'' (F<sup>3</sup> corr. ex ''perturba''); seguo L<sup>1</sup> {{spazi|5}}10. R ''e dolersi'' {{spazi|5}}14. L<sup>1</sup> ...''altrove si dirà'' {{spazi|5}}31. A L<sup>1</sup> R F<sup>3</sup> ''cosa'' {{spazi|5}}32. R om. ''e distogliessero dalle continue sue investigazioni'', L<sup>1</sup> ''stoglessero''
|-
|p. {{pg|128}}||2. R ''gli avesse forse rotti'' {{spazi|5}}5. L<sup>1</sup> ''intercludere'' {{spazi|5}}14. L<sup>1</sup> ''valli o siepi'' {{spazi|5}}18. R ''comunicare'' {{spazi|5}}22. R ''in presenza degli amici tuoi'' {{spazi|5}}25. L<sup>1</sup> ''teatri'' {{spazi|5}}33. Il nome manca in tutti i codd., e non riesco ad identificarlo.
|-
|p. {{pg|129}}||4. L<sup>1</sup> ''niuno'' {{spazi|5}}5. F<sup>3</sup> ''sopra pulce'' agg. altra mano ''bugie'' (!) {{spazi|5}}21. L<sup>2</sup> ''la volontà'', L<sup>1</sup> ''le volupta'' {{spazi|5}}29. A R L<sup>2</sup> F<sup>b</sup> F<sup>3</sup> ''disciolga'' (o ''discioglia''); seguo L<sup>1</sup>.
|-
|p. {{pg|130}}||1-14. Traduce molto liberamente {{Sc|Herod}}., III, 40 {{spazi|5}}4. L<sup>1</sup> ''della tua fortuna'' {{spazi|5}}11. L<sup>1</sup> ''e di quelle'' (lascio stare il pur curioso costrutto con ''a'' degli altri codd.) {{spazi|5}}12. A F<sup>3</sup> ''doverebbono'' {{spazi|5}}13. L<sup>1</sup> ''gettane'' (cfr. 11), F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''gittarle'' {{spazi|5}}15. L<sup>1</sup> om. ''a'' {{spazi|5}}16. L<sup>1</sup> ''ballare salmonia alla gioventù'' (?) {{spazi|5}}21. A ''in noi'' agg. m. a., L<sup>1</sup> R om. ''in noi'' {{spazi|5}}28. L<sup>1</sup> ''e’ non pregava'' {{spazi|5}}32. L<sup>1</sup> ''villane e risposte contro''.
|-
|p. {{pg|131}}||3. L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> ''tempi'' {{spazi|5}}4. L<sup>1</sup> ''persino'' {{spazi|5}}7. A ''lui'' agg. m. a., L<sup>1</sup> ''l’obliga'' {{spazi|5}}13. R ''comodissimo''; L<sup>1</sup> ''Dice'' {{spazi|5}}17-18. Intendi M. Bibulus e Gabiniani (cfr. {{Sc|Val. Max}}., IV, 1, 15) {{spazi|5}}20. L<sup>1</sup> om. ''per'' {{spazi|5}}32. L<sup>1</sup> con ''nostre fatiche.''
|-
|p. {{pg|132}}|| 1. {{Sc|Enn}}., V, 18 {{spazi|5}}18. L<sup>1</sup> ''a quel'' {{spazi|5}}20. R ''avezzarsi'' {{spazi|5}}27. {{Sc|Iul. Cap}}. ''Ant''., 2, 6 {{spazi|5}}29. L<sup>1</sup> om. ''a'' (cambiando così costrutto e senso della frase) {{spazi|5}}33-36. {{Sc|Sil}}., VI, 373-6, secondo cui correggo la ''lectio facilior'' dei codd. ''illum'' per ''illuviem'' (r. 33).
|-
|p. {{pg|133}}|| 6. L<sup>1</sup> ''delicatezze''; R ''seguiremo'' {{spazi|5}}15. L<sup>1</sup> ''con l’adurirsi'' {{spazi|5}}21. A ''e’'' agg. m. a., R L<sup>1</sup> F<sup>b</sup> om. ''e’'' {{spazi|5}}22. {{Sc|Sen}}. ''De tranqu. an''., VIII, 7 {{spazi|5}}26-30. {{Sc|Var}}. ''Men''., 404.
|-
|p. {{pg|134}}||2. F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''bisognarti'' {{spazi|5}}3. A L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''bisognarti'' {{spazi|5}}14-16. Cfr. {{Sc|Diog. Laert}}., I, 68 {{spazi|5}}17. L<sup>1</sup> ''Cornelio Tacito'' {{spazi|5}}22. A R L<sup>1</sup> F<sup>1</sup> F<sup>b</sup> ''distendono'', L<sup>1</sup> ''distengeno'' (cfr. {{Sc|Curt. Ruf.}}, V, 12) {{spazi|5}}25. A R L<sup>2</sup> ''connumereremo'', già forse lezione anche di F<sup>3</sup>, corr. poi in marg. da Z. A. ''comminuiremo'' (come L<sup>1</sup> F<sup>b</sup>) {{spazi|5}}29. L<sup>1</sup> R ''ingenerano'' {{spazi|5}}30. L<sup>1</sup> ''dalla contumelia''.
|}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|434|{{Sc|nota sul testo}}|}}</noinclude>{|class=lba1
|class=td1|p. {{pg|135}}||4. R ''maxime'' {{spazi|5}}14. A ''dello'' corr. m. a. ex ''d’'', L<sup>1</sup> ''voluttà in affaticarsi'' {{spazi|5}}16. L<sup>1</sup> ''voglio non'' {{spazi|5}}18. L<sup>1</sup> ''a cognizione'' {{spazi|5}}20. A ''conpremendo'' corr. m. a. (?) ex ''che premendo,'' R ''che premendo,'' F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''mano premendo'', L<sup>2</sup> ''quale la mano che ripremendo'' {{spazi|5}}24. ''A noi'' agg. m. a., L<sup>1</sup> (solo) om. ''noi'': R ''abian detto'' {{spazi|5}}27. L<sup>1</sup> F<sup>b</sup> ''da investigare'' {{spazi|5}}30. L<sup>1</sup> ''Io contai'' {{spazi|5}}{{ec|24.|34.}} L<sup>1</sup> om. ''tu'' (tutta questa frase diventa in L<sup>1</sup> una affermazione che conclude il libro I).
|-
|p. {{pg|136}}||1-4. L<sup>1</sup> om. le due ultime battute del dialogo.
|}
{{no rientro}}{{Sc|Libro II}}
{|class=lba1
|class=td1|p. {{pg|137}}||11. L<sup>1</sup> ''discretissimo''.
|-
|p. {{pg|138}}||8. A R L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> ''infecti'' {{spazi|5}}14. L<sup>1</sup> ''gioveremo noi dove'' (questo ''noi'' figura in A, ma cancellato) {{spazi|5}}16. A ''piacerei'' corr. m. a. ex ''gioverei'', L<sup>1</sup> ''gioverei'' {{spazi|5}}18. A ''voltolsi'', R L<sup>2</sup> F<sup>b</sup> ''voltosi'' {{spazi|5}}23. R ''amenissimi''.
|-
|p. {{pg|139}}||1. L<sup>1</sup> ''non so se io traducessi'' {{spazi|5}}3. A ''quel che'' agg. m. a. (in tutti i codd.): L<sup>1</sup> ''piace quel che piace a voi'' {{spazi|5}}8. A ''poi'' e ''sera'' m. a., L<sup>1</sup> om. ''poi'' e ''sera'' {{spazi|5}}9. A & corr. m. a. ex ''altrui'', L<sup>1</sup> ''et ben assettare'', L<sup>2</sup> ''e rassettare'' {{spazi|5}}13. L<sup>1</sup> ''Aremo forse'' {{spazi|5}}20. R F<sup>b</sup> ''turbamento'' {{spazi|5}}22. R om. ''quasi''.
|-
|p. {{pg|140}}||3-4. L<sup>1</sup> ''d’insania e pazzia, e infinite... delle pazzie'' {{spazi|5}}5. R ''appetia'' {{spazi|5}}20. A ''Quinci el vendicare, el punire e rendere alle offese'' agg. m. a., rispecchiata in tutti i codd. salvo L<sup>1</sup> (in F<sup>3</sup> agg. in marg. da mano più tarda) {{spazi|5}}30. A ''vi'' corr. m. a. ex ''mi'', R ''mi'' {{spazi|5}}32. A ''ne'' con ''n'' espunto con puntini sotto, L<sup>2</sup> om. ''ne'', F<sup>3</sup> ''ne'' agg. in interlinea {{spazi|5}}34. A ''protervi''(''t'')''a'' (col ''t'' espunto), altri codd. ''protervità''.
|-
|p. {{pg|141}}||4. Codd. (salvo L<sup>1</sup>) om. ''adunque prima a ciascun morbo qu''(''e'')’ {{spazi|5}}5. R ''addatatici'' {{spazi|5}}9. R ''se fusse'' {{spazi|5}}20. L<sup>1</sup> R ''che li altri'', L<sup>2</sup> om. ''e sentenze... moglie'' {{spazi|5}}24. R ''virtù''.
|-
|p. {{pg|142}}||2. L<sup>1</sup> ''volontà e ansietà'' {{spazi|5}}5. L<sup>1</sup> ''duri... vi astrinse'' {{spazi|5}}20. L<sup>1</sup> ''ricchezza'' {{spazi|5}}25-26. Codd. (salvo L<sup>1</sup>) om. ''facessero essequie a’ suoi minori che non furono figliuoli quali'' {{spazi|5}}28-29. L’A. rifa qui {{Sc|Mart}}., 12, 34, 10-11: ''Nulli te facias nimis sodalem: / gaudebis minus et minus dolebis'' {{spazi|5}}31. R ''Canneio'', F<sup>a</sup> ''Canticio'', F<sup>b</sup> ''Canucio'' ({{Sc|Plin}}. ''N. H.'', VII, 36: ''P. Catienus Philotimus'').
|}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|profugiorum ab ærumna}}|435}}</noinclude>{|class=lba1
|class=td1|p. {{pg|143}}||2. L<sup>1</sup> ''considerarle'' {{spazi|5}}3. L<sup>1</sup> ''e più ne gode'' 14-17. {{sc|Verg.}}, II, 726-9 {{spazi|5}}21. R F<sup>b</sup> om. ''si sia'' {{spazi|5}}28. L<sup>1</sup> ''dicea''; {{Sc|Cat}}., 22, 20 {{spazi|5}}33-34. {{Sc|Prop}}., 1, 9, 7: ...''peritum''.
|-
|p. {{pg|144}} ||4. A R L<sup>1</sup> F<sup>3</sup> ''egrie'' (in F<sup>3</sup> corr. in ''egregie''), L<sup>2</sup> F<sup>b</sup> ''egregie'' (cfr. {{Sc|Tac}}. ''Ann''., XV, 20, 3) {{spazi|5}}19. A ''stimiamo'' corr. m. a. ex ''sentiamo'', L<sup>1</sup> ''sentiamo'' {{spazi|5}}30. A ''exercitare'' con ''er'' espunto, L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> ''excitare'', altri ''exercitare'' {{spazi|5}}34. L<sup>2</sup> R F<sup>3</sup> ''vostra opera'', L<sup>1</sup> ''vostre opere'', A lezione incerta tra sing. e plur.
|-
|p. {{pg|145}}||13. R ''e in quel'' {{spazi|5}}22. R ''pensano'' {{spazi|5}}27. L<sup>1</sup> om. ''né nuocono non le avendo''.
|-
|p. {{pg|146}}||5. R om. ''somme'', F<sup>3</sup> ''somme'' agg. in interlinea da altra mano {{spazi|5}}15. L<sup>1</sup> ''elleno'' {{spazi|5}}21. R ''d’altronde'' {{spazi|5}}31. L<sup>1</sup> F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''e’ bisogna'', A ''e’'' espunto.
|-
|p. {{pg|147}}||2. L<sup>1</sup> ''seguir'' {{spazi|5}}10. L<sup>1</sup> ''si è'' (in A ''e'' porta lo spirito aspro greco) {{spazi|5}}21. {{Sc|Plaut}}. ''As''., 494 {{spazi|5}}27. {{Sc|Cic}}. ''Ep''., IX, 12 {{spazi|5}}29. R F<sup>b</sup> om. ''gravità'' {{spazi|5}}30. A L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> ''micodiano'', L<sup>1</sup> ''micôdeano'', R ''mi chodeano'', F<sup>b</sup> ''mi odiano''; cfr. {{Sc|Cic}}. ''Ep. ad fam''., X, 23, 5: ''In quo capio voluptatem, quod certe, quo magis me petiverunt, tanto maiorem iis frustratio dolorem attulit''. Ma non ci si può fondare per correggere ''chiedeano'' (''petiverunt''), perché l’A. ha cambiato il senso della seconda parte della frase (''frustratio'' / ''biasimarmi'').
|-
|p. {{pg|148}}||3. L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> ''infrangete'' {{spazi|5}}12-16. Codd. (salvo L<sup>1</sup>) om. ''Numa re de’ Romani... sia non necessario'' {{spazi|5}}17. R ''è un guadagno'' {{spazi|5}}21. L<sup>1</sup> ''non sono io, no, quello'' {{spazi|5}}23. A ''disse'' corr. m. a. in marg. ex (''presenza'') ''d’''(''Antonino''), L<sup>1</sup> ''in sua'' (con ''u'' espunto) ''presenza di Antonino Pio rispuose'' (cfr. {{Sc|Iul. Cap.}} ''Ant.'', X, 5) {{spazi|5}}10. Cfr. {{Sc|Liv}}., 11, 3, 4 {{spazi|5}}32. R ''sì intero'' {{spazi|5}}35. Cfr. {{Sc|Nonius}}, 126, 30.
|-
|p. {{pg|149}}||13. Tutti i codd. lasciano lo spazio per il nome (sarebbe forse da integrare: ''Polo''; ma non trovo il detto di Socrate nel ''Gorgias'') {{spazi|5}}14. R. om. ''ove accadde'' {{spazi|5}}15. A R F<sup>3</sup> ''tumulento'' {{spazi|5}}27. L<sup>1</sup> ''mogliere'' {{spazi|5}}28. R ''ostensione'' {{spazi|5}}32. R om. ''ma'' {{spazi|5}}35. ''Aen''., I, 36.
|-
|p. {{pg|150}}||1. Cfr. ''Il''., IX, 496 sgg. {{spazi|5}}6. R ''fragellarla'' {{spazi|5}}11-21. {{Sc|Curt. Ruf.}}, V, 5, 10-12: ''Euctemon'' (l’A. traduce e parafrasa questo passo) {{spazi|5}}14. A L<sup>2</sup> R om. ''dicea'', F<sup>3</sup> agg. in marg. ''disse'', F<sup>b</sup> ''dissono'' (seguo L<sup>1</sup>) {{spazi|5}}16. L<sup>1</sup> ''si è'' {{spazi|5}}17. L<sup>1</sup> ''ed è la calamità querula e la felicità superba'', F<sup>3</sup> ''si è superba'' {{spazi|5}}28-30. {{Sc|Sil}}., XV, 819-21: ''Compressit lacrimas Poenas {{pt|minuit|minuitque}}'' <includeonly>''ferendo / constanter mala et inferias in tempore dignas / missurum fratri clauso commurmurat ore'' {{spazi|5}}32. A ''se'' agg. m. a., L<sup>2</sup> om. ''se'', L<sup>1</sup> ''qual se conoscea'' {{spazi|5}}33-34. {{Sc|Tib}}., III, 2, 5-6.</includeonly>
|}<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|440|{{Sc|nota sul testo}}|}}</noinclude>
<noinclude>{|class=lba1
|class=td1| || 22. R ''o lascivia'' {{spazi|5}}23. L<sup>2</sup> ''retarci'', A R F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''ritrarci''; seguo L<sup>1</sup> {{spazi|5}}27. R ''sollazzarsi'' {{spazi|5}}29. L<sup>1</sup> ''produrre'' {{spazi|5}}32. {{Sc|Hor}}. ''Ep''., I, 19, 47: ''‘displicet iste locus’ clamo et diludia posco''.
|-</noinclude><includeonly>
{|class=lba1 </includeonly>
|class=td1|p. {{pg|179}}||3. A R L<sup>2</sup> F<sup>3</sup> ''qual fu men non solo'', L<sup>1</sup> ''Scipione fulme non solo'', F<sup>a</sup> F<sup>b</sup> ''quale fu lume non solo'' (scelgo quest’ultima lezione malgrado la ''lectio difficilior'' di L<sup>1</sup>, per cui cfr. ''Aen''., VI, 843, et al.); A F<sup>3</sup> L<sup>1</sup> L<sup>2</sup> R ''impeto'', F<sup>a</sup> F<sup>b</sup> ''imperio'' {{spazi|5}}4. A F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> ''latiana'', L<sup>1</sup> ''tatiana'', R L<sup>2</sup> F<sup>a</sup> ''latina'' {{spazi|5}}6. R ''perinsino a'' {{spazi|5}}13. L<sup>2</sup> R F<sup>3</sup> ''marelle'', F<sup>a</sup> F<sup>b</sup> ''morelle'', L<sup>1</sup> ''parelle'' {{spazi|5}}17. R ''balzare'' 19. R ''in mente'' {{spazi|5}}26. L<sup>1</sup> ''venendo da'' (lascio stare ''a'' col senso di ''ab''; cfr. {{sc|Col.}}; 12, 4, 2-3) {{spazi|5}}35. R om. ''romano''.
|-
|p. {{pg|180}}||2. R ''ottimo e prestantissimo'' {{spazi|5}}6 sgg. {{Sc|Suet}}. ''Tib''., 44 {{spazi|5}}10. L<sup>1</sup> F<sup>b</sup> ''dalla fessitudine'' {{spazi|5}}12. L<sup>1</sup> ''extrudere'' {{spazi|5}}13. L<sup>1</sup> ''infingervi'' {{spazi|5}}25. R ''turbazioni pensieri e agitazione'' {{spazi|5}}28. F<sup>3</sup> F<sup>b</sup> om. ''poi'', L<sup>1</sup> ''l’animo non suo mal poi può imperare'', R ''impetrare'', L<sup>3</sup> ''imparare''.
|-
|p. {{pg|181}}||2-6. La forma ''Angeronia'' (contro ''Angerona'') e la interpretazione in {{Sc|Macr}}. ''Sat''., I, 10, 7. {{spazi|5}}20. Bonucci inventa ''rapitore'' (dopo ''uccello''), ma non si trova in nessun cod. {{spazi|5}}22. L<sup>1</sup> ''o del vicino'' {{spazi|5}}26. L<sup>1</sup> ''disduce'', F<sup>a</sup> ''disolve'', F<sup>b</sup> ''dissolve'' {{spazi|5}}33. L<sup>1</sup> ''per istormi'' {{spazi|5}}34. R ''da me''.
|-
|p. {{pg|182}}||3. L<sup>1</sup> ''conedificai'', R ''mente o edificai'' {{spazi|5}}9. L<sup>1</sup> ''disentire'' {{spazi|5}}15. A ''matematici'' corr. ex ''matematica'', altri codd. ''matematica''; il ''De motibus ponderis'' è finora perduto {{spazi|5}}31. L<sup>1</sup> ''maravigliose investigazioni''.
|-
|p. {{pg|183}}||15. A ''tranquillità degna'' invertiti poi m. a. con ''b-a'', L<sup>1</sup> R ''tranquillità degna'' {{spazi|5}}18. R om. ''malvagità''.
|}
<includeonly>{{Sezione note}}</includeonly><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Pastor fido e Compendio della poesia tragicomica.djvu/6
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Gatto bianco
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/* Senza testo */
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<noinclude><pagequality level="0" user="Gatto bianco" /></noinclude><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il buon cuore - Anno XIII, n. 08 - 21 febbraio 1914.pdf/8
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="2" user="Spinoziano" /></noinclude>NOTIZIARIO
Elargizione cospicua. — Il Consiglio
degli Orfanotrofi del Pio Albergo Trivulzio segnala l’atto generoso delle sorelle signorine Paola e Luisa Origoni,
le quali donarono la somma di Io ooó
lire per la fondazione di un posto di
ricovero nella sezione semigratuita istituita nel P. A. Trivulzio.
Un dono importante del sen. Cadolini al Civico Museo del Risorgimento.
— Il senatore colonnello {{Wl|Q3766918|Giovanni Cadolini}}, bella figura di patriota e di studioso, ha in questi giorni donato al civico Museo del Risorgimento un plico
di oltre 150 lettere autografe, in cui
trovasi la corrispondenza intercorsa dal
1852 al 1856 tra alcuni dei membri più
attivi dei Comitati rivoluzionari Mazziniani.
Nel 1852 Giacomo Medici, Presici( nte
del Comitato Rivoluzionario in Génova,
affidava a Giovanni e-.a Pietro Cadolini — colà arrivati esuli dalla Lombardia, — l’incarico di tenere la corrispondenza segreta del Comitato di Milano.
Nei primi mesi questo delicato ufficio
fu tenuto specialmente da Pietro, e
dopo la partenza di lui per la Sardegna, dal fratello Giovanni.
E’ ora interessante ricordare come
venivano in quel tempo redatte le let
tese clandestine, tanto pericolose sia
pel mittente che pel destinatario, e che
ora sono entrate a far parte dell’Archivio del nostro Museo del Risorgimento. Nella prima pagina,il corrispondente scriveva una lettera insignificante,coll’inchiostrp comune, e dietro
ne scriveva un’altra coll’acido citrico
invisibile, che, coll’aiuto del calore, oppure con altri processi chimici, si rendeva leggibile. Il Cadolini faceva co•
pia della lettera clàndestina e la mandava al Medici; il quale gli dava le
istruzioni per la risposta, che naturalmente doveva farsi cogli stessi artifici.
Non è fuor di luogo rammentare che
il Cadolini era stato col Medici alla difesa del e Vascello» e ne g-odeva perciò intera la fiducia e l’amicizia.
Da queste brevi notizie storiche è
facile desumere di quale impor tanza
sia il dono dal senatore`Cadolini fatto
pervenire al Civico Museo del Risorgimento.
secchi di Be:vignate, Comm. dell’Ordine
di Danilo I; Mons. Felice Bertani, sano ico della Metropolitana. Scompare
con lui una delle figure più caratteristiche e autorevoli del clero diocesano.
La sua fu una vita dedita esclusivamente allo studio delle discipline letterarie ed ecc’esiastiché. Laureatosi in
lettere e filosofia nella nostra Accade
mia scientifico-letteraria. Insegnò lette
ratura nel seminario arcivescovile di
Monza per molti anni,.finchè dimeSso
da quell’ufficio, si ritirò nella Casa degli Oblati, dove la morte lo ha colto
nell’immutat r e instancabile fervore
dello studio; l’Avv. Gaetano Trosti
il signor Augusto Cicogna; il Rag. Edmondo Turbiglio.
A Torino, il comm. Giacomo Bollzani, tenente generale nella riserva, e
la consorte Luisa Bonzani-Bussolino.
A Modena, il Prof. Antonio Adami per quaranta anni insegnante di
belle arti.
A Ghiffa, il Prof. Dott. Antonio
Beliondini.
Ad Alba, il tenente generale Gr.
Uff. Alfredo Roggero, Comm. dei SS.
Maurizio e Lazzaro, Veterano delle pa
trie guerre,.
A Roma, Donna Elena Lanciani
Rhodes.
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lunedì — S. Policarpo.
martedì — S. Sergio e Mattia.
mercoledì — Sacre Ceneri.
giovedì — S. Servolo.
venerdi — S. Giuliano, vesc.
sabato — S. Macario, vesc. •
(idddc)cen tesimi
Dai buoni salumieri e droghieri
Giro delle SS. Quaratir Ore.
Continua al S. Cuore (cappuccini) Viale Monf.
24, martedl — a S M. illa Porta.
28, Sabato — a S. Pietro in Gessate.
•
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Malattie
dei
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MILANO — Corso Genova, 12 — MILANO
Specialista Dott. P. SALVINI
Medico - Chirurgo- Veterinario
Specialità in Piante - Fiorista - Floricoltore
Rappresentante esclusivo per Torino e Provincia
S ALA A 4:3? ED L O
(Vedi inserzione nella Copertina).
a eassailiiiinnintriti nsitna e to engem* •
ecrologio settimanale
— A Milano, il Nob. Ing. Commei datore Pippo Vigoni Sen. del Regno;
il Nob. Cav. Uff Fausto Bagatti Val
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dalla
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dell’Istituto Pasteur di
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20 (torni ci’ so basi!vizia.
affetti mar igliosi... Evita la
lucida la chioma.
Gerente responsabile Rornanenghi Angelo Francese°.
del
Riceve dalle 13 alle 17. Consulti anche per iscritto
Via S. Quintino, 36, p. terr.
— Telefono 43-19
11- 0142I NO
Milano - Stab.-Tin. Milesi & irsicola, Via Campo Lodigiano.3<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|152|DEGLI ANNALI|}}</noinclude>di Cesare, poteva dire a ogni uomo da bene, ogni bruttura: schiavi, liberti con voce e mani, spaventavano il padrone. Gn. Cestio senatore disse: „Essere i principi come gl’Iddii, ma gl’Iddii non ascoltare i preghi ingiusti: e niuno in Campidoglio, o altro tempio, fuggire per aiuto a far male. Essere annullate, sprofondate le leggi, da che nel foro, in su la porta del senato, Annia Ruffillia, per averla egli fatta dannare dal giudice per falsarda, gli dicea vituperi con minacce: nè ardiva chiederne ragione, stando ella sotto la statua dell’imperadore„. Altri di simili cose, e più atroci romoreggiavano intorno a Druso, pregandolo a farne dimostranza: Finché ei la fece prendere, e, convinta, incarcerare.
XXXVII. Consilio Equo e Celio Cursore, cavalieri, per ordine del principe e partito del senato furon puniti di falsa querela di maestà, data a Magio Ceciliano pretore. Dell’uno e dell’altro giudizio, Druso ebbe loda: e col mescolarsi e ragionare con la gente, mitigava la tanta ritiratezza del padre. E piaceva più vederlo spendere il giorno in ispettacoli<ref>Leggo, come il {{AutoreCitato|Giusto Lipsio|Lipsio}}, ''editionibus, idest ludorum''.</ref>, la notte in cene, che rinchiuso fantasticare di cose rematiche<ref>''Rema'' dicevano i nostri antichi con greco vocabolo la scesa che cade del celabro. Vedi il {{AutoreCitato|Aldobrandino da Siena|Maestro Aldobrandino}}. A noi è rimasa la voce derivata; e diciamo ''rematiche'' le cose malagevoli e fastidiose, che per fisso pensare smuovon rema e catarro della testa affaticata. Non viene da’ ''aromati'', che sono utili e non dispiacevoli.</ref> e odiose,
XXXVIII. che Tiberio e le spie gli porgevano tutto dì senza veruno sollazzo o risquitto. Ancario Prisco accusò Cesio Cordo viceconsolo di Candia,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||LA FIGLIA DI LADY ROSE|29}}</noinclude><section begin="s1" />
Ma egli soffriva, aveva sempre sofferto, della riserva gelosa che, in Julie, malgrado il suo fascino, mostrava una tendenza innata al mistero ed all'intrigo.
E vedendola scambiare alcune parole con Warkworth, gli parve di scoprire fra di loro i segni di una relazione segreta. Come aveva arrossito bruscamente, e come brillavano i suoi occhi!
Warkworth non gli concesse però il tempo di studiarlo a lungo; fece il giro della sala parlando con questo o con quello; indi col pretesto che partiva l'indomani mattina per tempo per Parigi, si accommiatò da Mademoiselle Le Breton.
— È vero, partite domani — disse Montresor alzandosi. — Ebbene! buona fortuna! buona fortuna!
Anche il generale Fergus si avvicinò. Tutta la sala s'animava e gli ultimi invitati rimasti circondarono il giovane ufficiale. Perfino la Duchessa sembrava sgelarsi visto l'imminenza di quella partenza. Dopo tutto, quell'uomo andava a servire il suo paese!
— Non sarà un giuoco da bambino quella missione, ve lo assicuro — avevale detto il generale Fergus. — Warkworth avrà bisogno di tutte le sue facoltà mentali e fisiche!
Alto e snello, d'un'eleganza giovanile nel suo inappuntabile abito da sera, Warkworth riceveva quella ovazione con un piacere evidente ch'egli si sforzava di dissimulare secondo la maniera inglese. Era molto pallido al suo entrare. Ma le sue guance si colorirono quando Montreror gli strinse cordialmente la mano, quando i due generali gli augurarono un viaggio felice, quando Sir Wilfrid gli affidò un messaggio scherzoso per l'addetto d'affari britannico in Egitto, e quando le signore presenti gli prodigarono quegli sguardi lusinghieri d'ammirazione che ogni donna tiene in riserva per il coraggio. Julie non prendeva parte a quelle dimostrazioni. Si teneva in disparte silenziosa.
— Essi si sono già salutati — pensava la Duchessa, con un sussulto che non potè frenare.
— Tre giorni a Parigi? — disse Sir Wilfrid. — Una quindicina in viaggio verso Denga — e poi, quanto tempo prima di partire per l'interno?
— Oh! tre settimane per radunare i portatori ed i viveri. Stanno già organizzando la carovana — Dovremmo metterci in marcia verso la metà di maggio.
— Un cattivo mese — osservò il generale Fergus crollando le spalle.
— Sfortunatamente gli affari non aspettano. Ma sono già corazzato di chinino — rispose Warkworth ridendo — o meglio lo sarò, quando giungerò a Denga. Addio! Arrivederci!
Un momento dopo era scomparso, Mademoiselle Le Breton gli aveva dato la mano, augurandogli il «buon viaggio» come tutti gli altri.
La comitiva di sciolse dopo questo. La Duchessa abbracciò Julie con tenerezza speciale: Delafiels le strinse la mano, i suoi occhi gravi e buoni le diedero un lungo sguardo, di cui essa non si accorse. Meredith le rinnovò i suoi consigli, mezzo affettuosi e mezzo irritati, di prendersi un po' di distrazione e di riposo. Mrs. Montresot le prodigò delle effusioni banali. Solo il saluto di Montresor fu piuttosto freddo e impacciato. Perfino Sir Wilfrid era un po' commosso senza sapere il perchè; giurò a sé stesso che il suo rapporto dell'indomani a Lady Henry non conterrebbe esca alla sua malignità; ed in cuor suo perdonò a Mademoiselle Julie le sue piccole menzogne.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{centrato|CAPITOLO XVIII.}}
L'ultima carrozza di era già allontanata da venti minuti. Julie aspettava ancora nella piccola anticamera; andava e veniva lentamente sul pavimento di piastrelle bianche e nere.
Qualcuno bussò lievemente alla porta d'entrata.
Essa aprì. Warkworth comparve sulla soglia. Dietro di lui la luna altissima proiettava un raggio brillante nell'anticamera semibuia, ove tutto era spento tranne un debole lume. Julie gli additò la sala.
— Vengo subito. Lasciatemi dire a Lèonie di non coricarsi.
Aprì la porta della sala da pranzo. Madame Bornier lavava e riponeva le tazze ed i bicchieri che avevano servito pei modesti rinfreschi di Julie.
— Lèonie, non andare a letto, te ne prego! Il maggiore Warkworth è qui.
— Quanto si fermerà?
— Una mezz'ora forse.
— È già passata la mezzanotte.
— Lèonie! Egli parte domani!
— ''Tre bien. Mais sais tu, ma chère, ce n'est pas convenable ce que tu fai la!''
E la maggiore delle due sorelle di latte, alzando il capo, guardò l'altra in pieno viso. Sui suoi rozzi lineamenti si leggeva l'ansietà del cane da guardia e una fiera ed affettuosa protesta.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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— Non sono gelosa ora — diss'ella guardandolo con desolazione. — Non la odio più. E se essa sapesse tutto, non sarebbe capace di odiarmi.
— Nessuno potrebbe odiarla. È un angelo. Ma non è la mia Julie! — dichiarò egli con veemenza.
E fece sparire la piccola fotografia.
— Ditemi — proseguì Julie, dopo una pausa, mettendogli una mano sul ginocchio. — Quando avete cominciato a pensare a me.... in modo diverso? Tutto quest'inverno in cui ci siamo sempre incontrati voi.... voi non mi amavate ancora?
— Come potevo io, nella posizione in cui mi trovavo, lasciarmi andare a delle idee amorose? Non sapevo che una sola cosa, avevo continuamente il desiderio di vedervi, di parlarvi, di scrivervi; i giorni che non ci vedevamo erano giorni perduti. Non siate così fiera — soggiunse egli cercando di celiare. — Voi pure non pensavate a me in modo speciale. Eravate troppo occupata a creare dei vescovi, dei giudici e degli accademici! Oh Julie! che timore mi incutevate in quei primi tempi!
— La prima sera che ci siamo visti — diss'ella con passione — ho trovato un garofano che avevate portato alla bottoneria. L'ho messo sotto al mio guanciale, e durante la notte lo toccavo come un talismano. Eravate riuscito due volte a sviare il cattivo umore di Lady Henry verso di me. Mi avevate sorriso, mi avevate stretto la mano, non come gli altri, ma come se mi aveste compresa, io, — o almeno come se cercaste di comprendermi. Poi venne la gioia fra tutte le gioie, quella di potervi essere utile — di poter dare qualcosa per voi. Ah! come questo ha trasformato la mia vita! Non svoltavo mai l'angolo di una via senza pensare alla probabilità di incontrarvi — improvvisamente — sul mio cammino. Non udivo mai la vostra voce senza sussultare dalla testa ai piedi. Non facevo nè un'amicizia, nè una conoscenza nuova senza domandami prima in cosa poteva esservi utile. Non vi vedevo mai entrare in sala, senza che il mio cuore balzasse dalla felicità. Non dormivo senza rivedervi nei miei sogni. Odiavo Londra quando non c'eravate. Voi presente Londra diveniva per me il paradiso!
Egli teneva sempre le sue mani; essa si era gettata indietro, irrigidita, col corpo tremante per l'ardore di quella confessione. I suoi magnifici capelli, scappando dai cerchietti d'oro che li avevano imprigionati durante la sera, cadevano in masse lucenti sulla sua fronte e sul suo collo delicato. Quella chioma sciolta, lo splendore de' suoi occhi, la drammatica audacia della sua attitudine prestavano alla sua persona ed al suo viso una bellezza selvaggia e acuta.
Presso di lei Warkworth ebbe dapprima l'impressione di grande stupore — poi di una specie di ripulsa e di timore — ed infine tutto ciò si perdete in uno slancio di gioia e di gratitudine.
Alcune lagrime gli scorrevano sulle guancie.
— Julie! mi rendete vergognoso, mi abbassate fino a terra!
Egli tentò di stringerla ancora nelle sue braccia. Julie resistette. Non erano carezze che imploravano i suoi occhi, i suoi occhi febbrilmente brillanti per il ricordo sei suoi sogni passati. Si scostò da lui, e alzandosi chiuse la finestra, mosse la lampada e rassettò la sua capigliatura ribelle.
— Non dobbiamo essere così pazzi! — diss'ella con un sorriso vacillante, riponendosi a sedere, ma più discostata da lui. — Vedete per me il gran problema è questo: — la sua voce diventava bassa e rapida. — Cosa farò del futuro? Quanto a voi è molto semplice. Ci separiamo questa sera. Voi avere la carriera, il matrimonio. Mi eclisso dalla vostra vita — assolutamente. Ma io?
Si fermò. Si sarebbe detto qualcuno che cercasse uno scampo nell'oscurità.
— I vostri amici — disse Warkworth assai agitato — il vostro lovoro, Julie, tutto questo vi assorbirà. Poi in seguito vi sposerete, vi dovete sposare! Oh, mi dimenticherete presto, Julie. Prego Iddio che sia così.
— I miei amici? — ripetè essa scordando il resto del discorso. — Vi ho già detto che non ne ho più. La società prende le parti di Lady Henry. Mi vogliono far capire di stare al mio posto. Lo so.
— La Duchessa lotterà per voi.
Julie sorrise.
— Il Duca non glielo permetterebbe, ed io neppure.
— Prenderete marito! — diss'egli nuovamente con emozione. — Troverete un uomo degno di voi, un uomo che vi darà l'alta posizione per la quale siete nata.
— Potrei averla anche subito — diss'ella fissandolo quietamente negli occhi.
Warkworth indietreggiò provando la sensazione di un colpo sgradevole. Egli aveva parlato di vaghe probabilità, disponendo dell'avvenire con quella prodigalità di parole, quella facilità di profezia che costa tanto poco. Ma cosa voleva dire essa?
— Delafield! — esclamò alfine.<noinclude>{{RigaIndice|{{smaller|''(Dall'inglese).}}''||{{smaller|''(Continua).}}''}}</noinclude>
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}}
{{center|ROMANZO DI}}
{{center|{{larger|{{sc|Mrs}} HUMPHRY WARD}}}}
{{Rule|8em}}
<section begin="testo" />E attese la risposta di Julie con crescente avidità ed impazienza. Una o due volte, durante
l’inverno, lo stesso sospetto gli aveva attraversato lo spirito, per essere poi tosto ripudiato
come assurdo. Poi, in occasione della loro prima disputa, quando Julie era stata fredda
con lui in presenza di Delafield ed a vantaggio di questo, egli aveva risentito un allarme
passeggierò. Ma Julie che in quella sola occasione aveva ostentato la sua intimità con Delafield,
da allora in poi non aveva più parlato di lui e la gelosia di Warkworth si era spenta per
mancanza d’esca. Per Julie, Delafield non poteva essere altro che l’ombra e l’intermediario di
sua cugina, la piccola Duchessa, una specie di cavaliere errante, di filantropo amante di ogni
calamità.
— Ma che! lui! Il presunto erede di Chudleigh, d’uno dei più grandi ducati d’Inghilterra! —
quando perfino un ufficiale povero come Warkworth, a mala pena, non si permetteva di
pensare a un simile matrimonio!
Nell’esclamazione del giovane, Julie non udì che il tono geloso che accarezzò il suo
orecchio e il suo cuore. Ebbe una volta ancora, da vera donna, la tentazione di insistere su
quest’altro amore ch’essa ispirava. Ma, nuovamente, un sentimento imperioso e delicato verso
Delafield glielo vietò.
— No! non mi dovete forzare a dirvi di più — rispose essa protestando con fierezza. —
Sarebbe una viltà. Ma è vero. Non ho che a stendere la mano per afferrare ciò che voi
chiamate una gran posizione. Ho rifiutato di farlo. Alle volte, lo confesso, la prospettiva
mi ha abbagliato. Questa sera non mi sembra che polvere e cenere. No! quando voi ed io
ei saremo detti addio, ricomincierò la mia vita. E questa volta la vivrò a modo mio, scegliendo
io la meta. Sono molto stanca! D’ora innanzi «andrò ove mi conduce la mia propria natura».
Mi umilia l’idea di dover scegliere un’altra guida.
Rammentando quelle parole d’uno degli spiriti più scatenati che la storia abbia mai citato,
con voce piena di passione essa era balzata in piedi, raddrizzando la sua alta e snella persona.
Colle mani incrociate dietro il dorso, si mise a camminare nel salotto con passo franco e ardito.
Tutti i nervi di Warkworth vibrarono. Era fuori di sè, colpito dalla rivolta dello sguardo
e dall’attitudine di Julie, ed anche dal fatto così nuovo e stupefacente, confermato dalle sue
risposte evasive. Durante tutto il tempo della sua lotta con Lady Henry — ed ora, nella sua
posizione precaria e ambigua, essa aveva avuto a sua portata Delafield e per mezzo di Delafield
il gran mondo inglese? Sì, questa donna che non possedeva neppure un nome, che
non era più nella prima giovinezza! E aveva rifiutato? Egli la contemplava con muto stupore,
ed incredulità.
Gli balenò un pensiero che lo riempì di gioia. E questa sublime follia, questo atto
insensato è stato compiuto per me? Però essa non ei guadagnava nulla, giacché, al contrario,
la passione rapida e violenta che saliva nelle vene di Warkworth si univa — povera Julie —
a una strana diminuzione di rispetto.
— Julie! — egli le stese la mano con gesto imperioso. — Julie! Tornate vicino a me.
Siete meravigliosa questa sera in quell’abito bianco, somigliate a una musa selvaggia. Vi vedrò
sempre così. Venite!
Essa ubbidì, e ritta presso a lui, gli abbandonò le sue mani. Ma il suo viso era tuttora
assorto.
— Essere libera — diceva in un sussurro — libera come lo furono i miei genitori, da
ogni lotta, da ogni convenzione volgare.
Sentiva a piovere dei baci sulle sue mani, e la sua fisionomia si mutò.
— Come ci inganniamo con delle parole — mormorò essa tremando; e svincolando una
delle sue mani, rialzò dolcemente i riccioli leggieri che scendevano sulla fronte di Warkworth.
<section end="testo" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Teretru83" />{{rigaIntestazione|112|ARS ET LABOR|}}</noinclude>{{Nop}}
— Aspetti un momento — diss’egli, guidandola nella sala d’aspetto, mentre la folla che si dirigeva alla dogana passava oltre. Indi si volse al facchino di Julie.
— ''Attendéz un instant.''
L’uomo scosse il capo, imbronciato, depose il bagaglio di Julie ai loro piedi e si allontanò in cerca di un servizio più lucrativo.
— Riparto questa sera per Londra — proseguì rapidamente. — Come è strano che io l’abbia incontrata! Perchè ho una notizia assai triste da trasmetterle. Lord Lackington è stato colpito questa mattina da un attacco d’apoplessia di cui non si può rimettere. I medici gli danno, al massimo, quarant'otto ore di vita. Egli l’ha domandata con insistenza. La Duchessa me lo dice in un lungo telegramma speditomi oggi. Ma essa la credeva a Bruges, ed ha pure telegrafato là. Torna a Londra, nevvero?
— Tornare? — ripetè Julie, guardandolo confusa. — Tornare questa sera?
— Il treno della notte parte fra poco più d’un’ora. Arriverebbe in tempo, credo, per trovare il povero vecchio ancor vivo.
Essa fissava ancora con sguardo smarrito quegli occhi azzurri sotto alle folte sopracciglia, quella bocca dall’espressione imperiosa, eppure fremente. Vide che Jacob era come sospeso alla sua risposta e chiuse dolorosamente le palpebre per isolarsi dalla folla, dalla stazione, dall’insistenza che si poneva a farla cedere. La disperazione invadeva il suo cuore. Come consentire? Come negare?
— Ma i miei amici — balbettò essa — gli amici dai quali andavo.... saranno inquieti!
— Non può telegrafare loro? Capiranno certamente la situazione. L’ufficio telegrafico è qui vicino.
Essa si lasciò trascinare, non sapendo che fare. Delafield camminava al suo fianco. Se Julie fosse stata in grado di osservarlo, sarebbe stata colpita più che mai dall’intensità della sua fisionomia e dall’agitazione repressa di quel viso.
— È davvero così grave? — chiese essa fermandosi come per resistere.
— E la fine. Non vi è dubbio alcuno. Lei gli ha toccato il cuore profondamente, ed egli la desidera con ardore — così mi scrive Evelyn. Sua figlia e sua nipote sono ancora assenti. Miss Moffatt è ammalata a Firenze con un attacco di difterite. Lord Lackington è solo coi suoi due figli. Andrà, nevvero, Mademoiselle Le Breton?
Anche in mezzo al suo smarrimento, Julie sentiva la stranezza di quelle circostanze, l’ostinazione di Jacob, il caso straordinario di quell’incontro, l’aria di autorità ch’egli assumeva verso di lei.
— Come ha potuto lei sapere di trovarmi qui? — chiese ella con agitazione.
— Non lo sapevo — rispose Jacob lentamente. — Ma, grazie a Dio, l’ho trovata. Deploro la fatica che dovrà subire, ma sarà contenta di rivederlo ancora una volta, di esaudire il suo ultimo desiderio, nevvero? — diss’egli supplicando. — Ecco l’ufficio telegrafico. Vuol che lo spedisca io?
— No, grazie. Bisogna che rifletta a ciò che devo dire. Mi aspetti qui, la prego.
Essa entrò sola, e mentre prendeva la matita per tracciare il telegramma, un gemito soffocato le sfuggì dalle labbra. Un uomo che si trovava presso a lei si volse stupito. Essa si frenò e cominciò a scrivere. Non c’era scampo. Era necessario sottomettersi, e tutto era finito!...
Telegrafò dunque a Warkworth presso il capo stazione di Sceaux, ed anche all’albergo di campagna.
— «Ho incontrato Mr. Delafield, per caso, arrivando. Lord Lackington morente. Obbligata tornare questa notte. Dove devo scrivervi. Addio».
Quando ebbe finito, Julie uscì dal telegrafo, reggendosi a stento. Delafield la costrinse a prendere il suo braccio.
— Ora deve prendere qualcosa. Poi andrò a fissarle un posto di sleeping nel treno di Calais. Non c’è molta gente questa sera. A Calais mi occuperò di lei, se me lo permetterà.
— Parte anche lei questa sera? — chiese Julie vagamente. Le sue labbra articolavano le parole con pena.
— Sì, sono arrivato ieri coi miei cugini.
Essa non lo questionò più. Non le era venuto in niente di osservare ch’egli non aveva bagagli, neppure una borsa, nè un ''plaid'', nessuno degli oggetti indispensabili a un viaggiatore.
Esausta dalla fatica e dal suo disperato dolore, essa si lasciava guidare da lui a suo piacimento. Egli la forzò a prendere un po’ di minestra e del caffè, quanto riuscì a farle inghiottire. Poi ci fu un periodo di aspetto uggioso, durante il quale Julie non si rese quasi conto del luogo ove si trovava, nè di ciò che accadeva attorno a lei.
Finalmente si trovò nel vagon-letto, in uno scompartimento riservato, sola! Il treno ricominciò la sua corsa sfrenata nella notte. Lo spazio fuggiva — quello spazio che per sempre la separava da Warkworth!<noinclude>{{RigaIndice|''(Dall'inglese).''||''(Continua).''}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||LA FIGLIA DI LADY ROSE|215}}</noinclude><section begin="s1" />essa si lasciò aiutare da lui al momento di sbarcare. Alla ferrovia egli la collocò in un vagone
vuoto e salì egli stesso in un altro scompartimento.
Mentre le camminava a fianco a Victoria station, essa gli disse:
— Le sarò grata se vorrà avvertire Evelyn del mio ritorno.
— Vado subito.
Essa si fermò bruscamente, e Jacob vide che leggeva uno degli avvisi dei giornali affissi il giorno prima.
In testa alla lista di notizie si vedeva: «Stato critico di Lord Lackington».
Senza sapere fino a che punto essa lo autorizzava ancora a parlare, egli non potè a meno vedendo il suo pallore e la sua spossatezza, di offrirle nuovamente i suoi servizi.
— È troppo presto per andar ora a prendere notizie — diss’egli con dolcezza. — L’orologio della stazione segnava le 6,15. — Ma appena sarà possibile, se lei me lo permette, porterò il bollettino della notte a casa sua.
Julie esitò.
— Deve riposare, altrimenti non avrà la forza di curarlo — proseguì Jacob nello stesso tono riservato. Se però lei preferisse un altro messaggero....
— Non ho nessuno. — E si portò una mano alla fronte, in muta e incosciente confessione della sua debolezza.
— Allora, lasci fare a me — diss’egli.
Essa gli sembrava troppo stanca per essere capace di consentire o di rifiutare. La mise in un ''cab'', dando l'indirizzo al cocchiere. Essa lo guardò titubante, ma egli non osò stenderle la mano. Dal suo ceruleo occhio le lancio uno sguardo acuto, supplichevole e triste, si levò il cappello e disparve.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{centrato|CAPITOLO XX.}}
— Jacob — cosa vi riconduce così presto?
La Duchessa entrava correndo, graziosa e minuscola nel suo abito da mattina di panno bianco e celeste, e preceduta dal suo cagnolino che le saltellava attorno.
Delafield le raccontò:
— Vengo a dirvi che ho ricevuto ieri il vostro telegramma, e che nella serata, per un caso strano e fortunato, ho incontrato la signorina Le Breton a Parigi.
— Avete incontrato Julie a Parigi? — esclamò la Duchessa.
— Si, era venuta a passarvi un paio di giorni con degli amici prima di recarsi a Bruges. Le ho comunicato la malattia di Lord Lackrington, ed essa è ripartita subito per l’Inghilterra. La traversata è stata pessima, ed ella era molto stanca e accasciata. Sono tornato con lei nella speranza di poter esserle utile.
— Julie era a Parigi? — ripetè la Duchessa come se non avesse inteso altro che queste parole. 1 suoi occhi azzurri, così grandi in quel visino irregolare, cercavano quelli di suo cugino, sforzandosi di leggervi dentro.
— Essa aveva modificato improvvisamente i suoi progetti, ed è un miracolo infatti che io l'abbia incontrata.
— Ma come?.... ma dove?
— Oh! non vi è tempo di entrare in dettagli — rispose Delafield con impazienza. — Ma sapevo che sareste felice di apprendere il suo ritorno, dopo il vostro telegramma d’ieri. E sono stato a prendere notizie dell’ammalato. Vi è un leggiero miglioramento.
— Avete visto Lord Uredale? Gli avete parlato di Julie? — chiese la Duchessa vivamente.
— Non chiesi che le notizie alla porta e portai il bollettino a Mademoiselle Le Breton. Cercate voi di parlare a Uredale! Suppongo lo avrete visto ieri!
— Certo — disse la Duchessa pensierosa. — Oh ieri fu una scena strana, vi accerto. Lord Lackington aveva allora rivelato loro l’esistenza di Julie. Se li aveste visti!
— Chi, i figli?
La Duchessa assentì.
— Non garba loro gran che, e rimasero lì duri come pali. Ma faranno ciò che è giusto. Hanno compreso subito che bisognava provvedere per Julie. E quando egli chiese di lei, mi dissero di telegrafare, se potevo scoprire ove si trovava. Infine! Di tutti i casi straordinari....
La Duchessa s’interruppe, guardandolo ancora con aria singolare e rossa in viso. Ma Delafield non vi badò. Camminava avanti e indietro, visibilmente preoccupato.
— Se la conduceste voi là? — diss’egli fermandosi davanti a lei.
— A St. Jame’s Square? — Cosa avete detto a Julie?
— Che egli stava un po’ meglio — e che voi andreste a trovarla.<section end="s2" /><noinclude>{{PieDiPagina|''(Dall'inglese)''||''(Continua)''}}</noinclude>
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''Ostilio però, Prefetto dell’Albo Pretorio{{Nota separata|Pagina:Gavuzzi - L'Adramiteno e le Favole di Esofago, Torino, Fontana, 1828.pdf/71|6}}, scrisse a Roma il disegno d’Adramiteno, che perciò fu richiamato sotto pretesto della guerra de’ Dattili. Ed intanto Ostilio medesimo per impedire le nozze minacciate tra Adramiteno, e Ciborra, che fa? Prepara per Ciborra un veleno e fa credere a questa, che Adramiteno ne sia l’autore. Fa poi, che Jetaco impedisca il tracannamento della bevanda, bastandogli d’avere coll’inganno istizzita Ciborra a rifiutar le nozze d’Adramiteno.''
''Le due smanie, una d’Adramiteno, e l’altra di Ciborra, l’infelicità dei loro amori fanno il soggetto di questo Dragma; e le nozze d’Asinio, Germano di Jetaco, con Somarinda, moglie addottiva d’Ostilio, ne fanno il predicato.''
{{A destra|{{Sc|Tito Livido}} libbre 12 once 4.}}
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L’azione personale{{Nota separata|Pagina:Gavuzzi - L'Adramiteno e le Favole di Esofago, Torino, Fontana, 1828.pdf/71|7|Pagina:Gavuzzi - L'Adramiteno e le Favole di Esofago, Torino, Fontana, 1828.pdf/72|7}} si rappresenta nella città di Scimitarra, capitale della Cappadoccia, e la Reale ne’ suoi contorni.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Ct|f=120%|INTERLOCUTORIE{{Nota separata|Pagina:Gavuzzi - L'Adramiteno e le Favole di Esofago, Torino, Fontana, 1828.pdf/72|8}}.}}
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ADRAMITENO, Imperator di Roma.
::::''Il sig.'' {{Sc|Ottavio Gattorba}}, ''dilettante d’orecchio di S. A, Litorale di Tripoli. Personaggio, che non vede.''
CIBORRA, Ninfa, indi Regina degli Asparagi, poi di nuovo Ninfa, col nome di Dramitena.
::::''La sig.'' {{Sc|Lucia Sordella}}, ''Trombetta dell’Arsenale di Lerice. Personaggio, che non sente.''
SOMARINDA, moglie addottiva d’Ostilio.
::::''La sig.'' {{Sc|Marta Viscosi}}, ''virtuosa del Ridotto di Venezia. Personaggio, che non crede.''
ASINIO, Germano di Jetaco.
::::''Il sig.'' {{Sc|Ascanio Raggi}}, ''prima voce della scuderia di Gionata. Personaggio, che non intende.''
JETACO, Principe di Creta.
::::''Il sig.'' {{Sc|Luca Gargatelli Teblucco}}, ''Soprano del Consiglio idraulico, e guerriero inerte. Personaggio, che non si sente.''<noinclude><references/></noinclude>
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La zecca di Bologna/Documenti XVII-XXVII
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|-
|[[Le monete romano-campane]] (fig.). ''M. Bahrfeldt'' (1 tav.)
|"
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|[[Tessères en bronze du théâtre Dionysiaque de Lycourgos et de l’Assemblée Cleisthénienne des Athéniens]] (fig). ''J. N. Svoronos''
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|[[Il Museo Bottacin|Il museo Bottacin annesso alla civica biblioteca e museo di Padova]] (1 tav.). ''Carlo Kunz''
|"
|{{LinkPagineIndice|79|83|Il museo Bottacin}}
|-
|[[La zecca di Bologna]] (fig.). ''Francesco Malaguzzi''
|"
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|[[Il ripostiglio di Abbiategrasso]] (1 tav.). ''Solone Ambrosoli''
|"
|{{LinkPagineIndice|227|231|Il ripostiglio di Abbiategrasso}}
|-
|[[Di una moneta inedita del vescovo di Losanna Sebastiano di Monfalcone]] (fig.). ''L. Rizzoli jun.''
|"
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|-
|[[Monete Austriache, Napoleoniche e Joniche - Inglesi]]. ''P. Sgulmero''
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|-
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|[[Rivista italiana di numismatica 1899/Notizie varie|Il ripostiglio di Piticchio]]. ''G. Castellani''
|Pag.
|{{LinkPagineIndice|109|111|Rivista italiana di numismatica 1899/Notizie varie}}
|-
|[[Rivista italiana di numismatica 1899/Notizie varie|Ripostiglio di Valdambra]]. ''Tito Cini''|| "
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|-
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|[[Monnaies romaines inédites.]] ''L. Forrer''
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|[[Le monete romano-campane]] (fig.). ''M. Bahrfeldt'' (1 tav.)
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|[[Tessères en bronze du théâtre Dionysiaque de Lycourgos et de l’Assemblée Cleisthénienne des Athéniens]] (fig). ''J. N. Svoronos''
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|[[Il Museo Bottacin|Il museo Bottacin annesso alla civica biblioteca e museo di Padova]] (1 tav.). ''Carlo Kunz''
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|[[La zecca di Bologna]] (fig.). ''Francesco Malaguzzi''
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|{{LinkPagineIndice|187|191|La zecca di Bologna}}
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|{{LinkPagineIndice|325|329|La zecca di Bologna}}
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|{{LinkPagineIndice|511|519|La zecca di Bologna}}
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|[[Il ripostiglio di Abbiategrasso]] (1 tav.). ''Solone Ambrosoli''
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|{{LinkPagineIndice|227|231|Il ripostiglio di Abbiategrasso}}
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|[[Di una moneta inedita del vescovo di Losanna Sebastiano di Monfalcone]] (fig.). ''L. Rizzoli jun.''
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|{{LinkPagineIndice|261|265|Di una moneta inedita del vescovo di Losanna Sebastiano di Monfalcone}}
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|[[Monete Austriache, Napoleoniche e Joniche - Inglesi]]. ''P. Sgulmero''
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|{{LinkPagineIndice|383|387|Monete Austriache, Napoleoniche e Joniche - Inglesi}}
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|colspan=3 {{cs|C}}|({{Sc|Varietà}}).
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|[[Rivista italiana di numismatica 1899/Notizie varie|Il ripostiglio di Piticchio]]. ''G. Castellani''
|Pag.
|{{LinkPagineIndice|109|111|Rivista italiana di numismatica 1899/Notizie varie}}
|-
|[[Rivista italiana di numismatica 1899/Notizie varie|Ripostiglio di Valdambra]]. ''Tito Cini''|| "
|{{LinkPagineIndice|305|309|Rivista italiana di numismatica 1899/Notizie varie}}
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|}<noinclude></noinclude>
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Utente:Myron Aub
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Myron Aub
24422
Aggiunto testo di Pastore
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Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare all'enciclopedia...; tradotto da Agatino Longo.
Catania : Stamperia dè Regj Studi, 1812
XII, 226 p. : 1 tav. ; 21 cm.
d'Alembert, Jean Baptiste Le Rond
Discorso preliminare della Enciclopedia
[dopo il 1866?]. 192 p. ; 8°. Traduzione italiana dell'edizione francese del 1866: Discours preliminaire de l'Encyclopedie, par d' Alembert. Paris, 1866
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Darwin, Charles
Autobiografia / Darwin
Milano : Istituto editoriale italiano, \1919!
182 p. ; 10 cm.
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Antologia della poesia argentina moderna / a cura di Folco Testena (Comunardo Braccialarghe, 1875-1951)
Pubblicazione
Milano : Alpes, 1927
Descrizione fisica
IX, 271 p. ; 20 cm.
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
Scritti di varia filosofia / Annibale Pastore
Milano : Fratelli Bocca, 1940
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=8HA_AAAAIAAJ qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Bonaventura : da Bagnorea <santo>
Breviloquio (2 vv.) / S. Bonaventura da Bagnoregio ; a cura del p. Giuliano Piccioli (1878-1957)
Siena : Ezio Cantagalli, 1931
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{RigaIntestazione||― 6 ―|}}</noinclude>anno, è scomparso anche quello. La nave moderna non è più una nave; è una specie di grande albergo che scappa via con la velocità di quindici miglia all’ora. Un albergo come se ne può trovare sulla cima del Righi o presso il {{Wl|Q182343|Niagara}}, un albergo come tutti gli altri, con le sue insopportabili comodità, la sua luce elettrica, le sue smoking-rooms, i suoi salotti, le sue sale da musica e da lettura, i suoi bagni e le sue etichette. Non sono riusciti a togliervi la vista del mare incantevole, divino; ma vedrete che presto, per le signore timide, circonderanno l’albergo di un falso panorama, con delle vie lastricate e degli automobili in giro.
Tutto quello che formava il misterioso fascino del navigare, le preoccupazioni per il tempo, i pericoli possibili, i venti, le correnti, tutte le emozioni per la classica nuvoletta minacciosa che si affaccia sull’orizzonte — alla quale è dovuto il novanta per cento dei naufragi, nei romanzi — l’interrogare il cielo e l’acqua, e tutte le altre cose che abbiamo letto con avido interesse nei libri di viaggi, non sono che cose tramontate per sempre, risorse che mancheranno assolutamente a tutti i {{Wl|Q33977|Giuli Verne}} dell’avvenire. Ora si salpa in orario, e si arriva pure in orario, con maggiore regolarità di qualsiasi treno ferroviario. E’ desolante!
E gli antichi navigatori avevano se non altro il grande, invidiabile vantaggio di non doversi mettere in abito nero e cravatta bianca per andare a pranzo. Se {{Wl|Q7322|Cristoforo Colombo}} avesse dovuto mettersi in frak e colletto inamidato cgni sera alle sei, vi giuro che avrebbe rinunziato a scoprire l’{{Wl|Q828|America}}!
Mezz’ora avanti il pasto, qui suona il segnale della ''toilette''. Una tortura raffinata. Mentre la costa africana si avvicina preannunziata da un venticello tiepido come il brodo, l’ideale sarebbe di presentarsi a tavola in costume da... bagno; invece, con le facce congestionate e madide di sudore, siamo costretti ad invidiare, da dietro le fortificazioni inamidate delle nostre biancherie, le décolletées oltremodo... tropicali delle signore. Delle prospettive, credetelo, niente affatto rinfrescanti.
La questione dei segnali a bordo è quasi così complicata come la questione cinese. La prima classe è chiamata al «rancio» da una tromba militare. La seconda classe da una campana. Gli orari non combinano, e i fortunati che la tromba appella, sfilando sul ponte per andare a prendere posto in quelle comode sedie da parrucchiere<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||LA FIGLIA DI LADY ROSE|761}}</noinclude>
— Farete votare le vostre risoluzioni?
— Certamente, e colla massima facilità — rispose il Ministro, assai imbronciato, mentre percorreva il giornale.
Sir Wilfrid lo osservava.
— Ci troveremo questa sera? — chiese egli.
— Da Mademoiselle Le Breton, volete dire? Credo di sì — soggiunse Montresor senza cordialità.
— Ho ricevuto ora una lettera da Lady Henry.
— Ebbene, spero che la vostra sarà più gentile di quelle che scrive a me. Povera vecchia come si mostra sragionevole.
Il Ministro prese il Punch, ne voltò una pagina, poi lo depose.
Per cui — diss’egli — voi ci andate?
— Non lo so. Lady Henry me lo permette; di modo che mi sembra quasi un incarico di far la spia.
— Oh! non badateci, e venite. Mademoiselle Julie avrà bisogno dell’appoggio di tutti noi. Non sento a parlare di lei con tanta benevolenza quanto desidererei.
— No. Lady Henry ha più influenza personale di quello che credevamo.
— Mademoiselle Julie meno tatto. Perchè, in nome del cielo, fa parlare di lei e si mostra ovunque con quell'uomo, fidanzato di sua cugina? E sapete, fra parentesi, che la storia della sua nascita si è sparsa prestissimo? Quasi tutti ne sanno qualcosa.
— Ma, era prevedibile che ciò avverrebbe. Le farà bene o male?
— Male, per il momento — Alcuni hanno dei principi austeri, e molti sono stizziti per essersi lasciati gabbare. Ma in ogni modo, questa ''flirtation'' è un errore.
— Nessuno è certo che Warkworth sia proprio fidanzato alla piccola Moffatt. I suoi tutori vi si oppongono.
— Ma tutti quanti affermano il fidanzamento. Mademoiselle Julie si è mostrata poco avveduta. Quanto a Warkwoith non c’è nulla da dire. È un giovane assai intelligente. — Montresor guardò il vicino con subitanea durezza, quasi per sfidarlo a una contraddizione. — Compirà benissimo la missione di cui l’abbiamo incaricato.
— La missione del Mokembé?
Montresor assentì.
— Aveva dei titoli considerevoli, ed è stato scelto unicamente per il suo stato di servizio. Tutte le voci false messe in circolazione da Lady Henry, circa all’influenza di Mademoiselle Le Breton... su me per esempio, sono bugie assurde e non hanno ombra di fondamento.
Sir Wilfrid sorrise amichevolmente e cambiò discorso.
— Warkworth parte subito?
— Va domani a Parigi. Gli ho raccomandato di vedere Pattison, l’addetto militare della nostra ambasciata, che fece parte della missione al Mokembé cinque anni or sono.
{{rigaPunteggiata|30}}
— La serata non è riuscita come avrebbe dovuto — disse il Dr. Meredith all’orecchio della Duchessa.
Ambedue stavano ritti presso la porta della modesta sala di Julie. La Duchessa, in una sfolgorante ''toilette'' bianca e argento, che metteva Clarisse, la sua sarta, fra le divinità del genere, si guardo attorno con aria malcontenta.
— Cosa succede di tutta questa noiosa gente? Perché se ne vanno così presto? E non c’è qui la meta delle persone che avrebbero dovuto esservi!
Meredith crollò le spalle.
— Duchessa, la vidi a Chatton House l’altra sera — diss’egli sempre sottovoce.
— Ebbene? — chiese la Duchessa bruscamente.
— Mi è parso che vi era una specie di dimostrazione.
— Contro Julie? Ci si provino! — rispose la bella donnina con aria di sfida. — Diremo noi l'ultima parola.
— Julie ne uscirà vittoriosa.
— Ne uscirebbe forse.... se....
La Duchessa lo guardò con imbarazzo.<noinclude>''{{PieDiPagina|(Dall’inglese).||([[Ars et Labor, 1906/N. 1/La figlia di Lady Rose|Continua]]).}}''</noinclude>
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{{Qualità|avz=75%|data=20 febbraio 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Mary Augusta Ward
| Titolo = La figlia di Lady Rose
| Anno di pubblicazione = 1903
| Lingua originale del testo = inglese
| Nome e cognome del traduttore = Anonimo
| Anno di traduzione = 1904
| Progetto =
| Argomento = Romanzi
| URL della versione cartacea a fronte =Indice:Musica e Musicisti, 1904 vol. II.djvu
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<pages index="Musica e Musicisti, 1904 vol. II.djvu" from="475" to="475" onlysection="s1" />
;Indice
* {{Testo|/Capitolo I}}
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* {{Testo|/Capitolo VII}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{A destra|673}}</noinclude><section begin="s1" />{{FI
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{{Ct|t=1|v=1|f=140%|ROMANZO DI}}
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{{Rule|8em|t=1|v=2}}<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=1|v=2|f=120%|CAPITOLO I.}}
— Olà! No? — Sì — parola d’onore, è proprio Jacob Delafield! mio caro ragazzo, come va?
E così dicendo, una sera di febbraio — parecchi anni or sono — un signore d’età matura, in abito da sera, scese dal suo cab che si era fermato davanti a una casa in Bruton Street, affrettandosi ad incontrare un giovane, che scendeva pure da un’altra carrozza, un po’ più lontano lungo il marciapiede.
Il piacere palesato nella voce del vecchio era sincero, e il giovane lo salutò con uguale cordialità, espressa forse in modo più calmo e meno espansivo.
— Eccovi a casa finalmente, Sir Wilfrid! Il vostro ritorno era annunciato dai giornali. Ma credevo che Parigi vi avrebbe trattenuto qualche tempo ancora.
— Parigi? Non fa per me! Metà delle persone che vi ho conosciuto sono morte, e il resto non sono cortesi. Ebbene, come vanno i vostri affari? State facendo fortuna, eh?
E passando il suo braccio in quello del giovane, egli si diresse con lui, lungo una fila di carrozze, verso una casa con un gruppo di domestici schierati sulla porta. Jacob Delafield sorrise.
— Il mestiere di un agente di campagna mi sembra piuttosto quello di spendere la fortuna altrui, da quanto posso constatare.
— Agente di campagna? Credevo che foste avvocato!
— Lo ero, ma le cause non mi abbondavano. Mio cugino mi offrì l’amministrazione dei suoi possedimenti di Essex, e ho creduto bene d’accettare.
— Chi?... il Duca? Giovane fortunato! Una rendita certa, e senza fastidi. Mi figuro che sarete pagato bene?
— Sì, non c’è male — rispose il giovane con calma. — Andate da Lady Henry, senza dubbio?
— Certo, eccoci arrivati.
Il più vecchio dei due uomini si fermò davanti allo stuolo di domestici allineati a fianco della porta, parlando a voce più bassa. — E come sta Lady Henry? È molto invecchiata?
Jacob Delafield esitò. — È diventata quasi cieca — e forse più debole di prima. Ma essa, come sempre, è in casa ogni sera per gli intimi e al mercoledì per tutti.
— È ancora sola — oppure ha qualche parente che prende cura di lei?
— Parenti? No, li detesta tutti.
— Tranne voi però!
Delafield crollò le spalle senza sorridere.
— Sì, ha la bontà di fare un’eccezione per me! — Voi siete uno dei suoi amministratori, nevvero?
— Per il momento sono l’unico. Ma mentre io era in Persia, gli avvocati hanno fatto quanto era necessario. Lady Henry non scrive mai una lettera se può evitarlo. Da oltre un anno non ne so quasi più nulla. Sono arrivato stamane da Parigi — ho mandato a chiederle se l’avrei trovata in casa ed eccomi qua.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Discussione:La figlia di Lady Rose
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/* Divisione in capitoli */ nuova sezione
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text/x-wiki
== Sulla strutturazione tecnica di questo testo ==
[https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Wikisource%3ABar%2FArchivio%2F2025.03&diff=3493646#Romanzo_a_puntate:_come_%22rimontarlo%22? Discussione al Bar] -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 20:47, 23 mar 2025 (CET)
== Sulla presenza di sections nelle pagine di Ars&Labor ==
@[[Utente:Pic57|Pic57]] le sections "testo" nelle pagine di in pagine di A&L come [[Pagina:Ars et Labor, 1906 vol. I.djvu/429|questa]] (in pratica dove c'è l'intestazione grafica) serve ad escludere la stessa dalla transclusione in forma "continua" del romanzo qua, visto che le divisioni di A&L cadono a casaccio a volte nel mezzo di un capitolo, a volte all'inizio, ma di certo non serve tutto quel fregio grafico ripetuto ''n'' volte nel bel mezzo del romanzo :-)
PS: attualmente le testate grafiche sono visualizzate perchè essendo il tutto in costruzione servono a individuare gli stacchi tra un numero di A&L e l'altro, ma poi basterà aggiungere un "from section="testo" per levarli di mezzo ed avere il testo continuo. Anche se in realtà probabilmente è poi meglio rispezzare tutto secondo i capitoli anzichè avere un megatesto di tutto il romanzo come abbozzato ora. Infatti se guardi il sorgente della transclusione ci sono varie note nascoste per aver traccia di dove sono i capitoli. --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:12, 25 ago 2025 (CEST)
== Divisione in capitoli ==
Riporto qui i tag pages originali, come appoggio per la suddivisione in capitoli.
<pre>
<pages index="Musica e Musicisti, 1904 vol. II.djvu" from="475" to="484" /> <!--N°11 -1904 (inizio cap. 2 pag 483)-->
<pages index="Musica e Musicisti, 1904 vol. II.djvu" from="585" to="597" fromsection="testo" tosection="testo" /><!--N°12 -1904 (inizio cap. 3 pag 591)-->
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<pages index="Ars et Labor, 1906 vol. I.djvu" from="429" to="435" fromsection="testo" tosection="testo" /><!--N5 maggio cap XXI p.429 -->
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<!--N°7 from 31 to 36--><pages index="Ars et Labor, 1906 vol II.djvu" from="31" to="36" fromsection="testo" tosection="testo" />
<!--da continuare N°8 from 134 to 140--><pages index="Ars et Labor, 1906 vol II.djvu" from="134" to="140" fromsection="testo" tosection="testo" />
<!--N°9 p233-237 (cap XXIV p 233)--><pages index="Ars et Labor, 1906 vol II.djvu" from="233" to="237" fromsection="testo" tosection="testo" />
<!-- finale cap XXIV Ars et Labor, 1906 vol. II.djvu N10 p 326-333--><pages index="Ars et Labor, 1906 vol II.djvu" from="326" to="333" fromsection="testo" tosection="testo" />
</pre> [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:36, 17 giu 2026 (CEST)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||LA FIGLIA DI LADY ROSE|19}}</noinclude><section begin="s1" />
Il Ministro sussultò, e gli occhi dei due uomini, dopo di aver fatto il giro del tavolo, s’incontrarono nuovamente.
— Dunque sapete...? — chiese Mon trésor sottovoce. Sir Wiltrid assentì. Poi il suo istinto lo avvertì ch’egli aveva esaurito il numero degli iniziati.
{{riga punteggiata|30}}
Quando Sir Wilfrid rientrò in sala, ancora quasi deserta prima dell’ora del ricevimento che vi doveva tenere Mrs. Montresor, egli si avvicinò a Lord Lackington, che proseguiva il suo discorso. Il vecchio gentiluomo parlava bene, ma con una certa volubilità, riportando sempre ogni questione al suo modo di vedere, ai suoi ricordi, alle sue amicizie, in modo caratteristico che in lui non mancava di fascino. Sir Wilfrid si accorse però da certe cose speciali che invecchiava. Il vecchio era ancora un gran parlatore, ma di quando in quando le sue ciarle si
arrestavano bruscamente, e un soffio di malinconia passava su di lui come la raffica gelata di un mare sconosciuto.
Mentre la sala si riempiva, essi furono accostati da un giovane giornalista, critico d’arte, il quale sembrava conoscere Lord Lackington e le sue abitudini. Ambedue si misero a parlare con animazione di pittura, e specialmente di una recente Esposizione di Anversa, da cui il giovane era reduce.
— Ho passato qualche ora a Bruges nel mio viaggio di ritorno — disse a caso il nuovo venuto. — Ora vi si possono vedere i quadri in assai migliori condizioni che per il passato. Da quanto tempo non va a Bruges, Lord Lackington? — E si volse verso quest’ultimo.
— A Bruges? — rispose Lord Lackington sussultando. — Oh! sono almeno vent’anni che non vi ho più messo piede. — E si pose bruscamente a sedere, agitando un tagliacarte nelle sue mani, cogli occhi fissi sul tappeto e la bocca cadente. Sembrava che una nube si fosse stesa fra lui e il suo compagno.
Col ricordo ancor fresco della storia raccontata da Lady Henry, Sir Wilfrid provò una grande pietà per quel vecchio. La loro mente evocava forse una stessa visione, quella di Lady Rose esalante il suo ultimo respiro in una misera camera, in riva a uno dei canali che serpeggiano nella piccola città di Bruges? Lady Rose che abbandonava per sempre le ultime vestigie di quella vita, di quella bellezza ed intelligenza che una volta l’avevano resa la prediletta del padre, il quale, per una ragione tuttora difficile a concepire, l’aveva lasciata soffrire e morire.... sola?<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO V.}}
Uscito dalla casa dei Montresor, Sir Wilfrid vedendo che la notte era bella e serena, rifiutò un cab che gli si offriva, e risolvette di raggiungere a piedi il suo alloggio di Duke Street, St. James’ s. Dopo una sì lunga assenza, ogni passo che faceva nelle strade era per lui un godimento; lo stesso rumore degli omnibus e la luce del gas lo deliziavano. In cima a Grosvenor Place egli si fermò un momento per aspirare l’aria umida e tepida, mentre che il suo sguardo si portava dalle pozze d’acqua scintillanti lasciate sul marciapiede dall’acquazzone
del pomeriggio al leggiero velo di nebbia che chiudeva l’orizzonte di Piccadilly.
— E dire che vi sono dei cretini che mormorano contro la nebbia! — pensò egli sprezzantemente, abbandonandosi corpo e anima al fascino della sua diletta Londra.
Sir Wilfrid, avvizzito e essiccato da lunghi anni di calori senza nubi, beveva con una specie di voluttà la nebbia e la pioggia e così pure il frastuono e la luce; e quando riprese il suo cammino lungo la strada affollata di passanti, una questione ricominciò a sollevarsi in lui. Doveva proprio tornare in esilio sia a Teheran, sia pure meno lontano, in qualche posto superiore?
— Sono abbastanza ricco: perchè diamine non rinuncio a tutto per tornare a casa mia a godermi la vita? Non saranno che pochi anni, dopo tutto; perchè non devo passarli qui in mezzo al mio mondo e a tutti i miei!
Era la stanchezza del funzionario inglese, a cui fece tosto risposta l’altro istinto mezzo fisico e mezzo morale, che lega l’uomo già maturo al proprio dovere. L’ozio? No, è la via che conduce alla fine! Rallentare l’onda precipitosa della vita, per gli uomini di quella specie,<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|78|MUSICA E MUSICISTI|}}</noinclude><section begin="s1" />
Il vecchio soldato, di cui il viso abbronzato si era singolarmente raddolcito mentre parlava di suo figlio, prese commiato.
Sir Wilfrid rimase meditabondo, cogli occhi fissi sulla graziosa figura di Mademoiselle Le Breton, che richiudeva il tiretto per tornare presso lui.
— Conosce i figli del generale? le chiese Sir Wilfrid, mentre essa gli stava preparando una seconda tazza di thè.
— Ho visto il minore.
Ella volse i suoi magnifici occhi su di lui. A Sir Wilfrid parve di notarvi un lampo passeggiero di sfida, come se essa tentasse di armarsi contro i suoi sospetti. Ma il suo sangue freddo era completo.
— Lady Henry mi sembra di miglior umore — diss’egli curvandosi verso lei.
Mademoiselle Le Breton non rispose, e i suoi occhi si abbassarono. Poscia li sollevò di nuovo, crollando dolcemente il capo senza parlare. La malinconica energia di quel viso commosse leggermente Sir Wilfrid.
— Va sempre male?
— Abbastanza male. Ho cercato di calmarla. Le ho parlato della fiera. Essa ha dichiarato che non può far senza di me e naturalmente ho ceduto. Poi ieri la Duchessa.... Zitti!
— Mademoiselle!
La voce imperiosa di Lady Henry vibrava attraverso il salone.
— Eccomi, Lady Henry.
E Mademoiselle Le Breton si alzò tosto in attesa di un ordine.
Trovatemi, vi prego, il numero della ''Revue des Deux Mondes'' che è arrivata ieri. Vi proverò in due minuti quello che vi dissi soggiunse essa, volgendosi trionfalmente a Montresor.
— Di che si tratta? chiese Sir Wilfrid unendosi al crocchio che circondava Lady Henry, mentre Mademoiselle Le Breton spariva nel salotto di fondo.
— Oh! nulla — disse tranquillamente Montresor. — Lady Henry crede d’avermi colto in fallo, relativamente a Fabre e alle negoziazioni di Versailles. Forse è possibile. Sono l’essere più ignorante della terra.
— Allora, cosa diventiamo noi? — disse Sir Wilfrid sorridendo, mentre sedeva presso a Lady Henry.
Montresor, di cui la scorta d’informazioni su ogni cosa era prodigiosa, rise con lui mettendosi l’occhialino. Queste battaglie accanite fra lui e Lady Henry, su una data o su un fatto, erano abbastanza frequenti. Lady Henry non ne usciva quasi mai vittoriosa. Questa volta però, credendosi sicura, attendeva con impazienza e colle ciglia aggrottate la Revue che non giungeva mai.
Mademoiselle Le Breton tornò dal salotto di fondo a mani vuote; andò a cercare in un’altra sala, rientrando nuovamente senza il libro.
— In questa casa ogni cosa è sempre in disordine — disse Lady Henry con collera. Nessun ordine, nè metodo in nulla!
Mademoiselle Julie rimase silenziosa, ritirandosi dietro il crocchio che circondava Lady Henry. Ma Montresor si alzò di scatto offrendole una sedia.
— Vorrei averla io per segretario, Mademoiselle — diss’egli con galanteria. È la prima volta che mi capita di sentire Lady Henry a chiederle qualcosa che lei non trovi subito.
Lady Henry arrossi, e volgendosi bruscamente verso Bury, incominciò un nuovo discorso. Julie rifiutò tranquillamente la sedia offertale dal ministro, e stava per mettersi a sedere su una ottomana in un angolo del salone, quando il cameriere annunciò:
— Il capitano Warkworth!<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO VI.}}
Tutti gli occhi si volsero verso il nuovo venuto, mentre egli si avvicinava a Lady Henry. Montresor mise i suoi occhiali consacrandogli qualche istante di esame scrutatore, durante i quali il suo viso, fortemente accentuato, assunse l’espressione battagliera che gli impiegati del suo ministero e i suoi colleghi della Camera dei Comuni conoscevano tanto bene. Il personaggio politico trapelò un momento in mezzo alla frivolità dell’uomo di mondo.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|150|MUSICA E MUSICISTI|}}</noinclude><section begin="testo" />
Non vi era stato nulla meno che sincero nell’emozione ch’essa gli aveva mostrato la prima volta rivolgendosi a lui come ad un amico di sua madre. Essa teneva realmente alla stima di quel vecchio; e malgrado ciò gli aveva mentito!
— Non è colpa mia — diss’ella con un fremito leggiero. La storia della biografia di Lord Henry era stata una sua invenzione spontanea. Questa le aveva agevolato le cose e non era priva di fondamento, giacché Lady Henry aveva parlato vagamente di utilizzare le lettere prestategli dal Capitano Warkworth per chiarire, forse in un articolo del Nineteenth Century, certi incidenti della carriera di suo marito alle Indie.
Quanto a Jacob Delafield, Julie era dello stesso parere di Sir Wilfrid, che cioè essa aveva veramente forzato la nota. Era dunque vero ciò che diceva di lei Lady Henry, che essa aveva una tendenza invincibile all’intrigo e ad alterare sempre l’esattezza dei fatti?
— Ma! E l’unico mezzo con cui gli infelici come me possono difendersi! — diss’ella con ostinazione.
A quel difetto essa opponeva fieramente un disinteresse di cui null’altro che lei doveva mai sospettare l’esistenza. Ciò che aveva detto alla Duchessa e a Sir Wilfrid era vero. Molti avrebbero voluto aiutarla materialmente, e renderle agevole la vita, senza obbligarla a una schiavitù quotidiana; ed essa aveva rifiutato ogni cosa. Jacob Delafield l’avrebbe sposata se essa avesse solo alzato un dito, ma quel dito essa non lo voleva alzare. Il Dr. Meredith aveva chiesto la sua mano; essa gli aveva risposto negativamente. Julie si compiaceva nel
pensiero della sua integrità ignorata, e che nessuno pensava a applaudire. Quell’idea confortava il suo orgoglio e tirava un velo sopra lo sguardo offensivo che aveva balenato un attimo sotto alle lunghe ciglia di Sir Wilfrid.
E quando finalmente stava per addormentarsi d’un sonno agitato, l’ultimo suo pensiero fu che essa era ancora sotto il tetto di Lady Henry. Nel silenzio della notte le difficoltà della sua posizione si aggravarono, torturandola. Cosa doveva fare? A chi confidarsi?
— Dixon, come sta Lady Henry?
— Sta troppo male per scendere, signorina. Essa è talmente eccitata — e la cameriera abbassò la voce — che non si ardisce quasi di avvicinarla. Ma conviene essa pure che non le sarebbe possibile di ricevere.
— Hutton ha ricevuto gli ordini?
— Sì, signorina. Gli ho spiegato ora ciò che desidera Sua Signoria. Deve dire a tutte le persone che verranno che Lady Henry è assai dolente, e che aveva sperato fino all’ultimo di poter scendere come al solito.
— Lady Henry ha tutto ciò che le occorre, Dixon? Le avete portato i giornali della sera?
— Oh sì, signorina. Ma, se si entra troppo di frequente, Sua Signoria dice che la si disturba; e se non ci si va, essa dice che tutti la trascurano.
— Credete che io possa andare a augurargli la buona sera?
La cameriera esitò.
— Glielo chiederò, signorina, glielo chiederò certamente.
La porta si richiuse, e Julie rimase sola nel gran salone. Tutto era stato preparato come di consueto per il ricevimento del mercoledì. I fiori erano freschi; i sedili erano disposti come Lady Henry lo desiderava; il parquet tirato a cera luccicava sotto al riflesso delle lampade elettriche; i Gainsboroughs, dalle loro cornici, sembravano sorridere con aria di gaia aspettativa.
<section end="testo" />
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}}<noinclude>{{PieDiPagina|''(Dall’inglese.'')||''(Continua).''}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||LA FIGLIA DI LADY ROSE|85}}</noinclude><section begin="s1" />e in ogni modo vi stendo la mano, chiedendovi scusa per quello che vi ho detto testé. Cerchiamo di seppellire la discordia e procuriamo di ricominciare a vivere come prima.
Julie Le Breton si avvicinò lentamente e prese la mano, ma senza calore.
— La metto in collera sovente — diss’ella con voce tremante — senza sapere nè come, nè perchè.
Lady Henry sussultò.
— Oh! forse le cose non andranno meglio — diss’ella mentre le loro mani si scioglievano.
Ma in ogni modo possiamo fare un nuovo tentativo. E, Mademoiselle, sarò felice se aiuterete la Duchessa per la sua fiera.
Julie scosse il capo.
— Non credo di averne la volontà — diss’ella tristamente. E siccome Lady Henry taceva, si avvicinò a lei soggiungendo: — Sembra molto stanca. Vuole che le mandi la sua cameriera?
Quella voce malinconica e melodiosa esercitò uno strano fascino sulla vecchia signora. La sua dama di compagnia le apparve, momentaneamente, sotto una nuova luce, come un personaggio di dramma o di romanzo. Ma essa si armò contro quel fascino.
— Subito, ve ne prego. Un’altra giornata simile a questa mi manderebbe all’altro mondo.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO VII.}}
La mattina del giovedì, dopo la sua famosa scena con Lady Henry, Julie le Breton era sola nel suo salottino occupata in diversi affari di casa. Un cesto di fiori, arrivato dai giardini di Lady Henry nel Surrey e non ancora vuotato, stava aperto sul tavolo presso alcuni vasi vuoti. Julie, in quel momento, era in procinto di dare degli ordini per le provviste del mese, e l’addetto capo della cucina l’aveva appena lasciata, dopo di averle fatto il suo rapporto sulla urgente necessità di far stagnare le casseruole di rame.
La camera era semplice e male arredata. Aveva servito di sala da studio a varie generazioni di piccoli Delafield, ma un attento osservatore vi avrebbe tuttavia scoperto una massa di piccoli oggetti che rivelavano il carattere e la storia della persona che l’occupava attualmente. In una piccola biblioteca presso il camino erano rinchiusi buon numero di volumi rilegati alla francese: Racine, Bossuet, Chateaubriand, Lamartine; ed altre opere che non provenivano certo dal convento ove Julie era stata educata: George Sand, Victor Hugo, Alfred de Musset, Mazzini,
Leopardi, i poeti e i romanzieri della Russia rivoluzionaria, del nazionalismo polacco e della ribellione irlandese; libri che erano stati la lettura prediletta di Lady Rose e del suo amante. Erano cento volumi in tutto; ma per Julie rappresentavano il ponte con cui i ricordi e i sogni dolorosi la riconducevano verso quella vita passata ch’ella aveva diviso co suoi genitori, quei due strani esseri, così calmi e pur tanto appassionati nelle loro convinzioni; così volontari, e però così pazienti nelle loro azioni, e su cui l’esempio costituiva tuttora tutta la sua esperienza della vita.
In quel modesto salotto i loro ritratti non erano visibili; ma su un tavolino d’angolo, vi era un piccolo trittico di legno scolpito. Le due imposte oblunghe che erano aperte, contenevano delle fotografie prese da un celebre quadro di Memling. Il centro era coperto da un intelaiatura di legno finamente scolpita e chiusa a chiave. La cameriera curiosa che ripuliva la camera di Julie, aveva tentato più volte di aprirlo, ma senza riuscirvi.
Su un altro tavolo, presso il fuoco, giacevano due o tre volumi a copertina gialla, una raccolta di critiche francesi contemporanee, un volume di memorie, un romanzo di Bourget, a fianco del ''Governo Popolare'' di Sir Henry Maine e di un recente e brillante studio sulla ''Politica inglese in Egitto''; queste due ultime opere portavano, in calce alla prima, il nome di «Richard J. Montresor». Sul tavolo vi era pure l’ultimo numero del periodico del Dr. Meredith, ''The New Rambler'', e presso a questo, con un tagliacarte passato nelle pagine, il giornale dell'ultimo esploratore francese al Mokembé, con due piccole iniziali all’angolo della copertina grigia
«H. W.».
Julie terminò la sua lista d’ordinazioni con un respiro di sollievo; poi scrisse una mezza dozzina di lettere d’affari e preparò alcuni chèques per la firma di Lady Henry. Quando ebbe<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||LA FIGLIA DI LADY ROSE|211}}</noinclude>francese come per il Ministro inglese, furono schivate con un’abilità di cui nessuno si rese conto, se non dopo che tutti gli scogli furono superati senza naufragio.
Allora Montresor guardò Julie e du Bartas con un sorriso significativo; gli occhi del Francese erano spalancati dallo stupore.
Julie in tono leggero aveva detto le cose le più assennate; aveva accennato a fatti ed a personalità conosciuti solo da un piccolo numero di iniziati, con una gaiezza riservata che si lasciava spesso intimidire dalle polemiche troppo gravi per il tono generale della conversazione; una gaiezza che non s’imponeva mai, e che assomigliava alla increspatura delle onde sul mare durante l’estate. Ma il mare soleggiato ha le sue profondità; e quell’allegria modesta e quasi timida mostrava una conoscenza perfetta della questione, attinta alla fonte stessa.
— Ah, capisco! — pensò Montresor che si divertiva assai. — P.... le scrive, piccola civettuola. A quanto pare egli le ha confidato tutti i nostri segreti. Ma è tempo di fermarla, perchè, per quanto intelligente essa sia, potrebbe darsi che non sapesse bene ciò che si deve dire, e ciò che non si deve dire davanti a questo signore.
Per cui cambiò il discorso e Mademoiselle Le Breton comprendendo tosto, seppe assecondarlo. Chiamò altri argomenti alla riscossa, come avrebbe regolato una nuova figura di ballo. Julie si riposava, sapendo ascoltare e parlare collo stesso fascino. 1 suoi grandi occhi neri, raggianti per il successo ottenuto, andavano dall’uno all’altro.
Aveva però scordato una cosa, ed era di porre un freno a tutte quelle voci che si alzavano attorno a lei. La Duchessa e Lord Lackington si azzuffavano come due bambini, e Montresor scoppiava di quando in quando in una sonora risata; Meredith, il Francese, Warkworth e il generale Fergus stavano parlando di una grande rivista che aveva avuto luogo il giorno innanzi. Delafield era in piedi dietro alla poltrona di Julie; essa gli parlava senza staccare gli occhi dal generale Fergus, lambiccandosi il cervello per trovare il mezzo di discorrere cinque minuti a quattr’occhi con lui, giacché egli era l’amico intimo del comandante in capo. Aveva suggerito essa stessa a Montresor, a nome di Lady Henry, s’intende, di condurlo con lui un mercoledì sera.
In quel momento un nuovo cambiamento si operò nei crocchi di persone. Julie vide che Montresor e il capitano Warkworth erano assieme presso al camino; il giovane le voltava le spalle riparandosi dal fuoco colle mani. Parlava con animazione, e Montresor, colla grossa testa bruna leggermente inclinata verso di lui, gli posava ad intervalli delle brevi questioni. Julie indovinò una conversazione importante e comprese che il Ministro che essa aveva inutilmente fatto insidiare da amici, in quel momento era in procinto di lasciarsi insidiare da sè medesimo. Il suo polso si accelerò vedendo il generale Fergus vicino a lei. Che viso leale da soldato! disegnato forse a lineamenti troppo marcati, colla bocca energica, il mento ostinato, ma rischiarato
da due occhi pieni di onestà, di giustizia e di energia.
Ambedue, di comune accordo, si appartarono dal crocchio, e Julie si sentì incoraggiata a parlare di Warkworth. Il Generale conosceva benissimo il suo stato militare; ma si potevano aggiungere certe opinioni favorevoli a suo riguardo, provenienti dalle Indie; certi fatti dei primordi della sua carriera, e sopratutto una spedizione di caccia assai audace, nel distretto stesso ove doveva recarsi la missione del Mokembé. Tutto ciò, unito ad alcune citazioni di lettere dirette tanto a lei quanto a Lady Henry, tutto ciò, colla sua solita astuzia, Julie seppe
sussurrare all’orecchio del Generale, mantenendo destramente la finzione ch’essa parlava d’un amico di Lady Henry, come avrebbe potuto farlo quest’ultima, assai meglio, se fosse stata presente.
Il Generale le prestava un’attenzione grave e amichevole. Pochi uomini si erano mostrati più formidabili e più inflessibili, sul campo di battaglia. Eppure egli era là seduto, calmo, cortese, benevolo e fidente in ciò che gli veniva detto, solo perchè il suo istinto lo portava ad aver fiducia in tutte le donne. Il cuore di Julie batteva forte.... Che serata importante e decisiva!
Ad un tratto qualcuno le disse sottovoce:
— Mi pare che dovremmo andarcene! È quasi mezzanotte.
Essa si volse spaventata e vide Jacob Delafield, di cui l’espressione dubbiosa la ricondusse
tosto alla realtà della situazione. Ma prima che potesse rispondere, un suono colpì il suo orecchio, facendola scattare.
— Cos’è? — diss’ella.
Nell’anticamera si udiva una voce.
Julie Le Breton si appoggiò alla spalliera della sua sedia e Delafield la vide impallidire. Quasi tosto la porta della biblioteca si spalancò.
— Giusto cielo! — esclamò Montresor balzando in piedi — Lady Henry!<noinclude>{{PieDiPagina|''(Dall’inglese).|| Continua).''}} (</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||LA FIGLIA DI LADY ROSE|209}}</noinclude><section begin="s1" />turbine portato da due minuscole scarpine di raso che brillavano sotto ai veli dell’abito, si precipitò nella sala.
— Oh Julie — esclamò la Duchessa — che eccellente idea, caro angelo cattivo! Zia Flora in letto e voi qui, al suo posto. Ed io che giungeva tutta pronta a far penitenza! Che sollievo! Oh! come sta?
Le ultime parole furono pronunciate in tono affatto cambiato; la Duchessa scorgendo il giovane ufficiale nell’angolo meno rischiarato dal camino, gli stese assai rigidamente la mano. Poi soggiunse, dirigendosi a Julie:
— Mia cara, c’è una piccola sommossa nell’atrio. Mr. Montresor e il Generale non so chi — e Jacob — e il Dr. Meredith con un francese — e il vecchio Lord Lackington — e Dio sa quanti altri! Hutton mi ha detto che io poteva entrare.... Ho promesso di fare il battistrada. Cosa deve dire Hutton? Bisogna decidervi. Comincia la fila delle carrozze.
— Andrò io a parlare a Hutton — disse Julie. E si diresse tosto verso l'anticamera.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO IX.}}
Quando la signorina Le Breton giunse nell’atrio, un cameriere, alla porta di strada, trasmetteva le scuse di Lady Henry ad ogni carrozza che si fermava. In un angolo del vestibolo, ove non si poteva essere visti dall’esterno, alcuni signori in soprabito e col cappello in testa ridevano e parlavano fra loro sottovoce.
Julie Le Breton li raggiunse; i cappelli si abbassarono, e l’alta e curva persona di Montresor si fece avanti.
— Lady Henry è desolata — disse Julie in tono dolce e sommesso. — Ma ne sono sicura, essa sarà contenta che io porti loro le sue scuse e in pari tempo le sue notizie. Essa non desidera sicuramente che i suoi vecchi amici sieno inquieti per lei. Vogliono entrare un momento? Il fuoco è acceso in biblioteca. Mr. Delafield, non crede lei che sia meglio così? Per favore, vuol dire a Hutton di non lasciar entrare più nessuno?
— Certamente — rispose il giovane dopo una lieve esitazione e togliendosi il soprabito.
— Solo, di grazia, non facciano strepito! — soggiunse Mademoiselle Le Breton volgendosi al gruppo di favoriti. — Lady Henry potrebbe essere disturbata.
Tutti entrarono, camminando in punta di piedi. Ogni volto mostrava che tutti erano divisi fra il lato comico della situazione e la coscienza del pericolo. Tosto che Montresor scorse la piccola Duchessa seduta presso al fuoco, egli alzò le braccia al cielo in segno di sollievo.
— Ritrovo il respiro — diss’egli, salutandola con effusione.
— Ove è la Duchessa, posso esser io. Ma mi sembra di essere un monello che ruba le uova da un pollaio. Permette che le presenti il mio amico, il generale Fergus. La prego di prenderci sotto la sua protezione.
— Per carità — rispose la Duchessa rendendo il saluto del Generale — sono così magnifici, che nessuno oserebbe proteggerli.
Entrambi erano in uniforme e il Generale risplendeva di decorazioni.
— Abbiamo pranzato a Corte — disse Montresor — ed ora un po’ di svago ci è necessario. Mise i suoi occhiali e fece collo sguardo il giro della camera, fregandosi dolcemente le mani.
— Che buona idea e che sala simpatica, non l’avevo mai vista. Ma cosa facciamo qui? E un ricevimento? E perchè no? Meredith, avete presentato Monsieur du Bartas alla Duchessa? Ah, vedo.
Julie Le Breton stava già conversando collo straniero che portava all’occhiello la rosetta della Légion d’Onore e che era entrato col Dr. Meredith. Alle parole di Montresor però, essa si avvicinò, e in un francese delizioso a udirsi, presentò Monsieur du Bartas — un alto e tarchiato normanno con due baffi biondi — prima alla Duchessa, e poi a Lord Lackington e a Jacob.
— Il direttore politico al Ministero degli Esteri francese — disse Montresor a parte alla Duchessa. — Egli ci odia come la peste. Ma se lei non lo ha ancora invitato a pranzo, lo faccia subito. L’ho avvertita la settimana scorsa della sua venuta.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Finalmente, circa una settimana dopo la partenza di Delafield, arrivarono due telegrammi. Uno era di Delafield: «Mervyn morto questa mattina. Stato del Duca assai allarmante». — L' altro da Evelyn Crowborough: «Elmira morì stamane. Parto per lo Shropshire, per aiutare Jacob».
Julie lasciò cadere i telegrammi. I suoi occhi si empirono di lagrime d'orgoglio; slanciandosi verso la porta, l’aprì, e chiamò la sua cameriera.
Questa vedendo gli sguardi scintillanti e l’aria sovraeccitata della sua padrona, si domando per quale delitto stava per essere ammonita; ma Julie le ordino semplicemente di mettersi subito a far i bauli, giacché intendeva di prendere quella sera stessa il diretto delle otto per l’Inghilterra.
{{riga punteggiata|30}}
Venti ore più tardi il treno che portava Julie arrivava a Londra alla stazione Victoria. Sulla piattaforma vi era la piccola Duchessa che attendeva impaziente. Julie, stretta nelle sue braccia, non ebbe tempo di accorgersi del pallore e dello sgomento dell’amica sua prima che questa la trascinasse nella carrozza che le aspettava...
— Oh! Julie! — esclamò la Duchessa prendendole le due mani, mentre che la carrozza si muoveva — carissima Julie!
Julie la guardò con stupore. Gli occhi celesti fissati su lei erano senza lagrime, ma nei loro sguardi e in tutta la fisionomia della Duchessa era espresso un vivo orrore e un agitazione che le agghiacciò il cuore.
— Cosa c’è? — diss’ella, quasi senza respiro. — Cosa c'è?
— Julie! Dovevo partire per Faircourt questa mattina. Anzitutto il vostro telegramma mi ha trattenuta. Ho preferito aspettarvi, per andare con voi. Poi mi è arrivato un altro telegramma di Jacob. Il Duca — il povero Duca!
L’attitudine di Julie cambiò subitamente senza che essa se ne avvedesse.
— È in tutti i giornali di questa sera — sugli avvisi — non guardate fuori. — E la Duchessa abbassò vivamente le tendine della carrozza. — Il Duca destava ieri delle gravi inquietudini, ma verso sera lo trovarono più calmo, ed egli insistette per restar solo. I medici però lo tenevano d’occhio, ma egli riuscì, non si sa come, a sfuggire alla sorveglianza di tutti, e questa mattina era scomparso. Dopo due ore di ricerche, fu trovato nel fiume che scorre ai piedi del castello!
Un profondo silenzio.
— E Jacob? — disse alfine Julie con voce rauca.
— Ecco ciò che mi preoccupa tanto! — esclamò la Duchessa! — Oh come sono contenta che siate venuta. Sapete i sentimenti che Jacob ha sempre avuto pei il Duca e per Evelyn, come odiava la sola idea di dover loro succedere. E Susan Delafield, partita ieri, mi telegrafava ieri sera, prima di quest’ultimo orrore — che suo fratello era terribilmente scosso e esausto.
— Succeder loro? — ripetè vagamente Julie. Macchinalmente essa aveva rialzato le tendine, ed i suoi occhi seguivano le linee nere della strada di Vauxhal Bridge. Ad un tratto se ne distolsero avendo scorto un avviso di giornale appeso alla bottega di un piccolo cartolaio.
«Tragica morte del Duca di Chudleigh e di suo figlio!»
La Duchessa l’osservava con curiosità senza rispondere. Julie sembrava lottare contro un’idea che le sfuggiva, o piuttosto che era scacciata da un'altra idea più urgente.
— Jacob è forse ammalato? — diss’ella bruscamente fissando la sua compagna.
— Non so più di quanto vi dissi. Susan scrive: «scosso e esausto». Oh. Jacob si rimetterà tosto che vi rivedrà!
Julie non rispose. Rimaneva immobile, e la Duchessa, gettandole un nuovo sguardo inquisitore dovette, anche in mezzo a quello sgomento, permettersi la riflessione che l'amica sua era una figura incomparabile in nero e bianco, più fine, più accentuata che mai.
— Non vi rincrescerà, nevvero? — disse Evelyn timidamente dopo una pausa — Lady Henry è in visita da me e Sir Wilfrid pure. Era solo a casa sua con un raffreddore così ostinato che io sono andata la settimana scorsa a rapirlo, col permesso del dottore. E deve venir pure Mr. Montresor. Egli desidera assai — così mi disse — di stringervi la mano. Ma nessuno vi importunerà se siete troppo stanca. Il nostro treno parte alle 10.10 — e Freddie farà fermare il diretto per noi alla stazione di Westonport, verso le tre del mattino.
La carrozza entrava in Grosvenor Square e non tardò a fermarsi davanti a Crowborough House. Julie scese girando il suo sguardo sulla piazza tutta verde, sulle finestre ornate esteriormente di fiori, sul primo cameriere che le tolse il mantello, lo stesso che in altri tempi soleva nutrire di biscotti i cani di Lady Henry. Julie fu colpita della premura speciale che le dimostrava quell’uomo.
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{{Sc|Donna}} PERNELLA, ''madre d’Orgone''.
ORGONE, ''marito d'Elmira''.
ELMIRA.
DAMIDE, ''figlio d’Orgone''
MARIANNA, ''figlia d’Orgone''.
VALERIO, ''amante di Marianna''.
CLEANTE, ''cognato d’Orgone''.
TARTUFO, ''ipocrita''.
DORINA, ''cameriera di Marianna''.
LEALI, ''fante del tribunale''.
''Un'' {{Sc|Ufficiale di giustizia}}.
FILIPPA, ''serva di donna Pernella''.
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{{Ct|v=2|La scena è a Parigi in casa d’Orgone.}}<noinclude></noinclude>
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— Ditele, Jacob, che sono qui — soggiunse egli, volgendosi bruscamente al giovane.
— Certamente — quando Mademoiselle me lo permetterà. — Ah! ecco la Duchessa! — disse Delafìeld cambiando voce.
Mademoiselle Le Breton, che si era scostata di qualche passo dalla scala con Sir Wilfrid
Bury, si volse tosto. Una donnina piccola, delicata, dalla bionda chioma e risplendente di
diamante, saliva la scala tutta sola.
— Mia carissima — disse la nuova venuta, stringendo con effusione la mano di Mademoiselle
Le Breton — non ho potuto resistere al desiderio di entrare un momento a salutarvi. Ma Freddie dice che lo devo raggiungere a quel noiosissimo Foreign Office! Per cui non mi posso fermare che dieci minuti. Come state?
E più sottovoce, quasi sussurrando, ma in modo che Sir Wilfrid potè udire egualmente — sempre tormentata e annoiata a morte?
Mademoiselle Le Breton alzò gli occhi crollando le spalle, indi sorrise mettendosi un dito alla bocca.
— Venite da me domani dopo mezzogiorno? — proseguì la Duchessa, sempre a mezza voce.
— Non credo di riuscire a svignarmela.
— Che sciocchezze! Cara mia, avete bisogno di aria e di moto! Jacob, fate in modo che possa venire.
— Oh! io non servo a nulla — disse il giovane. — Duchessa, vi rammentate di Sir Wilfrid Bury?
— Essa sarebbe una figlioccia snaturata se mi avesse dimenticato — disse quest’ultimo
sorridendo. — Per quanto sia vostra cugina, io l’ho conosciuta prima di voi!
La giovane Duchessa si volse verso di lui sussultando.
— Sir Wilfrid! Il rivederla è una gioia più unica che rara. Quando è tornato?
Essa mise le sue mani delicate in quelle del vecchio, prodigandogli ogni dimostrazione
di sorpresa e di piacere dovute al più vecchio amico di suo padre. La sua voce, i gesti, le parole — tutto era parimenti cortese, compito e d’una perfetta banalità.
Sir Wilfrid se ne era accorto benissimo. Egli possedeva un bel paio di baffi color paglia
e delle lunghe ciglia assortite: tanto le ciglia quanto i baffi gli servivano di paravento, dietro
al quale, come tutti sapevano, egli osservava il mondo col maggior profitto possibile. Egli
notò dunque subito la differenza con cui la Duchessa, avendo disimpegnato i suoi doveri di
parentela e di società, lo lasciò per tornare presso a Mademoiselle Le Breton.
— Che noia che voi non abbiate potuto venire oggi. Volevo che vedeste la piccina a ballare. È un vero amore! E poi è venuta a cantare quella giovane canadese. La voce è magnifica,
ma ha dei difetti di metodo e io non sapevo cosa dirle. In quanto alla musica del
giorno 16 — ma dico, non c’è modo di trovare un angolo per discorrere?
E la Duchessa collo sguardo fece il giro della splendida sala, ove erano entrate in quel
momento.
— Lady Henry, se ben vi ricordate, non ama gli angoli! — disse Mademoiselle Le Breton
sorridendo.
Il tono leggermente ironico di quell’allusione attirò di nuovo gli occhi di Sir Wilfrid su
di lei, ed egli notò pure il gesto impaziente con cui la Duchessa lo ricevette.
— Ah, finalmente! — esclamò Mademoiselle Le Breton volgendosi verso di lui. Ecco il
signor Montresor che se ne va pure, suppongo, al Foreign Office. Ora credo che sarà possibile
di giungere fino a Lady Henry!
Sir Wilfrid guardò in fondo alla sala e vide il famoso ministro della guerra che attraversava
lentamente i crocchi degl’invitati numerosi ma non affollati, fermandosi di quando in
quando per scambiare un saluto, assai imbarazzato nel far ciò, a quanto pare, causa una miopia
talmente pronunciata che quasi lo sfigurava. Era un uomo assai robusto e di statura oltre la
media. I suoi capelli grigio-ferro, i suoi lineamenti accentuati e gli occhi neri e cavernosi gli
davano quell’aria di autorità che la sua reputazione richiedeva. D’altra parte, la sua vista indebolita,
le sue spalle curvate dall’eccessivo lavoro, modificavano alquanto quest’impressione;
si sarebbe detto una forza tormentata e soggiogata, un Sansone in mezzo ai Filistei.
— Mia cara signorina — buona sera. Devo andare a Whitehall a lottare colle belve... per mia sfortuna! Ah! Duchessa! benissimo... lei pure non schiverà questa noia! E così dicendo,
Mr. Montresor strinse la mano di Mademoiselle Le Breton e sorrise alla Duchessa, e questi
due atti indicavano precisamente lo stesso grado di gaia intimità.
— Come ha trovato Lady Henry? — gli chiese Mademoiselle Le Breton sottovoce.<noinclude><references/></noinclude>
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— Benissimo, ma di pessimo umore. Essa mi sgrida continuamente,... sono scorticato vivo.
Ah! Sir Wilfrid, sono felice di rivedervi. Quando siete arrivato? Pensavo che vi avrei forse
incontrato al Foreign Office.
— Fra poco ci verrò.
— Sì, ma non vi si può discorrere. Pranzate da me domani sera, se siete libero? Benissimo!
Siamo intesi! E per ora, lo mandi là dentro, Mademoiselle — lo mandi pure! Egli è
appena arrivato, è fresco e ben disposto... Prenda anche lui la sua parte. — E il Ministro sorridendo
con malizia, additò dietro la sua spalla la porta aperta di un secondo salotto ove si
scorgeva vagamente una vecchia signora, seduta fra due persone, in una poltrona a rotelle.
— Quando il Vescovo uscirà — disse Mademoiselle Le Breton, crollando il capo e ridendo. — Ma gli raccomandai di non fermarsi troppo a lungo.
— Se ne guarderà bene. Lady Henry non ha maggior riguardo pel suo abito sacerdotale
che per i miei capelli grigi. Bisogna sentire che dose di critiche mi ha somministrato per il mio
discorso di ieri sera! Buona sera, cara signorina — arrivederci. Si sente proprio meglio, mi pare?
Mr. Montresor le diede uno sguardo amichevole e scrutatore e quasi tosto Sir Wilfrid,
trattenuto da un gruppo di nuovi arrivati, gli intese bisbigliare: — Mi consulti ogni volta che
crede — in qualunque momento.
Mademoiselle Le Breton alzò su di lui i suoi magnifici occhi pieni di muta gratitudine.
— E cinque minuti fa mi era sembrata brutta! — disse fra sè Sir Wilfrid, mentre si
allontanava. — Per bacco! per una dama di compagnia, quella signorina mi sembra molto
disinvolta! Ma dove diamine l’ho vista già, lei o il suo doppio?
Egli si fermò per osservare la sala, prima di prestarsi a una delle numerose conversazioni
che s’offrivano a lui. Era un locale ampio ed imponente guarnito di intarsi di legno del
secolo XVIII e arredato con quel giusto concetto del bello e del confortabile, che un numero
ristretto del fiore della società inglese ha sempre posseduto. Due magnifici Gainsboroughs avvolti
nel delicato splendore di tinte bianco-perla e azzurre erano appesi a destra e a sinistra
dell’apertura quadrata che metteva al salotto interno. Una bionda e vaporosa testa di fanciulla,
dipinta da Romney, sormontava la caminiera. Un abate in sottana, di Van Dyck, occupava
il centro di un’altra parete in faccia ai Gainsboroughs. Tutti quei quadri erano celebri, e da
parecchie generazioni erano collegati al nome storico dei Delafield. Sotto ai quadri, i tappeti
erano coperti di mobili preziosi del secolo XVIII come gli intarsi. Il tempo e l’uso ne avevano
attenuato lo stile italiano troppo pomposo. Dalla disposizione delle poltrone comode e numerose,
la sala era divisa in diversi gruppi di conversazione; dei cespugli fioriti mascheravano
i ''tête-à-tête'' o servivano di cornice a giovani bellezze, le lampade mandavano una luce discreta,
l’aria era tepida e leggiera. Il gaio mormorio delle voci indicava chiaramente che si parlava
per il piacere solo di discorrere, ed un senso generale di intimità e di allegria sincera emanante
da quella scena graziosa, si comunicava naturalmente a chi l’osservava.
Prima di essere riconosciuto e accapparrato tumultuosamente da un gruppo vicino, Sir Wilfrid
seguì per alcuni momenti collo sguardo Mademoiselle Le Breton che attraversava la sala colla giovane Duchessa. Ogni suo movimento era accolto con deferenza e con una marcata attenzione.
Passando qua e là essa faceva delle presentazioni, modificava un crocchio di persone,
cambiava di posto a una sedia. Era evidente che il suo occhio vedeva ogni cosa e che essa
conosceva tutti e la sua autorità, per quanto assoluta, pareva bene accetta. E quando finalmente
essa pure si mise a sedere, Sir Wilfrid, negli intervalli della sua propria conversazione, notò
che essa divenne il centro del gruppo più animato che si trovasse nella sala. La Duchessa, con un
braccio delicato appoggiato alla spalliera del sedile di Mademoiselle Le Breton, rideva e chiacchierava;
due fanciulle, vestite di bianco virginale, si erano sedute innanzi ad essa su dei grandi
sgabelli dorati. Tutti gli uomini venivano successivamente a unirsi al gruppo che la circondava;
e nel centro di questo gruppo la sua bella testa bruna spiccante su uno sfondo di
broccato rosa, la grazia della sua alta figura quasi diafana nella sua magrezza, l’espressione
mutevole dei suoi strani lineamenti, la vivacità dei gesti, la dolcezza della voce, tutto questo
attirava lo sguardo e l’attenzione di una buona metà della sala sulla «dama di compagnia»
di Lady Henry.
Ad un tratto un movimento si produsse all’altra estremità della sala. Un personaggio in
calzoni corti e scarpe a fibbie d’argento usciva dall’ultimo salotto.
Mademoiselle Le Breton si alzò tosto andandogli incontro.
— Il Vescovo ha terminato la sua lunga udienza — disse un vecchio generale a Sir Wilfrid Bury. — Ecco Mademoiselle Le Breton che vi cerca.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="TrameOscure" />{{RigaIntestazione|680|MUSICA E MUSICISTI|}}</noinclude>{{Nop}}
— Essi non avevano il diritto di essere suo padre e sua madre! — disse Lady Henry in tono mordace.
— Ah! — per cui se indovino....
— Sarete pregato di tener la lingua in bocca.
— Per il momento sono completamente all’oscuro — rispose Sir Wilfrid.
— La memoria vi si rischiarerà forse col tempo. In ogni modo non posso dirvi nulla ora.
Ma quando tornerete? domani? a colazione? Ho proprio bisogno di voi.
— Sarete sola?
— Certamente! Questo almeno mi è ancora concesso! di far colazione come piace a me
e con chi piace a me! — Chi entra ora? Ah! non occorre dirmelo!
Lady Henry si volse verso la porta raddrizzando il corpo con una dignità istintiva e
passionata che colpì d’ammirazione il suo vecchio amico.
La piccola Duchessa si avvicinava in un fruscio di seta e di merletti, preceduta dal profumo
di violette di Parma che le ornavano a profusione il petto e le spalle. Essa si avanzava
con graziose precauzioni come se camminasse su una mina pronta a esplodere.
— Zia Flora! concedimi un minuto.
— E perchè non dieci se li desideri — disse Lady Henry porgendo tre dita alla nuova
arrivata. Avevi promesso ieri di venire a darmi il resoconto del ballo di Devonshire House.
Ma non importa, te ne sei scordata.
— No, te lo prometto! — disse la Duchessa confusa. — Ma mi sembravi così bene occupata
questa sera con altre persone! Ed ora....
— Ora, te ne vai — disse Lady Henry con ostile serenità.
— Freddie pretende che è necessario — disse l’altra come una bambina che si scusa.
— Alors! — rispose Lady Henry alzando la mano. — Sappiamo tutti che sei un modello
d’obbedienza. Buona sera.
La Duchessa arrossi, sfiorò la mano di sua zia, e volgendo un viso sdegnato verso Sir
Wilfrid, essa lo salutò coll’aria di fargli capire che voleva vendicare su di lui l’ingiuria che
provenendo da Lady Henry doveva essere sopportata senza replica anche da una bimba
viziata davanti a chi di solito tutto cedeva.
Venti minuti più tardi Sir Wilfrid entrava nel primo dei vasti saloni del Foreign Office.
Egli si guardava attorno collo stesso senso di piacere che aveva provato sulla scala di Lady
Henry. Dopo cinque anni passati a Teheran, e il suo lungo viaggio di ritorno attraverso il
deserto, tutte le cose più banali di quel ricevimento lo rallegravano: i lumi, le dorature, lo
scintillìo dei gioielli, le uniformi scarlatte, il frastuono e il movimento di quella folla elegante.
Poi dopo il primo momento di intimo piacere, si produsse un godimento di secondo grado;
i riconoscimenti, le parole di benvenuto, che in seguito a un’assenza prolungata mostrano a
un uomo quale posto occupi nella società, ne riassumono il passato e predicono l'avvenire.
Sir Wilfrid non aveva motivo di lagnarsi: dei ministri, delle dame del gran mondo, dei membri
del Parlamento, e tutta quella parte permanente del mondo ufficiale che governa, ma che non
regna; militari, giornalisti, avvocati, tutti sembravano felici di stringergli la mano. Egli era
tornato preceduto dalla fama di aver adempiuto brillantemente dei servizi difficili, e la società
inglese ne lo ricompensava coll’usata maniera.
Verso la una egli si trovò trascinato da una folla di persone che si pigiavano verso la
scala per vedere la partenza di un’Altezza Reale. Davanti a lui un uomo d’alta statura si volse
indietro in cerca di alcune signore da cui era stato separato dalla folla. Sir Wilfrid riconobbe
Lord Lackington, veterano d’una prodigiosa giovinezza, pittore, poeta e marinaio, il quale
all’epoca in cui era stato luogotenente di vascello, aveva festeggiato Byron a bordo della sua
nave, nel mar Egeo, e di cui la fama riempiva anche oggi tutti i giornali, come d’uno dei più
autorevoli riformatori della marina. A sessantacinque anni, la sua personalità seduceva ancora quasi tutte le donne, sfidando la maggior parte degli uomini.
Mentre il vecchio gentiluomo si voltava, egli sorrideva per qualcosa che gli era stato
detto in quel momento; e i suoi occhi neri sotto ai suoi capelli bianchi come l’argento esaminavano
la folla coll’animazione di un giovane di vent’anni. Una energica fiamma di vitalità
brillava ancora nella sua fisonomia, come un sole che tramonta in un cielo senza nubi. Il viso
conservava una vivacità eccessiva e che colpiva. La bocca era sgradevole e il mento comune.
Ma l’aspetto generale era tuttora sorprendente.
Sir Wilfrid vedendolo, sussultò. Egli rivide il salone di Bruton Street; la figura e il viso
di Mademoiselle Le Breton; le frasi con cui Lady Henry aveva tentato di metterlo sulla buona<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||ARS ET LABOR|355}}</noinclude><section begin="s2" />* Nella seconda metà del mese di settembre 1906 sarà tenuto in Milano un Congresso nazionale dei maestri di musica, come annuncia il “Bollettino dell’Associazione nazionale fra i maestri di musica con sede in Bologna„.
* Per l'antiduellismo in Germania si costituiscono quindici leghe sotto la presidenza del Principe di Loewenstein e sotto la direzione di un Comitato centrale a Halberstadt. Gli armaiuoli protestano!...
* A Milano, per ordine della Procura del Re, numerosi agenti di P. S. sequestrano le roulettes automatiche che si trovano in certi caffè al centro e in molte parti dei sobborghi della città. Il provvedimento è stato preso in seguito al calcolo delle probabilità che non erano certamente troppe per i giuocatori. Adesso?!... Poeuh! meglio tardi che mai!
* A Roma, nei locali della R. Accademia Romana di Belle Arti, è aperta l’Esposizione dei modelli presentati al concorso bandito dal Ministero del Tesoro per i nuovi tipi delle monete da lire 50 e lire 10 in oro e da centesimi 50 in argento, da 20 centesimi in nichelio e da 5 centesimi in bronzo.
* Congratulazioni all’egregio maestro Ernesto Marciano di Napoli, il quale su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia.
* Il principe primate d’Ungheria, Vaszary diresse una circolare a tutto il clero in cui comunica che nel corso dell’anno passato il deputato Giovanni Hook, sorpassando al permesso delle autorità ecclesiastiche, pubblicò un’opera dal titolo ''La vita di Gesù'', la quale fu posta all’indice in base al paragrafo 20 della papale ''Constitutio officiorum ac numerum'' in data 17 gennaio 1897. Scampati i buoi, chiusa la stalla!
* A Monaco di Baviera è incominciata la vendita all’asta della celebre collezione Forbes di Londra, da parte di questa Galleria Reale di Belle Arti Fleischmann. Vi sono rappresentati i nomi più importanti della moderna arte internazionale, da {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Camille Corot|Corot}} a {{AutoreCitato|Charles-François Daubigny|Daubigny}}, da Diaz a {{AutoreCitato|Marcel Dupré|Dupré}}, da {{AutoreCitato|Félix Ziem|Ziem}} a {{AutoreCitato|Johannes Bosboom|Bosboom}}, da {{AutoreCitato|Jozef Israëls|Israels}} a {{AutoreCitato|Anton Mauve|Mauve}}, da {{AutoreCitato|John Hoppner|Hoppner}} a {{AutoreCitato|John Constable|Constable}}. Fra i gioielli più preziosi, vi sono parecchi quadri di Tito, un piccolo Palizzi, ''Capre al pascolo'', e due {{AutoreCitato|Giacomo Favretto|Favretto}}: ''Mercato'' e ''Davanti al palazzo Ducale''.
* Quest’anno in occasione del 50.mo anniversario della morte di {{AutoreCitato|Robert Schuman|Schumann}} (29 luglio 1856) al Festival di Bonn saranno eseguite, sotto la direzione di Joachim e di Grüter le ''Scene del Faust'', il ''Requiem per Mignon'', due ''Sinfonie'', ''Ouvertures'', ecc.
* Sembra che {{AutoreCitato|Johann Sebastian Bach|Bach}} sia in ribasso, in Germania. Si volevano raccogliere i fondi per l’acquisto della casa di Eisenach per convertirla in museo Bach. Dei 50,000 marchi occorrenti, a stento ne furono raccolti 15,000 sino ad ora; ed anche perchè ne diede 8,000 la “Singakademie„ di Berlino. Il più compromesso in quest’impresa è
{{FI
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|caption = ERNESTO CONSOLO<br>
sempre più impeccabile “gentleman„<br>
sempre più insuperabile pianista.
}}
{{FI
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}}
{{AutoreCitato|Joseph Joachim|Joachim}} — il celebre concertista — che per una istituenda Società della casa e museo Bach, ha già acquistato insieme ad altri la casa stessa, obbligandosi a pagarla 30,000 marchi. Si dice che {{AutoreCitato|Joseph Joachim|Joachim}} con un giro di concerti, voglia riparare all’avarizia degli ammiratori del grandissimo
maestro.
*L’Automobile Club Italiano, con sede in Milano, volle festeggiare il successo dell’opera ''La Figlia di Iorio'', offrendo all’autore di questa, maestro barone {{AutoreCitato|Alberto Franchetti|Alberto Franchetti}}, che è reputatissimo ed ardito chauffeur, uno splendido banchetto, ch’ebbe luogo il 2 aprile. Oltre 60 soci dell’Automobile Club presero parte al banchetto: vari i discorsi, ma rapidi, quali si addicono a persone abituate appunto alla maggiore rapidità. Il maestro {{AutoreCitato|Alberto Franchetti|Franchetti}} rispose a tutti argutamente ed ebbe le più affettuose dimostrazioni di simpatia.
<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|233|disciplina della ragion pura|583}}</noinclude>
{{Pt|tico|matematico}}) non è tanto consapevole della osservanza più esatta de’ suoi supremi principii, da comparire, non dico con timidezza, s’ deposto affatto ogni preteso diritto dommatico, innanzi all’occhio critico di una ragione più alta e giudicante.
Ben altro è il caso, se essa ha da fare, non con la censura del giudice, ma con le pretese del suo concittadino e da difendersi soltanto contro di esse. Giacchè, volendo queste essere altrettanto dommatiche, sì nel negare e sì nell’affermare, ha luogo allora una giustificazione κατ’ἄνθρωπον, che assicura contro ogni pregiudizio e procura un possesso garentito da titoli, che non ha da temere di nessuna estranea pretesa, benchè non possa esser dimostrato sufficiente κατ’ἀλήθειαν.
Ora, per uso polemico della ragione intendo la difesa delle sue proposizioni contro le negazioni dommatiche delle medesime. Ma qui non si tratta di dire, se le sue affermazioni non possano per avventura essere anche false, bensì soltanto che nessuno può affermare il contrario con certezza apodittica (anzi pur con maggiore probabilità)<ref>''Schein'' = {{Spaziato|apparenza}} (di vero).</ref>. Giacchè noi non ci troviamo più nel nostro possesso per grazia allora, quando noi abbiamo innanzi a noi un titolo, benchè non sufficiente; ed è pienamente certo, che niuno può mai dimostrare la illegittimità di questo possesso.
È qualche cosa che attrista e umilia, che debba esserci in generale un’antitetica della ragion pura, e che questa, che rappresenta la corte giudiziaria suprema su tutte le contese, debba entrare in conflitto con se stessa. Noi bensì avemmo innanzi, più sopra, questa apparente antitetica della ragione; ma si dimostrò che essa poggiava sopra un equivoco, poichè si prendeva, conforme al comune pregiudizio, i fenomeni per cose in sè, e allora si desiderava in un modo o nell’altro una perfezione assoluta della loro sintesi (che era nell’uno e nell’altro modo impossibile); ciò che invece non può aspettarsi assolutamente per i {{Pt|fe-|}}<noinclude></noinclude>
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Le lagrime salirono agli occhi di Julie. Volgendo altrove il capo lo appoggiò alle pietre del muro.
Delafield non si permise alcuna carezza. Cominciò quietamente a esporle il genere di vita ch’egli poteva offrirle, la compagnia che le proponeva. In quel quadro non fece parola di ciò che la gente chiamava «le sue speranze». Julie sapeva benissimo ch’egli non poteva risolversi
a parlarne. In tutto quello che Jacob le disse del loro avvenire trapelava piuttosto una nota ascetica e mistica, una nota che aveva già dominato quella donna, in cui l’ambizione era sempre così stranamente mitigata da una forte immaginazione poetica.
Malgrado tutto però essa era ambiziosa e il suo spirito suppliva a ciò ch’egli non diceva.
— Che egli lo voglia più o meno, sarà ben forzato un giorno di occupare il posto che gli spetta, e se ha realmente bisogno del mio aiuto....
Poi ricadde nelle sue esitazioni. Da qualunque lato considerasse la propria vita, tutto vi pareva essere mostruoso e in disaccordo.
— Lei non si rende conto di quello che domanda — diss’ella alfine con disperazione. — Non sono una donna virtuosa, nel senso che intende lei! Non misuro le cose secondo il suo ideale. Sono capace d’un viaggio come quello che ha interrotto lei. E non sono capace di provarne alcun pentimento. Sono capace di mentire — lei non mente mai! Posso concepire
i pensieri i più bassi — lei no! Lady Henry mi giudicava una intrigante — è verissimo! Ho l’intrigo nel sangue! E non so se arriverò mai a capire il suo modo di pensare e la sua vita. E se non vi riesco, la renderei infelice!
Essa lo guardò, drizzando la sua delicata persona con un movimento di sfida.
Delafield si curvò verso lei prendendole di viva forza le due mani.
— Anche se ciò fosse vero, preferisco mille volte affrontare tutto piuttosto che uscire nuovamente dalla sua vita. Julie, l’amore le ha fatto commettere delle follie — deve dunque sapere ciò che è l’amore. Mi guardi in viso, ecco! i suoi occhi nei miei. Ceda! Un morto glielo domanda, ed è la volontà di Dio!
Come vinta da quelle ultime parole pronunciate a voce sommessa, Julie alzò gli occhi e lo guardò nuovamente. Essa si sentì avvolta da una tenerezza mistica e appassionata che paralizzò la sua resistenza. Una forza sovrumana soggiogava tutta la sua volontà. Scoppiando in lagrime — lagrime di disperazione e di rivolta — essa cedette.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO XXII.}}
Nell’ultima settimana di maggio, Julie Le Breton sposò Jacob Delafield nella chiesa inglese di Firenze. La Duchessa era presente, e così pure il Duca, testimonio imbronciato e mal rassegnato a quel matrimonio ch’egli considerava l’opera speciale e malaugurata di sua moglie.
Alla porta della chiesa, Julie e Delafield li lasciarono per recarsi a Camaldoli.
— Ebbene! Se credete che io debba felicitarvi di questo bel risultato, vi sbagliate grandemente — disse il Duca, mentre lui e sua moglie tornavano in carrozza all’Hótel Grande Bretagne.
— Non nego che sia arrischiato — rispose la Duchessa pensosa.
— Arrischiato! — ripetè il marito alzando le spalle. — Infine! non amo trattar male le vostre amiche, Evelyn, ma Mademoiselle Le Breton....
— Mrs. Delafield, prego! — disse la Duchessa.
— Mrs. Delafield, sia pure (era evidente che gli costava a pronunciare quel nome), mi sembra una donna molto mal disciplinata e intrattabile. Perchè prende quelle arie di regina da tragedia per maritarsi? Jacob vale dieci volte lei; gli farà condurre una di quelle esistenze... poveretto! Non posso immaginare come vi aggiustate colla vostra coscienza, Evelyn, dopo gabbato così completamente come l’avete fatto in tutta questa storia.
Io vi ho gabbato?
La sua innocenza era davvero difficile da sopportare; e perfino la bellezza di quegli occhi azzurri di cui era tornato il fortunato possessore non valse a calmare il Duca.
—Mi avete positivamengte fatto credere — proseguì egli con enfasi — che se l’aiutavo a uscir d'imbarazzo al momento della crisi con Lady Henry, essa abbandonerebbe i suoi disegni su Delafield.
— Vi ho detto questo? — E la Duchessa nascondendosi il viso fra le mani, scoppiò in una risata un po’ nervosa. — Non è per questa ragione però che le avete prestato la casa, Freddie.
— Mi avete persuaso voi a furia di moine — disse il Duca.
— No, fu Julie stessa che ha saputo conquistarvi — rispose Evelyn trionfante. — Avete subito il suo fascino come tutti noi... e avete desiderato di far qualcosa per lei.
— Niente affatto — disse il Duca risoluto a non ammettere nessun ricordo a suo svantaggio. — Siete voi che avete fatto tutto.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||— 149 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Da una finestra bassa, piccola, a sagoma centinata, esce un assordante gridìo di voci infantili che si spande lontano nel silenzio dei vicoli: è una ''msid'', una scuola. Dalla strada si può guardar dentro. Una nidiata di ragazzi, vestiti di ''kaftan'' dai colori vivaci, è in terra, sulle stoie, rivolta al maestro barbuto e venerando, assiso in fondo con un libro nella mano sinistra e una canna nella destra, una canna così lunga che potrebbe giungere comodamente a picchiare anche sul capo dell’importuno visitatore alla finestra. Il maestro legge un versetto, gli scolari lo ripetono in coro oscillando il corpo avanti e indietro come per dir di sì.
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Nelle ''msid'' s’impara a recitare a memoria il Corano, e, se un allievo dimostra dei talenti eccezionali, continua gli studi e impara anche a scriverlo e a leggerlo. A questo punto è maturo per l’Università. L’istruzione pubblica non rovina il Governo marocchino: le scuole sono proprietà di moschee, e i maestri vivono dell’elemosina dei loro allievi. Ogni mercoledì lo scolaretto porta al ''fekih'', al maestro, qualche soldo; alla fine del mese la mancia è un po’ più grossa e arriva fino ad una moneta che equivale a cinquanta centesimi; in occasione delle feste musulmane c’è poi un regaletto.
Quando l’allievo ha imparato metà del Corano, il ''fekih'' scrive sulla lavagnetta del bravo ragazzo la parola ''tekhridja'', una parola magica destinata a mettere la famiglia sottosopra.<noinclude><references/></noinclude>
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Ars et Labor, 1906/N. 3/Alla rinfusa
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|610|ARS ET LABOR|}}</noinclude>{{Nop}}
Lady Blanche, per tutta risposta, sospirò. Jacob portò una sedia presso alla sua, ed ambedue incominciarono una di quelle conversazioni naturali a persone appartenenti allo stesso mondo e che viaggiano negli stessi paesi.
Julie aveva ripreso il suo posto presso l’ereditiera. Esse non si dicevano gran che, ma ognuna delle due aveva il sentimento di provare per l’altra un vivo interesse. Di quando in ognui Julie allungava la mano e rassettava con tenera sollecitudine i scialli attorno all'esile corpicino di Aileen. Il senso di rimorso che si univa alla sua simpatia non faceva che eccitarla maggiormente. Essa diceva vagamente a sè stessa, che oggi era in grado di riparare! Solo che Lady Blanche consentisse....
Ma consentirebbe! Julie sentiva riassodarsi l'antica fiducia in sè stessa, la sua antica sicurezza in una serie ingegnosa di combinazioni che le avevano raramente fatto difetto. I suoi istinti di padronanza e di intrigo risuscitavano, e si rivedeva la dama di compagnia di Lady Henry.
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Mentre chiacchieravano prendendo il thè, Aileen scorse per caso un giornale inglese che Delafield aveva portato da Montreux e deposto su uno dei tavoli della terrazza senza spiegarlo.
— Me lo dia, la prego — diss'ella stendendo vivamente la mano. Vi deve essere annun ciato il matrimonio di Tiny, mamma! È una mia cugina — spiegò essa a Julie che si era alzata per darle il giornale. La mia cugina prediletta! Oh grazie!
Aileen aprì il giornale, e Julie si volse nello stesso momento per prendere la tazza dalle mani di Lady Blanche.
Ad un tratto, un grido acuto risuonò, un grido di mortale angoscia. Due signore che uscivano dalla sala dell'albergo sulla terrazza si volsero spaventate; il giardiniere che inaffiava i cesti di fiori all'altra estremità si arrestò bruscamente.
— Aileen! — esclamò Lady Blanche correndo a lei. — Cosa! cosa c'è?
Il giornale era caduto a terra, e la fanciulla anelante lo mostrava col dito.
— Mamma! mamma!
Nel cuore di Julie balenò un dubbio. Muta e mortalmente pallida non si mosse. Lady Blanche si gettò su Aileen.
— Aileen, tesoro! cosa c'è?
In preda a una crisi nervosa, la giovanetta stringeva sua madre fra le braccia raggrinzate. Con uno sforzo penoso si rizzò in piedi, e vacillando, si passò una mano sugli occhi.
— È morto, mamma.... è.... morto!....
L'ultima parola si spense in un rantolo ancor più orribile del primo grido.
Aileen, barcollante, sfuggì dalle braccia di sua madre. Fu Julie che la prese e che adagio nella poltrona quel povero corpo di bambina inerte e contratto ove tutti i fili che lo attaccavano alla vita sembravano essersi improvvisamente spezzati. Lady Blanche respinse Julie, e come una pazza prese nelle sue braccia la figlia svenuta. Mentre Delafield si precipitava a prendere dell'acqua, Julie s'impossesso del giornale e cercò i telegrammi. In capo alla prima colonna vi era ciò che cercava.
«''Cairo, 12 giugno''. Una notizia tragica quanto inattesa ha prodotto qui un lutto profondo. Il maggiore Warkworth è morto di febbre a circa tre settimane di marcia dalla costa, verso il 25 maggio. Delle lettere dell'ufficiale che gli successe nel comando della spedizione del Mokembé sono giunte a Denga. Quindici giorni dopo la sua partenza per l'interno, il maggiore Warkworth fu assalito dalla febbre. Lottò energicamente, ma la malattia aveva carattere mortale, ed in meno di una settimana egli soccombette. Il messaggiero ha portato pure tutte le sue carte personali, e delle note che furono mandate ai suoi rappresentanti in Inghilterra. Il maggiore
Warkworth era un ufficiale di grande avvenire, e la sua perdita sarà dolorosamente sentita ».
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Julie cadde in ginocchio presso a sua cugina sempre svenuta. Lady Blanche intanto slacciava l'abito di sua figlia, frizionava le sue mani gelate e si lamentava in un parossismo di terrore.
Mio tesoro, tesoro caro. Dio mio! perchè l'ho permesso? Perchè ho lasciato avvicinarla da quell'uomo? È colpa mia — colpa mia — e io l'ho uccisa.
E afferrando le mani passive della bambina, la guardò con uno slancio di disperazione ove non entrava atomo di rammarico, nè di pietà per nulla e nessuno a questo mondo, tranne quella carne della sua carne che giaceva là mortalmente colpita.
Ma la mente di Julie aveva cessato di percepire la tragedia che si svolgeva attorno a lei. Per la seconda volta era preda di un'illusione che s'impadroniva di tutto il suo essere fisico, di tutte le sue facoltà morali. Davanti ai suoi occhi dilatati dal terrore, vide sorgere la stessa visione spaventevole che l'aveva torturata nella crisi suprema del suo amore per Warkworth. Sullo sfondo di nevi eterne che circondavano il lago, vide vagare il fantasma di lui, con terribile rilievo il viso macilento, le ciocche di capelli madide di sudore - le guancie infuocate, gli occhi.... Ah! come sopportare quello sguardo che esprimeva il muto furore dell'uomo, strappato per forza alla vita, in piena gioventù, in un ultimo spasimo solitario di dolore sconsolato!<noinclude>''(Dall'inglese).''
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Lady Blanche, per tutta risposta, sospirò. Jacob portò una sedia presso alla sua, ed ambedue incominciarono una di quelle conversazioni naturali a persone appartenenti allo stesso mondo e che viaggiano negli stessi paesi.
Julie aveva ripreso il suo posto presso l’ereditiera. Esse non si dicevano gran che, ma ognuna delle due aveva il sentimento di provare per l’altra un vivo interesse. Di quando in ognui Julie allungava la mano e rassettava con tenera sollecitudine i scialli attorno all'esile corpicino di Aileen. Il senso di rimorso che si univa alla sua simpatia non faceva che eccitarla maggiormente. Essa diceva vagamente a sè stessa, che oggi era in grado di riparare! Solo che Lady Blanche consentisse....
Ma consentirebbe! Julie sentiva riassodarsi l'antica fiducia in sè stessa, la sua antica sicurezza in una serie ingegnosa di combinazioni che le avevano raramente fatto difetto. I suoi istinti di padronanza e di intrigo risuscitavano, e si rivedeva la dama di compagnia di Lady Henry.
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Mentre chiacchieravano prendendo il thè, Aileen scorse per caso un giornale inglese che Delafield aveva portato da Montreux e deposto su uno dei tavoli della terrazza senza spiegarlo.
— Me lo dia, la prego — diss'ella stendendo vivamente la mano. Vi deve essere annun ciato il matrimonio di Tiny, mamma! È una mia cugina — spiegò essa a Julie che si era alzata per darle il giornale. La mia cugina prediletta! Oh grazie!
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Ad un tratto, un grido acuto risuonò, un grido di mortale angoscia. Due signore che uscivano dalla sala dell'albergo sulla terrazza si volsero spaventate; il giardiniere che inaffiava i cesti di fiori all'altra estremità si arrestò bruscamente.
— Aileen! — esclamò Lady Blanche correndo a lei. — Cosa! cosa c'è?
Il giornale era caduto a terra, e la fanciulla anelante lo mostrava col dito.
— Mamma! mamma!
Nel cuore di Julie balenò un dubbio. Muta e mortalmente pallida non si mosse. Lady Blanche si gettò su Aileen.
— Aileen, tesoro! cosa c'è?
In preda a una crisi nervosa, la giovanetta stringeva sua madre fra le braccia raggrinzate. Con uno sforzo penoso si rizzò in piedi, e vacillando, si passò una mano sugli occhi.
— È morto, mamma.... è.... morto!....
L'ultima parola si spense in un rantolo ancor più orribile del primo grido.
Aileen, barcollante, sfuggì dalle braccia di sua madre. Fu Julie che la prese e che adagio nella poltrona quel povero corpo di bambina inerte e contratto ove tutti i fili che lo attaccavano alla vita sembravano essersi improvvisamente spezzati. Lady Blanche respinse Julie, e come una pazza prese nelle sue braccia la figlia svenuta. Mentre Delafield si precipitava a prendere dell'acqua, Julie s'impossesso del giornale e cercò i telegrammi. In capo alla prima colonna vi era ciò che cercava.
«''Cairo, 12 giugno''. Una notizia tragica quanto inattesa ha prodotto qui un lutto profondo. Il maggiore Warkworth è morto di febbre a circa tre settimane di marcia dalla costa, verso il 25 maggio. Delle lettere dell'ufficiale che gli successe nel comando della spedizione del Mokembé sono giunte a Denga. Quindici giorni dopo la sua partenza per l'interno, il maggiore Warkworth fu assalito dalla febbre. Lottò energicamente, ma la malattia aveva carattere mortale, ed in meno di una settimana egli soccombette. Il messaggiero ha portato pure tutte le sue carte personali, e delle note che furono mandate ai suoi rappresentanti in Inghilterra. Il maggiore
Warkworth era un ufficiale di grande avvenire, e la sua perdita sarà dolorosamente sentita ».
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Julie cadde in ginocchio presso a sua cugina sempre svenuta. Lady Blanche intanto slacciava l'abito di sua figlia, frizionava le sue mani gelate e si lamentava in un parossismo di terrore.
Mio tesoro, tesoro caro. Dio mio! perchè l'ho permesso? Perchè ho lasciato avvicinarla da quell'uomo? È colpa mia — colpa mia — e io l'ho uccisa.
E afferrando le mani passive della bambina, la guardò con uno slancio di disperazione ove non entrava atomo di rammarico, nè di pietà per nulla e nessuno a questo mondo, tranne quella carne della sua carne che giaceva là mortalmente colpita.
Ma la mente di Julie aveva cessato di percepire la tragedia che si svolgeva attorno a lei. Per la seconda volta era preda di un'illusione che s'impadroniva di tutto il suo essere fisico, di tutte le sue facoltà morali. Davanti ai suoi occhi dilatati dal terrore, vide sorgere la stessa visione spaventevole che l'aveva torturata nella crisi suprema del suo amore per Warkworth. Sullo sfondo di nevi eterne che circondavano il lago, vide vagare il fantasma di lui, con terribile rilievo il viso macilento, le ciocche di capelli madide di sudore - le guancie infuocate, gli occhi.... Ah! come sopportare quello sguardo che esprimeva il muto furore dell'uomo, strappato per forza alla vita, in piena gioventù, in un ultimo spasimo solitario di dolore sconsolato!<noinclude>{{PieDiPagina|''(Dall'inglese).''||''(Continua)''.}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|266||}}</noinclude>{{FI
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{{centrato|ROMANZO DI}}
{{centrato|{{larger|{{Sc|Mrs.}} HUMPHRY WARD}}}}
{{Rule|8em}}
<section begin="testo" />Monsieur du Bartas spalancò gli occhi con crescente stupore. Sulla porta della sala apparve una vecchia signora, pesantemente appoggiata a due bastoni. Era pallida come un cadavere e il suo sguardo scintillava di furore. In mezzo alla commedia sociale che si recitava in quella stanza, gaiamente illuminata, era comparsa senza dubbio la Tragedia o il Destino. Chi era essa? Che significava tutto ciò?
La Duchessa si precipitò verso di lei per dirle, s’intende, la sola cosa che non avrebbe dovuto dire.
— Oh! zia Flora, cara zia Flora! Vi credevamo troppo ammalata per poter scendere!
— Me ne accorgo — rispose Lady Henry allontanandola da sè. — Ed è per questa ragione che voi e questa signora — e con mano tremante mostrava Julie — avete ricevuto in vece mia. Ve ne sono infinitamente grata. E avete pure offerto dei rinfreschi ai miei invitati (guardando le tazze vuote). Ve ne ringrazio. Spero che i miei domestici vi avranno servito bene.
— Signori — diss’ella volgendosi al resto della compagnia rimasta pietrificata — temo di non poterli pregare di prolungare la loro visita. È tardi, e come vedono, io sono indisposta. Ma mi auguro in qualche altra occasione di aver l’onore....
I suoi occhi facevano il giro del crocchio, sfidando e bravando tutti.
Montresor le si avvicinò.
— Amica carissima, permettete che vi presenti Monsieur du Bartas, direttore al Ministero degli Esteri francese.
Davanti a questo appello ai suoi sentimenti di ospitalità britannica, ed alla sua cortesia sociale, Lady Henry guardò il Francese con viso arcigno.
— Monsieur du Bartas, sono lieta di fare la sua conoscenza. Con suo permesso, la riprenderò quando sarò in stato di poterne meglio approfittare. Domani le scriverò per invitarla a un nuovo appuntamento, se la mia salute me lo permetterà.
— ''Enchanté, Madame'' — rispose il Francese più imbarazzato di quanto era mai stato in vita sua. — ''Permettez-moi de vous faire mes plus sincères excuses''.
— Non è il caso, Monsieur, ella non me ne deve alcuna.
Montresor si avvicinò nuovamente.
— Un’altra volta, vi prego — gli diss’ella con calma tagliente. — Come ho già detto, è molto tardi. Se fossi stata in grado di ricevere, non avrei incaricato il mio maggiordomo di fare le mie scuse. Ora debbo pregarli di permettermi di augurare a tutti la buona sera. Jacob, abbiate la bontà di andare a prendere il mantello della Duchessa. Buona notte! buona notte! Come vedono — soggiunse essa indicando i bastoni che la sorreggevano — non ho mani per nessuno questa sera; la mia infermità reclama i loro servizi.
Montresor si avvicinò ancora con profondo e sincero rammarico:
— Cara Lady Henry.
— Andate! — sibilò essa sottovoce, fissandolo dritto negli occhi.
Egli si volse ed uscì senza profferir parola. La Duchessa lo seguì con aria piagnucolosa al braccio di Delafield. Mentre passava davanti a Julie, che sembrava mutata in pietra, ebbe un piccolo slancio verso di lei.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|270|MUSICA E MUSICISTI|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|sazione|sensazione}} che l’offerta muta e impetuosa di tutta una vita d’uomo era gettata ai suoi piedi per farne ciò che meglio le garbava.
Dopo un momento, vedendola in procinto di allontanarsi, egli le disse in un sussurro:
— Vada domattina dalla Duchessa, al più presto possibile. Essa mi ha incaricato di dirglielo; Hutton mi ha dato un suo biglietto. La sua casa deve offrirle un rifugio, finché abbiamo deciso il miglior partito da prendere. Lei sa benissimo che tutti i suoi amici le sono devoti. Ma ora, buona sera; procuri di dormire. Evelyn ed io faremo tutto quello che potremo con Lady Henry.
Julie si svincolò da lui. — Dica a Evelyn che andrò da lei, per salutarla, in ogni modo, tosto che avrò fatto i miei bauli. Buona notte.
A sua volta essa si trascinò su dalla scala singhiozzando e spaventata dalle ombre prodotte dall’oscurità. Tutta la sua energia e la sua audacia erano scomparse. L’idea di dover passare ancora una notte sotto al tetto di quella vecchia che la odiava, la riempiva di terrore. Giunta nella sua camera, essa vi si chiuse a chiave e pianse per delle ore, coll’animo tormentato dalla più profonda e cocente disperazione.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO X.}}
Nel salotto della Duchessa, il Duca, di pessimo umore, formava un contrasto marcato e quasi brutale colle innumerevoli fotografie di famiglia, quasi tutte graziose, che ingombravano la caminiera a cui egli era appoggiato. Il Duca era un uomo di statura alta e tarchiata, più
vecchio d’una ventina d’anni di sua moglie. Aveva la carnagione bruna, le guancie assai colorite, le labbra prominenti e rosse; i suoi occhi erano grigi, molto chiari, molto freddi; i capelli neri, folti e ricciuti. A prima vista lo si giudicava un uomo di grande forza fisica, col sentimento legittimo della sua importanza, abbronzato e indurito dalla vita di esercizi all’aria aperta, di yachting, di caccia, di corse e di tiro, a cui egli dedicava la massima parte del suo tempo, come tutti gli uomini della sua classe. Intelligenza piuttosto lenta e carattere ostinato. Ma quest’impressione generale non rivelava però che a metà ciò che in fondo era il marito della piccola Duchessa.
Quanto al cattivo umore non faceva certo difetto, quella mattina, e avrebbe meritato un appellativo più positivo e energico.
— Ci avete messo inutilmente tutte e due — dichiarava egli — voi ed io, in una posizione insopportabile. Questa lettera di Lady Henry (e gliela mostrava) è una delle più spiacevoli che abbia ricevuto da un pezzo! Lady Henry mi sembra pienamente nel suo diritto. Voi vi siete comportata in un modo assolutamente ingiustificabile. Ed ora venite a raccontarmi che questa donna, che è causa di tutto il male, e di cui io disapprovo pienamente la condotta, deve venire a stare qui, in casa mia — che io lo desideri più o meno! E voi pretendete che io sia gentile con lei! Se voi persistete, io partirò per Brackmoor, dove mi fermerò finché le garberà, di andarsene. Non voglio assolutamente aver l’aria di approvare, e qualunque cosa voi facciate, io manderò delle scuse a Lady Henry.
— Noi non abbiamo nessuna scusa da fare! — esclamò la Duchessa, che avvilita dapprima, ritrovava ora la forza di protestare. — Nessuno intendeva far del male. Perchè gli amici intimi, di zia Flora non dovevano poter entrare per chiedere sue notizie? Hutton, il vecchio maggiordomo che è al suo servizio da vent’anni, ei ha pregato lui di farlo.
— Allora egli ha fatto ciò che non gli spettava e meriterebbe d’essere licenziato sui due piedi. Come mai? Lady Henry mi scrive che era un ricevimento in piena regola! Che la sala era stata disposta e ornata per questo da quella signorina troppo audace. Che i domestici, avevano ricevuto degli ordini. Che il festino è durato fino a mezzanotte e che lo strepito che facevate tutti quanti l’ha positivamente svegliata. Davvero, Evelyn, non trovo parole per dirvi quanto sia seccato che voi siate mischiata in un affare simile!
E camminava di lungo in largo davanti a lei, sdegnato e furioso.
— Chiunque altro, eccetto zia Flora, ne avrebbe riso! — replicò la Duchessa in tono di sfida. — E vi dichiaro, Freddie, che non intendo essere sgridata in questo tono. D’altronde, se sapeste....<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|333||}}</noinclude><section begin="s1" />
La Duchessa, avvicinandosi a lei, l’abbracciò.
— Acconsentite, Julie? acconsentite? Lady Henry vi ha messo alla porta da un minuto all’altro, ed in gran parte per colpa mia. Bisogna che accettiate il nostro aiuto!
Julie non rispose, ma svincolandosi a metà dalle braccia della Duchessa, stese la mano al Duca.
Egli la strinse con una cordialità che lo stupì.
— Così va bene! Ora, Evelyn, vi lascio la cura di combinare ogni cosa. Vi manderò le chiavi nel pomeriggio. Naturalmente Mademoiselle Le Breton starà con noi finché tutto sia pronto. Ma io devo proprio ora recarmi al mio appuntamento. Ancora una parola, signorina Le Breton!
— Sì?...
— Credo — diss’egli seriamente — che lei dovrebbe rivelare la sua identità a Lord Lackington.
Julie indietreggiò.
— Mi lasci almeno la scelta del momento — supplicò Julie.
— Benissimo, benissimo! Ne riparleremo! — e il Duca uscì frettolosamente. Mentre scendeva le scale, egli si sentì invaso da un estremo stupore per ciò che aveva fatto.
— Come diavolo farò a spiegare la cosa a Lady Henry?
Seduto nel suo cab, diretto verso la City, egli si sentiva assai più colpevole di quanto sua moglie fosse stata mai. Che cosa lo aveva indotto ad agire in quel modo straordinario ed assurdo? Forse un’ombra di intenerimento romanzesco e immorale di cui egli si vergognava già? Oppure il solo fatto che quella donna aveva rifiutato di sposare Jacob Delafield?<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO XI.}}
— Eccoci! — esclamò la Duchessa, mentre la carrozza si fermava. — Non è forse una strana baracca?
E mentre ambedue scendevano sul marciapiede, Julie guardò distrattamente la sua nuova dimora. Era una casa di mattoni a due piani fabbricata nel 1780. La porta principale sfoggiava un paio di colonne ioniche, ed un frontone assortito. Le finestre conservavano i piccoli vetri dell’epoca; il tetto a solaio colla sua unica finestra d’abbaino non era stato toccato. La casetta aveva la gronda piuttosto sporgente; tre finestre al primo piano sulla facciata; due e la porta d’ingresso a terreno. Quella angusta dimora conservava una fisionomia antiquata e
un po’ pretensiosa, assai mitigata però dal tempo. Si trovava all’angolo di due strade quiete e solitarie, destinate senza dubbio a essere presto ricostrutte nell’assetto generale del quartiere di Mayfair.
Come lo aveva detto la Duchessa, quella casa occupava il posto di antiche scuderie appartenenti verso il 1740, a case situate in Cureton Street, e sparite da un pezzo. Nello spazio occupato eziandio da quelle case, sorgeva ora un unico e grande palazzo circondato da giardini. Tutto il resto delle scuderie era stato convertito in case a tre piani esposte a mezzogiorno e separate da una strada dai giardini di Cureton Street. Ma all’angolo sud-ovest della via che era divenuta Heribert Street, completamente fuori di squadra e non assomigliando per nulla alle case che la circondavano — «la strana baracca» — costrutta senza dubbio in un’epoca anteriore e per qualche speciale ragione di famiglia, guardava a tramontana ed era ombreggiata dai grandi platani dei giardini di Cureton Street, con cui uno dei suoi muri confinava. La Duchessa, assai nervosa, con una chiave in mano, salì frettolosamente i gradini e aprì lei stessa la porta. Una vecchia scozzese, la guardiana, accorse tosto, pronta a guidarle nella loro visita.
— Oh! Julie, forse la casa è troppo vecchia e umida! — esclamò la Duchessa, guardandosi attorno con terrore. — Io credevo, sapete, che sarebbe originale, tranquilla, diversa da tutte le altre, proprio quello che è addatto a voi. Ma....
— È deliziosa, mi pare — rispose Julie distrattamente, ferma davanti a una vetrina di uccelli imbalsamati, un po’ rosi dal tarlo, che occupava la maggior parte dell’angusta anticamera. — Adoro gli uccelli imbalsamati.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||531}}</noinclude><section begin="testo" />Warkworth sosteneva col cuore pieno d’amarezza sempre a cagione del crocchio che gli stava dirimpetto e dal quale era escluso. Ma presto si accorse con sorpresa che il discorso prendeva una cattiva piega. Egli aveva creduto d’intavolare una conversazione da salotto sopra un soggetto regolato già da parecchi anni, e si trovava invece impegnato in una lotta corpo a corpo con un uomo che non provocava la contraddizione che per tentare di schiacciarla.
Warkworth si difendeva bene, ma constatando sempre più quanto il tono e le maniere del suo avversario diventavano aggressive. Gli occhi del vecchio lanciavano fiamme sotto alle sopracciglia ben disegnate; guardava il giovane con aria sempre più ostile e maliziosa; i suoi argomenti erano personali ed offensivi; le frecciate fioccavano crude e molteplici. Warkworth sentì che il suo viso ardeva e che stava per perdere la pazienza.
— Di cosa stanno parlando? — chiese Julie decidendosi finalmente a raggiungerli.
Lord Lackington s’interruppe bruscamente rovesciandosi nella sua poltrona. Warkworth si alzò da sedere.
— Avremmo fatto meglio di aiutarla — diss’egli — ma lei non ha voluto i nostri servizi.
E siccome Meredith si avvicinava a Delafield, egli afferrò l’opportunità per dirle sottovoce:
— Non mi accorderete una parola?
Julie si volse assai calma, ma a lui sembrò che era molto pallida.
— Quando siete tornato dall’isola di Wight?
— Questa mattina. — E la guardò negli occhi. — Avete ricevuto le mie lettere.
— Sì, ma non ho avuto tempo di rispondere. Spero che avrete trovato bene vostra madre.
— Benissimo, grazie. Avete molto lavorato?
— Sì, ma la Duchessa e Mr. Delafield mi hanno facilitato tutto.
E così via. Delle domande e delle risposte insignificanti.
— Bisogna che me ne vada — disse Delafield — se non sono più necessario qui. Addio, Maggiore, mi congratulo con voi. Vi hanno affidato una bella impresa.
Warkworth fece un leggero saluto mezzo ironico.
— Che il cielo confonda le arie pompose di quel grave personaggio! — pensava egli. — Non tengo ai suoi complimenti.
Egli prolungò ancora la sua visita, irritato, offeso, non sapendo come congedarsi. Gli occhi di Lord Lackington avevano cessato di lampeggiare, ed il gatto si avventurò nuovamente a saltargli sulle ginocchia.
Meredith, avendo pure trovato una comoda poltrona, cercava di attirare la bestiolina verso lui. Julie seduta fra loro, ritta e silenziosa, colle bianche mani incrociate in grembo e la testa un po’ inclinata, cercava di evitare lo sguardo di Warkworth. Questi, nel frattempo, alquanto irresoluto si appoggiava alla caminiera.
Meredith, era evidente, si sentiva felice ed a suo agio in quel salotto. La piccola zoppa venne a sederglisi vicino su uno sgabello. Egli le accaiezzò i capelli, scherzando con lei e interrompendosi per spiegare a Julie le correzioni da fare alle bozze di stampa ch'egli le aveva portato. Lord Lackington, tornato in sè, si ripiombò nelle fantasticherie che lo facevano sorridere, senza avvedersi che Meredith gli aveva rubato a tradimento il suo gatto. La donnina vestita di nero faceva le calze nel fondo della stanza. Tutto ciò formava una strana intimità
domestica, in cui solo Warkworth non prendeva parte.
— Avvederla, signorina Le Breton — diss’egli alfine, riconoscendo a mala pena la propria voce. — Pranzo in città....
Essa si alzò, tendendogli la mano. Ma quella mano cascò dalle sue fredda e molta.
Warkworth uscì, soffocato dall’ira e dall’angoscia, e mentre si dirigeva precipitosamente a casa sua, la rivedeva ancora ritta in mezzo a quella vecchia sala profumata, così freddamente cortese, con quegli occhi tanto profondi e fieri.<section end="testo" />
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{{PieDiPagina|''(Dall’inglese).''||''(Continua).''}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|624|MUSICA E MUSICISTI|}}</noinclude><section begin="s1" />rischio di rivederlo. Vostra madre aveva preso le sue parti e sposato le sue opinioni. Dopo la morte di vostro padre, suppongo che se essa non mi scrisse più, fu per fierezza. Essa ricevette una mia lettera, ma forse non era quale doveva essere. Non rispose nulla — finché si sentì morire.... Ecco la spiegazione di ciò che indubbiamente può sembrarvi strano.
Lord Lackington si indirizzava a Julie con voce quasi supplichevole. Un cupo rossore aveva succeduto alla pallidezza della sua prima emozione, come se in presenza di quelle supreme realtà, l’amore, la morte, il dolore, la sua antica disputa su una divergenza politica gli fosse sembrata retrospettivamente puerile.
— No — diss’ella tristamente — non tanto strana. Comprendevo mio padre, il mio caro padre; — soggiunse poi con tenera e dolce decisione.
Lord Lackington tacque; indi le diede uno sguardo improvviso e penetrante.
— Avete passato tre anni a Londra. Avreste dovuto dirmelo prima.
Julie arrossì a sua volta.
— Lady Henry vi si opponeva.
— Lady Henry ha avuto torto — diss’egli con enfasi. — Poi con accento geloso e con un’ombra della sua naturale irascibilità: — Chi altro è nel segreto?
— Quattro persone in tutto; e prima la Duchessa. Non ho potuto frenarmi di dirglielo.... ero tanto infelice da Lady Henry.
— Avreste dovuto rivolgervi a me. Ne avevo il diritto.
— Ma.... — diss’ella abbassando il capo — lei mi aveva imposto come condizione di non mai importunarla.
Egli non trovò parole di risposta. Per la seconda volta si appoggiò alla caminiera nascondendosi il viso, finché mossi da un impulso segreto, ambedue si avvicinarono l’uno all’altra.
Egli la prese nelle sue braccia. Il suo istinto persistente per la bellezza gli faceva constatare il fascino triste e poetico di quel viso raddolcito dall’emozione. Con singolare orgoglio e con un senso di mistero egli riconobbe sua figlia e la sua razza.
— Per la bambina della mia Rose — diss’egli dolcemente. E chinandosi, la baciò in fronte.
Essa scoppiò in lagrime, colla testa appoggiata sulla spalla del vecchio, che accarezzandola, cercava di consolarla.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO XV.}}
Dopo la lunga conversazione con Lord Lackington che seguì la commovente confessione della sua identità, Julie passò una serata penosa e agitata ed una notte non meno inquieta. Il suo cuore era forse oppresso dal ricordo dei dolori d’altri tempi? Il destino dei suoi genitori la perseguitava ancora come un incubo?
Non appena Lord Lackington l’ebbe lasciata, essa si lasciò cadere in una poltrona, ed immobile, cogli occhi pieni di lagrime evocate dal ricordo di sua madre, essa si abbandonò ad una meditazione lugubre, disperata, di cui la visita di Warkworth, nel pomeriggio, era a vero dire la sola causa. Perchè lo aveva così mal ricevuto? Era andata troppo oltre, assai troppo. Ma essa non era stata capace di sopportare.... non ne sapeva precisamente il perchè... quell’aria di confidente sicurezza e quella certezza d’essere il benvenuto! No! essa gli proverebbe che non era una cosa sua, da prendere o da lasciare a suo piacimento. La noncurante allegrezza di quegli occhi azzurri era davvero intollerabile, dopo le giornate ch’essa aveva attraversato.
Egli, apparentemente, giudicando dalle lettere scritte dall’isola di Wight, non sospettava alcuna crisi. Eppure aveva dovuto accorgersi, dal modo con cui la Duchessa lo aveva salutato la sera prima a Crowborough House, che qualche cosa andava male. Aveva dovuto capire che Miss Lawrence era un’amica intima delle Moffatt, e che.... Oppure era egli stolto al punto di supporre che il suo quasi fidanzamento colla piccola ereditiera e l’incoraggiamento datogli, a dispetto dei tutori della fanciulla, da una madre sciocca e indiscreta, restasse ancora allo
stato di segreto? e che egli potesse continuare a nasconderlo al mondo e negarlo a Julie?
Tutto il suo essere era ancora ferito per la resistenza opposta alla Duchessa, in quella sera malaugurata.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione||LA FIGLIA DI LADY ROSE|629}}</noinclude>che ci siamo trovati soli, lui ed io. E assai buono da parte vostra di avermi scritto, e ve ne sono grata. Quanto alla vostra promozione, alla vostra carriera, non dovete nulla a nessuno. Tutto è in mano vostra. Mi rallegro della vostra fortuna e vi supplico di non logorarvi l’animo con delle idee sbagliate a mio riguardo.
«Oggi alle cinque — se potete perdonarmi — mi troverete in casa. Nella mattinata andrò al British Muséum a lavorare».
Julie impostò la sua lettera e riprese le sue mansioni casalinghe giornaliere, oppressa nel frattempo da terribili riflessioni. Mentre lavava e ripuliva sentiva a nascere un vero amore per quella piccola abitazione ch’essa teneva in ordine colle sue mani; una specie di muta corrispondenza si era stabilita fra la sua casa e lei, come se quest’ultima l’avesse accettata per padrona e che lei avesse promesso delle cure prudenti e delicate. E pensava come solo un anno prima avrebbe potuto essere felice dell’esistenza che le si apriva davanti. Il lavoro che Meredith le dava da fare l’interessava. La sua indipendenza le procurava un vivissimo senso di piacere. Gli sforzi e le conquiste dell’intelligenza — il suo spirito era di quelli che li amano, che li desiderano; e la via per raggiungerli era aperta.
Cosa le impediva dunque di godere tutto questo?
Una lagrima cadde sulla tazza di vecchia porcellana che essa asciugava. Sentiva che una specie di elemento materno era entrato nella sua affezione per Warkworth durante l’inverno. Essa lo aveva sostenuto, aveva combattuto per lui. Ed ora, come una madre, essa non riusciva a strappare dal suo cuore l’oggetto indegno, benché tutta la follia della loro pseudo-amicizia e delle sue segrete speranze le apparisse chiaramente.
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Warkworth venne alle cinque.
Entrò nella semi-oscurità, un po’ pallido, ergendo la sua testa elegante e con uno sguardo timido e fremente nei suoi grandi occhi azzurri, quello sguardo ingannatore che gli dava, quando voleva, una seduzione quasi infantile.
Julie era ritta presso la finestra quando egli entrò, si volse e lo vide; la tenerezza e il rimorso inondarono il suo cuore.
Egli stava per partire.... E se non lo dovesse rivedere mai più?
Essa fremette avvicinandosi rapidamente a lui.
Warkworth comprese il significato del suo movimento, lesse sul suo viso, e con una violenza che le fece male, strinse le sue mani, dando un lungo sospiro di sollievo.
— Perchè.... perchè — diss’egli sottovoce — mi avete reso così infelice?
Il sangue affluì nelle vene di Julie. Queste erano parole nuove, in un accento nuovo.
— Non facciamoci rimproveri reciproci — rispose essa. — Abbiamo tante cose da dire, sedete. Quel giorno il tiepore primaverile non spirava nell’aria. Il fuoco crepitava allegramente nel caminetto. Le finestre erano chiuse ed il profumo dei narcisi mandati dalla Duchessa riempiva il salotto. In quella vecchia camera di un gusto sobrio e distinto, rallegrato da molti fiori e da molti libri, Julie sembrava aver finalmente trovato la cornice fatta per lei. Vestita di un severo abito nero, aperto su un fresco gilet bianco, essa aveva una grazia di musa, e la corona che i suoi magnifici capelli neri formava sulla sua bella fronte intelligente non era mai stata più raggiante. Le sue mani delicate toccavano le fragili tazze a thè della cugina Mary Leicester ed ogni suo movimento assumeva agli occhi di Warkworth un fascino a cui non era mai stato così sensibile.
— Non debbo proprio più parlare di ieri? — diss’egli guardandola nervosamente.
Il rossore e il gesto di Julie supplicarono.
— Sapete cosa mi aspettava quel giorno quando siete entrato? — chiese essa con dolcezza.
— No, non posso indovinare. Ah, mi avete scritto qualcosa su Lord Lackington.
Essa esitò, poi il suo rossore si fece più vivo.
— Non conoscete la mia storia. Voi supponete, nevvero, che io sia d’origine belga con delle relazioni inglesi, e che Lady Henry mi abbia incontrato per caso? Non è forse questo che pensate di me?
Warkworth depose la sua tazza.
— Credevo!....
S’interruppe con imbarazzo, ma i suoi occhi fissati su lei esprimevano una curiosità piena di stupore.<noinclude><references/>
{{PieDiPagina|''(Dall’inglese).''||''( Continua).''}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|685|LA FIGLIA DI LADY ROSE|}}</noinclude><section begin="s1" />
Seduto al suo fianco, egli s’inclinava con ardore verso di lei. Con un debole sorriso e colle mani sempre strette in quelle di lui, Julie obbedì. Il cominciare gli fu difficile, e più difficile ancora il frenare la corrente de’ suoi ricordi.
La notte era calata da un pezzo quando Madame Bornier, entrando per accendere la lampada e rattizzare il fuoco, interruppe un colloquio intimo e commovente ove le loro due nature si erano rivelate reciprocamente sino in fondo.
Eppure l’effetto di quella serata memorabile su Julie Le Breton fu l’opposto di ciò che si sarebbe potuto presagire.
Quando Warkworth l’ebbe lasciata, essa salì in camera sua e rimase lungamente presso la finestra a guardare i cupi cespugli del parco vicino ed oltre quelli, i pochi lumi che brillavano in lontananza. I bei sogni dorati che essa aveva vagheggiato durante quegli ultimi mesi erano svaniti per sempre! Warkworth sposerebbe Aileen Moffatt e metterebbe la ricchezza al servizio delle proprie ambizioni. Dopo alcune settimane di intimità pericolosa, di pericolose emozioni, essa e lui diverrebbero estranei Luna all’altro. Egli sarebbe assorto dalla sua carriera e dal suo ricco matrimonio. Essa resterebbe sola a vivere la sua vita!....
Un improvviso terrore per la propria debolezza invase Julie. No, non poteva rimaner sola! Bisognava mettere una barriera fra lei e questa strana minaccia di un completo naufragio che alle volte vedeva splendere come un lampo nella notte.
— Non ho pregiudizi — aveva detto a Sir Wilfrid. — In certi momenti, infatti, Julie sentiva un violento orgoglio per quello spirito di intrepidezza e di sfida alle leggi sociali che ella sembrava aver ereditato dai genitori. Ma quella sera ne aveva paura.
Ebbene — se doveva rinunciare all’amore — le restava almeno il potere e l’ambizione soddisfatti. Essa diede un rapido sguardo all’avvenire che avrebbe seguito quelle tre settimane. Che cosa ne farebbe? Essa sapeva perfettamente che non era la donna fatta pér rassegnarsi a portare in un’esistenza oscura il lutto di un lungo rimpianto.
Jacob Delafield? Dopo tutto, era così impossibile?
Per alcuni minuti essa si sforzò di pensare freddamente ciò che significherebbe un matrimonio con lui. Poi ad un tratto la sua forza di volontà vacillò, ed essa pianse a lungo, con delle grida e dei singhiozzi inarticolati, ove passavano ad intervalli reminiscenze di preghiere d’altri tempi in convento, di invocazioni quasi incoscienti e istintive a un Dio in cui non aveva che una fede relativa.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO XVI.}}
Delafield attraversava a piedi il parco, diretto a Victoria Gate. Una pariglia di splendidi cavalli rabicani si arrestò improvvisamente presso a lui, e dalla carrozza una gentile manina gli fece un cenno.
— Jacob, dove siete diretto? Posso offrirvi un posto?
Delafield si levò il cappello.
— Vi sono grato assai, ma ho bisogno di esercizio. Ditemi: dove mai Freddie ha acquistato questi cavalli?
— Non lo so; non me lo ha detto. Andiamo, Jacob, salite; ho bisogno di parlarvi.
Jacob aderì a malincuore e la carrozza si rimise in moto.
— ''J’ai un tas de choses à vous dire!'' — cominciò la Duchessa in francese, per non essere compresa dal cocchiere e dal domestico; Jacob, sono assai infelice riguardo a Julie.
Delafield aggrottò la fronte.
— Perchè? Non fareste meglio di lasciarla in pace?
— Oh! so benissimo che voi mi credete una chiacchierona, ma io non me ne curo. Bisogna che mi lasciate raccontarvi alcune novità sul conto di Julie. Non sono pettegolezzi — e voi ed io siamo i migliori amici di Julie. Oh! Freddie è diventato intrattabile in causa di lei! Jacob, dovete aiutarmi e consigliarmi un pochino. Sentite!
E versò nel suo orecchio, malgrado la riluttanza di Delafield, la storia che Miss Lawrence le aveva confidato circa quindici giorni prima.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— {{Rl|8}} —|}}</noinclude>il fatto che nell’intervallo corso fra i censimenti al 1° gennaio 1882 ed al 10 febbraio
1901 la popolazione legale dei comuni del Regno si è accresciuta di oltre 4 milioni di
abitanti e l’aumento è avvenuto in diversa misura nelle varie provincie, oscillando
da 325 per 1000 abitanli, in quella di Roma, a meno di 5 per 1000, in quella di
Cuneo; fatta astrazione della provincia di Potenza, nella quale, anziché un aumento,
si verificò dal 1882 al 1901 una diminuzione di popolazione, pari al 64 per 1000.
Infatti dividendo la popolazione del Regno risultata dall’ultimo censimento al
10 febbraio 1901 (ab. 32,965,504)<ref>Tenuto conto delle rettifiche portate alle cifre della popolazione censita in alcuni comuni dal regio decreto 8 maggio 1904, n. 191.</ref> per il numero dei collegi (508), si trova il quoziente
medio di 64,893 abitanti per collegio. Ma in realta la popolazione media dei
collegi discende a meno di 50,000 in due provincie, e cioé a 49,156 nella provincia
di Potenza ed a 48,201 nella provincia di Porto Maurizio, e si eleva a oltre 75,000
in una provincia, e precisamente a 76,168 in quella di Roma; in sole 8 provincie
si accosta alla media generale, come si scorge dalla seguente classiticazione:
{| class=pag8 align=center
|-
|Provincie aventi||{{cs|L}}| non oltre ||50,000 ||abitanti per collegio,||2
|-
|Id. ||da 50,001 a|| 60,000|| id.|| 8
|-
|Id. ||da 60,001 a ||64,000 ||id. ||22
|-
|Id. ||da 64,001 a ||66,000|| id. ||8
|-
|Id. ||da 66.001 a ||70,000 ||id.|| 20
|-
|Id. ||da 70,001 a ||75,000|| id.|| 8
|-
|Id. ||più di ||76,000 ||id. ||1
|-
|}
I 508 collegi nei quali si divide il territorio del Regno si distribuiscono cosi,
per numero di abitanti<ref>Tenuto conto delle modificazioni portate alla circoscrizione dei collegi di Rho, Cuggiono e Gallarate (provincia di Milano) con le leggi già ricordate del 13 luglio 1905, n. 417, e 5 luglio ¥908, n. 379.</ref>:
{| class= pagVIII align=center
|-
|Collegi aventi||non oltre|| || 40,000||abitanti, ||2 ||Collegi aventi||da 64,001||a||66,000 ||abitanti,||46||
|-
|Id.|| da 40,001|| a|| 45,000|| id.|| 9|| Id. ||da 66,001|| a ||70,000 ||id.|| 84||
|-
|Id. ||da 45,001 ||a ||50,000 ||id.|| 18|| Id. ||da 70,001|| a|| 75,000|| id.|| 60||
|-
|Id. ||da 60,001|| a ||55,000|| id. ||86|| Id.|| da 75,001|| a|| 80,000 ||id. ||80||
|-
|Id. ||da 56,001 ||a|| 60,000|| id.|| 108|| Id.|| da 80,001|| a|| 100,000 ||id. ||24||
|-
|Id. ||da 60,001 ||a ||64,000|| id.|| 97|| Id.|| più di || ||100,000 ||id. ||5||
|}
Adunque, soltanto 46 collegi hanno una popolazione che di poco differisce
dalla media generale; mentre 2 non giungono a 40,000 abitanti (Brienza con 37,659 e Vigone, con 39,533) e 5 oltrepassano i 100,000 (Spezia, con 105,798,
Palermo III, con 108,976, Milano VI, con 114,134, Milano V, con 145,416, e
Roma II, con 165,811).
§ 3°. ''Numero e classificazione degli elettori politici''. — Gli elettori inscritti
nelle liste definitive del 1908, sulle quali sono state fatte le recenti elezioni,
sommano, esclusi quelli privati temporaneamente del voto<ref>Circa questi elettori, vedasi il prospetto della pagina seguente.</ref>, a 2,930,473.
Facendo il ragguaglio alla popolazione calcolata al 1° gennaio 1908 (abitanti
33,911,468) si trovano 8.64 elettori con diritto al voto su 100 abitanti senza
distinzione di sesso e di età. Paragonando il numero degli elettori con diritto al
voto ai maschi da 21 anni in su, che erano 8,711,542 nel 1901<ref>Questo numero rappresenta più precisamente i maschi nati in anni anteriori al 1880, censiti nel Regno il 10 febbraio 1901, e cioè i maschi che alla data del censimento anzidetto contavano oltre 21 anni e 40 giorni.</ref>, si ha il rapporto di 33.6 a 100.
{{nop}}<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— {{Rl|9}} —|}}</noinclude>Indichiamo qui appresso il numero complessivo degli elettori politici iscritti nelle liste che servirono di base alle elezioni generali seguite dal 1861 in poi.
<!--a
NUMERO DEGLI ELETTORI POLITIC
ANNI PoPoLazionE con diritto al voto tempo- Deogr stectoaiee
acui — SSS vigenti
ee per 100 |Faweamente)
8i riferiscono totale abitanti | privati otale al tempo
le Tele ta) effettivo itness j del diritto generale della compilazione
elettorali di sesso | elettorale delle liste
edieta | (A)
1850 (6)... | 21777834 | 418 696) 2.92 |. 418-696
1885-86 (6) 95 ogg g5o ) 504 2831.97 $ 504 263
1866 (d) . . § (498 208) 2.92 | 498 208}
1870. . . 26 801 154 580 018) 1.98 | ae 580 018. Etats solaiareie 31 als
1874... . | 97 216 771 671 939] 2.20 ae bi sa0|,
1878... . | 27 B47 486 605 007| 2.20 a 605 007
1879... | 28 045 008 621 896] 2. 22 ia a1 896)
1882... . | 28 563 774 | 2017 829) 7.06 94 784 |2 112 668
4 '
1888 ¢) ../ 28778 790 | 9 868 a28| 6, 28 75 T6T |2 428 980) rogge ctettoralepotitica,
1888. . .. | 29194 898 | 2 420 547) 5. 29 60 870 |2 480 897, testo unico apprevate
1889 (c) . . | 80 085 088 2677 061) 3, 91 79 296 |2 756 847\ settembre leet. n. 908,
1800... .| 80 246 054 | 2 769 688) 9.20 78 897 |2 826 O65,
1862... . | 80 666 662 5 1a. o leget 1801,
| 9984 445 9,57 71 900 |8 008 845. 14. «,longt s maggie 1901
SB
1895... . | 81.295 710 |(g)2 120 185, 6.77 89 029 |2 159 214, Loggoelettorale politica.
(testo a) appresaie
1896... . | 81 5068 802 | 2120909] 6.73 1 » N Gareo 1858. m8.
1898 (¢) . .| 81996 334 | 9 247 081] 7.08 26 086 |2 278 087, 12.0 loge! § dlcombre
1899 (f) . .| 89186 850 | 2 948 609} 7.00 | t . \ ieee
1904. ... 83 189 697 2 641 327) 7.67 | 1 $ ) 14. ia, os lose 19
1908... . | 88 911 468 2930 478] s.ct | 1 t § Seftgno 1907) ne 884.
-->
Il corpo elettorale fu più che triplicato nel 1882 per la riforma introdotta
colla legge 24 settembre di quell’anno. Nel 1895 si ebbe una considerevole diminuzione, in conseguenza della revisione straordinaria delle liste politiche ordi-
<!--a
<ref>Le cifre iscritte per il 1860 e per il periodo 1865-70 rappresentano la popolazione di fatto censita
rispettivamente al 1° gennaio 1862 ed al 1° gennaio 1872; quelle iscritte successivamente, l'ultima eccettuata, rappresentano la popolazione calcolata al 1° luglio di ciascun anno; quella infine iscritta per il
1908 ne rappresenta la popolazione al 1° gennaio (vedasi, per il metodo seguito nel calcolo della popolazione, l' ''Annuario statistico'' 1905-907, pag. 52, dove è data anche ragione della variazione ora apportata
alla cifra che per il 1904 era stata inserita nel prospetto analogo della statistica delle elezioni generali
di quell’anno). Si è presa la popolazione presente anziché la residente (o legale) perché la prima si ha
per tutti gli anni della serie ed é la sola per la quale si hanno lo classificazioni per sesso e per età.</ref>
<ref>Non compresi il Veneto, i distretti mantovani annessi nel 1866 e la provincia di Roma.</ref>
<ref>Non compresa la provincia di Roma. Le liste sono quelle del 1866 per il Veneto e i distretti mantovani in quell’anno annessi.</ref>
<ref>Non compresa la provincia di Roma.</ref>
<ref>Nel 1883, nel 1889 e nel 1898 non si fecero elezioni generali politiche, ma fu accertato il numero degli elettori iscritti.</ref>
<ref>Per alcuni comuni, fra i quali quello di Milano, i dati si riferiscono alle liste del 1900.</ref>
Secondo i risultati dello spoglio delle notizie fornite dalle cancellerie dei Tribunali, non appena compiute le elezioni del 1895, il numero degli elettori con diritto al voto sarebbe stato di 2,121,125. I numero 2,120,185 segnato nel prospetto risulta dalla indagine supplementare eseguita, col mezzo dei prefetti, per i singoli comuni del Regno. Da questa indagine risultò che sul totale di 2,120,185 elettori aventi diritto al voto, 1 ossia 77.1 su 100, erano iscritti per titoli di capacita, e 484,833, cioè 22.9 su 100, per censo. (I risultati particolareggiati furono pubblicati nella Statistica elettorale politica ed amministrativa del 1896. Roma, Stabilimento tip. dell'Opinione, 1897).
<ref>Sono i sott’ufficiali e soldati dell'esercito e dell'armata che si trovano sotto le armi e gli individui appartenenti a corpi organizzati militarmente per servizi dello Stato, delle Provincie e dei Comuni (art. 14 della vigente legge elettorale politica). La legge elettorale 17 dicembre 1860 non ammetteva tali esclusioni.</ref>
--><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 228 —|}}</noinclude>
<poem>
A regal dignità per l’ampia terra
Dahàk ingiusto. Oh! quanto tempo il mondo
Ei governò con sua durezza! E Iddio
Tanto lasciò ch’ei pur facesse; e reo
Perch’egli era e mostrava in tutte l’opre
Sua vïolenza, in un attimo il regno
Che per vampo ei toccò, fuggì da lui.
Anni molti passâr su l’opre indegne,
E male contro a quel malvagio Iddio
Avventava dal ciel, che, poi che Iddio,
Giusto signor, l’opre di lui men giuste
Non sopportò, gli destinò del dritto
Un vindice tremendo. Era quell’inclito
Prence Fredùn, maestro di giustizia,
Quei che si accinse a rovesciar l’impero
Del vïolento. Egli disciolse i vincoli
D’Ahrimàne così, di sua giustizia
Ornò la terra in ogni suo confine.
Ma dal maligno di sì reo pensiero
Qual fu Dahàk (biasmavano quell’empio
I re del mondo), in Afrasyàb discese
La rea natura, sì che agli occhi suoi
Opre leggiadre non son conte. E poi
Che l’odio ei sparse per le iranie ville
E da giustizia e da superna legge
E da sua fè si dilungò, dell’opra
Al termine così diè morte al prence
Siyavìsh ed inflisse alta iattura
All’iranico seme. E poi, dal tempo
Che d’Irania partì Ghev battagliero
(Oh! quanti giorni alla turania terra
Ei dimorò nel suo dolor, che strato
Eragli il duro suol, guancial le pietre,
Carni di fiere il cibo suo, de’ pardi
La spoglia il ricoprìa), lunga stagione
Errò perduto quale un forsennato,
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 229 —|}}</noinclude>
<poem>
Pur disïoso di trovar del sire
Khusrèv indizio in que’ deserti lochi.
A un tratto, egli arrivò nella presenza
Di Khusrèv e di re fecegli omaggio,
Il vide appena. Da que’ campi allora
Volgean la fronte ver l’Irania, e annunzio
Pìran ne avea di pugne amante. Ratto
Ei corse a quella via con uno stuolo
D’armigeri guerrieri, in su la via
Ambo per trucidarli. E fe’ costui
Quanto male ei potè, ma Iddio dall’alto
Li custodiva, e ciò bastò. Discese,
Discese poi esercito guerriero
Di Kàseh al fiume per la via dirotta,
Siyavìsh prence a vendicar, ne’ campi
Di Làden, ’ve s’accolse una infinita
Schiera di prodi in un notturno assalto
Contro gì’Irani, di Peshèn deserta
Nel fiero scontro. Tanti figli miei
Uccisi là cadeano a me dinanzi,
Cadea de’ prenci il core. Or nuovamente
Con belligero stuol venne il turanio
Di fronte a noi; ma se di contro a noi
Pari ei non è, ben dirà molte cose,
Arte adoprando fin che venga a lui
In questo campo da Turania esercito
Soccorritor. Chiama a battaglia intanto
I prenci tutti, e noi dobbiam d’un tratto
Avventarci su lor co’ pronti artigli.
Che se lenti siam noi nell’alta impresa,
Se primi non stendiam la man bramosa
Alla battaglia, a mendicar pretesti
Pìran si volgerà, dalla tenzone
Ritraendosi ancor, dalla vendetta
Rifuggendo e da gloria o da vergogna
Che fra l’armi s’acquista. Oh! nell’istante
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 230 —|}}</noinclude>
<poem>
Ch’ei scenderanno a contrastar con noi
Questi nemici, dato almen ci sia
Struggerli tutti! Se non volge a dietro
Pìran dai detti suoi, ma veramente
Avido porge a contrastar la mano,
Io sì, dinanzi a tutti voi, mi prendo
Per tal vendetta di cingermi primo
L’armi di guerra. Questa mia persona,
In questo campo, dell’irania schiera
Nella presenza, a volontaria morte
Ben io darò, sebben canuto. Oh! noi,
Io con Pìran guerrier, Ghev con quel forte
Ruyìn, di prodi valorosi e grandi
Costume prenderem. Già non rimane
Eterno alcun su questa terra, e nulla
Resta di noi quaggiù fuor che di noi
Lieve un ricordo. Ma ben meglio fia
Che nome resti glorïoso intanto
Che morte contro a noi suo laccio avventa.
Una è cosa per noi morirsi inerti
E uccisi in campo, che ben poca fede
Rotante serba il ciel. Ma d’uopo ancora
È sì che in questa foggia ognun di voi,
Inclito in guerra, cingasi dell’armi
Per l’assalto vicino ed asta impugni
E spada avvezza a trucidar. Già cade
Potestà de’ nemici; or vuolsi un alto
Spavento in lor destar per la battaglia.
Pari ad Humàn non fu in Turania tutta
Un cavaliero, ed ei tentò l’assalto
Con Bìzhen qui, figlio di Ghev. Ma in basso
Poi che di lui precipitò la sorte
Già volta a declinar, poi che il suo capo
Miseramente fu reciso e noi
Il vedemmo balzar dentro al suo sangue,
Bello non è che nel vicino assalto
</poem><noinclude></noinclude>
oqgmsyf6ds5v8ii8ak6yqxqbs9i7tdp
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 231 —|}}</noinclude>
<poem>
Perdasi nostro ardor, da noi si tragga
Dalla pugna la man. Che se ricusa
Pìran cotesta singoiar tenzone
E come nembo qui trarrà l’esercito
In un sol gruppo, in un sol gruppo noi,
Come un gran monte, in ampia schiera accolti
Ci avventerem su lui. Già son feriti
Nel cor profondo esti nemici, il core
Han cinto ognor di sua tristezza, ed io
Ben credo omai che nostra la vittoria
Sarà fra l’armi, quando all’alto cielo
Cacciata avrem di lor la negra polve.
Così dicea queste parole acconce
:Partitamente il capitano in quella
Presenza degli eroi, nobili e grandi,
Esperti in molte cose. Il benedissero
Tutti que’ forti allor: Benigno prence
Di pura e intatta fè, dal tempo antico
Nel qual fe’ Iddio quest’universo, alcuno
Quaggiù non vide mai prence che fosse
Uguale a te. Fredùn che in suo dominio
Da confine a confin tenne la terra,
Servo a te pari mai non ebbe. Il duce
Del re sei tu, sostegno all’ampio esercito,
E sollevan per te gli eroi fra l’armi
Alteramente i caschi lor. Donasti
L’anima tua, li figli tuoi, l’avita
Ricchezza ancora. Oh! che di più vorrìa
Prence sovrano dal suo duce? Intanto
Quello che il re da Feribùrz chiedea,
Chiedea da Tus, da te veracemente
Egli si ottenne. Servi tuoi siam tutti,
Tutti d’amor per te sentiam nel petto
Ricolmo il core. Quando sia che meni
Avido di battaglie incontro a noi
Dal turanico stuol Pìran guerriero
</poem><noinclude></noinclude>
n058v9d8y41egq7p778jix7pve6eevs
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 232 —|}}</noinclude>
<poem>
I suoi campioni, ove pur sian di noi
Dieci i gagliardi e mille gli avversari,
Vedrai quale di noi dalla battaglia
Addietro si trarrà. Se poi sul monte,
Nel piano ancora, in un sol gruppo all’aspro
Assalto ei menerà le sue falangi,
Sappi che penetrò nel nostro core
L’odio sì acerbo e che dell’armi accinti
Noi siamo a contrastar. La vita nostra
Offrasi a te, signor, che in ciò si afforza
II nostro patto in ogni sua parola.
:Gùderz che udì quella risposta, in core
Sentissi aprir luce novella, e questa
Lode a que’ forti incominciò: Del sire
Dell’ampia terra o nobili campioni,
Tale è costume di guerrieri illustri,
Di prenci in guerra quai leon gagliardi!
:E in sella di balzarsi ei fe’ precetto
Allo stuol degli eroi, per la battaglia
Di cinger l’armi a’ fianchi intorno. Prence
Ruhàm trovossi di sue schiere a manca,
Ed a Ferhàd, bello qual sol, ben volle
Gùderz quel loco abbandonar. Da destra
Stavasi Feribùrz. ma il loco ei diede
Ratto a Ketmàreh, un valoroso figlio
Di Kàren battaglier; si volse poi
Così a Shedùsh: Tu figlio mio, che sei
Mio nobil consigliero in tutte l’opre,
Gol vessillo di Kàveh e i tuoi guerrieri,
Qual presidio a’ miei prodi, a lor da tergo
Poni tuo loco. — A Gustehèm fe’ cenno
E disse: Va, tu sii de’ miei guerrieri
In questo giorno il duce. Oggi t’è d’uopo
Al loco rimaner del capitano;
Tu intento sii, de’ combattenti eroi
Tu custode e presidio. — Ai prodi accolti
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/236
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<poem>
Fè tal precetto: Licito non sia
Che alcun di voi dal loco suo più innanzi
Il piede osi recar. Tutti prestate
Omaggio a Gustehèm, la notte e il giorno
Sull’alto dell’arcion restando fermi.
:Dal mezzo degli eroi levossi un grido;
Tutti piangean pel singoiar certame,
Sì che d’un moto innanzi al vecchio sire
Tutti corser gli eroi, di negra polve
Spargendosi la testa. Oh! dunque, oh! dunque,
Dicean, di nostra gente il condottiero,
Canuto il capo, già si stringe il balteo
E già discende alla battaglia? — Il duce
Gustehèmme invitò, molti consigli,
Molti gli porse ammonimenti, e disse:
:Vigile tu proteggi i prodi miei,
Tu li difendi dal nemico. Il giorno
E la notte così, chiuso nell’armi,
Avido di pugnar, vedi che mai
Tu non scopra la fronte. Ove principio
A riposar dall’ostinata guerra
Per te farassi, a te verrà correndo
Il sonno vincitor. Se tu reclini
La fronte al sonno, ti verrà sconfitta
Da chi vegliando sta. Della montagna
Una vedetta sull’aerea cima
Tieni costante e dal nemico suo
Senza terror serba quest’ampia schiera.
Che se per tristo agguato in cupa notte
Da turanica terra all’improvviso
Assalto a te verrà, d’eroi battaglia
Ben sarà che tu ordisca, impeto fiero
Qual di gagliardi nella mischia orrenda
Su lor menando. Che se in questo vallo
Dal turanico stuol trista novella
Di noi verrà, come di noi si narri
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/237
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Alex brollo
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<poem>
Che n’hanno uccisi al fatal campo e seco
Via recisa dai corpi hanno recata
La nostra testa, guardati che mai
Tu non adduca a perigliar con l’armi
Cotesta schiera. Di tre giorni indugio
In ciò ben si vorrà, che al quarto giorno
Dietro a quest’ampio stuol, con pompa e onore
Di maestà, verrà Khusrèv illustre.
Di Gùderz come udì queste parole,
Giù da le ciglia per le gote un pianto
Fe’ scender Gustehèm. Tutti i consigli
Accolse nel suo cor, tutto promise
Nel grave incarco e disse al prence: A quale
Comando tu mi dai, prence e signore,
Accinto qui son io qual fido schiavo.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XVIII. Parole di Pirân.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 870-872).}}
<poem>
Poi che sconfitta nel primiero assalto
Colse Turania, nel turanio vallo
Tutti eran colmi d’un’acerba doglia
E umilïati. Con pallide gote
Piangea sul padre suo dolente il figlio,
Pel sangue del fratello era piangente
Il fratello, e dovunque erano volti
Dimessi e tristi, che dall’alto il cielo
Era crucciato contro a lor. Lo stato
Dell’esercito suo poi che scoverse,
Quale una greggia da vorace lupo
Tutta scemata, Pìran battagliero,
Tutti ei raccolse di sue schiere i prenci
A sè dintorno e molte ebbe parole
In lor presenza. Eroi dell’armi esperti,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/238
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Alex brollo
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<poem>
Disse, in battaglie, giovinetti e vecchi,
Attriti assai, quale grandezza e quale
È vostro onor, qual grado il vostro, innanzi
Del regnante Afrasyàb! Va per la terra
Il nome vostro con vittoria e onore,
E per la terra vincitor si spande
Ogni vostro desìo. Ma per un solo
Assalto onde venia sconfitta a voi,
Ratto la mano ritraeste indietro
Dalla battaglia. Deh! per voi s’intenda
Che se indietreggia per viltà di cuore
Da questo campo ogni mia schiera, tosto
Verranno dietro a noi da Irania tutta
Incliti eroi con poderose clave,
Nè de’ principi alcun, nè alcun de’ servi,
Quaggiù nel mondo, vivo alcun di noi
Mai più vedrà. Vuolsi cacciar dal core
Ogni spavento, e quei che hanno rancura,
Portinla arditi! Una sentenza venne
Da sacerdoti un dì, vittorïoso
Essere Iddio per sempre e in ogni loco
Di questa terra volgersi vicenda
E in basso e in alto, ond’è che nel terrore
Tosto cadiamo noi. Ma quello è pure
L’esercito che già nella battaglia
Piegò dinanzi a noi, poscia all’assalto
A noi di contro si levò. Colui
Che per la vita sua, pe’ suoi congiunti,
Ha un pensier, deh! si cinga in questo campo
Dell’armi sue per la natal sua terra
E pe’ suoi figli e vindice discenda
Contro cotesti Irani. Ecco, fe’ un patto
Gùderz con me per ch’io dall’ampio esercito
I campioni scegliessi e fiero scontro
Si facesse per noi, mentre si posano
Da l’alterco fatale ambe le schiere.
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Alex brollo
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<poem>
Che se il patto ei mantien ponendo in campo
Di sue squadre i campioni, ovver con tutti
I prodi suoi fra l’armi ei scende in giostra,
Incontro a lui co’ nostri artigli aguzzi
Tutti andrena noi. Se de’ nemici al ferro
Dovrem la testa abbandonar, si pensi
Che nascemmo in un dì, che in un sol giorno
Anche morrem. Se no, le teste loro
A un tristo legno appenderem, che volgesi
A due parti il destin. Ma se di voi
Fosse ribelle a’ detti miei qualcuno,
Di recidergli il capo io farei cenno.
:Alla risposta s’affrettar que’ forti:
Principe d’Afrasyàb inclito sire,
Tesori hai tu di tempi antichi, eppure
Faticar ti prendesti in questi lochi
Per noi soltanto. Accinto sei qual servo
Innanzi a noi. Figlio e fratello a morte
Così mandasti. Oh! perchè dunque il capo,
Quali pur siam, rivolgeremmo noi
Dal tuo precetto, e per qual cosa mai
Servi saremmo a te quali siam pure?
:Dissero, si levâr dal suo cospetto,
Alla battaglia s’apprestâr d’un tratto,
E per la notte attesero a faccenda
Che il duce accorto incominciò. Di trombe
E di corni al mattin sorse uno strepito
Del recinto all’entrata. Al primo albore,
Tutti que’ prenci con saette ed archi
In arcioni balzâr. Detto tu avresti
Che ai piè ferrati de’ cavalli in giostra
Tutto quel piano d’una ferrea vesta
Si ricoprisse. A Fershid-vèrd allora
Ed a Lahàk si fe’ a parlar quel duce:
:Incliti eroi, della turania schiera
Oggi v’è d’uopo esser custodi, in questa
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 237 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Campagna di battaglie. E se da questo
Rotante ciel ne verrà danno allora
Ch’ei ne torrà quell’amor suo d’un tratto,
Voi non movete concitati e presti
A nuovo assalto, ma in Turania ancora
V’affrettate di qui, come di fumo
Turbo che vola, che di questa casa
Dei Vèsah antica non sarebbe alcuno
Che rimanesse allor. Son tutti uccisi,
E fuor di voi non ne restava alcuno.
:L’uno coll’altro si stringeano al petto,
E per doglia del cor pietosamente
Davansi a lagrimar. Ma poi si volsero
L’uno dall’altro e levar gridi e pianti
In mesto suon. Della turania schiera
Il maggior duce allor, pieno del suo
Odio feroce, alto fremendo, scese
Al fatal loco del vicino assalto.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XIX. Scelta dei campioni.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 872-875).}}
<poem>
Quand’ei scoverse di Keshvàd il figlio,
Gùderz illustre, ebbe parole seco
E la risposta ne ascoltò. Gli disse:
:Eroe pieno di senno, oh! per che mai
Tanto l’anima tua crucci e tormenti
In questo affanno? Quale avrassi frutto
Di Siyavìsh lo spirto, ove tu incendio
Levi così dalla turania terra?
In altra vita ei de’ beati il loco
Ebbesi eletto, ma tu mai non posi
Mentr’egli ha pace. Ed avventasti in guerra
L’un contro all’altro due famosi eserciti,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
Campagna di battaglie. E se da questo
Rotante ciel ne verrà danno allora
Ch’ei ne torrà quell’amor suo d’un tratto,
Voi non movete concitati e presti
A nuovo assalto, ma in Turania ancora
V’affrettate di qui, come di fumo
Turbo che vola, che di questa casa
Dei Vèsah antica non sarebbe alcuno
Che rimanesse allor. Son tutti uccisi,
E fuor di voi non ne restava alcuno.
:L’uno coll’altro si stringeano al petto,
E per doglia del cor pietosamente
Davansi a lagrimar. Ma poi si volsero
L’uno dall’altro e levar gridi e pianti
In mesto suon. Della turania schiera
Il maggior duce allor, pieno del suo
Odio feroce, alto fremendo, scese
Al fatal loco del vicino assalto.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XIX. Scelta dei campioni.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 872-875).}}
<poem>
:Quand’ei scoverse di Keshvàd il figlio,
Gùderz illustre, ebbe parole seco
E la risposta ne ascoltò. Gli disse:
:Eroe pieno di senno, oh! per che mai
Tanto l’anima tua crucci e tormenti
In questo affanno? Quale avrassi frutto
Di Siyavìsh lo spirto, ove tu incendio
Levi così dalla turania terra?
In altra vita ei de’ beati il loco
Ebbesi eletto, ma tu mai non posi
Mentr’egli ha pace. Ed avventasti in guerra
L’un contro all’altro due famosi eserciti,
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<poem>
Come elefanti, e giacciono da’ corpi
Lungi le teste. Di due regni intanto
Fu distrutto lo stuol de’ valorosi,
E tempo venne che sgombrar dovresti
Questo campo dell’armi. È già deserto
D’uomini il mondo in ogni suo confine,
E fredda omai per questa tua vendetta
Procede la contesa. Oh! perchè mai
Voglionsi uccider gl’innocenti? Intanto
Io pongo qui per due diversi modi
Un detto mio. Se tanto sei bramoso
Di tua vendetta, mena in qua le schiere
Da le falde del monte; esci tu ratto
Dalle tue file, per che alfln si appaghi
La voglia tua nell’aspra guerra, e soli,
Io con te, combattendo in fiera giostra,
In questo campo contrastato, un’orrida
Pugna ingaggiam. Quello, di cui la sorte
Vincitrice sarà, tocchi la fine
D’ogni sua brama e segga in trono. E s’io
Cadrò per la tua man, vendetta alcuna
Non piglierai dalle turanie schiere;
Verranno a te que’ prodi miei, faranno
Ciò che tu imponi, e pegno fia la testa
Di tutti lor pel nuovo patto. Ovvero,
Se per mia mano tu cadrai co’ prenci
Del popol tuo, sappi che alcun pensiero
Non ho di guerra co’ tuoi prodi. Affanno
O spavento per me non abbian quelli!
Gùderz, come ascoltò quelle parole,
Vide che ratto per sua stella in cielo
Di Pìran ogni cosa intenebrava.
A Dio fe’ lodi primamente e poi
Dell’inclito suo re fece ricordo
E al turanio parlò. Famoso prence,
Disse, davver! che le parole tue
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
Come elefanti, e giacciono da’ corpi
Lungi le teste. Di due regni intanto
Fu distrutto lo stuol de’ valorosi,
E tempo venne che sgombrar dovresti
Questo campo dell’armi. È già deserto
D’uomini il mondo in ogni suo confine,
E fredda omai per questa tua vendetta
Procede la contesa. Oh! perchè mai
Voglionsi uccider gl’innocenti? Intanto
Io pongo qui per due diversi modi
Un detto mio. Se tanto sei bramoso
Di tua vendetta, mena in qua le schiere
Da le falde del monte; esci tu ratto
Dalle tue file, per che alfln si appaghi
La voglia tua nell’aspra guerra, e soli,
Io con te, combattendo in fiera giostra,
In questo campo contrastato, un’orrida
Pugna ingaggiam. Quello, di cui la sorte
Vincitrice sarà, tocchi la fine
D’ogni sua brama e segga in trono. E s’io
Cadrò per la tua man, vendetta alcuna
Non piglierai dalle turanie schiere;
Verranno a te que’ prodi miei, faranno
Ciò che tu imponi, e pegno fia la testa
Di tutti lor pel nuovo patto. Ovvero,
Se per mia mano tu cadrai co’ prenci
Del popol tuo, sappi che alcun pensiero
Non ho di guerra co’ tuoi prodi. Affanno
O spavento per me non abbian quelli!
:Gùderz, come ascoltò quelle parole,
Vide che ratto per sua stella in cielo
Di Pìran ogni cosa intenebrava.
A Dio fe’ lodi primamente e poi
Dell’inclito suo re fece ricordo
E al turanio parlò. Famoso prence,
Disse, davver! che le parole tue
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Alex brollo
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text/x-wiki
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<poem>
Tutte ascoltai! Ma quale ebbesi frutto
Di Siyavìsh dal sangue (oh! mi rispondi,
Non ti ritrarre!) il tuo signor? La testa,
Sì come a zeba, fu recisa a lui;
Pieno quel core fu d’angoscia e l’alma
Trapassata dal duol. Per ciò d’Irania
Un grido sollevò di fiera doglia
Prence Afrasyàb in tante sue rapine,
In tante stragi e ne’ tumulti suoi
E negli assalti. A’ giuramenti tuoi
Siyavìsh perde il capo, e tu da stolto
Il traesti a rovina. E poi che venne
Appo te il figlio mio, da’ miei consigli
A dietro ti se’ tratto, e nel ritrarti
Novello assalto ordito hai qui, qual fuoco
Avventandoti all’armi. Un sol desìo
Dell’Eterno da parte, io sì, m’avea
E in secreto e in palese. Io disiai
Che un giorno alfin tu mi venissi innanzi
A far battaglia; ed or che se’ venuto,
Loco a indugiar non è. Scendasi in campo
D’armi da noi, ben che canuti in fronte,
L’un contro l’altro e senza de’ guerrieri
L’ampia falange. Ed or, partitamente,
Proclama il nome de’ campioni tuoi
Che innanzi ai prodi con desìo di pugna
Scendano alfine; di battaglie esperti
Sian dessi e ferri e ponderose clave
Rechino ed aste. Pugnin qui, qui facciano
Aspra tenzon con gli avversari e tentino
Di abbattersi l’un l’altro al suol la testa.
:La gran faccenda a preparar si accinse
Il duce de’ Turani, e dall’esercito
Trasse all’istante dieci cavalieri
Che usciron da le file e s’avanzarono
Della battaglia fino al loco, dove
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/243
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2026-06-16T14:01:01Z
Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 240 —|}}</noinclude>
<poem>
Scoprirli non potea (chè in questa guisa
Ordinaron l’assalto ambo que’ duci)
Occhio d’estrani. Ad ogni cavaliero
Del turanico stuol nel fatal campo
Uscì di contro un prode iranio, e tosto
Ghev con Gurvi-zirìh fu posto a fronte,
Che d’ugual forza eran cotesti e fiera‐
mente bramosi di battaglie. Quello
Era Gurvi-zirìh cui più di tutti
Usava maledir nell’ampia schiera
Di Turania Khusrèv, ch’egli la barba
Di Siyavìsh ghermì con la sua mano
E gli troncò da la persona eletta
Miseramente il capo. Indi sen venne
Con Feribùrz ch’era di Kàvus figlio,
Ratto Kelbàd nel contrastato campo,
Figlio di Vèsah. Andarono, avversari
L’un dell’altro, Barman e quell’illustre
Figlio a Gùderz, Ruhàm. Guràzeh in guerra
Con Siyamèk scendea, leone indomito
Contro un alligator che balza in giostra.
Gurghìn, esperto di gran cose e fermo
Nel generoso cor, come leone,
D’Enderimàn usciva a lato, e quello,
Bìzhen, figlio di Ghev, col valoroso
Ruyìn sembrò che la sua luce al mondo
Rapir volesse in quell’assalto. Venne
Ekhvàst con Zèngheh, nobile rampollo
Di Shaveràn, e fra gli altri campioni
Bertèh discese con Kuhrèm; dal mezzo
Dell’ampia schiera Furuhìl balzava
Con Zengùleh, ed Hegìr dal fatal campo
E Sipehrèm, sì come Devi ardenti,
Un grido sollevâr. Gùderz, il figlio
Di Keshvàd battaglier, Pìran con lui
Alla vendetta, all’opra vïolenta,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/244
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text/x-wiki
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<poem>
Disposer l’alma e il core. Ambo di sangue
Aveano sete i capitani in quello
Odio feroce, per desìo di regno,
Di lor fè per amor. Giuraron tutti,
L’un contro l’altro, che nessun la fronte
Avria rivolta dalla pugna mai,
Fino all’istante che certezza in loro
Giunta non fosse, quale dall’assalto
Sarìa di lor con la vittoria uscito.
:Due collicelli fra le avverse schiere
In quel loco sorgean, donde poteasi
In ogni parte riguardare, un d’essi
Verso Turania, verso Irania l’altro,
E vederli poteano ambo gli eserciti
Anche da lungi. Sotto, una pianura,
Un deserto s’aprìa, dove discesero
Di quell’assalto i fortunati insieme
Agl’infelici. Gùderz agli eroi
Si volse e disse allor: Quello de’ prodi,
Quel de’ gagliardi miei che il suo nemico
Turanio abbatterà, la sua bandiera
Porti da lungi su quel colle. — Il duce
Pìran così sovra l’opposto colle
Un segno pose e fe’ simìl precetto.
E poi, si volser tutti al tristo campo
Sangue a versar, ferocemente stretti
Alle cinture, e fecer prove assai
Con saette e con lacci e aguzzi ferri
E con clave pesanti. Anche venièno
Di Turania gli eroi, fieri campioni,
Con clave e frecce e rilucenti spade,
Sì che dinanzi ove pur fosse un monte
Della pugna nel dì, molto ad abbatterlo
Tardato non avrìan. Ma quelle mani
Cadeano lasse, che la porta Iddio
Della vittoria chiusa avea per loro.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/245
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 242 —|}}</noinclude>
<poem>
Venìan cosi nell’intricato laccio
Della sventura ad impigliar sè stessi,
Che troppo sangue sparso avean costoro
Ingiustamente. S’arrestar sul loco
I lor pugnaci palafreni, e allora
Detto avrestù che avvinti eran lor piedi,
Con que’ da sezzo quei davanti. Cade
Ogni diritto di costor, che il giorno
Predestinato era pur giunto e il sangue
Già sparso gorgogliava. Era cotesto
Il consiglio di Dio! Detto tu avresti
Che ingoiar si dovea la terra fonda
Que’ belligeri prenci. Eppur, con quella
Virtù che avean del cor, dietro lor sorte,
Pel trono combattean del lor sovrano;
Biasimo o gloria per aver, per quello
Inclito regno di Turania, dentro
Gittavano sè stessi alla battaglia,
Precipitando al fatal loco, l’uno
Dell’altro incontro per l’acerbo odio
Sospinti a gara. Pìran condottiero
Vide l’arcano suo destin, che il giorno
Era venuto di sua pena, ratto,
Vicino a lui. Giudice eterno, ei disse,
Togli da me la rea fortuna. Oh! ancora
Mi sia dato veder la terra mia
Ed evitar di mia nemica stella
Fatal poter con arte alcuna! — Ei tutta
Del ciel la sorte computando, vide
Che tolto il cielo amor gli avea. Cotesto
È ben costume del superno cielo,
Onde gioia e dolor prova il mortale!
Nè Pìran già vedea, fuor che nell’armi,
Di scampo alcuna via, che ingiuria antica
A chi la fe’, si ritornava allora.
:Gùderz e Pìran si scontrâr. Parole
Diverse e molte assai correan fra loro.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/246
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Alex brollo
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{{Ct|c=t1|XX. Scontro dei primi dieci campioni.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 875-881).}}
<poem>
:Primo di tutti Feribùrz, eroe
Di fermo core, qual leon balzava
Dall’esercito suo. Venne correndo
Contro a Kelbàd, figlio di Vèsah, all’arco
Tesa la corda in pria. S’avventò ratto,
Ma la sua freccia non cadea conforme
Al suo desìo, sì ch’ei traea la spada
Con la diritta man. Levolla in alto
E del turanio la calò fulminea
Alla cervice. Fino al cinto in due
Ne andò divisa la bella persona;
Quei ratto scese dal cavallo e sciolse
Del suo laccio real dall’erta sella
I vincoli tenaci. Al suo destriero
Avvinse egli così Kelbàd estinto,
E discioltigli al petto i forti nodi
Che l’arnese strignean d’acciaro fulgido,
A la collina s’avviò, gridando
Con voce di vittoria e procedendo:
Vinca il nostro signor! Ferito al core
Ogni nemico suo così rimanga!
:Gurvi-zirìh secondo venne, un Devo
D’imperterrito cor, con quel preclaro
Figlio di Gùderz, Ghev. Lunga con l’aste
Ebber tenzone, mescolando al sangue
La polvere del loco. Oh! ma le punte
Dell’aste acute in man de’ cavalieri
In quel tremendo contrastar si fransero,
E quelli i dardi in ben compatto legno
Ghermir con gli archi, l’un dell’altro incontro
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/247
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<poem>
Si gittàr senza indugio. Ecco, dovea
Ghev animoso quell’eroe gagliardo
Vivo toglier di sella e vivo addurlo
Di re Khusrèv ne la presenza, un nuovo
Dono recando di Turania a lui.
Ma in quella ch’ei venia, cadea per tema
Di Gùrvi da la man l’arco possente,
Onde ratto costui la man recava
Del ferro a l’elsa. L’investì correndo
Ghev di ben fermo cor, stretta nel pugno
La clava sua dal capo di giovenca,
Alto ruggendo come leopardo
Indomito e feroce. E quella mazza
Sì gli vibrò su l’elmo e su la testa,
Che sangue gli spicciò dal capo infranto
E il volto gli bruttò. La man distese
Dall’alto dell’arcion Ghev animoso,
E l’afferrando, al petto orrendamente
A scuoterlo si diè. Come restossi
Senza forza e poter l’uom di Turania
Su l’ardua sella, e come poi cadendo
Dal palafreno si smarrìa de’ sensi,
Ghev si gittò, qual leopardo in giostra,
Ei pure, ei pur dal suo destriero ed ambe
Legò da tergo con orrenda stretta
Al caduto le mani. Allor, balzava
Ratto in arcioni, e quello sospingeva
A sè dinanzi e a piè fin che si rese
Al suo compagno, Feribùrz. Il colle
Salì con la bandiera alta nel pugno,
E parea che scotesse la montagna
Con sue voci tremende. Egli, con quella
Alta vittoria del signor del mondo,
Fe’ auguri e voti per l’antico duce.
:Dal turanico stuol terzo balzava
In mezzo al campo Siyamèk, e seco
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/248
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<poem>
Uscìa Guràzeh. Ambo con l’aste in pugno,
Fremendo come fremon gli elefanti
Per furibondo amor, pieni d’un’ira,
Pieni d’un odio e d’un desìo di pugna,
Preser le clave ponderose, e poi,
Come leoni battaglieri, l’aspra
Zuffa attizzando, l’un con l’altro il capo
Si tempestâr di fieri colpi. Ed era
La lingua omai per la sete rabbiosa
Attrita ed arsa, che davver! ben grave
Faccenda gli strignea! Scesero a piedi,
E la gran lite ripigliar, levando
Una procella di battaglia. Allora,
Come fiero leon, stese la mano
Guràzeh ed atterrò, qual nembo ratto,
Il turanio guerrier. Su l’aspro suolo
Così forte il battè, che l’ossa tutte
Gl’infranse al petto, e quei rendè lo spirto
In quell’istante. In quell’istante ancora
Avvinse al palafren l’estinto eroe
Gruràzeh vincitor, poi, come fiamma
D’Azergashaspe, si balzò in arcioni,
Di Siyamèk estinto il palafreno
Traendo di sua man, qual ebbro al colle
S’avventò per salir, stretto nel pugno
Il suo fausto vessillo. Ei si tornava
Fieramente così lieto e gioioso,
E al suo nemico in giù pendea la testa.
Con la vittoria pel suo re, con quella
Sua sorte eletta, ogni desìo del core
Compiuto omai dinanzi a quell’eccelso
Trono del suo signor, su l’alto colle
Dal destrier si gittò. Quivi da Dio
Grazie invocò per la propizia sorte
Del re sovrano di quest’ampia terra.
:Zengùleh e Furuhìl, due combattenti
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/249
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<poem>
Come sciolti leoni, erano quarti.
Fremean cotesti, urlavano, garrivano,
Armati di gran cor, pieni d’un’ira
Come leoni furïosi. In tutta
Irania già non era altro campione
D’arco e di strali, veramente, quale
Era sì Furuhìl. Quand’egli scorse
Il turanio feroce ancor lontano,
Pose all’arco la corda e il tese ratto
E su Zengùleh rovesciò una pioggia
Di mortifere punte, in ogni parte
L’investendo così, quale è costume
Dei cavalieri. E tosto una saetta
Lignea scagliò qual turbine alla coscia,
E il destriero ei ferì, ferì con esso
Quell’uom gagliardo. Cadde resupino
Il palafren per l’aspra doglia, e tolto
Zengùleh fu d’arcion, pallido in viso.
Ma la sua testa si piegò d’un tratto,
Ed ei l’alma spirò. Davver! che nato
A un giorno infausto era costui! Balzava
Al suolo Furuhìl, gli recidea
Dal busto il capo e gli togliea dal petto
Il greco usbergo. E poi la sanguinosa
Testa ne avvinse de la sella al culmo
E si partì, con la sua man traendo
Il destrier del caduto. Egli salìa
Qual leopardo su l’eretto colle,
Tinto di sangue con la mano il ferro
E l’ampio petto, e là figgea quel suo
Fausto vessillo, lieto in cor, che alfine
Ciò che pur disïò, toccato avea.
:Figlio di Gùderz, era al quinto loco
Ruhàm che la tenzon dovea tentare
Con Barman valoroso. Archi si presero
E freccie in duro legno, e alto suonarono
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<poem>
D’esti due cavalier sospinti in giostra
Grida feroci. Ma s’infranser tutti
Gli archi in un colpo, sì che ratto all’aste
Ed alle spade la robusta mano
Recarono gli eroi. Ambo pugnaci,
Ambo animosi e cavalieri, accorti,
E di battaglie sperti assai! L’un l’altro
Si attaccâr lungamente, e già tremava
Ruhàm, ben che di pugne avido, amante.
Ma poi con l’asta drittamente al femore
L’avversario colpì, sì che, qual volle,
Scese colui dal palafreno. Oh! ratto,
Sì come nembo, fu dal suo compagno
Barman divelto, quando già, nell’impeto
Della fiera tenzon, venìagli sopra
L’iranio cavalier. L’asta alla schiena
Novellamente gli vibrò costui,
E nel fegato entrò la ferrea punta.
Così l’addusse a capo in giù quel vindice
Di Siyavìsh tradito, e per crudele
Di vendetta desìo tutto di sangue
Il volto gli bruttò. Lo trasse allora
De la sella sul culmo e qui l’avvinse
Con suoi nodi robusti, avvinto il capo
E penzolanti i piè di sotto. Il misero
Così traendo dietro a sè, l’iranio
In arcion si tornò, correndo venne
Al loco designato. In tal vittoria
Del suo prence e signor, del trono eccelso
D’Irania illustre, al fin d’ogni sua brama
Giunto Ruhàm, bella trovò sua sorte,
E fe’ suoi voti pel maggior sovrano
Dell’ampia terra, per la nobil casa
Di re Khusrèv e generoso e pio.
:Al sesto punto, incoccarono gli archi,
Ambo correndo, Bìzhen generoso
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<poem>
Figlio di Ghev, e Ruyìn seco. A destra.
A sinistra davver! che si rincorsero
Come leoni furibondi o come
Elefanti crucciosi. E l’un con l’altro
Più volte s’investîr, ma le volanti
Freccie dall’arco non avean l’effetto.
Allor, con la sua clava in bronzo sculta,
Il figliuolo di Ghev assalse forte
Ruyìn gagliardo e valoroso, e in quella
Ostinata tenzon colse un istante
A lui propizio. Sgretolò la terra
Co’ pie ferrati del destrier nel mentre
Ch’ei s’avventò; poi, rapido qual turbine,
Vibrò la mazza, qual colonna eccelsa,
Al capo di Ruyìn, sì che dal cranio
Sangue gli fe’ schizzar con le cervella.
L’altro, in arcioni ancor, l’anima dolce
Così rendea, di Pìran, valoroso
Figlio di Vèsah, ricordando il nome
Nella sua morte, e poi precipitava
Dal suo destrier, di ferro alla persona
Tutto vestito, con la bocca piena
Di nero sangue. Per giocondo frutto
Venuto era costui, ma l’aver suo
Tutto perdeva allor; davver! che lieto
Ei non fu allor dell’età sua più bella!
:Di tumulti così piena è la terra
E di sventure, e dietro ad ogni altezza
Basso un loco si sta! — Ratto discese
Bìzhen dal palafreno, indi col ferro,
Qual crudele Ahrimàn, dalla persona
Recise il capo dell’estinto. Sempre
Non han gli uccisi lor sepolcro o benda
Attorno funeral; ma quegli il laccio
Tosto avventava ed in arcion quel morto
Con gran forza traea (che si dolesse
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<poem>
Per Ruyìn battaglier, nel mesto campo
Alcun non era!), come furioso
Elefante così sul suo corsiero
A rilegarlo. La coreggia in mano
Ratto ne prese e le reclini tolse
Del suo veloce corridor. Salìa
Indi affrettato a la collina, in pugno
Sostenendo il vessil che la figura
Portava d’un leon, d’ambe le parti
Tinto in color di vïoletto. Intanto
L’eroe gridava: Il nostro re mai sempre
Abbia vittoria, ed i gagliardi in fronte
Sempre possan recar lor dïademi!
:Settimo degli eroi, correndo uscia
Hegìr, un valoroso inclito in guerra,
Eletto cavalier. Famoso eroe
D’Afrasyàb tra i congiunti, inclito e grande,
Era anco Sipehrèm. Costui la pugna
Di Gùderz col figliuolo, a cui l’esercito
Non avea pari cavalier, nel campo
Volle tentar. Discesero ambedue
Nel fatal loco dell’assalto, e ratto
Dal loco dell’assalto una bufera
Di negra polve si levò. Coi ferri
S’investîr fieramente i due campioni
E da’ ferri contusi acri faville
Videro sprigionarsi. Hegìr possente,
Pari a leone, a Sipehrèm con fermo
Core avventassi, e poi, di Dio nel nome,
Fattor del mondo, per la sorte amica
Del novello signor dell’ampia terra,
Della celata gli vibrò sul culmo
Di spada un colpo tal, che in quell’istante
Giunse la morte sua. Dal palafreno
A capo in giù precipitava il misero
Pietosamente e in guisa turpe, immerso
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<poem>
Nel sangue suo. Dal suo leardo scese
L’inclito Hegìr ed avveduto e accorto
All’arcione l’avvinse, indi novella‐
mente in sella balzò, di quell’ucciso
Prese il cavallo per le briglie e poi
Di là si tolse. Di quel colle in cima
Ratto salì facendo auguri e voti
Per l’amica sua stella e per quell’inclita
Terra dell’armi. Il valor suo, la sua
Sorte felice egli da Dio conobbe,
Conobbe che da lui di vigil sorte
Ogni mutarsi rapido procede.
:Ottavo a contrastar Gurghìn sen venne
Con seco Enderimàn dalle turanie
Schiere inviato. Ambo gli eroi di molta
Esperienza, molte cose oprate
Per militar virtù, vennero e il loco
Cercâr de la tenzon. Prima con l’aste
S’investîr fieramente; e allor che rotte
Cadder quell’aste, ambo ghermîr gl’incurvi
Archi, stesa la man. Piovve di strali
Da quegli archi de’ prodi orribil nembo,
Mentr’essi protendean le targhe avvolte
In un cuoio di lupo. E veramente
Scendean le freccie qual gelata grandine
Sovra gli elmetti e le celate e sopra
Le targhe avvolte in un cuoio di lupo.
Ma poi sul capo al suo nemico un dardo
Vibrò Gurghìn, sì che alla fronte il greco
Elmo con quel gli conficcò. Tremava
Il cavalier per fiera doglia in sella,
Quando avventògli un’altra freccia incontro
Il celebrato suo nemico. Venne
Il turanio a colpir l’acuta freccia
In un de’ fianchi, sì che al duolo acerbo
Fuori dal ciglio lagrime sanguigne
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<poem>
Subitamente gli spicciar. Discese
Gurghìn dal palafren sì come turbine
E separò d’Enderimàn la testa
Dalla persona, indi l’appese al culmo
Della sella e tornossi anche in arcioni,
Pur nelle mani stringendo le redini
Del prode cavalier. Salì affrettato
A la collina, l’arco suo sospeso
Al braccio in pria. Per virtù dell’Eterno
A cui fece ricorso, e per l’invitta
Fortuna del suo re, signor del mondo,
Poi che tornossi dall’orrendo assalto
Vittorïoso l’uom d’Irania, il suo
Alto vessillo, onde gioiva il core,
Nel suol piantò su la ventosa cima.
:Nono Bertèh con quel, cinto di spada,
Battagliero Kuhrèm. Due son cotesti
Micidïali, ambo di elette schiere
Son capitani. D’ogni assalto orrenda
Prova tentar, ma poscia indiche spade
Strinsero in pugno. Allor, Kuhrèm d’un tratto
Da Bertèh si fuggì; questi alla testa
Del turanio guerrier vibrò di spada
Colpo tal, che Kuhrèm diviso in due
Infino al petto si restò. Davvero!
Che de’ nemici di spavento il core
Allor s’empiva per l’iranio! Scese
Dal palafren costui, sovra la sella
Fatta in legno di tuz quel morto avvinse
E ritornò in arcion. Qual leopardo
Crudo e feroce, al colle egli montava
Alto fremendo, con la spada in pugno
Che d’India gli venia. Nell’altra mano
Avea la fausta sua bandiera, e sopra
Al palafren gittato in turpe guisa
Kuhrèm a capo in giù. Disse: Vincente
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<poem>
È riranio signor! Possa mai sempre
Levarsi fino al sol la sua corona!
Zèngheh di Shaveràn fra tanti eroi,
Fra tanti prodi, è riserbato al decimo
Combattimento. Ekhvàst per avversaro
Gli fu per sorte, Ekhvàst, che mai non volse
D’alcun da la battaglia il capo in fuga.
Ambo ghermîr le ponderose clave,
Ekhvàst e Zèngheh, e suscitar contesa
Oltra modo o ragion. Pei fieri colpi
Grave la pugna si facea; d’un tratto
S’arrestar da la corsa ambo i destrieri
D’arabo sangue, e detto avresti allora
Che polso in quelli non battea. Ma quando
Giù dalla volta cominciò a discendere
Di questo cielo splendïente il sole,
Tutta avvampò quella vasta campagna
Come rovente un ferro. Ecco, a’ lor posti,
Eran feriti i cavalieri, e detto
Avresti che di là più non poteano
Muovere innanzi il piè. Sciolsero allora
L’un ver l’altro la lingua. Essi diceano:
:Il petto avvampa al fiero ardor; ben vuolsi
Posar alquanto e prender fiato e poi
Alla battaglia ritornarci. — Andarono,
I lor pugnaci palafreni addussero
In altro loco, e all’uno e all’altro i piedi
Avvinsero con cura. In piè levaronsi
Poi che fûr riposati, e s’apprestaro
Novellamente all’ostinato assalto,
Dell’odio alla tenzon. Sì come un fuoco
S’aggiraron con l’aste i cavalieri
Della battaglia al designato punto;
Ma in quella che cogliea propizio istante
Zèngheh sul suo nemico, il suol profondo
Nell’avventarsi sgretolò. D’un colpo
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<poem>
Il raggiunse con l’asta alla cintura,
D’arcioni il tolse a capo in giù, la terra
Gli fe’ toccar del capo. Un grido allora
Ei mandò come tuon che romoreggia,
Sì che parea che fendere ei volesse
Il suol profondo co’ suoi colpi. Scese
Dal suo destrier, si avvicinò al trafitto,
Boccone il trascinò su quell’oscura
Terra così; ma poi con arte assai
Dal tristo suolo il rilevando, al culmo
De la sella il gittò, sospeso in basso
Il morto capo, e si tornò in arcioni.
Prese il colle a salir. — Deh! quanto male
Sovra i Turani la nemica sorte
Addusse! Oh meraviglia! — Alla collina,
Inclita omai, salìa così dal piano
L’iranio vincitor, stretta nel pugno
La sua bandiera che d’agreste lupo
L’immagine recava. Egli, dinanzi
A’ suoi compagni, la piantò nel suolo,
Al re benedicendo e al capitano.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XXI. Battaglia di Gùderz e di Pìràn.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 881-885).}}
<poem>
:Poi che dell’ore al dì nove passarono,
Nel vasto campo più non era alcuno
De’ campion di Turania. Avea la spada
L’alma divelta a lor; detto tu avresti
Che non n’ebbe pietà la sorte avversa!
La sorte, come alcun fra le delizie
Nutricando si va, dònagli ancora
Età longeva, e alfin, nel tempo suo
Più lieto e gaio, mènagli un assalto
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<poem>
In cupa notte e avventagli sventure
E povertà. Con un possente spiro
Alla vita ci dona, e lieve un alito
Dalla vita ci toglie. Ecco! giustizia
Per noi si chiede, e vïolenza toccasi.
:Cosi, perchè cercar nel fatal campo
La tenzon sciagurata, ebber sventura
I prenci di Turania; e fu che allora
Del turanico stuol niun cavaliero
Pìran al campo discoverse. Scesero
Nel duello fatal d’Irania il duce
E il turanio con lui, la terra tutta
Sgretolando e fendendo, alto un desìo
Di vendetta nell’alma, e di dolore
Traboccanti nel cor. Per l’atra polve
De’ cavalieri nell’adusto campo,
Ben sembrò che in quel dì d’aspre tenzoni
II sol spegnesse i raggi suoi. Tentarono
Ogn’arte allor con lacci flessuosi,
Con ferri e clave e fulgidi trafieri,
Ma già scendea fato di Dio. Da Dio
L’alta sventura del turanio al capo
Era vicina, ed egli arte o riparo
Già non avea contro a voler di Dio.
Già sotto a lui quel suo destrier pugnace
Vigor non ha; Pìran, che tempo fosse
Quello davvero, ben notò, conobbe
Che dal ciel gli venia di sua fortuna
Il rapido voltar. Ma fu costante
Nella sua impresa per valor che avea,
Lottò col suo destin che si mutava.
:Afferrarono allor gli archi e le treccie
Ambo que’ duci de le schiere avverse,
Ambo vegliardi di gran senno, e poi
Grù rovesciar dall’alto orrido nembo
D’acuti dardi, come il vento assale
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/258
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<poem>
Gli alberi nell’autunno. E scelse allora
Gùderz un dardo in ben compatto legno
Di cui le pietre anche potea la ferrea
Cuspide trapassar. Su la gualdrappa
Ei la scagliò dell’avversaro e tutta
Gliela squarciò. Tremò, l’anima rese
Di Pìran il destrier, che a terra cadde,
E Pìran sotto vi rimase. Allora
Sotto al caduto si contorse il prode
Turanio cavalier, ma il grave peso
La destra mano gli spezzò; pur tanto
Fe’, che si sciolse e balzò in piedi ancora,
Ben che vedesse che suo tempo omai
Era giunto per lui, che scampo alcuno
Più non avrebbe da quel tristo giorno;
Ond’è ch’ei si fuggì dal suo nemico,
Si volse al monte, per l’acerba doglia
Di quella man, per l’affannosa corsa,
Già stanco. Egli salìa l’erta montagna
E correa, che da lui si ritraesse
L’iranio duce in cor sperando. E il duce
D’Irania il riguardò, pietosamente
Si diede a lagrimar, temendo assai
Del mutar de la sorte. Ei ben sapea
Che fè non serba la fortuna, accinta
A recar danno, e diè un gemito e disse:
:Oh! che ti avvenne, inclito eroe, se a piedi
Correndo vai come selvaggia belva
A me dinanzi? Ov’è, prence di popoli,
De’ tuoi forti il drappel? Dov’è la tua
Fortezza e il tuo valor, l’armi ed il core,
E la tua mente e le ricchezze? Oh! primo
Sostegno d’Afrasyàb, d’ogni gagliardo
Nobil difesa, or sì che al tuo sovrano
Oscuro si fa il sol! Da te si fugge
L’amica sorte, e non d’inganni è questo
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/259
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<poem>
Loco propizio, nè all’astuzie tue
Dei far ricorso. Poi che tal si fece
Tuo stato, chiedi al viver tuo la grazia,
Per ch’io vivo ti meni al mio signore.
Grazia sì ti farà quel re vincente,
Che vecchio eroe sei tu, come son io.
:Cotesto non sia mai! Pìran gli disse;
Alla fin de’ miei dì sì gran sventura
Mai non m’incolga! Che se pur la vita
In dono avessi, grave cosa assai
È il chieder grazia. Per morir, nel mondo
Io nacqui un dì; per questo a’ colpi tuoi
Offersi la cervice. Anche dai prenci
Questa sentenza udii: «Per quanto in terra,
Sì dilettosa, tu rimanga, al termine
Si sta la morte, nè v’ha scampo». Ed io
Per tale stato, no, non vo’ crucciarmi.
:Gùderz allor girò l’alta montagna,
Ma una via non trovò, sì che la lena
Ei perdendo venia. Scese d’arcioni,
Ed afferrando la sua targa, al monte
Prese a salir sì come belva in caccia.
Protendendo lo scudo, entro la mano
Un giavellotto, egli salì, la fronte
Volta alla cima, dal suo basso loco.
Pìran da lungi lo scoverse, e ratto,
Quel di Turania condottier, balzava
Sopra un gran sasso. Come dardo acuto
Un giavellotto egli vibrò, che al braccio
Colse d’Irania il vecchio duce. Allora
Che per man di colui restò ferito,
In gran disdegno gli si volse contro
Gùderz bramoso di vendetta e il suo
Giavellotto scagliò. L’arma fatale
Arrivò Pìran e sul colmo petto
Gli trapassò le maglie sue lucenti
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Alex brollo
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<poem>
Da parte a parte; per la via del fegato
Uscì poi dalla schiena, e il cavaliero
Precipitava al suol, smarrìa la mente.
Del fegato piagato il negro sangue
Gli sgorgò dalla bocca, e l’alma sua
Ratto volò con quelle degli eroi
Che al caduto guerrier furon compagni.
:Come leone in suo furor, la cima
Gùderz raggiunse, dolorando all’alma
Per la punta d’acciaio, ed alcun tempo
Sovra la rupe dell’aereo monte
Palpitando restò, pace trovando
Dopo l’assalto e la vendetta. — Il fato
In rio velen dell’armi sue la punta
Intinger suol, squarcia a’ leoni il core,
Ai leopardi la gaietta pelle,
Che tal si volge nostra sorte e guida
Non ha in retto consiglio. — Allor che giunse
Gùderz all’alto di quel monte e scorse
Miseramente là caduto il suo
Prode nemico, lacerato il core,
La man spezzata e su la polve il capo
E rotte l’armi e rotta la cintura,
Generoso lïon, disse piangendo,
principe d’eroi, forte e gagliardo,
Molti vide guerrier quest’ampia terra
Com’eri tu, come son io, nè mai
Essa riposa con alcuno! — E intanto
La man distese e di quel sangue attinse
E ne bevve ed il volto, orribil cosa!,
Si tinse ancor. Miseramente pianse
Di Siyavìsh pel sangue e fe’ sue laudi
A Dio, gemè dinanzi al giusto Giudice,
Di que’ settanta figli suoi diletti
Pel sangue sparso. E ben volea la testa
Dal corpo separar di quel caduto,
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<poem>
Pure all’opra crudel dentro al suo core
Forza ei non vide. Allor, quel suo vessillo
Dal capo gli piantò nel suol profondo
E all’ombra del vessil pietosamente
La testa ne compose, indi si volse
All’esercito suo, stillando sangue,
Qual d’acque un rio, dal braccio suo ferito.
:Mentre tornava dall’orrendo assalto
Con sua vittoria quel leon, confitto
Il suo vessillo onde gioia nel core,
Tutti i vindici eroi, tutti i guerrieri
Scendeano al campo dall’eretto colle
Con gli uccisi nemici al culmo avvinti
Di lor selle, secondo era costume
Della guerra a que’ dì. Ma poi che il duce
Non era con gli eroi, levossi un pianto
Da giovinetti e da vegliardi: Oh! forse
Cadde nel sangue per vecchiezza molta
Gùderz di Pìran sotto ai colpi! — E intanto
Del non veder quel capo di sua greggia,
Inclito eroe, pietosamente insieme
L’esercito piangea. Ma poi che videro
Una bandiera in mezzo a negra polve
Che al ciel volava, rapida e festante
Dal deserto venir, poi che mostrossi
Dentro quel nembo Gùderz battagliero,
Libero dal suo duol fu ratto il core
Di que’ famosi. Un fremer di timballi
Dal vasto campo si levò, la polve
A combaciarsi iva col ciel, che tutti
Mossero ad incontrar que’ generosi
L’inclito prence, e uscir con lieto aspetto,
Col sorriso sul volto. Eppur le genti
Così dicean sommesse: Oh! forse riede
Con alma fosca dal nemico eroe
Il nostro duce. Leonino core
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/262
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<poem>
Avea Pìran davver, di pugne amante
In tutti gli anni di sua lunga vita.
Allor, le manifeste e le celate
Cose l’eroe si fe’ a narrar, de’ prodi
Nella presenza, dell’assalto il loco
Mostrò col dito, e raccontò qual’opra
Fece fortuna inverso a lui. Comando
Ei fe’ a Ruhàm perchè in arcion salisse
E s’accingesse a trasportar l’ucciso
Dal fatal loco. Legalo, gli disse,
Al culmo dell’arcion, dal monte eccelso
Fa di calarlo, avvinci in un sol fascio,
Quali pur son, la sua bandiera e l’armi,
Ma non recar la mano al corpo. — Ratto,
In quella guisa che l’eroe possente
Aveagli imposto, come impetüoso
Nembo, Ruhàm uscì. Trasse in arcioni
Quella persona bella. Era di sangue
Tutto intriso l’usbergo; e quegli, avvinto
Poi che l’ebbe d’un laccio entro a’ legami,
Dal monte eccelso giù il calò. Gli eroi,
I prenci tutti, come da quel loco
Della collina vider chiaramente
Di quell’ucciso la bandiera, un grido
Levar di lode a quell’eroe famoso
De l’ampia terra in ogni suo confine.
:Diceano: O degl’Irani inclito schermo,
Servo fedele de’ regnanti al trono
Ed al serto regal, ben tu donasti
Tue genti a riscattar l’anima e il corpo
Della vittoria in dì, nel fatal giorno
Della sconfitta! — Gùderz agli eroi
Così rispose: Quando a noi si fea
Grave la guerra in questa guisa, in core
Pensier mi venne che da questa banda
Del regal fiume esercito novello
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/263
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<poem>
Addurrebbe Afrasyàb. Integra e fresca
E riposata da fatiche e stenti
Stata sarìa quella sua gente; affranto
Sarìa rimasto de’ miei prodi il nerbo
Pel lungo faticar. Messaggio adunque
Con senno gl’ inviando, al nostro prence
Porsi molti consigli. Ecco, se adduce
Il turanio signor novelli armati,
Sostener non possiam l’impeto suo
In questo campo. È mio pensiero adunque
Che in questo campo re Khusrèv discenda
Con le sue squadre e tosto. Or voi gli uccisi
In questo loco di battaglie al culmo
Tenete avvinti di lor selle; e come
Al nostro prence gli addurrem, gran gioia
Egli ne avrà, grado novello ancora
Fia che n’abbiamo, che davver ! la guerra
Di Turania e d’Irania ebbe principio
Nel mezzo di cotesti ora perduti.
Tutti fer plauso d’un sol tratto; Il fato
E l’ampia terra mai non sian, guerriero,
Orbi di te ! Dalle parole tue
Nobil frutto procede, e il sol, la luna
Assumono splendor nel tuo cospetto.
Così, con quegli uccisi, elli partirono,
Traendo a pie Gurvi-zirìh, le mani
Ambe legate nell’attorto vincolo
D’un laccio, appeso alla, cervice sua
Ignobile capestro. E allor che giunsero
In vicinanza dell’iranio vallo,
L’oste de’ prodi tutta mosse incontro
Al capitano. Era dinanzi a tutti
Leone Gustehèm che all’animoso
Duce incontro movea. Baciò la terra
E fé’ suoi voti e disse poi: Tu vedi
Che qui restò l’esercito de’ tuoi
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<poem>
Addurrebbe Afrasyàb. Integra e fresca
E riposata da fatiche e stenti
Stata sarìa quella sua gente; affranto
Sarìa rimasto de’ miei prodi il nerbo
Pel lungo faticar. Messaggio adunque
Con senno gl’inviando, al nostro prence
Porsi molti consigli. Ecco, se adduce
Il turanio signor novelli armati,
Sostener non possiam l’impeto suo
In questo campo. È mio pensiero adunque
Che in questo campo re Khusrèv discenda
Con le sue squadre e tosto. Or voi gli uccisi
In questo loco di battaglie al culmo
Tenete avvinti di lor selle; e come
Al nostro prence gli addurrem, gran gioia
Egli ne avrà, grado novello ancora
Fia che n’abbiamo, che davver! la guerra
Di Turania e d’Irania ebbe principio
Nel mezzo di cotesti ora perduti.
:Tutti fer plauso d’un sol tratto; Il fato
E l’ampia terra mai non sian, guerriero,
Orbi di te! Dalle parole tue
Nobil frutto procede, e il sol, la luna
Assumono splendor nel tuo cospetto.
:Così, con quegli uccisi, elli partirono,
Traendo a piè Gurvi-zirìh, le mani
Ambe legate nell’attorto vincolo
D’un laccio, appeso alla cervice sua
Ignobile capestro. E allor che giunsero
In vicinanza dell’iranio vallo,
L’oste de’ prodi tutta mosse incontro
Al capitano. Era dinanzi a tutti
Leone Gustehèm che all’animoso
Duce incontro movea. Baciò la terra
E fe’ suoi voti e disse poi: Tu vedi
Che qui restò l’esercito de’ tuoi
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 261 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Senza rancura. Come l’affidasti,
Così l’affido a te. — Sfavasi in questi
Detti Gùderz ancor con Gustehemme,
Quando dal monte di Reybèd, pel labbro
D’una vedetta, un improvviso annunzio
Gli orecchi penetrò. Qual atra notte,
Ecco, dicea, per la volante polve
Si fe’ il deserto. Strepito si leva
Meraviglioso di tumulto e fremono
Timballi e trombe e scuotesi la terra
Da’ fondamenti suoi. Ma di turchesi,
D’elefante sul dorso, un regal seggio
Lucido splende come azzurro mare,
E l’aria tutta, come lama fulgida,
Ha diversi color, tante volteggiano
Rosse bandiere e vïolette e gialle.
Ma un vessillo qual agile cipresso
Da lungi si mostrò, cinto di gloria
E maestà. Gli son d’attorno in fulgidi
Usberghi i cavalieri, e il suol di sotto
Da confine a confin tutto si oscura.
Anche ad ogni vessil viene da tergo
Altro vessillo, qual di fero drago
Con la figura e qual d’una rapace
Aquila alpestre. Che se in quella guisa
Camminan ratto ognor, d’un giorno al termine
Qui saran nosco i nobili guerrieri.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XXII. Fuga di Lahâk e di Fershîd-verd.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 885-888).}}
<poem>
:Di Kenabèd ancor dal monte quella
Cosa sì strana la vedetta scorse
E discese correndo. Oh! se questi occhi,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/265
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 262 —|}}</noinclude>
<poem>
Gridò, non si oscurar, se la mia vista
Oltre misura in me non si turbava,
All’estrema rovina Iddio condusse
I guerrier di Turania. Ogni fatica
Vana si rese in lor. Dalla collina
Al pian discese con festanti grida
Lo stuol d’Irania, ed un vessillo in pugno
Avea ciascun de’ cavalieri. Vedo
Capovolta di Pìran la bandiera
E il corpo suo giacer nel sangue; e i dieci
Animosi guerrier che al campo scesero
Di qui con Pìran affrettati e rapidi,
Tutti vegg’io, ben che da lungi, il capo
Sospeso in giù, con sanguinoso il corpo,
Turpemente gittata in su la schiena
De’ lor cavalli. E si mostrava intanto
Di là, verso Reybèd, un tenebroso
Nembo di polve, onde la terra tutta
Rapidamente si fe’ bruna. In mezzo
All’ampio stuol di Kàveh la bandiera
Mostrasi, e son dinanzi orride spade
D’un azzurro color. Così s’è mostro
Vessil del re dei re fra trombe e timpani,
E il suol si oscura come scheggia d’ebano.
:Lahàk e Fershid-vèrd al loco vennero
Della vedetta da quel campo d’armi,
Vider con gli occhi loro ucciso il duce,
Quel lor fratello glorïoso, e accanto
I dieci cavalier, principi eletti
Da lo stuol de’ Turani incliti in guerra
E valorosi. Piansero dolenti
Sul loco eretto e sospirar, dier gemiti
Pel sangue del fratel. Maschio leone,
Dicean piangendo, cavalier gagliardo,
de’ Turani condottier, che valsero
La tua giustizia e l’accortezza tua,
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/266
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Alex brollo
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<poem>
Poi che partir così da questa terra
Volevi tu? Ma intanto ogni desìo
Del nemico si compie, e la tua vita
Nella sciagura a spegnersi discese.
Oh! chi sarà che tua vendetta cerchi
Quaggiù nel mondo? e chi vorrà quel tuo
Costume seguitar con la tua via?
Cadde sventura su Afrasyàb, su quelle
Di Turania città, che fien ben tosto
Tutte deserte. E ben dovremmo noi
Porger noi stessi a recidersi il capo
Di fatal colpo e giù nel sangue immergere
La mano e il petto e la tagliente spada!
:Ma poi, come di Pìran a la mente
Si richiamarono il consiglio, innanzi
Non si gittâr, conforme a le parole
Che insensate dicean. Quando l’assalto
A Gùderz Pìran dimandò, fe’ questo
Precetto a Fershid-vèrd: «Se al fatal campo
Ucciso resterò, voi non scendete
Dell’esercito a capo. Allor che in questo
Campo fatai più non sarò, la terra
Angusta si farà per questi eroi
Incliti di Turania. Alcun del sangue
Dei Vèsah non sarà che vivo resti,
Quale in suo capo abbia cervel. Ma quando
Fossimo uccisi al contrastato campo
E quei dal corpo separati i nostri
Capi recassero in Irania, chiegga
L’esercito guerrier grazia alla vita
Da prence Gùderz. Voi stima non fate
Umìl troppo di voi, ma del deserto
Vi prendete la via, pur che salviate
L’anima vostra dai nemici colpi».
Ritornarono al campo e lagrimosi
Aveano gli occhi e la persona affranta
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 264 —|}}</noinclude>
<poem>
Per l’acerbo dolor. Tutto l’esercito
Conobbe allor che senza il suo pastore
Rimasta era la greggia un dì superba,
Sì che tutti piangean miseramente,
Ardeano tutti di dolor com’arde
Vampa di fuoco. S’accostaron tutti
Ed a Lahàk e a Fershid-vèrd, con gemiti
E sospiri sul labbro. Or che faremo,
Dicean contriti, in questo campo d’armi,
Poi che l’eroe morì, sostegno ai forti
Del turanico stuol? Novellamente
A chi darà di cinger l’armi il core
Forza novella? di posar sul capo
Gli elmi ferrati ancor? — Così risposero
Lahàk e Fershid-vèrd a que’ dolenti:
:A volontà di Dio chi potrà mai
Segnar confine? Tanto mal sul capo
Iddio gli rovesciò, per ch’egli ucciso
Miseramente fosse e in via d’oltraggio
Per un odio implacato. Or, chi la testa
Ebbe dal corpo separata a un colpo
Di avversa spada, sol nel suolo oscuro
Trova sua benda funerale. Il traggono
I suoi nemici in ogni loco, intriso
Di sangue il capo e la candida vesta
E la corazza. Ed or, ciò che dovea,
Accadde, e Pìran si morì, disparvero
L’opere sue come alitar di vento.
Fin ch’egli visse, la colonna egli era
De’ suoi gagliardi, e l’alma sua d’amore
Tutta era piena pe’ suoi forti. Egli era
Contro al nemico vindice custode
All’ampia squadra, e l’inclito suo capo
Dispetto gli parea. L’opere sue,
Egregie o triste, ad altra vita omai
Son devolute, e certo un glorïoso
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 265 —|}}</noinclude>
<poem>
Premio Iddio gli assegnò. Dopo sua morte,
Anche di noi si diè pensiero, e patto
Fece con Gùderz nell’assalto. Ei disse:
«Ov’io cadessi al fatai campo ucciso,
Dal turanico stuol la tua vendetta
Non cercherai, ma ben darai passaggio
Ai prodi miei per che rendansi alfine
Di Turania alla terra e per assalti
Lor non farai nessuna offesa». Ed ora
Non si trarranno da tal patto indietro
Gl’Irani mai, sì che non v’ha timore
D’alcun danno di qui. Tre cose intanto,
Nè si ponno evitar, stannoci a fronte;
Giovani e vecchi a noi porgete intenti
Gli orecchi adunque! Che se forza è a voi
Dimandar grazia, consigliarvi è d’uopo
In ciò da senno. E se tornar v’è caro
In vostra terra, ben si vuol, per lieto
tristo fin, calcar la via. Ma quando
Volger piacesse a voi le attorte redini
Alla battaglia e ritinger nel sangue
L’aste lucenti, se consiglio è vostro
Agli assalti tornar, v’è d’uopo ancora
Indugiarvi nel campo. Ecco, dal sire
Esercito chiedea Pìran guerriero,
E il sire l’apprestava; e quell’esercito
Or or verrà, sì che potrem pigliarci
Alta vendetta del nemico. Intanto
Molte parole abbiam noi qui, ma in fine
Nulla uscirà fuor che voler di Dio.
Se poi v’è caro alle città soggiorno,
In vostri ostelli, certo che la via
Precluder non potranno i prenci avversi
A tutti noi. Ma se consiglio è vostro
Grazia al re dimandar, d’uopo è che ratto
V’apprestiate a partir da questo loco.
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 266 —|}}</noinclude>
<poem>
D’ognuno il cor signor del suo pensiero
È veramente. Che se voi rifugio
Cercherete in Irania, i vostri sguardi
Non rivolgiate a noi che siam fratelli,
Che libero giammai dall’ira antica
Noi non avremo il cor. Della semenza
Dei Vèsah alcun non è, di cui la cinta
Non abbia attrito l’erto fianco; e noi,
Di prence Pìran seguitando il detto,
Del deserto la via per la Turania
Ci prenderem. Che se la via preclusa
Il nemico ci avrà, fin che possanza
Avremo in fondo al cor, noi pugneremo.
:Queste parole come udîr compunti
Di Turania gli eroi, vedi qual posero
A lor risposta fondamento: Ucciso
Così miseramente il nostro duce
Fu con dieci campioni incliti in armi,
E re Khusrèv di là mostrossi. Oh! quale,
Oh! qual di noi nel fatal campo ancora
Oserà riposar? Non palafreni
Abbiam, non ratto il piè, non ali al volo;
Armi non abbiam noi, non condottieri,
Non tesori, non terra; e non è forza
Alla battaglia e non è via di fuga.
Nè di noi stessi la rovina estrema
Ci è bello ordir. Che se torniamo addietro,
Gùderz e il re l’esercito guerriero
Con gli elefanti suoi su l’orme nostre
Avventeranno; scampo niun di noi
Della vita s’avrà, non vedrem noi
Le nostre tende e le famiglie nostre.
Ed or non è vergogna, ove la grazia
Veniamo a dimandar, che grande assai
È nostra schiera, nè v’è un duce. E poi,
Quale avremmo timor dentro nel core
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/270
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<poem>
Del signor di Turania? È a noi dinanzi
Prence Afrasyàb come di arena un pugno.
Perchè non imitò l’iranio sire
Che svelò tanto amor ver la sua gente?
:Cotal risposta poi che l’ampio stuolo
Di que’ forti rendè, balzâr dal loco
I due gagliardi. Vider manifesto
Lahàk e Fershid-vèrd che tempo omai
Non era di cercar biasimo o gloria
Fra l’armi in campo, che diceano il vero
Le accolte squadre. Oh sì! perdesi il gregge
Che pastor più non ha! Ratto apprestaronsi
A dir l’estremo addio, poscia il deserto
Preser correndo e la sua via lontana
Con un vessillo in pugno, ambo nel core
Colmi di duol, con occhi lagrimosi.
:Con cinque illustri cavalieri e cinque
Andaron elli, degni di battaglie
E generosi. Ma d’Irania intenti
Stavano i cavalier su l’aspro calle,
Custodi de la via con fermo core.
Incitarono allor, dal loco ov’erano,
Lor cavalli i Turani, e il piè fermarono
D’Irania le vedette. Ivi una pugna
Inaspettata si levò; la terra
Tutta si tinse per il molto sangue
Qual di color di tulipano, e quattro
E quattro ancor de’ principi d’Irania
Caddero uccisi, generosi e forti
Come leoni in giorno d’armi, e soli
De’ Turani guerrier la dolce vita
Dalle mani scampâr delle vedette
Que’ due gagliardi dall’eretta fronte.
Questi, come leoni, ambo valenti,
Di là gittàrsi per la via lontana
Del deserto, e di contro una vedetta
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/271
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Alex brollo
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<poem>
Dal loco suo mandò tal voce: O prenci,
giovinetti valorosi, uscirono
Dall’ampio stuolo di Turania due,
Con dieci cavalieri incliti in armi,
Prenci famosi! Tal con le vedette
Un assalto ingaggiâr, che mescolavasi
Al limo il sangue. Ucciser degl’Irani
Otto guerrieri, e due di quelli uscirono
Rapidamente di loro armi accinti.
:Gùderz che udìa, così gridò: Non sono
Fuor che Lahàk e Fershid-vèrd que’ due
Che son fuggiti. Andaron con eretta
La superba cervice e il cor non ebbero
Dal correr lungo affranto. Ecco!, se passano
D’Irania a suolo di Turania, a questa
Schiera de’ miei dubbio non è che tosto
Non incolga iattura. Or, chi di voi
Cercasi gloria innanzi al re, si copra
D’elmo greco la fronte e ratto avventisi
Dietro a Lahàk e Fershid-vèrd, uccidali
Ambo d’un colpo di tagliente spada.
:Lassi eran tutti i prenci Irani; i fianchi
Aveano oppressi da stanchezza, attriti
Dal ferro grave, e niun rispose al duce,
Se togli Gustehèm, ch’era in battaglia
Indomito leone. Ei disse al prence:
:Signor degno d’un trono, allor che in giostra
Contro a’ Turani discendesti, a me
1 timballi affidasti ed i recinti,
Per ch’io qui stessi in piè dinanzi a tutti
I prodi tuoi. Cercâr lor gloria o biasmo
I valorosi combattendo; parte
Non ne venne però, del fiero assalto
Nell’ora, a me. Ch’io dunque in tale impresa
Gloria m’acquisti! Andrò; nel fatal laccio
E l’uno e l’altro coglierò d’un colpo.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/272
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Alex brollo
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<poem>
:Sorrise Gùderz e gioì; le gote
Gli si avvivar, da ogni pensier cruccioso
Ei libero n’andò, sì che rispose:
:La buona stella hai tu per questo sole
Che ti protegge; sei leone, e tua
Preda è l’onagro indomito. Deh! vanne!
Ti sia propizio Iddio. Trecento eroi
Come Lahàk sian la tua caccia ambita!
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|XXIII. Andata di Gustehem e di Bîzhen<br>dietro Lahâk e Fershîd-verd.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 889-892).}}
<poem>
:Gustehem si vestì guerresco arnese,
Addio disse agli eroi, quanti egli vide,
E uscì dalle sue schiere. Egli ne andava
Rapidamente a contrastar coi due
Prenci turani, e intanto ogni guerriero
Dell’esercito suo così dicea:
:Mal ne verrà su Gustehemme! — Intanto
Da presso ad Afrasyàh scendea veloce,
Qual navicel su l’onde azzurre, un ampio
Stuol di guerrieri. Essi venìan, bramosi
Di pugne, aita ad arrecar. Ma quando
Fûr vicini di Dèghvi alla pianura,
Giunse novella che caduto in armi
Era Pìran omai, che degli eroi
Così la pugna s’era fatta. Allora
Tutti si ritornâr per quella via
E venner con lamenti e acerbi lai
Nel cospetto nel re. Ma, fra gl’Irani,
Bìzhen inteso avea che Gustehemme
Era partito, rapido all’assalto
Dietro Lahàk e Fershid-vèrd, e questo
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/273
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 270 —|}}</noinclude>
<poem>
Ebbe pensier che come giunto ei fosse
Di Dèghvi alla pianura, il danno estremo
Di battaglia in un dì non gli apprestassero
Lahàk e Fersbid-vèrd. Venne al cospetto
Bìzhen dell’avo suo, come leone
In suo corruccio, pieno al cor d’affanno
Di Gustehemme per l’angoscia; e allora
Che si posâr dell’avo suo sul volto
Gl’intenti sguardi suoi, diè in un gran pianto
E fe’ parole assai. Già non è bello,
Disse, o principe eroe, per tua saggezza
Che, ove un guerrier ceda al comando tuo,
Stoltamente così tu l’abbandoni
A certa morte, una cagione a questo
Rotante ciel per recar danno a noi
Porgendo sempre. Usciron due gagliardi
Dal turanico stuol, come leoni
Cacciandosi alla via. Ben più d’assai
Di Pìran e d’Humàn son essi arditi,
Di quella terra per nobile schiatta
Grandi e famosi. Ed or per far battaglia
Con essi due n’andava Gustehemme.
Deh! non sia mai che tocchigli sconfitta!
Che tosto in aspro duol si volgerebbe
Ogni nostra letizia, ove quel forte
Venisse meno dall’iranio stuolo.
:Gùderz che udì quelle parole e vide
Che il giovinetto gran dolor si avea
Pel tristo caso, a meditar si diede
Per alcun tempo assai. Convenne poi
In ciò che Bìzhen sospettava, e disse,
Quell’inclito campion del prence iranio,
A’ prodi suoi: Chi onor cercasi e gloria,
Su l’orme a Gustehèm vada correndo,
Alleato gli sia contro al nemico.
:Nessun di quella gente gli rispose,
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Pagina:Statistica elezioni 1909 legislatura 23.djvu/95
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Carlomorino
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| || || || || || colspan=4 {{cs|L}} | <br/> L'On. Lucca non mantenne la sua candidatura nella seconda votazione.||
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Musica d'oggi, 1962/N. 2/Il balletto americano
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<noinclude><pagequality level="3" user="Federicor" />{{RigaIntestazione||― 8 ―|}}</noinclude>dubbio provenire dagli alberi.... della nave. L’infamia «piegata in varie lingue gli procurò gli onori del trionfo dopo una incoronazione di ciliege.
Alla mattina, mentre si sta sui ponte aspettando il fresco della sera, — che poi viene alla notte — esce quel che io chiamo la gazzetta di bordo; ossia, si fa della maldicenza. È come un’«appendice» a continuazione perpetua, con intreccio a base di ''flirt''. Ciascuno è autore. quando è presente e protagonista appena voltate le spalle.
Poi c’è la musica. L’incauto che ha confessato di strimpellare il piano viene afferrato e condotto sotto buona scorta nel salone, dove un pianoforte fioco come una chitarra e soldo — beato lui — ride mostrando i suoi quarantacinque denti finti, come ima miss inglese. Abbiamo un concerto di bordo che suona sulla «piazza principale» prima dei pasti, e un’orchestra che si produce alla «era, dopo il pranzo. Mi sbaglierò, ma questa musica prima dei pasti dovrebbe essere ima diabolica trovata per neutralizzare gli effetti dell’aria marina, così disastrosi per la dispensa. Il fatto è che leva l’appetito meglio di qualsiasi aperitivo.
Una cosa curiosa è la nessuna preoccupazione nostra per quello che avviene al di là dai mari. Il mondo è morto; non se ne parla nemmeno più. Tutta la foraggine rumorosa delle notizie che abitualmente ci circonda, che è come parte dell’aria che respiriamo, ci ha inseguiti fino all’imbarco come una muta di lupi urlanti e si è fermata sulla spiaggia. Il rumore si è spernto; gli ultimi giornali restati in tasca sono stati buttati dai ''portholes'', e sono calati lentamente a zig-zag in fondo, oggetto di curiosità per le acciughe, il cui destino le porta spesso a finirvi invece incartate. Per uno strano sentimento di adattabilità non proviamo nemmeno il desiderio di sapere nulla. Abbiamo seguito con gli occhi e coll’anima lo scomparire sull’orizzonte dell’ultimo lembo d’Europa, d’Italia, fino che l’incendio del tramonto lo ha definitivamente celato, come quelle divinità della mitologia tedesca che il fuoco celeste rapisce alla vista degli uomini. Ma poi, quando lentamente, non senza un po’ di quel turbamento e di quello sconforto che nessun’anima vince, abbiamo lasciato La poppa, ci siamo sentiti come se per tutta la vita non fossimo stati gli abitanti di questa comoda isola di ferro che freme e romba come un vulcano prossi-<noinclude><references/></noinclude>
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Musica d'oggi, 1962/N. 3/Teatri e concerti/Il buon soldato Svejk
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Musica d'oggi, 1962/N. 1/Il balletto russo
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Chi vuol sen -- tir can -- tar la ve -- ne -- zia -- na Chi vuol sen- _
tir can -- tar la ve -- ne -- zia -- na _ Chi vuol sen -- tir can -- tar la ve -- ne-
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Le ro le le ro re ri re re ro
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M'affac -- cio a la fi -- ne -- stra e ve -- do l'on -- ne
ve do le mi' mi -- se -- rie"....." che so' granne...
chia -- mo l'a -- mo -- re mi -- o nun m' ari -- spon -- ne chia
mo l'a -- mo -- re mi -- o nun m' ari -- spon -- de
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Alex brollo
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== Pagina test ==
@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] L'idea è di usare questa coma pagina test. La formattazione delle varie righe è fantasiosa, per l'alternanza di colspan, font-size, corsivi e grassetti e infine allineamenti :-(. Vediamo con che approccio ''ridurre al minimo il codice'' (purtroppo con css non si può ottenere colspan e rowspan). Ci penso un po', potrebbe essere l'occasione di ideare un nuovo template simile a tl|Cs, nome possibile Cc (Classe cella) che come parametri accetti una classe css + il valore di colspan + (visto che ci siamo) l'eventuale valore di rowspan, e poi di molestare la pagina style.css. Ci gioco un po'. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:11, 6 giu 2026 (CEST)
:Resta inteso che non ha senso riprodurre affiancate le due parti sinistra e destra della tabella, visto che sono del tutto indipendenti. Secondo me vanno rese come ''un'unica tabella con una singola intestazione''. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:16, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: sì. Qualcosa del genere. Ignorare completamente le due colonne di risultati e metterle una sotto l'altra. Visto che l'OCR non c'è userò l'astuzia italica per fare le scansioni a colonne separate. Al massimo borbotterà una che aspetta il pranzo..... --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:38, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: provo a mettere sotto come dovrebbe apparire al netto dei bordi. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:59, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: si tratta di capire quale versione è più semplice da usare. O meglio: creare una forma ancora più semplice. Sono più di 40 "paggine" piene di wl a collegi e persone. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 12:26, 6 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Mi spiace, sono incastrato in un vicolo cieco. Lascio perdere per qualche giorno, altrimenti "fondo". :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:17, 7 giu 2026 (CEST)
::{{ping|Alex brollo}}: hamo (o anche ciavemo =abbiamo) tempo. Prima ho da fare tante cose. Tra cui cercare di sistemare il testamento di Fortunato Pio Castellani, che non si riesce a vedere. Il testo l'ho già tutto a casa da anni. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 13:30, 7 giu 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Nella prima versione il css non funzionava affatto. Perchè adesso sembra funzionare...? Mistero. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:16, 14 giu 2026 (CEST)
::{{ping|Alex brollo}}: C'è da sistemare un paio di cose, ma diciamo che siamo (sei) sulla buona strada.
Le cose da sistemare sono i bordi e alcune caselle vanno centrate. BTW: Io sono di passaggio a Roma. Stiamo un po' in città e un po' in campagna. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 22:58, 14 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Mi ero fermato perchè, con css, niente funzionava. Vediamo se adesso le cose vanno come dico io... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:28, 15 giu 2026 (CEST)
::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Le cose cominciano a funzionare. Lo schema è ''una tabella che contiene altre due tabelle''. Sembra complicato ma studierò uno "scheletro" da copiaincollare con (quasi) tutta la formattazione pronta, da riempire con il semplice testo. Vediamo se mi riesce :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:00, 15 giu 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] sembra un po' complicato.
:::[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 13:19, 15 giu 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Non sembra, lo è! Me è la tabella ad essere complicata.... :-( non credo che le cose possano essere semplificate oltre un certo limite. Una domanda: tu cosa usi, per costruire una tabella semplice? Se io fossi così sfortunato da dovermi imbarcare in una trascrizione del genere, scriverei prima le tre tabelle "semplici" e poi le monterei una dentro l'altra. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:33, 15 giu 2026 (CEST)
Provamo. Si funziona annamo avanti. Se ho capito dovremmo salvare in una sottopagina lo schema e fare poi copia-incolla. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 14:29, 15 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Sono andato alla pagina successiva e mi è venuto un colpo. La qualità della scansione è molto bassa. Sono andato sulla fonte Google books e il testo non è scaricabile. Domanda: da dove viene il file djvu? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:45, 16 giu 2026 (CEST)
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Carlomorino
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wikitext
text/x-wiki
== Pagina test ==
@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] L'idea è di usare questa coma pagina test. La formattazione delle varie righe è fantasiosa, per l'alternanza di colspan, font-size, corsivi e grassetti e infine allineamenti :-(. Vediamo con che approccio ''ridurre al minimo il codice'' (purtroppo con css non si può ottenere colspan e rowspan). Ci penso un po', potrebbe essere l'occasione di ideare un nuovo template simile a tl|Cs, nome possibile Cc (Classe cella) che come parametri accetti una classe css + il valore di colspan + (visto che ci siamo) l'eventuale valore di rowspan, e poi di molestare la pagina style.css. Ci gioco un po'. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:11, 6 giu 2026 (CEST)
:Resta inteso che non ha senso riprodurre affiancate le due parti sinistra e destra della tabella, visto che sono del tutto indipendenti. Secondo me vanno rese come ''un'unica tabella con una singola intestazione''. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:16, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: sì. Qualcosa del genere. Ignorare completamente le due colonne di risultati e metterle una sotto l'altra. Visto che l'OCR non c'è userò l'astuzia italica per fare le scansioni a colonne separate. Al massimo borbotterà una che aspetta il pranzo..... --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:38, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: provo a mettere sotto come dovrebbe apparire al netto dei bordi. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 11:59, 6 giu 2026 (CEST)
{{ping|Alex brollo}}: si tratta di capire quale versione è più semplice da usare. O meglio: creare una forma ancora più semplice. Sono più di 40 "paggine" piene di wl a collegi e persone. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 12:26, 6 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Mi spiace, sono incastrato in un vicolo cieco. Lascio perdere per qualche giorno, altrimenti "fondo". :-( [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:17, 7 giu 2026 (CEST)
::{{ping|Alex brollo}}: hamo (o anche ciavemo =abbiamo) tempo. Prima ho da fare tante cose. Tra cui cercare di sistemare il testamento di Fortunato Pio Castellani, che non si riesce a vedere. Il testo l'ho già tutto a casa da anni. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 13:30, 7 giu 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Nella prima versione il css non funzionava affatto. Perchè adesso sembra funzionare...? Mistero. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:16, 14 giu 2026 (CEST)
::{{ping|Alex brollo}}: C'è da sistemare un paio di cose, ma diciamo che siamo (sei) sulla buona strada.
Le cose da sistemare sono i bordi e alcune caselle vanno centrate. BTW: Io sono di passaggio a Roma. Stiamo un po' in città e un po' in campagna. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 22:58, 14 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Mi ero fermato perchè, con css, niente funzionava. Vediamo se adesso le cose vanno come dico io... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:28, 15 giu 2026 (CEST)
::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Le cose cominciano a funzionare. Lo schema è ''una tabella che contiene altre due tabelle''. Sembra complicato ma studierò uno "scheletro" da copiaincollare con (quasi) tutta la formattazione pronta, da riempire con il semplice testo. Vediamo se mi riesce :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:00, 15 giu 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] sembra un po' complicato.
:::[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 13:19, 15 giu 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Non sembra, lo è! Me è la tabella ad essere complicata.... :-( non credo che le cose possano essere semplificate oltre un certo limite. Una domanda: tu cosa usi, per costruire una tabella semplice? Se io fossi così sfortunato da dovermi imbarcare in una trascrizione del genere, scriverei prima le tre tabelle "semplici" e poi le monterei una dentro l'altra. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:33, 15 giu 2026 (CEST)
Provamo. Si funziona annamo avanti. Se ho capito dovremmo salvare in una sottopagina lo schema e fare poi copia-incolla. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 14:29, 15 giu 2026 (CEST)
:@[[Utente:Carlomorino|Carlomorino]] Sono andato alla pagina successiva e mi è venuto un colpo. La qualità della scansione è molto bassa. Sono andato sulla fonte Google books e il testo non è scaricabile. Domanda: da dove viene il file djvu? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:45, 16 giu 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] L'ha caricato M.Casanova. Se ci sono pagine scansionate male le recupero poi io da qualche parte.
:::SBN dice ([https://opac.sbn.it/en/risultati-ricerca-avanzata/-/opac-adv/index/1/ITICCURAV0130510?monocampo=elezioni+politiche+1913&_cacheid=1781621181832&nomef%5B%5D=italia+%3A+direzione+generale+della+statistica+%3A+ufficio+centrale+di+statistica&count_noelet=&formato_elet=&__id=generated_id_139]) che a Roma è in 6 biblioteche. Quando alla fine abbiamo visto le pagine scansionate male si va (=io vado) a fare foto e si sostituiscono (= Alex B. sostituisce). O qualcosa del genere. Non so se su GB ci sono altre scansioni. In quel caso risparmio 1.5€ di autobus. Nota: in questo periodo sono spesso fuori Roma e il collegamento con la rete è semi inesistente. --[[Utente:Carlomorino|'''Carlo M.''']] ([[Discussioni utente:Carlomorino|disc.]]) 17:15, 16 giu 2026 (CEST)
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L'Anima musicale d'Italia/Sardegna
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2026-06-16T12:43:27Z
Candalua
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{{Qualità|avz=25%|data=8 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Sardegna|prec=../Sicilia|succ=../Corsica}}
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OrbiliusMagister
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||55}}</noinclude><section begin="s1" />
usarla a magnificenza e liberalità. Ancora, come di sopra io dissi, noi schiferemo la cupidigia della gloria; imperocchè essa leva la libertà all’animo: per la quale agli uomini magnanimi debbe essere ogni sforzo.
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{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXVI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che gl’imperii non si debbono desiderare; ma alcuna volta sono da essere deposti: e da chi la republica si debba governare.''}}
Ma non gli imperii sono da essere desiderati, ma piuttosto alcuna volta noi non li piglieremo, e alcuna volta gli porremo giù. Ma si debbe mancare d’ogni perturbazione d’animo, sì di cupidigia e di paura, sì ancora di dolore e piacere d’animo, e d’ira; acciocchè la tranquillità e sicurtà dell’animo sia con noi presente; la quale arrechi sì la costanza, sì la dignità. Ma molti sono e furono, i quali desideranti quella tranquillità che io dico, sè hanno rimosso dalle pubbliche faccende, e fuggirono all’ozio. Tra costoro sono nobilissimi filosofi e mollo principali; e ancora alcuni uomini {{Pt|se-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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usarla a magnificenza e liberalità. Ancora, come di sopra io dissi, noi schiferemo la cupidigia della gloria; imperocchè essa leva la libertà all’animo: per la quale agli uomini magnanimi debbe essere ogni sforzo.
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{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che gl’imperii non si debbono desiderare; ma alcuna volta sono da essere deposti: e da chi la republica si debba governare.''}}
Ma non gli imperii sono da essere desiderati, ma piuttosto alcuna volta noi non li piglieremo, e alcuna volta gli porremo giù. Ma si debbe mancare d’ogni perturbazione d’animo, sì di cupidigia e di paura, sì ancora di dolore e piacere d’animo, e d’ira; acciocchè la tranquillità e sicurtà dell’animo sia con noi presente; la quale arrechi sì la costanza, sì la dignità. Ma molti sono e furono, i quali desideranti quella tranquillità che io dico, sè hanno rimosso dalle pubbliche faccende, e fuggirono all’ozio. Tra costoro sono nobilissimi filosofi e mollo principali; e ancora alcuni uomini {{Pt|se-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|56||}}</noinclude>veri e gravi: e questo costoro feciono, perchè non poterono sopportare i costumi dei popoli e de’priucipi. E alcuni si sono vivuti ne’ loro poderi, dilettatisi solamente delle loro cose familiari; e a costoro è stato il medesimo proposito che a’ re; cioè ch’essi non abbisognassino d’alcuna cosa, e non ubbidissino ad alcuna, e usassino la libertà, della quale la proprietà è vivere come tu vuoi.
Per la qual cosa conciosiacosaccbè questo sia a comune tra’ desiderosi della potenza, e tra coloro i quali io chiamai oziosi; imperocchè quegli cupidi della potenza pensano potere soddisfare al desiderio loro, se essi acquistano grandi ricchezze 5 e quegli altri, se essi stanno contenti della roba loro, benchè poca sia. Nientedimeno il proposito dell’una parte e l’altra, in questa non sarà al tutto spregiato: ma la vita degli oziosi è più facile e più secura, e meno noiosa e molesta agli altri: ma di più frutto è alla generazione umana, e più alta all’acquistare stima e farsi grande, la vita di coloro, i quali sè hanno accomodato alla repubblica, e al fare cose grandi. Per la<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
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Per la qual cosa conciosiacosacchè questo sia a comune tra’ desiderosi della potenza, e tra coloro i quali io chiamai oziosi; imperocchè quegli cupidi della potenza pensano potere soddisfare al desiderio loro, se essi acquistano grandi ricchezze; e quegli altri, se essi stanno contenti della roba loro, benchè poca sia. Nientedimeno il proposito dell’una parte e l’altra, in questa non sarà al tutto spregiato: ma la vita degli oziosi è più facile e più secura, e meno noiosa e molesta agli altri: ma di più frutto è alla generazione umana, e più alta all’acquistare stima e farsi grande, la vita di coloro, i quali sè hanno accomodato alla repubblica, e al fare cose grandi. Per la<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||57}}</noinclude>qual cosa e forse si debbe concedere a coloro, i quali non si danno alla repubblica, i quali essenti di grande ingegno, sè hanno dato alla dottrina: e a coloro i quali o per debolezza della loro sanità, o per alcun’altra più grave cagione impediti, si sono partiti dal governo della repubblica, quando essi hanno conceduto agli altri la potestà dell’ amministrare la repubblica, e ancora la loda. Ma chi non hanno tali cagioni, se essi dicono che spregiano quelle cose di che molti si maravigliano, cioè le signorie e i magistrati; costoro non solamente non mi paiono da essere lodati, ma piuttosto vituperati e ripresi. Il giudizio de’ quali, in quello cb’essi spregiano la gloria, e stimanla da niente, è difficile a non lodare: ma e’ mostrano temere le fatiche e le noie, sì delle offese e sì ancora degli scacciamenti, quasi vergogna ed infamia. Imperocchè e’ sono alcuni, i quali nelle cose contrarie hanno poca costanza: essi severisvimamente spregiano la voluttà, e nel dolore trascorrono; spregiano la gloria, e pigliano passione dell’infamia: e queste cose fanno non assai costantemente.
Ma da coloro i quali dalla natura sono aiu-<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|58||}}</noinclude>tati al fare le cose, saranno presi i magistrati senza indugio alcuno, e sarà amministrata la repubblica. Imperocchè altrimenti non si può reggere la repubblica, e non si può dimostrare la grandezza dell’animo. Ma i piglianti il governo della repubblica, non meno che i filosofi, io non so se più ancora debbano usare la magnificenza, e il dispregio delle cose umane, il quale più volte io ho detto, e la tranquillità, e la sicurtà: imperocchè essi non debbono essere in angosce, ma più tosto debbono vivere con gravità e costanza.
Le quali cose sono più facili a’ filosofi; perchè meno cose si manifestano nella vita loro, le quali la fortuna percuota; e perchè di meno cose abbisognano; e perchè se alcuna avversità addiviene, non tanto gravemente possono cascare. Per la qual cosa non senza cagione maggiori commovimenti sono desti, e fare maggiori cose, ne’ governanti la repubblica, che negli uomini quieti. Per la qual cosa più debb’essere appresso di costoro la grandezza dell’animo, e la mancanza delle passioni.<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||59}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXIX.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che in ogni cosa che s’ha a fare, si debba fare diligente preparazione: c che le cose urbane si preponghino alle cose di guerra.''}}
Ma chi piglia a fare la cosa, guardi che non solamente consideri quanto quella cosa sia onesta; ma ancora ch’esso abbia facultà di poterla fare. Nella qual medesima cosa si debbe considerare, ch’essa, o non senza ragione si disperi per pigrizia, o non troppo si confidi per cupidità. Ma in tutte le faccende, prima che tu le cominci, si debbe usare una diligente preparazione.
Ma perchè molti stimano, che i fatti delle armi sieno maggiori che quelli della città, io voglio amminuire questa opinione. Imperocchè molti spesse volte hanno cerco le guerre per cupidità di gloria j e questo molte volte addiviene negli animi e ingegni grandi:
e tanto più se essi erano atti al fatto delle armi, e desiderosi del fare battaglie. Ma se noi vogliamo giudicare con verità, molte cose della città sono state maggiori, e più di fama, che quelle della guerra.<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
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{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che in ogni cosa che s’ha a fare, si debba fare diligente preparazione: c che le cose urbane si preponghino alle cose di guerra.''}}
Ma chi piglia a fare la cosa, guardi che non solamente consideri quanto quella cosa sia onesta; ma ancora ch’esso abbia facultà di poterla fare. Nella qual medesima cosa si debbe considerare, ch’essa, o non senza ragione si disperi per pigrizia, o non troppo si confidi per cupidità. Ma in tutte le faccende, prima che tu le cominci, si debbe usare una diligente preparazione.
Ma perchè molti stimano, che i fatti delle armi sieno maggiori che quelli della città, io voglio amminuire questa opinione. Imperocchè molti spesse volte hanno cerco le guerre per cupidità di gloria j e questo molte volte addiviene negli animi e ingegni grandi: e tanto più se essi erano atti al fatto delle armi, e desiderosi del fare battaglie. Ma se noi vogliamo giudicare con verità, molte cose della città sono state maggiori, e più di fama, che quelle della guerra.<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|60||}}</noinclude><nowiki />
Imperocchè, benchè Temistocle ragionevolmente sia lodato, e sia il nome suo in piu gloria che quello di Solone; e a questo sia chiamata la città di Salamina, testimone della nobilissima vittoria, la quale sia preposta al consiglio di Solone, e a quello consiglio col quale da prima esso ordinò gli Areopagiti; non è da essere giudicato meno egregio questo fatto che quello. Imperocchè quello una volta fece pro, ma questo farà pro sempre: con questo consiglio si conservarono le leggi degli Ateniesi, con questo si conservano gli ordini degli antichi. E Temistocle niente avrà detto, con che esso abbia aiutalo all’areopago, ma colui dirà con verità ch’esso aiutò Temistocle: imperocchè la battaglia si fece col consiglio di quel senato, il quale era stato ordinato da Solone.
Le medesime cose è lecito dire di Pausania e di Lisandro: pe’ fatti de’ quali, benchè la signoria de’ Lacedemoni fosse ampliata, nientedimeno non sono da essere agguagliati, da una minima parte, alle leggi e alla disciplina di Licurgo: che ancora per queste medesime cose, essi ebbono gli eserciti più ubbidienti e più forti. Quando noi eravamo<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||61}}</noinclude>fanciulli, e’ non pareva che Marco Scauro cedesse a Caio Mauro: nè quando noi ci rivoltavamo nella repubblica, Quinto Calulo cedeva a Gneo Pompeo. Imperocchè piccola cosa sono le armi di fuori, se il consiglio non è in casa. Nè più Albicano, singolare uomo e imperatore, fece prò alla repubblica per inguastare Numanzia, che in quello medesimo tempo Pubblio Nasica privato, quando esso uccise Tiberio Gracco: benchè questo fatto non solamente è della ragione di casa, ma ancora è tocca la ragione di fuori, cioè delle armi; perchè con forza e mano fu fatto: pur quello medesimo fu fatto con consiglio della città, senza esercito.
Ma quel fatto è ottimo, nel quale io odo essere assalito da tristi ed invidiosi: ''le armi cedano alla toga, e il trionfo ceda alla lingua''. Imperocchè, acciocchè io lasci gli altri, quando noi governavamo la repubblica, or non cedetteno le armi alla toga? Imperocchè nella repubblica non fu mai più grave pericolo, nè maggiore odio. Così per la diligenza c pe’ consigli nostri, prestamente dalle mani degli audacissimi cittadini sono cascate le armi. Adunque che fatto di battaglia fu mai di<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|62||}}</noinclude>tanto pregio? che trionfo fu mai da essere agguagliato?
O mio figliuolo, a me è lecito gloriarmi appresso a te, al quale s’appartiene l’eredità di questa gloria, e la imitazione de’fatti miei. Gneo Pompeo, uomo per certo abbondante di lode di guerre, molti udentilo, a me questo attribuì: che egli disse, che invano esso doveva essere per avere il terzo trionfo, se pel mio beneficio inverso la repubblica, egli non dovesse avere dov’esso trionfasse. Adunque le fortezze di casa non sono più basse che quelle di fuora, cioè delle armi. Nelle quali domestiche fortezze più ancora d’opera e di studio si debbe porre, che in quelle altre.
Al tutto quella onestà, la quale noi cerchiamo delPaiiimo alto e magnifico, si fa colle forze dell’animo e non del corpo. Ma il corpo si debbe esercitare ed affaticarlo, che esso possa ubbidire al consiglio e alla ragione nel fare le faccende, e nel sopportare la fatica. Nella qual cosa non minore utilità arrecano coloro, i quali togati sono sopra alla repubblica, che coloro i quali fanno le guerre. E così pel consiglio di coloro, spesse volte<noinclude></noinclude>
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OrbiliusMagister
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/* new eis level3 */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||63}}</noinclude><section begin="s1" />le guerre o esse non sono prese, o esse sono fatte, o esse alcune volte sono mosse. Come la terza guerra affricana, fu fatta pel consiglio di Marco Catone; nella quale ancora potè l’autorità di Catone morto.
Per la qual cosa più si debbe addomandare la ragione del deliberare, che la fortezza del combattere. Ma e’ sarà da guardarsi, che quello noi non facciamo, più tosto per fuggire il combattere, che per ragione dell’utilità. Ma la guerra così si pigli, che niente altro paia essere cerco, se non è la pace.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXX.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Quello che sia proprio del forte e prudente uomo.''}}
Ma al forte e costante animo si appartiene non essere perturbato per cose aspre, e come si dice, lui essente nelle noie, non essere rimosso dal grado suo: ma usare l’animo favoreggianle e il consiglio, e non si partire dalla ragione: benchè questo si appartenga all’animo, e quello all’ingegno grande, con pensiero prevedere le cose future, e alcuna volta<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|64||}}</noinclude><section begin="s1" />
innanzi ordinare quello, che possa addivenire nell’una e l’altra parte, e quello che sia da fare quaudo alcuna cosa sarà addivenuta, e non commettere in modo, che alcuna volta tu abbia a dire: io non me n’era avveduto. Queste sono opere dell’animo grande e alto, e confidantesi nella prudenza e nel consiglio. Ma senza ragione rivoltarsi nelle schiere, e combattere col nimico, è cosa disumana, e simile alle bestie. Ma quando il tempo e la necessità lo domanda, si debbe combattere, e anti porre la morte alla servitù e bruttezza.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che si debba osservare nel disfacimento delle città.''}}
Ma nel disfare o mettere a sacco le città, si conviene avere molta considerazione, che niente crudelmente o senza ragione noi facciamo. E questo s’appartiene all’uomo di grande animo’, poi che il fatto sia spacciato, punire chi ha errato, conservare la moltitudine, e in ogni fortuna ritenere le cose rette ed oneste. Imperocchè come sono (siccome<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|64||}}</noinclude><section begin="s1" />innanzi ordinare quello, che possa addivenire nell’una e l’altra parte, e quello che sia da fare quaudo alcuna cosa sarà addivenuta, e non commettere in modo, che alcuna volta tu abbia a dire: io non me n’era avveduto. Queste sono opere dell’animo grande e alto, e confidantesi nella prudenza e nel consiglio. Ma senza ragione rivoltarsi nelle schiere, e combattere col nimico, è cosa disumana, e simile alle bestie. Ma quando il tempo e la necessità lo domanda, si debbe combattere, e anti porre la morte alla servitù e bruttezza.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che si debba osservare nel disfacimento delle città.''}}
Ma nel disfare o mettere a sacco le città, si conviene avere molta considerazione, che niente crudelmente o senza ragione noi facciamo. E questo s’appartiene all’uomo di grande animo’, poi che il fatto sia spacciato, punire chi ha errato, conservare la moltitudine, e in ogni fortuna ritenere le cose rette ed oneste. Imperocchè come sono (siccome<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||65}}</noinclude>di sopra dissi) alcuni, i quali prepongono i fatti della guerra a quegli della città; così tu troverai molti, a’ quali i consigli pericolosi e callidi, paiono maggiori e più splendidi dei consigli quieti e di pensiero. Non mai al tutto per fuggire il pericolo noi commetteremo, che noi paiamo timidi e disadatti a battaglia. Ma ancora si debbe fuggire questo, che noi non offeriamo noi a’ pericoli senza cagione; della qual cosa niente può essere più stolto.
Per la qual cosa quando noi avremo a pigliare pericolo alcuno, faremo come usano fare i medici; i quali leggermente curano chi leggermente è infermo, e alle più gravi infermità, sono costretti dare medicine pericolose e di dubbio. Per la qual cosa in tranquillità desiderare tempesta contraria, si appartiene allo stolto; ma sovvenire alla tempesta con ogni modo che si può, s’appartiene al savio: e per questo più, se sviluppalo il fatto, tu acquisterai più di bene, che quando egli era dubbioso di male.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|66||}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''A quali pericoli dobbiamo estere più pronti, e per quali cose dobbiamo massimamente combattere.''}}
Ma le operazioni delle cose sono pericolose, parte a coloro i quali pigliano quelle, e parte alla repubblica. E ancora alcuni sono chiamali ne’pericoli de’fatli della vita, alcuni de’fatti della gloria, e benevolenza de’cittadini. Adunque noi dobbiamo essere più pronti ne’ pericoli nostri, ebe ne’ comuni; e dobbiamo combattere più prontamente de’ fatti dell’onore e della gloria, che di tutte l’altre commodità.
Ma molti sono stati trovati, i quali erano apparecchiati a spargere per la patria non solamente la pecunia, ma ancora la vita j e questi non volevano offendere menomamente la loro gloria, ancora che la repubblica lo addomandasse. Come Callicratida, il quale quando era capitano de’ Lacedemoni nella guerra del Peloponneso, concìosiacosacchè esso avesse fatto molte cose egregie, nell’ultimo guastò quello che insino allora aveva<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|66||}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''A quali pericoli dobbiamo estere più pronti, e per quali cose dobbiamo massimamente combattere.''}}
Ma le operazioni delle cose sono pericolose, parte a coloro i quali pigliano quelle, e parte alla repubblica. E ancora alcuni sono chiamali ne’pericoli de’fatli della vita, alcuni de’fatti della gloria, e benevolenza de’cittadini. Adunque noi dobbiamo essere più pronti ne’ pericoli nostri, ebe ne’ comuni; e dobbiamo combattere più prontamente de’ fatti dell’onore e della gloria, che di tutte l’altre commodità.
Ma molti sono stati trovati, i quali erano apparecchiati a spargere per la patria non solamente la pecunia, ma ancora la vita; e questi non volevano offendere menomamente la loro gloria, ancora che la repubblica lo addomandasse. Come Callicratida, il quale quando era capitano de’ Lacedemoni nella guerra del Peloponneso, concìosiacosacchè esso avesse fatto molte cose egregie, nell’ultimo guastò quello che insino allora aveva<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||67}}</noinclude>fatto, quando esso non ubbidì al consiglio di coloro, i quali dicevano, che il navilio si doveva rimuovere da Argiuuso, e non combattere cogli Ateniesi. A’ quali colui rispose: i Lacedemoni, perduto questo navilio, possono rifarne un altro, ma io non posso fuggire senza mio disonore. Ma questa fu mezzana piaga de’ Lacedemoni: ma quella fu pestifera, perla quale assai cascarono le abbondanze de’Lacedemoni’, quando Cleombroto, temente la invidia, senza ragione alcuna combattè con Epaminonda. Ma quanto meglio fece Quinto Massimo, del quale Ennio disse: ''costui è uno, il quale dimorando, a noi ha restituito la repubblica. Imperocchè esso non preponeva la fama alla salute, adunque la gloria di quell’uomo ora più risplende''. Il quale modo di peccare ancora si debbe schifare ne’ fatti della città. Imperocchè e’ sono alcuni, i quali non ardiscono dire, per paura della invidia, quello che a loro pare; e se ancora la sentenza loro sia ottima.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|68||}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Comandamenti di Platone a chi governa la repubblica.''}}
Coloro i quali vogliono fare prò alla repubblica, al tutto osservino due precetti di Platone: l’uno è ch’essi cosi difendano l’utilità de’ cittadini, che ciò ch’essi fanno riferiscano a lei, dimenticali ancora de’commodi loro. L’altro è ch’essi usino tutto il corpo della repubblica, e che l’una parte essi non difendino, e l’altra abbandonino. Imperocchè il governo della repubblica, come la tutela, si debbe fare all’utilità di coloro i quali sono commessi, e non di coloro a chi ella è commessa. Ma chi aiuta l”una parte de’ cittadini, e l’altra non apprezza, mette nella città cosa dannosa, cioè sedizione e discordia. Per la qual cosa addiviene, che alcuni paiano amici, alcuni studiosi di ciascuno ottimo cittadino, e pochi amino la università.
Di quinci seguitarono appresso gli Ateniesi grandi discordie: e nella repubblica nostra vennono non solo discordie, ma ancora guerre civili di mollo danno: le quali il grave e<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||69}}</noinclude><section begin="s1" />forte cittadino e degno del principato le fuggc, e odieralle, e sè tutto darà alla repubblica; e non cercherà ricchezze o potenza; e tutta la repubblica difenderà in tal modo, clf esso gioverà a ognuno. E esso con falsi peccati non chiamerà alcuno in odio o in invidia; e in ogni modo così alla giustizia e all’ onestà ei s’accosterà, che quelle virtù esso conservi, benchè gravemente egli offenda; e la morte appetisca piuttosto, ch’esso abbandoni quelle cose ebe io ho detto.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXIV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che misera cosa è con ambizione cercare gli onori, e di quelli contendere.''}}
Miserissima è al tutto l’ambizione e la contenzione degli onori: della quale egregiamente è così appresso a Platone: ''similmente fanno coloro, i quali contendono chi di loro più tosto amministri la repubblica; come se i marinai tra loro combattessino, chi di loro spezialmente governasse.'' Il medesimo Platone ancora comandò, che noi stimassimo avversari coloro, i quali arrecassiuo {{Pt|l’ar-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|70||}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|me|l’arme}} incontro, e non coloro i quali col loro giudizio vogliono difendere la repubblica. Quale dissensione fu senza crudeltà tra Publio Affricano, e Quinto Metello.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXV.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che a governatori della repubblica si con- viene essere clementi e severi.''}}
Ma coloro da noi non saranno uditi, i quali stimano doversi gravemente adirarsi contro a’ nemici; e quello stimano appartenersi all 1 animo grande e forte. Imperocchè niente è più laudabile, niente più degno dell’uomo eccellente e grande, che è l’umiltà eia clemenza. Ma ne’popoli liberi, e nel dare la ragione, egualmente si debbe esercitare la facilità e l’altezza dell’animo; affinchè, se noi ci adiriamo con coloro che non sono venuti al tempo, o che imprudentemente domandano, noi non caschiamo in una stizza disutile e odiosa: e così nientedimeno noi approveremo la mansuetudine e la clemenza, che e’ vi sia aggiunta, per cagione della repubblica, la severità; senza la quale non può essere amministrata la città.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||71}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXVI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che chi castiga non debba essere contumeliato, nè la pena non debba avanzare la colpa.''}}
Ma ogni punizione e gastigamento debbe mancare di villana superbia: e quella gastigazione si debbe riferire non all’utilità di colui ebe gasliga, ma a quella della repubblica. Ancora si debbe guardare ch’e’ non sia maggiore la pena che la colpa j e che per le medesime cagioni l’uno sia punito, e l’altro non sia pur chiamato.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXVII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che chi punisce non debbasi irare.''}}
Ma nel punire si debbe schifare l’ira. Imperocchè Tirato il quale viene al punire, non terrà mai quello mezzo, il quale è tra ’l poco e il troppo: il quale piace a’ peripatetici 5 e meritamente: purchè essi non lodino l’ira, e dicano che dalla natura ella è stata data utilmente. Ma quella è da essere rifiutata in tutte le cose: e debbesi desiderare, che co-<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||71}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXVI.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che chi castiga non debba essere contumeliato, nè la pena non debba avanzare la colpa.''}}
Ma ogni punizione e gastigamento debbe mancare di villana superbia: e quella gastigazione si debbe riferire non all’utilità di colui ebe gasliga, ma a quella della repubblica. Ancora si debbe guardare ch’e’ non sia maggiore la pena che la colpa j e che per le medesime cagioni l’uno sia punito, e l’altro non sia pur chiamato.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXVII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che chi punisce non debbasi irare.''}}
Ma nel punire si debbe schifare l’ira. Imperocchè Tirato il quale viene al punire, non terrà mai quello mezzo, il quale è tra ’l poco e il troppo: il quale piace a’ peripatetici 5 e meritamente: purchè essi non lodino l’ira, e dicano che dalla natura ella è stata data utilmente. Ma quella è da essere rifiutata in tutte le cose: e debbesi desiderare, che {{Pt|co-|}}<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|72||}}</noinclude><section begin="s1" />
loro i quali sono sopra alla repubblica, sieno simili alle leggi; le quali vanno al punire, non con ira, ma con equità.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXVIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che tre cose si debban fuggire nelle cose prospere.''}}
E ancora nelle cose prospere e trascorrenti al nostro piacere, noi diligentemente dobbiamo fuggire la superbia, e il fastidio, e l’arroganza. Imperocchè sopportare senza modo le cose prospere come le avverse, s’appartiene alla leggerezza: ed eccellente cosa è essere eguale in ogni vita, e avere il medesimo volto e la fronte medesima: come noi abbiamo inteso di Socrate, e il medesimo di Caio Lelio. Ma io veggo che Filippo re de’ Macedoni, vinto dal figliuolo Alessandro per la gloria e per gli egregi fatti, fu nientedimeno di sopra a colui, per la sua umanità e mansuetudine. E così l’uno fu sempre grande; e l’altro spesso fu bruttissimo. Che rettamente pare che ci ammoniscano coloro, i quali ci confortano, che quanto noi siamo<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|72||}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|loro|coloro}} i quali sono sopra alla repubblica, sieno simili alle leggi; le quali vanno al punire, non con ira, ma con equità.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=2|f=80%|CAPO XXXVIII.}}
{{Ct|t=1|v=2|lh=1.5|''Che tre cose si debban fuggire nelle cose prospere.''}}
E ancora nelle cose prospere e trascorrenti al nostro piacere, noi diligentemente dobbiamo fuggire la superbia, e il fastidio, e l’arroganza. Imperocchè sopportare senza modo le cose prospere come le avverse, s’appartiene alla leggerezza: ed eccellente cosa è essere eguale in ogni vita, e avere il medesimo volto e la fronte medesima: come noi abbiamo inteso di Socrate, e il medesimo di Caio Lelio. Ma io veggo che Filippo re de’ Macedoni, vinto dal figliuolo Alessandro per la gloria e per gli egregi fatti, fu nientedimeno di sopra a colui, per la sua umanità e mansuetudine. E così l’uno fu sempre grande; e l’altro spesso fu bruttissimo. Che rettamente pare che ci ammoniscano coloro, i quali ci confortano, che quanto noi siamo<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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L'Anima musicale d'Italia/Piemonte
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{{Qualità|avz=25%|data=11 giugno 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Piemonte|prec=../La nostra canzone|succ=../Lombardia}}
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude><section begin="s1" /><section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|f=200%|LOMBARDIA.}}
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15<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/59
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Panz Panz
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|lv}}|riga=sì}}</noinclude><section begin="s1" />rovescia sui campi di Leutra la potenza spartana, su quelli di Mantinea fa i Tebani vincitori della Grecia alleata, la quale più tardi nonostante gli aiuti dei Tebani stessi è sui campi di Cheronea vinta e soggiogata da Filippo il Macedone. Al Granico, ad Isso, ad Arbels atterra {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro Magno}} il formidato impero di Persia e dà principio ad un’era di rivolgimento a cui si connettono tutte le sorti politiche e commerciali delle successive età.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO IV.}}
{{Indentatura}}{{Sc|Epoca iv}}, ''ossia della'' storia ''antica divisa nei suoi sette periodi principali e considerata in tutti i suoi rapporti col progresso universale delle lettere, delle scienze, delle arti.''{{FineIndentatura}}
{{Centrato|{{smaller|(dal 300 av. C. al 476 dopo C.)}}}}
Noi abbiamo appellato questo periodo l’epoca della ''storia antica'', non senza un meditato pensiero. Certo che non altrimenti che alla storia antica appartengono i politici avvenimenti, i progressi delle scienze, delle lettere e delle arti nel precedente periodo delineati; ma considerando noi siccome gli annali della umanità non abbiano in quel periodo fatto più che svilupparsi dagli involucri mitologici e dalle tenebre dei secoli, e solo
a quando a quando illuminarsi dei primi albori della storica certezza, abbiamo avvisato non poterglisi attribuire alcun altro predicato, salvo i quello di ''storia primitiva certa'', e di riserbare quell’altro di ''storia antica'' a questo periodo, siccome a quello il quale assume il carattere di una certezza comune alla storia di quasi tutti i popoli allora conosciuti, e consecutiva in quasi tutti gli avvenimenti, si che lascia bene spesso intravedere il nesso con cui si connettono questi nei rapporti di causa ed effetto. La storia del mondo nella vece di offrirsi, come nell’epoca precedente, in altrettante sparse e dissociate monografie quante erano le nazioni di allora, si coordina in questo periodo ad un principio di unità nel quale convergono ed al quale si attengono gli avvenimenti principali di varii e numerosi popoli; e la storia di una sola città si rende la storia pressochè universale di tutte quelle antiche nazioni. Finalmente applicammo lo speciale predicato di ''antica'' alla storia di questo periodo, perchè è in essa che sono a
rintracciarsi le più rimote e legittime cause di tutte le politiche vicissitudini, le civili e morali di condizioni di tutte le successive età sino alla nostra. Le nostre instituzioni, il nostro progresso intellettuale, industriale, commerciale non ha più
manifesti ed immediati principii di quelli che loro assegnano gli avvenimenti di questo periodo, e quindi perciò appunto costituisce esso solo quella parte della storia della civiltà nostra, che può legittimamente essere chiamata antica.
Una delle più grandi creazioni dello spirito umano che caratterizza il progresso di questo periodo è quella della scienza del diritto. Surta essa col sorgere della potenza romana, ando sempre più, col progressivo incremento di questa, contemporaneamente sviluppandosi in tutta la latitudine di quella civile sapienza che forma la causa, mentre è anche nel tempo stesso il risultamento dell’effettiva potenza di una grande nazione. Ecco il perchè, come abbiamo già altrove
mostrato, la storia del diritto di un popolo forma
identicamente quella del politico e morale suo progresso; e Roma conquistatrice, Roma madre e maestra eterna della scienza del diritto, più che non negli annali di {{AutoreCitato|Polibio|Polibio}} e di {{AutoreCitato|Tito Livio|Livio}}, ha nelle sue leggi e nelle politiche sue instituzioni scritta e documentata la storia delle sue vicissitudini di progresso e di decadimento.
Delineando la storia della romana giurisprudenza, noi veniamo abbozzando quella di una scienza che germinò universali, sebbene più o meno latenti i suoi principii in tutte le vigenti costituzioni politiche e civili dei popoli d’Europa, e nello stesso tempo la storia di tutte quelle prime fasi che ha Roma subite per arrivare al dominio del mondo, e il mondo vide riassumersi e rappresentarsi in essa sola l’immenso dramma di tutti i suoi passati destini<ref name="p59">La storia del diritto romano, il quale a rigore dovrebbe abbracciare tutte quelle leggi civili che furono in vigore dall’origine di Roma sino alla caduta dell’impero romano, circoscritta alla sola legislazione antigiustinianea, suolsi dividere in quattro periodi: il I° si estende dall’origine di Roma sino alle dodici tavole (750-450 a. C.); il II° si compie coll’epoca di {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} (450-100 a. C.; il III° si estende da Cicerone sino all’imperatore Severo (100 a. C. al 250 di C.); il IV° da questo imperatore sino a {{AutoreCitato|Giustiniano|Giustiniano}} (250-550).
Trattarono con maggior dottrina ed erudizione di questa
storia: - {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}}, ''De origine juris civilis''; {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}} colle molto
originali sue idee nella ''{{TestoCitato|La scienza nuova|Scienza nuova}}'', e più di proposito nei due libri, ''De uno universi juris principio et fine uno'', e ''De constantia jurisprudentis''; {{AutoreCitato| Carlo Antonio Martini|Martini}}, ''Ordo historiæ juris civilis''; {{AutoreCitato|Christian August Günther|Günter}}, ''Hist. jur. rom.''; {{AutoreCitato| Johann August Bach|Bach}}, ''Hist. jur. rom.''; {{AutoreCitato|Anton Friedrich Justus Thibaut|Thibaut}} nell’''Archivio della pratica civile'', tom. XIII; {{AutoreCitato|Carl Ferdinand Hommel|Hummel}}, ''Manuale di storia del diritto''; {{AutoreCitato|Heinrich Albert Zachariä|Zachariæ}}, ''Saggio di una storia del diritto romano''; {{AutoreCitato|Albrecht Schweppe|Schweppe}}, ''Storia del diritto romano'' (1822), in cui per la prima volta si contemplano gli scritti di Caio. {{AutoreCitato|Wacław Aleksander Maciejowski|Maciciowscki}}, ''Hist. jur. rom.''; {{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}}, ''Lezioni di D. R.''; {{AutoreCitato|Friedrich Adolph Schilling|Schilling}}, ''Critica delle Lezioni di D. R. di Hugo''; {{AutoreCitato|Heinrich Robert Stöckhardt|Stöckhart}}, ''Prospetto della Storia del D. R.''; {{AutoreCitato|Ferdinand Walter|Walter}}, ''Storia del D. R.''; {{AutoreCitato|Léopold Auguste Warnkoenig|Warnkoenig}}, ''Histoire externe du droit romain''; e tutti gli altri lavori di {{AutoreCitato|Franz Hofmann|Hoffman}}, {{AutoreCitato|Johann Salomon Brunnquell|Brunquell}}, {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Heineccius|Heineccio}}, {{AutoreCitato|Antoine Terrasson|Terrasson}}, {{AutoreCitato|Jacques Berriat-Saint-Prix|Berriat, St. Prix}}, con cui illustrarono la storia esterna del diritto; quelli di Heineccio e {{AutoreCitato|Johann Heinrich Christian von Selchow|Selchow}} che ne</ref>.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Noi abbiamo già veduto ottener Roma le sue prime leggi scritte in quelle delle dodici tavole. Vuolsi che la romana giurisprudenza non abbia avuti altri principii di quelli che le vengono da queste leggi assegnati; ma Roma ebbe anteriormente ad esse ordinamenti politici e civili nei quali è forse più che non altrove a rintracciare gli elementi di quelle leggi stesse.
Roma, nelle prime sue origini, aveva una forma di governo monarchica limitata, che più veramente parlando potea chiamarsi aristocratica, mentre il suo re non era più che un preside nominato a vita investito di parecchi poteri. Amministrava egli la repubblica, ma il potere politico era esercitato tanto da lui quanto dal senato e dai comizii<ref>{{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, ''De constantia jurispr. passim.'' - {{AutoreCitato|Adrianus Catharinus Holtius|Holtius}}, pag. 13, n. 11-15. - {{AutoreCitato|Léopold Auguste Warnkoenig|Warnkoenig}}, ''Hist. du droit romain'', P. 1, §. 6.</ref>. Il re era capo supremo di tutta la popolazione armata, ed il suo capitano in guerra<ref> {{AutoreCitato|Barthold Georg Niebuhr|Niebuhr}}, tom. 11, pag. 54, ediz. di Parigi.</ref>. Nei tempi di pace aveva la giurisdizione medesima che più tardi avevano i consoli ed i pretori, insieme al potere esecutivo chiamato ''imperium''<ref>Warnkoenig, ''ibid.'', §. 6. 1°.</ref>. Infliggeva castighi e multe; ma il cittadino poteva appellarsené al popolo<ref>{{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicero}}, ''De republica'', II. 31.</ref>. Aveva un potere dittatoriale verso gli stranieri; lo si vede anche gran sacerdote e tutelare i ''sacra''; ma non capo del culto; partiva le terre conquistate. Presiedeva il senato ed i comizii, e proponeva a questi i progetti di legge (''rogationes''). Il senato componevasi di trecento ottimati (''gentes'') o di trenta ''curiæ'', ed era un consiglio perpetuo dell’amministrazione<ref>Niebuhr, tom. II, pag. 51-53.</ref>. I comizii erano in origine assemblee nelle quali
avevano volo i soli patrizii od ollimati. Durarono col nome di ''comitia curiata'', finchè la plebe, come vedremo più oltre, riuscì a prender parte in queste assemblee legislative<ref>{{AutoreCitato|Aulo Gellio|Aulo Gellio}}, XV. 27.</ref>. Ed ecco l’origine
delle ''leges curiatae'', di alcune delle quali l’{{AutoreIgnoto|Agostino}}, li {{AutoreCitato|Giusto Lipsio|Lipsio}}, l’{{AutoreIgnoto|Orsino}} crederono trovar frammenti che risalgono persino a Romolo. Numa Pompilio diede instituzioni sue proprie, ma più sacre che non politiche, e pel primo tra Romani ridusse a precetti religiosi gli insegnamenti più opportuni all’agricoltura ed al ben essere sociale. Servio Tullio divide il popolo in classi, le classi in centurie; instituisce il censo, i comizii centuriati; riduce la plebe in trenta tribù, ed organizza una nuova costituzione, nella quale (avveguachè i patrizii con-
servassero la loro preponderanza politica) ebbe
la plebe il primo germoglio della sua libertà,
giacchè in questi comizii centuriati, di cui fu fatta
partecipe, ottenne di farsi arbitra necessaria nelle
accuse capitali: ''De capite civis nonnisi comitialus
maximus agito''.
Mentre che il diritto politico di Roma subiva questo iniziamento alla forma democratica, il diritto civile non aveva assunto ancora alcuna forma certa, alcun principio di vincolo stabile ed universale, perchè tuttavia in balia di consuetudini che il patriziato, unico interprete di diritto, volgeva sempre a pro suo ed a danno della plebe. E quanto ne avanza di quelle leggi regie che secondo {{AutoreCitato|Sesto Pomponio|Pomponio}} avrebbe raccolto un Papirio contemporaneo di Tarquinio il Superbo<ref>Al §. 2, in fine, e §. 36.</ref>, e note sotto il nome di ''Jus civile Papirianum'', non ci porge notizia che di cose attinenti al culto ed alla religione<ref>{{AutoreCitato| Ambrogio Teodosio Macrobio|Macrobio}} (''Saturn.'' II, cap. IX) e {{AutoreCitato|Sesto Pompeo Festo|Festo}} (v. ''Pellices'') conservarono alcuni frammenti di questo diritto, hanno molto scritto parecchi commentatori, intorno al puossi vedere il {{AutoreCitato|Gian Vincenzo Gravina|Gravina}} (''De origine juris civilis''); il {{AutoreCitato|Antoine Terrasson|Terrasson}} (''Histoire de la jurisprudence romaine''); il {{AutoreCitato| Christian Friedrich von Glück|Glück}} (''Opuscula''); ma {{AutoreCitato|Pierre Daunou|Daunou}} ha molto bene provato, dopo {{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}} nella ''Thémis'', tom. V, pag. 251-254, che noi non conosciamo
nulla di certo di questa legislazione.</ref>. Roma si libera dei Tarquinii, ed ordinatasi in una pura aristocrazia retta dal senato e da due consoli annuali, è teatro continuo di guerre civili fra i patrizi e la plebe. Le guerre obbligavano questa a negligere l’agricoltura, soli mezzi del viver suo, ed a contrarre debiti per provedersi d’armi e di vitto; e mentre s’accrescevano le ricchezze de’ patrizii colle terre conquistate, e ad essi soli devolvibili, l’usura, in forza della legge del ''nesso'', facea degli indebitati plebei altrettanti schiavi del patrizio. L’esasperazione sempre più aumentata ebbe scoppio una insurrezione allo spettacolo di un vecchio plebeo orribilmente mutilato da un patrizio creditore. La plebe accampatasi sul monte Aventino ottenne una tutela contro l’oppressione in un magistrato che tratto dal suo grembo avesse diritti e poteri validi a tutelare la sua libertà, Roma ha i cinque ''tribuni della plebe'', e poco dopo gli ''edili'', che pure dal seno della plebe venivano eletti<ref>Non gli ''Edili curuli'' di posteriore origine: Thibaut, ''Diss. civ.'', n. 8, pag. 155.</ref>, e con questi magistrati le leggi cui un sacro giuramento d’inviolabilità acquistò il nome di ''sacrate''; per esse ciascun tribuno è inviolabile, e il ''veto'' uno solo di essi può infralire qualunque decreto del senato: poi a qualche tempo (490 a. C.) è vitato interrompere questi magistrati con dispareri
<ref follow="p59">illustrarono la interna; e quelli di {{AutoreCitato|Sigmund Wilhelm Zimmern|Zimmern}}, {{AutoreCitato|Adrianus Catharinus Holtius|Holtius}}, che insieme a molti degli autori sopra citati ne svilupparono contemporaneamente l’una e l’altra.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/7/XVII
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''Oggi riſoneran gli ſcogli, e ’l-mare.''
Am.+{{Gap|1.85em}}''Non fian ſenza ragion lagrim’ e strida,''
''S’in così fero inganno''
''Traboccar deue alma innocente, e fida.''
Ven.+{{Gap|1.75em}}''Ma dì, Speranza mia, dimmelo Amore;''
''Laſcerai tu languire,''
''Laſcerai tu morire''
''Anima sì gentil, sì fido core?''
''Chiuderan queſti ſcogli, e queſte arene''
''Tenera Verginella,''
''De l’alto impero tuo deuota Ancella?''
Am.+{{Gap|1.85em}}''Ah non ſi narri mai, non fia mai vero,''
''Che sì dura mercede''
''Troui ſeruo fedel nel noſtro impero;''
''Raddoppierogli al cor lacci, e catene,''
''Farò più cupa ancor l’aſpra ferita,''
''Di maggior foco gl’empierò le vene,''
''E faccia poi ſe può da lei partita.''
Ven.+{{Gap|1.75em}}''Partaſi {{spaziato|TESEO}} pur, parta, e s’inuoli''
''Da la negletta ſpoſa,''
''Purche tu la ſoccorra, e la conſoli.''
Am.+{{Gap|1.85em}}''Di queſt’ardente face,''
''Di queſt’inuitti strali,''
''Diſpon pur Madre mia com’à te piace.''
Ven.+{{Gap|1.75em}}''Pria, che ne l’Oceano''
''Spenga diman gl’ardenti raggi il Sole,''
}}<noinclude></noinclude>
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/7/XVIII
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Sola t’invita entrar là dove spazia
Il Trismegisto fra l’aura divina,
Ed il cuore fatidico mi sazia.
Sola verrai, son certo: e già vicina
A passar ti vegg’io quel sacro varco,
Là dove Iside è madre, anzi regina.
Con casto moto disdegnoso e parco
Risponde Ipazia: quell’altar nefando
Io non vedrò, che de’ tuoi numi è carco.
Tu che parli dei numi, e come e quando
Tante cause diverse in tua credenza
Pur vanno un solo effetto generando?
Potenze varie in libera esistenza
Creder puoi tu, con increato in esse
Poter diverso in la medesma essenza?
Nol credi: sai, che s’uomo a Dio togliesse
Solo una parte, il Dio che è il tutto c l’uno
Cadria; che il tutto son le parli istesse.
Unico è Dio, nè sta nel bianco o bruno
Sasso, cui diè tua man forma superba;
Nè senza Iddio presente è loco alcuno.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Sola t’invita entrar là dove spazia
Il Trismegisto fra l’aura divina,
Ed il cuore fatidico mi sazia.
Sola verrai, son certo: e già vicina
{{R|80}}A passar ti vegg’io quel sacro varco,
Là dove Iside è madre, anzi regina.
Con casto moto disdegnoso e parco
Risponde Ipazia: quell’altar nefando
Io non vedrò, che de’ tuoi numi è carco.
{{R|85}}Tu che parli dei numi, e come e quando
Tante cause diverse in tua credenza
Pur vanno un solo effetto generando?
Potenze varie in libera esistenza
Creder puoi tu, con increato in esse
{{R|90}}Poter diverso in la medesma essenza?
Nol credi: sai, che s’uomo a Dio togliesse
Solo una parte, il Dio che è il tutto c l’uno
Cadria; che il tutto son le parli istesse.
Unico è Dio, nè sta nel bianco o bruno
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Nè senza Iddio presente è loco alcuno.
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/7/XX
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/7/XXI
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: <poem> Ben so, che in chiuso tempio Iside serba Teco, ma invano, altissimo terrore. Tacque: la voce altrui divenne acerba: Chè rispose Altifone: esce dal cuore La tua favella, e pure il dì veloce S’appressa, in cui prevedo il tuo dolore. Miei nuni allor conoscerai.... Sua voce Tosto troncò: veniva in epici soggiorno Un corridore ch’ci guatò feroce; Guatò, ne seguì più. Chè ’1 disadorno Cavalier giunse a lor dinnanzi:...
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<noinclude><pagequality level="1" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||( 30 )|}}</noinclude><poem>
Ben so, che in chiuso tempio Iside serba
Teco, ma invano, altissimo terrore.
Tacque: la voce altrui divenne acerba:
Chè rispose Altifone: esce dal cuore
La tua favella, e pure il dì veloce
S’appressa, in cui prevedo il tuo dolore.
Miei nuni allor conoscerai.... Sua voce
Tosto troncò: veniva in epici soggiorno
Un corridore ch’ci guatò feroce;
Guatò, ne seguì più. Chè ’1 disadorno
Cavalier giunse a lor dinnanzi: un manto
Liirgo veslia con negro cinto intorno. ’
Ti rinvenni, proruppe, e giuso intinto
Scese r ignoto dal bruno corsiero;
Tpazia strinse; cosi stette alquanto.
Catleagli il crin lungo, disteso, nero;
Ardea negli occhi suoi negri, vivaci
Un non so che di cupo e di severo:
Alte le membra, pronti moti, audaci
Avca, labbri facondi, non soavi,
Vermigli, mobilissimi, loquaci.
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<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" />{{RigaIntestazione||( 30 )|}}</noinclude><poem>
Ben so, che in chiuso tempio Iside serba
Teco, ma invano, altissimo terrore.
Tacque: la voce altrui divenne acerba:
{{R|100}}Chè rispose Altifone: esce dal cuore
La tua favella, e pure il dì veloce
S’appressa, in cui prevedo il tuo dolore.
Miei numi allor conoscerai.... Sua voce
Tosto troncò: veniva in epici soggiorno
{{R|105}}Un corridore ch’ri guatò feroce;
Guatò, ne seguì più. Chè ’l disadorno
Cavalier giunse a lor dinnanzi: un manto
Largo vestia con negro cinto intorno.
Ti rinvenni, proruppe, e giuso intinto
{{R|110}}Scese l’ignoto dal bruno corsiero;
Ipazia strinse; cosi stette alquanto.
Cadeagli il crin lungo, disteso, nero;
Ardea negli occhi suoi negri, vivaci
Un non so che di cupo e di severo:
{{R|115}}Alte le membra, pronti moti, audaci
Avea, labbri facondi, non soavi,
Vermigli, mobilissimi, loquaci.
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Dominik180
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== Benvenuto ==
{{Benvenuto|firma=--[[User:Paperoastro|Paperoastro]] ([[User talk:Paperoastro|disc.]]) 19:51, 16 giu 2026 (CEST)}}
:Ciao Paperoastro, grazie per il benvenuto! [[User:Dominik180|Dominik180]] ([[User talk:Dominik180|disc.]]) 22:59, 16 giu 2026 (CEST)
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{{Qualità|avz=25%|data=16 giugno 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Luigi Barzini
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Nell'Estremo Oriente
| Anno di pubblicazione =
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =
| Argomento =
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Barzini - Nell'estremo oriente.djvu
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==Indice==
* {{testo|/Capitolo I}}
* {{testo|/Capitolo II}}
* {{testo|/Capitolo III}}
* {{testo|/Capitolo IV}}
* {{testo|/Capitolo V}}
* {{testo|/Capitolo VI}}
* {{testo|/Capitolo VII}}
* {{testo|/Capitolo VIII}}
* {{testo|/Capitolo IX}}
* {{testo|/Capitolo X}}
* {{testo|/Capitolo XI}}
* {{testo|/Capitolo XII}}
* {{testo|/Capitolo XIII}}
* {{testo|/Capitolo XIV}}
* {{testo|/Capitolo XV}}
* {{testo|/Capitolo XVI}}
* {{testo|/Capitolo XVII}}
* {{testo|/Capitolo XVIII}}
* {{testo|/Capitolo XIX}}
* {{testo|/Capitolo XX}}
* {{testo|/Capitolo XXI}}
* {{testo|/Capitolo XXII}}
* {{testo|/Capitolo XXIII}}
* {{testo|/Capitolo XXIV}}
* {{testo|/Capitolo XXV}}
* {{testo|/Capitolo XXVI}}
* {{testo|/Capitolo XXVII}}
* {{testo|/Capitolo XXVIII}}
* {{testo|/Capitolo XXIX}}
* {{testo|/Capitolo XXX}}
* {{testo|/Capitolo XXXI}}
* {{testo|/Capitolo XXXII}}
* {{testo|/Capitolo XXXIII}}
* {{testo|/Capitolo XXXIV}}
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* {{testo|/Capitolo XXXVIII}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||— 9 —|}}</noinclude>mo all’eruzione. Il distacco dallo terra non è quando la nave salpa. L’anima indugia a seguire il corpo; si attacca a tutto quanto lasciamo dietro di noi con i mille tentacoli della memoria. Certamente, quando sarò sbarcato, vedrò con non minore tristezza questa nave scomparire verso il sole levante. Qualche tentacolo dell’anima mia s’indugierà lungo questo ponte, questi alberi e questi cordami che già conosco e che forse non vedrò più.
Di fronte al mare divengo insopportabilmente filosofo. Mi pare che, in fondo, la vita intera non sia che un continuo quanto inutile e doloroso attaccarsi e staccarsi da paesi, amici, idee e speranze. Si cammina avanti, ma questi tentacoli, queste code di rimpianto che strisciano sopra al passato, ci tolgono tanta forza e mettono tanto dolore anche nelle nostre gioie piú belle.
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{{Ct|v=1|Milano, 1904. — Tip. dello Stab. della {{Sc|Società Editrice Sonzogno}}.}}<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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{{Wl|Q165534|Goldoni}} si piacque del popolo; {{Wl|Q687|Molière}} della nobiltà. Le commedie del primo si capisce che dovevano essere rappresentate davanti a un popolo ch’era un libero giudice; quelle del secondo davanti ad una corte dove un re impartiva il tono dei giudizii. Ma il genio sapeva anche rompere le catene; e coraggioso e indipendente sapeva volgere in beffa i difetti dei cortigiani, le loro abitudini, l’ignoranza degli empirici, e Borgere fino a combattere l’impostura ammantata di falsa religione. Da questo possiamo argomentare quello che avrebbe potuto fare se, sciolto d’ogni impegno col re, avesse inalberato la bandiera della rivolta contro la corrotta società che covava le vendette della rivoluzione.
Il più grande dei poeti comici francesi nacque in Parigi il 15 gennajo 1622, nella via Sant’Onorato, da Giovanni Poquelin, tappezziere, e da Maria Cressem, e fa il maggiore di dieci fratelli. Giovanni Poquelin divento tappezziere del re di Francia nel 1631, e mando il figliuolo Giovanni Battista nel collegio di Clermont, in qualità di allievo esterno, e là conobbe il principe Armando di Conti, che doveva più tardi diventare suo mecenate. Questo tutto quanto sappiamo della sua giovinezza; il resto è favola e leggenda che gli storici benevoli accettarono come fatti. Uscito di collegio fu messo agli studi filosofici sotto Gassendi, che l’abituò al libero esame ed all’indipendenza dello spirito; poi fece gli studii giuridici dal 1642 al 1645.
Nel 1615 appunto si formò una compagnia di filodrammatici detta dei ''Figli di famiglia'', della quale facevano parte i due fratelli Bejart e la loro bella sorella Maddalena, che doveva avere tanta influenza sulla vita del poeta. Questi ben presto si costituirono in società regolare, dopo avere (cosi sembra) recitato per divertimento. Fu Poquelin che li riuni, lui solo, come<noinclude></noinclude>
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Candalua
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Il più grande dei poeti comici francesi nacque in Parigi il 15 gennajo 1622, nella via Sant’Onorato, da Giovanni Poquelin, tappezziere, e da Maria Cressem, e fa il maggiore di dieci fratelli. Giovanni Poquelin divento tappezziere del re di Francia nel 1631, e mando il figliuolo Giovanni Battista nel collegio di Clermont, in qualità di allievo esterno, e là conobbe il principe Armando di Conti, che doveva più tardi diventare suo mecenate. Questo tutto quanto sappiamo della sua giovinezza; il resto è favola e leggenda che gli storici benevoli accettarono come fatti. Uscito di collegio fu messo agli studi filosofici sotto Gassendi, che l’abituò al libero esame ed all’indipendenza dello spirito; poi fece gli studii giuridici dal 1642 al 1645.
Nel 1615 appunto si formò una compagnia di filodrammatici detta dei ''Figli di famiglia'', della quale facevano parte i due fratelli Bejart e la loro bella sorella Maddalena, che doveva avere tanta influenza sulla vita del poeta. Questi ben presto si costituirono in società regolare, dopo avere (cosi sembra) recitato per divertimento. Fu Poquelin che li riunì, lui solo, come<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|4|{{Sc|moliere}}|}}</noinclude>o dicono Lagrange e Vinot, ovvero devesi credere con Tallemant e Bayle ch’egli stesso sia stato trascinato fra loro dal suo amore per la vaga Bejart? Ciò che non è dubbio si è che ne divenne ben presto il capo. Ad ogni modo, questa compagnia che aveva preso l’ambizioso titolo di ''Illustre Teatro'' recitò dapprima alla porta di Nesle, poi al porto San Paolo, infine al giuoco del pallone della Croce Bianca in via Bucy nel sobborgo San Germano.
Non si conosce finora del suo repertorio che una tragedia, l’''Artaserse'', di Magnon. Fu a quest’epoca che Poquelin lasciò, secondo l’uso dei commedianti, il proprio nome per prendere quello di Molière. Fece stampare in una raccolta di poesie nel 1646 alcune strofe con questo nuovo nome; ma s’ignora quale fu la causa che lo spinse a tal scelta. Il nome era già stato portato del resto da diversi scrittori, fra cui Francesco Molière signore d’Essartines, e Juigné de La Broissinière signor di Molière.
L’''Illustre Teatro'' durò appena un anno a Parigi, e la compagnia parti per le provincie. La prima commedia di Molière fa lo ''Stordito'', rappresentato nel 1653 a Lione; poi con una piccola compagnia di comici si recò a Beziers, dove il principe di Conti, il suo antico condiscepolo, lo aspettava. Questi voleva ad ogni patio tener seco Molière come suo segretario; ma il poeta era troppo innamorato della vita errante, piena di avventure e di emozioni per accettarne la proposta. Torno quindi a viaggiare di città in città scrivendo e recttando; finchè nel 1658 capitò a Parigi, dove ottenne il permesso di stabilirsi, dividendo il teatro del palazzo Borbone coi commedianti italiani.
Intanto man mano componeva ''Il dispetto amorosa, Le Preziose ridicole'', il ''Nicomede'' e via dicendo. Il fratello del re, che in Francia aveva titolo di ''Monsieur'', volle che la compagnia si chiamasse ''Troupe de Monsieur'', e le destinò per le sue recite il teatro del Palazzo Reale.
Trenta sono le opere teatrali che lasciò a noi, fra queste citeremo: ''La scuola dei mariti, La scuola delle mogli, Il matrimonio forsato, L’Amor medico, Il medico suo malgrado, Anfitrione, l’Avaro, Giorgio Daudin Pourceaugnac, Il Borghese gentiluomo'',<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Paperoastro" /></noinclude>
Le malizie di Scapino, Le donne sapienti, e finalmente
Tartufo e il Misantropo, che sono ritenuti i
due capolavori di Molière.
Si può dire che Tartufo è di un interesse più geDerale,
l’intreccio vi è più vivo, più svariato, più
divertente, infine pili accessibile a tutte le intelligenze,
ma non ha forse allo stesso grado del Misantropo
quella scelta squisita dei caratteri e quello stile che
fanno di esso l’opera preferita dei buongustai più fini.
Questi due lavori nondimeno sono quelli ne’ quali più
vivamente si sente battere il cuore di Molière: nel
Tartufo specialmente troviamo una passione quasi
personale. L’ipocrisia era fra tutti i vizii quello che
più gli faceva orrore. Volle combatteria di fronte per
vendicarsi delle persecuzioni di cui era stato vittima.
E non fece se non attirarsene di nuove per tale commedia,
non solo da parte degli ipocriti che flagellava,
ma ancora dalla gente sinceramente pia, che si spaventava
dal veder trascinato sulla scena un vizio,
odioso senza dubbio, ma pure si facile a confondersi
colla devozione, perchè ne copia le apparenze, e noi
non possiamo giudicare che dalle apparenze.
11 20 febbrajo 1662 Molière sposo Armanda Bejart.
Chi era costei? Qui ricominciano le incertezze. La tradizione
vuole che sia figlia di quella Maddalena Bejart
che fu l’amante del poeta; altri sostengono ch’era la
sorella minore della Maddalena. La prima è la più
sparsa e si trova raccolta nelle commedie dei Rivali,
nelle satire e nei libelli scritti contro Molière. Ed anzi
quando questi venne a morte fu scritto di Armanda
che era orfana di suo marito, vedova di suo padre.
Non dimentichiamo però che Molière aveva un potentissimo
nemico nella vera coorte degli ipocriti, che cercava
vendicarsi del Tartufo con ogni sorta di calunnie.
Il fatto che alle nozze assistevano il padre del
poeta ed altri parenti; nè questi vi sarebbero andati
se fossero stati indegni.
Pur troppo Molière non fu felice; e la colpa fu sua
in parte. Armanda, giovine e bella, era corteggiata
dai signori della Corte: il marito geloso si confortava
colla antica amante De Brie, che teneva nella sua
casa insieme alla moglie ed a Maddalena. Pur troppo
non era una famiglia modello<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione||{{Sc|moliere.}}|5}}</noinclude>''Le malizie di Scapino, Le donne sapienti'', e finalmente ''Tartufo'' e il ''Misantropo'', che sono ritenuti i due capolavori di Molière.
Si può dire che ''Tartufo'' è di un interesse più generale, l’intreccio vi è più vivo, più svariato, più divertente, infine pili accessibile a tutte le intelligenze, ma non ha forse allo stesso grado del ''Misantropo'' quella scelta squisita dei caratteri e quello stile che fanno di esso l’opera preferita dei buongustai più fini. Questi due lavori nondimeno sono quelli ne’ quali più vivamente si sente battere il cuore di Molière: nel ''Tartufo'' specialmente troviamo una passione quasi personale. L’ipocrisia era fra tutti i vizii quello che più gli faceva orrore. Volle combatterla di fronte per vendicarsi delle persecuzioni di cui era stato vittima. E non fece se non attirarsene di nuove per tale commedia, non solo da parte degli ipocriti che flagellava, ma ancora dalla gente sinceramente pia, che si spaventava dal veder trascinato sulla scena un vizio, odioso senza dubbio, ma pure si facile a confondersi colla devozione, perchè ne copia le apparenze, e noi non possiamo giudicare che dalle apparenze.
11 20 febbrajo 1662 Molière sposo Armanda Bejart. Chi era costei? Qui ricominciano le incertezze. La tradizione vuole che sia figlia di quella Maddalena Bejart che fu l’amante del poeta; altri sostengono ch’era la sorella minore della Maddalena. La prima è la più sparsa e si trova raccolta nelle commedie dei ''Rivali'', nelle satire e nei libelli scritti contro Molière. Ed anzi quando questi venne a morte fu scritto di Armanda che era orfana di suo marito, vedova di suo padre. Non dimentichiamo però che Molière aveva un potentissimo nemico nella vera coorte degli ipocriti, che cercava vendicarsi del ''Tartufo'' con ogni sorta di calunnie. Il fatto che alle nozze assistevano il padre del poeta ed altri parenti; nè questi vi sarebbero andati se fossero stati indegni.
Pur troppo Molière non fu felice; e la colpa fu sua in parte. Armanda, giovine e bella, era corteggiata dai signori della Corte: il marito geloso si confortava colla antica amante De Brie, che teneva nella sua casa insieme alla moglie ed a Maddalena. Pur troppo non era una famiglia modello<noinclude></noinclude>
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Paperoastro
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|6|{{Sc|moliere}}|}}</noinclude><nowiki/>
È noto quanto poco Molière amasse i medici. Un suo rivale lo aveva chiamato in una commedia l’ammalato immaginario. Al poeta parve di pigliare la palla al balzo per questa satira così mal trovata: egli che era davvero ammalato e non voleva medici, vedersi paragonato ad un uomo che, stando bene, si circonda di medici! La sua commedia ''Il malato immaginario'' fu l’ultimo atto di vendetta d’un morente contro l’arte d’Esculapio; ma questa gajezza rattrista quando si pensa al prossimo fine di Molière, che doveva spirare nel mezzo proprio della sua vendetta. ''L’ammalato immaginario'', del quale scrisse la musica {{AutoreIgnoto|Charpentier}}, fu rappresentato sul suo teatro il 10 febbrajo 1673. E forse questa di tutte le farse di Molière quella che più spesso si rappresenta ancora, perchè ha il privilegio di rallegrare più vivamente lo spettatore. Non si sa perchè questo lavoro non fu rappresentato davanti al re: era stata scritta a questo scopo, come rilevasi dal prologo e dagli intermezzi.
Il giorno della quarta rappresentazione, il suo petto lo faceva soffrire più del solito: il suo allievo, o meglio figlio adottivo, Baron, e tutti gli altri attori lo esortavano a ritirarsi. Rifiutò, Nel dire la parola: ''juro'', lo assali una convulsione, ed egli la nascose sotto un riso forzato. Dopo la rappresentazione lo si trasportò a casa sua, e là, assistito da due suore che ogni anno ricevevano da lui l’ospitalità venendo a Parigi par la questua quaresimale, Molière spirò a dieci ore della sera del 17 febbrajo 1673, soffocato dal sangue che gli usciva dalla bocca a fiotti.
Aveva cinquant’un anni. Siccome era morto qual commediante e senza gli uffici religiosi, così l’arcivescovo di Parigi rifiutò al suo corpo la sepoltura in terra sacra.
La sua vedova esclamò:
— Negano il sepolcro all’uomo, cui la Grecia avrebbe alzato un altare!
Questa venerazione per la memoria di Molière, nou impedi ad Armanda di sposare poco dopo il commediante {{Wl|Q3122454|Guerin d’Estriché}}.
{{Rule|6em|t=2|v=2}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Nietzsche -LaGaiaScienza - Trad. Cippico.pdf/6
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" /></noinclude>samente ambizioso, della sentenza di Arturo Schopenhauer: “tanto
essere un’opera superiore alla sua epoca, quanto più tempo sia per
trascorrere fra la sua comparizione e la sua accettazione„.
Ora, da tre o quattro anni appena, quasi a realizzare la sua profezia, dall’indomani, cioè, della sua morte, sembra, ch’egli il Nietzsche sia entrato trionfalmente e definitivamente nel reame luminoso delle realtà ideologiche effettuali: prima, egli altro non era, anche
per i suoi connazionali, cos+ da lui malmenati, anche per gli spiriti più fraternamente vicini al suo, che oggetto di scherno, di ripudio, o tutt’al più di snobistico dilettantismo. Il tempo, che smussa le angolosità e leviga le asprezze, aveva avuto bisogno d’appena due decenni di oblio e di disprezzo, per la fermentazione di questa opera meravigliosa, la quale degnamente conchiude il ciclo magico di secolare gloria germanica, iniziatosi con la violenza romantica dello ''Sturm und Drang'', accompagnata dalla sublime solennità delle musiche di Beethoven. Prima del 1901, l’opera nietzscheiana aveva agito occultamente, così nel dominio estetico come in quello logico ed in quello sociale: tutti erano convinti che una terribile energia dinamica fosse concentrata, e con sovrumano sforzo rattenuta, in cotesta opera, ma ben pochi sapevano quali ne fossero le ideali
virtù caratteristiche, — e timorosi, se ne schermivano. Due o tre idee fondamentali appena, fra le cento, fra le mille, come le più vivaci ed irruenti, erano riuscite a sguisciar fuori, a guisa di sibilanti serpentelli da un cumulo di covoni oro. E la gente a fuggir via d’ogni parte, esterefatta e pusilla, dinnanzi a quelle terribili minacce del ''Superuomo'', dell’''amoralismo'' teorico
(troppo spesso confuso con l’''immoralismo'') e di quel fervido ''radicalismo aristocratico'', sul quale s’impernia ogn’investigazione sociale e morale, ed ogni speculazione estetica di quella rigida e ribelle ''disciplina voluntatis'', ch’è l’opera di pensiero e di poesia di Federico Nietzsche.
Ora, il giudicare di tutta la meravigliosa compagine della costruzione, p meglio della ''distruzione'' filosofica, del più grande scrittore moderno fa coteste tre singole teorie, le quali hanno più valore negativo e polemico che altro, ci sembra essere stato, specie in Italia, uno dei pregiudizi più vieti della nostra cosidetta ''cultura''.
Giova, però, notare che negli ultimi anni, grazie alle diligenti ed acute esegesi ed alle limpide critiche esposizioni del Barzellotti, dell’Orestano e di altri, ed alle traduzioni più o meno accu-<noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" /></noinclude>samente ambizioso, della sentenza di Arturo Schopenhauer: “tanto
essere un’opera superiore alla sua epoca, quanto più tempo sia per
trascorrere fra la sua comparizione e la sua accettazione„.
Ora, da tre o quattro anni appena, quasi a realizzare la sua profezia, dall’indomani, cioè, della sua morte, sembra, ch’egli il Nietzsche sia entrato trionfalmente e definitivamente nel reame luminoso delle realtà ideologiche effettuali: prima, egli altro non era, anche
per i suoi connazionali, così da lui malmenati, anche per gli spiriti più fraternamente vicini al suo, che oggetto di scherno, di ripudio, o tutt’al più di snobistico dilettantismo. Il tempo, che smussa le angolosità e leviga le asprezze, aveva avuto bisogno d’appena due decenni di oblio e di disprezzo, per la fermentazione di questa opera meravigliosa, la quale degnamente conchiude il ciclo magico di secolare gloria germanica, iniziatosi con la violenza romantica dello ''Sturm und Drang'', accompagnata dalla sublime solennità delle musiche di Beethoven. Prima del 1901, l’opera nietzscheiana aveva agito occultamente, così nel dominio estetico come in quello logico ed in quello sociale: tutti erano convinti che una terribile energia dinamica fosse concentrata, e con sovrumano sforzo rattenuta, in cotesta opera, ma ben pochi sapevano quali ne fossero le ideali
virtù caratteristiche, — e timorosi, se ne schermivano. Due o tre idee fondamentali appena, fra le cento, fra le mille, come le più vivaci ed irruenti, erano riuscite a sguisciar fuori, a guisa di sibilanti serpentelli da un cumulo di covoni oro. E la gente a fuggir via d’ogni parte, esterefatta e pusilla, dinnanzi a quelle terribili minacce del ''Superuomo'', dell’''amoralismo'' teorico
(troppo spesso confuso con l’''immoralismo'') e di quel fervido ''radicalismo aristocratico'', sul quale s’impernia ogn’investigazione sociale e morale, ed ogni speculazione estetica di quella rigida e ribelle ''disciplina voluntatis'', ch’è l’opera di pensiero e di poesia di Federico Nietzsche.
Ora, il giudicare di tutta la meravigliosa compagine della costruzione, p meglio della ''distruzione'' filosofica, del più grande scrittore moderno fa coteste tre singole teorie, le quali hanno più valore negativo e polemico che altro, ci sembra essere stato, specie in Italia, uno dei pregiudizi più vieti della nostra cosidetta ''cultura''.
Giova, però, notare che negli ultimi anni, grazie alle diligenti ed acute esegesi ed alle limpide critiche esposizioni del Barzellotti, dell’Orestano e di altri, ed alle traduzioni più o meno accu-<noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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<noinclude><pagequality level="3" user="BuzzerLone" /></noinclude>samente ambizioso, della sentenza di {{AutoreCitato|Arthur Schopenhauer|Arturo Schopenhauer}}: “tanto essere un’opera superiore alla sua epoca, quanto più tempo sia per trascorrere fra la sua comparizione e la sua accettazione„.
Ora, da tre o quattro anni appena, quasi a realizzare la sua profezia, dall’indomani, cioè, della sua morte, sembra, ch’egli il Nietzsche sia entrato trionfalmente e definitivamente nel reame luminoso delle realtà ideologiche effettuali: prima, egli altro non era, anche
per i suoi connazionali, così da lui malmenati, anche per gli spiriti più fraternamente vicini al suo, che oggetto di scherno, di ripudio, o tutt’al più di snobistico dilettantismo. Il tempo, che smussa le angolosità e leviga le asprezze, aveva avuto bisogno d’appena due decenni di oblio e di disprezzo, per la fermentazione di questa opera meravigliosa, la quale degnamente conchiude il ciclo magico di secolare gloria germanica, iniziatosi con la violenza romantica dello ''Sturm und Drang'', accompagnata dalla sublime solennità delle musiche di Beethoven. Prima del 1901, l’opera nietzscheiana aveva agito occultamente, così nel dominio estetico come in quello logico ed in quello sociale: tutti erano convinti che una terribile energia dinamica fosse concentrata, e con sovrumano sforzo rattenuta, in cotesta opera, ma ben pochi sapevano quali ne fossero le ideali
virtù caratteristiche, — e timorosi, se ne schermivano. Due o tre idee fondamentali appena, fra le cento, fra le mille, come le più vivaci ed irruenti, erano riuscite a sguisciar fuori, a guisa di sibilanti serpentelli da un cumulo di covoni oro. E la gente a fuggir via d’ogni parte, esterefatta e pusilla, dinnanzi a quelle terribili minacce del ''Superuomo'', dell’''amoralismo'' teorico
(troppo spesso confuso con l’''immoralismo'') e di quel fervido ''radicalismo aristocratico'', sul quale s’impernia ogn’investigazione sociale e morale, ed ogni speculazione estetica di quella rigida e ribelle ''disciplina voluntatis'', ch’è l’opera di pensiero e di poesia di Federico Nietzsche.
Ora, il giudicare di tutta la meravigliosa compagine della costruzione, p meglio della ''distruzione'' filosofica, del più grande scrittore moderno fa coteste tre singole teorie, le quali hanno più valore negativo e polemico che altro, ci sembra essere stato, specie in Italia, uno dei pregiudizi più vieti della nostra cosidetta ''cultura''.
Giova, però, notare che negli ultimi anni, grazie alle diligenti ed acute esegesi ed alle limpide critiche esposizioni del Barzellotti, dell’Orestano e di altri, ed alle traduzioni più o meno accu-<noinclude><references/></noinclude>
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BuzzerLone
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Ora, da tre o quattro anni appena, quasi a realizzare la sua profezia, dall’indomani, cioè, della sua morte, sembra, ch’egli il Nietzsche sia entrato trionfalmente e definitivamente nel reame luminoso delle realtà ideologiche effettuali: prima, egli altro non era, anche
per i suoi connazionali, così da lui malmenati, anche per gli spiriti più fraternamente vicini al suo, che oggetto di scherno, di ripudio, o tutt’al più di snobistico dilettantismo. Il tempo, che smussa le angolosità e leviga le asprezze, aveva avuto bisogno d’appena due decenni di oblio e di disprezzo, per la fermentazione di questa opera meravigliosa, la quale degnamente conchiude il ciclo magico di secolare gloria germanica, iniziatosi con la violenza romantica dello ''Sturm und Drang'', accompagnata dalla sublime solennità delle musiche di {{AutoreCitato|Ludwig van Beethoven|Beethoven}}. Prima del 1901, l’opera nietzscheiana aveva agito occultamente, così nel dominio estetico come in quello logico ed in quello sociale: tutti erano convinti che una terribile energia dinamica fosse concentrata, e con sovrumano sforzo rattenuta, in cotesta opera, ma ben pochi sapevano quali ne fossero le ideali virtù caratteristiche, — e timorosi, se ne schermivano. Due o tre idee fondamentali appena, fra le cento, fra le mille, come le più vivaci ed irruenti, erano riuscite a sguisciar fuori, a guisa di sibilanti serpentelli da un cumulo di covoni oro. E la gente a fuggir via d’ogni parte, esterefatta e pusilla, dinnanzi a quelle terribili minacce del ''Superuomo'', dell’''amoralismo'' teorico (troppo spesso confuso con l’''immoralismo'') e di quel fervido ''radicalismo aristocratico'', sul quale s’impernia ogn’investigazione sociale e morale, ed ogni speculazione estetica di quella rigida e ribelle ''disciplina voluntatis'', ch’è l’opera di pensiero e di poesia di Federico Nietzsche.
Ora, il giudicare di tutta la meravigliosa compagine della costruzione, p meglio della ''distruzione'' filosofica, del più grande scrittore moderno fa coteste tre singole teorie, le quali hanno più valore negativo e polemico che altro, ci sembra essere stato, specie in Italia, uno dei pregiudizi più vieti della nostra cosidetta ''cultura''.
Giova, però, notare che negli ultimi anni, grazie alle diligenti ed acute esegesi ed alle limpide critiche esposizioni del Barzellotti, dell’Orestano e di altri, ed alle traduzioni più o meno accu-<noinclude><references/></noinclude>
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Ora, da tre o quattro anni appena, quasi a realizzare la sua profezia, dall’indomani, cioè, della sua morte, sembra, ch’egli il Nietzsche sia entrato trionfalmente e definitivamente nel reame luminoso delle realtà ideologiche effettuali: prima, egli altro non era, anche
per i suoi connazionali, così da lui malmenati, anche per gli spiriti più fraternamente vicini al suo, che oggetto di scherno, di ripudio, o tutt’al più di snobistico dilettantismo. Il tempo, che smussa le angolosità e leviga le asprezze, aveva avuto bisogno d’appena due decenni di oblio e di disprezzo, per la fermentazione di questa opera meravigliosa, la quale degnamente conchiude il ciclo magico di secolare gloria germanica, iniziatosi con la violenza romantica dello ''Sturm und Drang'', accompagnata dalla sublime solennità delle musiche di {{AutoreCitato|Ludwig van Beethoven|Beethoven}}. Prima del 1901, l’opera nietzscheiana aveva agito occultamente, così nel dominio estetico come in quello logico ed in quello sociale: tutti erano convinti che una terribile energia dinamica fosse concentrata, e con sovrumano sforzo rattenuta, in cotesta opera, ma ben pochi sapevano quali ne fossero le ideali virtù caratteristiche, — e timorosi, se ne schermivano. Due o tre idee fondamentali appena, fra le cento, fra le mille, come le più vivaci ed irruenti, erano riuscite a sguisciar fuori, a guisa di sibilanti serpentelli da un cumulo di covoni oro. E la gente a fuggir via d’ogni parte, esterefatta e pusilla, dinnanzi a quelle terribili minacce del ''Superuomo'', dell’''amoralismo'' teorico (troppo spesso confuso con l’''immoralismo'') e di quel fervido ''radicalismo aristocratico'', sul quale s’impernia ogn’investigazione sociale e morale, ed ogni speculazione estetica di quella rigida e ribelle ''disciplina voluntatis'', ch’è l’opera di pensiero e di poesia di Federico Nietzsche.
Ora, il giudicare di tutta la meravigliosa compagine della costruzione, p meglio della ''distruzione'' filosofica, del più grande scrittore moderno fa coteste tre singole teorie, le quali hanno più valore negativo e polemico che altro, ci sembra essere stato, specie in Italia, uno dei pregiudizi più vieti della nostra cosidetta ''cultura''.
Giova, però, notare che negli ultimi anni, grazie alle diligenti ed acute esegesi ed alle limpide critiche esposizioni del {{AutoreCitato|Giacomo Barzellotti|Barzellotti}}, dell’{{AutoreCitato|Francesco Orestano|Orestano}} e di altri, ed alle traduzioni più o meno accu-<noinclude><references/></noinclude>
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Ora, da tre o quattro anni appena, quasi a realizzare la sua profezia, dall’indomani, cioè, della sua morte, sembra, ch’egli il Nietzsche sia entrato trionfalmente e definitivamente nel reame luminoso delle realtà ideologiche effettuali: prima, egli altro non era, anche
per i suoi connazionali, così da lui malmenati, anche per gli spiriti più fraternamente vicini al suo, che oggetto di scherno, di ripudio, o tutt’al più di snobistico dilettantismo. Il tempo, che smussa le angolosità e leviga le asprezze, aveva avuto bisogno d’appena due decenni di oblio e di disprezzo, per la fermentazione di questa opera meravigliosa, la quale degnamente conchiude il ciclo magico di secolare gloria germanica, iniziatosi con la violenza romantica dello {{wl|Q207741|''Sturm und Drang''}}, accompagnata dalla sublime solennità delle musiche di {{AutoreCitato|Ludwig van Beethoven|Beethoven}}. Prima del 1901, l’opera nietzscheiana aveva agito occultamente, così nel dominio estetico come in quello logico ed in quello sociale: tutti erano convinti che una terribile energia dinamica fosse concentrata, e con sovrumano sforzo rattenuta, in cotesta opera, ma ben pochi sapevano quali ne fossero le ideali virtù caratteristiche, — e timorosi, se ne schermivano. Due o tre idee fondamentali appena, fra le cento, fra le mille, come le più vivaci ed irruenti, erano riuscite a sguisciar fuori, a guisa di sibilanti serpentelli da un cumulo di covoni oro. E la gente a fuggir via d’ogni parte, esterefatta e pusilla, dinnanzi a quelle terribili minacce del ''Superuomo'', dell’''amoralismo'' teorico (troppo spesso confuso con l’''immoralismo'') e di quel fervido ''radicalismo aristocratico'', sul quale s’impernia ogn’investigazione sociale e morale, ed ogni speculazione estetica di quella rigida e ribelle ''disciplina voluntatis'', ch’è l’opera di pensiero e di poesia di Federico Nietzsche.
Ora, il giudicare di tutta la meravigliosa compagine della costruzione, p meglio della ''distruzione'' filosofica, del più grande scrittore moderno fa coteste tre singole teorie, le quali hanno più valore negativo e polemico che altro, ci sembra essere stato, specie in Italia, uno dei pregiudizi più vieti della nostra cosidetta ''cultura''.
Giova, però, notare che negli ultimi anni, grazie alle diligenti ed acute esegesi ed alle limpide critiche esposizioni del {{AutoreCitato|Giacomo Barzellotti|Barzellotti}}, dell’{{AutoreCitato|Francesco Orestano|Orestano}} e di altri, ed alle traduzioni più o meno accu-<noinclude><references/></noinclude>
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Degli uffici/Prefazione
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OrbiliusMagister
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Porto il SAL a SAL 75%
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|160|{{Sc|g. castellani}}|}}</noinclude>Item che d° Lud.° sia tenuto de batter o far batter detti
den. o piccioli in loco spatioso et aperto che ogn uno ci possa
vedere et quelli battere de dì et non di notte come si costuma
di fare in le zecche dove si batte denari so, la sopradetta
pena.
Et sic promiserunt duae partes ad invicem.
Et ego Gregorius Damiani civis Fani pub. imp.<sup>li</sup> auc.te
not. et Cancellar, co.is Fani sup.tis Cap.lis et promissionib.
ut supra descriptis interfui et rogatus fui et de volunt.<sup>e</sup>
partium scripsi et publicavi signumque meum apposui consuetum.
Locus [[File:Cross-Pattee-Heraldry.svg|12px]] Signi.
{{smaller|Arch. cit. ''Sezione Amiani'', vol. 40, n. 2.}}
{{Rule|4em|000|t=1|v=1}}
{{Ct|f=100%|t=1|v=1|L=|lh= |V.}}
In dei no.e amen. Anno a nativitate d.ni mill.° quingen.°
undecimo quartadecima indictione tempore pont. S.<sup>mi</sup> in Chr.°
p.ris et d.ni n.ri d. {{AutoreCitato|Papa Giulio II|Julii}} divina providentia pp. secundi — die
XVII Februarii in pallatio co.is residentiae d.or prior, p.sentibus
Joanne petro biccardo et Jacobo Martinozi.
Constitutus f. coram Mag.<sup>cis</sup> d.nis prioribus v. S. Gaspare Gambitello confalon.° S. pierdocto Stato Joanne bap.<sup>ta</sup> Salvolino
S. Camillo Gabucinio et m.<sup>ro</sup> Antonio Cassino nec non
spec.<sup>lis</sup> Civib. electis Ant.° Gambetella S. Joanne de Forensib.
m.<sup>r</sup> b.nardinus petri bartholomei d. burgho qui se obligando
promisit p.<sup>tis</sup> d.nis priorib.s electis et mihi Can.'''' stipulan.
no. e Co.is fani vigore auctoritatis consilii super cudendo
picciolos hoc m.o vulgar.
Imprima el dicto M.<sup>ro</sup> b.nardino promette obligare solenemen.
ut s. a la mag.<sup>ca</sup> Co.ità d. Fano a tutte soe proprie
spese dare — asignare battuto ed effe....to a tutte sue proprie
spese infra el termine d. novi mesi prox.<sup>mi</sup> da venire piccioli
sino a la q.tità di quattrocento ducati de moneta a la insegna<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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den. o piccioli in loco spatioso et aperto che ogn uno ci possa
vedere et quelli battere de dì et non di notte come si costuma
di fare in le zecche dove si batte denari so, la sopradetta
pena.
Et sic promiserunt duae partes ad invicem.
Et ego Gregorius Damiani civis Fani pub. imp.<sup>li</sup> auc.te
not. et Cancellar, co.is Fani sup.tis Cap.lis et promissionib.
ut supra descriptis interfui et rogatus fui et de volunt.<sup>e</sup>
partium scripsi et publicavi signumque meum apposui consuetum.
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{{smaller|Arch. cit. ''Sezione Amiani'', vol. 40, n. 2.}}
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In dei no.e amen. Anno a nativitate d.ni mill.° quingen.°
undecimo quartadecima indictione tempore pont. S.<sup>mi</sup> in Chr.°
p.ris et d.ni n.ri d. {{AutoreCitato|Papa Giulio II|Julii}} divina providentia pp. secundi — die
XVII Februarii in pallatio co.is residentiae d.or prior, p.sentibus
Joanne petro biccardo et Jacobo Martinozi.
Constitutus f. coram Mag.<sup>cis</sup> d.nis prioribus v. S. Gaspare Gambitello confalon.° S. pierdocto Stato Joanne bap.<sup>ta</sup> Salvolino
S. Camillo Gabucinio et m.<sup>ro</sup> Antonio Cassino nec non
spec.<sup>lis</sup> Civib. electis Ant.° Gambetella S. Joanne de Forensib.
m.<sup>r</sup> b.nardinus petri bartholomei d. burgho qui se obligando
promisit p.<sup>tis</sup> d.nis priorib.s electis et mihi Can.'''' stipulan.
no. e Co.is fani vigore auctoritatis consilii super cudendo
picciolos hoc m.o vulgar.
Imprima el dicto M.<sup>ro</sup> b.nardino promette obligare solenemen.
ut s. a la mag.<sup>ca</sup> Co.ità d. Fano a tutte soe proprie
spese dare — asignare battuto ed effe....to a tutte sue proprie
spese infra el termine d. novi mesi prox.<sup>mi</sup> da venire piccioli
sino a la q.tità di quattrocento ducati de moneta a la insegna<noinclude></noinclude>
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Discussione:Alcyone/Il fanciullo
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~2026-33259-55
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/* Errore al v. 86 */ nuova sezione
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text/x-wiki
== Errore al v. 86 ==
Segnalo un errore al v. 86: il testo è "come ne fiari tuoi la cera e il miele" e non, come qui riportato "come ne fiori tuoi". I fiari sono gli alveari, e lì si trova appunto la commistione di cera e miele, non nei fiori. La lettura fiari è presente in tutte le edizioni recenti (CF. Meridiani, Einaudi). L'errore è a monte, nel testo da cui si è tratta la pagina. Io lo correggerei lo stesso, per amor del Poeta. [[Speciale:Contributi/~2026-33259-55|~2026-33259-55]] ([[Discussioni utente:~2026-33259-55|discussione]]) 09:24, 17 giu 2026 (CEST)
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la zecca di fano · documenti}}|161}}</noinclude>de S.<sup>to</sup> paterg.<sup>mo</sup> da uno canto da l’altro larme d.la S.<sup>tà</sup> d. n.
S.<sup>re</sup> dare pagare a la Co.ità bo.ni sei p. fiorino.
It. promette fare dicti piccioli ne vada sessanta piccioli
p. onza.
It. se obligha — promette fare dicti piccioli ch. siano
d. questa lega v. de onze undece de ramo purgato e meza
onza d’argento fino de XI leghe p. ciascuna libra.
It. che no. possa infondere la massa da fare li dicti
piccioli senza licenza et presentia d. dicti eletti sotto pena de
dece ducati contrafacendo d’aplicarse a la Camera del Co. e
di Fano.
It. che sia obligato fusa che sarà detta massa dare a
dicti Citadini electi et sop.stanti, el peso et el saggio de la
dicta massa et q. saranno battuti li piccioli dicti sop.stanti
debano torre el peso de essi p. vedere se se conforma e....
a la massa.
It. che non possa cambiare ne fare cambiare dicti piccioli
sotto pena de {{Sc|xxv}} ducati daplicarse a la camera del Co.e
de Fano ma quelli se debano cambiare p. quelli li quali
d.puteranno lì dicti sop.stanti.
It. sia obligato battere in la Cità di Fano in loco spatioso
— aperto che omne homo possa vedere et d. una botegha
medesima p. la quale no se li paghe nolo alcuno.
It. i dicti S.<sup>ri</sup> C.<sup>ni</sup> eletti promettono al dicto m.<sup>ro</sup> quando
haverà battuto p. {{Sc|Xxv}} overo {{Sc|Xxx}} libre de piccioli quelli torre
et dare a dicto M. tanti bolognini o altra moneta d’argento
che ascenda a la valuta de dicti piccioli.
It. finito haverà la dicta quantità de quattrocento ducati
non possano battere ne fare battere piccioli p. alcuno modo
sotto pena de {{Sc|xxv}} ducati doro daplicarse a la Camera del
Co.e — le stampe restituire relaxare a la Co. ita p. la valuta
d epse.
Que o.ia p. dicte partes promiserunt attendere — obs.vare
no. co.travenire dilig. pacto sub pena centu. ducator. auri
obligaver. om. eor. bona presentia futura renuntiavere et
juravere, etc.
{{smaller|Arch. cit. ''Consigli'' o ''Riformanze'', voi. 40, car. 19 e 20.}}
{{Rule|4em|000|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude>
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2026-06-17T07:32:59Z
Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|162|{{Sc|g. castellani}}|}}</noinclude>
{{Ct|f=100%|t=1|v=1|L=|lh= |VI.}}
In dei nomine Amen. Questi sonno li Cap.li de la zecha
d. la Cita de Fano c.ducta p, el mag.*"" M. baldino de alexandris
da Fiorenza fatti et stabiliti de consensu mag.""" d.num
prior. V. Ang.li Palatii et sotior. nec no. m. Camilli dura.tis
et Michaelis ang.li Lancei electorum civium p. pr. co.i fani
ab una et p/’ baldini ab alla presentis intellige.tis et consentie.tis
q. sunt v.
Et prima li s, priori et electi p." in nome de la mag.’^"
Co.ità de Fano danno et concedono liberamente a m. baldino
d. Alexa.drìs da Fiore.za o a chi alt." esso nominarà da farsi
tal nominazione p. lui fra xv giorni dal di d.l contracto futuro
: la zecha dia Cita d Fano p. el tempo et termine d anni
tre p."" futuri con q.lla autorità che la p.*" Co.ità ha da la
S. de N. S. come apar p. breve sotto dì quarto d. dicembr.
1517. Intendendosi eh. q.llo eh ha ad esser nominato p.
conductor ut infra d.to tempo dal p.*’" m. baldino debbia esser
Citadino fiore.tino et non d. alt." nation in alio modo.
It. eh li p.*’ s. priori et electi siano obligati al p.*° conductor
ut s. darli el sito habile a detto esercitio in la Cita de Fano,
o la doana sotto la sala deh S. priori o dove altrove parerà
loro gratis e senza pagam.to alcuno,
It. eh ’l p.*° conductor possa condurre a li servitii soi e
d.la p.ta zecha o.i p.sona che ad esso parerà et piacerà, li
q." prefati ministri o servitori se intendano esser e siano
liberi franchi e securi: dumd. no siano rebelli o ladri: da o.i
debito et excesso nota che serra la celebration de li presenti
Cap.li = Inte.dendosi che li p.*’ ministri e servitori possino
portar arma tanto de dì q.to d. note: pel q.l Cap.lo n. dimeno
se debbia haver la confirmation et consenso da lo 111. S.
gub.re presente o quelli che seranno p. li te. pi existe.ti: Et
intendonsi securi de li stessi.... c.™° de q.lli fossero al tempo
de dita zecha.
It. eh ’l p.to conductor sia obligato bapter cu. le stampe
disegno o conio eh. li sera dato p. li p.*’ s. priori et electi
et possa n. di meno batter argento — q.trini no. prevaricando<noinclude></noinclude>
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La figlia di Lady Rose/Capitolo I
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Candalua
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La figlia di Lady Rose/Capitolo II
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Candalua
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La figlia di Lady Rose/Capitolo III
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La figlia di Lady Rose/Capitolo IV
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La figlia di Lady Rose/Capitolo V
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La figlia di Lady Rose/Capitolo VI
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La figlia di Lady Rose/Capitolo VII
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La figlia di Lady Rose/Capitolo VIII
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La figlia di Lady Rose/Capitolo IX
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La figlia di Lady Rose/Capitolo X
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XI
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XII
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XIII
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XIV
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XV
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XVI
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XVII
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Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/64
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Panz Panz
3665
/* Da trascrivere */
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<noinclude><pagequality level="1" user="Panz Panz" /></noinclude>LX
INTROD
in cura l'affrancamento, le emancipazioni ed altri
ufficii cousimili. I pretori arrivano al numero di
diciotto, nè hanno più che la giurisdizione crimi-
nale; i tribuni sono altrettanti commissari di po-
lizia del senato. Il præfectus urbis è uno dei ma-
gistrati nuovamente introdotti, capo supremo in
Roma di polizia e della giurisdizione criminale,
e più tardi gindice d'appello anche nelle materie
civili. I præfectus prætorio, non è in origine che
un caporale di guardie; più tardi, sotto Commodo,
è presidente del consiglio imperiale che sotto il
nome di concistorium principis fu prima il consi-
glio ordinario dell'imperatore, poscia, sotto Adria-
no, un corpo stabile, una corte d'appello in ma-
teria criminale e civile, da cui emanarono le con-
stitutiones che in gran numero si conservano nelle
Pandette, e finalmente il principale dignitario
dell'impero; magistratura che si onorò dei nomi di
Papirio, Ulpiano, Paolo e Modestino. Le città ita-
liane continuano il loro reggime di libertà; ma dal
popolo è passata al senato municipale la scelta dei
magistrati, i quali sono vincolati da regole fisse
nel ministerio loro; e talvolta vengono, siccome
da Adriano e Marco Aurelio, inviati alle città dagli
imperatori stessi col nome di juridici (). Le pro-
vince, alcune sono dipendenti dal senato che elegge
i governatori (proprætores), e lo stipendium passa
nel tesoro dello Stato (cerarium); le altre sono
totalmente soggette all'imperatore, che esercita
su di esse un militare governo, nominandone i
governatori (præsides); e facendone di sua pro-
prietà (fiscus) le rendite (tributum). L'imperatore
è investito dei poteri del console, dei tribuni, del
proconsole sulle province, del censore e del som-
mo pontefice. La riunione di tutti questi poteri
lo fa signore assoluto di tribuni demagoghi; la
censura lo fa capo supremo della patria, e come
pontefice ha l'accesso agli auguri e ne tiene la di-
rezione; come console, gli è sottomesso il senato,
e per tal guisa la potenza imperatoria tutto invade
senza che venga rovesciata l'antica costituzione
repubblicana.
Le costituzioni dei principi divengono intanto
nuova ed abbondevole sorgente del diritto privato,
e sotto la forma di Rescripta, Epistoler, Decreta,
Interlocutiones, Mandala costituiscono una con-
gerie infinita di leggi. Le leggi comiziali numerose
durante le guerre civili e l'impero di Augusto,
siccome la legge Falcidia, la Papia Poppea, vanno
sempre più minuendo e cessano verso i tempi di
Severo senatoconsulti si moltiplicano, e
(1) Holtius, pag. 250. D. 1. 20.
(2) E però falsa l'opinione che da Tiberio in poi non siasi
fatto alcun plebiscito. Zimmern, Stor. del diritto, t. 1, p. 72.
subentrando nella menomata influenza delle leggi
dei comizii, siccome il Velleiano, il Trebelliano, il
Pegasiano, avanzano sempre più i progressi della
scienza civile. L'importanza assai grande dell'e
ditto dei pretori richiama su di esso le cure dei
giureconsulti; l'amico di Cesare, Ofilio pel pri
mo() ne redige uno con molto studio e assai civile
dottrina, finchè Salvio Giuliano, per ordine di
Adriano, compie la redazione del famoso Editto
perpetuo, che fe' cessare in progresso, mediante un
senatoconsulto provocato da Adriano, la promul
gazione di tutti gli editti annui dei pretori, che
conservarono però la facoltà per gli editti straor
dinari (*).
i
Ma quelli che maggiormente contribuirono al
perfezionamento della giurisprudenza furono
giareconsulti, i quali col lume della filosofia e
della greca letteratura la innalzarono al massimo
splendore. Ma particolarmente da Adriano ad Ales
sandro Severo la giurisprudenza fu la palestra dei
più eminenti ingegni, anche per esser ella stala
la scala ai più alti onori dell'impero. Tuttavis
molto innanzi di quest'epoca la storia ricorda u
Q. M. Seevola, maestro di Cicerone, il primo che
tentasse di ridurre la giurisprudenza ad un sistem
scientifico; un Labeone valoroso partigiano del-
Fantica libertà repubblicana, un Capitone emul
di quegli e ligio alla tirannide d' Augusto.
scienza e l'antagonismo di questi due danno ori
gine alle famose scuole avversarie dette dei Pro
culiani e dei Sabiniani, da Proclo e Sabino disce
poli di quei giureconsulti (). L'una di queste
() Pomponius, fr. 2, §. 44. D. 1. 2.
(2) I moderni autori discordano intorno il carattere.ed
risultamenti del lavoro di Giuliano. Heineccio, Bach e quasi
tutti gl'interpreti anteriori ad Hugo opinano che il senato
consulto di Adriano avea dichiarato l'editto invariabile per
sempre, ed avrebbe avuto forza di legge siccome le dodici
tavole; Hugo ha cercato mostrare siccome
storica
nessuna
testimonianza legittimasse tale opinione, e
Warnkoenig
118
sembra appigliarsi all'opinione di lui (opera cit., pag-
Non possediamo dell'editto perpetuo che semplici frame
raccolti da Wieling (Frag, edicti perpelui, Franequer, 1753
Vedi anche il de Weyhe ed il Framkius, il Westenberg
l'Haubold, restitutori del medesimo. Gifanio, Gottofred
Noodt, Heineccio ed il su citato de Weyhe ne furono
gliori illustratori.
Longino altro scolaro di Capitone. I Proculiani insistevano
() 1 Sabiniani s'appellano anche Cassiani da Caio Cassi
per una trattazione più libera e storico-filosofica della gi
risprudenza, e tentarono di classificare più accuratamente
le idee, e di ridurre l'ermeneutica legale a regole generali
1 Sabiniani all'opposto, stando scrupolosamente fermi alle
decisioni degli antichi legisti e alla parola della legges
si partivano dalla stretta osservanza di questa che per
Don
pri
cipii di equità. Ma i progressi della cultura ingenerarono i
convincimento che il gius positivo non si può portare a
al sue
La
4
0<noinclude><references/></noinclude>
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XVIII
0
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1675
Porto il SAL a SAL 75%
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XIX
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XX
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XXI
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XXII
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XXIII
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La figlia di Lady Rose/Capitolo XXIV
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Categoria:Pagine in cui è citato Mary Augusta Ward
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Modulo:Dati/Cicerone - Degli uffici, 1840.djvu
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— Che bel giovanotto! Nessuna ragazza gli resiste.
— Non ha da far altro che andarle a cercare — rispose fieramente Marianna.
— Ma che forse non lo ami?
— Sì, l’amo, ma non farei sciocchezze per lui. Sarebbe male. —
Ustinka lasciò cadere la testa sul petto della sua compagna, l’abbracciò, e, ridendo al punto da tremarne per tutto il corpo:
— Sciocca che tu sei! — esclamò — tu respingi la felicità! —
Si mise a solleticare Marianna.
— Ahi! lasciami stare! — gridava Marianna ridendo.
— Quelle diavolesse di ragazze che si divertono, non sono ai stanche! — mormorò la voce sonnolenta della vecchia.
— Tu respingi la buona ventura, — ripetè Ustinka a bassa voce, alzandosi — sei ben fortunata, mio Dio! Sei una scontrosa e ti amano ugualmente. Ah! se fossi in te, che laccio avrei teso all’inquilino! L’osservavo quando eravate da noi, ti divorava con gli occhi. Ma che cosa non mi ha dato il mio amante! e il tuo dicono che sia uno dei più ricchi. Il suo cameriere dice che egli ha molti servitori. —
Marianna sì sollevò, e sorrise pensosamente.
— Se tu sapessi ciò che mi ha detto una volta<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|203|riga=si}}</noinclude>il mio inquilino! — disse mordendo un filo d’erba. — Mi ha detto che vorrebbe essere il cosacco Luca, oppure il mio fratellino Lazoutka. Che voleva dire?
— Ma nulla; egli ripete ciò che gli passa per la mente; — rispose Ustinka — il mio me ne ha dette tante, che si potrebbe crederlo un pazzo. —
Marianna si ricoricò sul giacchetto e posò una mano sulla spalla di Ustinka.
— Egli voleva venire a lavorare con noi nel campo, oggi; mio padre lo ha invitato... — disse dopo un momento di silenzio, poi si addormentò.
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I Cosacchi/XXX
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{{Centra|XXXI.}}
Il pero non spandeva più la sua ombra sulla carretta, e i raggi obliqui del sole, bruciavano, attraverso i rami, il viso delle ragazze addormentate. Marianna si svegliò e si accomodò il fazzoletto sulla testa. Guardandosi d’attorno, scòrse l’inquilino con la carabina in spalla, che parlava con suo padre. Ella diede una spinta col gomito ad Ustinka, e le indicò sorridendo il giovanotto.
— Non ne ho trovata una nemmeno ieri — diceva Olénine, cercando con lo sguardo inquieto Marianna, nascosta fra i rami.
— Andate dalla parte opposta, fate un mezzo giro e giungerete ad un orto abbandonato, che chiamano ''il deserto;'' vi troverete delle lepri in abbondanza — disse il primo ufficiale, riprendendo il suo stile fiorito.
— Come andare in cerca di lepri durante la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|205|riga=si}}</noinclude>stagione dei lavori? Venite piuttosto ad aiutarci e a lavorare con le ragazze — disse allegramente la vecchia. — Suvvia, ragazze, in piedi! —
Marianna ed Ustinka bisbigliavano e duravano fatica a reprimere le risa.
Da che Olénine aveva regalato a Luca un cavallo di cinquanta rubli, i suoi ospiti erano divenuti assai più amabili; il primo ufficiale lo vedeva con piacere presso sua figlia.
— Non so lavorare — disse Olénine, evitando di guardare dalla parte della carretta, dove aveva scòrto, attraverso i rami, la camicia turchina e il fazzoletto rosso di Marianna.
— Vieni, ti regalerò delle albicocche — disse la vecchia.
— È un’antica usanza dell’ospitalità; la vecchia ci tiene, perchè è una sciocca; — disse il primo ufficiale, come per scusare sua moglie — non vi mancheranno albicocche in Russia;... voi avrete mangiato a sazietà delle conserve dolci e di ananasso.
— Se vi sono delle lepri, nell’orto abbandonato, — interruppe Olénine — io ci vado. —
E gettando uno sguardo rapido attraverso i rami, si tolse il berretto e scomparve fra le file irregolari delle vigne.
Il sole scendeva dietro le siepi dei giardini, e i suoi raggi intercettati brillavano tra il fogliame trasparente, quando Olénine raggiunse i suoi ospiti. Si alzava il vento, l’aria cominciava a farsi fresca; egli riconobbe da lungi la camicia turchina di Marianna<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|206|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>fra i tralci delle vigne; andò verso di lei, cogliendo, nel passare, dei chicchi d’uva; il cane assetato afferrava col suo muso bavoso i grappoli pendenti. Marianna tagliava rapidamente i grappoli pesanti e li gettava in un paniere. Si fermò, senza abbandonare il tralcio che teneva in mano, e sorrise con aria carezzevole. Olénine si avvicinò, si rigettò la carabina sulle spalle per avere le mani libere, e voleva dirle: «Dio ti assista!... Sei sola?» Ma non disse nulla, e soltanto si tolse il berretto. Si trovava impacciato così solo con la ragazza; pure, martire volontario, si avvicinò, ancora. _
— Tu rischi di uccidere qualcuno con la tua carabina — gli disse Marianna.
— No, non tirerò. —
Tacquero entrambi.
— Perchè non mi aiuti? —
Egli si tolse di tasca un coltellino e si mise all’opera.
Trasse di sotto le foglie un grosso grappolo di almen tre libbre, i chicchi del quale erano strettamente collegati l’uno all’altro, e lo mostrò a Marianna.
— Si può tagliare? È maturo?
— Dammelo. —
Le loro mani si toccarono; Olénine prese quella della ragazza, che lo guardava sorridendo.
— Ti mariterai presto? —
Ella lo guardò severa, e si volse altrove.
— Ami tu Luca?+
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— Lo invidio!
— Davvero!
— Te lo giuro.... sei così bella! —
Ebbe subito coscienza di ciò che diceva: era una cosa tanto volgare! Arrossì, si confuse ed afferrò le mani della ragazza.
— Bella o brutta, io non sono per te; perchè ti burli di me?
Ma gli occhi di Marianna smentivano le parole che diceva; ella sentiva benissimo che Olénine parlava sul serio.
— Credi pure che io non scherzo.... se tu sapessi come.... —
Quelle parole gli risonavano bugiarde, le trovava ancor più volgari, ancor più in disaccordo coi suoi sentimenti; pure continuò:
— Farei qualunque cosa per te!
— Vattene! cattivo che non sei altro! —
Ma gli occhi accesi di Marianna, il suo largo seno dicevano il contrario.
Olénine pensò che ella comprendeva la volgarità delle sue parole, ma che era al disopra di tali piccinerie, e che sapeva da molto tempo ciò ch'egli provava senza poterlo esprimere.
— Come non lo saprebbe, se è di lei che voglio parlare? Ella finge di non capirmi e non vuol rispondermi.
—''A-u!'' — gridò ad un tratto Ustinka, distante pochi passi da loro, ed essi ne udirono il riso perlato. Vieni ad aiutarmi, Dmitri Andreitch! — gridò<noinclude><references/></noinclude>
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— Lo invidio!
— Davvero!
— Te lo giuro.... sei così bella! —
Ebbe subito coscienza di ciò che diceva: era una cosa tanto volgare! Arrossì, si confuse ed afferrò le mani della ragazza.
— Bella o brutta, io non sono per te; perchè ti burli di me?
Ma gli occhi di Marianna smentivano le parole che diceva; ella sentiva benissimo che Olénine parlava sul serio.
— Credi pure che io non scherzo.... se tu sapessi come.... —
Quelle parole gli risonavano bugiarde, le trovava ancor più volgari, ancor più in disaccordo coi suoi sentimenti; pure continuò:
— Farei qualunque cosa per te!
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Ma gli occhi accesi di Marianna, il suo largo seno dicevano il contrario.
Olénine pensò che ella comprendeva la volgarità delle sue parole, ma che era al disopra di tali piccinerie, e che sapeva da molto tempo ciò ch’egli provava senza poterlo esprimere.
— Come non lo saprebbe, se è di lei che voglio parlare? Ella finge di non capirmi e non vuol rispondermi.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|208|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>ella ad Olénine, e la sua faccetta tonda ed ingenua apparve in mezzo alle foglie.
Olénine rimase immobile e muto, Marianna continuò il suo lavoro, guardando il giovane, senza levargli gli occhi da dosso. Egli voleva parlare, ma si interruppe bruscamente, alzò le spalle, riprese la carabina e si allontanò a passi rapidi.
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I Cosacchi/XXXI
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|209|riga=si}}</noinclude>
{{Centra|XXXII.}}
Olénine si fermò più d’una volta per ascoltare le risate sonore della Marianna e la sua conversazione con Ustinka, poi se ne andò nella foresta, dove passò alcune ore cacciando. Ritornò verso il crepuscolo, senza aver preso nulla. Passando dal cortile, vide la porta della dispensa aperta, e scòrse un lembo di camicia turchina. Chiamò Vania ad alta voce, con l’intenzione di far capire che era tornato, e sedette nel vestibolo.
I padroni di casa erano tornati anch’essi; lo videro passare, ma non lo invitarono a entrare in casa.
Marianna uscì due volte dal portone; gli parve che ella lo avesse guardato; seguì avidamente ogni movimento di lei, ma non osò di avvicinarla. Quando Marianna rientrò nella capanna egli discese la scaletta e si mise a camminare nel cortile, ma la ragazza non ricomparve. Olénine passò tutta la notte nel<noinclude><references/></noinclude>
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{{Centra|XXXII.}}
Olénine si fermò più d’una volta per ascoltare le risate sonore della Marianna e la sua conversazione con Ustinka, poi se ne andò nella foresta, dove passò alcune ore cacciando. Ritornò verso il crepuscolo, senza aver preso nulla. Passando dal cortile, vide la porta della dispensa aperta, e scòrse un lembo di camicia turchina. Chiamò Vania ad alta voce, con l’intenzione di far capire che era tornato, e sedette nel vestibolo.
I padroni di casa erano tornati anch’essi; lo videro passare, ma non lo invitarono a entrare in casa.
Marianna uscì due volte dal portone; gli parve che ella lo avesse guardato; seguì avidamente ogni movimento di lei, ma non osò di avvicinarla. Quando Marianna rientrò nella capanna egli discese la scaletta e si mise a camminare nel cortile, ma la ragazza non ricomparve. Olénine passò tutta la notte nel<noinclude><references/>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|210|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>cortile, tendendo l’orecchio al minimo rumore che si potesse fare nella capanna dei suoi ospiti; li vide cenare, rialzare i letti e coricarsi, udì le risate di Marianna, poi tutto fu silenzio.
Olénine rientrò in casa. Vania dormiva tutto vestito. Egli lo guardò con invidia, e ricominciò la sua passeggiata nel cortile, aspettando con impazienza qualcuno; ma nessuno comparve, nulla si muoveva, non si udiva che la respirazione uniforme di tre persone. Olénine ascoltò il respiro di Marianna, che conosceva, ed ascoltò pure il battito del proprio cuore.
Nel villaggio tutto era silenzio; la luna era sorta, si potevano vedere le mandrie muoversi nelle stalle. Olénine si chiese con angoscia ciò che volesse, e non poteva togliersi ai proprî pensieri. Credette di udire scricchiolare il pavimento nella capanna del primo ufficiale e si slanciò verso la porta; ma tutto era tranquillo, e non si udiva che una respirazione calma ed uguale, e rumore della bufala che si moveva nella stalla e muggiva sordamente.
Si chiese ancora: «Che sto per fare?» E si decise ad andarsene a letto, allorchè udì nuovamente un leggiero rumore di passi, e la sua immaginazione gli dipinse Marianna che gli compariva davanti al chiaro di luna; si slanciò verso la finestra e udì di nuovo camminare.
Un poco prima dell’alba si avvicinò alla finestra, spinse le imposte e corse verso la porta. Marianna sospirò. Egli bussò leggermente. Dei piedi nudi si avvicinavano con precauzione, il pavimento scricchiolava.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|211|riga=si}}</noinclude>I cardini stridettero, un profumo di piante aromatiche ed un odore di zucche sfuggirono dalla porta semiaperta. Marianna comparve sulla soglia. Egli non la vide che di sfuggita al chiaror della luna; ella richiuse vivamente la porta mormorando, ed Olénine l’udì allontanarsi.
Bussò di nuovo, ma nessuno rispose. Si avvicinò alla finestra e tese l’orecchio. Una voce d’uomo, stridente ed acuta, risonò d’un tratto accanto a lui.
— Ma benone! — gli disse a bruciapelo un piccolo cosacco col berretto bianco — ho veduto tutto!
Ma benone! —
Olénine riconobbe Nazarka e rimase silenzioso, senza saper che dire nè che fare.
— Va’. È graziosa! Andrò dal capo del villaggio, dal padre; sapranno tutto. Ah! non le basta un solo adoratore, alla bella!
— Che vuoi tu dire?... Che ti occorre? — articolò finalmente Olénine.
— Niente affatto, farò il mio rapporto. —
Nazarka parlava forte per farsi udire.
— È furbo, il portabandiera! —
Olénine impallidiva, si sentiva perduto.
— Vieni qui! —
Egli afferrò violentemente il braccio del cosacco e lo trascinò verso la propria capanna.
— Non vi è stato nulla fra noi.... non mi ha lasciato entrare.... essa è una donna per bene!
— Lo vedremo!
— Ti pagherò.... Aspetta.... vedrai. —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|212|{{Sc|i cosacchi.}}||riga=si}}</noinclude>
Nazarka tacque. Olénine corse in camera sua, e gli portò dieci rubli.
Non vi è stato nulla fra me e lei.... Nonostante io sono in colpa; ti pago, ma, in nome di Dio, che nessuno sappia niente! Non vi è stato nulla....
— Dio vi benedica! — disse Nazarka ridendo, e si allontanò.
Egli era stato mandato da Luca per preparare un nascondiglio ad un cavallo rubato; e mentre passava davanti alla casa del primo ufficiale, si era messo in agguato. Ritornò alla compagnia e si vantò con i suoi camerati di aver saputo destramente estorcere dieci rubli.
Il giorno dopo, Olénine si accertò che il primo ufficiale non dubitava di nulla. Non rivolse la parola a Marianna, che rideva entro di sè, guardandolo. Passò nuovamente la notte a errare nel cortile. Il giorno dipoi andò a caccia, e passò la serata da Beletsky per sfuggire alla tentazione che lo prendeva. Si promise di non ritornare mai più presso gli ospiti. Nella notte il sergente venne a svegliarlo; compagnia partiva per una spedizione.
Olénine fu felice di questo pretesto per allontanarsi e non ritornare.
La spedizione durò quattro giorni. Il capo desiderò di vedere Olénine, che era suo parente, e gli propose di rimanere nello stato maggiore; ma Olénine ricusò: non poteva vivere lontano dal villaggio, e domandò l’autorizzazione di ritornarvi. Ricevette la croce di soldato che una volta aveva appassionatamente de-<noinclude><references/></noinclude>
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Utoutouto
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||{{Sc|i cosacchi.}}|213|riga=si}}</noinclude>siderato e alla quale adesso era perfettamente indifferente, come lo era al grado di ufficiale, al quale era stato promosso. Ripartì con Vania, precedendo di qualche ora la sua compagnia. Passò la serata sul peristilio in contemplazione davanti a Marianna, e la notte a passeggiare nel cortile, senza scopo nè idee precise.
{{Rule|8em}}<noinclude><references/></noinclude>
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I Cosacchi/XXXII
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Il Libro dei Re/Il re Khusrev/7/XXII
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